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“Sin City”, recensione

Marv, il grande Rourke!

 

La mia peccaminosa città (pro)fuma di polvere, sudore, istinto, scimmie stupende e primordiali, investigativi scismi


Cosa sono i fumetti? Vituperati dalla “cultura alta”, ripudiati proprio a man bassa da chi ha “elevato” la fottuta intellighenzia a “metro” di “valori” validi quanto la pornografica visione sbiadente e rigida ch’obbedisce, “abbellita” da “priorità inappellabili” reputate lapidariamente “giuste”, insindacabilissima nel prostrarsi, inver funerea ed erronea d’ideologia stolida, per l’inchino ammansente dell’immolata coercizione mentale, ch’ostruisce gli orizzonti fantasiosi dei creativi, stupefacenti mutamenti dell’anima.

Anima noi ti nutriamo di sogni a incendiarci, bruciamo d’ansietà nell’avvolgerla come “sonnambuli”. Di nottambulismo oscillanti, sì, fieri del mai aderire ad “adattamenti” così sa(l)v(ific)i. Ornamentiamo proprio il nostro apparente incupirci per spiare il Cuore intrepido del combattimento all’ottusità oscurantista. Permeiamo le nostre “nottatacce” dentro un mescolio che vuol orgoglioso crogiolarsi fantasticamente “superfluo”. Non è vuoto, è assoluto!
In tal “inezia”, così come voi la giudicate, modelliamo un’inappagabile implacabilità adorante della Luna. Noi, figli del firmamento stellato, di galassie planetarie a orbite neuronali “impazzite” nello sguazzar avidi anche sol del solarissimo sparirci enigmatici, flessuosi d’acu(i)to splendor sobrio. Trascendente, onirico e decadente, “disilluso” come i personaggi “ispidi”, maleodoranti, primigeni e “barbarici” di questa “lurida” e anche ludicissima sin city…

Marv scopa di ma(so)chismo Mickey Rourke, la maschera (s)truccata del suo volto “coperto” non è altro che la mai rimarginata ferita del Mickey ferin a se stesso. Attore di razza, generatosi nell’Actor’s Studio, esordisce con Cimino, che poi per un po’ lo glorificherà in altri capolavori “misconosciuti” oggi invece ammorbati da questo bieco, opaco Tempo viscido in cui la memoria della Bellezza plumbea è stata dissolta dalla grigia estetica platinata, “issata” alle frivolezze edoniste del “pagliaccesimo” tanto “moderno” quanto tetro nella sua “brillantezza” oscena. Chi siamo se non spettri (in)saturi nelle fotografie svabate, piovigginanti?
Pugile “fallito”, scrittore di sceneggiature sciatte, “guitto” in partecipazioni straordinarie dai camei notevoli, occhi corrugati a metallo rugoso dei suoi ventricoli nervosi. Romantici come un noir “imbevuto” di atmosfere blade runner… Mickey nostro Marv. Ne siam innamorati!
Marv lagrima la sua sagoma “gobba” e deforme, d’ipertrofia muscolare tanto ruvida quanto “cancerogena” come un’anima incancrenita in eterno, tenerissimo carcere. Sconta la sua p(i)ena, torna “melodioso” in libertà ma non si calma, “inebetito” da fiumi di rabbia sorseggianti il proprio “sgorgarsi” a “rutto” della più primitiva “bestialità” torrida. Una “mummia” che fa paura, claudicante gigante(ggia) fra i nani di tal insolito giallo, sguinzaglia la b(r)iglia sciolta d’un commovente strazio interiore oramai dann(eggi)ato a vita. Come dev’essere ed è infatti Mickey Rourke. “Santificato” da Liliana Cavani, “Michelangelo” carnale, sexy dentro un modell(at)o corpo (im)perfetto nel Francesco più umanista della Storia. Quasi da Hermann Hesse…
Ciondola, raccatta d’amnesia indelebile i cocci rubati d’una sua esistenza “sporca”. Arrugginita dai cancelli del cielo del tagliato, crepuscolare Cuore di pietra. Dagli zigomi tumefatti, “ghigliottinati” in melanconia torbida.
Nessuna Donna può amare una merda così. Un Bukowski peggio di Barfly, la sua Faye Dunaway è qui una Carla Gugino dal culo strepitoso e “insormontabile”. Spogliarellista ma gran puttana di “corte” per buffoni e balordo darla via… come tutti e tutte. Sai quanto gliene può fregare dei cazzi alla Mickey.
Il film lo fa Marv/Mickey. Appena “invisibile” entra, “penetra” in e la scena, come se sventrasse il suo carisma del magnetico vampirizzare il bianco e nero di Rodriguez, “spappola” di grindhouse il nostro schermo percettivo, lo graffia di scratch a ubriaco scotch mnemonico del suo monumentale essere “follemente” Rourke. Stuntman Mike non è Kurt Russell, è Mickey. Unico perché così è nato, così si connatura Marv, (il) solo come un cane bastonato. Incazzato, in rancori solitari misogini, fumanti sigarette bastarde per “fischiettare” tragicomico nella lercia città del Peccato.
Il resto (s)compare, Tarantino piazza due o tre genialate, Rodriguez “gela” Bruce Willis nel detective che già abbiamo visto in altri suoi characters tosti e di “porfido”, lascia che gli altri sian appunto delle “comparse” presto dimenticabili dietro intraviste ma insistenti, ossessive voci narranti, “noiose” quanto fascinose nella miscela carburante di tal cinecomic rifulgente a tutta sua particolarità “fastidiosa”, ricercata e dunque originalmente fantastico…
La trama è un pretesto, poi non c’è. Frank Miller vien plasmato a esperimento azzeccatissimo, rivisto con occhi da planet terror…
Perché questo Mondo fa schifo, tutto va in malora, la gente s’imborghesisce, grida volgare ma guida “felice” delle station wagon per il buonismo crescente e inaffondabile dello squallido gioiellino “formato famiglia”.
Tutto peggiora, ingombra. Ai grandi non resta che sviluppare il proprio mare… fortificandosi rocciosi come Marv lo “schifoso”.
Piove forse grandine. Meglio Marte!

