MICHAEL, recensione

Jaafar Jackson as Michael Jackson and Director Antoine Fuqua in Michael. Photo Credit: Glen Wilson/Lionsgate
Un agiografico, musicale biopic sensazionale, recitato con brio e ritmato in modo bellamente scalmanato o un esile, seppur pindaricamente variopinto, ritratto di Michael Jackson troppo superficiale?
Son ivi libero da vincoli editoriali, financo “dittatoriali”, forse scriverò bischerate o cose sane e giuste, semplicemente alla mia stramba mente allineate? È una domanda? Sì… anzi no, due domande. Mentirò o sincero sarò?
Oggi recensiamo l’attesissimo, finalmente uscito sui nostri schermi, film “biografico”, intitolato Michael, da non confondere chiaramente con altre pellicole omonime fra cui quella del ‘95 di Jon Turteltaub (Last Vegas) con John Travolta (Face/Off), della quale però ha assurdamente delle insospettabili attinenze, ovviamente incentrato sul compianto e insuperato, leggendario, poi bistrattato, forse scandalosamente calunniato, Michael Jackson. Diretto dal regista della saga The Equalizer con Denzel Washington (quest’ultimo, peraltro già interprete per Fuqua di Training Day per cui vinse l’Oscar come miglior attore e del “remake” I magnifici sette), ovverosia Antoine Fuqua (The Guilty). Che, per l’occasione, adattò la sceneggiatura originale firmata John Logan (Il gladiatore, Ogni maledetta domenica, The Aviator, Hugo Cabret), trasponendola in un acceso, esplosivo tourbillon rutilante e pressoché psichedelico d’immagini cromaticamente avvolgenti ma chissà se appieno convincenti come prossimamente meglio esplicheremo, disaminando il seguente opus più chiaramente. Forse nettamente, cattivamente? Obiettivamente…
Trama, inesistente, enunciatavi consuetamente nei suoi tratti più salienti per evitarvi indesiderati spoiler non necessari:
Sin dall’incipit e dai suoi furenti titoli di testa luccicanti, roboante e ammantato di sibillini squarci visionari, seguiamo passo dopo passo (non sol di celeberrima danza moonwalk–ing) l’excursus professionale, artistico e privato (mica tanto) e l’ascesa al vertiginoso successo di Jackson (incarnato dal vero nipote Jaafar Jackson). Immersi dapprima nell’ostica e povera infanzia di Michael sin ad approdare ai suoi brillanti esordi in campo musicale, canoro e da inimitabile, assai precoce danzatore sia eclettico che bravo in modo ipnotico. Tutti a bocca aperta. Ok, un po’ d’esagerazione? Diciamo, agiografica venerazione smodata e banalità registica davvero sfacciata. I Jackson Five, “educati” dal padre padrone poi forse non così “cattivone” Joseph (Colman Domingo, oramai onnipresente e, coming soon, nel nuovo Spielberg). Il bimbo Michael, insomma Michaelino, è interpretato dal redivivo compositore di musica classica Vivaldi, no, Juliano Valdi. Dopo le prime audizioni entusiastiche, ecco che veniamo balzati all’età “adulta” di Jackson-Peter Pan doppiato con una vocina da castrato. Prima delle storiche ustioni per cui Michael rischiò la vita, poca roba, se non le scaramucce fra lui e Joseph tiranno bastardo. Dopo invece… vai di “playlist”, fra il video epico di Thriller che fu diretto da John Landis e l’esibizione di Bad senza però la regia di Scorsese. Avete capito? John Branca è Miles Teller che recita per modo di dire.

Colman Domingo as Joe Jackson in Michael. Photo Credit: Glen Wilson
Il direttore della fotografia è l’eccelso Dion Beebe e molti passi di danza di Jackson, malgrado il buon impegno di Jaafar, son computerizzati e fake.
Dolciastro sin al midollo, retorico a più non posso, banale come non mai, puerile e cinematograficamente nullo, però non è così brutto come molti vorrebbero farci credere. Forse lo è di più?
Io me lo godetti o forse non mi piacque per niente.

Jaafar Jackson as Michael Jackson and KeiLyn Durrel Jones as Bill Bray in Michael. Photo Credit: Glen Wilson/Lionsgate

Jaafar Jackson as Michael Jackson in Michael. Photo Credit: Glen Wilson
di Stefano Falotico



