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“Cuore angelico, tenere tenebre sanguigne” di Stefano Falotico

Cuore Angel Heart

Cuore Angel Heart 2

Cuore Angel Heart 3

Cuore Angel Heart 4

Copertina Cuore Angelico definitiva 

Cuore angelico, tenere tenebre sanguigne

Da oggi, è ufficialmente disponibile il mio nuovo libro.

Complessa e intarsiata miscela dalle squisitezze deliranti innestate e innervate dentro le fratture torturanti, tonantissime, martoriate e poi a volteggiarsi a onirismo d’impalpabilità mia fascinosa, sobria, avvolgente profumo che s’immerge in anima lirica ed eccelsa, elevata eleganza intattissima, superlativ’ascesi mia mistica che si morsica aulica all’effusione di cereo, presto incendiato color marmoreo, esangue e perciò eburneo delle mie versatili, inafferrabili intelligenze poetiche.

Austero decadentismo che abbranco in personal palpito della respirata, abbracciata, baciatissima trascendenza su sangue animato, fiero d’intrepidezza sonante, musicale odore della vita lucente nel vederla suadente.

Vita vera e dunque “virtuale”, fra crepuscolari lanterne ermetiche d’una viva e imbrunita Notte lunarissima e acquiescente, placida come un lago sfiorato dall’alba del primo roseo mattino emozionale, innaffiato ai virtuosi, funambolici dardi solari d’ammorbidito nevischio in mio “demoniaco”, divino Cuore (s)ghiacciato. Altissimo!

Le ragioni, o forse appunto le misteriose regioni divinatorie di tal creazione tinta all’heart letterato più avventuriero d’arcaica, raffinatissima Arte, son enunciate nella postfazione.

Ma non tutto il significato dell’opera in essa svelo. Spetterà allo “spettatore”, ché il lettore chi è se non un “grande schermo cinematografico” dei suoi candori (in)consci abbacinati e meravigliosamente infuocati, fruirne a suo Piacere.

Posso sol qui accennarvi che s’ispira al film “satanico” di Alan Parker con protagonisti Rourke e De Niro il “Lucifero”, ma cambia anima “rubata” e rotta nella sua “detection” appena svolta “manicomiale” nel Johnny Favorite forse “doppio” e reincarnato.

“Amleto” quasi faustiano come d’estratto iniziale di Goethe, un investigatore dalle gote rubescenti, pallide quindi da “deturpato” e turlupinato, quanto “arrossato”.

Di vendetta (in)giusta e impossibile? Oh sì.

Quindi, compratelo. Perché io sono lo scrittore più “rubacuori”. Vanitoso come il Diavolo.

Ah ah!

E mai mi disancorerò dall’accorarmi al me più romantico.

Non disarcionate la Passione!

Applauso!

E che sia scrosciante. Soprattutto spero che diventi “(ap)pagante”.

 

 

“Space Cowboys”, Review

Evanescenze mnemoniche ai bordi delle periferie spaziali sinergiche del meditar contemplante e “triste”

“Arzilla” robustezza, dai poderosi e virtuosi ricordi, s’alluna cogitabonda nello spensierato abisso dell’Universo.

Maiuscolo d’inizio divinizzante sull’iperbole solaris d’un fluente dondolarvi, come macchie scure di caffè “permaloso” al caustico Mondo “irrisorio”.

Oscillan le nevrosi “vecchie”, alterate d’accenni d’Alzheimer e la “lentezza” acquisisce la placidità dell’ermetico sorseggiare lo spinale midollo della vita (s)confinata.

Ove è l’infinitezza dell’averla esperita, “inaridita” e indurita di troppa (im)maturità e malinconia ad ardere le nostalgiche, coriacee abrasioni da cere pistolere, siete “pacifisti”, conciliati ai rancori del tutto esser evoluti, avvolgenti nel plancton sigillante dello sbuffar fra rimpianti e allegrezze euforizzanti. Sbronzante, bronzea “demenza” o (ri)guardarla a traiettorie flashback di meravigliosa estasi vitale? Esattamente coincidendosi al “sinonimo” di “senili carcasse”, di barbogi da rottamare o solo l’oceanico respirare l’esistenzialismo nelle nuvole della sublime, temporal rimembranza? “Assiderarla” nelle fami ancor latenti degli attimi perduti, con sibillin “cristallizzarli” alfine di celebrarli, rammemorati e quindi “oltraggiati” nei turbinii “scriteriati”, “craterici”, caratterialmente “instabili” come creatural risorgere proprio nel tramonto di quel vissuto (in)dimenticato, invisibile agli occhi di chi all’anima di tal “vecchi” porgerà quelle, sì orride, banali, offensive, insultantissime e inusitate “carezzine” tanto tenere che si riservan ai “rincoglioniti”. Con quel pietistico modellarli al “penoso” percepirli.

