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“Philadelphia”, review

Che dolore la verità! Soprattutto se è stata sentenziata dai detentori-untori coi dentini

“Macchie” indelebili di pelle ferita dal pregiudizio, oh, l’onta delle “stigmate” a marchi d’ingiustizia, combattivi in coro dinanzi all’oscurantismo “trionfante”, prostrati e perdono mai sarà salomonico ché scalfisti, ledesti, lordasti la moral onestà nelle tue criminose “regole lavorative”, spacciate per omertos’atto leguleio.

La bugia corre sul filo e dilapida il direttore aguzzino, ora basta con l’ingiustizia, i giurati son scandalizzati per la vergognosa azione indecorosa, a gran voce s’eleva il tremito rabbioso, l’ira va moderata nel calibrar il colpo sull’ugola tonante, secca e non “in filigrana” di un altro “segregato”, causa il “puritano” oltraggio al suo ner piumaggio.

Vola sciolta la melodia di Springsteen, paciere ardente tra tanta fatiscenza. Non dei borghi di questa città “ai margini” delle vite rubate e ripudiate, podista titanico d’un pomeriggio che svien invaghito al romantic’effluvio in mistici rimpianti, scagliati eleganti in Cuor temerario, temprata di grinta è la sua “ballata”, dipinta dentro iridi sue stanche ma guerriere ammantate, il tramonto serenamente è dolce adorar l’aurora d’altre nuove albeggianti (ri)scosse. Azzurra, risplenderà! Avanti!

Trema Bruce, infreddolito da un giubbotto che “fischietta” lapidariamente estasiante, in una brezza morbida si colora l’anima deturpata da tanti vigliacchi inganni, viaggia fortificata la corazza del warrior alive fra chi attentò ad affrangerlo. “Liturgico” in biblico sgorgante, sacrale delle limpide astrazioni ancora, sì, sognanti. Epiche!

Assonnaron il mant(ell)o del respiro puro, abbrancato ne urlasti in silenzio “pauroso”, trafitto crollasti, di spasmi avventurieri da brave “martire” t’immoli a sanificar i torti, a risanare le cicatrici. Ulula! No, la Notte va accesa!

Non scompariranno, contorte irritan in pleniluni solitari, senza Sole… waitin’ on a sunny per altri glori days da solarità in summer clothes.

I was bruised and battered
And I couldn’tell what I felt
I was unrecognizable to myself
Saw my reflection in a window
I didn’t know my own face

Scende la sera, s’attenua l’irto lupo in pietà michelangiolesca nello sfumar di madida e levigata energia riscaturita. Mordili!

La polvere del vento arse l’intimità del tuo Uomo intrepido, cauta è l’agonia se viva e or d’amor rafforzato, dalla sconfitta inflitta che ti spense in piagnisteo a catarsi del modularti grande, innalzato è canto idilliaco! Maria Callas! Commozione gloriosa!

Due avvocati, inizialmente su fronti opposti, schierati in battaglia!

Andy Beckett (uno strepitoso, smagrito, sorprendente Tom Hanks) lavora per il rinomato studio legale, appunto, Wyant & Wheeler… il secondo è un avvocaticchio delle cosiddette “cause perse”, o perlomeno proprio piccole, da giudici di pace… Denzel è già sfigato di suo, deve perder anche Tempo per far vincere chi ha perso in maniera fair?
Entrambi “colleghi” quindi, uno bianco latte alla Tom Hanks e l’altro come il carbon’, Denzel Washington. Ognuno per gli affari propri.

Nel frattempo però accade l’ignominia del fattaccio assurdo. Siamo negli anni novanta, e l’AIDS imperversa.

Una malattia che vien contratta “solo” dagli omosessuali. Ahia, quando si toccan i gay bisogna esser delicati… con la regia e la sceneggiatura, altrimenti il luogo comune può prender il sopravvento e combinar pasticci.

