IN THE HAND OF DANTE – Complete review

mano dante oscar isaac

In the Hand of Dante. (L-R) Al Pacino as Uncle Carmine and Ibrahim Elouahabi as Young Nick in In the Hand of Dante. Cr. ITHOD Productions Ltd. © 2026.

In the Hand of Dante. (L-R) Al Pacino as Uncle Carmine and Ibrahim Elouahabi as Young Nick in In the Hand of Dante. Cr. ITHOD Productions Ltd. © 2026.

Nel mezzo del cammin di nostra vita ci ritrovammo fra le mani un “selvatico” e indecifrabile film oscuro ché la diritta via del suo regista era ed è smarrita?

Abbiamo soprastante giocosamente parafrasato, mutuandolo, il primo verso della Divina Commedia.

Un’enigmatica e magmatica esplorazione profonda ed eclettica sul poeta sommo per antonomasia, una fiammeggiante vivisezione cineastica, vividamente intrisa d’avanguardismo sperimentale tra la più pura Naïve art e l’autoriale poetica “pittorica”

Oggi finalmente recensiamo l’estremamente affascinante, per quanto probabilmente irrisolto e grandemente imperfetto, sicuramente non per tutti i gusti, La mano di Dante, in originale In The Hand of Dante, nuovo opus di Julian Schnabel (Lo scafandro & la farfalla), presentato purtroppo con scarso successo fuori concorso all’82.a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e da poco, con estremo ritardo, distribuito globalmente su Netflix. A nostro avviso, invece è una pellicola estremamente meritevole, financo necessitante quanto prima d’una seconda (re)visione, altresì è impegnativa, certamente scombiccherata e troppo sofisticata ma non andava, rimarchiamo, a differenza di quanto frettolosamente avvenuto, liquidata altezzosamente da parte di molta erronea intellighenzia critica presente alla scorsa succitata kermesse, superficiale e forse non pronta ad accoglier gradevolmente tal stranissimo “oggetto” filmico non categorizzabile, eppur pregevole, sospeso com’è infatti tra il “falso” esser un ritratto documentaristico e un sublime solipsismo eccentrico indubbiamente, a prima vista, respingente. È un film infatti talmente sfaccettato, contortamente “concertato” e da Schnabel stesso originalmente sceneggiato in collaborazione con Louise Kugelberg, rielaborando a modo proprio la novella omonima dello scrittore Nick Tosches, scevro da qualsivoglia filtri e/o compromessi produttivi, da lui totalmente congegnato in modo, sì, ermetico, al contempo assai brillante, innestato su una sorta di flusso di coscienza ininterrotto e soprattutto balzano e all’unisono magnetico, da risultar od esser rivelatosi, in maniera paradossale, pasticciato e sconclusionato. Tutt’altro. Nelle righe a venire, lo analizzeremo nei dettagli, esponendo le ragioni per cui a noi è piaciuto parecchio, avendoci, dal primo all’ultimo minuto, ammaliato bellamente e con gran soavità imprigionato nella sua malia e magia visionarie davvero irresistibili.

La mano di Dante dura la bellezza… considerevole di centocinquantatré minuti alternati fra un bianco e nero suadente e furenti colori corruschi, pregni di morbidezza fotografica dalla sfavillante lucentezza e beltade adamantina. Trama, invero pressoché “inesistente, perlomeno all’apparenza, specialmente allestita su arabesche, strambe, figurative sensazioni immediate, squarci lirici mescolati a perenni frammenti narrativi giocati sull’onirismo e l’evocar, profondere tenuamente e con indubbia eleganza suggestioni delle più visceralmente variegate. Ivi ci limiteremo a un’assai sintetica sinossi per evitarvi spoiler nuocenti alla visione e in seguito enunceremo, in ordine di apparizione, i principali attori impersonanti gli strampalati, rispettivi personaggi che punteggiano tal film assolutamente da non perdere: All’ombroso, altresì intellettuale fascinoso ed esperto studioso dell’opera magna par excellence firmata Dante Alighieri, ovvero Nick, viene commissionata l’ardita, stimolante e pericolosa missione di recuperare l’originale manoscritto della suprema, inestimabile Divina Commedia da parte d’un sedicente, losco collezionista d’arte, invero un bieco mafioso di nome Joe Black. Nick s’avventurerà, dapprima accompagnato dal terribile sicario e riscossore di debiti Louie, in un “allegorico” viaggio sorprendente non sol all’interno della più rustica e violenta Sicilia, bensì perfino mentalmente immaginifico e sognante ai confini più meandrici del suo beato “inferno” umano in terra e altrove. Nella sua immaginazione… Ascenderà al paradiso… della catarsi redentiva del suo animo tormentato? Forse, Nick si reincarnerà perfino idealmente in Dante stesso, sovrapponendosene nei suoi deliranti sogni entropici, parimenti ad altri uomini e donne sdoppiati e incorporatisi in storiche e/o fittizie figure appartenenti in toto all’universo dantesco o lambenti i gironi della mirabolante fantasia lirica e lisergica.

