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Francis Ford Coppola, basta il nome, il resto sono capolavori

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Francis Ford Coppola, a mio avviso, e non sono il solo a crederlo a spada tratta, è uno dei più grandi cineasti degli ultimi quarant’anni. Quando si pronuncia, spesso a sproposito, la parola Maestro, ecco… dimenticatevi delle scamorze e “assurgete” Francis a tale meritatissima nomea.

Su Facebook, compare uno dei tanti quiz-giochetto. Viene chiesto ai “visitatori” della pagina quali sono, secondo i loro gusti personali, i migliori film del grande appunto Francis Ford Coppola.

Calmissimo, rifletto per tre secondi netti, qualche battito di ciglia “confuso” e, di piglio deciso, stilo sciolto la mia classifica. A non aspettare un “frame” in più. Perché è tutto perfettamente registrato nella mia mente da anni, e quest’archiviazione mnemonica non penso che la cambierò, modificando la “traccia visiva” di preferenza simil “playlist”. Quindi, “sigillo” i nomi in ordine di favoriti. Il mio “De gustibus” alimenterà una disputa? Eh eh!
Io non sono… fluttuo fantasmatico d’emozioni dell’anima a Cuore battagliero diergo sum anche ad Est, intrepidissimo come un vichingo apparentemente freddo ma inver forgiato nel vento del sangue “a pelle” del viversi, vivere e soprattutto sentire. Sento la lama dei dolori, quelli che spaccan dentro nei tormenti alla Dostoevskij, quelli che m’incendiano e mi fanno innamorare di una ragazza anche solo perché ha ammiccato con aria furba a mo’ di sfotto al mio sognarla, invaghito perso o più d’una semplice, banale infatuazione, da perderci il sonno, bere dal “frigorifero” sghiacciato su termometro cardiaco, scuoiarsi per attimi che non ci saranno o forse la “concretezza” di metafisiche piacevoli, agro-dolci, fritto in padella, bollente in pentola-penzolante o una pizza capricciosa d’asporto. Ché il pomodoro “vampirizzi” la tua gola meglio d’un succhiotto sospirato, per cui ti sei sgolato assetato della sua… (in)toccabile, e la mozzarella sia sposata a del vino di Notte in bianco, ubriaca, tremolante, prossima al salto giù dal balcone perché è un “incubo” insopportabile desiderar di desinare con quella ma rimase un sogno di “Voglia saltami addosso”. Meglio la capricciosa di uno stuzzichino.

1) Apocalypse Now, come si puà non idolatrare un film che è un’esperienza irreversibile? Che ti cambierà per sempre. Che inizia con Jim Morrison “laconico” nell’esplosione sanguigna della fotografia di Vittorio Storaro, la linea d’ombra che serpeggia nel “cameo” d’un Marlon Brando onnipresente anche se assente sino all’ultima mezz’ora, un carisma che aleggia, ti spalma nella giungla, respira nelle ansietà d’un magnifico Martin Sheen allucinato, “spaventato”, distrutto, “inesistente” come un ectoplasma o i ventricoli vivi dei plasmi radiografici, intrecciati a un’anima scucita, slabbrata, arrabbiata, uccisa, morta o a rinascere?

2) The Godfather 1 e 2…, fratelli della congrega, una saga perfetta, che cede un po’ nel terzo episodio, ma dominata da un Pacino titanico, che eredita Marlon Brando, sempre Lui come canta Ligabue, e un Vito “ringiovanito” nella secchezza abrasiva, “muta” d’un De Niro nell’unico, inimitabile Oscar per lo stesso Corleone. E poi James Caan, Duvall, Diane Keaton più mitica di tutti gli Allen messi assieme. Infatti, Diane ha dichiarato che Woody è stato un bellissimo amore ma Pacino è eterno di un altro livello. Perché Pacino è il “Diavolo”…

3) Rusty il selvaggio, che puoi dire, detrattore, davanti al più strepitoso Matt Dillon che non sa neanche come abbia fatto a essere così Dillon, al Rourke epocale, all’atmosfera B/N di fluorescenza “ad acquario?”.

4) Dracula di Bram Stoker, be’, qui cazzo c’è l’Oldman che, se fossi Winona, mi farei leccare il seno migliore degli anni ’90 in werewolf.

5) La conversazione, Gene Hackman è Dio. Ricordatelo, figlio di puttana. Ti “spia”.

6) Peggy Sue…, insuperabile, meglio di Ritorno al futuro, lo stand by me più malinconico della Storia del Cinema. Chi non l’ha capito, non vale neanche la merda della sua stronzata vivente.

 

Personalmente, mi spiace che, per contrasti produttivi, nonostante sia detentore assoluto della Zoetrope, non sia riuscito a realizzare la sua versione di Pinocchio, per cui aveva scelto De Niro e Pacino nelle parti de il Gatto e la Volpe (anche se mai rivelò chi avrebbe interpretato il Gatto e la Volpe, io avrei visto bene De Niro come il gatto, sobrio, con la sordina, a oscillar il capo simil C’era una volta in America, “tonto” e sornione, Pacino invece come il volpone, allucinato, folle, nevrotico e “coglione”), e Megalopolis, che era già quasi pronto per le riprese. Il parterre degli attori designato… roba da strapparsi i capelli, straordinario: sempre De Niro, poi il nipote Cage, Russell Crowe, Liam Neeson e Kevin Spacey fra gli altri. Peccato.
Comunque sia, Ligabue Luciano vale Marlon Brando quanto tua sorella-zitella che lo ascolta ancora fra cosce e zanzare.
A questo rockettaro di Correggio, solo che scoregge. E, se non gli va bene l’evacuazione, aria! Ah ah!