(Stefano Falotico)

 

 

“Seven”, recensione

Invidia, “frutto” di un’arma a doppio taglio, pungente e “briosa”, così come va l’orda del mostro, che nessun “acciuffa” nel suo ambiguo jeu de massacre

“Parentesi” poetica a mio stile distinto.

Amo adornar la mia Bellezza infrangibile, che nessun infante mai più schernirà all’odio a(ltale)nelante d’“inveirla” d’irritante irriverenza, miei “brillanti” furfanti, tanto vivi da percepirvi invero malati congenitamente di vanesia quanto vanissima sonnolenza.
Io, proiezione olografica d’ogni organo sensoriale dei più acuti. Redentore a salvar il gregge “morigerato” e perbenista da tal suo sfaldarsi a ricerche vacue per stupide esistenze già scomparse. Afferratele sinché fiato vivace avrete, miei coraggiosi, non scoraggiatevi, scorrerà dentro il vostro sangue… ma il mio profetico monito rimane, (t)remante, sempre più affievolito da tanto “cortese” disfarvene con disprezzo e pusillanimità, persi e quindi deperiti ad agghindarvi futili per acconciar solo s-nodi raccapriccianti e de­leterie “doppie punte” strozzanti, opalescenti e “morigerate” sulla pacatezza frivola, da indurmi al voltastomaco. Sì, rigetto d’energia, nauseato e strenuo battagliero nella mia strada d’asfaltare or dopo oro mio “lagrimante” argento coriaceo ad armatura principesca, le vostre smaltite oramai castranti vanaglorie.
Statua irredenta quindi ch’elevo a mio destino indelebile ché, ove voi ingrigiti sbiadite, io porgo uno “sbadiglio” a offrirvi “esecrabili” mie camaleontiche “buffonerie”. Scivolo “matto” ma innocuo in un altro delirio “strambo”, arcuo il sorriso a trentadue denti nella decadenza più “bonaria” da maledetto bohèmienne e, implorando che a me vi prostriate nel giubilo osannante, svergino le paure che v’attanagliano, addentando il cibandomi dei sins macchianti del frattanto, fratturante tant’assopito ammorbarvi dietro rivalità perfide e perpetui, peccaminosi, capitali abomini di come sperperate, voi ominidi, la vita e il Tempo, ammantando il cuor già (il)leso al cospargerlo, non a mio decoroso cospetto che vi spettina, delle “creme protettive” dai rancori più vigliacchi, (s)fregiandovi in serpenteschi moti “ludici” d’effimera davvero illusorietà. E non gustate l’essere e neppur quel vostro “furbo” piangervi in superficiali malesseri. Evanescenti siete estinti sin da quando foste partoriti dentro un infernale corrodervi del ridacchiar al prossimo la vostra indubbia, obbrobriosa meschinità.
Oh oh, ah ah! Sono io colui ch’è non ha “urgenza”, mie diligenze diligenti e cara dirigenza della coscienza, d’ungermi a quel da cui mungete ché attingerò al Cielo nell’incunearmi di bagliori scevri da “bavagli”.

