No tweets to display


47 Ronin

Amen.

 

“The Family” Gallery

 

 

“15 minuti. Follia omicida a New York”, Review

Nel Futuro… In the future, everyone will be world-famous for 15 minutes

Fame, it’s not your brain, it’s just the flame

Sulle note d’un Bowie fiammeggiante e famelico di “fama”, la fauna di New York.
Ove Lucifero si nasconde, qualcuno lo sa, ed è proprio lo sbirro Eddie Fleming, un De Niro allucinato nella sua “viscidità” a (p)ungere duplici omicidi di personalità multiple “appaiate” in due.
“Tumefatto” nei suoi sigari che lo stropicciano, “appiccicato” alle “spine” della sua “rosa”, Nicolette Karas, una Melina Kanakaredes tanto “cara”. Da invitare in cene intime per “intimarla” a baciarti “alla francese” d’“accento” pronunciato sul “ne(r)o” di un’indagine “ad alto fuoco”. Infatti,  in questa strambissima detection, il nostro Eddie viene affiancato dal “vigile”, anche troppo, Jordy Warsaw, un Edward Burns in mezzo al “burning”. Fra pedinamenti a Central Park, incendi “backdraft” (memori-e del Ron Howard “assassino”), parrucchiere “spione” e forse proprio i protagonisti a esser pedine, “pedoni” piatti di poca acutezza e fiuto tanto istintivo quanto assai rischioso. In questo trambusto, in quest’“arrosto”, puoi rimetterci le penne, Eddie…, la morte corre sul filo del “citofono”.
“Chi è?”. Toc toc, o tic tac?. Cattura(ti?). Non gridare troppo presto “vittima” se sei carne già a pezzi.
Brividi freddi, a “combustione lenta”, “legati” a una sedia “elettrica” ove ti squaglierai, amico “Fleming”.
Long goodbye…

Questi due russi non se la russano, assolutamente. Orribili storie(lle) di “fornelli”, da “storpi” molto “furbetti”.
Pazzi sì, uno così folle e, “infuocato” (già), da azzardare anche di “psicopatia” pura come una diagnosi cucita a pelle.
Sì, il più “matto” arriverà a prendere in ostaggio Jordy, filmare tutto, farsi dichiarare “infermo di mente” e, una volta uscito dall’“ospedale psichiatrico”, (s)vendersi al giornale da prime time d’un Kelsey Grammer più cannibale di “successo”.
Questo qui non vede l’ora di avere fra le mani “roba che scotta”. Quasi quanto le cosce di Kim Cattrall… sex and the city. Che figa!

Un casino pazzesco, microfoni che volano, “piatti da lavare”, perfino l’effigie” di Rocky Balboa, vetri frantumati, la bandierona americana un po’ “insicura”. Traballa quanto le certezze che vacillano.
La Statua della Libertà a far da sfondo a questo putrescente “fondale”.

Charlize Theron per un favore “cameo” a John Herzfeld, per due minuti senza respiroVera Farmiga prima di Scorsese, già carina forse di più. Che departed di bizzarro parterre.

De Niro ancora “autoparodistico” che monologa allo specchio col suo anello di fidanzamento, ma non ci crede, bravissimo è un “braccio violento della legge” al suo Marlowe di completino marrone. “Maculato” nel cappuccino che sarà “incappucciato?”.

Scop(pi)a lo scandalo, qualcuno parlerà. Che assurdi gli USA. In Europa si sta peggio.
Qualcuno “emigrò”, la guerra fredda è sempre un terrorismo giocato su regole “opposte”, così simili che quasi si sfiorano, anzi, si toccano per un attimo, si fottono a vicenda, si (s)cambiano gli abiti.
Chi è il fascista? Chi è il difensore della “Patria?”.

Si salvi chi può!

E tutto brucia di un cazzotto che si merita il “Vaffanculo” finalissimo.

Così è, così stanno zitti tutti i pezzi di merda.

Ha vinto Edward, ha vinto la giustizia!

(Stefano Falotico)

 

“City by the Sea”, Review

Le ceneri dei ricordi, sopendosi ermetiche, giacciono in una coltre sospesa d’errori imperdonabili, complessi “paternalistici” che s’ereditano in geni “fuorvia(n)ti”.
La gioiosa giovinezza s’amputa e lagrima in brezze gelide vicino a una baia che proprio sta abbaiando il suo morso selvatico urlante.
Rapporti genitore-figlio divelti, indifferenza, il Male più grave ché incide di non sentire. Nessuna empatia, lontananza, ognuno per la propria strada.
Onde marine in burrascoso frangere le speranze. Ci sono ancora o è un turbinio di “circostanziato” sbaglio?
Forse sì, sbadigliasti, travolto dall’impetuosità d’impulsi autodistruttivi che non hai dominato quando dovevi calmarti…
Come il mare, è oceanica delizia la contemplazione del vuoto o, meste, le profondità dei tuoi abissi ti spaventano.
Ti divori, il livore ti succhia l’anima, guaisci e piangi da solo, spizzichi le corde d’una chitarra “muta”.
Ascolti il rumore tiepido del nero e del non senso. Rapito, incantato o per sempre negli incastri dei tuoi arrugginiti spasmi dilaniati?
Quando azzardasti, troppo ferirono. Quando liberasti l’urlo, violacei apparvero fantasmi omicidi.
Genealogie che non estirperai, DNA radicato in te, via fosca, sempre più buia.
Rimpianto od ossuta immolazione dell’issarsi finalmente in una visione che non sia demistificato tuo essere nel sembrar perennemente chi non sei mai stato?

Michael Caton-Jones e la sua voglia di ricominciare, dopo una vita che forse non lo è stata davvero, o come la si voleva.
James Franco, James Dean, eccolo a “sostituire” DiCaprio. Il padre è ancora una volta Robert De Niro.
Lì era un padre manesco, qui invece irresponsabile o semplicemente problematico, incasinato tanto da non potersi più occupare del sangue del suo sangue.

Alcune straordinarie, magiche e luminescenti riprese di New York evocano Taxi Driver. E il fotografo Karl Walter Lindenlaub sfoca le tenebre in plumbee malinconie lievi.

