IMAGO MORTIS, recensione

imago mortis

Ebbene, oggi recensiremo un film purtroppo misconosciuto ai più. Ovvero l’inquietante, enigmatico, osiamo dire perturbante e profondamente angosciante Imago mortis.

Assai interessante opera prima di Stefano Bessoni in un lungometraggio per il grande schermo. Classe ‘65, Bessoni, in tal caso, cimentatosi egregiamente dietro la macchina da presa in veste di director, come sopra scrittovi, dopo rinomati e finissimi studi in quel della sua amata Roma natia, dopo essersi specializzato come animatore di stopmotion ed aver affinato, rifinito la sua arte fotografica, divenendo peraltro cinematographer di non trascurabile valore e gusto peculiare per le immagini più ammalianti ed elegantemente ammantate, potremmo dire, di tetro, mortifero, visivo fulgore attraente, dopo aver fruttuosamente collaborato con Pupi Avati as curatore degli effetti speciali e creatore degli storyboard de La via degli angeli e dell’ambizioso, sebbene irrisolto, probabilmente pasticciato e disorganico, anzi sicuramente disomogeneo e interminabilmente indigesto, forsanche stucchevolmente noioso I cavalieri che fecero l’impresa, motivato da un’innata intraprendenza fecondamente fantasiosa congenitamente a lui immaginativa, attingendo dalle atmosfere morbosamente affascinanti del primo Dario Argento più perturbativo, intuitivo e strepitosamente ingegnoso, orrifico e al contempo inventivo, in maniera derivativa del cinema, da lui rivisto in forma elaborativa del suo ispiratore, artistico padre putativo, vale a dire nientepopodimeno che l’appena menzionatovi maestro Avati, nel 2009 esordì con questo piccolo capolavoro, cioè Imago mortis.

A distanza di dieci anni pressoché esatti dall’uscita nelle sale d’Imago mortis (distribuito infatti in Italia nel gennaio del 2009, sebbene Wikipedia l’accrediti appartenente al 2008) l’anno scorso, un altro regista italiano su cui nutriamo già forti aspettative per il futuro, vale a dire Roberto De Feo, presentò il suo notevole The Nest (Il nido).  

Horror dalle atmosfere nitidamente misteriche, osiamo dire mesmeriche che, in modo concettualmente, specularmente coincidente, similarmente appaiabile allo stesso Imago mortis, non poco ci ricordò il succitato, insuperato Dario Argento dei tempi d’oro, vale a dire il tenebroso, magnifico Dario di SuspiriaInferno e Profondo rosso.

Ci siamo permessi, usiamo pure il plurale maiestatico senza paura, essendo questo un film del brivido, eh eh, di anticiparvi la trama d’Imago mortis con tale nostro breve prologo ché vi sia leggermente esauriente al fine che possiate meglio apprezzare appieno l’opus n.1 di Bessoni. Un thriller assai suggestivo e ricolmo di suspense congegnata con glaciale sofisticatezza d’alta scuola ermetica. Un film suadentemente metafisico.

Un film davvero amabile sebbene criptico, sì, volutamente indecifrabile e, ripetiamo, sottilmente e seducentemente intrigante. Curiosamente avvenente nel suo concatenarsi d’immagini apparentemente insensate, a ben vedere, invero sobriamente attorcigliate (mal)sanamente a una tenera e contemporaneamente, figurativamente armoniosa giostra caleidoscopica di frame sostenuti assieme da un fluidissimo ritmo filmico eccezionalmente impaginante, diciamo, fotogrammi stessi delicatamente intarsiati e in modo surreale disposti a mo’ di diapositive ipnotiche. Accenniamone la trama, brevemente:

d’analessi scioccante coagulata in uno spaventevole incipit non poco allucinante, potremmo dire, retrospettivamente illustrante i macabri avvenimenti poi, durante la narrazione, mostratici, veniamo immersi in modo funereo in un 1600 caliginoso. Ove il saggio o forse folle, semi-scienziato pazzo Girolamo Fumagalli fu ossessionato dal desiderio d’immortalare immagini che echeggiassero, memorabilmente, nell’eternità. Fumagalli, prelevando la retina d’una persona morta ammazzata, fu convinto che essa contenesse, quasi a mo’ di reliquia, l’ultima immagine captata e vista dal soggetto assassinato nell’attimo immantinente antecedente il suo ultimo sospiro prima di morire. Fumagalli denominò questa sua spettrale, mostruosa tecnica fotografia nell’auto-coniarla col termine tanatografia (da thanatos…).