Personalmente, non ho mai capito l’adorazione per questo Luciano, così come non capisco per quali ragioni grottesche lo zotico Vasco Rossi “mieta” vittime d’ogni generazione. Entrambi sono dei debosciati, degeneratissimi

Luciano è indeciso fra Elvis Presley, la patetica imitazione di Springsteen e un piatto di tortelloni con burro e salvia su croce a petto villoso, Vasco “lecca” quelle che si fan vasche nel “centrino”. Insomma dei poeti per gli ignoranti.
Mi tengo la “coppola”. Non Sofia perché, appena la vedo, mi vien il voltastomaco.

Da racchia figlia d’Arte fu, oggi è “regista” di un somewhere. Non si sa di che e di quale luogo.

Ciao.

(Stefano Falotico)

 

“Il seme della follia”, Review


Il Signore del Male si tinge di “copertina” a involucro accattivante, profetico ed è veggente di metacinema?

Seme 2 Seme 3 Seme 4 Seme 5 Seme

 

Carpenter, il suo nome, levigato nella leggendaria nomea a incisione di mio adorarlo, m’incute paura. Sprofondo, guaisco tremebondo, gemo e grido, linciato in strazi sublimi.

A ermetici lindori della verità svelata. Ogni arcano “nuota” sotterraneo, freme e striscia, si nasconde eremitico in una chiesa bizantina.

St(r)appa apocalittico la verecondia del sangue!

E lo eleva in gloria ridente, smargiassa, terrificante.

Tutti vengon accalappiati dal nuovo Stephen King miscelato al Lovecraft, entità sfuggentissima che chissà ove vive. In qual interzona buia, ludica o licantropo d’ogni nostra fantasia proibita?

Gracchia nel levigar i capricci matti dell’umanità, scoperchia le regole e le “ammanetta” in suo addensarle d’irresistibile, inarrestabile, a macchia d’olio magnetismo tetrissimo.

Il suo nome è Sutter Cane, lo scrittore più venduto. C’è solo un “anonimo” che lo conosce ma non lo legge perché forse ha già captato il suo più pauroso “film”. Pre-visione!

Ma Sutter è scomparso, s’è volatilizzato nel nulla. E proprio l’anonimo “impiegato” vien incaricato del rintraccio. Nessuna impronta, solo delle firme digitali a stampante di “sovraimpressioni”.

Sutter chi è? Esiste o è pura invenzione?

Fittizio mito alla Salinger di vendite sal(i)enti in modo “preoccupante?”.

State all’erta, è un maniaco ma l’anonimo finisce circoscritto in manicomio.

 

Si ribalta tutto, il gioco è bello finché dura… troppo.

Pioggia biblica, a fulminar i mattatoi e l’anonimo scappa per rimettersi in viaggio.
Arriva a una cittadina “disboscata” e dagli abitanti allucinanti. Qui domina la Notte, qui il Diavolo ha già corrotto e rubato le anime dei “viventi”.

Una strage… occorre il “soccorso” del raziocinio appunto strategico, morsa del ragno e apri gli occhi!

Ah ah!

In qual incubo ti sei andato a cacciare?

Sutter vive in una torre d’avorio, chi è il mostro? Tu o tutti coinvolti?

Avvoltoi!
Questa vita va presa a ridere, al cinema rivedrai te stesso nelle illusioni del già trascorso nastro “trasportatore”.

Hai rivisto in poltroncina chi non sai o sei di essere?

Il capolavoro è il brivido incendiario di quel che vedi ma non saprai mai.

Di te stesso o degli altri.

Si chiama mistero della vita. Si chiama inconscio.
(Stefano Falotico)

 

“Rumble Fish”, Review

Un pesce è sfuggito alle tenaglie del Tempo, all’erosione della società?!

Urla! Fuggi! Scopatela!

Fra i primi posti delle mie personali classifiche sul Cinema, primeggia questo capolavoro assoluto di Coppola.

Tracce di malinconiche estasi, “imbrigliate” in un gioco raffinatissimo di bianco e nero “raggelante”, fotografia immortale… di Stephen H. Burum tatuata a pelle di carisma Matt Dillon, gaglioffo irresistibile che sbeffeggia tutti su canottiera atletica, movenza di singhiozzi polmonari dentro e fuori un’adolescenza forse già infranta, appena sul punto d’attracco alle adult(er)e lotte degli “onori maturi”. In quella scuola, ribelli con volti indomabili in occhi languidi, celebrano Hemingway, disossandone i bagliori d’una saggezza più in là della frivolezza coetanea, delle didattiche ottusità ammaestranti da sfere con poca veggenza del nutrimento a origine della vita, la vita stessa che non può essere “incatenata” in frasi logorroiche di sofismi e cerebrali inezie poc’allineate al “disagio” vivace d’un Tempo che non tornerà.

Va vissuto e non “indolenzire” tu i lineamenti dell’anima nella dinamica delle “diagnosi” a “pedagogia” dei battiti di ammortizzato, patetico Cuore.
Sì, Kerouac fa breccia nel sogno arcaico di Coppola, tepore vitreo, corrugato nell’alcolismo d’un Dennis Hopper d’antologia.

Alticcio, sbronzissimo, morto dentro o disilluso dal suo orologio “difettoso”, allucinato a frammenti di quel rompersi per gustare il dolore dell’essere… esistiti. Il logorio mordace ritempra per paradossi temporali, fra amori linciati, altri sognati, un Nic Cage al “nepotismo” già raccomandato e “gaio” di lucky guy scapestrato, furbo a sistemarsi.