Se7en…

Un certo John Doe è proprio cattivo, la nemesi della cattiveria sol cinefila di Joe Dante. Doe è carnivoro, canino e crudo. Semina il terrore in città. Spettrale come un girone dantesco, come il “cerchio” vizioso di tal maniaco “scrupoloso”.
Un serial killer anomalo, che scopriremo aver “agito” per un purissimo, rabbrividente desiderio intimo d’onnipotenza.
Esemplare più unico che raro di psicopatico amante della propria follia. La venera ed è proprio venereo ad ammal(i)arsi.
La riconosce, ne va “fiero”, e scanna le sue vittime secondo una modalità appunto da “Dio”.
Prende di mira i “bersagli facili”, cioè le vittime innocenti…, per il silence of the lambs del suo tremendo “disegno”. Oggi è il “turno” di un grassone, “colpevole” d’esser troppo goloso, domani della prostituta, “simbolo” della lussuria, più avanti d’una modella per simile “reato”, la superbia dell’essere “insopportabilmente” figa.
Come di “genere”, il caso di costui, che incenerisce le vi(t)e, viene affidato all’ingegno di una “strana” coppia. Spolverini duri, non tanto impermeabili a ripulire la sporcizia di queste scie nel sanguinario permeante.
Un nero detective disilluso e cinico, Freeman splendente d’anima umana, e il giovanissimo, “cazzuto”, beato e bellissimo nostro… Pitt.
John Doe viene “incastrato”. Anzi, si fa beccare. Qualcosa non torna.
Ma questo è fuori di testa, pensa la polizia. Così, prima di spedirlo alla sedia elettrica, “asseconda” il suo ultimo…
John ci è o ci fa? Mah… bisogna sempre “rispettare” le volontà dei pazzi. Per riderci su.
Tanto è pazzo. Dai, Doe, cosa vuoi come ultimo “regalino”, bimbino cattivello?
Si accontenta di po(r)co… sostiene che sta aspettando proprio un “pacchetto” da scartare nel mezzo d’un incrocio desertico. Bene, lo legano, e conducono il nostro “erede” di Hannibal Lecter nel luogo del…?
Delitto atroce. 
Cosa succede? Morgan apre il “plico” e sta scoppiando a piangere. “Confezionata” di cranio la testa, fuori “onda”, diretta d’infarto a thriller cardiopalma in “tic tac” esplosivo per imminente, irreparabile tragedia, il visino “angelico” della moglie del Pitt. La nostra carina biondina Gwyneth…
John era semplicemente invidioso della vita di Pitt. Come si suol dire? Ti credi Brad Pitt?
A quel punto, irreversibile, scatta l’ira.
David Bowie magnificamente “benedice” il nostro Mondo degli orrori.

“Buona” visione.

Rileggendo tutto, capirete la mia “inutile” introduzione…

My heart is never broken
my patience never tried
I got seven days to live my life
or seven ways to die
Seven days to live my life
or seven ways to die

Ernest Hemingway una volta ha scritto che il Mondo è un posto meraviglioso e vale la pena combattere per esso.

Morgan Freeman mi smentisce in merito a una delle due affermazioni. Io, invece, nego la prima e combatto per me.

Condividete? No? Chi se ne frega di Facebook. Assegno un “Mi piace” da solo.

Comunque, sono un “burlone”. La canzone di Bowie non è “Seven” ma “The Hearts Filthy Lesson”.
Eh eh… io rimango Outside(r).

Adesso, di mio, va(do) di moda così.

(Stefano Falotico)

 

De Niro, Michelle Pfeiffer, Red Carpet di “The Family”

 

“Le ali della libertà”, Review

Rita mia Rita, aiutami tu. Ridammi la vita ché io, marito punito, grattando dietro la tua impudica e non vista gatta ci cova in tal nero covo, dal buco scur uscirò per un nuovo, pulito, fresco mattino chiaro, ché prima fu plumbeo e ora ripiomba dorato dal Ciel piovuto in me rinato!

La lucidità di un attimo può illuminare la nerezza disperata dell’anima. Salvarla dalle grinfie “autoritarie” di forse ingiusto “precipizio”. Nel baratro profondo del buio più violento e scheggiante al Cuor per sempre scalfito, volare per una speranza che “riacciuffi”, agguantante, la gioia perduta, le vitali emozioni rubate, segregate, smorzate in languore “ambiguo” del proprio sangue rifulso di pioggia libera…

Passeggiando

Era una sera in cui soffiava un soffice vento caldo. Passeggiavamo allegri per strada. Ci sentivamo i padroni del mondo.
Invulnerabili, arroccati com’eravamo nelle nostre convinzioni giovanilistiche. Niente e nessuno avrebbe disturbato la nostra amicizia.
Frank era lì in mezzo a noi, pareva divertirsi, accondiscendere alle nostre risate. Replicava in silenzio con la sua faccia eternamente fissa in posa commiseratrice, come chi è avvezzo ad ascoltare stoltezze per provocarsi diletto.
Un sorriso triste che languiva sugli zigomi e dormiva sereno nei suoi profondi occhi neri. Bui, inquieti, permanentemente fissi e mobili.
Per quanto ne so, Frank mi piacque dal primo momento che lo conobbi. Aveva un modo tutto suo di esprimere le emozioni. Era carismatico e freddo, coriaceo come un martello e debole come la dura roccia che si sgretola sotto i suoi colpi. Placido come un lago boschivo increspato dalla brezza serale. Inafferrabile come le alghe che si agitano sotto la sua superficie.
Quando uno pensava di aver capito qualcosa su di lui, eccolo comportarsi in maniera assolutamente imprevedibile, spiazzante, ironicamente caustica. Poi sfoderava il suo inconfondibile sorriso disinteressato e girava lo sguardo altrove.
Alle volte avevi paura a fissarlo negli occhi. Pareva impossessarsi dei tuoi pensieri e non volerli restituire. Frank era una bella persona…

 