Basta una “nota”, una battuta stonata e le intere fondamenta dell’intelaiatura posson colar a picco. Le strutture degli ingranaggi! La sovrastruttura!
C’è poi il ridicolo involontario dei “doppi sensi” su cui mai bisogna scherzarci sopra se non sei un cineasta in gamba…
Jonathan Demme, fortunatamente, non è il primo venuto. E, dopo Il silenzio degli innocenti, che comunque, qua e là in qualche pecca di sbavature “stereotipate” scricchiolava imperfetto, ma ne smorzava i “tranelli” con una tensione davvero cannibalistica del Cinema forte e senza fronzoli, eccolo con un tema forse più “pericoloso”, i crimini contro la sessualità. “Diversa” che sia…
Sì, il film non è soltanto un potente j’accuse indimenticabile agli errori orripilanti d’un sistema ipocrita, ma un pugno tosto allo stomaco di Diritto… costituzionale all’umanità infranta dalle paure piccolo borghesi.

Una società affaristica, appunto, capitalista. Verte tutto sui soldi e sulla questione Sesso.

Il piccolo borghese spaventava Pasolini, egli è un tizio incravattato con tanti bei soldini e una posizione spesso “intoccabile” ma sospettoso come Tommaso, non tanto “santo”, appunto.

Egli ficca il naso dappertutto e soffoca le narici della libertà nel tarpar chi a “genio” non gli va.

Perché è omofobo, razzista, una capra in abiti di “gran taglia”.
E adora il “pacioso” motto del “O così o così”. Nessuna alternativa, nessun altro stile, nessun’altra prospettiva.
L’altra dimensione, per il piccolo borghese, è solamente la “giustificazione patetica” da “Dipende da che punto la guardi. Io sono vincente, tu cerchi alibi, rassegnati perché ti ho licenziato, non consideriamo altre linee. Decurtato e amicizia lunga”.

Eh sì, il povero Andy, su due piedi (impuntati del “caporale”) vien stroncato perché una macchiolina compare “strana” sul collo. Ah, vuoi vedere che Andy ha l’AIDS? Si bisbiglia in ufficio, questi “malati” possono propagarsi “virali”. E allora “eviriamoli”, estirpiamo la loro carriera con la scusa del mancato adempimento al “compitino”. Sì, firmiamo questa burocrazia e spediamoli tutti all’Inferno.

Distinti saluti,
Andy. Buona vita…

… (d’inchiostro “simpatico”) Abbiamo deciso “all’unanimità” di rovinarla ma in modo “legittimo”. Non perché soffre di AIDS, semplicemente perché non ha fatto il suo dovere… 
Finirà tra i barboni, la ringraziamo tanto comunque per i nobili servigi prestati alla nostra “prestigiosa” ditta…
Lei è stato per noi un “eroe” ma non s’azzardi a ribellarsi. “Cazzi suoi” fa rima con “Si arrangi?”. No, con “Quanto siamo stronzi ma non ci frega…”.
Sì, l’abbiamo additato da inquisitori ma nessuna Inquisitoria.  Chiaro? Al massimo, una mensa sociale e una stretta di mano (prima però se la pulisca, non vuole mica “appestarci” da lebbroso?..) di “solidarietà”.

Lei è davvero un grande, Andy, e ancora “Grazie”.
Basta che ora se ne vada dai suoi ossobuchi… sia (in)tesi come checche e sia come nostri maiali a spolparla. Altrimenti, le caviamo gli occhi, noi mangiamo il caviale, non cerchi cavilli!
Le lavastoviglie occulteranno i nostri puntini sulle i…
Ah, è uno stinco, l’abbiamo prima spolpata e quindi liquidata… Ah, non s’impunterà per le sue ragioni?!
Carta bianca canta e noi ce ne spazziamo il culo.
Comunque, se fossimo in Lei, non ne faremmo una tragedia. Troverà appoggio nell’assistenza di qualche infermiera. Guardi che i pasti sono “nutrienti”. Dorme “asciutto” nei dormitori… Le porgon anche occhi teneri “al filetto”, e le dan del “Caro” di carezzine… Non urli, sarà la sua solo retorica!

Firmato gli aff(r)ettati.

Questo film è una pietra miliare di provocazione sfacciata. Sbattuta in faccia, con un Tom Hanks imbattibile.
Sia come Uomo di pellicola, sia come Oscar giusto, come i film necessari.

Disturbante?
Non sai quanto, miei delinquenti!