I grovigli dell’ansia, l’accigliato resistere a tutto, l’apocalittico fluttuare in moto sulla chimera da centauro d’un Rourke rudissimo, icona del romanticismo più sfrenato, osé e brandiano nel nero del “rinnegato”.

Ci sono film a specchio delle nostre emozioni, ingravidano il tintinnio della nostra sete di vita, sconquassano, lastran i sogni d’eccelse magnificenze, splendori perlacei indimenticabili. Agguantano le tue iridi, le “annebbiano” a vortice d’incantevoli incubi, pulsano, li riesumi, redivivi squillano a riviverti, a vertebre nella spezzata spettacolarità del Tempo “futile”, scorribanda di ricordi, d’odor di Donna, d’una Diane Lane civettuola e puttanella, di coglioncelli “a cazzo duro” nel ronzar come mosche nel pasto arido della nudità gagliarda. Un acquario, un fiore brucia e reciso s’invaghisce del “nulla”, balla e sobbalza come un neonato, piange, ride, si commuove, si dimena e poi triste s’inchina a tutti i morti già rannicchiati con fottuta riverenza nel culo. Perché Rusty è come suo fratello, motorcycle boy, forse aspettano la marea per il surfismo della fuga dai rimpianti, errabondi baceranno il sesso in arso abbacinar l’aurora tra corpi liberi, fra ascendenze antropocentriche all’evoluzione erronea.

Proveniam dai pesci, anfibi mutammo, eretti camminammo ma forse la via è cieca se tutti or zoppicano, forse la vita è una corsa.

Indietro nel Tempo, sospensione vagabonda, ondeggiar lucenti come l’unico pesce che ha distrutto la “gabbia”, nell’arcobaleno si pitta a fiammeggiar variopinto. Pindarici, librati angelici, a branchie fuori dal branco, dai banchi appunto di nebbia.

In pochi vedono la vita oltre le apparenze, quei pochi devon spaccar gli argini, rischiare per non morire.

Tanto trasgressivi per Natura non sono “adatti” al buio dell’umanità spenta. Ipocrita è lieta, eppur non gode appieno. I ragazzi sguazzan invece ironici, irritano, provan gusto a leccarla…, smaltan le labbra da veri spaccaduro, sono il realismo puro dei diamanti interiori nella pasciuta arroganza, i levigati trapezisti del circo giocoso fra tale orrore di maschere e applausi comandati, di ruffiani e stronzetti, di paninari e discriminazioni, mine vaganti e giullari tra i buffoni “seri”, il morso alla falsa chete, al finto clero si dichiaran “acclarati” figli di puttana ma, a perdersi per toccar le sacre sponde della Bellezza, gemon fra le cosce di una figa e il loro fuck you se ne frega di pregio avido, antico da guerrieri, da inguaribili teste di cazzo.

Come voglio che sia. In Lei… la vita, che figa.

Ribaltami, dammi Tempo, aspetta, prendo fiato. Ho fifa, spronami, spompa.
Sono Rusty il bastardo, il selvaggio, il Marlon Brando più fuori moda, picchio, che percosse.

Ora, togliti la gonna, dammi la scossa.

E la voglio turbinante, fremente, non frenarmi, incazza l’incalzare.

Non smorzare il mio gusto, succhiami.

Poi, violenta docile il Tempo (im)mobile.

Se non ti piaccio così, non so che cazzo offrirti.

 

Rusty 2Rusty 4(Stefano Falotico) Rusty 3Rusty

 

“La leggenda del re pescatore”, recensendo

Siamo tutti principi, tutti re per una vanità o un ideale come cavalieri e dame medioevali nel ball(ett)o
Alcuni lo definiscono un eroe. Altri lo definiscono l’uomo più pericoloso d’America

LaGravenese conia questa massima ad aforisma sociale, incisa nell’eternità, la tal s’abbevera sempre di (s)concerti e pecca a pelo nell’uovo a ricercar martiri, eroi, santi e forse una chimera in tal vite da Calimero.

La gioia dura un battito di ciglia, l’oscurità tetra t’assottiglierà nel sottil di tutti (auto)inganni.
Basta una mossa “falsa”, una frase insana al posto non giusto, e si scatena la tragedia. All’improvviso, detonante, indietro non puoi tornare.
Circolin vizioso ché come un cane t’arrabbi, abbaierai ma nessun fa la coda per ascoltarti. Inutile sviarla di tornanti!
Se sei stato scottato, la misera consolazione di un amico che ha causato il danno può salvarti dall’esser visto come sciagurato?
Ah, poveraccio… illuso, che ti balocchi nel “mito” di Pinocchio, spettinato e barbone, chi t’ha trascinato a non raschiar neanche più il fondo del barile?
Risorgere? Ah, tante risorse possiedi, ex professore. Ma il trauma è una follia che, insinuandosi traditrice all’amor puro tuo rubato, insiste, sei scalfito nell’anima e l’hai cucita sol nei sogni “incoscienti”.
Nel sonno letargico a chiuder prima gli occhietti, appunto, al punirti nel sigillarti. Che celato sei?! Gelatissimo dopo che quel pazzo ha ucciso tua moglie. Non esiste più nulla se non esserci altrove. Per dimenticare, forse.
Ma guarda un po’ che disastro quel deejay “montato” ti ha combinato… proprio senza più feste e dai deliri infestato. Ti tormentano, stai dormendo e rifioccano in fila battagliera nei demoni che tanto occludi eppur sboccan sempre paurosi.
T’urlano che sei solo un vigliacco, la vita deve andare avanti anche se il dolore non si potrà rimarginare.
Cos’è la pazzia se non uno splendido burattino di legno in mano a Mangiafoco? Dragone che appare e inferocisce le tue cicatrici vulnerabilissime.
Spettro che scacci, gli gridi bestemmie e t’infuochi tu stesso. Perdendo un’altra volta il “senno”.
La furia di un’allucinante ingiustizia. Sei sotto le sue grinfie, ti divora e graffia a dardeggiante… bruciarti.
La Notte è parsimoniosa di stelle a Central Park.