Pareva esser schiavo di uno stupore tranquillo, come se non gli importasse di niente e di nessuno. O per ragion contraria, talmente assorto a riflettere da apparir distratto.
In certi momenti era davvero difficile solo provare ad immaginare cosa gli passasse per la testa. Stava lì ad osservare le macchine sfilare dalla finestra, col suo strano sorrisetto stampato in faccia. Non aveva bisogno di dirti che non desiderava parlare. Lo si capiva benissimo.
Lo fissavo, ticchettando con le dita sull’orlo del bicchiere, forse per richiamare la sua attenzione. Per un attimo volli fortemente che si voltasse verso di me e con irruenza mi bloccasse la mano, urlandomi: «Basta, mi dà fastidio». Frank non l’avrebbe mai fatto, men che meno in quell’occasione. Con lui potevi startene zitto senza provocarti imbarazzo.
Quel picchiettare ripetuto doveva martellargli le cervella, ne sono convinto, ma non era il tipo che t’avrebbe violentemente intimato di smettere. Soprattutto se eri l’unico possibile interlocutore seduto al suo fianco. Sarebbe stato come dirti: «Non sopporto la tua compagnia. Se proprio hai da dire qualcosa, dilla»

 

Quest’estratto non è estrapolato, appunto, dalla voce narrante del grande film di Frank Darabont, bensì è un segmento, come riportato da link a “intestazione”, della mia prima opera letteraria, “Una passeggiata perfetta”.
Uno dei personaggi principali del mio libro rispecchia, per alcuni tratti caratteriali, proprio Andy Dufresne, il protagonista di questo The Shawshank Redemption.

Ora, fratelli della congrega, non scambiate tale mia… per una mera pubblicità “occulta” o come un modo “losco” per incitarvi o sollecitarvi all’acquisto di “Una passeggiata perfetta”. Non sono quel tipo di persona che utilizza ogni “forum” a sfoggio furbo e promozionale delle mie creazioni, letterarie e non. Non appartiene alla mia indole né alla mia educazione.

Ho semplicemente citato questo… perché, “riprendendo in mano” Le ali della libertà, m’è tornata alla mente l’estemporanea, sì prodigiosa, e lo è senza dubbio, ispirazione “stramba”, esoterica, da cui s’è generata la mistura che ha dato linfa “stilografica” a quel mio ipnotico frangente rischiarante. Anzi, chiarissimo come un Andy Dufresne che, “bloccato” nel suo silenzio obbligato, non si castiga affatto ma scava nelle sue interiora a ragion mnemonica d’una “strategia”, certo raschiantissima, addolorante e “tristemente” imprigionata, soprattutto a logorio della psiche, che però gli sarà (ir)razionale folgore di salvazione ed evasione. Del suo Cuore, del complesso di “colpa” d’una forse innocenza punita d’ingiustizia. Sì, il mio esordio…, oltre a essere un originale omaggio proprio alla memoria di Marlowe versione Altman, attinse anche all’atmosfera melanconica di questo film miscelato a Stand by MeStephen King… ci sarebbe da glorificarlo in monumentale infinitezza geniale, probabilmente non tanto quando è un romanziere celebre per l’horror, spesso sopravvalutato e oramai “accasciatosi” in prolisso raffazzonare qualche intuizione nell’adattarla poi a un gusto compiacente del “normale” lettore che furbescamene abbindola con truculenze di prosa “tavolino”, piuttosto andrebbe ricordato e quindi rivalutato in particolare… per le sue perle, “sconosciute” ai più. A mio avviso, al di là della spropositata fama, come già detto vagamente oltre i suoi reali meriti, King è immenso paradossalmente quando (non) è il King amato dalla maggioranza. Che cerca storie “macabre” prive di profondità psicologica, squartamenti facili e “inquietudini spaventose” a getto per annusare il senso, però mediocre, del proprio sempre, immutabile e vigliacco inconscio “tranquillo”.
No, King è davvero Re indiscutibile altrove. Nei suoi ricordi da collegiale del Maine che scende negli abissi “lacustri” d’un Proust alla Poe, che soffia sulle “rive” del romanticismo anacronistico e fuori da ogni Tempo, e par che così magnificamente s’innamori di piccole storie intimistiche a crepitar… dentro gli occhi di un umanistico abbagliarsene e abbacinarci.

Come in questo caso…

Rita mia Rita, aiutami tu. Ridammi la vita ché io, marito punito, grattando dietro la tua impudica e non vista gatta ci cova in tal nero covo, dal buco scur uscirò per un nuovo, pulito, fresco mattino chiaro, ché prima fu plumbeo e ora ripiomba dorato dal Ciel piovuto in me rinato!

La “trama” è semplicissima ma King, nel suo appunto “Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank”, trasforma quel che è all’apparenza una “banale” storia carceraria, con annesso già letto, e “sentito”, (in)credibile errore giudiziario ma non troppo…, in una clamorosa storia davvero emozionante.

King è stato sempre molto fortunato anche sul versante delle trasposizioni cinematografiche dei suoi romanzi. E può fregiarsi d’“adattamenti” autoriali firmati De Palma, Reiner e Stanley Kubrick fra gli altri, anche se quello… Shining strepitosamente kubrickiano, assurdità delle più grottesche, l’ha sempre “odiato”, disconosciuto e ripudiato con stizza, perché non lo ritenne “fedele” al “suo” originario… ah, Stephen, ti bacchettiamo ancora… avresti gradito un Kubrick purista? Non me la dai a bere…

Ma torniamo a Shawshank. Ecco che, dal cilindro di cotanti cineasti del bel beatificarlo, spunta un “anonimo” Frank Darabont. Un signor “nessuno” sino ad allora.