(Stefano Falotico)

 

“Mezzanotte nel giardino del bene e del male”, recensione

Midnight, good, evil, life and death in this magical land

Da Ungorgiven in poi, il Cinema di Eastwood si tonifica, aggrottato in notti bianche d’esoterico peccaminoso, su rive mistiche dell’oscillazione lapidaria, smarrita, scalfita d’ogni illusoria lindezza, fra crepuscoli delle arrugginite ma lucidissime tempie, patibolari in straziato guaire inascoltate, “corrugato” dentro e a messianica energia sussurrata in prodigiosa adorazione della virtù consacrata alla morale “reazionaria”… ch’è solo l’intrepido arrampicarsi del cavaliere pallido fra i laghi increspati della corrotta società. Ghiacci e polvere, speroni “disinfestanti”, un Dio con occhi torvi e all’apparenza minacciosi, beffardo ghigno del lupo che sputa il sangue degli sconfitti nella scandita sua roccia in passi d’impronta e tatuaggi indelebili sulle scomparse ombre.

Il suo Cinema profuma d’integrità e smaltata, principesca aura romantica, dunque da “vinto” Cavaliere “amorfo”, scabroso, sì, e di qual rabbia elegante effonde in fotografico, atmosferico, combattente e mai stremato, arreso Cuore intatto. Nobile, fiero, eburneo, “patetico” in vesti registiche fin troppo sottili, quasi muliebrità sensibilissima ai moti onirici della Bellezza. I ponti di Madison County (rimembrarlo) a lustrare il Tempo d’una dolce “dissipatezza” grandiosa. Enorme e gigantesco titano che ci e si commuove alle emozioni, denudate in vertiginosa spudoratezza “a scena aperta”, sconfinata come le praterie solitarie del vecchio e fradicio West nell’innervato arcuarsi suo a cavalcare panorami-che intense, vivissime, accorate, rinascenti su mo(ni)to profetico, allucinazioni visive di stordentissimo inebriarci sin a elevare il Male, la marea dei dolori taciuti in catarsi di soffusa delicatezza.
Qual immensità è il suo Cinema “banale”, “artigianale”, da “mestierante”, solido fra gli stolti come una fragile punta di diamante nell’Iceberg di chi “svetta” dietro, quella sì, retorica per applausi facili, mercificati e d’aria fritta da contrabbando delle plagiate anime asservite  alla cortesia “piacente” ma invero ruffiana. Falsari!

Cinema soltanto “arruffato” e dunque camuffato d’opaca “brillantina”.

Clint non necessita di sotterfugi effettistici, va dritto al sodo, scuoia l’essenza dell’esistenza a imperiosa, gagliarda voce “silenziosa”. Sleeper fra tante immagini “pubblicitarie” dello scontato immaginario… che poi dimenticano tutti.

Ed ecco che, dal “cilindro” del suo cappello bounty killer, “nero” ma bianco come un’indimenticabile, lirica melodia di nuovo revenant, estrae questo Mezzanotte asciutto, “scremandolo” a sfumata ambiguità. Ancora Lei a occhieggiare, a turbarci d’incubi.

Un capolavoro “sonnambulo”, che respira fra e-letti del gusto ricercato, wanted in sopraffina magnitudine, destinato ad “avverarsi”, a “denti” addentrati, anche fra gli occhiolini dei dormiglioni spettatori pigri nella buonista culla.

Fra chi vive in “cella” la sua anima e la gode solamente di stupide inezie, ah, che sconcezza dinanzi al Maestro “triste”.

Perché un film così lungo ambientato, di riti “voodoo” stupidi, ove non succede nulla, cioè a Savannah, very New Orleans? Clint è impazzito? Abbandona la “ruggine” per studi entomologici della stramba fauna d’una città oramai “superata?”. Sepolta e maledetta?

Padroncini senza cagnolini al guinzaglio ma col collarino?

Ah sì, Clint è rincoglionito.
Certo, come no.

Chi crede più ai riti, alla scaramanzia, alla superstizione? Alle croci, ai valori, alla “cronaca” che vuol rivelare il vero? Alla gente “moderna” interessa il primo responso “giornalistico”. La notizia dev’essere “diretta”, immediata, assolutoria e tale si bevono. Anche perché non han voglia d’indagare né farsi sangue amaro…
Meglio i bicchierini nei cocktail “peperini” delle “limonate” fresche di “stappo” e da “stampa”.