Due vite che, assurdamente, si sfiorano per fatuità, caso bastardo e gran figlio di puttana.
Tu, Jack Lucas coi tuoi cazzi. Un tizio incazzato col Mondo telefona in diretta alla radio. “Fuori programma” inaspettato. Non lo prendi sul serio, anzi, non sai che dire per frenarlo e distruggi una vita.
Lo psicopatico, che ha telefonato, prende alla lettera le tue parole, si “ribella” compiendo una strage.
Ammazza la moglie del dottore.
Il dottore va fuori di testa, Lei è morta, e ora chi risolve la faccenda?

A te non va benissimo, Jack. Per colpa di quell’avventata tua “sparata”, nel “consigliare” al maniaco di far piazza pulita, ti hanno licenziato.
Te ne stai solo soletto in casina. Per fortuna, c’è l’amante, rossa e atipica peperina.
Ti tira su nei momenti di depressione e stanca. Anche tu stanchissimo di tutto. Arranchi e piangi sotto la pioggia…

Altra strana coincidenza e incontri la “vittima”, il professore. A vostro modo, diventate amici. Ti senti in colpa, ardi nel rimorso incurabile e ne vuoi sanare la sua ferita. Gliel’hai involontariamente inflitta tu.
Il professore è innamorato di un’altra senza “rotelle”. Due di quelle teste, oramai, non ne fan una dritta.
Che storpiati, che pastrocchi!
Sono imbarazzanti! Sembran dei bambini sporchi. Ci vuole il bavaglio, il grembiulino…
Ah, devon riniziar daccapo a piedi. Avresti voglia Jack di tirargli un malrovescio. Ma hai già rivoltato la sua esistenza! Un’altra frittata…?

No, (non) vi salverete entrambi. Siete sbagliati per questo Mondo. Gli altri, gli stronzi furfanti, “fortunati” ridono e scherzano su tutto. Anche sulle cose gravi.
Tanto a chi importa delle sfighe altrui? Basta che coltivino le loro pance e basta che magnino.

Così, finisce in una “bolla di sapone”.

E cantate nudi, a squarciagola, belli come mamma v’ha fatto, perché scoppia la vita in voi.
Pirotecnica e stellare!

Il resto è solo questione di culo… all’aria.

(Stefano Falotico)

 

“Arancia meccanica”, Review


Gulliver
 nostro, chi è nano, mostro, stregone o a caccia? Miele di cacia e il cac(a)o? Tu hai cagato storto sul mio “dolcino”.
Che mal ai pancini! Che pannolino!

Taluni giorni fa, fratelli della congrega e miei drughi, ho inserito in Amazon-Kindle un mio omaggio letterario a tal celeberrimo capolavoro.
Ché d’ingegno son inesauribile genio, musical di prosa come le più sinfonie melodiche di Beethoven. Ah ah, miei prodi.
Approdo oggi a Praga, città d’eleganza in castelli miei fantasiosi, domani plano pian piano nelle vetuste ideologie di massa, pittandomi il “Pinocchio” da saltimbanco che squadra a mo’ delle geometrie kubrickiane, sinaptico in simbiosi, “strambo” surreal cubista adoro culi lisci, li tornisco e me ne “rassodo”. Che Rubik, che ludicismo.

Che scultore del vostro putrido candore! Ah ah, vi aggiusto nei tasselli perfetti.
Ieri, diedi tutto… per “assodato”, domani m’assolderanno dopo che m’avran sedato o solo, come ogni tonto nei girotondi del social mappamondo, immondamente assolto potrò sereno assolarmi. Finché la spiaggia va in barca vostra, avaria mia mental non sarà mai demenza di maree tristi. Ah ah!
Oh, chi ha sedere, chi si tempra, chi osa ameno, chi animal mena. Chi sfonda, chi affondò, qualche culo della Corri Adrienne hai stuprato mio bastardo qui ingabbiato. E nessuna seconda chance da Rocky per Adrianaaa! Il lavaggio spompa anche quel “muscolo” birichino, che bel giochino ora a tapparti perfin la bocca dopo che le entrasti, di soppiatto mancino, brutalmente in tutti i buchini. Volevi le sue chiappe? Acchiappato dopo il colpaccio! Bucherellando le regole, tu trasgressivo sei stato arrestato. In stato di (in)fermo. Da curar con Ludovico. Come di Notte sgattaiolavi e or in “gattabuia” violentato sei poc’amato.
Che disarmante beffa, i tuoi ex amici stolti se la ridon sotto i baffi. A bacchetta li comandavi, giocattolaio sei nelle mani or dei “cioccolati” amari a “dolcezza” quant’è “buona” la società sproporzionata e di oratorie, retoriche nel vogliamoci bene. Il pene loro è in camuffa, tu sei buffissimo ma più grande in tutto. Invertito, che ribaltata prospettiva.
Chi, come me, di calembour fa capriole nelle donne di sobrio odor’, e nei sudori (rin)viene, “criminale” sei tu latente in mio lattante… Korova Milk Bar al “Bobby” De Niro, ché di nomignolo fu latticino durante l’adolescenza.
E, dalla lentiggine sullo zigomo, dalla cerea maschera beffarda, il ne(r)o s’inoltrò a carisma d’attor. Ah, rimpiango quei nitori, quel calor di femmina selvaggia, rossor che tintinnò i miei ormoni sulla figona rossa attilatissima, tiratissimo per Lei di “forbicine”.
Io, il più forbito e d’alto lignaggio, m’han impalato nel legnoso “bugiardino” dei loro “balocchi”. Burattino!
Che crudel, ripeto, gioco. Che cattiveria. Solo per aver fatto godere la patata della moglie del dottore, annoiata e depressa, di piale han addolcito e non posso più spiattellarla. Che verghe, che verità ipocrita.

