PASOLINI di Abel Ferrara, recensione

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Ebbene, a distanza di sei anni circa dalla sua presentazione al Festival di Venezia, in concomitanza con la sua distribuzione italiana su Netflix, proveremo a ristudiare e riguardare, con estrema meticolosità e maggiore obiettività, Pasolini, controversa opus di Abel Ferrara, interpretata da Willem Dafoe.

Incentrata, come da titolo assai eloquente, ovviamente su Pier Paolo Pasolini. Uno dei massimi intellettuali italiani e non solo del dopoguerra, regista, sceneggiatore, romanziere, drammaturgo e soprattutto pensatore libero osteggiato e trucidato nella maledetta notte del 2 Novembre del 1975 sul litorale di Ostia.

In tale pellicola di Ferrara, della breve durata, almeno per gli standard attuali, di poco meno di novanta minuti, non è però del tutto vero che vengano raccontati solamente gli ultimi giorni di vita di Pasolini. A differenza di ciò che, per esempio, attesta erroneamente Wikipedia.

In verità, il film si apre con un Pasolini, sì, di ritorno a casa nell’ultimo periodo della sua vita ma il film, oniricamente intelaiato in forma diegeticamente contorta e arabesca in puro, delirante e spesso disturbante, amatissimo e odiato od estasiante, a seconda dei gusti, stile filmico assolutamente ferrariano, rimane sul vago, cronologicamente parlando, e immortala, in maniera più che altro, potremmo dire, impressionistica e personalissimamente romanzata, certamente tanto affascinante quanto discutibile, la lenta e spettrale discesa agli inferi vissuta consciamente, cioè in cuor suo quasi precognitivo eppur allo stesso tempo inconsapevolmente, da Pasolini prima della sua tragica morte.

Un prima impreciso e quasi, potremmo dire, fantasticato o ignoto, persino fantasmatico.

 Pasolini viene svegliato da sua madre e pranza con Domenico Naldini (Valerio Mastandrea), ricevendo l’inaspettata ma lietamente bizzarra visita della coloritamente pazza Laura Betti (Maria de Medeiros).

Dunque, tra risate facete e sorrisi malinconici, fra ricordi di ragazzi di vita bramosamente ingordi sessualmente, nell’ombra incombente della sua giovinezza già tormentatamente diversa, incarnata forse stonatamente da un simbiotico alter ego Roberto Zibetti nei panni di Carlo, fra poetici e riflessivi brani del suo incompiuto libro Petrolio e la definitiva, nichilistica intervista ufficiale rilasciata in forma assolutamente privata, tenutasi fra le sue anguste eppur protettive pareti domestiche, quasi catacombali, dopo i primi quaranta minuti elegantemente delicati, suadenti e perfino commoventi, Pasolini si sfilaccia sensibilmente e gravemente si deteriora poiché Ferrara, giunto a questo punto, dopo aver mantenuto uno stile compassato assai apprezzabile e intimisticamente pudico, ancora una volta non sa rinunciare al suo mood cineastico per cui è, nel bene e nel male, famoso.

Eccedendo non poco, forse addirittura sgarbatamente, di sue superflue e indigeste fantasticherie strambe e visionarie sul celeberrimo film PornoTeoKolossal che, come sappiamo, non vide mai la luce.

Consegnando a Ninetto Davoli la parte di Eduardo De Fillipo che, nelle intenzioni di Pasolini, avrebbe dovuto interpretare l’opera cinematografica appena sopra menzionativi, invece consegnando a Riccardo Scamarcio sia il ruolo di Ninetto Davoli da giovane che, al contempo, del figlio stesso di Eduardo.

 Utilizzando e abusando della musica dei Pink Floyd, nell’ultima mezz’ora, Pasolini di Abel Ferrara diviene sconclusionato, pasticciato e perfino desolante.

Da gigantesco e ambizioso che poteva essere, pur nella sua brevità di minutaggio, diviene minuto.

Ferrara non vuole narrarci, infatti, l’accaduto della morte di Pasolini così come verosimilmente avvenne. Non vuole essere cronachistico e/o documentaristico, bensì desidera liberamente sorvolare sulla reale e sconvolgente macchinazione complottistica di cui fu ignara vittima Pasolini, peccando dunque colpevolmente in quanto, così facendo, si rivela estremamente riduttivo e macera il suo stesso lodevole intellettualismo e l’impianto sofisticato che, fino a questo momento, era stato capace d’imbastire con sorprendente finezza e bellissima, eclatante ricercatezza, schiacciandolo e appesantendolo con inutili voli pindarici dei più prevedibilmente volgari e, per l’appunto, pseudo teologicamente pornografici.

Comprimendo Dafoe, alla fine, a una tenera macchietta amante irredenta della sua sana, rispettabilissima omosessualità invincibile. La quale, purtroppo, così semplicisticamente da lui filtrata e filmata, risulta banalmente e assurdamente perversa e malata.

Tanto d’apparirci solo come lo squallido capriccio vizioso di un uomo complessato e, non solo sessualmente, insicuro.

Cioè, nella sua sofistica ricerca autoriale a tutti i costi, volutamente dimenticando la realtà dei fatti, Ferrara non la racconta giusta soprattutto nei riguardi della sua stessa onestà intellettuale.

 

Pasolini, da stupendo che fu prima del delirio ferrariano dell’ultima mezz’ora, dunque tramuta, un po’ oscenamente, in un santificante inno agiografico dedicato a un eminente, rivoluzionario e profetico intellettuale assai stimabile dalla personalità complessa e profondissima, paradossalmente apparendoci morbosamente quasi come un manifesto contro l’omofobia.

Più che un sacrosanto grido contro il potere schiavizzante e demagogico, diviene perciò un urlo innocuo contro l’italico malcostume culturalmente insano.

Un po’ poco, anzi, troppo poco.pasolini dafoe

di Stefano Falotico

 

 

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