True Detective 3, recensione dei primi due episodi

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Ebbene, c’era grande attesa per il ritorno di una delle serie antologiche più amate degli ultimi anni, ovvero True Detective. Dopo la fastosa e irripetibile grandezza della prima stagione che, appunto, generò la true detective mania ed elesse in gloria il suo ardito creatore Nic Pizzolatto, elevandolo subito a genio incontestabile per aver dato vita, con la sua sceneggiatura nichilistica e profondamente dark, a ipnotiche atmosfere rarefatte di suadente potenza emozionale, dopo la consacrazione del suo straordinario protagonista, Matthew Conaughey che, con la sua eccezionale incarnazione dell’oramai leggendario Rust Cohle, visse un insuperabile anno mirabile, in concomitanza peraltro con la sua vittoria dell’Oscar per Dallas Buyers Club,  dopo la parzialmente deludente, forse fiacca e monotona stagione due con Colin Farrell e Vince Vaughn, eravamo tutti indubbiamente molto curiosi di assistere alle nuove, spericolate prodezze appunto partorite dalla fervida mente del suo poc’anzi menzionato “anfitrione” Pizzolatto, qui al suo terzo banco di prova.

Ecco, è ancora assai prematuro, in attesa che pian piano la HBO a puntuale scadenza settimanale rilasci gli altri episodi, poter avanzare giudizi entusiastici in merito a questo True Detective 3.

Quello che possiamo certamente affermare, dopo aver visto soltanto i primi due episodi, è che Pizzolatto, ottimamente servito dalla consueta regia malinconicamente plumbea, notturna e pallidamente ombrosa di Jeremy Saulnier (Hold the Dark), ci ha già riportato indietro con la memoria alla prima, succitata, acclamata stagione. Stagione forse non priva di difetti ma, come detto, fenomenica e probabilmente anche fenomenale.

True Detective 1 era un cupissimo noir ambientato nelle paludi della Louisiana. Sorretto, ripetiamolo, dalla performance travolgente d’un McConaughey in stato grazia, ottimamente affiancato da un altrettanto bravissimo Woody Harrelson, servito dalla regia fluidamente portentosa di un Cary Fukunaga parimenti ispirato, innestato sull’indagine di misteriosi, macabri omicidi perpetrati ai danni di giovanissime innocenze da parte di una micidiale setta satanica. E, nella superba mistura fascinosissima d’una detection intrecciata all’imponderabile natura sovrannaturale, magneticamente torbida e spettrale della vicenda, al di là di qualche trascurabile grossolanità, come già rimarcato, rimarrà indiscutibilmente una pietra miliare della televisione migliore. E della tv che, al suo zenit, si fa grande Cinema.

La stagione due invece, forse però criticata oltremodo, è stata un hardboiled decisamente claustrofobico e ripetitivo a cui non giovarono affatto i continui cambi di registro e di regie. E, per via della sua sin troppo scontata linearità e a causa della sua ambientazione metropolitana sicuramente affascinante ma povera di respiro, deluse non poco le aspettative.

Qui, Pizzolatto, torna a un setting più selvaggio. Siamo nell’altopiano di Ozark e, infatti, alla fine dell’episodio uno echeggia la voce rocciosamente, magicamente melanconica e ruvidamente cristallina di Just Dropped In (To See What Condition My Condition Was In) firmata da Mickey Newbury, reminiscente dell’incendiario Bruce Springsteen (il suo album Nebraska docet), e veniamo immersi tra gli anfratti montagnosi, desolati e boschivi d’una sperduta cittadina anonima.

Un bel giorno, anzi, sarebbe più appropriato dire, in una serata apparentemente tranquilla, un padre di famiglia divorziato, un po’ scalognato e teneramente abbandonato a sé stesso, Tom Purcell (Scoot McNairy), si mette alla ricerca dei suoi due figli piccoli, fratello e sorella. Che si erano allontanati per fare un giro in bicicletta, gli avevano promesso che avrebbero rincasato per le cinque e mezza de pomeriggio e invece, a tarda notte, ancora non si sono fatti vivi e paiono essersi sperduti nella foresta. Eclissatisi nella luna piena di un day indimenticabile oramai tramontato nel buio più maledettamente stellato. Al calar tenebroso dello stesso giorno, 7 Novembre del 1980, in cui è morto il mitico Steve McQueen.

Due investigatori del posto, in pattuglia a perlustrare la zona, il granitico e ieratico Wayne Hays (Mahershala Ali) e lo sbruffone Roland West (Stephen Dorff), vengono avvertiti della scomparsa dei due bambini e subito cominciano a indagare in merito alla scioccante sparizione.

Dopo qualche interrogatorio, molti dubbi e alcune conoscenze forse centrali per la loro stessa esistenza, scoprono la verità. O meglio, Wayne Hays decide di volerci immediatamente vedere chiaro e, in tutta intrepida solitudine, inizia istintivamente a seguire una pista personale, inoltrandosi nel bosco. Dopo uno spaurito, tremante e al contempo incalzante suo peregrinare nella boscaglia, scopre il cadavere del bambino scomparso, incagliato in un giaciglio fra le rocce. Non però quello della sorella, della quale invece non c’è traccia.

Sottolineiamolo, è ancora prestissimo per potersi sbilanciare ma sin ad ora True Detective 3 funziona parecchio. Anche se è una “copia” della stagione 1. Tra flashback, inquadrature sui volti in macchina dei due detective e interviste per tentare di elucubrare, anatomizzare e ricomporre in analessi e flashforward lo scandirsi degli eventi trascorsi e futuri.

La prima mezz’ora del primo episodio, inoltre, avvolta dalla calda fotografia di Germain McMicking, ricorda non poco le suggestioni atmosferiche del fincheriano Zodiac.

Strepitoso Ali. Qualche dubbio invece su Dorff, bellissima, ça va sans dire, Carmen Ejogo.

Ma siamo soltanto all’inizio. Vedremo se True Detective 3 manterrà le validi premesse e promesse.

di Stefano Falotico

 

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