C’è stata una festa, c’è scappato il morto. Il morto era, forse, l’amante del riccone. Chi se ne frega? Abbiamo asso(l)dato. Addio. Solo calci nel culo, se non vorrai accontentarti dello stipendietto. Parla come mangi e non sputare nel piatto in cui guardi il pasto nudo.

No, no, scendiamo in profondità. Sono curioso.

John Cusack è il “ragionierino” degli articoli da sagra del “sagrestano”.

Deve annotare la “geografia”, agiograficissima e superficiale, d’una semplice festa di Natale, organizzata da un “potente” di lusso.

Avviene però il losco “fattaccio”. Nel “durante”, qualcosa di brutto accade. Già, mentre si cazzeggia, qualcuno non scopa ma viene sparato ammazzato. In mezzo agli schiamazzi, nessuno ha sentito un cazzo.

Billy, il “servo della gleba” a totale servizio del Kevin Spacey più furbetto, schiatta però. Di “crepacuore?”.

Mah, c’è il “ma” dell’omino anonimo, Cusack. No, John non ci sta, vuol vederci chiaro.

Ottiene il permesso di far l’investigatore “Marlowe” sudato e sfigato, fra torride donne bizzarre, una bionda ammiccante, e altri provocanti guai.

Anche un travestito fra tanti travestimenti e ricevimenti.

Con tanto di avvocati e processi. Quanta carne al fuoco! Al Diavolo tutti!

Il ricco, “tenuto in fermo” per constatare se era infermo o solo colpevole di “legittima difesa”, assolto vien liberato dal carcere… infernale.
Appunto. Sì, sì, il diario del taccuino è completo.

Bene, sistemata la faccenda, torniamo a casa nostro rompiballe palloso d’un Cusack?

Ma sì, è stata una vacanza anomala ma “divertente”. Non dirmi che non te la sei spassata? Ottimo. Adesso, ti tocca la vita “normale” di tutti i giorni. Buono e zitto. Non mettere zizzania. Mangiati la frittata e basta.

Intanto, il ricco “festeggia” ancora. L’infarto gliene coglie, e uno spettro angosciante gli appare.

Da non chiuderci, come dico io, (un) occhio.

“Buonanotte”.

(Stefano Falotico)

 

Nicolas Cage è invero un grande

 Isterico lieutenant. Bad, bang!

 Eccetto qualche smorfiona di troppo, specie nella trasformazione, appunto face off, un Cage strepitoso. Ai livelli di Lynch.

 Serio, quasi tragico.

 

1997: fuga da New York, dai chiamatelo Jena

New York, Apocalypse forever

Kurt

Uno dei più grandi in assoluto, lo venero nelle notti estive quando la sudorazione “stempera” la mia anima e rabbrividisco, lagrimato d’odori “pugnaci”, a reggimento di    memorie riscoccate, miracolanti e a balzar, ballerinissime, in trono. Oh, mia reggia d’emozioni, qual Piacere mi lustra, muscolar d’anime mie tante allu(ci)nate, in tempeste orgasmiche d’insaziabilità aromatica nei corridoi fantasiosi a poter dei miei scettri “ubriachi” di Bellezza colossale.

Il Cinema “penetra” la Luna dei nostri spettri, vampirizza ogni trauma, rimargina le asprezze patibolari in virtù poderosa, rossissima, irresistibile-mordace, acre odorosa in tal chiasso di vanità fallaci.

E tingo il Cielo, rabbuiato, nell’oscurarlo d’incendiarne i frammenti invisibili. Liquida e maliarda dinamica azzera la fragile condizione umana, cristallizzandola in alpin valicar rocciose caverne spazio-Tempo(rali).
In burrasca emozionale che acciuffa un’ombra mia scomparsa, la vivifica di scossa detonante e ne deflagra, sgretola argini “rotti” a beata maledizione dell’elevazioni ancor illuse.

Il sogno è un cinema di periferia, fatiscente è il “vecchio” Ernest Borgnine, ridacchia di sana pianta senza ricette erboristiche, sì, non sanifica un cazzo. Ci sta bene nel “degrado”, ché il Mondo è un Pianeta delle scimmie dell’antropomorfo e bellicoso piano “ingegnoso” disumano. Bombe, scontri fratricidi, omicidi, atomici stupri, violenze in ogni dove, dietro l’angolo e “infiltrate” nei por(c)i, sotto un portico attentarono, l’incolumità è murder a ogni equilibrio fratturato.

