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“Open Range”, Review

Sfreccia nobile l’epopea da unforgiven

Open

Kevin Costner dormicchiò dopo Balla coi lupi, indubitabile spartiacque e capolavoro “purificatore”, annacquando in un poltrir bolso.

Ma, dopo la parentesi del suo Postman…, torna alla grande dietro la macchina da presa. Aspira le praterie, le inarca in afflato davvero epico con una dolcezza commovente.
Fin a scendere a mezzogiorno di fuoco per un pareggiamento di conti da western grandioso. Tra le valli felici, i banditi appaiono mascherati, ruban il gregge, scannano l’amico e lo “impalano”, nel disonore più sfregiante.

Dei quattro compagni di notti e bevute, i due cavalli da novanta Costner e Duvall si spalleggiano col ragazzino acerbo. L’erba dei sogni è stata deturpata, bisogna tornare in città, scovare il crimine, stanare i mostri che l’han perpetrato.
Ma, nell’intermezzo, c’è l’amore anche per una Donna. Sì, Costner stupisce con romanticismo anacronistico e si toglie anche il bellissimo sfizio di concedersi proprio una parentesi d’altri tempi selvaggi, quando i cuori si lubrificavano nel tatuarsi “Love” a via col vento delle emozioni a pelle, contamina il genere ed è doppia faccia pulita con una barbetta sdrucitissima, però elegante e signorile. Un Principe follemente perso per la sua bella, ma con un’ossessione ancora più fatale e truce, la vendetta sacrosanta a “scoccargli” di “bruti”, ad apparirgli allucinatamente “vivi”, puoi toccare la paura, efferati son spuntati al buio, come ladri…

Depuri le iridi, abbagliato da una Lei imperiosa, dolcissima e titubante. Vedova allegra ma non troppo… malinconica ma d’asciugarle i pianti in strazianti baci, giurandole eternità e purpuree anime.

A rischio di perdere tutto per colpa dell’ostinazione. Latente, non dà scampo, devi uccidere chi ha ucciso. La Notte si tinge di pioggia e sangue, fradici tu e Duvall a muso duro nel saloon tetro, mentre il Cielo è squarciato d’avidi tuoni, violentissimi.
Profetici a messianico furore delle lancette calde da scandire. Spunta l’alba, passi delicati ma pericolosi, attenti all’agguato, guardami le spalle, amico.

Spunteranno dappertutto. Voleranno spari incendianti. Fucili “frastagliati” in pistole su teste di cuoio velocissime. I riflessi potrebbero giocarti un cattivissimo scherzo.
Basta non esser all’erta nel grilletto premere di scatti, e saremo spremuti da una raffica devastante di morte delle più malvagie. Senz’anestesia, ci “sgozzeranno” con del piombo freddo, lentissimo, a combustione infernale.
Bruceremo angelici, come bestie ingannate da un Dio dei giusti che forse, qui, non abita. Domina la Legge spietata. Non guarda in faccia nessuno.

Abbiamo ragione, ma non sempre i torti pagano…

Una ferita, qualche “sangue” letale, salvami, sei svelto? Mi hanno beccato. Forse morirò.
No, c’è dalla tua il veccho Bob Duvall. “Dormi” tranquillo, me la sbrigo io.
O forse ce la facciamo entrambi? Sì, sono morti.

Adesso, puoi amarla.

(Stefano Falotico)

 