D’altronde, eh eh, va bene… non deve adattare un King “bestseller” ma un film “come tanti”.

Invece Frank… stupisce tutti prodigiosamente e ci dona un’opera che non è un capolavoro ma qualcosa di più. Un film che, lentamente, con discrezione felpata, prende la sua strada e sempre pian piano ascende vertiginosamente, partendo da un “pretesto” comunissimo, quasi trascurabile.
Un ex vicedirettore di banca viene stritolato da uno svelto “linciaggio” processuale perché accusato dell’omicidio della moglie e del suo amante. In America non van per il sottile. Se non ci son prove a tua difesa, il verdetto è lapidario, immediato, per direttissima.

Andy dunque vien sbattuto, senza se e senza ma, a Shawshank, un braccio della morte stritolante. Andy, Andy che pasticciaccio… ora sei condannato per due ergastoli e , appunto“indifendibile”, lì crollerai durante la prima Notte… Piangi, bambino cattivo.

Invece no, pare che non te ne freghi nulla. Non fai una piega, non ti pieghi e pur t’adatti, come se niente fosse, perfino all’ambiente più duro, trovando perfino un “lavoretto” da bibliotecario.

Tutto (ti) scorre addosso e appari “invisibile”. Sempre sulle tue. Stringi un’amicizia vera soltanto con Red, nero “bastardo” segnato da un personale, indelebile, orribile scheletro nell’armadio.

Adesso Red è specializzato al “contrabbando”, vai da lui, gli chiedi qualunque cosa e te la procura. Come riesca, non si sa…

Red ha sbagliato, tu Andy hai sbagliato (?).

Andy soffri come un cane ma non lo dai a vedere. Sembri “tonto”, pare che tu abbia accettato, remissivo, di morire da un cagnolino fra le sbarre. Ubbidiente quel tanto da servo del direttore aguzzino.

Passeggi… mesto, con le mani in saccoccia nei granelli di “polvere”…

Sì, oltre ad archiviare i libri… in biblioteca, non c’è molto da fare. Quella cella è gelata.

Va “scaldata” con un poster della rossissima Rita…

Lo “appiccichi” in bella vista. A scadenze regolari, le guardie controllano che sia tutto a posto nel tuo “loculo”. E nessuno “smuove” il manifesto. Che male c’è? Oh, Andy, al massimo ti farai delle seghe. Capirai. Mica possono toglierti pure quel “passatempo” per una passerona da sognare…
Intanto, il Tempo appunto scivola.

E tu scappi dalla “gattta… buia”, usando il “buco” aperto dietro… Rita.
Oplà.
Che puoi dire a un colpo di genio del genere?

A voi importa che Andy sia colpevole? Anche se lo fosse? La moglie, in fondo, era una stronza.

Di mio, Andy mi sta simpaticissimo. Non so voi. L’aspetto in riva al mare.

Io e Andy ce ne fottiamo.
Doveva andare così. E allora?

(Stefano Falotico)

 

“I dieci comandamenti”, Review

Non avrai altro Dio all’infuori di me! Fire walks with me!

Ieri Notte avvolsi un altro plenilunio di strazi miei a striatura della pelle ferita e in levigature oppressa dal pensar “vacuo” di tal mio esistenzialismo “vano”.

Persi il sonno… m’alzai dal letto e il mio corpo grondò lavico sudore. A fiotti sanguigni, scaturii in trono di mia schiavizzata anima in tanto infuocarla di liberazione! Catarsi mia sprigionatissima per compiangervi. Dinanzi alle vostre oscenità tribali, alla baccanale euforia, come Mosè ersi la mia forza nel fiero, intrepido e dirompente “spaccar” le asfittiche acque nelle quali mi segregarono. In cui annacquai. E, dalla mia “fortezza” apparentemente distrutta, mossi scagliante un morso tempestoso. A modo di Mosè-Charlton Heston sul vigoroso, “crocifisso” frantumarci, miei fedeli, insuperbirci per issar in gloria la potenza del nostro Dio. Ricordando agli oppressori la storica frase biblica di noi, noi umiliati, ch’ascenderemo virtuosi in Paradiso. Allegoria è la Bibbia per placare i cuori tonanti dei ribelli castigati o è vita impressa in sgorgante Storia indelebile? Che, a ogni epoca, si riverbererà a scandita scadenza profetica?
A narratore del suo Incipit. Maiuscolo anche se i fisici addurranno teorie scientifiche e razionali, figlie del “biologico” Big Bang.
E trascureranno la grandezza affascinante, spaventosamente attrattiva della metafisica epica.
Dei grandi racconti popolari ché, anche ciò liquidato come consolatorio “oppio del popolo”, è in veritas adornato d’una luminescente mitologia grandiosa. E non si può, non si deve assolutamente ridervi sopra.

