Pasolini, recensione e trailer italiano

di Davide Eustachio Stanzione

Pasolini Dafoe

Il Pasolini di Abel Ferrara è un film fosco, meditativo e assorto nella nube dei suoi stessi pensieri e grovigli d’immagini (dissolvenze incrociate, frammenti di Petrolio e Porno-Teo-Kolossal), incredibilmente catatonico e sommesso. E lo stile di regia che Abel Ferrara ha fatto indiscutibilmente suo negli ultimi anni, distante e quanto più possibile impersonale nonostante i suoi marchi di fabbrica restino comunque marcatissimi (si pensi a Welcome to New York), calza come un guanto alla sua raffigurazione di Pier Paolo Pasolini: un’ombra, o meglio, il sogno di un’ombra, per rubare un’immagine al poeta greco Pindaro. Evanescente, disincarnato, interpretato da Dafoe in modo quasi metafisico, con accento inglese molto forte e un lavoro sull’esilità della voce di PPP che non è stato neanche abbozzato o tentato.

Tutti pregi, tutte illuminate licenze, tutto voluto, come qualcuno si ostina a voler credere? Non proprio. Perché Pasolini, in nove casi su dieci, confonde l’atarassia con l’assenza di spessore: estetico, cinematografico, morale. Che si traduce a sua volta in un torpore privo di interesse, in una placenta uterina dentro la quale Ferrara si muove sonnacchioso e stando attendo ad arretrare, a non rischiare, a scansare magagne, con sonore cadute (Scamarcio e Davoli) e velleità imbarazzanti (gli inserti con le opere sopraccitate e incompiute). In mano ad un Abel Ferrara dei tempi d’oro che fosse realmente ispirato, il film poteva diventare una rilettura di Pasolini davvero vampiresca e non così sbiadita, piena di contrasti e dissidi interni, scandalosa e scomoda come PPP non poteva fare a meno di essere. E invece i passaggi più problematici della figura di Pasolini sono consapevolmente evitati e ciò guasta l’onestà dell’operazione, perché Pasolini non era un santo né il santino che il veltronismo (ma non solo, pare) vorrebbe proporci ancora oggi. E di cose non solo non accomodanti ma anche potenzialmente orrende ne ha dette e scritte pure lui. Si veda a questo proposito il discorso sull’istruzione obbligatoria, eccezionalmente presente nel film.
Un’opera regressiva in tutto e per tutto, dunque, che poteva giocarsi la totalità del suo fascino sull’arco temporale ristretto, nel quale addensare le ombre, il genio e le controversie di PPP. E invece non è nemmeno in grado di rendere giustizia alla dimensione privata e familiare di Pasolini, bozzettistica come non mai. Un fallimento. Per me dolorosissimo.

 

 

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