Film che, apposta, sbanda fra il poliziesco, il melodramma, meraviglioso racconto sui generis di formazione, sottovalutatissimo. Intrecciandosi in suggestioni di forte impatto emotivo.

Indimenticabile colonna sonora tetra, ossessiva, quel campanellino che “ronza” in riva al tramonto ci tormenta. Che fischietta del Passato, che rinasce fra le nebbie e la tragedia sfiorata.

Un film straordinario.

(Stefano Falotico)

 

 

“Hook. Capitan Uncino”, Review

Non bannare il tuo Peter Pan

La vita, rapporto complicato che di tante attrattive illumina lo speranzoso cammino quanto turlupina dietro ricatti meschini.

Perdi l’attimo fuggente dell’adolescenza più sognatrice, l’indole dissacratoria del tuo giovane birbante è oggi imborghesita in una maschera seriosa. E soffri, non hai il coraggio di ammetterlo, semmai bofonchi solo che è dura ma questa è, e a tale tutti “dobbiamo” attenerci.
Dov’è finito il fanciullino spiritoso, oggi riposto in un “adulto” spaventosamente bifronte nella sua infantilità gelida?
Ah sì, scuse su scuse, “ammonticchi” cancrena e ti sei blindato in una “compostezza” che a chi vive davvero… fa indubbiamente pena. Alba grigia, alibi immarcescibili.
Tu che ora sei sempre assalito dai dubbi, timoroso e “in carriera” molto innaturale al tuo inconscio più intimo. L’hai rinnegato ma non è avvenuto così… di colpo.
La tua anima hai mangiato senza neppure esserne “sf(i)orato”. Processo congestionante del growing up, d’una laurea e poi il matrimonio, quindi i figli e il mantenimento, tuo e loro, oppure vuoi mantenerti freddo al gioco della sorte di tutti?
Ah sì, certo. La casa costa, il lavoro sfianca, la testa “refrigera” a temperatura stagna, la poesia hai abbandonato, per “adattarti” a quel che “è” l’indiscutibile andazzo.
Un po’ si campa, se la si cava, si guadagna, si va avanti, si “cresce” o si torna indietro?

Eh sì, mio Robin Williams. La faccia deve rispettare il “canone formale”. E non “deformarsi” nell’eterne “bambinate”. Sogna sogna! Ma cresci, per Dio!
Hai una “reputazione” da difendere. Mio avvocato d’azienda… cosa penserà la gente se troppo scherzi?
Eh no, sei persona “brava”, anche tu nel bavaglio sociale, se vuoi volare senz’ali tarpate, ah, ti derideranno anche gli “infanti”.
Non regredire da “elefantino”. Ora, è Tempo di morire… tu che ti credi “qui”.

Lo stress è a mille, si profila la fine del viaggio. Forse, eri già morto al primo “stipendio”. Un “posto di blocco” della coscienza. Una volta sistemato, va da sé che la vita “deve” andar così e non può tornar indietro.
Hai già dato… e, intristito, canticchi l’acido “candito”. Oh, come tutti cadenzi la funebre danza. Manca poco e ordinerai un loculo al cimitero che possa appunto, ermetico, chiudere ogni respiro.

Ti sei sigillato. Mah. Ci sono le fighe al silicone. Ah ah!

Peter Banning, che cazzo fai? I tuoi figli amano te, padre assente che però “firma” il lor scolastico libricino delle “giustificazioni”. Te ne lavi le mani con una stilografica, sei l’incarnazione delle burocrazie “mantenute”. Prometti e assegni emetti. Un altro (suc)cesso messo a segno.

Ah, lo colgo dai tuoi occhietti che sei ancora un furbetto, mio volpino…

Non mi hai convinto. No, non te la passi bene. Sei ricco, ricchissimo ma dentro, immiserito, stai sempre più immalinconendoti. Ah, contenendo va il finto contento. Ma non te la godi. Le tue son pallide gotine.

Solo un “grave” evento può di energie “ingravidarti”. Qualcuno rapisce i tuoi bambini.
Appare Campanellino nel darti la sveglia. Quel Capitan Uncino è come Mefistofele del “Faust”…

C’è un conto in sospeso non saldato. Quell’Uncino ce l’ha con te. Che cornuto! Un cane rabbioso che vuol combinartela sporca. Quell’orco perse afflitto dinanzi alla magnificenza della tua innocenza.
L’hai sconfitto nelle sue certezze. Ma non ci sta. No, gli rode il fegato. Allora, vuol farti incazzare.

A te non frega mica tanto, d’altronde. Non esiste mica l’Uncino. Avrai bevuto troppo, è tutta un’allucinazione. Ah, una dormita tranquilla e domani la vedrai più cinico di ieri. Che nottataccia.
Ah, che sbronza, sei proprio rincoglionito Peter. Adesso anche Julia Roberts rimpicciolita che luccica al crepuscolo. Ma non era una lucciola pretty woman?

Ti “sedano”, e ti trascinano all’“Isola che non c’è”. Caro Banning, guarda che non è male la musica di Edoardo Bennato…, quell’Uomo ruggiva come Enrico Ruggeri…

Giungi all’isola (altro che quelle dei famosi…, noi crediamo alle favole, non alle compravendite della prostituzione…), e il tuo duellante è proprio quel “timido” di Dustin Hoffman.
Ma guarda un po’. Dustin, mezzo rain e little big man, adesso ti sei montato di gigantismo? O è lo Spielberg più geniale che ribalta le prospettive iconiche?

Eh già. Robin Williams il sognatore, qui utilizzato nella disillusione. E Dustin il “nano” ad adulto mostruoso.

Però, devi ringraziarlo… questo Dustin t’ha ridestato. Se non era per la sua cattiveria, eri già nella fossa. Invece, adesso lotti da leone.
T’eri impecorito, t’eri smarrito mio “forte” agnellino. Eh sì, avvocato quasi alla Gianni Agnelli. Mah, sfruttava gli operai della FIAT e poi li “addolciva” coi cioccolatini omonimi.
Tanto erano dei “fessi”. Pane e circo, circuizione a base di tifo juventino. Eh sì, il povero Cristo pensa alle “stellette” della squadra “migliore” con più scudetti. Se non s’accontenta, “ficcagli” un paio di tette in tribuna.
Ecco i (con)tributi…

Ce la possiamo dire? Questo è Cinema grandioso. E ho sempre adorato Hook. Perché Peter Pan sono io. Lo sono sempre stato. E lo sarò.