Spostandosi poi vertiginosamente alla nostra epoca, seguiamo le vicende di un timido studente di Cinema che frequenta un’accademia ove s’insegna la Settima Arte che, onestamente, più che sembrare una scuola, pare un istituto psichiatrico, sì, una struttura dall’aspetto manicomiale ove gli studenti c’appaiono, chi più chi meno, dei ragazzi e delle ragazze malati mentali, qui internati.

Bruno (Alberto Amarilla) è, peraltro, tormentato da visioni distorsive della realtà, a prima vista, allarmanti.

Il ragazzo sta accusando dei segnali di squilibrio psicologico preoccupanti, è cioè pazzo oppure è un ragazzo speciale dotato d’una sensibilità talmente spiccata da essere l’unico in grado, con la sua capacità, anziché paranoica, bensì illuminata di paranormale, preveggente intuizione precognitiva, a svelare tanti assurdi e agghiaccianti misteri che si celano dietro la facciata all’apparenza impeccabile della sua scuola?

Nel cast, sia Geraldine Chaplin che sua figlia, la bellissima e magra Oona Chaplin.

Ecco, sia The Nest che tal bel Imago mortis sarebbero da mostrare a chi sostiene, a torto, che il Cinema mystery italiano sia morto.

Cominciamo a svecchiare l’idiozia, semmai, del Cinema sciatto, volgarissimo e pecoreccio di cui è ammorbata, purtroppo a tutt’oggi, la nostra Italietta di pagliacci e saltimbanchi, di comici ridicoli che non fanno ridere, di aspiranti attori e attrici degli stivali, da festival da cazzoni e degli stivaletti che, anziché essere interpreti di valore, al massimo sono dei modelli e delle modelle da Instagram per due leccate di culo in più. Per l’amor di dio, diamo ampio spazio a gente come De Feo e Bessoni.

Due registi che, sebbene non abbiano sfoderato dei capidopera, sanno il fatto loro, rischiano e, come si suol dire, mettendovi sfrontatamente la faccia. Senza avere paura di nulla.

Soprattutto di affrontare un genere che va rivivificato, quanto prima, in modo genialmente pauroso.

Per quanto riguardi invece il sottoscritto, alcuni anni fa, in seguito a vicissitudini ingiustamente aberranti avvenutemi, in seguito a fatti terribilmente scabrosi, conobbi uno psichiatra dal cognome De Feo, “portatore” del mio stesso nome, identico per l’appunto a quello di Bessoni.

Inizialmente, mi considerò pazzo, sì, matto da legare.

Dopo tre pagine di un libro che gli feci leggere, un mio libro, estasiato, urlò di benevolo terrore!

Perché io non ho capito, infatti, una cosa.

Se abbiamo avuto Argento, Avati, se abbiamo Bessoni e De Feo, perché non possiamo avere anche un Falotico?

Sto allestendo, assieme a degli amici fidati, questo… ve ne do un assaggio.

Dunque, sul passato angoscioso stendiamo un velo pietoso. Poiché, per piacere, quando il Maestro sale in cattedra, cala un silenzio vergognoso. Quello di molte persone stolte, bigotte, malate di oscurantismo e abbisognanti, assolutamente e rapidissimamente, di culturale catechesi potente.

Il Falò è vivo, il Falò ne sa una più del diavolo. Ora, c’è solo una persona che ne sappia una più del diavolo. Cioè Dio. E, su questa freddura, sparisco nella notte, ascendendo nuovamente al settimo cielo in forma paradisiaca. Statemi buoni e che (d)io vi benedica. Ah ah.

Per finire, diciamocela: Oona Chaplin non credo che sia vergine come la Madonna ma è più bona della Ciccone.

Voi dite di no? Ah no? Fa veramente spavento da quanto è dolce e bella. Da gustare tutta ignuda al plenilunio. Ululate, uomini arrapati. Fra le sue cosce avviluppatelo, sviluppatelo. Galoppate!

Donna da fottere assolutamente, direi assiduamente. In modo prepotente. Oddio, tenetemi (in)fermo, sto impazzendo come il protagonista del film, ah ah. Invero, non sono malato di mente, cioè demente, cari deficienti e impotenti. sono san(t)issimo. Se siete uomini eterosessuali e non desiderate scopare Oona, predisporrò per voi un TSO immediato. Non siete normali. Andate curati subito. Mentre Oona va inculata quanto prima.

Mi metteranno all’inferno ma, come detto, Inferno è un film che sa di vivissimo argent(e)o purissimo. Non voglio l’aureola dorata né essere adorato. Sono maledetto e dunque pretendo di essere interdetto. Ah ah.

di Stefano Falotico

 

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