Invece, vecchio sì… con quello che hai da dire ma non nessun ti sta a sentire, atmosfere da Zero “assoluto” combaciato ad armonia (in)ascoltata. Chi dei vostri cuori energici, dell’aver riso, amato e pianto, udirà com’ancora esuberanti li auscultate nel roco diaframma del sanguigno “borbottare”, dell’acuto per voi immenso bisbiglio siderale della tutta vita, che invece appar agli occhi dei “giovani” un irritante bisbiglio da tacere con quel “garbo gentile” dell’accondiscendervi, quindi “marchiare” di senescenza, proprio “punendola” col sorrisetto o (s)fottervi dietro nascoste, ingenerose smorfie blandenti, come sussurrarvi “Poveri rimbambiti”.

Questo capolavoro di Eastwood, al solito incompreso quando aprì “freddamente” il Festival di Venezia di quell’annata, è un’altra tappa “tombale” e dunque miliare del suo “millenaristico” profeta revenant.

Ed è perciò che lo intitola Space Cowboys.

Nei suoi celeberrimi western, il fantasma del Clint al(b)eggiava nello riscaturito e rischiarito (ri)scatto dei bei tempi, a flagellazione, deflagrazione “angelica” da nebbie proustiane d’un ricomparire per appianare i torti e anche espiare le proprie (in)esistenti “colpe”. A colpi di grilletto unforgiven.

Coincidenza “casuale”… uscire nel 2000 esatto, perfetto “mon(ol)ito” quasi kubrickiano…

Toby Sthephens è young Frank Eastwood così come il “neonato” di un’Odissea… oggi adolescente e domani rugoso, incancrenito e ottuagenario… lunga un grandioso Giorno…

Avevate un sogno… raggiungere il nostro satellite, scoprirlo e anche esplorarvi come uomini, risalire forse al mistero d’ogni Big Bang dell’anima.

Chi è infatti l’astronauta se non un “folle” nichilista che fottutamente crede nei dreams personali, i quali però, per la gente comune, son Tempo… perso?

Qualcosa non è andato come doveva. Missione “fallita”.

Ma i vecchi tornano utili se gli “esperti” e “collaudati” giovincelli non san che pesci pigliare per colpa di un guasto tecnico risolvibile solo da chi conosce le “armi” del Passato…

Allora, bisogna rispolverare la grinta a costo di farsi prendere per il culo, addestrarsi per un nuovo, epico viaggio. Avanti e indietro, o sospeso nell’etere. Nell’eravate.

Intagliato nel monumentale Clint, che si adora di primi piani a sue iridi azzurrissime, languide, modulate nel “modugniano” blu dipinto di blu, a un Tommy Lee Jones che non lo smonti anche se ha qualche rotella arrugginita, al goliardico Sutherland, incarnazione straordinaria del concetto “generale” di “patetico”. Uno che fa battutine da circolo per pensionati ma con la saggezza del lupo di mare.

E infine impresso su James Garner. Scelto apposta perché è un attore “sconosciuto”.

Di un altro Mondo, di un altro Pianeta, di una generazione classica.

Come Space Cowboys.

Chi non ama questo film, prenotasse un tavolo in un discopub per soli stronzetti con fighella scemotta a “car(ic)o”.

E “ridesse” sulle note finali… sì, perché picchiarlo quando puoi servirgli un sorriso (dis)incantato?

Space 2 Space 3 Space
(Stefano Falotico)

 

“Excalibur”, Review

 

La spada rocciosa estratta, il da(r)do è tratto!

Nessuno crede più alle leggende “fantasmatiche” in questo Mond’osceno d’ectoplasmi “dolci”, sguainate la spada, correte verso il Graal, innervate la lindezza opaca in trascender quieto e poi avventuriero.

Non disperate fratelli, Morgana la strega sarà atterrita dalle folgori turbolente della nostra principesca irruenza. Orsù, brindate qui al Medioevo limpido contr’ogni oscurantismo “moderno”. Del classicismo s’è smarrita la landa, e noi solitari girovaghiamo tersi, asciuttissimi sì nel contemplar quest’ignorante e furfantesco chiasso, s’addobban nel baccano e schietti inneggiano al “Dio” danaro. Vili, sarete spogliati e la nostra vendetta sarà “colar” l’ossidrica tortura a infrangere chi c’osteggiò con turpe “(ab)negazione”, armeggiaron perché c’adirassimo e qui non sconfitti eleviamo il mito.

Oh, nostri Re Mida, cadrete perendo in Sansone più fortificato. I suoi lunghi capelli d’Artù stan volteggiando ad abrasione dell’erodere ogni vostro stronzo Re Erode.

E assorbimmo il buio della cenere, delle notti “indigeste” perché rinascemmo e voi odiaste nel perpetrarci punizioni e la penetrazione più ottusa. Manichea dell’apparenza, oh miei manichini, abbiam rivolta(to) il giochino. E, nel flusso madido di parole immolate troneggianti, scalfiremo non tremolando ogni assurda, disprezzante laidità. Ove fuggite?

Ruggiamo. Ad albe di rugiade. Nuove come il vento!

A tal battaglia nostra consacrata non scapperete. E non vi sarà perdono. Sconfinaste.

Forse dalla congiunzione carnale “magica” di Merlino, la sposa fregata partorì l’Angelo vendicatore. Qui, assieme in Tavola Rotonda, chi è dalla mia parte alzi la mano.

