MR. SCORSESE, recensione-(re)view!


La tenebrosità cineastica e l’ermetica, adamantina lucentezza di un’anima poetica, altresì entropica, violenta, vorace e ricolma di furore deflagrante, elevatasi alla massima potenza espressiva più memorabile
Oggi, con estrema fierezza e speriamo gradita pregevolezza, recensiamo ivi, anzi precisamente nelle righe a venire, un’opera avvolgente e decisamente godibile, anche se, per schiettezza e doverosa, certosina obiettività, specifichiamo immediatamente che l’opus in questione, prossimamente disaminatovi, è per esattezza un personale documentario in cinque parti, intitolato giustappunto Mr. Scorsese, diretto con mirabile accortezza, pregiata levità, asciuttezza elegante e sensibilità peculiare da un’ispirata Rebecca Miller in stato di grazia che non si limitò per questa sua sopraffina “creatura” a ritrarre uno dei più grandi registi contemporanei e di sempre con lodabile bravura, bensì lo personalizzò a sua visione pur lasciandone intatto lo spirito autoriale…
Esclusivamente appartenente, ovviamente, a Martin Scorsese (Shutter Island, Gangs of New York), chi sennò, regista che non ha di certo bisogno di superflue presentazioni ma meritava senza dubbio un “portrait” unico e a suo modo quanto mai originale, oltremodo imprescindibile. Or disponibile su Apple Tv+ per la gioia non soltanto dei suoi estimatori ai quali siam noi ascritti in forma ineludibile, orgogliosamente irremovibile.
Mr. Scorsese consta di 5 puntate della durata cadauna di circa tre quarti d’ora e quindi, nella sua interezza, ammaliante, accuratamente, appositamente arzigogolata e con ingegno congegnata, forse leggermente prolissa ma giammai tediosa, ha un minutaggio pressoché corrispondente a 4h e quarantacinque minuti. Ed è un diary movie in cui il regista di capolavori immortali quali Taxi Driver & Re per una notte, confessandosi schiettamente e con molta ironia abbinata alla sua innata classe impari e rinomata, si mette a nudo e sentitamente ci racconta approfonditamente il suo excursus esistenziale, film(ograf)ico e perfino sentimentale. Aneddoticamente svelandoci curiosità inedite, alcune delle quali fin a questo momento rimasteci ignote e con garbo, simpatica onestà anche intellettuale, riferiteci, da Miller un po’ inevitabilmente romanzate e “visualizzate” senza mai scader nella banalità agiografica, bensì con delicata oculatezza “incorniciate” con gusto per le immagini sofisticate, financo d’archivio, allineate, mischiate e inanellate per l’appunto in episodi diversificati, compositi e congiunti dal trait d’union dello scorsesiano, fluviale flusso di coscienza a lui sia congeniale che proverbiale. Si parte con l’episodio chiamato Uno straniero in terra straniera, in originale denominato Stranger in a Strange Land, del quale per convenienza sintetica, sottostante vi riportiamo “pedantemente”, più che altro testualmente, l’assai concisa sinossi immessa su IMDb da noi reputata perfettamente pertinente e non abbisognante d’ulteriori aggiunte irrilevanti.
Cresciuto nel quartiere italoamericano di New York, il piccolo Martin trova rifugio tra chiesa cattolica e cinema, mentre la violenza delle strade plasma la sua giovinezza.
Episodio che dà il la a tal fascinoso viaggio biografico all’interno “meandrico”, forse addirittura doloroso e molto privato d’un regista magnifico, enigmatico, enormemente sfaccettato eppur controverso, sovente osteggiato per la sua “scomodità” artistica, il quale da bambino soffrì d’asma e rischiò di morirne, entrò in seminario ma fu troppo attratto dalle ragazze e dagli inesorabili conflitti della carne durante la sua tumultuosa adolescenza inquieta ma sanamente umanissima per poter prender definitivamente i voti, cosicché con stoica temerarietà, da “sfavorito” (gli americani direbbero underdog e/o outsider), con indomabile forza di volontà, abnegazione e determinazione incrollabili, rischiò il tutto per tutto, imbarcandosi in un avventuroso viaggio spericolato in quel della Hollywood degli anni settanta. Un viaggio che si rivelò fortunoso e progressivamente glorioso.