Se la godevan da matti i presidenti di che…?

Eppur si crede all’ordine costituito, la bandiera a “monarchia democratica” è stata rapita, presa in ostaggio. Cazzo.

Il Duca tiene in scacco la città fantasma. Le torri son crollate già, profetica tragedia annunciata dal Messia Carpenter, i flipper nei bar danzano d’occhiolini come palloni gonfiati per adescare il pollo del villaggio. Rubando le sgualdrine al pollaio dei macellai.

Un melting pot lacerato e gettato nel cesso, forse colpa del “monopolio” della razza “superiore”. Un nazista ha fottuto il sistema, inculando il più “figo” a mortificazione d’ogni valore.

Che Mondo di merda. Ma detiene il “potere”. Le metropolitane viaggiano a rotta, di decollata società, in una linea di sangue al contrario dei sani contratti civili. I barbari si spaccian per principi, la perdizione è all’ordine del Giorno, ma non c’è alba, l’abbigliamento è “ammuffito” in cancrene facciali delle putrefazioni finto eroiche.

Al massimo, ne sopravvive uno solo. Tanto a posto che infatti sta in un carcere di massima sicurezza.
Lo liberano per la mission impossible. Fortunatamente non è un “vincente” come Tom Cruise. Ma si chiama Jena Plissken. Questo qui è uno snake, non uno da ciak girati alla cazzo di can’ nel “carino” del palestrato asciutto.

Te la sbatte lì, antipatico. Dunque un Dio.

Manhattan del 1977 di Woody Allen… qui siamo vent’anni dopo, oggi nel nuovo millennio, ma questo capolavoro è più avanti.

Oltre a-i ponti distrutti, a(h)i patti d’amicizia traditi, oltre al-la barriera puritana dell’America invero puttana come sempre fu, barricate a destra e a… manca il “matto” che sgattaiola. Fa un casino pazzesco su volto bendato del pirata Kurt Russell. Attenti, il “pirata” della strada è un grindhouse nella pellicola oculare dei cipigli su battute ciniche, dunque romanticismo assurdo che oramai non caga nessuno.

Ma quale Batman di Nolan, ecco l’atterraggio nel “Mi sto masturbando” d’un Kurt al condor.

Un pipistrello che sa le ali del suo far l’aleatorio. Nichilista, crede a una Donna e a quel che ci va dentro.
A forza di rotearci attorno, otterrai solo un “diretto”.

Ah, è il colmo. L’orologio è un veleno iniettato ma Jena è sano come un pesce.

Smonta il piano criminoso, aggira cannibali, tribù, le gang e ci mette in mezzo la lingua biforcuta nell’inforcar di nuovo l’aeroplano, ficcar dentro il mot(t)o for president. “Rincasa”, sempre incagnito, Lee Van Cleef è il “cattivo” di Sergio Leone. Appare vecchissimo, quindi in gran forma. I suoi zigomi non mentono. Che bugiardone! Ah, ah non si fa lo scherzaccio!

Voleva fregare Jena solo per “intascare” la “salute” di “Stato”.

Jena non fa una grinza, sbatte al muro Lee, s’aggiusta il “bavero” e sbava l’ultima frase antologica.

Storia del Cinema.

Se volevate una recensione con trama e riassuntino, tornate al liceo e scopatevi la professoressa, poi ditemi se siete “venuti” promossi.

Ricordate: amerò sempre le bocc(iatur)e di Adrienne Barbeau, non è Maggie dei Simpson ma è meglio delle Barbie.

Buona visione. Comunque sia, ad Adrienne non regalerò il “visino”. Il visone lo regala Rocky Balboa ad Adriana.

Di mio, preferisco lo stronzo “puro” alle “figate” di legno.

Vaffanculo.

5 stellette, se ce ne fossero di più, ne aggiungerei altre.

Una però di scorta alla scoria dei destrorsi.