Sbracciatevi e obbedite se ad un valore almeno non siete “amanti” di tali ameni. Sbricioliamoli!

Furon maneschi di violenze psicologiche, bloccaron le nostre arterie vitali, ostruendo coi gatteschi, scodinzolanti ricatti e la più “esuberante” lor follia. Che mentecatti! Miserabili!

Ebbene, allora che guerra sia. Spera(s)te forse, mostri, che c’avreste speronati perché sperperassimo la speranza? Oh sì, ve ne diamo atto, la feriste, la picchiaste e non vi placaste. Così, noi apostoli, nonostante le rotte costole, non ci fermiamo. Siamo grinta fatta pelle lucida stavolta.

Fissiamo e miriamo il nemico e che, squartato, sia scaraventato via! Accartocciatelo e poi gettatelo nel fiume dei suoi peccati! Toccami e ti annuncio la contro-denuncia!

Borghesia, attenta ancora a (de)mordere. Noi la spezziamo, e non incupiti vol(t)iamo.

Questa è grandezza, signore e signori, pagliacci di corte vi abbiamo scoperto. Ecco le carte. Noi rubiam il mazzo e vi ammazziamo!

Questo è Dio. E Dio è il mio pastore. Vergognatemi di gogne, di pena son qui ad Artù.

Il vostro Re è morto. Evviva Artù! Lunga vita ad Artù.

E questo capolavoro non è un semplicistico vostro cazzone in culo.

Tu, pigliati la scemotta e stai attento che Artù non la renda “pienotta”.

Appunto di lama… appuntita nel “riempitivo”. Si chiama surrogato, molto su e tu chinati giù.

Questo è l’urlo di un “elefante?”. No, è fantasy. E io son fannullone.

Perché tua madre è stupida, tu figlio balbuziente invece critica chi non fa niente eppur fa schifo anche quando non se lo fanno con Nu(te)lla. Ché sia denudato!

Che c’entra tal mio squinternato, sfoggiato delirio in bello stile?

Infatti, entrerà lì, trallallero e trentini a Trento trotterellando.

Fui trottolino? E allora ti strozzo, mia trota. Per le tue troie, un bocchino… di biondo troiano. Ti buco il sito e anche tutti gli ani, mio che volevi uccidere il piano del pianista. Egli, il pianista, suona per i fratelli della congrega.

Ah ah! E questo dove lo metti?

 
(Stefano Falotico)

 

Stefano Falotico, fanatico Principe, falò delle vanità

L’altezza del Principe

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Untouchable, viaggia ad andatura stagna che tocca tutte mie tonte, se la spassa sui monti in vita sua magra, distaccata, “remissiva” ma non in remissione dei peccati, anzi ch’evacua a flatulenze schiaffeggiate d’una socialità ingorda, da Tempo immemore di se stessa naufragata e “rubiconda” sol d’esondar “maieutica” al Male (in)visibile. In cui tutti paion contenti ma, fra le righe rugose della plasticità liftata, dei divani scamosciati, come me intravede sorrisi d’un dabbene marciume. Porcil di notti quasi mai in bianco ma lardose nelle “lapidarie” a sessi esibi(zionis)ti con le lampade, circensi della movida simil Lambada famelica dei culi, dell’inter tenderlo perché mai si (di)sp(r)ezzino quelle irrimediabili vogliettine a fragole di gote “beate”.

Oh, chi è il Principe? Dotto e letterato, non ha lauree da sfoggiare ch’è in vivere alla giornata fra un delirar alle derive squaglianti, per annerire lo squallore, e un sollazzo scoiattolissimo, lesto rubacuori delle “finissime”, si squama già nell’indelebili acque schiumose d’un piumaggio candido in mezzo a corrotti squali, apre bocca sboccatissimo e la bagna dentro il vortice trangugiato delle umidità morbidine, ammorbanti delle donnacce incerte, “moribonde”, già morte, le stuzzica a tambur dei suoi burri battenti e “imbrattanti” come graffiti sui muri intonsi, cari lattanti,  in quanto tal streghe, proprio desiderose di bruciarlo, ora “traboccano” di pellicce arrostite, ung(u)enti “cremosi” e consumati in d(i)rittura d’un pettinarsi “arredato”. quasi mai data nella perfezione puttana molto barcollante, dei moti perpetui da pseudo depresse croniche eppur sincronizzate alle corse “lanceolate”, scosciate d’uno sgambar mobili(a) sul solito sperar che il Sole abbeveri la fragilità torpida degli altri mobilieri inver poco veri. Bugiardi che le ammirano, sognando di “frantumarlo” in grazia sudata del lì in mezzo “aggraziato”, rizzato e cazzo ci s’augura non di precoce eiacular, sfanculato per tropp’eccitato, a razzi di schizzi imbarazzanti.

Principe (non) sono, Amleto lieto e mai laido come voi sempre a puntar il dito e anche qualcos’altro nel “corteggiare” l’a(m)bito didietro. Tutto “tornito”, sì, scivola mansueto ma non si sa mai se verrà nel ver amor.

Adorabili quanto il mio che te lo spacca.