La mascherata della Morte Rossa di Edgar Allan Poe, by Falotico

La mascherata della Morte Rossa

Da lungo tempo la Morte Rossa devastava il paese. Nessuna pestilenza era mai stata così fatale, così spaventosa. Il sangue era la sua manifestazione e il suo sigillo: il rosso e l’orrore del sangue. Provocava dolori acuti, improvvise vertigini, poi un abbondante sanguinare dai pori, e infine la dissoluzione. Le macchie scarlatte sul corpo e soprattutto sul volto delle vittime erano il marchio della pestilenza che le escludeva da ogni aiuto e simpatia dei loro simili. L’intero processo della malattia: l’attacco, l’avanzamento e la conclusione duravano non più di mezz’ora.
Ma il principe Prospero era felice, coraggioso e sagace. E, quando le sue terre furono per metà spopolate, egli convocò un migliaio di amici sani e spensierati, scelti fra i cavalieri e le dame della sua corte, e si ritirò con loro in totale isolamento in una delle sue roccaforti. Era una costruzione immensa, magnifica, una creazione che corrispondeva al gusto eccentrico e alla grandiosità del principe. Un muro forte ed altissimo la circondava. Nel muro le porte erano di ferro. Una volta entrati, i cortigiani presero incudini e martelli massicci e saldarono le serrature. Impedivano così ogni possibilità di entrata ? di uscita, per improvvisi impulsi di disperazione ? di frenesia, che potevano nascere, in chi era dentro le mura. La fortezza era ampiamente fornita di viveri. Con tutte queste precauzioni i cortigiani potevano permettersi di sfidare il contagio. Il mondo esterno provvedesse a se stesso. Era tutto sommato follia addolorarsi o pensarci troppo su. Il principe aveva pensato a tutti i divertimenti possibili. C’erano buffoni, improvvisatori, c’erano ballerini, musicanti, c’era la Bellezza e c’era il vino. Tutto chiuso là dentro. Fuori c’era la Morte Rossa.
Fu verso la fine del quinto o sesto mese di questo isolamento, mentre la pestilenza tutt’intorno infuriava al massimo, che il principe Prospero pensò di divertire i suoi mille amici con un ballo mascherato di un insolito splendore.
Fu una messa in scena voluttuosa, questa mascherata. Innanzitutto però, vorrei descrivere le stanze in cui si svolse. Sette stanze formavano un unico maestoso appartamento. In molti palazzi, simili fughe di stanze aprono a una veduta lunga e diritta; con le porte a due battenti che si aprono verso le pareti permettendo di vedere tutto in un solo colpo d’occhio. In questo caso invece la situazione era differente, come d’altronde ci si poteva aspettare dall’amore del principe per il bizzarro. Le camere erano disposte così irregolarmente da poter essere viste soltanto una alla volta. C’era, ogni venti ? trenta metri, un’improvvisa svolta che apriva di conseguenza prospettive sempre diverse. A destra e a sinistra, nel mezzo delle pareti, un’alta e strettissima finestra gotica dava su un corridoio chiuso, che seguiva le tortuosità dell’appartamento. Queste finestre, di vetro lavorato, variavano di colore secondo la tinta dominante delle decorazioni di ogni singola stanza. Quella situata all’estremità orientale aveva nella decorazione una forte dominante blu, e blu erano le finestre. Negli ornamenti e nelle tappezzerie della seconda stanza predominava il purpureo e purpuree erano le vetrate. Tutta verde la terza, altrettanto le finestre. La quarta era arredata in arancione e così anche illuminata dello stesso colore, la quinta di bianco e la sesta di violetto. La settima stanza invece era tutta avvolta in arazzi di velluto nero, che pendevano dal soffitto e dalle pareti, ricadendo su tappeti della stessa stoffa e colore. Era soltanto in questa stanza che il colore delle finestre non corrispondeva a quello delle decorazioni. Le vetrate erano di un colore scarlatto, di un cupo color sangue. Ebbene, nessuna delle sette stanze con le loro decorazioni, pur ricca di ornamenti d’oro, era illuminata da lampade o da candelabri. Non v’era luce di alcun genere proveniente da candele ? lampadari in questo succedersi di sale. Ma nei corridoi che accompagnavano le stanze erano appoggiati pesanti tripodi che sostenevano bracieri accesi, che, proiettando la loro luce raggiante attraverso il vetro colorato, illuminavano così in modo abbagliante le sale. Questo produceva un’infinità di immagini fantastiche. Ma nella stanza nera, quella a occidente, l’effetto della luce e del fuoco che si diffondeva sui drappi neri attraverso le rosse vetrate era talmente spettrale e produceva un tale effetto irreale sulle fisionomie di chi entrava, che nessuno aveva il coraggio di mettervi piede.
In questa sala si trovava pure, appoggiato contro la parete, un gigantesco orologio d’ebano. Il suo pendolo emetteva un suono cupo e monotono e quando la lancetta dei minuti compiva il giro del quadrante e batteva l’ora, veniva fuori dai suoi polmoni di bronzo un suono chiaro, forte e profondo, straordinariamente musicale ma di una tale forza, che a ogni ora i musicisti dell’orchestra erano costretti a fermare l’esecuzione dei loro pezzi, per ascoltare quel suono; e così anche le coppie interrompevano le danze e su tutta l’allegra compagnia cadeva un velo di tristezza; e mentre l’orologio scandiva ancora i suoi rintocchi si notava che i più spensierati impallidivano e i più vecchi e sereni si passavano una mano sulla fronte in un gesto di confusa visione o di meditazione. Ma non appena questi rintocchi tacevano, tutti erano subito presi da un sottile riso; i musicanti si guardavano fra di loro e sorridevano quasi imbarazzati del proprio nervosismo, e si promettevano che il prossimo scoccare della pendola non li avrebbe più messi tanto a disagio; ma poi, dopo sessanta minuti (che sono esattamente tremilaseicento secondi del Tempo che fugge), quando tornavano a risuonare i rintocchi dell’orologio, cresceva in loro lo stesso stato di smarrimento, di tremore e meditazione.
Nonostante tutto questo, la festa era allegra e incantevole. I gusti del principe erano davvero squisiti. Aveva, in particolare, occhio per i colori e per gli effetti. Disprezzava le facili decorazioni in voga. I suoi progetti erano avventurosi e bizzarri, e la loro ideazione era illuminata da incandescenze quasi barbare. Qualcuno avrebbe potuto giudicarlo pazzo. I suoi seguaci però intuivano che non lo era affatto. Bastava stargli vicino e ascoltarlo per assicurarsi del contrario.
Era stato in gran parte lui stesso a sovrintendere alle decorazioni delle sette stanze, in occasione di questa grande festa; ed era stato senz’altro il suo gusto personale a caratterizzare le maschere dell’intera compagnia. Credete, erano davvero grottesche! Di splendore e lucentezza, di intensità e fantasticheria, ce ne era tanto quanto poi se ne sarebbe visto nell’Ernani. Vi erano maschere arabesche, maschere totalmente in contrasto con i corpi che le portavano, fantasie assurde che soltanto un pazzo poteva aver inventato. Vi si trovavano in gran copia bellezza, lascivia e bizzarria, e insieme terrore, e nulla che potesse suscitare disgusto. E difatti, nelle sette stanze si muoveva una moltitudine di sogni. E questi sogni si intrecciavano, assumendo colore dalle stanze e dando la sensazione che la musica ossessionante dell’orchestra fosse soltanto l’eco dei loro passi. E poi, ancora l’orologio d’ebano, nella sala di velluto, che batte tutte le ore pietrificando per un attimo, i sogni. E cade il silenzio e l’immobilità e si sente soltanto l’orologio. Ma l’eco dei rintocchi si estingue lentamente: ancora una volta non sono durati che un istante, e un riso represso fluttua e l’insegue, mentre svaniscono. Torna la musica e i sogni riprendono vita; si incrociano e si uniscono ancora più ardentemente, illuminati dai raggi del fuoco dei tripodi, attraverso il vetro colorato. Ma verso la camera più occidentale nessuna maschera osa avventurarsi, ora che la notte avanza e dalle vetrate sanguigne viene una luce più rossiccia, e la cupezza dei drappeggi scuri spaventa più che mai. Chi posasse il piede sul tappeto nero sentirebbe il rintocco ovattato dell’orologio vicino ancora più solenne e, nello stesso tempo più vigoroso, di quanto possano sentirlo le orecchie di coloro che indugiano nei più remoti divertimenti delle altre sale.
Ma queste sale erano densamente affollate; in esse pulsava febbrile il cuore della vita. La baldoria andò avanti ancora più frenetica, finché risuonarono i primi rintocchi della mezzanotte. La musica cessò, come ho detto, i ballerini si interruppero e vi fu, come prima, una pausa generale, inquieta. Questa volta però i rintocchi erano dodici e accadde che il tempo a disposizione per lasciarsi andare a contemplazioni e pensieri fosse più lungo; e per questo forse, prima che l’ultima eco si dileguasse, più di uno della compagnia ebbe occasione di notare una figura mascherata che fino ad allora era sfuggita all’attenzione. E, quando la notizia della presenza di questo personaggio si diffuse fra i presenti, si levò un bisbiglio, un mormorio dapprima di disapprovazione e di sorpresa e alla fine di spavento, orrore e disgusto.
In una mascherata come quella appena descritta si può immaginare che non poteva essere un’apparizione normale a suscitare tutto questo trambusto. Alla fantasia e al capriccio delle maschere erano state fatte illimitate concessioni, ma la persona in questione aveva superato Erode e oltrepassato anche i limiti della stravaganza del principe. Anche nei cuori dei più sfrenati ci sono corde che non possono essere toccate senza dare forti emozioni. Persino per i più cinici, per i quali la vita e la morte sono oggetto di beffa, esistono cose su cui non si può scherzare. Era ovvio ormai che tutta la compagnia sentiva profondamente che nel costume e nel comportamento dell’individuo non vi erano né umorismo né dignità. La figura era alta e ossuta, ed era coperta dalla testa ai piedi dei vestimenti per i defunti. La maschera che portava sul viso era talmente simile all’aspetto di un cadavere irrigidito che anche l’occhio più accorto avrebbe avuto difficoltà a scoprire l’inganno. Eppure tutto questo avrebbe potuto essere sopportato, se non approvato, dai pazzi festaioli tutt’intorno. Ma l’individuo aveva avuto il coraggio di mascherarsi a guisa di Morte Rossa. Le sue vesti erano fradicie di sangue e anche la sua faccia dall’ampia fronte era cosparsa dell’orrore scarlatto.
Quando gli occhi del principe Prospero caddero per la prima volta su questa immagine lugubre (che solennemente, quasi a simulare il ruolo scelto, camminava maestosamente fra gli ospiti) sul suo viso sconvolto si disegnarono terrore e disgusto; subito dopo avvampò di rabbia.
 «Chi osa?», domandò con voce rauca ai cortigiani più vicini, «chi osa insultarci con questa bestemmia? Prendetelo e smascheratelo, e che si sappia chi impiccheremo all’alba sui bastioni del nostro castello.»
Mentre pronunciava queste parole, il principe Prospero si trovava nella sala orientale, cioè nella sala blu e la sua voce risuonò alta e chiara per le sette sale, poiché il principe era fiero ed energico, e a un cenno della sua mano l’orchestra s’era taciuta.
Era nella stanza blu, che si trovava il principe, circondato da un gruppo di cortigiani impalliditi. Al suo parlare dapprima i cortigiani fecero l’atto di scagliarsi contro l’intruso, che in quel momento si trovava nei pressi e che ora si stava avvicinando maestosamente al principe, con passo lento e deciso. Ma per l’indicibile terrore che la folle messa in scena della maschera aveva suscitato nell’intera compagnia, nessuno osò afferrarlo, e così passò indisturbato vicino al principe. E mentre la folla si allontanava di scatto, come colta da un comune impulso, dal centro delle stanze e si appiattiva alle pareti, presa da una paura incontrollabile, costui continuò ad avanzare con quel suo passo solenne e misurato che lo aveva distinto fin dall’inizio, senza incontrare ostacoli da una sala all’altra. Attraversò la sala blu, la sala purpurea e da quella passò alla sala verde, dalla sala verde a quella arancione, e poi alla bianca, e da questa si spinse anche nella sala violetta, prima che fosse fatto un solo tentativo di arrestarlo. Fu in quel momento però, che il principe Prospero, furioso anche della propria momentanea vigliaccheria, si precipitò attraverso le sei stanze, senza che nessuno dei suoi lo seguisse, per il folle terrore che li paralizzava. Impugnava una daga e d’impeto si era avvicinato alla figura che si ritirava, ed era già a pochi passi quando questa, giunta all’estremità della stanza di velluto, si girò di scatto verso il suo inseguitore. Si sentì un grido straziante. La spada cadde scintillando sul tappeto nero, sul quale subito dopo si accasciò morto il principe Prospero. Con il coraggio della disperazione un gruppo di gaudenti si precipitò nella sala e afferrò il mascherato, la cui alta figura stava maestosamente immobile nell’ombra della pendola d’ebano; e fu allora che con un gemito d’orrore si accorsero che le vesti funerarie e la maschera di cadavere che avevano afferrato con tanta violenza, non contenevano alcuna forma tangibile.
E allora si seppe che la Morte Rossa era là, e tutti la riconobbero. Era arrivata come un ladro nella notte. Uno dopo l’altro caddero i festanti nelle sale ormai invase di sangue; morivano così, nella disperazione. E quando l’ultimo morì, anche l’orologio d’ebano tacque, e le fiamme dei tripodi si spensero. E il Buio, il Disfacimento e la Morte Rossa dominarono indisturbati su tutto
.