Per aver premuto con troppo “Push” nello sbottonarla un po’, essermi allargato nell’allagarla troppo lì nella topona?
Topolin, topolin, evviva Topolinofull metal jacket, oh che giocherello da “duri” è la vita “maschia”. Ma che pall(ottol)e.
Che barbosa marcetta. Funebri, diverrete come Barry Lindon, lindi lindi nel mediocre accontentarvi. Tramandando, di generazione in generazione, l’educazione “moderata” del mai lontano uccello… libero e aguzzo.
Quanto siete angusti ma vi vantate d’aver gusto.
Sempre a posto, composti e al comando appunto di postazioni.
Posati, a riposar negli eterni sonnellini, quanto sei carino mio fiorellino.
Bocciol’ per bocce all’albicocca al lecchino limonar con lingua buongustaia nella forchetta già rosolata nel “castrato”.
A polpette, fettine di maiale, a gattone ne siete fusi.

Qui son Alex il magnetico, il metallo e il Magnesio. Magnum e calibrato colibrì senza polli da chicchirichì? Galline, ecco la galera! Che balere, mia balenottera.
Chi sono non lo so, l’insonnia mi “masturba”, turbolento accendo il motore, scoreggio fra voi di fetor’ e sempre coi carboidrati.
Meglio il carburatore. Trombando, vado rimontante.

Meglio fottersela che star a “giusti” capotavola.

Ecco il mio dogma di pedagogia:

1) Ama come fregheresti tuo fratello. Con moderatezza e senza mai far male, anche se Lei vorrà esser penetrata con foga bestial’ nella foresta. Tu vai impettito, a testa alta quando di testicoli e testacoda la tradirai con un’anatra… Ah ah. Il cespuglio sbroglia la ma(ta)ssa.

La mannaia è nulla contro il mannaro. Boia!
Giuda ama Caino, Abele vuole il suo albero di pallone gonfiate. Evita le bombastiche, quel silicone sgonfia, il contatto esploderà in un “Puff(o)-plof”. Solo tette, ti trascinerà nella merda.
Ohibò-ahimè, Amen e mai figli armati, né maschi né femmine. Intralceran i tuoi ardenti camini… ah ah.
Mai domestico riscaldarlo, al fornello levitar e librato stringerlo in segno di Pace.

Immagina tutta la gente come John Lennon a fregarsene del razzismo.

I fancazzisti son meglio dei fascisti. Su questi porci non piove mai?

Saremmo tutti fratelli e sorelle.
Tutti del nostro godimento menestrelli.

Invece, ci rastrellano, i ribelli defenestrano e anali son annuale incularci.

2) Malcolm McDowell ha qui la faccia che voglio. Da cazzo coi suoi cazzi e “schizzato”, poi “cotto”, quindi a guardarselo col microscopio.
Ecco, toglierei l’ultima parte imbruttita, ne voglio una di prima con la quinta. Ah ah.

3) Il capolavoro è tale e, genio essendo, va goduta. A pieno.

Ora, a cuccia e bava alle boccucce degli ebetucci.

E ricordate: chi semina, raccoglie? No, solo alla banca del seme.

Sei un moralista da seminario, vai subito (in)seminato.

Attacco di panico?

No, Lei me lo attacca con la panna.


(Stefano Falotico)

 

 

“The Doors”, Review


Scherza coi fanti ma lascia stare uno dei più grandi cantanti, perché non è un “Sant(in)o”

In quale esatto, sciagurato momento di demenza avete scambiato Oliver Stone per un genio?
Sceneggiatore d’impatto, lubrifica i dialoghi in secco levigarli di kitsch alla De Palma sanguigno, uno scarface inferocito e lì davvero glorioso. In effetti, ha una buona penna. Ma la gettò dietro la macchina da presa del “Chi fa per sé factotum”.
Volle strafare e anche Morrison ha rovinato.
World non è tuo, do not disturb “The Doors”. Perché, a scoperchiar le porte di Pandora, sol che come un Panda ti rabbonirò, mio “natural born killer”. Forse l’apice quando ne scandaglio la filmografia retorica e rinvengo puro Carbonio 14 d’un Tarantino a sua enfasi moderatamente, sebben di parvenza violenta (fumettistica, quindi dolcificata), sfrenato e ad ardir d’osare. Con Harrelson sdrucito, ludico nella Lewis davvero cape fear ed emancipatasi dall’età acerba in gatta cerbiatta “cattiva”.
Un bel colpo, cazzo, anche se non è un capolavoro. Tenetelo a mente, esalta(n)ti di pan per focaccia e di Juliette per figa. Miei giulivi!

Il resto è robaccia, mio Oliver il “macho” ossessionato da virilità propagandistiche e d’olive, a mio avviso allarmanti, sott’olio.
Cinema suo d’assumer con ponderatezza e poi chiuder in cabina di sicurezza. Ermeticamente. Lei esagera, monta(ggio) eccessivo, mi turba ma non mi perturberà mai.
Scorgo furbizia, programmatic’ammiccamento a tavolino nei suoi fotogrammi “lisergici”. Usi il diesel e non sparga benzina sul fuoco di tanta carne arrosto già bruciata in pneumatici vuoti.