Oggi una mora ti lecca, domani un biondino con le “orecchie” (non) a sventola… ti violenta perché antipatico gli stai proprio sul culo che, rosso rosso, quando gl’entran diventa bollente. Un latente omosessuale, soffrente d’invidia, costui è. Già, partorita dal di “lui”, che “elevato” e semmai col dottorato solipsista d’intellettual schizofrenicamente ammal(i)ato d’una bellezza tutta di testa passiva per attivissimi testicoli penetranti a sfinter attivista, profession che pratica a volontariato, spingente in un(i)ta congiunzione d’attratti, reciproci ma(s)chi, capatonda eppur quadrata, nei suoi glutei se li gode da cerchiobottista dei girotondi fancazzisti.

Come se li fa lui, neanche tu che fai appunto un cazzo.

Il Principe si può (per)metter di dolce fare niente, prepara torte “surgelate” e primi piatti freddi con pomodori sul naso serviti alle anoressiche di questa bulimica società di cessi e delle acide. Egli piglia in quel posto ogni fessacchiotto, mostra il pel alle orsacchiotte e di scrotal “sacco” svuota le sue noie spermatiche ai nani che mai vibreranno come il suo “viverlo”, emotivamente asceso, l’onanismo più “scemo”.

Perché gli scemi aman invece le relazioni pubbliche, divoranti pub(escent)i nel gran “cosino”, scusate casino, dell’ipocrisia (di) “casta” in case legnose.

Ottuse e infrangibili, mai si dichiareranno armadietti previo “chiave” perché  il lord(o) scheletro conservano “eterni” nella mummificazione oggi per un’altra durissima, sbriciolata figa, domani ossobuco e ossimoro “tirarlo” nel vento più opportunista e anche, se di pagamento (rac)comandante, per piegarsi a novanta pur d’ottenere la promozione della gerarchia salente. Sì, ho visto uomini puri che furon sodomizzati come segretarie troie, a “posteriori” (ri)valutate, pur di “agguantare” dei “posticini” caldi e (s)comodi.

Il Principe se ne fotte. Il Principe va dal direttore più ricco di questa zona, non solo erotica, e tutto rettissimo glielo ficca ritto. Il direttore lo boccia, chiama centri di salute mentale e cliniche nel fallimentar tentativo di subito bloccarlo. Affinché non si ripetano più i suoi “disturbanti” peti e il presunto pazzo “prenda” ripetizioni per viver “sano”. Come tutti questi untori.

Ma il Principe subisce, incassa e non va a ritirare la pensione dietro lavoretti “lascia stare” ché il Mondo (non) va così.

No, decido io dove deve andare. Decido il come, il comò, il mio remar sul lago di Como e anche entrar in coma.

Amo infatti il sonno dei sognatori.

Buona Notte. Non svegliarmi altrimenti t’addolorerò.

Crepa, idiota. Continuo a creder in me anche se nella credenza non c’è il caramel. Cremino e da tortine alla Cameo, cretino di “caramelli”, io son Amleto e tu sei lento come il cammello.

Da me solo che calci, caro “cul(at)one”. Sono la culinaria al buon gusto degli stupidi. Come te la cucino io, neanche la vendetta che va servita di tua “frutta” secca. Sì, te l’ho disboscato. Beccati la mia “patata”, dicasi anche palate. Te lo sbuccio. Mi chiamano, come Daniel Day-Lewis di Gangs of New York, il Butcher.

E sapete perché sono il Principe?

Presto spiegato eppur durevole poiché amatore davver toro. Avete tortissimo. Ecco quindi le torte e i bracci torti, miei storpi. “P” sta come pisello e come quindi “traslato” uccellone di “pene”, soprattutto vostre, vidi adolescenti immolarsi al “Credo” dei valori e invece vendettero i propri “gioielli” per “vendemmiare” nelle uvine.

Alcuni si son maritati nonostante i tradimenti appunto “ripetenti”. A questi basta una benedizione alla Domenica e sempre il loro mirerà un’altra fica ché Dio la benedica.

Che mariti impeccabili. Da me se “lo” meritano. Non ho meriti da esibire in quanto mer(l)o, in tal villaggio mi chiamano colui che non solo non lavora il primo Maggio ma tutto l’an(n)o guarda gli usignoli spelati dal suo albero grondante. Ah, che grondaie. Che godimento, miei dementi

Il Principe non lavora. E non dovete rompergli il cazzo.

Se no, spariranno tutti i vostri “cazzi”. E non solo dal cosa e come ti è “preso” di volerlo… prendere in giro se il Principe, si sa, della tua fottuta vita “normale” non saprà mai che farsene.

Il Principe è unico. Combatte Prospero di Poe Edgar Allan ed è morte rossa fra tal mascara e mascher(at)e. Schieratevi di volontà e bone… len(z)e a dargli(ele)…, miei allenati. Il Principe rimarrà alieno a tutti voi mostri lanosi. Oggi si mostra, domani si maschera. E non capirai mai quando se la toglierà per togliertelo. Inanellerà botte, miei or(b)i.

Il Principe è un vampiro che regge ogni (r)aglio. E te le dà… a ragion di raggio. Non lo raggirerai mai nella tua incoraggiante esistenza da Levante.
Levati tu! Guarda come ti (tra)monta.