 

“Righteous Kill”, Review anomala

L’omicidio perpetrato alla f(r)eccia dev’esser virtuoso, scagliato d’ira repressa dietro abiti da poliziotto intonso. Altrimenti, è sol che assassinio dietro leguleia “etica” ancor più da stella di “latta”.
Non arzigogolato tra false maschere, sfacciato come un Pacino (spoilero) logorato, “ansiolitico” dell’angoscia sua geniale oggi qui invecchiata nel nevrotico peggiore di sordina, recidiva anche agli impeti urlanti ma “schiamazzato” d’interpretazione cieca, dimenticabile, anonima, trasparente ai limiti del brizzolato. Un Pacino schiacciatissimo! Agghiacciante!
Un grigio lupo di mare nella giungla, scalcinato di zigomi, acido muriatico di teschio in capelli sfibrati, ischeletrito nel ventre dell’Al(ba) che fu, tramontato senilmente, ma non sereno affatto. Affrantissimo. Lo abbiamo perso?
Affilatissimo di grilletto facile da “buco” in mezzo alla fronte, forse drogato dell’esser marcito nell’integerrimo codice che (ci) ha tradito.

Non c’è heat in questo freddo poliziesco che non è all’italiana, nonostante le insegne al neon di ristorantini“emigranti”, polar-avanguardismo patetico d’un Cinema tronfio di schiettezza cruda e neppure ardisce ad americanata garbata. Tanto da scarnirsi la cena delle sparatorie. A essiccar anche di poco spargimento di sangue. Proprio (il) nulla.
Lurido underground del sottobosco “inguardabile”.
Amarognolo nel “retrogrado” voler emulare gli anni settanta in abiti cattivi col trucco fallace d’un montaggio schizzato del contemporaneo indigesti, di testacoda e split screen gratuiti nella messa a fuoco sulle calibro sfiatate, di recitazioni “lombrosiane”. detupanti nel Pacino meno se stesso e nel Bob bolso, rivali eterni e adesso smemorati dai due miti immortal(at)i dentro Michael Mann.

Quindi vetta da studiare a memoria per ogni (de)generazione futura. Spacca le tempie nell’alleviarci con due icone fuori sincrono laddove in Mann, pur comparendo in sole due scene, fra cui una “cenetta”, erano più tavola calda di specchi delle medaglie… Rovesciati, auto-distrutti(vi). Più nera cupezza degli incubi, più sogno di puro, immenso Cinema.

Jon Avnet è mestierante, arrabatta, la butta lì, cazzeggia in una sceneggiatura discreta firmata dal creatore di Inside Man.

Produce Avi Lerner, quindi già impacchetta la paccottiglia, infila Carla Gugino per un paio di tette “di sbieco” neanche inquadrate in modo davvero birbante, la vediamo semi-oscurata da un De Niro montante a sodomizzarla ma da nostro groppo in gola. Per un nastro isolante del cancelliamo questa robaccia, un De Niro con un neo in più.
Una cavallina triste, una cantilena per concludere in quattro e “quattrocchi” lo scontro di un Cinema senza Sguardo. Ma non è liquame, c’è più melma in tanto degrado di quel Cinema che voi definite elitario, dunque presupponete piacente.

Ma per piacere. Rispettate Bob e Al, ammirateli nel finale “a bersaglio”. Saranno un po’ andati ma la stronzata va ch’è ancora due pezzi da novanta.

Per il resto, rispetta sia la Legge e sia le tue chiacchiere e distintivo…

Mi contraddico? Altrimenti sarei un Turk. Preferisco la mia faccia a farvi arrosto, come Rooster.

(Stefano Falotico)

Most people respect the badge, tutti rispettano De Niro.

Most people respect the badge, tutti rispettano De Niro.

 

Alba scura.

Alba scura.

Cazzo, due bestie del Cinema. Rispetto!

 

Cazzo, due bestie del Cinema. Rispetto!

 

“The Majestic”, Review

Alla Ricerca del Tempo ritrovato, attraverso i sogni

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Quando, spesso sconsideratamente, si cita Jim Carrey versione “drammatica”, lo si celebra e lo si loda anche più del necessario per il suo esordio “serio” in The Truman Show e per il fregolismo di Man on the Moon. Perché giudicato attore “autoriale” per due grandi, imprescindibili firme, Peter Weir, il carpe diem cineasta dei sogni eterei, mai da smarrire, della poesia e dell’adolescenza anche quando rescissoria subentrerà la falsa coscienza “adulta”, raffreddandoci nella spirale coercitiva, blindante delle irrespirabili “ferree etiche” adulte, spesso più retoriche del Weir stesso che difetta talora di utopia “irrealizzabile”, d’eccessi troppo fantasiosi nello svolazzar onirico e d’anacronismo sdolcinato in alcuni suoi fotogrammi “letali”, e per Milos Forman, cantore della “follia a tutti i costi” in una società che spezza proprio le anime più “libertine”, più lucide, più vive e non “adatte” ai freddi parametri del circo(lo) osceno. O non paracule. Ma quasi mai, almeno io non me lo ricordo…, si va a parare su questa perla. Sì, lo è e sfido chiunque a sfidare le emozioni autentiche che trasmette, forse un po’ retrò, dunque “ingenue”, appunto fuori moda e non in sintonia con le chiacchiere dell’isterico, frenetico “Cinema” sparatutto, superficiale e cinico che va tanto di moda oggi. Ah, la “grancassa” combina danni e sporca le purezze. In quanto il Cinema nasce come evasione, come fuga, come interpretazione e Sguardo di chi lo filma nelle sue percezioni non solo oculari ma proprio “animistiche”, ché non è una macchina da fabbricanti della plastica, dev’essere un tutt’uno con l’essenza vitale, palpito magico nell’inconscio “violentemente” accecato. Non esiste nulla oltre la realtà? Invece, il Mondo esiste proprio superandola, per chi ha il coraggio di non appiattirsi da pigro. Qui, consta la sua grandezza, nel far combaciare anima e sangue, respiri a tacerli nelle bugie “incorporate” a tutte le altre maschere, al non sentirlo in base all’oggettiva metrica di tutti gli altri. Bensì renderci nostri, tutti diversi. Quindi, più è appariscente, dunque ingannevole per circuirti nel fartelo piacere, più per me è scoria già scartata. Questo The Majestic invece va proprio scartato come un dolce regalo. Ed è a tutt’oggi il film con l’interpretazione davvero più raffinata e complessa di Jim Carrey. Secondo me, il ruolo di tutta una vita, al di là dei tanti incensati Andy Kaufman e Gondry vari con Charlie di cognome omonimo in cabina di regia delle amnesie cervellotiche eprogrammatiche vite “meravigliose” alla Frank Capra emulato di furbizia. Frank Darabont va oltre gli sperimentalismi sovradimensionati da intellettualotti “d’avanguardia” in brodo di giuggiole per i “poliedrici” incastri. Cinema questo che, posso dirvelo, che reputo di polistirolo. Con qualche eccezione, sia inteso. Non facciam di tutta erba un fascio. Sono più fascisti quelli chic degli sciocchi. Non ci piove, a prescindere! Nel 2001, esce questo film e non incassa nulla. Un fallimento su tutti i fronti. Pochi lo guardano, l’Academy lo snobba e anche molta “Critica” l’archivia in fretta e furia. Accanendosi nel banalissimo liquidarlo con altre frasi di “prefabbricato”: “Mieloso, prevedibile, già visto, consolatorio e tanto classico da far pena…”. Mah, rimango sconvolto, scosso e anche il mio cane latra di rabbia. Devo accarezzarlo “a garrese” perché non rizzi il pelo e non “monti” di tutte le furie. Ah sì, il mio cane adora le cagnoline, è eterosessuale “incagnito”. Non ridete, anche gli animali hanno qualche tendenza effeminata. Pensate ai Carlini di Marina Ripa di Meana. A forza d’esser imboccati da una così, han perso l’istinto del loro conclamato “rigoroso” (s)tirarle ritti “a pecorina”. Sì, Marina li ha rasati troppo, han perso il “lupo” dei loro vizi… Adesso, quei Carlini mangian fragoline e, causa la toilette esagerata, non zuccherano però son zollette sempre tagliate da castrati. Il mio cane, per fortuna delle “sue”, ha un padrone che lo sprona da cinofilo duro e gli dà da mangiare bocconcini di cinefilie perché non smarrisca il gusto del clap clap e dell’inchiappettare. Sono Ace Ventura, mentre voi scopate “a pappagallo”. Le mie “pappardelle” condisco di speck specialissimo, in modo spiccato, alto e piccante. La ricetta per far l’amore di prelibatezza da sane canaglie e non poi inacidirsi il fegato nel (non) mettere in becco su tutto e, di sbiechi, non beccarle e perciò divenir “in cagnesco”. Torniamo al film di Darabont. Anni cinquanta, uno sceneggiatore entra in lista nera. Messo a novanta dal maccartismo. Non lavora, di livori s’ubriaca, suda freddo le ire, di sinistro stradale riagguanterà miracolosamente la sua lost highway. Riprende coscienza e si sveglia in una cittadina in cui credono ancora alle favole, ma ha perso appunto la memoria. In questo film, a mezza via fra Non ci resta che piangere e Ritorno al futuro, il nostro Jim entra “sereno” nello scambio di persona. Non sapendo più in effetti chi è, intontito scemo e più scemo, accetta l’equivoco(in)consapevolmente d’esser preso per un eroe di guerra che pensavano tutti morto. Invero, Jim è sveglissimo. Più di voi, dormiglioni. Ma non vi svelo altro… il Cinema non va mai dimenticato… se è crollato, basta restaurarlo. E sarà migliore di prima. Jim stesso migliorerà, anche nel filodemocratico, rimanendo “credulone-coglione” come prima. Perché i sogn(ator)i non devono cambiare, semmai evolvere la (di)rotta, e dovete crederci di nuovo. Modernissimo. Brillante, spumeggiante! (Stefano Falotico)