E Dio disse la luce sia e la luce fu. E dopo la luce Dio creò la vita sulla terra. E all’uomo dette il dominio su tutte le cose della terra, e la facoltà di discernere il bene dal male, ma gli uomini preferirono agire a loro piacimento poiché la luce della legge di Dio era loro sconosciuta. L’uomo dominò sull’uomo, i vinti dovettero servire i vincitori, i deboli dovettero servire i forti, e la libertà scomparve dal mondo. Così gli egiziani assoggettarono i figli di Israele, costringendoli ai più duri servigi, la loro vita fu resa amara da una crudele schiavitù ma il loro pianto fu udito da Dio. Allora Iddio dette vita nell’umile capanna egiziana di due schiavi ebrei, Amram  e Yochabel, ad un uomo, alla mente e al cuore del quale avrebbe poi dettato le sue leggi eterne e i suoi comandamenti un uomo che da solo avrebbe affrontato un impero…

Stigmatizzai il buio dei miei anfratti mnemonici, proprio a sudario del rimembrare chi fui. Di chi scordai, travolto dal bieco e pasciuto benessere.
Se mai esistetti o sparii in tal umanità oggi colma d’inetti. Ove s’elevano v(it)elli d’oro a sacrilega perdizione dell’anima più pura. Ove la gente, ingannata da illusori ed effimeri, finti bagliori, persegue oggi un valor a tutto di plastica e domani, ruffiana, adorerà ancora sol che invero dissolute, scurissime “solarità” fuorvianti, così presa come è dalle gioie ludiche di un invero gregge smarrito!

Perché?
Tu Mosè, sopravvissuto all’eccidio che il faraone ordinò. Gli ebrei sempre perseguitati…
Già dagli egiziani e poi dai germanici nazisti! Idolatri di falsi dèi son questi vili divoratori! Massacri su massacri per estirpare una razza “inferiore”.
Ma ti salvasti Mosè. Tua madre in fasce t’abbandonò nel dolore perché non ti scannassero!
Neonato scivolasti linfatico lungo il fiume Nilo… sin a giungere “ai piedi” della faraona.
Ella ti prese a Cuore e in grembo t’allattò nel viziarti a lussuosi privilegi di casta.
Ma, crescendo, scopristi appunto le (tue) origini… non sei figlio loro. Provieni da chi tu stesso, pensandoti egizio, offendesti!
Tu sei un ebreo, Mosè.
Hai scoperto la verità! Potresti continuare a fingere, ma stai soffrendo. La tua Natura non si svende. E non vuoi imbalsarmarti fra quelle “mummie”. Così, dal vertice della piramide, scendi le scale per “sporcarti” nel fango…
Perché, non solo sei ora un Uomo, Uomo giusto ma, quel che vedi, ti disgusta. Li frustano, uccidon donne e bambini purché “lavorino” come bestie. Se qualcuno viene macellato da un macigno, neanche lo seppelliscono.
Semmai, è morto perché stava costruendo la loro “bellissima” tomba…
Quando tu, Mosè, osservasti con occhi adulti quell’orrore, udisti scoccar nella tua anima la furia di Dio!
Così, all’ennesimo affronto, suo fratello di “sangue”, Ramses II, vuole “rovinarti”, oh mio tenero, “piccolo” Mosè.

Ma qualcosa di miracoloso accadde…
Eppure tu Ramses ti ostinasti…
Calaron dal Cielo… piogge di rane e grandine di fuoco stava per divellere la tua “grande” reggia. La sfiorò però appena. La scalfì come severo ammonimento. Ma tu, ottuso come un somaro, non ti fermasti.

 E Dio rovesciò sull’Egitto ogni genere di piaghe, ma il cuore del faraone era ancora di pietra…

Dunque, fratelli della congrega, mi sostenete?
V’avverto però… molti di noi moriranno, ma preferite vivere come animali piuttosto che rischiare di morire da uomini?
Gli egiziani sono una moltitudine armata! Ci “flagelleranno”.
Ma (r)esisteremo. Siete pronti a combattere? Vi chiedo questo sacrificio! Siete titubanti e impauriti, lo so… ma secondo voi, noi, è “meglio vivere” in schiavitù che venir uccisi per un ideale assoluto di libertà?
Riflettete… o avete già deciso?
Avete già preso la vostra, nostra e mia decisione, lo leggo nei vostri occhi. Noi crediamo al nostro destino. Siamo disposti a tutto pur di giustificare il nostro fine. Meglio che finire per sempre così. Nessuno può urlarci contro il suo così sia scritto e così sia fatto.
Allora, avanti, andiamo avanti!
Qui il nostro esodo ha inizio per una nuova alba.
Scappiamo quando scenderà la Luna! Quando il nostro Dio sterminerà i primogeniti degli egiziani.
Ci stan inseguendo, però. Siamo accerchiati… il Mar Rosso è una barriera insormontabile.
Saremo ammazzati tutti dall’ira dal faraone e dalla sua schiera vessillifera. Dio abbia pietà di noi!
No, Dio è dalla nostra. E io Mosè, alzo le braccia al Cielo… perché il nostro Dio c’ascolterà. Il Mar Rosso, Dio ha “sventrato” per sommergere tale lor immonda crudeltà.
Salirò sul Sinai, e Dio inciderà le nostre leggi. Poi scenderò e anche voi, miei offesi, vedrò festeggiare col vitello!
Avete così tanto sofferto per prostituirvi, come gli egiziani, ai piaceri più carnali?
State bestemmiando! Sarete puniti!