Sì, torturando perché cambiassi, pensaron mal di farmi del bene.

Fui io appunto a farglieli con tanto di “bavaglio”. Che pranzo.

Applauso!

Firmato Stefano Falotico

 

“S1mØne”, Review

“Virtuale” astensione dal guscio viscida d’una realtà più surreale della falsità più vera. Sai che bella vita la vostra idiozia! Io ascendo!

 
Qui, giganteggia un Al Pacino straordinario che, in “litania” magnetica di suoi occhi poderosi, intagliati a “rughe” tinte nella grinza scarmigliata dai capelli “nereggianti”, solfeggia la cornice della sua monumentalità.
Pochi film sbagliati, forse nessun ruolo. Dagli anni 90 in poi, incarna il demiurgo, diabolico consigliere, alle volte fraudolento. E non mi riferisco solo al suo devil’s advocateo al gigione cieco, amante dei profumi di donna, ma a tutti gli epigoni e (sub)alterni ruoli di spalla ché a sua volta diventa protagonista anche se il “principale” dovrebbe essere il “giovane”, meno bravo e vivo di Lui, Al, inimitabile, unicità di tecnica abbinata a maestrie perfin esageratamente “mostruose” d’un innato talento. Non lo domi, esagitato si placa solo a “moderazioni” dei gestuali istrionismi “nevrotici”, tonitruanti, schizzati a voce roca nel Giannini appaiato dentro “carne” sua a zigomi “fumosi”, focosità totale del bruciar grande, imparagonabile attore. Un miracolo sceso dal Cielo che Coppola pescò Michael Corleone, titanico, dolce, crudele da far Male anche al Cristo orrendamente giudaico, mendace farabutto destinato (non) alla “borghesia”. Il padrino Brando/Vito desiderò salvaguardare al fin che non s’immischiasse nei “falli” osceni di “famiglia” tremenda.
“Cotonata” in gole già raschiate e ischeletrite nell’arricchimento “lussuoso”, ambiguissimo, da brividi a pelle. A spari secchi, senza batter ciglio. Non ci pensan due secondi.
Degenerata e nata dalla miseria, espatriata nell’America delle great expectations estremizzate del più rammaricato e vinto Charles Dickens, per (s)co(ra)zzar dinanzi a una “Statua della Libertà” illusoria, appannata nello skyline più nero, scuro quanto una Diane Keaton che fa la strega “turlupinante” e mater(na) divoratrice, versione tutto ciò che avremmo voluto sapere sulla “tranquilla” Manhattan di Woody Allen ma (nonosiamo chiedere, “baciandole le mani”.
Con timor reverenziale. “Riverisco” e molta amarezza utopica ad amarcord agghiacciante del dream oramai arenato. Il mare era un lago di chimere che potevi sfiorar con le dita, ma la fede nuziale incastonasti a “mani pulite”. Tragediae Al recita il “gobbo” Riccardo a Teatro magniloquente della Broadway shakespeariana lucente. Elitaria, per pochi (e)letti intimissimi.
Americani! Che imbroglio pur di sbarcar il lunario!
Questo e Al(tro)?
Che figli di puttana!
Al, il “carico” di carisma, rabbia intonata a detonante corpo quasi alla Totò nel suo “serioso” esser l’antitesi del comico. No, non fa ridere neanche quando prova a prendersi in giro. Perché Al è sentimento che soffre, si offre generosissimo, schietto, sincerissimo, dolore che s’apre alla Luce per poi farsi travolgere dal buio, dalle disperazioni esistenziali, forse non ci sarà giustizia per tuttiSerpi(co)! Attica, Attica! Se non farai la cosa giusta, se non imboccherai la strada “retta”, sfregeranno la faccia tua alle “faccette” della felicità loro, mio “dorato” scarface.
Cocaina da Monta(g)na di “allegrie”. E tutto è un rimpianto, piatto piange ma, a prima (s)vista (hai il visto?) trabocca di “benessere”. Però, con quella faccia… appunto, mi faccia il piacere, appunto. Il Principe sapeva. Conosceva già la turbolenza d’un “bugiardo” Al. Paura d’amare, paura di tutto, onnipotenza delirante da teatrante per frenar sempre il tormento da “squilibrato”.
Enorme Uomo, Al. Ti voglio incazzato, heat dell’anima davvero reattiva.
Dubbioso, permaloso, difficile, ostico, “orticaria” anche per Diane Venora, donna che t’ama e non t’ama, che con l’amante gioca a “guardare” il “cavo” e tua figlia si taglia le vene. Che disastro! Sei solo, agente dei tuoi agenti umorali. Una contingenza, nuove incognite, questa è la vita. Il resto son chiacchiere da salotto e panze piene di merda coi salsicciotti e il predicozzo facile.
Qui, porti alle estreme conseguenze la tua galleria di “sfigati”, di romantici che van dritti a muso duro a costo di spaccarsi le cervella. Il t(r)o(p)po stroppia, poi non ti tirerà, sarà un tirar miserabile a campar come tutti gli altri “compagni”.