Sono un favolista, non amo la “realtà”. La realtà è una merda. Preferirò sempre Jim Morrison a una moto, il mio “moro” saraceno all’aceto del buono…

Sì, questo è Spielberg. O meglio lo fu. Poi è “cresciuto” e ora gira film che sembrano un trattato palloso di Storia. Se voglio sapere delle imprese di Schindler, vado in biblioteca e lo ricerco.
Così come se voglio addivenire alla “genealogia” della presa della “Bastiglia” da parte di Barack Obama, non guardo Amistad. Ché mi sta sul cazzo chi è pedante e pedagogo. Da me, solo peda(la)te.

Credo negli alieni, sono un E.T. io stesso. So che puoi incontrare lo squalo in questa marea di stronzi che galleggiano…, ma opto per il mio Richard Dreyfuss. Un po’ pazzo, un po’ Truffaut, un po’ incontri ravvicinati del terzo tipo, altro che le zoccole del Condom(inio).

Sì, questo è un capolavoro proprio perché spudoratamente “sciocco”. Senza paura del ridicolo. Come dev’essere un Uomo.

Al che, un mio amico mi guarda fisso negli occhi…
– Stefano, penso che tu sia sempre stato un genio. Qualche “grande” voleva “rimpicciolirti” per ridimensionarti alle sue piccinerie. Ti ha spezzato le gambe. E gliel’hai amputate… tu. In gamba, eh?

Speriamo non di legno(so)…

Meglio “Paperino”. O no?

(Stefano Falotico)

Il mostro!

Il mostro!

Ah, stai affrontando i tuoi demoni!

Ah, stai affrontando i tuoi demoni!

Il puro!

Il puro!

 

“Open Range”, Review

Sfreccia nobile l’epopea da unforgiven

Open

Kevin Costner dormicchiò dopo Balla coi lupi, indubitabile spartiacque e capolavoro “purificatore”, annacquando in un poltrir bolso.

Ma, dopo la parentesi del suo Postman…, torna alla grande dietro la macchina da presa. Aspira le praterie, le inarca in afflato davvero epico con una dolcezza commovente.
Fin a scendere a mezzogiorno di fuoco per un pareggiamento di conti da western grandioso. Tra le valli felici, i banditi appaiono mascherati, ruban il gregge, scannano l’amico e lo “impalano”, nel disonore più sfregiante.

Dei quattro compagni di notti e bevute, i due cavalli da novanta Costner e Duvall si spalleggiano col ragazzino acerbo. L’erba dei sogni è stata deturpata, bisogna tornare in città, scovare il crimine, stanare i mostri che l’han perpetrato.
Ma, nell’intermezzo, c’è l’amore anche per una Donna. Sì, Costner stupisce con romanticismo anacronistico e si toglie anche il bellissimo sfizio di concedersi proprio una parentesi d’altri tempi selvaggi, quando i cuori si lubrificavano nel tatuarsi “Love” a via col vento delle emozioni a pelle, contamina il genere ed è doppia faccia pulita con una barbetta sdrucitissima, però elegante e signorile. Un Principe follemente perso per la sua bella, ma con un’ossessione ancora più fatale e truce, la vendetta sacrosanta a “scoccargli” di “bruti”, ad apparirgli allucinatamente “vivi”, puoi toccare la paura, efferati son spuntati al buio, come ladri…

Depuri le iridi, abbagliato da una Lei imperiosa, dolcissima e titubante. Vedova allegra ma non troppo… malinconica ma d’asciugarle i pianti in strazianti baci, giurandole eternità e purpuree anime.

A rischio di perdere tutto per colpa dell’ostinazione. Latente, non dà scampo, devi uccidere chi ha ucciso. La Notte si tinge di pioggia e sangue, fradici tu e Duvall a muso duro nel saloon tetro, mentre il Cielo è squarciato d’avidi tuoni, violentissimi.
Profetici a messianico furore delle lancette calde da scandire. Spunta l’alba, passi delicati ma pericolosi, attenti all’agguato, guardami le spalle, amico.

Spunteranno dappertutto. Voleranno spari incendianti. Fucili “frastagliati” in pistole su teste di cuoio velocissime. I riflessi potrebbero giocarti un cattivissimo scherzo.
Basta non esser all’erta nel grilletto premere di scatti, e saremo spremuti da una raffica devastante di morte delle più malvagie. Senz’anestesia, ci “sgozzeranno” con del piombo freddo, lentissimo, a combustione infernale.
Bruceremo angelici, come bestie ingannate da un Dio dei giusti che forse, qui, non abita. Domina la Legge spietata. Non guarda in faccia nessuno.

Abbiamo ragione, ma non sempre i torti pagano…

Una ferita, qualche “sangue” letale, salvami, sei svelto? Mi hanno beccato. Forse morirò.
No, c’è dalla tua il veccho Bob Duvall. “Dormi” tranquillo, me la sbrigo io.
O forse ce la facciamo entrambi? Sì, sono morti.

Adesso, puoi amarla.