 

“Strange Days”, Review

Sono strani giorni, fratello

Sommersione, brada astrazione, sesso virtuale, mnemoniche capsule di droga artificiale in una realtà allucinata.
Sfreccian, sì, le memorie candide dell’ormai afflitto, austero Ralph Fiennes, Lenny Nero, nomea che incute timore, vampiro silente nel frastuono del last day on earth. Invero, fa paura solo al suo spettro.
Fuochi artificiali, vagabonde meteore squilleranno ad annunciare l’imminente apocalisse. Una latitanza delle emozioni, sonnecchianti, sfilan rimpiangendola, ninfa virginale di Sesso “sacrale”.
Juliette leccava il tuo pene e te ne sguazzavi, adulto “pedagogo” dell’adirarla in vulcaniche suppliche dai corpi miscelati nelle furie sconfinate, nella giovinezza tua più esperta, da Uomo, in Lei maledetta e spogliata in benedizione estrema.
Sgorgandovi, setosi in sanguinario strapparvi, quel romantico Lenny hai sepolto nell’inconscio appassito, sei ingrigito e, ai bordi soffocanti della tua periferia emozionale, gemi solitario, “ingozzato” di colazioni fredde, di mattini opachi, d’aritmie a un Cuore spezzato per sempre.
Nichilismo tuo al Diavolo consacrato, gironzoli miserabile nello “spacciar” sogni d’altri “perduti”. L’Uomo e le sue nebulose, pianta rampicante delle dedaliche ipofisi, sinaptici traumi addolciti nel “ferirsi”, taglientissimi, con l’ovatta del rabbonirsi apparentemente, invero soffrire in più screziato, sventrante letargo dell’anima, rabbonita nella rimozione per non patirla… la vita nella sua “asfittica”, dunque crepuscolar Bellezza. Ché vivere è gioire nel piangere e non pentirsene mai, rinascere a ogni alba, impeti racchiusi nello scheletro della maschera sociale, la costrizione che inganna, scanna, scheggia e tu la schivi, menti soprattutto a te stesso nell’illusoria, fintissima estasi d’una pace dei sensi futile e afflittiva nel doppio taglio ipocrita, specchi fantasmatici delle vigliaccherie nel riflesso altrui “identico” anche quando, a prima vista, remoto e non affine, il tuo nemico è tua duale medaglia di stessa faccia. Sembra cattivo, il buono non sei tu, ti credi (nel) giusto, forse troppa boria trasforma l’anima nel mostro “autarchico” della più pericolosa presunzione. Perché poi ti (ri)svegli, “odi” i polmoni scricchiolar già di viso tuo sgretolato, invecchiato, di rughe terrorizzanti, il Presente non esiste, è un’immagine che non (ti) co-incide. Eppur t’attanaglia, vivere o morire, questione del sentire o svenire, rapi(na)ti come tutti dal futile o dall’automa degli “adattati” ingranaggi. Robotico, vivi ad arancia meccanica, “mani legate” per non urlare la latente irrequietezza.
Oh, lattante… Gulliver, siam tutti schedati dalla nascita e devi nasconderti proprio “esibendo” il tuo sorriso più (com)piacente. Fottuta ruffianeria per conservare la temperatura e gli equilibri a crash tenuto a freno, altrimenti impazzisci come Jack Torrance se nello shining la vedi di pasto nudo…
Qui, siamo già nella cosmopoli del nuovo cazzo di Millennio di merda. Poltiglie umane. Pastiglia e guerriglie. E non si capisce un cazzo ché scopi mica felice. Giuri fedeltà ai valori e ti tradiscono da Giuda più bastardi, rispetti la “semaforica” e ti foran d’escoriazioni, investendo i segnali stradali del rispetto.
Questa città è una giungla, metropolis che ti mangia vivo. Acceleri d’azzardo e t’asfaltano, ingigantisci la tua “onnipotenza” a Dio sceso in Terra ed è solo una geniale stronzata di auto-incularti da scemo del villaggio.
E dove vai? Indietro no, avanti chi lo sa cosa ci sarà se potrai, già troppo sentire oggi mi ricorda che sto morendo. Robusto di fisico, di mente distrutta, disossato nel sangue, pasticcio come tutti di errori, vie traverse, “alternativa” all’evidenza che sei, “marchingegni” posticci per instillarsi un po’ di felicità alticcia, ma è sol che più potenziata sofferenza di striscio. Sganciato il “Play”, sei fermo al nastro di partenza, però panta rei ed è una Via Crucis senza fine. Non finirà, dormi, ti rannicchi, accovacciato “stupri” anche il piacere, ché nella superficie ti sembra d’affogare, fuggi nel Mondo irreale che è meno virtuale d’una società schizofrenica, il collasso nervoso induce a dormirsela. A chiudere gli occhi, strangolare le palpebre delle vene più vive, afferrare il Big Bang e farlo esplodere di vuoto esistenziale.