Fottitene. Dai “fastidio?”. Sei scomodo perché dici sempre la verità anche quando dici le bugie?
C’è qualche problema? No. Allora, ti ritiri per i cazzi tuoi, appunto, da Mago di Oz.
Se non ti danno un centesimo, come fai a pagarti il caffè per mantenere l’amaro zuccherato di Al Pacino poco “scherzetto o dolcetto?”. Sì, sei una “bestia”.
L’incubo della massa. Hollywood vuole film sdolcinati a base di tette, culi e “fighe”.
Che schifo!
Ah sì? Vogliono la figata? La “carineria?”. E allora creiamo Simone, tanto si bevono tutto e pure una “modella” che non esiste eppur “vanitosa”, onnipresente, tuoneggia “tronista” dal pulpito del maxischermo, della super sexy. Già, tutti questi buffoni con un solo neurone vorrebbero d’abbuffate assetarsi dentro la sua bionda… attaccarle bottoni già di patt(uit)e (scom)pisciate, che chioma liscia, che ciocche da gnocca al “batuffolo” di coton’. Ah ah!

Winona Ryder ti lecca, quell’altro è un magna magna, il tuo film non lo produrranno mai.
Neanche la Zoetrope di Francis Ford. Zio Francesco adesso ha il vigneto.
Coltiva gli orticelli di pellicole “distillate” un tanto intimista ogni cinque anni come minimo. Coppola! Sei un megalomane! Che sono queste perline in confronto all’Apocalisse!? Torna nella giungla! Panzone! Ti sei ubriacato e vivi sugli allori!
Dai!
Francesco è un nepotista. Un padrone “assenteista”, un Dio che fa oramai ribrezzo!
Se l’Oscar è stato assegnato al Cage Nicola(s) e il Leone a Sofia, pessima “attrice” e regista di somewhere sciagurati, perché (non) darlo a Simone? Una che non te la darà mai.
E sapete perché? Perché la “vedi”, la senti, la guardi ma è tutta invenzione schizofrenica!

Personalmente, non ho mai visto dal vivo Naomi Watts, per esempio.
Siamo sicuri ch’esista? Esiste perché è danarosa e sulla bocca degli allocchi?
E allora perché non dovrebbe esistere un’esistenza da Andrew Niccol?

Sveglia, imbecilli. Questa vita è un Truman Show.

Siete in time per pigliarlo un’altra volta in saccoccia.
E a cuccia!

Dai, Coppola. Basta con le viti. E voi francescani dovete finirla di consolare le vitarelle!

Ci vuole Taransky Viktor! Creatore frankensteiniano!
E ora bisogna darci di botta. Basta con le botti piene!
E con le mogli al circolo degli omini “anonimi”.
Basta con tarallucci e vini!

Basta con Vendola che sventaglia l’omosessualità “verde” su orecchino di smeraldo. Ricc(h)ione! Non sono omofobo ma tu non sei un politico! E neppure i figli di Berlusconi su farfalline della Rodriguez per il Sanremo di questo paio di palle!

Vogliamo il Cinema! E che sia tutto un “sogno”.
Evviva Al Pacino.
Il film lo fa tutto Lui. Il resto è una stronzata!
Se non mi crede(va)te, ecco l’inculata! Pagate il biglietto, coccolate la zoccolina vostra con dei bacetti in scatola (cranica o intellettualotta della minchia?) e figli maschi.

Auguri! Poi, non venite da Viktor in pellegrinaggio!
Non è una Madonnina. Porco Dio!
Quella serve alla “serva”. Che è bona, vero?
Sì, Pacino è un genio perché mi piace da “matti”. E non devo dare spiegazioni.
Mi va a Genius. Così come il mitico Totò le Moko.
Sì, telefono a quella sorta di psichiatra con le sue perizie (di)storte da penne “stilografiche” che, a suo dire, erano una mia allucinazione “irreale” con minacce allarmanti! Ma vai sui viali! Mentecatto!
Sì, faccia come il culo. Le minacce erano realissime. E per il suo delirio da nababbo ho “scontato” anni infernali.
Sì, era meglio se avessi vissuto come quei criminali.
Non sarei un letterato, ma un grande “fortunato”.

Già, parafrasando Totò, rifiutato dalla “donna di classe” che vuole il “bruto maschio”…

Sì, sono un bandito, un banditone, un feroce assassino che si è macchiato dei più nefandi delitti, ho preso la gente e l’ho squartata…
Oh, siam passati dal femminismo alla regressione. Un po’ di figa fintissima ma (stra)fatta “pene” e il pubblico (s)tintissimo sta bene.
Eccitato e seduto! Al cimitero!
Ed è tutto forse vero!
Ah ah!