(Stefano Falotico)

 

La mascherata della Morte Rossa di Edgar Allan Poe, by Falotico

La mascherata della Morte Rossa

Da lungo tempo la Morte Rossa devastava il paese. Nessuna pestilenza era mai stata così fatale, così spaventosa. Il sangue era la sua manifestazione e il suo sigillo: il rosso e l’orrore del sangue. Provocava dolori acuti, improvvise vertigini, poi un abbondante sanguinare dai pori, e infine la dissoluzione. Le macchie scarlatte sul corpo e soprattutto sul volto delle vittime erano il marchio della pestilenza che le escludeva da ogni aiuto e simpatia dei loro simili. L’intero processo della malattia: l’attacco, l’avanzamento e la conclusione duravano non più di mezz’ora.
Ma il principe Prospero era felice, coraggioso e sagace. E, quando le sue terre furono per metà spopolate, egli convocò un migliaio di amici sani e spensierati, scelti fra i cavalieri e le dame della sua corte, e si ritirò con loro in totale isolamento in una delle sue roccaforti. Era una costruzione immensa, magnifica, una creazione che corrispondeva al gusto eccentrico e alla grandiosità del principe. Un muro forte ed altissimo la circondava. Nel muro le porte erano di ferro. Una volta entrati, i cortigiani presero incudini e martelli massicci e saldarono le serrature. Impedivano così ogni possibilità di entrata ? di uscita, per improvvisi impulsi di disperazione ? di frenesia, che potevano nascere, in chi era dentro le mura. La fortezza era ampiamente fornita di viveri. Con tutte queste precauzioni i cortigiani potevano permettersi di sfidare il contagio. Il mondo esterno provvedesse a se stesso. Era tutto sommato follia addolorarsi o pensarci troppo su. Il principe aveva pensato a tutti i divertimenti possibili. C’erano buffoni, improvvisatori, c’erano ballerini, musicanti, c’era la Bellezza e c’era il vino. Tutto chiuso là dentro. Fuori c’era la Morte Rossa.
Fu verso la fine del quinto o sesto mese di questo isolamento, mentre la pestilenza tutt’intorno infuriava al massimo, che il principe Prospero pensò di divertire i suoi mille amici con un ballo mascherato di un insolito splendore.
Fu una messa in scena voluttuosa, questa mascherata. Innanzitutto però, vorrei descrivere le stanze in cui si svolse. Sette stanze formavano un unico maestoso appartamento. In molti palazzi, simili fughe di stanze aprono a una veduta lunga e diritta; con le porte a due battenti che si aprono verso le pareti permettendo di vedere tutto in un solo colpo d’occhio. In questo caso invece la situazione era differente, come d’altronde ci si poteva aspettare dall’amore del principe per il bizzarro. Le camere erano disposte così irregolarmente da poter essere viste soltanto una alla volta. C’era, ogni venti ? trenta metri, un’improvvisa svolta che apriva di conseguenza prospettive sempre diverse. A destra e a sinistra, nel mezzo delle pareti, un’alta e strettissima finestra gotica dava su un corridoio chiuso, che seguiva le tortuosità dell’appartamento. Queste finestre, di vetro lavorato, variavano di colore secondo la tinta dominante delle decorazioni di ogni singola stanza. Quella situata all’estremità orientale aveva nella decorazione una forte dominante blu, e blu erano le finestre. Negli ornamenti e nelle tappezzerie della seconda stanza predominava il purpureo e purpuree erano le vetrate. Tutta verde la terza, altrettanto le finestre. La quarta era arredata in arancione e così anche illuminata dello stesso colore, la quinta di bianco e la sesta di violetto. La settima stanza invece era tutta avvolta in arazzi di velluto nero, che pendevano dal soffitto e dalle pareti, ricadendo su tappeti della stessa stoffa e colore. Era soltanto in questa stanza che il colore delle finestre non corrispondeva a quello delle decorazioni. Le vetrate erano di un colore scarlatto, di un cupo color sangue. Ebbene, nessuna delle sette stanze con le loro decorazioni, pur ricca di ornamenti d’oro, era illuminata da lampade o da candelabri. Non v’era luce di alcun genere proveniente da candele ? lampadari in questo succedersi di sale. Ma nei corridoi che accompagnavano le stanze erano appoggiati pesanti tripodi che sostenevano bracieri accesi, che, proiettando la loro luce raggiante attraverso il vetro colorato, illuminavano così in modo abbagliante le sale. Questo produceva un’infinità di immagini fantastiche. Ma nella stanza nera, quella a occidente, l’effetto della luce e del fuoco che si diffondeva sui drappi neri attraverso le rosse vetrate era talmente spettrale e produceva un tale effetto irreale sulle fisionomie di chi entrava, che nessuno aveva il coraggio di mettervi piede.
In questa sala si trovava pure, appoggiato contro la parete, un gigantesco orologio d’ebano. Il suo pendolo emetteva un suono cupo e monotono e quando la lancetta dei minuti compiva il giro del quadrante e batteva l’ora, veniva fuori dai suoi polmoni di bronzo un suono chiaro, forte e profondo, straordinariamente musicale ma di una tale forza, che a ogni ora i musicisti dell’orchestra erano costretti a fermare l’esecuzione dei loro pezzi, per ascoltare quel suono; e così anche le coppie interrompevano le danze e su tutta l’allegra compagnia cadeva un velo di tristezza; e mentre l’orologio scandiva ancora i suoi rintocchi si notava che i più spensierati impallidivano e i più vecchi e sereni si passavano una mano sulla fronte in un gesto di confusa visione o di meditazione. Ma non appena questi rintocchi tacevano, tutti erano subito presi da un sottile riso; i musicanti si guardavano fra di loro e sorridevano quasi imbarazzati del proprio nervosismo, e si promettevano che il prossimo scoccare della pendola non li avrebbe più messi tanto a disagio; ma poi, dopo sessanta minuti (che sono esattamente tremilaseicento secondi del Tempo che fugge), quando tornavano a risuonare i rintocchi dell’orologio, cresceva in loro lo stesso stato di smarrimento, di tremore e meditazione.
Nonostante tutto questo, la festa era allegra e incantevole. I gusti del principe erano davvero squisiti. Aveva, in particolare, occhio per i colori e per gli effetti. Disprezzava le facili decorazioni in voga. I suoi progetti erano avventurosi e bizzarri, e la loro ideazione era illuminata da incandescenze quasi barbare. Qualcuno avrebbe potuto giudicarlo pazzo. I suoi seguaci però intuivano che non lo era affatto. Bastava stargli vicino e ascoltarlo per assicurarsi del contrario.