Qui, la fa grossa, e non la perdono. Già, si confessi e reciti il “maledettismo” di Jim, prostrandosi a come ne sconsacrò la leggenda nella sua “rilettura” mignon per adolescenziale icona.
Usa, stupra Jim come una “mignotta”.
Jim non era solo uno da coroncine che bestemmiava contro la Madonna dell’Incoronata, non demonizziamo di romanzar al falsamente “compiangerlo” per idolatrie giovanilistiche da raggirare nel platinato e moralizzante “circonciderlo” a ricco Cristo sanguinante e poeta incompreso.
Jim era un Uomo, come tale peccò. Ma non scagliò prime pietre, nonostante precipitosi strange days d’una sua end già profetizzata. Lui predisse l’apocalypse del now in noi. Di questa società down e pace all’anima sua.
E lei Stone che mi fa? Me lo tratta da imbalsamato, lo scimmiotta, lo rende uno sciamano-scimmia.
Inizia con le banalità degli spiriti indiani reincarnati per dar un tono indie a quest’agiografia scemotta?
Che confusione. Piglia un episodio diaristico e pensa così di spacciarsi per artista?

Non sa che strada prendere e accenna anche di esistenzialismo alla Kerouac. Poi, schiaffeggia la sua amata Pam, schiaffandoci al suo posto il faccione di Meg Ryan, ancor più b(i)on(d)a per l’occasione, un bocciolo di boccoli d’oro e paresi smorfiosa. L’appeal dell’apple c’è in Meg, l’insipido succo recitativo anche di scipita.
Val Kilmer? Bastan i capelli lunghi per dargli l’aria della somiglianza? Che shampoo riccioluto è mai questa tint(ur)a? No, molto vaga, molto vacuo sembiante.
Al solito, sebben molto più magro di ora, appare un gorilla semi-effeminato per dar un “tocco” di fascino femminile alla sua ambiguità dura.
Sì, per completare l’opera di “restauro”, dunque di sua distruzione, infila anche scene in cui Val e Meg si struccano e pastrocchiano di bacini.
Che schifo! Dannazione! Più che love, Oliver ha “svalvolato” di sdolcinati mieli al caramello.

Zeppo di luoghi comuni da figli dei fiori, Stone lei getta alle ortiche questo floreal patrimonio musicale con un Morrison da erbetta e sniffate.
Me lo fa quindi, “bellimbusto” e selvaggio, accoppiare alla Quinlan giornalista per una “medioeval” cavalcata che non “appassiona”.
Musica di sotto(s)fondo da rito satanico, materassino senza il burro di Brando.
Stronzate su stronzate, florilegio d’estetica anni ’90 nel senso più cazzone del termine.
Tanto la gente si beve tutto? Anche come lei disseminò questo “fiume” di poltiglia e cianfrusaglie copia-incollate da manuali “mockumentary” prese in prestito da qualche pedestre “pederasta” delle veridicità.
Non interpreta, fa anche il prete, mentre Jim era Diavolo quando doveva e angelo negli occhi di chi idealizzò la sua sessualità solo perché enorme… rock star.
Questo film non ha pathos, non emoziona, non tira neanche quando (non) inquadra un pompino come si deve in “ascensore”, questo film è una laida, studiata porcata.
Che stronzatona!

Guardi Stone. Lei di Jim ha frainteso tutto. Vada a pigliar per fesso Tom Cruise. A cervelli siete “greco-romani”. Ambiziosi di uccello!
Ma da me, finirete come in Nato il 4 Luglio. “Cinema” da ridurre paraplegico. Stone, legga dai maestri, Jim è leggenda!
Le par il modo di fotterselo?

Oliver s’incazza e m’attacca. E io, totoianamente, gli urlo: “Parli come badi sa”, bidone?!
E anche come biopic è miope.

(Stefano Faloti

Mah. Il dubbio persiste.

 

De Niro Motel e Da Costa da capelli montanti

Io la monterei!

Poi, il montato di testa. Ah ah!

Oggi è Agosto, domani la Luna gira nel Motel con De Niro e John Cusack, su capello all’aragosta di De Niro cotonato nel coast to coast con Rebecca Da Costa.
Bob non indossa la LACOSTE, ma è lacustre boss da strozzin d’anaconda e “Facciamoci du’ spaghi, poi t’impiccherò Cusack con lo spago”. Insomma, ti faccio arrost’ perché il debito scotta. Mi costò anticiparteli, ecco l’anticipo di “costolette”. Si chiama secondo, il terzo è dolcissimo! Ah ah!
Capelli bianchi, soffici al tatto, non di buon “taste” ma Bob tasta Rebecca meglio della “scimmia” Chewbecca. Chi se le becca?
Saran botte da orbi(tali) a tal vile nel mio Guerre stellari.

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“2001: Odissea nello spazio”, Review, camera con vista!


La scimmia sapiens poiché pensando è già allunandosi e cosmogonica, penando d’eterno le pene eteree dell’erectus!

Non ho mai recensito…

il capodopera di Kubrick anche se, distinguerlo di prima posizione, è già un grave torto agli altri indiscutibili, indissolubili capolavori.

Del Maestro non son stato “bravo” a descriverne la grandezza, “limitandomi” a decantar il suo genio, giudicando a priori troppo ovvio scrivervi “sopra”.

Ma, riflettendo, perché non vergare il mio essere e inciderlo nel magnificare chi tanto m’emozionò e sempre, spazialmente, illuminerà indimenticabilmente la mia anima mentale?