Placare l’evoluzione, tanto non cambierà in meglio. In peggio, nella barbarie a ogni angolo, a ogni “svolta”, vicolo cieco, sprazzi di lucidità, follia totale, sei l’unico sano di cervello fra i matt(ato)i, infatti gli… ess(er)i vivono e tu sei “morto” che ama, vuol riamare, non può riaverla, si tuffa nella “finzione” delle immaginazioni, in congiunzione coi neuroni depressi, deperiti, apatici e anchilosati, forse non esistono più e tu sei un fantasma, come le altre “comparse”. Che macello!

Lenny, sai che assomigli tanto a Travis Bickle? Quella “prostituta” si chiama Iris… Metacinema anche nell’attingere d’intuizioni allo Scorsese dostoevskijano, non Paul Schrader “in cabina” di sceneggiatura ma “abitacolo” del Jay Cocks da età delle innocenze post-Gangs of New York… nella camerawoman, gran Donna, della Bigelow più James Cameron quando davvero sapevan far(si). Che coppia. Beato James, beata Lei.

Beati tutti, stronzi vaffanculo! In Pace di Cristo, crepiamo! Ci cremeranno, ma ne sarà valsa la trombata di trip.

Dalla Big Apple a Los Angeles, la fabbrica appunto dei sogni. Ma il Mondo è Paese, un-a capitale vale l’altro…/a, tutti/e uguali. Lei è come tutti gli altri!

Lenny, vendi questa “sostanza” per ricreare d’impianti i rimpianti di tutti nel salvarvi dal Tempo…

Non è Apocalypse Now, non è the end… ma Jim Morrison sempre c’è immortale! In un’altra storia, altre memorabili… strofe, per non dimenticare di (non) aver vissuto!
Strange days have found us

Strange days have tracked us down

They’re going to destroy

Our casual joys

We shall go on playing

Or find a new town

Strange days have found us

And through their strange hours

We linger alone

Bodies confused

Memories misused

As we run from the day

To a strange night of stone…

 

Il malessere non si cura con le medicine farmacologiche. Piglierai il tuo cowboy al balzo del lazo, e reciterai da solo un Dici a me?

Di mio, sonno Lenny Nero, e ho anche il neo alla Bob De Niro.


(Stefano Falotico)

 

 

 

“Evil Dead”, Review

Il nastro maledetto del Rosemary’s Baby risvegliato fra i morti viventi…

Sam Raimi è un folle, un eccentrico visionario d’unicità oramai perduta nel liquame piatto del laghetto “cinematografico” odierno, miei inetti! Tanto da eclissar perfino il suo stesso Sam nella ragnatela dei blockbuster da nerd alla Peter Parker.

Oggi che il Mondo, ahimè e ahia-ahia-noi, ha estinto la “tetraggine” nel buonismo d’accatto e nella giullaresca frivolezza di massa, Io, Altissimo “Gesù Cristo” ambiguo e maledetto per grazia divina, sterzo implorante me stesso in licantropia viscerale, con bruschezza parossistica e, anziché crogiolarmi nelle “ribalde” putredini dell’anima lor venduta alla plastica e ai mercificati abbagli “stanchi”, scendo da leviatano-Loch Ness negli st(r)ati criptici degli incubi stagnanti, in quanto gift. A horror innalzato, immolante il virtuoso volteggiarmi rugginoso e corvo gracchiante, scovo di nuovo questo e me lo scopo, dispettoso, birbantissimo, “innocentemente” diabolico nell’acuto stonar altrove e battagliero, orticaria splatter “irritante” di mia seduta spiritica nel rimembrare e disseppellire i vostri cuori da ogni cimiteriale, glaciale sepoltura.

Io, figlio (il)legittimo d’una generazione che privilegiava le vere e “vitree” emozioni, oggi dissipate nell’annichilimento nichilista da freddi fancazzisti, torno felicissimo indietro con la memoria. Mi amputo, e sputtano questo contemporaneo!
Sin a un’immersione d’apnea, epica che imbocca ferale la discesa infernale… Tra le “carcasse”, il mio zombi vitale s’incarna nel famoso Zio Tibia. Sì, quel “bisbetico” vecchiaccio di volto putrefattissimo, da far “impallidire” ogni invenzione “putrescente”, appunto, del Rob Zombie più pungente. Egli, il nostro Zio Tibia, abitava in un loculo spettrale, carezzava melodioso il suo cane, Golem, altro che quel menestrello mostruoso del tanto vostro “decantato” Gollum, altro che compagnie degli anelli. Zio Tibia era dissacrante, sì, appariva notturno per inquietarci nel plenilunio.
Altri tempi, che oggi rimpiango. Zio Tibia era “blasfemo”, “infermo di mente”, platealmente un Babau, sì, uno spauracchio e grosse le sparava. Passava da Nightmare, come “animale domestico” del Pet… Sematary, alle più astruse e “zoologiche” entomologie da ermetismo proprio della Cripta! E non della mutua!
Sboccato come pochi altri, un clandestino latrante, un freak latitante. Mica come voi, allettati nei lettucci, miei bamboccioni che boccio e ai quali donerò sol del latte scaduto! Vi stano, v’avvisto nel cantuccio e te le suono di “coccio”. Eccole, cocchini! Quali coccole! Tu meriti solo una zoccola. Mi tengo Halloween e le zucche.
Sì, la mia infanzia già s’allattò d’ossari e malleoli slogati, di “distorsioni” che scarnii senza “cagnoline” e leccate di culo. Insomma, ero già una merda “(im)pura”. Un impunito a disossarvi, tutti, a dissanguare la mia anima per una bestiale ascesi vivifica e profetica ché la società s’è adesso tristemente chiusa nella museruola degli amori ruffiani, delle smorfie e delle “carinerie”. Ah ah, io mordo ancora, io sono il morso, cari orsacchiotti.
Spello il mio peluche nell’argento vivo “senza volto”, spalmo il mio teschio di neuroni increspati a nomade, sì, vagabondo terso nella più mera e nerissima “dispersione” che asperge voi, voi “moderni” merli dai “grossi” testicoli ottusi e testardi, e voi megere con la vostra insipida, rivoltante confettura, ah le mamme(lle), le marmellate. Che merde! Ah ah, fattucchiera, son io lo stregone, ti rubo lo Strudel e cospargo la mia “cera” per spegnerti la candela e le “cannelle”. Altro che besciamella sui cannelloni. Bruttona, deturpo anche di “turpiloquio” adamantino la tua faccia “bellina”. Sono lo stracchino, mie tacchine! Ah ah, mia Biancaneve, io t’incenerisco e non avrai altro “nano” al di fuori delle arrostite “carni”. Ah ah, a Mezzanotte va la mia ronda del Piacere, intingo il pennello della fantasia, scalzando le mezze calzette con la mia “disgustosa” scarpetta, che vi pappa in un sol boccone, anche soltanto di mignolo alzato sinistro da “Mammolo” nell’altra favola, cioè “quella” di Cenerentola. A cui offro “delicatamente” una “cena” sanguigna e dalle sue gambe avvinghiato sguazzante, in quanto pisello nel dormir sulla principessina… sgusciata! Tu che scosci? Da me, nessun applauso scrosciante. Solo uno scotch in bocca. Tanto, sei già un anonimo alcolista, e ti fan bere tutto. Di finte, ti ubriaco. Senza finezze, tutte le ingroppo. Voglio altra grappa, altri capezzoli per aggrapparmele!

Ah ah. Ma non voglio dilungar il mio nasin pinocchiesco per troppi balocchi da Lucignolo, mie luccioline oramai spente. Io son (ob)lungo e, se mi va, anche di “lento” ché “vengo” e verrò a voi in pace del mio svolazzante, volubile, “violento” usignolo! Ah ah, miei pavoncelli, son io che ingabbio, in quanto bianco gabbiano.

Passiamo al film, cazzo! Un film della Madonna!

Correva, discolo, anche di discoteche e di Don Chisciotte, il “pazzo” anno 1984. Sì, ecco il mio flusso canalizzatore da Ritorno al futuro. Sono un genio, sono Einstein, sono Doc e di origine controllata alla Christopher Lloyd. Di capelli elettrizzati, guido la DeLorean nel mio “delfino”, col(or)ante di gel “spermicida” come l’85 in una reminiscenza “a posteriori” con tanto di “pneumatici” atemporali, sono l’orgasmo di preliminari sull’ottovolante e 69 in 90-60-90 oggi di nuovo Millennio e 2013 avanti più veloce della Luce. E di an(n)o dopo.