Era stato in gran parte lui stesso a sovrintendere alle decorazioni delle sette stanze, in occasione di questa grande festa; ed era stato senz’altro il suo gusto personale a caratterizzare le maschere dell’intera compagnia. Credete, erano davvero grottesche! Di splendore e lucentezza, di intensità e fantasticheria, ce ne era tanto quanto poi se ne sarebbe visto nell’Ernani. Vi erano maschere arabesche, maschere totalmente in contrasto con i corpi che le portavano, fantasie assurde che soltanto un pazzo poteva aver inventato. Vi si trovavano in gran copia bellezza, lascivia e bizzarria, e insieme terrore, e nulla che potesse suscitare disgusto. E difatti, nelle sette stanze si muoveva una moltitudine di sogni. E questi sogni si intrecciavano, assumendo colore dalle stanze e dando la sensazione che la musica ossessionante dell’orchestra fosse soltanto l’eco dei loro passi. E poi, ancora l’orologio d’ebano, nella sala di velluto, che batte tutte le ore pietrificando per un attimo, i sogni. E cade il silenzio e l’immobilità e si sente soltanto l’orologio. Ma l’eco dei rintocchi si estingue lentamente: ancora una volta non sono durati che un istante, e un riso represso fluttua e l’insegue, mentre svaniscono. Torna la musica e i sogni riprendono vita; si incrociano e si uniscono ancora più ardentemente, illuminati dai raggi del fuoco dei tripodi, attraverso il vetro colorato. Ma verso la camera più occidentale nessuna maschera osa avventurarsi, ora che la notte avanza e dalle vetrate sanguigne viene una luce più rossiccia, e la cupezza dei drappeggi scuri spaventa più che mai. Chi posasse il piede sul tappeto nero sentirebbe il rintocco ovattato dell’orologio vicino ancora più solenne e, nello stesso tempo più vigoroso, di quanto possano sentirlo le orecchie di coloro che indugiano nei più remoti divertimenti delle altre sale.
Ma queste sale erano densamente affollate; in esse pulsava febbrile il cuore della vita. La baldoria andò avanti ancora più frenetica, finché risuonarono i primi rintocchi della mezzanotte. La musica cessò, come ho detto, i ballerini si interruppero e vi fu, come prima, una pausa generale, inquieta. Questa volta però i rintocchi erano dodici e accadde che il tempo a disposizione per lasciarsi andare a contemplazioni e pensieri fosse più lungo; e per questo forse, prima che l’ultima eco si dileguasse, più di uno della compagnia ebbe occasione di notare una figura mascherata che fino ad allora era sfuggita all’attenzione. E, quando la notizia della presenza di questo personaggio si diffuse fra i presenti, si levò un bisbiglio, un mormorio dapprima di disapprovazione e di sorpresa e alla fine di spavento, orrore e disgusto.
In una mascherata come quella appena descritta si può immaginare che non poteva essere un’apparizione normale a suscitare tutto questo trambusto. Alla fantasia e al capriccio delle maschere erano state fatte illimitate concessioni, ma la persona in questione aveva superato Erode e oltrepassato anche i limiti della stravaganza del principe. Anche nei cuori dei più sfrenati ci sono corde che non possono essere toccate senza dare forti emozioni. Persino per i più cinici, per i quali la vita e la morte sono oggetto di beffa, esistono cose su cui non si può scherzare. Era ovvio ormai che tutta la compagnia sentiva profondamente che nel costume e nel comportamento dell’individuo non vi erano né umorismo né dignità. La figura era alta e ossuta, ed era coperta dalla testa ai piedi dei vestimenti per i defunti. La maschera che portava sul viso era talmente simile all’aspetto di un cadavere irrigidito che anche l’occhio più accorto avrebbe avuto difficoltà a scoprire l’inganno. Eppure tutto questo avrebbe potuto essere sopportato, se non approvato, dai pazzi festaioli tutt’intorno. Ma l’individuo aveva avuto il coraggio di mascherarsi a guisa di Morte Rossa. Le sue vesti erano fradicie di sangue e anche la sua faccia dall’ampia fronte era cosparsa dell’orrore scarlatto.
Quando gli occhi del principe Prospero caddero per la prima volta su questa immagine lugubre (che solennemente, quasi a simulare il ruolo scelto, camminava maestosamente fra gli ospiti) sul suo viso sconvolto si disegnarono terrore e disgusto; subito dopo avvampò di rabbia.
 «Chi osa?», domandò con voce rauca ai cortigiani più vicini, «chi osa insultarci con questa bestemmia? Prendetelo e smascheratelo, e che si sappia chi impiccheremo all’alba sui bastioni del nostro castello.»
Mentre pronunciava queste parole, il principe Prospero si trovava nella sala orientale, cioè nella sala blu e la sua voce risuonò alta e chiara per le sette sale, poiché il principe era fiero ed energico, e a un cenno della sua mano l’orchestra s’era taciuta.
Era nella stanza blu, che si trovava il principe, circondato da un gruppo di cortigiani impalliditi. Al suo parlare dapprima i cortigiani fecero l’atto di scagliarsi contro l’intruso, che in quel momento si trovava nei pressi e che ora si stava avvicinando maestosamente al principe, con passo lento e deciso. Ma per l’indicibile terrore che la folle messa in scena della maschera aveva suscitato nell’intera compagnia, nessuno osò afferrarlo, e così passò indisturbato vicino al principe. E mentre la folla si allontanava di scatto, come colta da un comune impulso, dal centro delle stanze e si appiattiva alle pareti, presa da una paura incontrollabile, costui continuò ad avanzare con quel suo passo solenne e misurato che lo aveva distinto fin dall’inizio, senza incontrare ostacoli da una sala all’altra. Attraversò la sala blu, la sala purpurea e da quella passò alla sala verde, dalla sala verde a quella arancione, e poi alla bianca, e da questa si spinse anche nella sala violetta, prima che fosse fatto un solo tentativo di arrestarlo. Fu in quel momento però, che il principe Prospero, furioso anche della propria momentanea vigliaccheria, si precipitò attraverso le sei stanze, senza che nessuno dei suoi lo seguisse, per il folle terrore che li paralizzava. Impugnava una daga e d’impeto si era avvicinato alla figura che si ritirava, ed era già a pochi passi quando questa, giunta all’estremità della stanza di velluto, si girò di scatto verso il suo inseguitore. Si sentì un grido straziante. La spada cadde scintillando sul tappeto nero, sul quale subito dopo si accasciò morto il principe Prospero. Con il coraggio della disperazione un gruppo di gaudenti si precipitò nella sala e afferrò il mascherato, la cui alta figura stava maestosamente immobile nell’ombra della pendola d’ebano; e fu allora che con un gemito d’orrore si accorsero che le vesti funerarie e la maschera di cadavere che avevano afferrato con tanta violenza, non contenevano alcuna forma tangibile.
E allora si seppe che la Morte Rossa era là, e tutti la riconobbero. Era arrivata come un ladro nella notte. Uno dopo l’altro caddero i festanti nelle sale ormai invase di sangue; morivano così, nella disperazione. E quando l’ultimo morì, anche l’orologio d’ebano tacque, e le fiamme dei tripodi si spensero. E il Buio, il Disfacimento e la Morte Rossa dominarono indisturbati su tutto
.