Parola del Signore!

E questo DeMille nessuno può dimenticare.

(Stefano Falotico)

 

 

“The Elephant Man”, Review

Il suono invisibile della sensibilità, la spirituale danza “nascosta”

Od(i)o, da remote dimore della mia anima, un guaito via via ad ascender d’accensione.

Come un Cuore sacro, segregato, squittente tremori mansueti di docili contemplazioni. Dal baglior incendiato della mia più intima lividezza, dall’intimidita cenere tersa del mio sangue frenato, smorzato, ferito… risorgo in auge su tanti scintillanti diamanti.

Anima!
E poi grido “Animali!”.

Oh, ridacchiate, annusanti dolore a pelle, scuoiate nelle beffe con aguzzina arroganza. E non vi pentite!

“Arguti” arrostite, di rossa fiamma a scalfirvi son ora colore vivo!

Al mio urlo vi spaventa(s)te, fuggite adesso impauriti dalle umiliazioni vostre testarde a specchio mio dardeggiante?

Perpetraste con la pusillanimità più turpe del bestiale “incatenarvi”, oh miei “manichini” antropomorfi mai incantati da nulla più a slegar sol vostre aberranti carni, ad afflizione sbraitata nell’orripilante, feral e bieco sfregiare senza freni.

Oh, fregiatevi di “vitali” respiri, mordete con maggior “coraggio”. Azzannate! Spellandomi, “esornerete” l’odore delle marcie marce. Oh, son qui, dinanzi a voi, nudissimo e creaturale.

Tal craterica, tuonante e irrequieta ribellione v’ha turbato?

E cosa ne sapete voi del turbamento?

Di com’avvolsi la mia “cera” perché avreste rabbrividito nel vedermi davvero com’ero.

Deforme o prodigiosa Natura “strana”, la mia percezione diversa è deviante?

E chi siete voi per uniformarmi a un principio tremendo, tristissimo di presunta “normalità?”.

Son qui, John Merrick, nato così, figlio del (non) concepirmi a immagine e somiglianza di voi tutti somiglianti. Serpenti, vermi striscianti, suonatemele a sonagli! Ragliatemi contro, oh sì, miei sommi somari! Di serpentina ingannante, oh sì, scagliate!

Scatenatevi!

Durante la mia ignota prigionia, nel buio bianco e casto della rarità unica e perlacea, ingrandii la mia anima.

Notti nelle quali sfamai l’ansia altera d’un essere… già altrove.

Perché così era per voi.

Quindi, miei idioti, puniste sin dall’inizio.

“Infil(z)ai” la tetraggine indotta a carnagione mia scarna per scagionarmi dalla paura d’esser un mostro come voi!

Cultura assetata di Bellezza, me ne cibavo di sopraffino gusto superiore.

Avete mai assaggiato una tal melodica, dolce prelibatezza?

Ma la violentaste. Voi non volete volare!

Voi siete affamati di potere, di “ribalde” e stupide competizioni ciniche, ove domina chi ha più “palle” di pelle esibita, orrida in così sfrontato mostrarvi “forti”.

E la vita perdete dietro folli rincorse.

Quando mi fermerete, non più mi ferirete!

E sarete fermi di fronte al vostro vuoto che oggi vi appar fortificante! Accaniti, oh oh quanto arrivisti e poco elastici, v’imploro di colpire, “scolpitemi” e non scappate adesso a mio infervorato inferocirmi, ché espiri massacrato un “esecrabile” mio esser non nato a pari vostre crasse classi da cene crematorie.

Sapete, siete tutti uguali.

E dov’è finita la peculiarità di quel che dentro è il nerbo vivido del distinto, florido non prostituirci alla discinta, appuntita “uguaglianza?”.

Vomito, vomito nel macerar la mia “maschera”.

Truccaste il mio Cuore ché sol indagarlo v’avrebbe scosso di vostra dura “corteccia”.

Un medico mi ha scoperto. Soffro della Sindrome di Proteo.

Una sorta di distrofia muscolare degenerativa. Questa malattia altera il già “sfigurato” mio corpo neonatale e notteggiante, che vien progressivamente “cosparso” di borchie, crescono erosive, laceran le braccia, scarniscono il volto.

E son “costretto”, per farvi piacere, ah ah, a (s)coprire.

Così, rendo “ricco e felice” Bytes. Bytes è il direttore del circo… degli orrori. Mi abbaia di far il cane! Sono ai suoi “servigi” perché incarno… l’attrazione più stupefacente offerta all’ignorante gente proprio animalesca. La cattiveria di Bytes è sproporzionata quasi quanto le mie informe proporzioni…

Mi soprannominano infatti “Elefante”, “gobbo” e di proboscide a cartilagine slabbrata, soprattutto nell’escoriata anima.

Disarcionata, pensate?

Non è in “bianco e nero”, è variopinta, coloratissima.

Ma nessuno, tranne il dottor Frederick Treves s’arrischia ad avvicinarsene… tutta superstizione, non sono un lebbroso.

Sono un Uomo!