(Stefano Falotico)

New York

 

 

“Il cacciatore” by Davide Stanzione

Uno di quei capi d’opera che, quando ti ci affianchi per scriverne, la penna prima ti tremola e poi viene spazzata via dall’impeto di grandezza. Il Cacciatore di Michael Cimino è quel Cinema più grande della vita e più grande di tutto, che non aveva paura del rischio e del gigantismo, del lirismo spensierato che si riversava nel dramma cocente come uno shock anafilattico: scene da un matrimonio e poi il Vietnam, ba-da-bum, senza nessuna mediazione, tre quadri scissi di racconto che non temono la separazione e il taglio brusco. Dritto nel cuore di tenebra dell’orrore.
A rivederlo oggi, è uno dei più grandi e torrenziali prototipi di libertà sconfinata dell’ultimo cinquantennio di Cinema, uno di quei film che vorresti parlarne all’infinito, anche solo per dire quant’è maestosamente macabra e dolorosa questa o quella scena, che belle luci ha, che impeto maestoso e tragico che aveva la regia di Cimino. Uno che aveva un talento così limpido e incandescente che infatti s’è bruciato. Non fa una piega.

 

“The Crossing Guard”, Review

La verità di due anime “vigliacche”, vinte nelle cantilene solitarie d’anfratto addolorato

Un impermeabile passeggia. Lo indossa un ectoplasma.
Chi è Freddy Gale? O meglio chi non è dopo l’incidente mortale, casuale che ha ucciso sua figlia? Aveva solo sette anni e un “mitomane” ha ottenebrato la sua infanzia, ove è ascesa, forse, vergine estrema.
Sterza il dolore, singhiozza, titoli di testa “incastonati” nel freddo polare dell’orso Jack, il miglior Nicholson “vecchio”. Rancori da taxi driver d’un calvario a titanica colpa esistenziale.
Un biblico fruscio occhieggia nel suo Cuore, per sempre, “profanato”.
Si strangola in mattinate uggiose, “raschia” nella pelle “sciamana” dell’animo indelebilmente affranto.
Anestetico di alcol per tamponar la ferita ma s(t)rappa le ossa interiori, si morde la coda e attorciglia il sospirar fluido. Glaciale, mette i brividi. Opacizzato, geme Jack, invero urla in “dimesso” abito da “gioielliere” innanzitutto del suo sangue rubato, graffio che “dondola” a sacral radice dell’agonie imperiture, come un crash a turbarlo e corrugarlo, a invischiarlo nella tenebra perenne, a sguaiato smorzarsi, disancorato, perduto, fantasma. Una perturbazione fosca, scolpita nelle già ingiallite, sdrucite iridi “vagabonde” del suo “patetico” giullar apparir calmo, imperturbabile.

Crollato nell’amore, divorzio che non ci sta, si autodistrugge. E se ne scola.
Ma quei locali di spogliarelliste soltanto atterriscono. Goliardia d’“euforia” finto-erotica che puzza rancida, alone… di sigarette e di se stesso smarrito.

Il “mostro” esce di prigione, è “felice”… tanto che vuol baciare altre notti nel profumato Sesso della sua ex compagna. Se ne riavvicina, la “cattura” ancora e Lei l’accarezza, lo “stritola” nell’avvinghiato desiderar che il suo Uomo intinga il rimpianto  di “bianca” assoluzione. Lui, tremore radicato, l’afferra ma poi la schiva, strozzando le lacrime nel volto angelico di rugiade “sporche”.

No, non si perdona. Colpa d’una manovra azzardata, d’un non brusco frenare, d’una distrazione letale.
Distruttiva d’una vita altrui nel riverberarla in sé “macchiato”.
Macchina che perse il giro. Involontario omicidio.

Freddy ha aspettato che quell’“ubriaco” tornasse a piede “libero”.
Per vendicarsi.

Concede tre lunghi giorni all’“assassino”. Ma nell’intermezzo ci son le lune “cattive”.
E la mira, tanto affinata, si sta arrugginendo, il tuo ruggito bestiale, squagliato, mormora un’imprevista traiettoria a riflesso dell’altro “spettro”… della medaglia.

No, entrambi segnati. Nessuno scont(r)o.

Sulla lapide della vostra, sì, vostra bambina, raccolti in preghiera siete, come tutti, inseparabili fratelli.

Un capolavoro, anomalo. Grandissimo. Ronza “inquietante” quella “Missing” di Springsteen. Ieratico struggersi.

Sean Penn dedica la sua intimità romantica all’amico Bukowski.

Mi manchi…


(Stefano Falotico)

 

“Tinker, Tailor, Soldier, Spy”, un masterpiece all night

 Vanità disperse, nubifragi di anime, a sottecchi spie di (non) se stessi, fantasmatici.