 

“Righteous Kill”, Review anomala

L’omicidio perpetrato alla f(r)eccia dev’esser virtuoso, scagliato d’ira repressa dietro abiti da poliziotto intonso. Altrimenti, è sol che assassinio dietro leguleia “etica” ancor più da stella di “latta”.
Non arzigogolato tra false maschere, sfacciato come un Pacino (spoilero) logorato, “ansiolitico” dell’angoscia sua geniale oggi qui invecchiata nel nevrotico peggiore di sordina, recidiva anche agli impeti urlanti ma “schiamazzato” d’interpretazione cieca, dimenticabile, anonima, trasparente ai limiti del brizzolato. Un Pacino schiacciatissimo! Agghiacciante!
Un grigio lupo di mare nella giungla, scalcinato di zigomi, acido muriatico di teschio in capelli sfibrati, ischeletrito nel ventre dell’Al(ba) che fu, tramontato senilmente, ma non sereno affatto. Affrantissimo. Lo abbiamo perso?
Affilatissimo di grilletto facile da “buco” in mezzo alla fronte, forse drogato dell’esser marcito nell’integerrimo codice che (ci) ha tradito.

Non c’è heat in questo freddo poliziesco che non è all’italiana, nonostante le insegne al neon di ristorantini“emigranti”, polar-avanguardismo patetico d’un Cinema tronfio di schiettezza cruda e neppure ardisce ad americanata garbata. Tanto da scarnirsi la cena delle sparatorie. A essiccar anche di poco spargimento di sangue. Proprio (il) nulla.
Lurido underground del sottobosco “inguardabile”.
Amarognolo nel “retrogrado” voler emulare gli anni settanta in abiti cattivi col trucco fallace d’un montaggio schizzato del contemporaneo indigesti, di testacoda e split screen gratuiti nella messa a fuoco sulle calibro sfiatate, di recitazioni “lombrosiane”. detupanti nel Pacino meno se stesso e nel Bob bolso, rivali eterni e adesso smemorati dai due miti immortal(at)i dentro Michael Mann.

Quindi vetta da studiare a memoria per ogni (de)generazione futura. Spacca le tempie nell’alleviarci con due icone fuori sincrono laddove in Mann, pur comparendo in sole due scene, fra cui una “cenetta”, erano più tavola calda di specchi delle medaglie… Rovesciati, auto-distrutti(vi). Più nera cupezza degli incubi, più sogno di puro, immenso Cinema.

Jon Avnet è mestierante, arrabatta, la butta lì, cazzeggia in una sceneggiatura discreta firmata dal creatore di Inside Man.

Produce Avi Lerner, quindi già impacchetta la paccottiglia, infila Carla Gugino per un paio di tette “di sbieco” neanche inquadrate in modo davvero birbante, la vediamo semi-oscurata da un De Niro montante a sodomizzarla ma da nostro groppo in gola. Per un nastro isolante del cancelliamo questa robaccia, un De Niro con un neo in più.
Una cavallina triste, una cantilena per concludere in quattro e “quattrocchi” lo scontro di un Cinema senza Sguardo. Ma non è liquame, c’è più melma in tanto degrado di quel Cinema che voi definite elitario, dunque presupponete piacente.

Ma per piacere. Rispettate Bob e Al, ammirateli nel finale “a bersaglio”. Saranno un po’ andati ma la stronzata va ch’è ancora due pezzi da novanta.

Per il resto, rispetta sia la Legge e sia le tue chiacchiere e distintivo…

Mi contraddico? Altrimenti sarei un Turk. Preferisco la mia faccia a farvi arrosto, come Rooster.

(Stefano Falotico)

Most people respect the badge, tutti rispettano De Niro.

Most people respect the badge, tutti rispettano De Niro.

 

Alba scura.

Alba scura.

Cazzo, due bestie del Cinema. Rispetto!

 

Cazzo, due bestie del Cinema. Rispetto!

 

“The Majestic”, Review

Alla Ricerca del Tempo ritrovato, attraverso i sogni

8259_mazhestik_or_the-majestic_1024x768_(www.GdeFon.ru)

