The Punisher, quando la brutalità diventa poesia

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Ebbene, spero tutti abbiate goduto della serie Marvel The Punisher e, se non l’avete ancora fatto, riparate al danno e provvedete subito. Potrete gustarvela nella sua romantica tetraggine su Netflix, e accorretene prima che possa passarvi di testa.

Non tutto è filato liscio, come sovente accade, e i difetti, vistosi e numerosi, però non scalfiscono quella che è una serie decisamente riuscita, che ha centrato ancora una volta il suo primario obiettivo. Intrattenere con una messa in scena perfettamente delineata in inquadrature studiatissime, meticolosamente bilanciate con ossessivo puntiglio elegante laddove, paradossalmente, scoppia la furia entropica all’improvviso, come detonazioni “terroristiche” (e chi l’ha vista sa a cosa alludo…) nel bel mezzo del caos calmo, puntellando un intreccio un po’ farraginoso che però splendidamente si compie alla fine lineare grazie ai picchi violenti d’una vertiginosa poesia diluita nei “contenuti” grafici all’apparenza eccessivi e disturbanti. Momenti di assoluta pacatezza, anche noia, ammettiamolo, intervallati poi da repentini “scrosci” sanguigni a squarciare i silenzi, ove l’azione diventa fulcro esso stesso narrativo e saltano le coordinate di una storia che, nei suoi bellissimi cliffhanger, appassiona e ci ha ipnotizzato nella figura enorme del suo anti-eroe, Frank Castle, spuntato non solo dai fumetti ma da tutto un immaginario da anni settanta, tritati nei sotto-testi immersi vividamente nella sua personalità continuamente erosa, sbucciata nell’animo, un uomo che ha fatto della resilienza, degl’ingiusti traumi patiti, l’apoteosi dei suoi slanci vitali incastonati nella ruvidezza rabbrividente delle sue “animalesche” movenze. Frank ascolta Springsteen, il poeta degli oppressi, di chi mai si arrende, e l’ascoltava ancor prima che la sua mente venisse trivellata da colpi su colpi in un micidiale, titanico gioco al suo massacro emotivo. Ma non è morto, avanza spettrale nel suo corpo atletico e mastodontico, coperto dalla sola maschera della sua nudità, evanescente ectoplasma in una società che martoria le verità e le seppellisce dietro le burocrazie bugiarde di agenzie segrete e/o governative che gridano vendetta. Non è neanche del tutto simpatico, Frank, è brusco, irruente, non molto educato, eppur sotto quella scorza da duro invincibile, nella sua irredente, felina “mostruosità”, è appunto l’eroe per cui si tifa fervidamente. Perché punisce solo i vigliacchi, non ammazza mai gli innocenti, difende la legalità, rispetta nel suo imbattibile codice d’onore gli indissolubili patti d’amicizia e non solo, trasgredendo le regole quando le regole non servono a niente e non si potrebbe agire diversamente per scuoiare il vero e far sì che emerga in tutto il suo disumano imbroglio. L’amicizia, virile soprattutto, per lui è tutto, lo vediamo nel complice, stupendo rapporto che ha con quello che diventa il suo compagno di “merende”, lo vediamo nei confronti del suo ex commilitone, la cui gamba è stata amputata e che usa una protesi per continuare a camminare nel buio dell’orrore di kurtziana memoria, anche se come sappiamo non vi è protesi per le ferite non più rimarginabili delle anime spezzate. Ed è delicatissimo con la donna del suo amico, in un ennesimo, dimostrato patto di fedeltà che non gioca mai di slealtà, che si fa poesia intima delle contraddizioni enormi del suo sofferto e sofferente cuore.

Dicevamo… ci sono anche i difetti, certamente. Innanzitutto, non scordiamolo mai, è una serie che non ha ambizioni “artistiche”, potremmo dire, e il suo intento è esclusivamente quello di avvincere e inchiodare lo spettatore. Dunque, qualche volta sbanda di qualche superficialità. E la sceneggiatura inevitabilmente presenta, nella lunghissima durata dei suoi tredici, “interminabili” ma appetitosi episodi, più di un buco, non tutti i conti tornano e rimangono, dopo la visione, delle questioni irrisolte, ci sono dei raccordi troppo sbrigativi e i dialoghi non sono sempre all’altezza della tensione drammatica. Alcuni personaggi, forse, sono tagliati troppo con l’accetta, e cito ad esempio quello che si può considerare il puro, totale villain di questo The Punisher, vale a dire il mefistofelico, mellifluo e insopportabile, agghiacciante Billy Russo, incarnato da un Ben Barnes eccellente, l’attore più che mai adatto per uno stronzo di questa portata smisurata. E, probabilmente, la figura quasi onnipresente di Madani è certo fascinosa e di bella presenza ma non affatto compiuta, troppo ambigua, in gergo critico potremmo dire che è un personaggio fragile, in ogni senso lato e non, “cinematografico”, debole proprio come character. E non si entra quasi mai in viva, comunicante empatia con lei. Insomma, nonostante due dei protagonisti centrali non siano perfettamente compiuti, la serie però scorre liscissima, sbavata ma alla fine compatta e coesa nelle stringatezze dell’action di oggi nel senso migliore del termine, secco, senza retorica, fiammeggiante. E una volta terminata ci va davvero di rivederla, episodio dopo episodio. Quindi è promossa alla grande.

Nota conclusiva naturalmente per Jon Bernthal. Dopo tanti ruoli “inutili”, dopo essere stato il figlio scalognato di De Niro ne Il grande Match, dopo essere apparso in Sicario e The Wolf of Wall Street senza però farsi notare più di tanto, qui appare decisamente trasformato e trova finalmente il ruolo della consacrazione. Ha il physique du rôle nonostante il Punitore dei fumetti aveva ancor più muscoli e una faccia esageratamente più rocciosa, e la sua recitazione, tutta scatti e occhi poi malinconici, non poteva essere migliore. E forse nessun altro attore, almeno al momento, poteva essere The Punisher se non lui.

Bernthal è l’uomo giusto, sì, colui che ha il viso rugginoso, burberamente allineato alle emozioni crespe che trasudano, gocciolano fosche di brutale poesia.

 

 

di Stefano Falotico

 

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