 I sospetti centran gli occhi sparvieri di Gary Oldman, incavato nel plumbeo della cravatta grigia.

 Un thriller flawless come i suoi superbi attori, capitanati da un Oldman draculiano ancora una volta. Un vecchio volpone.

   Una colonna sonora che vi ricorda il Nosferatu di Coppola? Eh sì, per poi prender il volo profondo.

 

(Stefano Falotico)

 

E perché mai “The Deer Hunter” dovrebbe esser inferiore ad “Apocalypse Now?”

Adoro le nuotate deliranti, apocalittiche, atemporali e mistiche di Coppola, ma il film di Cimino abita in un ambito di notevole impatto, forse senza dubbio meno visionario, ma visivamente emozionale in modo ancor più radicale, e a incubo della guerra purtroppo imbattibile della follia umana.

Lo spettro agghiacciante della roulette russa, giochetto assai pericoloso e da point of no return. Assolutamente.

Uccidere un cervo è come scorticare le anime dei puri. E assassinarle in modo letale, cerebrale. Di freddezza mortifera.

Hunter!

Hunter!

Cinema di ghiaccio magnifico.

Il cacciatore, Apocalypse Now e Full Metal Jacket: quale di questi è il vero assoluto capolavoro sulla sporca guerra?

So che, travolti dalla fotografia rosseggiante d’un Vittorio Storaro nell’immaginifica “contemplazione” cosmica di Coppola, tinta d’ombre foschissime, in auge elevate il suo imprescindibile a totem.

Ogni cameretta della mia generazione, non può dichiararsi “cinefila” se qualche locandina o manifesto non avete affisso su qualche parete, non so se dietro lo schermo del PC a “scrutarvi”, o nel fronte-retro dell’inabissarvene nei momenti di triste euforia umorale.

Lo so, siete fatti così. E appena la giungla viene “bombardata” dalla scossa di Jim Morrison, vi prefigurate quel ch’avverrà nichilista. Succhiandovi i “polpastrelli” oculari dell’asmatico respiro a polmoni di “pazzia” inconscia issata allo stremo del credervi combattenti d’un Mondo “color” orrore.

Così, “caricati” epicamente, come una cavalcata afferrate i neuroni sovreccitati e li “spruzzate” a raffica su qualche “valchiria” ch’assecondi le vostre foglie “decadute”.

Ah birbanti. Solito solipsismo. Rapportate perfino Francis al vostro “ambiguo” San Francesco frustrato.

Ma, sinceramente, eccezion fatta per i singhiozzi stupefacenti del mio Cuore fulminato da tanta Bellezza, angosciosa, dolorosa e posseduta a incapsulate perfezioni formali diluite nell’energia dei suoi eroi distrutti, “ficco” il Dvd del Kubrick…

A rivederlo, lo sminuisco, e non intendo cambiar idea.

Apprezzo la retorica dei “pestaggi” psicologi (e non solo) sulle palle di lardo che, da innocui buffoncelli ingenui, vengon trasformati in robotiche macchine da guerra “levigate” come i fucili stuprati nel proprio corpo percettivo spappolato.

La seconda parte…, un ribaltamento di prospettiva, ove finalmente i vietcong sono come gli indiani sterminati.

Ed è per questo che il Joker “ama” John Ford, perché è un pagliaccio della verità “a stelle e strisce”.

Dunque, tanto di cappello a Stanley. Programmatico a scoprire l’acqua calda ch’era stata gelata dai luoghi comuni “a cazzo duro” dell’America senza scheletri.

Poi, mi capitan “a tiro” le immagini lagrimose di Michael Cimino. E ogni scena del suo film è superiore a ogni minimo frame degli altri due capisaldi e contendenti.

Perché vive di più di poesia.

 

In poche parole, Cimino sta sopra, essendo gli altri due capolavori troppo diversi e non paragonabili.

 

“Il silenzio degli innocenti”, recensione

   L’agnellino piangente lagrimò di bestial ferocia “innocua

La saga lecteriana di Thomas Harris trova successo, planetario e oscarizzato in tutti i premi maggiori, nell’imperfetto capolavoro di Jonathan Demme.