Sì, sono un “casino” pazzesco vivente, un George Romero finto “demente”. Tu sei finito! E me la meno, senza le vostre rumene, miei ruminanti e maiali come i più cafoni (for-t-i…) romani.

Alla grandissima “granita” con tanto di limonate di tutta gassosa! Sono sballato, fuori posto, senza cintura di sicurezza ma va, reclinato e basculante, su tutte le “bellezze” liete. Spingendo, accelerando, frenando, ingranando la marcia e “infiammandolo” fra le crocerossine, miei marchettoni coi maccheroncini e le barzellette sui carabinieri e le lor marcette. Ah ah, io marc(hi)o a “interzona”, salto nel “vuoto” alla Joe Dante e d’ululato addento. Spingo tutto “dentro”. A più non posso, anche perché altrimenti persino le frigide friggerebbero troppo per bagnata frizione.
Miei delinquenti, massaggio di oli bollenti e tanti unguenti. Ah, che (l)inguine!
Ah ah, quante “aiuole”, quanti “boschi”. Come questi cinque ragazzi che non hanno paura d’un cazzo! Ah ah!

E s’avventurano nella foresta. Però, non avevan previsto l’urlo demoniaco dei defunti. Una povera pazza, nella cascina abbandonata,di questo buio alloggio “alberghiero”, rinviene una registrazione e la recita ad alta voce.
Nooo! Che cosa hai fatto, puttana?! Hai messo tutti nei guai. Sì, perché la casa vien da quel momento presa d’assedio. Spuntano le anime dei morti! Il Necronomicon, e morirete tutti senza neppure i necrologi da R.I.P.

Il film sta qui, nel mezzo degli alberi del Male… di Sam Raimi “impazzito” d’artigianale, che divelle la videocamera come un amplesso furioso senza dolci p(l)ett(r)i e mielose meline, la “incula” nell’incunearci terrore, macchiandola di PH senza neutro detergente. Trip da flipper visivo, la vecchia ammazza col suo flit. Crepa, inflitta! Altro che patatine fritte nelle multisale. Altro che discorsi da salotti.
Nessun filtro! Sam non fumava, non s’è mai drogato, ma questo Cinema non è una pi(p)pa.
Schizzi e schiamazzi, ammazzati in modo efferato, brutale Cinema duro, sbattuto in faccia, inventivo, creato dal “nulla”.

Come creature della Notte.

Vaffanculo! Rivoglio questa roba, questo è Cinema non da birrette, non da imbecilli nell’oramai deserto coi miraggi e le borracce, Cinema che spacca e non va a vacche.

Il resto, buttatelo nel cesso. Ecco la “burrata”.

Tutto nel burrone il cinemino dei “bidoni”. Tutta spazzatura.

Rivoglio le mie incazzature.

Sì, delle vostre balle da fieno ne ho piene… fatevi i pompini a vicenda, vi provocherete solo bile e fiele. E fame da (ca)valle di lacrime!

Basta con questi zuccheri filati. Te la rifilo io la buona “punturina”.

(Stefano Falotico)

 

 

“A Bronx Tale”, Review

 

Un racconto di (de)formazione

Bronx

Ricorda che la cosa più triste nella vita è il talento sprecato. Puoi avere tutto il talento del mondo ma, se non fai la cosa giusta, non succede niente…

 

“Wikipedia” esordisce con quest’estratto, è la frase più forte, scagliata quasi d’ira, fulminea a costringerci “dentro” una riflessione. Quel padre, premuroso m’anche assente, “sempliciotto” ma poi “libertino” nel donar al figlio proprio il diritto alle proprie choices. Spesso, quando De Niro nelle interviste vien interpellato a proposito della sua carriera fortunata, recita proprio la testuale, ormai storica, indimenticabile “Il talento sta nelle scelte”.

Scavando nella sua biografia, io che del Bob da sempre son sfegatato “pigmento” a suo “neo” d’imponente tragitto, posso narrarvi ciò…

De Niro cresce in una famiglia di artisti squattrinati e forse, dal padre pittor surrealista, ha “inalato” le sue pennellate trasformiste, schizzandole nella tela ramificata della sua Arte attoriale alla Van Gogh.
Affrescando i suoi labirinti emozionali a estetica dell’impressionismo, anche fu… impressionante, d’espressività mutante. Raramente, De Niro assomigliava a se stesso, scompariva nei suoi personaggi, plasmava il corpo dell’anima a colore delle sue mimiche, s’addentrava sfavillante o malinconico, brillantissimo o proprio “alienandosi” nella “finzione” scenica del fulminarci in tante “gallerie” di personaggi. Tuta, sì, mimetica! Perennemente, come una vissuta, “sventrante” inquietudine “cronenberghiana”, cambiava.

Oh, tuo camaleontismo, tua “maschera”. Io che son suo fan, quasi come Gil Renard, ne conosco vita, morte e miracoli… Speriam s’attardi la “Falce” a elevarlo in Paradiso…, ché voglio ancora, stremantissimo, deliziarmi se idilliaco, anche se “invecchiato”, d’increspature armoniose in Cuor d’Attore mi “sublimerà”… oh, accogli la mia e nostra supplica, stiam pregando ché sfoggerai il Bob nostro amato e forse per sempre “compianto”, adesso che ti sei “rimpicciolito” da qualsiasi, anonimo “mestierante”.

Tu che alimentasti gli sperimentalismi turgidi della mutevolezza, tu che c’incantasti quando incastonavi il tuo viso a tic e smorfie memorabili, a ogni interpretazione… t’innovavi, e noi in te n’eravam divorati e “innervati”.
Respiravamo il De Niro grandioso, inarrivabile prima che un po’, oggi, tramontasti per gli “alimenti”…, o solo la Tribeca per mantenerla…?

Su, su, su, ad “adirata” voce ti rimpiangiamo e ci rattristi quando oggi “bofonchi” la “sordina” annoiata con cui “passeggi” di film tanto mediocri che quasi, del tuo spiccato Passato, t’abbiam dimenticato.

Oh, Bob rammemoraci chi eri quando Noodles, secondo me, assieme al Bickle, è il nostro “C’era una volta...” più magniloquente, altisonante, perfezione di classe recitativa, il vero erede di Marlon Brando, mio Vito Corleone che proprio con Marlon “spartisci” lo “stesso” Oscar da “Padrino”.
Gestualità che hai appreso dalla lezione di Marlon, a sua volta insegnatagli da Elia Kazan… un grande attore si riconosce anche quando è “muto”.

Per il suo Sguardo, il magnetismo dei suoi occhi, a penetrazione della vita assorbita in totale, soave naturalezza, scevra d’ornamenti retorici o d’impostazioni troppo “caricate” quando non son necessari.
Il tuo Max Cady è strepitoso perché proprio eccessivo deve, deve strafare. Antitesi tanto caricaturale da essere di cera. Rabbrividiamo per la bravura incarnata, mangiata al contrario. Altrimenti, Max sarebbe una persona “normale”, un avvocato “calmo” con gli scheletri nell’armadio o un commesso viaggiatore nella “ventiquattrore” di tutti quanti, mortali nei “comuni” periferici, qualunquisti e sempre di fretta, soprattutto superficiali, freddi e spenti.

Ma forse io stesso v’ho annoiato ché del Bob, se vi dichiarate di Cinema appassionati, tutto appunto “enciclopedici” voi stessi, scorporandovi nelle sue mille facce, assumeste l’assurta grandezza.
No, non venga defunta. Martin Scorsese… il vostro The Irishman ci ricorderà il Bob che stiam smarrendo?

Eh sì, Scorsese e De Niro, una delle coppie più geniali e prolifiche di filmografia “condivisa”. Il mirabile merito sta in Martin, in Bob o c’entra anche Paul Schrader?

