Della situazione sociale dei giovani e anche della mia condizione non più asociale

Dustin Hoffman

Dustin Hoffman

Sebbene ancor tentenni, la mia vita da meno paure è attanagliata. E le fragilità di trascorsi per me spiacevoli si stan diluendo in una rilassatezza maggiore. Ma non una rilassatezza del tutto acquietata. Un certo grado d’inquietudine, credo, mi tormenterà sempre. È la mia natura sempre curiosa e indagatrice a non farmi assestare su perfette stabilità. E forse nemmeno le vorrei, perché smarrirei l’io mio profondo, che non si attenua a cercare risposte. Ma quest’eterna, pedissequa, continua incertezza, se un tempo era cagionatrice di forti malesseri interiori, adesso si è “metabolizzata” in una maggiore consapevolezza di me stesso che, come tutti, fa parte inevitabile del mondo. Ce ne si può estraniare per un po’ o per molto, lo si può schivare, adombrarsi, per troppe rabbie adontarsi e incappare semmai negli errori inesorabili di apparire davvero mezzi matti per colpa di essere troppo di emozioni erranti. Sì, sono uno che tutt’ora tiene tutto dentro ma questi sentimenti, da me elaborati, guardati con più oculatezza, con meno timore nell’osservarli per la loro forza “spaventosa”, sì, perché le emozioni sono il concentrato spesso di troppe energie, positive e anche negative, e le energie impauriscono perfino sé stessi, ecco… questi sentimenti sono più sinergici. D’altronde, viviamo di dinamiche, di scontri col prossimo, di attriti, di resistenze in questa variegata, mutevole esistenza. E non dobbiamo dolerci a vita se, incompresi, verremo respinti. In noi sta la coscienza umana e gli uomini che non si sono arresi faticano ad accettare i compromessi. Ah ah. Sì, qui deliro, ma ci sta. Fa parte della strampalataggine del mio essere e dunque non essere. Nella vita mi tesso, alla faccia dei fessi. Oggi di organica trama, domani come in un film di Lynch, senza “storia”.

Ma, orbene, guardiamoci in faccia. I giovani, checché se ne dica, molto bene non stan messi. Stamane, dalla radio di un bar, sintonizzata sul solito programma di beceri luoghi comuni, “udii” delle pettegole donnette parlare dei giovani. Accusandoli (ah, ci risiamo con le facilonerie) di essere dei bamboccioni che, per “comodità”, anche a sopravvenuta maggiore età, vivono coi genitori, facendoli penare. Ma il problema non sono i maggiorenni con mamma e papà, sono quelli che di età ne hanno il doppio e ancor non si “sganciano?”. Io invece credo che il problema non siano i giovani, ma la società. Abbiamo creato una società sempre più assurda, che tanto getta fumo negli occhi quanto poi, alla verità dei fatti, è ripiegata nelle solite, vetuste schematicità che tanto poco si allineano al cosiddetto progresso gridato e sbandierato, illusorio. In Italia il sapere falsamente s’istituisce e si creano sin dalle elementari delle gabbie mentali a base di “pappardelle a memoria” e van(es)i pezzi di carta che, in fin dei conti, sono soltanto credenziali facete e ipocrite. Ma ha sempre funzionato così, e quindi forse sarebbe giusto attenersi a quest’andazzo istitutore, appunto, di una società retta, ah, i rettori e le vi(t)e rette, da regole fallaci, da pedagogie e da tutor delle anime?

Insomma, il mondo si divide fra chi ha i tutori e chi ha un tumore. Ah ah. Ed è la società stessa tumorale, escrescenza malata di propaggini virali che inquinano la purezza sognatrice dei giovani battenti bandiera forte e coraggiosa. I loro sogni spegne e li annichilisce in quell’oscena catena di montaggio da cui, fortunatamente, le menti più vive e anche più complicate scappano, sulla base di un’integrità morale e psico-fisica che non intendono corrompere. Tanti specchi per le allodole, tante finte promesse, ma qui manca il pane quotidiano e di “pene” inneggiano tutti e tutte. In una società ove primeggia nei discorsi banalotti il solito sesso e in cui, se non fai lo stronzo come tutti, ti tirano pesanti sassi.

Io non sono un idealista, ma un sofferente realista. E in questo realismo trovo la poesia del vivere sapendo cos’è la vita. Oggi sbaglierò ancora, domani no(i), ieri tante cazzate commisi. Ma, in fondo, siamo umani e siamo, nonostante tutto, giovani. Che poi… ci sono i giovani vecchi, quelli che a trent’anni ragionano come ne avessero sessanta, sono maligni verso il prossimo e moralisticamente sono più tromboni degli zoccoli duri di mentalità vecchie come il cucco di ottuagenari rincoglioniti.

Con questo, che voglio dire? Voglio dire che ai vostri sogni dovete ardire e non dalle superficiali etichette farvi ardere. Brucerà a chi vi vuole male ma, si sa, niente dà più fastidio ai cattivi che vedervi serenamente viv(ent)i. Eh sì, siate di Ratso RIZZO. Ah ah!

di Stefano Falotico

 

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