Twin Peaks, ancora recensiamolo

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Non so a che punto siamo arrivati, non tengo conto della sua magnificenza “seriale”, anche perché questo “lavoro” di Lynch assomiglia sempre più al suo desiderio d’incapsulare, “spezzettate”, tante storie in un unico, grande lungometraggio di diciotto ore. La bellezza spaurisce, così come il mondo si rivela in tutto il suo candido splendore nei giochi di un bambino con la madre e poi, all’improvviso, come sotto gli effetti della magia nera, l’equilibrio armonico si rompe, viene violentemente distrutto da una morte orribile. Questo è Lynch, l’allineamento incarnato della variabilità della bellezza, delle sue “suscettibilità”, degli estemporanei momenti lirici, di contemplazione paradisiaca, alternati tosti ad attimi di accecante orrore. Perché l’orrore fa parte del quotidiano, sebbene vogliamo sempre abbagliarci di cose belle e piacevoli, che non ci disturbino. Ed ecco allora spuntare un altro segmento disturbing, quello del nano che uccide le donne “a mani nude”, con un punteruolo “tritaghiaccio”.

Così, mi risveglio in un’altra mia giornata altera, atea, meditativa fra un cappuccino e il bermi i pensieri fradici della mia vita disossata, fradicia, giustamente diversa. Nell’alienazione “stranger” mi allieto, lauta-mente mi disinibisco ed esprimo me stesso, combattendo le atimie del mio carattere impervio, nella tempesta dei miei ormoni saltellanti umorali mi diagnostico posizionato in una dimensione surreale, ove davvero mi rendo completo. Sì, in Lynch, guardandolo, esplorandolo, ammirandolo, proiettandomi, in esso piroettando, trovo completezza, lo specchio “distorto” della mia anima che in Lui si riflette orgogliosa di essere (in me) tale.

Una merda di piccione cola (de)cadente dal cielo non piovente e insozza la mia macchina, schifandomi un po’. Ma la pulizia della mia machine è anche la “bruttura” di una cacca sciolta, di una diarreica evacuazione di uccello. Discrepanza, dissolvenza in nero, una guida turistica del mio passaggio nella vita. In questo strambo, delirante paesaggio. Un altro assaggio, altra mesmerica immersione cheta, poi arrabbiata, quindi lynchiana. In David mi “lincio” e accarezzo poi le linci.

di Stefano Falotico

 

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