Infatti, dopo inevitabili, piccoli fallimenti e alcune delusioni da cosiddetta “gavetta” amara, dopo alcuni interessanti, già rivoluzionari e folgoranti cortometraggi sperimentali, il precoce, sì, probabilmente prematuro e affrettato matrimonio con l’ex primissima moglie Laraine Marie Brennan, zio Marty entrò pian piano in contatto con altrettanti ambiziosi registi divenuti leggendari che rispettivamente rispondono ai nomi di nientepopodimeno che Steven Spielberg, Brian De Palma (Scarface), Francis Ford Coppola (L’uomo della pioggia) e George Lucas. Divenendone amico fedele, inseparabile, rispettato professionalmente, assai ammirato e al contempo antagonista speciale. In un interscambio simbiotico, bellamente “agonistico”, costituito d’inventive, supreme registiche rivalità appaiate all’unicità d’una amicale, reciproca stima epocale che persiste da molte decadi indelebilmente. Attraverso le divertite, scanzonate, brillanti, altresì sincere parole di Martin, alcuni spezzoni delle sue tante pellicole, intervallate con frame, diapositive, foto persino in bianco e nero e filmati dell’epoca mostratici, mediante intersecate e apparseci, in attimi topici appositamente studiati da le metteur en scène signora Miller, interviste a loro volta compiute ad Isabella Rossellini, Spike Lee, agli stessi appena citati Spielberg e De Palma, ai suoi “creative collaborators”, ovverosia i suoi maggiori collaboratori, sceneggiatori fra cui in prima linea, quivi, Jay Cocks (L’età dell’innocenza) e Nicholas Pileggi (Quei bravi ragazzi, Casinò), al compianto compositore di molte sue colonne sonore Robbie Robertson e ad impareggiabili attori parimenti diventatigli, nel corso degli anni, amici fidati, fra i quali e fra i tanti naturalmente Robert De Niro (Mean Streets, The Irishman), Leonardo DiCaprio (Killers of the Flower Moon), Jodie Foster (Il silenzio degli innocenti) e Daniel Day-Lewis, quest’ultimo marito della stessa Miller, puntata dopo puntata, assistiamo meravigliati, emozionati e molto empaticamente coinvolti, all’escalation, non priva però, com’è ovvio che sia stato, del percorso di Scorsese director e soprattutto uomo. Un uomo dall’anima complicata e un artista difficile eppur unico e inimitabile, più e più volte sia tanto contestato che universalmente acclamato, oltre che forse tardivamente oscarizzato e davvero in modo intoccabile consacrato, in tal circostanza osservato, scandagliato, forse semplicemente, in maniera documentaristico-diaristica e, giustappunto, parimenti registica, visto e da Miller visionato e rivisto. “Immortalato” e giustamente plaudito. Fotografato, anche in senso figurato, non sol figurativo, permetteteci tal gioco di parole ardito, in questo finissimo e bellissimo “biopic” squisito. Per ogni appassionato della settima arte irrinunciabile e per noi, ribadiamo, grandemente amabile.
Perché guardare Mr. Scorsese
Miller ci guida morbidamente, alla pari della fluidità della macchina da presa di Martin, in tal tuffo nell’intricatezza notevole, affascinante, al contempo perturbante, nella vastità oceanica delle maree emozionali di un regista che dopo il flop colossale di New York, New York, tracollò, crollò, nel vizio della droga cascò e collassò, sfiorando il suicidio e poi rinascendo, neanche a farlo apposta, con la storia autodistruttiva di Toro scatenato. E, giammai domo, seppe genialmente, combattivamente e instancabilmente rinnovarsi, districandosi fra mille e più sue peripezie emotive in congiunzione con le sue prolifiche ideazioni e cinematografiche realizzazioni fantasmagoriche.
Cosa non funziona in Mr. Scorsese
Mr. Scorsese, pur luccicando per sobrietà e ricchezza, risente, come sopra accennatovi e come tutte le operazioni di questo tipo, d’una certa lunghezza che andava scorciata. Inoltre, malgrado sia un pregiato ritratto pugnace e viscerale che zio Marty eviscera e a fondo scava, addentrandosi persino nelle più insospettabili pieghe del suo animo stratificato, decisamente complicato, è un documentario analogo ad altre produzioni simili di stampo “televisivo” che celebrano attori, registi, cantanti e importanti personaggi dello spettacolo. Dunque, giocoforza, per quanto, evidenziamo ancora, non risulti compiaciutamente elogiativo, presenta a tratti dei tratti, scusateci per la voluta ripetizione da parolai amanti del calembour, troppo laudatori. Anche se, in tutta fede, poteva essere altrimenti? Sinceramente, sarebbe stato ingiusto nei riguardi di Scorsese, non lodarne l’incriticabile magnificenza indiscutibile.
D’altronde Scorsese, come tutti gli uomini, fu ed è un “peccatore”, non fu e non è una persona perfetta ma il suo Cinema rarissimamente presenta imperfezioni e “peccati” di sorta. Il suo Cinema non è altri che il riflesso, l’incarnazione e creazione della (sua) vita rispecchiatasi ed effusa nell’arte e perciò può esistere un’arte molto alta, anzi apoteotica, il cui risultato finale non rappresenti intrinsecamente la totale ampiezza d’un vissuto ed esistenza meravigliosamente caotiche, aggrovigliate e spesso anche positivamente sbagliate? Siamo ossimorici o soltanto veri come il Cinema di Martin.
Mr. Scorsese ha un unico neo (e non è quello arcinoto di Bob De Niro) alquanto imperdonabile. Si è dimenticato di Hugo Cabret.
di Stefano Falotico