Oscar Isaac (Il collezionista di carte, Frankenstein) è Nick Tosches/Dante.

Al Pacino (Scarface) è l’anziano e “saggio” zio Carmine.

Gerard Butler è il killer strozzino Louie & Papa Bonifacio VIII.

John Malkovich (Con Air) è il cupo e sinistro Joe Black.

Paolo Bonacelli (Johnny Stecchino) è lo scopritore della Divina Commedia, alias il prete innominato di Alcarno.

Franco Nero è il vecchio boss malavitoso Don Lecco (da giovane interpretato da Lorenzo Zurzolo.

La magnifica Gal Gadot (Heart of Stone) è la sposa che fu di Dante, vale a dire Gemma Donati, da non confondere ovviamente con Beatrice, e l’amante ravennate di Nick, chiamata Giulietta.

Martin Scorsese (The Irishman) è Isaia/Giacobbe.

Jason Momoa (The Fall Guy) è l’investigatore sui generis Rosario. Per meglio dire, un affiliato dei Lecco e pericoloso “approfittatore” senza scrupoli.

Nell’eterogeneo cast, compaiono fra gli altri (non staremo ad elencarli tutti per questioni ovvie) anche Claudio Santamaria (Il falsario) nelle vesti del direttore archivista del museo di Fabriano, Louis Cancelmi (Killers of the Flower Moon, La sposa!) e la versatile, sempre più internazionale Sabrina Impacciatore come Susanna Pulice, mentre Mefistofele è Benjamin Clementine. Quest’ultimo anche compositore della colonna sonora.

Comprendiamo bene che un film così possa aver deluso e spiazzato la maggioranza degli spettatori e critici non sol all’epoca presenti al Lido. Che, come dettovi e or ribadito, subì una freddissima accoglienza quando fu presentato in mondiale anteprima veneziana. È un film di certo “incasinato”, folle, un continuo delirio senza capo né coda. Ed è questo il suo bello. Non è per nulla ascrivibile a un genere preciso, tantomeno assomiglia al 90% dei film odierni, spesso realizzati col cosiddetto stampino, omologati e piattissimi. La mano di Dante richiede un considerevole sforzo intellettivo e soprattutto non cerca facili consensi istantanei. O se ne sale a bordo, fiduciosi e pronti a sfidar e affrontar l’ignoto misterioso che dinanzi ai vostri occhi si paleserà fin da subito oppur lo si rigetta immantinente in tronco e per l’appunto, banalmente, lo si stronca a priori. Isaac inquieta e ci cattura per via del suo oramai famoso sguardo ambiguo e luciferino, Gadot con la sua avvenenza stordisce ed è impari, la sua prova è altrettanto lucente anche se onestamente il migliore di tutti è un Butler incontenibile. Debordante indimenticabilmente. Schnabel s’affidò stavolta alle cangianti luci del cinematographer Roman Vas’janov (Triple Frontier) e compì un’oculata scelta pienamente azzeccatissima. Dirigendo senza regole ma di getto come se stesse dipingendo uno dei suoi tanti quadri impressionistici e postmodernistici cubisti. Che coraggio, chapeau!

Effettuatene le lodi, dobbiamo anche con franchezza ammettere che la seconda parte è ostica oltremodo, decisamente lenta e soporifera. Dilatata in maniera eccessiva. Dunque, perde in compattezza e La mano di Dante si dilunga in siparietti estetizzanti fuori luogo. Sarebbe stato meglio scorciarlo non poco. Ciononostante, La mano di Dante conserva in modo integro la sua unicità corposa.

In conclusione: un film forse non combaciante, in senso metaforico, col Paradiso ma ben oltre la medietà della zona di limbo del Purgatorio.

 

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