Quando, spesso sconsideratamente, si cita Jim Carrey versione “drammatica”, lo si celebra e lo si loda anche più del necessario per il suo esordio “serio” in The Truman Show e per il fregolismo di Man on the Moon. Perché giudicato attore “autoriale” per due grandi, imprescindibili firme, Peter Weir, il carpe diem cineasta dei sogni eterei, mai da smarrire, della poesia e dell’adolescenza anche quando rescissoria subentrerà la falsa coscienza “adulta”, raffreddandoci nella spirale coercitiva, blindante delle irrespirabili “ferree etiche” adulte, spesso più retoriche del Weir stesso che difetta talora di utopia “irrealizzabile”, d’eccessi troppo fantasiosi nello svolazzar onirico e d’anacronismo sdolcinato in alcuni suoi fotogrammi “letali”, e per Milos Forman, cantore della “follia a tutti i costi” in una società che spezza proprio le anime più “libertine”, più lucide, più vive e non “adatte” ai freddi parametri del circo(lo) osceno. O non paracule. Ma quasi mai, almeno io non me lo ricordo…, si va a parare su questa perla. Sì, lo è e sfido chiunque a sfidare le emozioni autentiche che trasmette, forse un po’ retrò, dunque “ingenue”, appunto fuori moda e non in sintonia con le chiacchiere dell’isterico, frenetico “Cinema” sparatutto, superficiale e cinico che va tanto di moda oggi. Ah, la “grancassa” combina danni e sporca le purezze. In quanto il Cinema nasce come evasione, come fuga, come interpretazione e Sguardo di chi lo filma nelle sue percezioni non solo oculari ma proprio “animistiche”, ché non è una macchina da fabbricanti della plastica, dev’essere un tutt’uno con l’essenza vitale, palpito magico nell’inconscio “violentemente” accecato. Non esiste nulla oltre la realtà? Invece, il Mondo esiste proprio superandola, per chi ha il coraggio di non appiattirsi da pigro. Qui, consta la sua grandezza, nel far combaciare anima e sangue, respiri a tacerli nelle bugie “incorporate” a tutte le altre maschere, al non sentirlo in base all’oggettiva metrica di tutti gli altri. Bensì renderci nostri, tutti diversi. Quindi, più è appariscente, dunque ingannevole per circuirti nel fartelo piacere, più per me è scoria già scartata. Questo The Majestic invece va proprio scartato come un dolce regalo. Ed è a tutt’oggi il film con l’interpretazione davvero più raffinata e complessa di Jim Carrey. Secondo me, il ruolo di tutta una vita, al di là dei tanti incensati Andy Kaufman e Gondry vari con Charlie di cognome omonimo in cabina di regia delle amnesie cervellotiche eprogrammatiche vite “meravigliose” alla Frank Capra emulato di furbizia. Frank Darabont va oltre gli sperimentalismi sovradimensionati da intellettualotti “d’avanguardia” in brodo di giuggiole per i “poliedrici” incastri. Cinema questo che, posso dirvelo, che reputo di polistirolo. Con qualche eccezione, sia inteso. Non facciam di tutta erba un fascio. Sono più fascisti quelli chic degli sciocchi. Non ci piove, a prescindere! Nel 2001, esce questo film e non incassa nulla. Un fallimento su tutti i fronti. Pochi lo guardano, l’Academy lo snobba e anche molta “Critica” l’archivia in fretta e furia. Accanendosi nel banalissimo liquidarlo con altre frasi di “prefabbricato”: “Mieloso, prevedibile, già visto, consolatorio e tanto classico da far pena…”. Mah, rimango sconvolto, scosso e anche il mio cane latra di rabbia. Devo accarezzarlo “a garrese” perché non rizzi il pelo e non “monti” di tutte le furie. Ah sì, il mio cane adora le cagnoline, è eterosessuale “incagnito”. Non ridete, anche gli animali hanno qualche tendenza effeminata. Pensate ai Carlini di Marina Ripa di Meana. A forza d’esser imboccati da una così, han perso l’istinto del loro conclamato “rigoroso” (s)tirarle ritti “a pecorina”. Sì, Marina li ha rasati troppo, han perso il “lupo” dei loro vizi… Adesso, quei Carlini mangian fragoline e, causa la toilette esagerata, non zuccherano però son zollette sempre tagliate da castrati. Il mio cane, per fortuna delle “sue”, ha un padrone che lo sprona da cinofilo duro e gli dà da mangiare bocconcini di cinefilie perché non smarrisca il gusto del clap clap e dell’inchiappettare. Sono Ace Ventura, mentre voi scopate “a pappagallo”. Le mie “pappardelle” condisco di speck specialissimo, in modo spiccato, alto e piccante. La ricetta per far l’amore di prelibatezza da sane canaglie e non poi inacidirsi il fegato nel (non) mettere in becco su tutto e, di sbiechi, non beccarle e perciò divenir “in cagnesco”. Torniamo al film di Darabont. Anni cinquanta, uno sceneggiatore entra in lista nera. Messo a novanta dal maccartismo. Non lavora, di livori s’ubriaca, suda freddo le ire, di sinistro stradale riagguanterà miracolosamente la sua lost highway. Riprende coscienza e si sveglia in una cittadina in cui credono ancora alle favole, ma ha perso appunto la memoria. In questo film, a mezza via fra Non ci resta che piangere e Ritorno al futuro, il nostro Jim entra “sereno” nello scambio di persona. Non sapendo più in effetti chi è, intontito scemo e più scemo, accetta l’equivoco(in)consapevolmente d’esser preso per un eroe di guerra che pensavano tutti morto. Invero, Jim è sveglissimo. Più di voi, dormiglioni. Ma non vi svelo altro… il Cinema non va mai dimenticato… se è crollato, basta restaurarlo. E sarà migliore di prima. Jim stesso migliorerà, anche nel filodemocratico, rimanendo “credulone-coglione” come prima. Perché i sogn(ator)i non devono cambiare, semmai evolvere la (di)rotta, e dovete crederci di nuovo. Modernissimo. Brillante, spumeggiante! (Stefano Falotico)

 