Demme “entomologa” la banale psichiatria bestseller di Harris e la sbrana a lembo di lambs urlanti nelle silenti pareti fredde dei fragilissimi cunicoli (dis)umani, a brado raschiare le anime avvizzite e temprarle nell’accese frenesie del cannibalismo d’un rito sacrificale immolato alla sopravvivenza.

Ove Michael Mann esaltò le dinamiche “calibrate” della sua indagine da “licantropo” manhunter, un investigare assoldato all’Actor’s Studio della criminologia, arpionando il mostro dentro la spirale-specchio del suo signor Hyde “dolce” e dentro-fuori la maschera doppiogiochista della giustizia, una perfezione d’immagini elettriche-divoranti-fluide-cicatrizzanti, natanti nel brivido a pelle del diverso “spaventoso”, simbiotico nel vincerlo di nemesi punitrice, Demme gioca le sue carte nella spettacolarità colorata di rosso e denti aguzzi, sopraffino “fotografo” delle paure inconsce e (sovra)impresse a tagliente carisma d’un Anthony Hopkins radentissimo, sobrio, elegante freak dalla quasi messianica  efferatezza “b(o)riosa”.

Anche Lui, Lui più di tutti, l’antonomasia stessa della carne lacerata del mostro morsicante.

Sigillato nelle mura d’una prigione che resiste al tremendo (non) e-spiarsi, dipingendo fantasia michelangiolesca nella vetta acu(i)ta del candore rubato.
Ruggisce calmo e asceta, erutterà sanguinario!

Lecter, linciato e vivo-“dead man walking”, bruciato-iracondo a supplizio “savio” nella condanna infernale, oh oh, gemi rattrappito e sibili come il Demonio pittato di gote “golose”.

Ti capita a “tiro” la tirocinante Starling, timida e permalosa, “cazzuta” e diplomatica, anch’ella come tutte le altre ancelle “cast(igat)e” nel servil prestar servizio “civile”, (ig)nobilmente soggiogato da un manicheo, oscur potere crudelissimo.

Vi “giocate”, vi guardate, esplorate nei vostri incubi a strapparvi l’innocenza. Tu, Lecter violato che aneli al libero volo, tu Starling la “contadina” impettita in un tailleur che arde d’erotismo “squadrato”, esangue muliebrità d’una bella Donna troppe volte “virilmente” umiliata dai branchi a “spruzzarti”, anche solo d’occhiatine furbe alla gonnella, le pudicizie “spermatiche”-impaurite, fiere dell’oggi tua femminilità “lapidaria”. Emancipata ma così ancor incerta, come tacchi “spaccati” in collant sofferenti, attillati alla disillusione che la purezza è oramai azzannata dall’“obiettivo” malizioso di chi, cineasta esperto o voyeur insaziabile, strangola la “sciocca” tua infanzia con lo zucchero filato sulle sbiadite bianche iridi illese.

Il “buffone di corte”, il (non) Sesso di Freud, l’eremo dell’ “insensibile” killer nella Notte degli orrori. Oh, che sotterfugio il suo stesso nascondiglio, bugia al suo Cuore desideroso ma invero (e)virato all’affrangersi “Nosferatu”.

Caccia senza tregua al “vampiro” delle verginità che succhia nella sua “culinaria” cucina soffocante.
Bavaglio anestetico al (non) piacersi. Crollato nella sua umanità, antropofago dell’anima sua recisa.

Accanito, il cagnolino è ora lupo e morde di “(dis)g-i-usto”.

Similarità con Mann nella dialogica “a penetrazione” di due vite spezzate, una (s)lanciata nella Donna Jodie Foster fighissima, e l’altra nel suo bramare una Luna serena già d’eclissi rugosa e “repellente”.

Un inseguimento di suspense tagliata con l’accetta, scandita dalle movenze oculari, dalle caviglie della Foster a “scandire” la bomba del suo seppellire le paure per sempre. Agguanta e uccidi il mostro, fisicamente, e l’alba non udirà più il lamento snervante, omicida delle pecore macellate.

I lupi…, tu e Lecter siete così “diversi?”. Due complementari “giustizieri”, (com)bacianti dietro un romantico cavo telefonico.

Squilla, squilla, squilla la vocina melliflua. E duole…, nelle profondità del vostro, nostro buio.

Di tutti.

(Stefano Falotico)

 
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