Be’, molto diverso da voi “uomini”. Voi siete “tosti”, malvagi ubriaconi dei divertimenti più sconci e sporchi di porci.

Conciatemi per le feste. E che il suicidio, non so se mio, sia il… supplizio! Non ditemi che vi fa schifo tutto ciò.

Non vi credo. Questa è forte, adesso è molto forte.

E morde!

(Stefano Falotico)

 

“Full Metal Jacket”, Review

Ogni guerra è ingiusta ma l’utopia è un sogno misantropo giusto!

Full 4 Full 3 Full 2 Full

Palla… pallina di lardo, sono Alex l’ingordo di Arancia meccanica. E ti squadro. Ah, che danni le squadriglie. Imbrigliano la coscienza sciolta e la mitragliano dentro.
Anche tu, come me, non “adatto” a un Mondo cinico di bell(ich)e tentazioni.
Mia nemesi. Io “cattivo” e “idiotizzato” per troppo esser “voglioso” di burro a stupro ritorto, tu buono (a nulla?) e placato, tanto da incattivirti dietro reiterati abusi di potere, vigliacchi e insistenti a umiliazioni (r)esistenti.
Entrambi “manicomiali”, da sedar perché la società non ammette spare parts nonostante, “leguleia”, spari nell’intenerir tutti alle claustrofobie del vederla… da moribondi. Tutti morti e “impeccabili”… lor i savi.
Salvami, ti salverò e salperemo ove la Mesopotamia è allegra senza muraglie e orizzonti d’un Sol che fu levante e anche lì adesso han offuscato di annerirlo nei tecnologici “progressi” del corpo macchina disumanizzante. Oggi, vedo solo cupezze!
Or qui, ti son amico. Entrambi calpestati, “uccisi” nell’animo. Oh sì, siam specchi di medaglie “opposte” in tal Mondo così parco di porci. Vedi, anche la mia arcata gengivale oggi non “sbava” come quando godeva in capriccioso mio giovan “lussurioso”. Han castrato la bocca giovial e golosa del mio volerla troppo “violento”.
E di pari aggressione puniron le mie trasgressioni. Ah, che stronzi!
Amico, reggimi il cazzo in questa cazzata di vita bruciata. Guarda come t’han ridotto. Eri un bel ragazzo, be’, un po’ grassottello. Ma questi pasciuti gerarchi t’han scarnificato nel Cuor tuo rosato. Prima piangesti vitreo, disperato, nella vitalità assassinato, ora colan solo le tenebre dell’agonico tuo esserti “assol(d)ato”. Bombardato nel cervello, divorato nell’essenza tua più vera, sventrato, deriso e dai maiali “elettrizzato” a plastici rituali proprio meccanici.
Vedi che poi non c’è tanta differenza? La società non ammette “diversità”. Siano esse “guerrigliere” e ribelli, incarnate che furon da me, Alex il bello-dannato, oppur tarde, lardose e palindrome come te, puro e innocente tanto che perdesti la pazienza e scattò il grilletto dopo tanti grilli non solo parlanti bensì “autoritari” e severissimi!
Che pagliaccio è il Mondo e non cambierà mai. Kubrick, il nostro direttore d’orchestra e anche del circo(lo) vizioso degli orrori, lo sa. Ed è per questo che s’illuse di gelatinizzare la sua vita in distacco vivisezionarla.
Oh, il nostro Stanley non è felice. Vive, sì è eterno, nelle campagne londinesi, ove gli stagni accolgon le piogge acide delle tempeste primaverili. E, tra malinconie odoranti effimero scordar e svagarsi a coltivar l’avarizia forse più di noi vivi a primizie “oziose”, il Tempo va.
Mi piaceva Matthew Modine, Joker di qualità. Perché citava John Ford? Per irrisorio sbeffeggiare la seriosità degli americani! Vili, a monopolio di ogni “cultura” a lor non gradita. Dunque prima grattata e poi di granate sterminata! E noi mine vaganti gracchiamo, fratello, svviliti e travolti dal loro bianco omicidio assai brutto a caudino.
Non so se hai fatto bene a suicidarti. Guarda me. Son morto da quando Adrienne Corri scopai senza riuscir a scorrazzar via dalla polizia! E han fatto piazza “pulita” del mio Gulliver.
Mah, meglio che gettarsi nella mischia per stupida fame di stupri ben peggiori. La stupidità è la madre di tal Mondo di imbecillità. Ah ah!
Alcuni muoiono e chi li ricorda fra le ceneri? Altri vengon travolti dalle macerie. Altri, durante le incendianti esplosioni, saltan in aria “briosi”. Polverizzati, come si suol dire. Anzi, schianto al suon silenzioso eppur tonitruante dei suoli poi spazzati!
Come vite spezzate! Al solito, è così!
I pochi “sopravvissuti” arrivan nei pressi d’una roccaforte, presieduta da un “cecchino”.
Il cecchino è una vietnamita. E scopriranno che la vita è orrore, l’orrore…

Sulla locandina italiana, leggiamo il retorico “revisionismo” nazista delle nostre “traduzioni promozionali”: una pagina epica…
Non è epica per niente.
Che poi sia un capolavoro assoluto è proprio per questo.

(Stefano Falotico)

 
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