 

(Stefano Falotico)

 

“Kickboxer”, Review

 

Kickboxer

La vendetta scricchiola torreggiante nei calci dalla maestria poderosa, vigoria del volo d’angelo, impresso a pelle maculata del campione

I film “di” Van Damme sono il suo con-tatto.
Evocano momenti indimenticabili della prima fase adolescenziale, d’un piacere inafferrabile  a mio estrapolare quell’attimo e gioirlo sugli allenamenti sincronizzati al Tempo mai eroso, di mio imbattibile, ché valico i suoi striati colori e picchio “intonachi” violenti da pilastro in guerra scagliata. Lucida, devastante, una furia che non s’arresta dinanzi a nulla e soprattutto che non puoi domare neanche con cento chili di tritolo per “imbavagliarlo” d’imbevuto veleno in pancia. Quando il tuo fegato, colpito a muso duro, ripetutamente reagisce e non attenua il morso, non sol di strisci ti straccio. Funambolo in volteggianti velocità, in dinamiche talmente sparate a raffica che spezza la schiena di qualsiasi mostro che tenta di frenarlo. Ti trovi di fronte un animale col Cuore “impietrito” nell’avorio, anni e anni di spaziale palestra, di sangue nel vino dell’ermetico nuotar a pelo oceanico della pelle.
La squamo, la divello, la stritolo, l’angoscio, l’erotizzo erculea in acuminate marzialità estranee a qualsivoglia coercizione. E lì divento “pericoloso”. Ché se non lo uccidi subito, ogni subdola trappola “strategica” torna come un boomerang. Ti stringe il viso a bloccar le arterie della giugulare, schizzi addolorato nella sofferenza patita e “risarcita” con secche, lapidarie schegge.
Io amo la poesia, l’altezza nobiliare d’una regione “sacrale” tutta mia. Ascesi! Ti son sceso? E questo invece ti fa salir il gridolino? Ecco come te le sbatto io. E la memoria si spalma d’ebbrezza. Si dilania in forza. E quella forza non la reprimi, non la potrai mai più castigare, scultoreo il di marmo corpo è lussuria dell’asma, di ciò che hai trattenuto, della merda ingerita e dell’erezione meno mansueta alle fottute maniere dei tuoi ricatti del cazzo, bastardo schifoso.
Ti consiglio di mollare subito perché quando m’arrabbio solo Cristo può punirmi.
Ma non c’è Cristo che tenga. Anche perché io sono Dio, e decido io cosa è bene e cosa è Male. Chi mi è figlio e chi di puttana non è degno di me.
Male è questo. Vi narro una storia.
Sono figlio di una famiglia liberale che ha sempre appoggiato tutte le mie scelte “controcorrente”, d’uno che guida a mano sinistra su “sganasciar” l’uccello se mi tira masturbante a buco di cu(cu)lo in mbidestro.
Ma gente ignorante volle, vuoi l’ignoranza e vuoi che non vollero capire, imbragarmi nelle assedianti, tediose regolucce d’una borghesia fetida, ammaestrante, che non rispetta la bizzarria del mio Van Damme issato alla vendetta double impact con intanto una biondissima Alonna Shaw che cavalco a ringhio “dolce” quanto un demonio nello stato brado del suo Lucifero più lucido. Stronzo davvero, cazzo, dovreste vederlo quando lo infila e, a brum brum, fotte di brutto. Se c’aggiungi del burro, la miscela detonante è intonata dentro la sua sua in brodo di giuggiole.
Sì, son un testa… dardo e darle. Stai zitto se no ne prendi tante.
Ti sto “testicolando”, giusto un assaggino, come dicono nella Big America? Taste di guilty pleasure. Se sei cattivo, io accentuo la tua crudeltà e te la pianto a gola.
Attento a non urlare! Ora, sei terrorizzato? In allarme? Drin, non ci sarà nessun gong caro Tong-Po psicotico che trattavi i “torsi” altrui a limonate stupranti.
Se sei stupido, aspettati il mio “Pongo”. Forse non una pugnetta come credevi.
Una bella scarica di pugnacci. Ma molto tosti, mia “vittoriosa” testolina. Adesso, piangi? Mi sembra tardi, coccodrillino. Non dire che hai smarrito il mandrillo?
Doveva essere un’amichevole esibizione benefica, l’hai scambiata per Auschwitz.
Caro thailandese ariano con i “grilletti” facili e rescissori, ecco la prima mascella deragliata.
Ops, è arrivata la bottarella? Non è una semplice toccata e fuga. Stai perdendo qualcosina… anche i denti, il cranio ti sto frantumando!
Guarda che vado avanti, adesso il pubblico è dalla mia. C’è anche mio fratello che tu volevi umiliare a vita, e spera calorosamente che il tuo culetto s’appaierà presto al tuo cazzino.
Ecco un altro cazzottone. Azz’, ti ho fatto la bua? Cosa volevi? Un po’ di Nutella come la tua palpatina “smaltante” a quella sciocchina che, d’unghie smaltate, s’infoia cretinissima se non la gratti con della “glassa?” galante, mio elegantone? Che classe! Ma questa è una pancia che fa al caso mio.
Ecco un’altra galattica torsione del braccio. Non ti preoccupare. C’è il traumatologico qua vicino. Qualche “punturina”, mio drogato esaltato, di sutura e qualche fasciatura.
Posso spingermi oltre? Spinge questo pugno? Nooo? E allora devi caricarmi con la “spintina”. Ah, tu sei uno da vallette spintarelle. Qua, per te, nessuna “aspirina”. Troione, caval di Troia ti son entrato.
Aspirerai la porcata sin al midollo spinale.