“Strange Days”, Review

Sono strani giorni, fratello

Sommersione, brada astrazione, sesso virtuale, mnemoniche capsule di droga artificiale in una realtà allucinata.
Sfreccian, sì, le memorie candide dell’ormai afflitto, austero Ralph Fiennes, Lenny Nero, nomea che incute timore, vampiro silente nel frastuono del last day on earth. Invero, fa paura solo al suo spettro.
Fuochi artificiali, vagabonde meteore squilleranno ad annunciare l’imminente apocalisse. Una latitanza delle emozioni, sonnecchianti, sfilan rimpiangendola, ninfa virginale di Sesso “sacrale”.
Juliette leccava il tuo pene e te ne sguazzavi, adulto “pedagogo” dell’adirarla in vulcaniche suppliche dai corpi miscelati nelle furie sconfinate, nella giovinezza tua più esperta, da Uomo, in Lei maledetta e spogliata in benedizione estrema.
Sgorgandovi, setosi in sanguinario strapparvi, quel romantico Lenny hai sepolto nell’inconscio appassito, sei ingrigito e, ai bordi soffocanti della tua periferia emozionale, gemi solitario, “ingozzato” di colazioni fredde, di mattini opachi, d’aritmie a un Cuore spezzato per sempre.
Nichilismo tuo al Diavolo consacrato, gironzoli miserabile nello “spacciar” sogni d’altri “perduti”. L’Uomo e le sue nebulose, pianta rampicante delle dedaliche ipofisi, sinaptici traumi addolciti nel “ferirsi”, taglientissimi, con l’ovatta del rabbonirsi apparentemente, invero soffrire in più screziato, sventrante letargo dell’anima, rabbonita nella rimozione per non patirla… la vita nella sua “asfittica”, dunque crepuscolar Bellezza. Ché vivere è gioire nel piangere e non pentirsene mai, rinascere a ogni alba, impeti racchiusi nello scheletro della maschera sociale, la costrizione che inganna, scanna, scheggia e tu la schivi, menti soprattutto a te stesso nell’illusoria, fintissima estasi d’una pace dei sensi futile e afflittiva nel doppio taglio ipocrita, specchi fantasmatici delle vigliaccherie nel riflesso altrui “identico” anche quando, a prima vista, remoto e non affine, il tuo nemico è tua duale medaglia di stessa faccia. Sembra cattivo, il buono non sei tu, ti credi (nel) giusto, forse troppa boria trasforma l’anima nel mostro “autarchico” della più pericolosa presunzione. Perché poi ti (ri)svegli, “odi” i polmoni scricchiolar già di viso tuo sgretolato, invecchiato, di rughe terrorizzanti, il Presente non esiste, è un’immagine che non (ti) co-incide. Eppur t’attanaglia, vivere o morire, questione del sentire o svenire, rapi(na)ti come tutti dal futile o dall’automa degli “adattati” ingranaggi. Robotico, vivi ad arancia meccanica, “mani legate” per non urlare la latente irrequietezza.
Oh, lattante… Gulliver, siam tutti schedati dalla nascita e devi nasconderti proprio “esibendo” il tuo sorriso più (com)piacente. Fottuta ruffianeria per conservare la temperatura e gli equilibri a crash tenuto a freno, altrimenti impazzisci come Jack Torrance se nello shining la vedi di pasto nudo…
Qui, siamo già nella cosmopoli del nuovo cazzo di Millennio di merda. Poltiglie umane. Pastiglia e guerriglie. E non si capisce un cazzo ché scopi mica felice. Giuri fedeltà ai valori e ti tradiscono da Giuda più bastardi, rispetti la “semaforica” e ti foran d’escoriazioni, investendo i segnali stradali del rispetto.
Questa città è una giungla, metropolis che ti mangia vivo. Acceleri d’azzardo e t’asfaltano, ingigantisci la tua “onnipotenza” a Dio sceso in Terra ed è solo una geniale stronzata di auto-incularti da scemo del villaggio.
E dove vai? Indietro no, avanti chi lo sa cosa ci sarà se potrai, già troppo sentire oggi mi ricorda che sto morendo. Robusto di fisico, di mente distrutta, disossato nel sangue, pasticcio come tutti di errori, vie traverse, “alternativa” all’evidenza che sei, “marchingegni” posticci per instillarsi un po’ di felicità alticcia, ma è sol che più potenziata sofferenza di striscio. Sganciato il “Play”, sei fermo al nastro di partenza, però panta rei ed è una Via Crucis senza fine. Non finirà, dormi, ti rannicchi, accovacciato “stupri” anche il piacere, ché nella superficie ti sembra d’affogare, fuggi nel Mondo irreale che è meno virtuale d’una società schizofrenica, il collasso nervoso induce a dormirsela. A chiudere gli occhi, strangolare le palpebre delle vene più vive, afferrare il Big Bang e farlo esplodere di vuoto esistenziale.

Placare l’evoluzione, tanto non cambierà in meglio. In peggio, nella barbarie a ogni angolo, a ogni “svolta”, vicolo cieco, sprazzi di lucidità, follia totale, sei l’unico sano di cervello fra i matt(ato)i, infatti gli… ess(er)i vivono e tu sei “morto” che ama, vuol riamare, non può riaverla, si tuffa nella “finzione” delle immaginazioni, in congiunzione coi neuroni depressi, deperiti, apatici e anchilosati, forse non esistono più e tu sei un fantasma, come le altre “comparse”. Che macello!

Lenny, sai che assomigli tanto a Travis Bickle? Quella “prostituta” si chiama Iris… Metacinema anche nell’attingere d’intuizioni allo Scorsese dostoevskijano, non Paul Schrader “in cabina” di sceneggiatura ma “abitacolo” del Jay Cocks da età delle innocenze post-Gangs of New York… nella camerawoman, gran Donna, della Bigelow più James Cameron quando davvero sapevan far(si). Che coppia. Beato James, beata Lei.

Beati tutti, stronzi vaffanculo! In Pace di Cristo, crepiamo! Ci cremeranno, ma ne sarà valsa la trombata di trip.

Dalla Big Apple a Los Angeles, la fabbrica appunto dei sogni. Ma il Mondo è Paese, un-a capitale vale l’altro…/a, tutti/e uguali. Lei è come tutti gli altri!

Lenny, vendi questa “sostanza” per ricreare d’impianti i rimpianti di tutti nel salvarvi dal Tempo…

Non è Apocalypse Now, non è the end… ma Jim Morrison sempre c’è immortale! In un’altra storia, altre memorabili… strofe, per non dimenticare di (non) aver vissuto!
Strange days have found us

Strange days have tracked us down

They’re going to destroy

Our casual joys

We shall go on playing

Or find a new town

Strange days have found us

And through their strange hours

We linger alone

Bodies confused

Memories misused

As we run from the day

To a strange night of stone…

 

Il malessere non si cura con le medicine farmacologiche. Piglierai il tuo cowboy al balzo del lazo, e reciterai da solo un Dici a me?

Di mio, sonno Lenny Nero, e ho anche il neo alla Bob De Niro.


(Stefano Falotico)

 

 

 
credit