Black Mirror, quarta stagione: USS Callister, recensione e trailer(s)

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Ebbene, oramai la Black Mirror mania sta spopolando anche da noi e questa serie antologica, composta da micro-film, ovvero mediometraggi non “concatenati” ed episodici ma dotati di una chiara, compiuta propria autonomia, potremmo dire auto-conclusivi, in cui in ogni “film” si racconta una storia a sé stante, con un preciso inizia e una fine, è oramai parte del patrimonio cinefilo di ogni sofisticato amante di vicende surreali eppur così tremendamente reali, perché in Black Mirror, come sappiamo, si “narrano” e sviluppano tematiche che hanno il comune denominatore della tecnologia moderna e di come essa, anche involontariamente, stia influenzando così tanto la nostra vita di tutti i giorni che non possiamo distinguere più ciò che è vero da ciò per cui questo progresso allucinato e velocissimo, condizionandoci, ci sta plagiando nella sua eXistenZ, sì, perché Black Mirror, con tutte le sue molteplici variabili, col suo gioco raffinato di ambigui specchi filosofico-etici, è certamente apparentato alle cronenberghiane premonizioni futuristiche sulle quali il maestro della nuova carne da sempre, in maniera squisita e melliflua, ci ha messo in guardia.

Ecco, che la nuova stagione parte infatti in quinta, memore della lezione di Cronenberg, con questo spettacolare, divertente e inquietantissimo USS Callister.

Fin da subito, dalle vintage immagini grottesche e coloratamente mirabolanti e demodé, estrosamente veniamo immersi in un’avventura da “flotta spaziale” ai confini della realtà, che strizza l’occhio in modo bizzarramente spassoso all’universo di Star Trek. Ecco un capitano senza macchia e senza paura con la sua “ciurma” di fedelissimi, e veniamo catapultati nello spazio-tempo di Infinity, il gioco di realtà virtuale creato dal suo geniale, avanguardistico programmatore, lo stralunato, sfigatissimo Robert Daly, nerd capoccione direttore di un’azienda dei sogni più reali della vita “vera”. Vessato e bullizzato dai colleghi, Daly apparentemente sembra soltanto un genio tanto bravo con la “matematica” dell’informatica quanto imbranato e fuori posto nel mondo quotidiano, ove è lo zimbello di chiunque. Arriva una nuova segretaria che però si complimenta con lui per aver reso possibile ciò che prima era soltanto una fantasia che pareva irrealizzabile. Forse la ragazza è infatuata del nostro “sfortunato” eroe. Ma non sa tutta la verità. Sì, Daly non è il buono che sembra, e infatti è interpretato da Jesse Plemons, l’incarnazione vivente dell’informant Matt Damon, la sua versione enigmatica e cattiva, sinistra e oscuramente misteriosa. Daly non ha solo creato questo videogioco straordinario, ma ha per lui stesso realizzato una versione assolutamente personale in cui, rubando e usando il DNA della gente che lavora con lui, ha riprodotto “in scala” un mondo fiabescamente spettrale in cui lui è il capitano di una navicella spaziale e i colleghi che gli stanno antipatici sono i suoi servilissimi “prodi”, ai servigi del suo Dio punitore, temibile e spietatissimo. E, se qualcuno osa ribellarsi al suo titanico, spaventoso potere, lui li tortura e infligge loro pene durissime. Insomma, Daly, fa sì che attraverso questo gioco possa violentemente rivalersi delle umiliazioni che nel mondo reale subisce ininterrottamente. Anche la segretaria diviene dunque sua “schiava”, ma sarà lei a opporre subito resistenza e a incitare e convincere gli altri a detronizzare il “mostro”. Da qui una puntata piena di trovate, corroborata dalla più incantevole inventiva.

Ancora una volta, una storia che ci porta a riflettere. Perché Daly, alla fine, verrà soffocato e “morirà”, la sua cattiveria sarà vendicata nella maniera più perfida. E rimarrà per sempre imprigionato dalla sua stessa aberrante genialità. Perché si è spinto oltre, perché ha azzardato troppo, perché ha superato i limiti proprio dell’umanità… in senso anche lato e metaforico.

Daly è spaventevolmente uno di noi, o forse il babau all’apparenza insospettabile dei nostri incubi peggiori, la doppia personalità da Dottor Jekyll e Mister Hyde, un Frankenstein della giostra degli orrori, pronto a tutto pur di sfuggire a un mondo che tanto gli ha dato onori e gloria per la sua elevata intelligenza quanto nel concreto è poco adatto alle sue limitatezze caratteriali, alla sua patetica fallacità, un mondo in cui è allo stesso padrone e re quanto burattino nelle mani di chi deride la sua imbranataggine.

Insomma, la morale è facile, non c’è bisogno che ve la spieghi… siamo tutti pedine delle nostre anormalità sotto la veste della più anonima, ridicola, orripilante “maschera”… siamo i creatori delle nostre illusorie, fantasticate gioie, quanto gli artefici al contempo delle nostre umane deformità, delle nostre oscene malvagità, delle nostre abiette piccinerie.


di Stefano Falotico

 

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