Chissà… fatto sta che ogni lor capodopera ce lo teniam da avidi collezionisti. E li conclameremo in auge sinché morte, appunto, non ci separi. Forse, assieme a Dio De Niro, con Martin in un cineclub lassù a sfogliare le memorie da “restauri”…

De Niro… allora eccolo qua. Sognava sempre d’esordire alla regia ma troppe richieste lo distraevano. Però, dopo che fondò il Tribeca e qualche soldo aver custodito gelosamente, si toglie lo “sfizio” per cui ogni attore, prima o poi, vuol viziarsi.
Cioè dirigere se stesso. Chi fa da sé fa per tre? No, De Niro si scinde dietro e davanti alla macchina da presa, però il terzo (in)comodo è Chazz Palminteri. Gli passa la parte migliore. La pièce.
Da un suo lavoro teatrale infatti, De Niro lo trae… “trascina” Chazz ad adattar la sceneggiatura e, per il favore concessogli, gli garantisce un privilegiato protagonista “d’onore”, il boss mafioso…

Nel 1993, Bronx vien presentato al Festival di Venezia e, per l’occasione, De Niro “intasca” il Leone d’oro alla Carriera.

Bronx 2

La storia di Calogero… la “vera”, romanzata storia di De Niro Robert.

La trama? La vita è una circostanza, oggi “bazzichi” coi balordi e quelle cattive compagnie ti gett(er)an nella merda. Chazz/Sonny è uno stronzo ma anche un grande Uomo.

Sonny è un criminale ma anche un “educatore”. Tu, Calogero, sei tale e quale a tuo padre, però anche “identico” a Sonny, più sveglio del sangue… del tuo sangue, tuo padre è un conducente d’autobus “assonnato”.

E tu cosa scegli  Calogero? Una vita onesta o “indurirti”, rubando a destra e a manca, ammanicandoti ai goodfellas e poi forse pentendoti…?

Lascia fare al destino, il destino è tortuoso, si sbaglia, si fa la cosa giusta come in un film di Spike Lee.

Non è un grande film questo Bronx, ma un buon tale. Perché, nel Bene o nel Male, la condizione umana è tutta qui. Devi cavartela così. Non raccontartela.
E, nella lapidaria frase di Joe Pesci alla fine, risiede il senso?

Il cameo, il cammino di tutta una vita.

 

(Stefano Falotico)

 

“Atto di forza”, Review by Falò

I ricordi di tutta una vita… o vita, nella sua ritrovata beltà, di gioie ancor snervanti, innamorata, leviterà non più adombrata

Adorati oggi Arnold ché il domani è fugace e il buio, nel suo opaco rapirti e impigrirti, ottenebrerà l’armonico tuo viaggio, intristendoti nel più tuo di stima amarti. Non vivere di (r)impianti!

Ti svegli al mattino e florida la Stone addolcisce, tentacolare in biondo naufragio dei sensi eretti, lo sbiadito maschio nel sonno che fu… rannicchiato d’incubo “sognante”, ostruito nella tua morte su Marte.
Tu che, operaio, tutto il dì patisci il martirio e di pneumatico “intingi” i tuoi bicipiti a spezzar la tua esistenziale allegria. Agonizzante, lagrimi a baci delicati nei di Lei capezzoli tonanti.
Superba Sharon già di basic instinct…, ti sveli mantide nel manto albeggiante sul sesso di Arnold piangente. Lo stringi, lo carezzi, lo sproni a nuovo Giorno ché poi, come da Bibbia, calerà nel tramonto melanconico dell’apatica sera. Istinto, tergilo e non lagnarti da (e)stinto.

Siamo tutti degli stanchi, degli stinchi! Sgambettiamo senza neanche un parastinco.
Setosa, slacci il reggiseno e Arnold se n’immerge, lecca d’avida suzione e incastona il suo Uomo “sporco”, di delusioni (e)rotto nel sublime assaggio prima della colazione dei campioni…
Oh, ringraziamo Iddio nel Paul Verhoeven cineasta contro l’ammorbante moralismo dei castighi pudici a mai mostrarci quel sottil pube di Sharon, da te così “beatificata”.
Quell’accavallata è storica, d’an(n)ali, quando comparve, di sottecchi senza sottoveste, il mio (Pin)occhio più virile s’allungò, esploso a mirar quelle chilometriche cosce levigate, dolci e trasgressive, femminile, inesausta, affamatissima rugiada ruvida ché sciogliesti la mia adolescenza di gambe già poco corte(ggiate)…
Mi guardo allo specchio e vedo oramai un Uomo molto bello. Se fossi più giovane, mia Sharon, “scierei” con te, contentissimo, abbrustolito e poco contenuto…, nel fluire estasiato in tuoi rossi peli ricci come i crateri dei canyon marziani.
Ancora mi solletichi Sharon, mi profumi quando “desto” la letargia ma, con te nuda a letto, desidero proprio “desinarti” d’assetato e, senza timori reverenziali, in te furente -fur(b)etto dentro e molto red… Che gasato, che geyser!

Ma Arnold non s’accontenta e non gode. Scopre forse che è in un altro Truman Show…
Non è felice della vita, “fighissima”, che ha, lavora da triste figuro nel suo nero shining…

Oggi, Arnold è mortificato, è depresso, e dire che in Terminator rimarrà immortale nel suo C’era… così adesso (s)montato di brutta… “cena”.
Contatta un’agenzia “falsaria”, che promette d’impiantargli una memoria artificiale a mo’ d’elettroshock.
Se non ti piace/i, scegli la vita che avresti voluto mio “Vorrei ma non posso”… la “Total Recall” ti (ri)darà la Terra Promessa…, forse anche la pura sposa davvero ambita e non traditrice da “doppiogiochista”.
Ah, Sharon è punteruolo bollente, ti sghiaccia la puttana, ma stai guardingo se troppo t’abbraccia…, potrebbe ammazzarti ad apice di quasi orgasmo, nell’interrotta “eiaculazione” tagliata su“forbici” dell’arma contundente, assassina, a doppio taglio.
Prima Sharon ti seduce, alla malizia peccaminosa t’induce, poi la pancia ti scuce. Michael Douglas si salvò dalla tremenda Tramell perché “incarnava” l’eroe della fatale trama…
Mike rischia, azzarda, “azzanna” e vince la sua bellissima, da “damone” col suo “marcar” da Zorro ogni Zeta-Jones. Ah, Mike ti stimerò perché le donne tu hai sempre stim(ol)ato…
Anche adesso che sei un po’ malandato. Malaticcio ed ex Cancro per troppe sverginarle, contraendo un virale contagio “cronico” da eccessivi rapporti “orali”.
Comunque sia, vai lodato, ché lo elargisti e mai restringesti per la Donna attraente, avvolgentissima dietro le “avvolgibili” quando tu incalzi e gliele strappi “incazzato” nella black rain di preliminari “al sorbetto”, solo lì ad “assolarla” se non è nello stato mestruale da incattivita, umoralissima per colpa degli “assorbenti”.

Ah, non “dilunghiamoci”, anche se questa “regressione” aizza e scostumata arrapa. Non digrediamo ma, orsù, gradiam pur tal capolavoro prima del Verhoeven mediocre da “sex tape”…, prima del Douglas, comunque, da Soderbergh col suo Cinema di “ambigue”, platinate bugie…
Torniamo dunque coi piedi per Terra, anzi sul Pianeta appunto rubicondo.

Arnold viene sedato e, dopo una vita “anestetizzata”, viene catapultato in “telecinesi” su Marte. Oh, cazzo. Lobotomizzato! Ritorna in te!
Avevi pattuito un viaggio “mentale” da tranquillo turista. Invece, il programma è cambiato.
Ed è più dura che “guadagnarsela” sul nostro Mondo… Da sindacalista, inneggiavi per moti rivoluzionari contro i fascisti, e t’allenavi ipertrofico da Mister Universo-Governatore della California in una politica tutta “tua” e reaganianamente edonista.
Da tedesco nazista, colonizzatore dell’America. Arnold, sei proprio una merda true lie…, altroché.