Questo non è un film, chiariamoci subito. E ognuno è libero di speculare… ad allegorico suo dolce naufragarvi, adorarlo e di chiome fruscianti nell’assoluta Bellezza maestosa sprofondare ove il Cinema sfiora le profondità adamantine, io così l’ammanterò di “filosofico” e personale omaggio.

Circoscriverlo in un riassunto didascalico è reato se ardir mio “fu” già qui incensarlo a gusto estatico di quel che “vidi”, vedrò domani mutate…

o trasformandomi a balzo di nuove scoperte incantate.

Le incognite esistenziali… essendo uomini siam figli degli animali.

Discendiamo dai pesci di lacustri primitività, poi “assurgemmo” eretti o più rettili nell’evoluzione d’un malsano “progresso”.

Pontifichiamo ora sulla Scienza ma siam sicuri di non aver pattuito un viscido ed esecrabile patto, o “parto” distorto, con la senescenza più (in)dotta, quindi involuti a casti liberi arbitrii che, in quanto ammortizzati dal civil “quieto” vivere, han perduto la gloria dei sensi nostri più gioiosi e istintivi? Non so, scorsi uno scorcio “interminabile” d’ore altrove nel risorgere, roteai per frammenti onirici…

d’un viaggio interplanetario a mistiche erudite…

anche arrugginendo la mia “calma” omeostatica, sul vi(b)rar nel meandro ignoto del buio, degli squarci viventi dei primi esseri, scimmie “cattive”, signori delle mosche…

per iniziali egemonie dell’entropie, del caos, della baraonda, del vertice gerarchico da “dominatori” dell’Universo. Ma c’è tanto da “esplorar(ci)” e, a ogni stella od ostacolo, carpiamo vividissime, soavi e ancestrali, quindi catartiche, luminescenze.

Abbasso le odalische.

E i profeti di chi vince di pesca.

Dolor piacevole delle rifrangenze emozionali. Questo è l’Uomo.

Ogni passo in avanti è uno indietro per assaggiar le sue orme, l’impronta “digitale” dell’anima.

O dell’animismo nostro da cacciatori notturni. Alle fiaccole arse nella paura di rimaner soli con un Sole a divinatorio idealizzarlo in qualche Dio o entità sovrannaturale.

O-nanismi! Un lungo “sonno”.

E si riparte in quinta, a razzo d’una navicella, galattici nello scibile sibilantissimo d’una astronave-caravella. Cristoforo Colombo non s’accontenta più sol, appunto, dell’America.

Quel che bolle in padella è un uovo concentrico.

Le frontiere abbiam “contaminato”, la Luna è un cratere issato al monopolio americano, Armstrong “gigante” o noi nani dinanzi alla vastità del “buco nero?”. Che non è soltanto salto temporale ma indagine nell’ego di noi vicini a Dio mai conten(u)ti.

Titanismo, manie d’onnipotenza.

Perché coltivar l’orto quando possiam fluttuar fra le meteore dorate? Cosmici perché la vita terrena è oramai epidemia di lotte insulse, d’inusitata prigione a noi già di “umanità”, per sua stessa origine, sbarrata nel “confino”. Sconfiniamo! Vai, orsù azioniamo i raggi motori dell’ambizione sfrenatissima, involiamoci fratelli nel “vuoto” da riempire, di pianeti e conquiste, troppo disumano astio c’ha resi vittime del sistema triste. E pariamo antropomorfi.

Amorfissimi. Ammorbati!

Dov’è quella scintilla vitale del nostro monolito?

Ah, monolitico fratello irrigidito, affidiamoci ad HAL 9000, a bordo del PC piccino di queste craniate da troppi gigabyte.

Ci eravamo imbalsamati!

Abbiamo registrato tutto tanto da smarrir la memoria.

Che amnesia.

Quel computer invece sa tutto…

un’enciclopedia del nostro “navigatore” reminiscente.

Forse, dobbiama apprendere dai più viventi antenati.

Perché ci siam alienati.

Quanta tecnologia ma poca vita!

Io, Robot e invece la macchina si ribella Terminator e distrugge il primordiale, grande, immane Sogno! Ah, che brodaglia!

Qui c’è Asimov a far capolino, linee d’una narrazione antilineare, allineata a puro Kubrick liquido e oltre.

Oltre tutto, anch’egli come tutti dubbioso.

Chi sono? Da dove vengo? Perché ebbi quello svenimento?

E cos’è l’innamoramento?

Ah, sto diventando un demente.

C’è  però necessario bisogno d’infantilizzare la coscienza, voglio cullarla bellamente nell’amniotico scioglimento.

Mi son ghiacciato, dunque bruciato, spazio sì da una rotta o forse già distrutto.

Stanze coi bottoni, eyes wide shut profetici della rivelazione a un semplice “Scopare”.

Cos’è o chi è-sarà più greatest?

Orson Welles e il suo Quarto Potere o il mistero…

di Stanley, shining del genio sempre al di là?

Scettico, ateo, ad ampliare gli orizzonti di gloria, a metterci in guardia da ogni guerra, ché genererà solo mostri d’una clockwork orange a base del nostro Gulliver.

Oggi ci crediam grandi, “arrivati”, domani ci svegliamo…

microscopici a fissarci l’ombelico coi telescopi.

E ancora ci facciamo… tanti problemi quando scopiamo.

A Lei non piaci, sei troppo “a scoppio”, scappa.

E dove cazzo va?

Al circolo, vizioso del cucito alla sua bocca (im)morale.

Ah, voleva morderlo e invece s’è trattenuta.

