Dal tramonto all’alba di Robert Rodriguez con George Clooney, Quentin Tarantino, Juliette Lewis e Harvey Keitel

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Ebbene, oggi recensiamo un film oramai celeberrimo. Ovvero Dal tramonto all’alba (From Dusk Till Dawn) di Robert Rodriguez (El MarciachiSin CityMachetePlanet Terror).

Film uscito sui nostri grandi schermi nel gennaio del 1997 e quasi subito divenuto un istantaneo cult presso la cosiddetta generazione X dei nineties. Assurgendo a film totemico soprattutto per i ragazzi adolescenti cresciuti a pane e Quentin Tarantino. Esploso, pochissimi anni addietro. In quanto, Dal tramonto all’alba, sebbene come detto sia firmato nella regia da Rodriguez, perfino dai cinefili più incalliti, quindi si presume infallibili conoscitori della settima arte in ogni suo dipanarsi a livello filmografico, viene erroneamente (aggiungiamo, noi, orridamente) considerata un’opera di Tarantino a tutti gli effetti.

Niente di più sbagliato e approssimativo. Perlomeno, se vogliamo essere precisi, diciamo che Dal tramonto all’alba è sceneggiato da Tarantino che rielaborò, per l’occasione, una bozza di script creata assieme a Robert Kurtzman risalente ai tempi in cui entrambi frequentarono il liceo.

Dopo il successo ottenuto da Tarantino grazie agli esplosivi, rivoluzionari, epocali e, per l’appunto, generazioni Le iene e Pulp Fiction, soltanto dopo che Tarantino stesso ottenne la popolarità mondiale, in virtù per di più della sua accresciutasi nomea e celebrata notorietà come writer d’originalissima razza, essendo stato lui l’autore d’importantissimi copioni come quello di Natural Born KillersDal tramonto all’alba vide la luce.

E Tarantino, in tal caso, anziché dirigere il film da lui scritto, lo co-interpretò, co-produsse ma, come sappiamo e come sopra dettovi, affidò la regia a Rodriguez. Cementando da qui in poi la loro amicizia, non solo in ambito privato, che avrebbe fruttuosamente generato altre notevoli collaborazioni di dittici, potremmo dire, sui generis, quali Grindhouse.

Trama:

dopo una rocambolesca, sanguinosissima rapina avvenuta in Texas, i fratelli Seth (George Clooney) e Richard Gecko (Tarantino), fuggono in direzione del Nuovo Messico. Oltrepassando infatti la frontiera, saranno liberi dall’attanagliante morsa e dalla grinfia asfissiante dei poliziotti che li stanno disperatamente inseguendo coi mastini alle loro calcagna. Inoltre, vengono anche rincorsi dalle autorità del posto che, non solo vogliono consegnarli alla giustizia, bensì intascare la forte taglia messa sulla loro testa. Sì, i famigerati, temibili e imprendibili brothers sono degli inafferrabili wanted che valgono numerosi soldoni. Sono dei motherfucker difficilissimamente acciuffabili che, puntualmente, in un modo o nell’altro, riescono impunemente a farla franca nonostante le loro crudeli, atroci malefatte e le loro pericolosissime scorribande assai violente.

Prendono, stavolta, in ostaggio un predicatore deluso dalla vita, Jacob Fuller (Harvey Keitel). Il quale, alla guida della sua scassata roulotte malandata, era in viaggio coi figli (Juliette Lewis ed Ernest Liu).

L’allegra, si fa per dire, combriccola sosta al Titty Twister, un malfamato locale che è il covo ristoratore per camionisti sbruffoni, per puttane di bassa lega, per piccoli grandi falliti della grande America sconfinatamente eterogenea nel suo rifiorire pullulante (siamo eufemistici) di strampalati personaggi grotteschi e assurdamente incredibili forse più degli stessi folli characters inventati dalla geniale penna diabolica di Tarantino stesso. Dopo tanta musica scatenata, balli e canti, bevute e battute goliardiche, dopo la magistrale, sensualissima esibizione della regina sexy del locale, Santanico Pandemonium (Salma Hayek), una donna dall’impressionante, arrapante bellezza bestiale, la quale si esibisce sfrontatamente e impudica in una danza eccitantissima con tanto di serpente che, morbidamente flessuoso, le sfila lungo la sua pelle vellutatissima e godibilissimamente candida, il film cambia totalmente direzione e si trasforma a mo’ di un camaleontico vampiro che, dal giorno alla notte, muta a sua volta improvvisamente forma in esso ed è assetato di sangue umano da bere a generosi sorsi insaziabili e terrificanti.

Insomma, Dal tramonto all’alba, da semplice, per quanto già caotico e rutilante, classico road movie di genere e di rapine e ostaggi esilarante, ricolmo di battute taglienti, diviene una divertente pellicola orrifica, un movie horror splatter popolato da mostruose creature spaventevoli e raccapriccianti.

Come detto, Dal tramonto all’alba ottenne immediato successo, soprattutto presso i più giovani. Eccitati difatti a morte dinanzi a quest’opera così stratificata, (auto)citazionistica, spiazzante e perversamente affascinante. Perturbati che furono dal suo malato fascino forse più attraente della splendida venustà torbidamente titanica d’una Salma Hayek strepitosamente iconica e provocante in maniera inarrivabile.

Però, se vogliamo essere obiettivi, se non vogliamo per l’appunto troppo sovreccitarci, lasciandoci andare a facili entusiasmi da aficionado tarantiniani presto scalmanati ed euforizzati dirimpetto a ogni sua stramberia mirabolante, dobbiamo raffreddare, col senno di poi, i nostri spiriti bollenti, non solo cinematograficamente esaltati, rimanendo pacatamente obiettivi. Senza lasciarci condizionare dalla nostra adorazione verso ogni galvanizzante creazione, anzi, qui sarebbe più pertinente dire “creatura”, plasmata dall’incontenibile, vulcanica verve creativa figlia di Tarantino & company.

Dal tramonto all’alba, alla prima visione, indubbiamente trasmette ipnotizzante malia e robustissima fascinazione bellamente morbosa.

Ma è soltanto un divertissement fine a sé stesso, volutamente dozzinale e girato in maniera dichiaratamente, giocosamente triviale, perfino sciatta e, in molti punti, artigianale come gli effetti speciali, saporitamente naïf di Tom Savini.

FROM DUSK TILL DAWN, Salma Hayek, 1996. © Dimension Films

FROM DUSK TILL DAWN, Salma Hayek, 1996. © Dimension Films

di Stefano Falotico

FROM DUSK TILL DAWN, Harvey Keitel, 1996, (c) Dimension

FROM DUSK TILL DAWN, Harvey Keitel, 1996, (c) Dimension

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