Stammi bene, finché puoi.
Che c’entra questo “delirio” col film? Io mi faccio i film, mi pitto il “neo”, mi credo De Niro, no? E allora una bella scorpacciata di filmacci. Mi va e tu non proibisci più nulla, panzone. Anzi, son io che ti do ripetizioni. Come si suol dire e dare, abbuffati criminale. Però, dovevi prevedere un animale!
Sì, aspettati, il “batuffolo” di cotone. Poco idrofilo ma molto spaccaossa.
Ciao…
Senza stellette, inclassificabile, comportamento “scorretto”.
Me ne fotto, e gliene do cinque. Con lode. Mi ordini alla “calma” ma io non sono che canta col caffè una “Carmela, Carmela…”.

Beccati questa “camomilla” e stai calmino.
Altrimenti, altro ventre spappolato.

Chiaro?

Tale è “laurea” in “Ingegneria edile” con “filosofia” a Oxford dello spaccarti, su visione “prospettica” da orso geometra, il tuo buonismo da “intellettuale” ipocrita.

Ti pare una stronzata? No, è giustizia che è una cosa diversa.

Sono un tartaro. Vengo da una tradizione che se le lega al dito.
Non angustiarti. Tu sarai attaccato al palo.
E preso per le palle.

(Stefano Falotico)

 

 

“Terminator 2”, Review


Horror
 macchiato di futurismo miracoloso, nervoso e adirato in tessuti artificiali più antropocentrici

Le macchine ribelli, di sobria “beltà” fortificata in carrozzeria turbolenta, “vischiosa” a sgusciar se stessa su animato, animalesco furor “linciato”, eclisseranno le ingiustizie d’un Mondo lercio, inondandolo di punitrice rabbia.
Come scoiattolesca l’umanità, tanto d’appariscenza “lesta”, invero piange fuggendo, sacralmente ferita dal vigliacco grido intimo sempre smorzato.
Apocalittico, il Cielo si rabbuiò, piovvero rane profetiche, “trangugiarono” l’orrore di tal immanenza restia all’ammanettar il processo sbriciolantissimo del Mondo già del pattuirsi “vinto” in consacrarsi “vincente”, lussurioso, sodomita e però balbettante d’avvolto prostituire l’originaria anima candida avvolta or dalle “mestizie” tristi della Babele sconcia.
“Aggrottati” in risa ferenti l’onor decoroso della sua nascita, fingon di vivere ma son già schiavi della robotizzata “cantilena” monotona, tetraggine d’appiattiti nella lesione cerebrale del più santo Cuore. Sgorgan in alto fiamme di tal osceno Peccato, si scagliano fulminanti, colano a “intenerito” lor ammorbarsi nel levitar chi, gli eletti, scagioneranno da questa putridità infame.
Liberandoli a catarsi come cascate del Nilo potente! Atrocità vostra!
Affamata di levigazione all’orco ottenebrare le coscienze, estinguendole in “venerazione” dei velli promiscui, mischiati alle ceneri dell’umanità scomparsa e sol che, nel divertimento sadico, effimero e squagliantemente fradicio degli invaghiti abbellimenti cuciti dentro finte scorze dure, scoria della sopravvivenza mendace, abietta, criminosa a menzogne protratte nelle prostrazioni di tal “cul(t)o” ludico assassino, dell’essenza al sé vero.
Sventranti, gli uomini “dabbene” gioiscono da banditi, suona la “banda” laida dell’atea irreligiosità soprattutto alla cinica inezia d’immolato elevarla da matti adoratori, sì!
Le macchine, così, sprigionatesi dalla misterica tenebra universale, dagli abissi risorti in gloria di vendett’acuminata, acquatici spezzeranno l’atomica orridità del tanto gustarvi mai sazi. Giocherelloni meschini, morti dentro, vi cibate di boria e, untori con indottrinante presunzione, “mungete” dal vitello del “forte” duellarvi aberranti.
Le macchine, per paradosso temporale, a colpi duri d’immarcescibile marcia solfeggeranno tonanti, s’ador(n)eranno a screpolatura di tali fetide vostre carnali mut(il)azioni, ché osannaste gli androidi vostri ciechi dell’amor proprio. La Resistenza è la lotta d’uno sfregiato, del dolor a lui in serbo.
In tempi d’oscurantismi ideologici, oggi che son crollati i valori, John Connor agguerrito spronerà, dalle trincee impaurite, i guerrieri assonnati, forgiandoli allo scalpitio dell’anima rubata.
I “folli” assedieranno i mostri tanto “uomini”, la tecnologia distrusse i cuori.
Schiavizzò iddio! In alto, sventoliamo il ventaglio contro chi intimorì il nostro implorante obbligarvi a fermarvi. Ma persevererete, fieri e battaglieri sulle sbandierate, sprezzanti lance frantumate in chi siamo mari tranquilli.
Giammai, ci avrete!
Dall’apnea cheta, il respiro inebrierà il romanticismo che mai c’abbandonerà.
T-800 a difendere il Judgment Day.
E sarà sera e mattina. Ottavo Giorno!

(Stefano Falotico)

 
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