Su Marte, “avvist(ast)i” i sorci verdi nella tua rabbia da Hulk…

T’hanno (in)castrato con “Melina”. Ma quell’attrice, fidati, è molto carina. Meglio di Sharon, assai stronzetta e “strozzante”.

Sharon t’aveva “sterilizzato” e strizzatissimo ti sei ribellato.

Questo film è uno dei più importanti degli ultimi trent’anni.

A prescindere da Arnold.

Ho deciso io, così sia scritto, così sia (s)fatta Sharon…

Io me la farei.

 

(Stefano Falotico)

 

 

“Mulholland Drive”, Review

Mutevole e sbiadita la vita onirica s’attorciglia, plana scevra da inibiti castighi della menteimpera squarciante e trapezista, elefantiaca è selvaggio Cuore!

Fatti guidare, vieni con me

Poesia…

Un bambino beve il latte, lo succhia avido d’un materno seno a innaffiato aroma virile strozzato,

gemendo si latra svezzato, adulto ipocondriaco già d’infanzia corrugata,
venereo Peccato e originari, alterati sensi strizzati,
nel Mondo barcollerà, vacillante è nei capezzoli domato,
grinfie e arpie, castità e affranto pudore,
dolori e inebriate febbri, femmina in corpo d’Uomo,
domani maschio in potere supino,
poi ancora come noi nei supplizi, unto e sporco, puro e stronzo,
come tutti…

Poesia ch’è follia, qui fra questa vita in cui v’è sol la certezza che il labirinto è sempre all’erta, i suoi grovigli non districhi,
un altro intrigo spalanca le “porte” delle sue fauci, famelici son gli sciacalli voraci,
la tua divina amante scopri puttana, affidati al “cubismo” per astrarti dal soffrire,
ma piangi e ridi pagliaccio ché l’inquietudine tua innata non freni.
Anche tu, carne, metafisica, sogno ed efferato incubo nell’anima disssacrata,
or che la linea d’ombra è superata e di quest’umana condizione sei identico alle altrui filastrocche disumane.
Filate di zucchero, amare di ricordi, malignità dappertutto, eruttati dentro, vivila e gustala,
succosa è la Natura della Madre, l’origine ignota dell’antropocentrico “lutto”.
Mio bimbo, stringimi la mano, ti porgo un giardino prelibato, navigavi libero e attento al lupo,
anche per me i mostri son spauracchi, a Los Angeles le fattucchiere attentan d’occhi benigni
e poi turlupinano la tua verginità da strega. Attanagliala e sii fiero,
ché i ferini feriranno e il tuo amore è vano,
ché la vita si spezza, si mangia e poi t’angustia,
allegro estemporaneo e in un attimo già stanco.

Poesia è delirio come l’assoluto capolavoro del Lynch innovativo.

La sua vera leggenda parte da qui. L’adirato Cinema lievissimo, intoccabile, perfezione cromatica tra plumbee luci di magia leggera,
sonnecchiar e risvegliarsi di vetta. Chi sei o (i)eri? Ospite, mia regina e leonessa, d’una Hollywood dai boccoli d’oro a divorarti in un sol boccone!

Ossessione hitchcockiana. Anch’io ne son “malato”. Alfred tutt’ora m’ammalia, prigioniero e suo schiavo, ammirerò infinitamente prostrato le sue immagini d’urticante, lustratissima, cangiante, spettral nitidezza.

Perdiam le strade, ma ameremo ancora la (nostra) Donna che visse due volte? Ah, che vertigini!

Di Mulholland anche troppo s’è scritto, idolatrato, osannato e incensato, a fiume lo s’è perfino “incendiato” in icona troppo adorata,
ma voglio io pronunciarmi in merito, non sfuggendo alla tentazione irresistibile d’“assordarmene” nel suo incanto a tuonar! D’eternità!

Il nuovo “Twin Peaks” del Millennio, concepito così… per l’ABC. Insoddisfatta dalla tua complicatezza, bloccato fu. E ti han sba(di)gliato.
Ma Lynch non s’arrestò, amplificò il “concept” e follemente, appunto, lo (ri)girò.
Saltando di palo in frasca, accordando le scene nella malia delle sue “anomalie”.

David sceglie due “attricette”. La prima, Naomi Watts, assurge a diva dall’anonimato, Laura Harring invece rimane una bellissima mora troppo sexy per essere “imp(r)egnata”. Silencio, ti voglio!

Il mito della mania-Lynch è la “cinefilia” di chi vien da Mulholland folgorato e immemore delle sue altre perle, invero parimenti stupende.

Ma il Mondo è una Drive pazzesca, il resto è superfluo.

Se chiudi gli occhi, attento al “barbone” nel mezzo della Notte.

 

(Stefano Falotico)

 

 

“Sleepers”, Review a non dormirci

Sogni bramati, membra sbranate, innocenza risorta, Dio (non) è morto?

Anomala questa trasposizione del “classico” Barry Levinson. Mira in alto, punta agli Oscar ma riceve una freddissima accoglienza ad apertura di Venezia.
Gli s’imputa un cast mal assortito, troppo eterogeneo nella frammentazione del racconto singhiozzante. Un racconto sfumato nell’orrore a occhi aperti, singulti visivi di tunnel bui, laceranti, uno strazio che patiamo “fuori scena”, nell’immaginazione più potente dell’avido mostrare.
Inghiottiti da paure recondite del mostro “uomo” nella sua bestia che divora carne, vite che amputa e di cui si nutre a smorzar per sempre il battito alato.

Dall’omonimo romanzo “vero” di Lorenzo Carcaterra, la romanzata ma non tanto avventura nelle tenebre di quattro boys “gaglioffi” di Hell’s Kitchen, ritratti al cardiopalma nascituro d’adolescenze (im)pure.
Sobri tuffi nell’Hudson a schizzi di luce diafana nel poi squillante Michael Ballhaus. Architetto d’immagini “goodfellas”. Livido il maestro dell’Arte fotografica intaglia di colori smorti un’ectoplasmatica discesa proprio nell’Inferno, macchiato dalla forca abominevole dell’imprudenza.
Un letal scherzetto, e il carretto si trasforma in arma non convenzionale, a recisione devastante di vite spezzate.
Chiuse in un riformatorio d’allucinato incubo, asserragliati nel dolore racchiuso nei freddi propri fantasmi, riscoccheranno fulminanti di vendetta alla Montecristo.
Dopo la detenzione punitiva, usciti dalla “prigione” della pedofila “educazione”, un lampo e precipitiamo nell’odierno brusio dell’ancor ronzante mai dimenticare.

Così, amici ancora stretti, due di loro entrano “borchiati” in una bruciata tavola calda. E il caso fatale appare “propizio” per l’omicidio all’aguzzino più crudele. Una pallottola, due, tre, infilate a raffica lapidaria. Quel Cuore sofferente nell’impeto alla sacrilega lor esistenza deturpata, di “uguale crimine” a imputazione.

Il film procede lungo i binari “noiosi” di un’“inchiesta” giudiziaria, ubriaca fra maldestre grossolanità di regia e un “gobbo” Dustin Hoffman, avvocaticchio della mortalissima disputa.
Sorretto dal carisma cameo di Vittorio Gassman, un Brad Pitt sgombro della sua aria da belloccio, marmoreo di mascelle contratte, rabbiose e non dome, da un Jason Patric angelico e Satana di nera “vacuità” oculare, istintivo, freddo “sicario” della sua Croce.

Un Robert De Niro santificante, prete carezzevole nella polvere di gioventù non più. Per un giudizio biblico inappellabile di stesso “trucchetto”. Impietrito e addolorato, salvifico. Forse.

Il film inciampa, si tortura da solo, morde, fugge in notti solitarie, impervio s’ingegna alla perfezione etica ma barcolla nell’incertezze d’una impalcatura ideologica troppo forte per non franare, talvolta, nel controverso indigesto e nelle forzature didascaliche.
Ma, a passo di tal vacillar tanto lacrimoso, colpisce e preme nell’incognita che non può assopirsi in facile, sbrigativa assoluzione.

Sleeper di suo riemergerci per il dubbio… 

 

(Stefano Falotico)

 
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