“Ingoiata” da sola, come te, come me, chi più ne ha e più lo (e)metta. A manetta… Sì, questa esistenza è un film anche satirico da Dottor Stranamore

Un pamphlet che cambia forma, inquadrature, geometrico in cui Nolan può sol che sognare Interstellar da quattro “saldi”.

2001 è Lui. IT! Qui è gravità.

Il resto son articoletti di critichetta e di qualche cretinetto oggi fottuto, non solo da Nolan, ma anche dal nulla.

Potrei scrivere per ore su 2001, ma è il 31 Luglio del 2013, piena Estate. Stasera, mi guarderò ancora 1997 di Carpenter.

Poi, ho da pensare anche ai miei sogni.

Non ho mai visto dal vivo New York ma son sempre con la testa a Los Angeles.

Buona visione. Buona quella, me la farei.

Buona Notte, speriamo con Lei nuda.

Plenilunio. E “ululo” alla DocZemeckis non sporcone del “Porco Giuda” ma in grandi gioie, oh sì, “Grande Giove!”.

Che figa Angelina Jolie!

Ricordate: life is back to the future.

Se non mi credi, solo rimpianti e aste piantate.

Fidati, io ho fiuto.

Applauso!

 

(Stefano Falotico)

 

“Donnie Brasco”, Review

L’amarezza piange negli occhi vitrei…
di due antieroi anacronistici…

Fuori Tempo e dalle mode, esce un oggetto misterioso, “targato” Mike Newell. Come? Nel 1997, un film “di mafia” incentrato su due perdenti, sì, entrambi lo sono, e diretto da un inglese? Con Al Pacino, e qui l’icona del Padrino ci sta, ma il suo antagonista-amico-intimo confidente-traditore è Johnny Depp.
No, forse quando lo vidi al cinema, devo aver bevuto. Ricordo male, avrò confuso tutto. Invece no, la memoria appunto non mi tradisce… Quale geniale coppia, innestata in una sceneggiatura “a orologeria” perfetta (Paul Attanasio “metronomo” dei dettagli più sofisticati che ha imbastito, nell’eppur linearità della trama, il complesso aspirarla), che “gemellaggio” straordinario, e qual bislacco colpo fenomenale è stato inventare tal perla in piena post-era Tarantino!
Un Donnie Brasco scagliato indimenticabilmente con tanta acuta personalità.
Un film che mescola tutti i crismi del gangster movie, li “shakera”, frena e dosa, trattiene la violenza, la “singhiozza”, la cela fuori campo e raggela le nostre emozioni sin alla commozione più autentica. A detonarci in lagrime amare.
Ci scuote, ci distrugge.
Un film che non strizza l’occhio ai lieti finali, duro pugno che frattura, con sensibilità insospettata, profondissima, la nostra pelle dell’anima, la scuoia e, nel suo disincanto “funebre” pauroso, prima ci “ovatta”, poi ancor ci depista, ci fuorvia con dialoghi bellissimi da metter i brividi, con un balletto attoriale di primissima, fine recitazione sontuosa, scandita rispettivamente da un “gobbo” Pacino che gravita in rancori rochi, “malfamato” gran signore d’occhi tristi m’affamati, nevrotico, misurato, asciutto, ectoplasmatico nel dominar la scena con impalpabilità laconica, così com’è plumbea l’atmosfera malinconica che respiriamo-gemendoci, e da un Depp che svetta, “spurio” sex symbol qui strepitoso nello scarnirsi d’ogni maschera platinata a incendiato, “assatanato” ma sofferto viso indurito nella tempra del performer essenziale, due esplosioni di carisma impressionanti a divamparci nella formula, qui vincente, d’una miscela registica che li specchia in “duello” iridescente d’occhi già a penetrarci.
Sì, perché questo capolavoro, al di là della prodezza dei dialoghi, della “prontezza di riflessi” in battute secche, subito memorabili e mai leccandoci, mai ammiccando da furbetti fotogrammi, c’incunea in una delle storie più (a)simmetriche da “rovesci della medaglia”.
Medaglie pallide.
Due uomini, due destini diversi che combaciano.
Un “tutore”, un infiltrato che, ahimè, si lascia proprio “infiltrare” da uno dei valori più magnificenti dell’esistenza, l’amicizia.
Errore letalissimo?
Nessuno, oltre a John Woo, forse…
figurarsi gli americani o un cineasta da Hugh Grant, si sarebbe azzardato, a fine 90, ad avventurarsi entro le traiettorie pericolose d’un sentimento “patetico”, specie se virile.
Invece, Mike Newell scommette tutto, e sbanca nei nostri cuori.
Creando un’opera sorprendente.
Il resto della storia la sapete.
Oramai, chi non ha mai visto Donnie Brasco?

Forse, il senso lancinante di questo film sta qui.
La moglie di Donnie nota che suo marito sta cambiando…
Stai diventando come loro, gli urla, disperata.
DonnieNo! Io sono uno di loro. Donnie n’è sicurissimo, per niente.
Assolutamente, no, affatto.
Nell’ultima inquadratura, che s’impianta nella nerezza d’un Depp avvilito, avvolto nella pioggia dei suoi martorianti, oramai eterni rimpianti, pare che, ancor prima del suicidio di Pacino, soffra in noi la domanda che ogni Uomo prima o poi si pone: ho fatto la scelta giusta?
Forse sì, anzi certo.
Che te lo dico a fare? Ci tormenta il dubbio, implacabile non fa dormire, non ci assolve.
Siamo soli, tutti.
I raggi del Sole si son avvizziti.

(Stefano Falotic

 

(Stefano Falotico)

Donnie 2 Donnie 3 Donnie

 
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