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David Cronenberg’s “Spider”, review

Who is Spider?

Un uomo mingherlino, rachitico, scheletrico, s’aggira lungo il “tragitto” d’una Londra “endovena” al suo smarrimento, groviglio scarabocchiato di suoi neuroni feriti, rannicchiato nella ragnatela del tendersi all’oblio, inabissarsene per sempre alla radice “intravista” d’una strada amputata. Una recisione piangente, una giovinezza scomparsa che “ammicca” di raschiata “botanica” all’ossigeno non osmotico d’una realtà “clorofilla”. Spaurito, “bambino”, teneramente avvolto nelle fasce “artiche” d’articolazioni mentali lacerate, che si sfiorano invisibilmente fra angoli bui, oscurissimi d’ogni meandro a incubi “daltonici”, distorsione che s’opacizza nel reiterar la morsa del suo “eraserhead”.

Sì, anche uno stroboscopico, non identificato delirio lynchiano, indecifrabile, ignotissimo come un dream di glory days mai stati, mai (e)statici, estasiato d’immobile mutare anche regressivo o perenne aggredirsi d’inconscio psicotico, fulminante cannibale di suo “gioco” vizioso ai circensi circoli dell’apparenza che, tramortita, tremante, (non) c’è.

 

Fiumi di porpore smaniose nell’ardimento esistenziale infinito.

Inseguimento di sua persecuzione, ossessivo il martello è cicatrice che si sbrana, che urla disperata fra silenti nebbie, macerati castelli di sabbia, polvere “maculata” d’una mente fervidissima, inferma, ristretto spazio d’espansione angosciosissima, gola fratturata, polmoni atarassici, deserti e sprazzi lucidi di miraggio invero invisibile. Si guarda e riflettiamo, s’introflette e (non) pensa nell’irta spirale che mastica lune martiri, luci fosche e tetre, cieli ingrigiti o forse, chissà, ottenebrati solo per requie “moribonda” all’instabilità d’un tremendo “singhiozzo” devastante in un altrove che torna e tortura potentissimo.

Acceca e svia la vista.

Un Ralph Fiennes mimesi totale, memorabile in metacinema altissimo del David Cronenberg paradossal-mente incompreso, colmo di perfezioni intersecate, ombre di altre immagini nitrate, aspirate e iniettate con classe agghiacciante di Bellezza, di McGrath rielaborato “a lutto” del genio canadese, appunto, e di un attore inglese maestoso.

Si staglia, si (di)stacca nell’immensità di un’interpretazione “mostruosamente” ignorata dagli Oscar, forse tanto simbiosi e “sorda”, concisa e finissima da non coincidere coi parametri dell’Academy.

 

Il film passa a Cannes, silenzio. Ignorato.

Che scandalo!

Poi, per scusarsi, dopo un po’ Cronenberg viene “invitato” a presiedere la Giuria.

Vorrebbe premiare il “bruttissimo” Irréversible ma vengon scelti i più “didattici” impegni dei fratelli Dardenne.

Telepatia ed empatia? Anche lì una storia di orrore, di violenza, di mutazione a suo modo identica.

D’identità rubate. Uno stupro fisico contro quello emotivo.

Cronenberg, infatti, con Spider raggiunge l’apoteosi della sua poetica. La carne è chirurgia dell’anima, prima di A Dangerous Method, psicanalisi all’impossibilità mortifera da Edgar Allan Poe e progenie.

Superstizioni, una madre castratrice, amanti orripilanti, nessun “sangue”, ma l’anima è un mare di plasma “radioattivo”.

Non c’è, liquida in un posto che nessuno saprà mai, neppure Spider.

Il capolavoro più sottile, più radente, più sleeper di Cronenberg.

 

(Stefano Falotico)

 

 

“Jimmy Bobo – Bullet to the Head”, recensione

Un vichingo nel fango dei baci romantici da “sentieri selvaggi

Sly è un corpo in azione, un fumetto fantasioso, istintivo, metallico, intagliato di ferrea robustezza a imbrunirsi morbido su beffarde angosce esistenziali, sospirate nella “gola” dei suoi zigomi “al rasoio”.
Monolitico ed espressivo di simpatia a pelle, reminiscente, nella carne “oculare”, tutta la galleria di anti-eroi “macchiati” nel sudore, dentro le “locande” bastarde e att(r)accate a “borchie” di Lune opache, lottatrici per non morire quando il sonno non cal(z)a negli occhi martoriati d’un dolore antico.
Elettrico di pelle levigata, muscoli raggrinziti ma teutonici e “smunti”, dirompenti, acuiti nel nervo fiammeggiante d’una rabbia sempre nascosta, “rassodata”, tirata, adirata per temprare il carattere a “freddezza” canaglissima di chi non è servile al sistema, lo combatte con pugni secchi, lo ingurgita e aspira in vene dilatate dei bicipiti “sforzati”, collegati alla grinta della sua “ottica”, buono di tante sfumature color ombra “crema”, che passeggia con sbilenche gambe “annoiate” ma irrigidite nel doppiopetto anche di magliette aderenti su addominali eretti d’un orgoglio sempre a testa alta. Anche quando lo “sterno” ti rompe le vertebre, strizza l’amore e ti ruba perfino la migliore insonnia, quell’istante, lungo un Giorno, per cui vivere, tanto sai che domani sarà un’altra sfida e poi ancora agnizioni di tue anime, chissà ove sepolte, per scoprire chi sei o chi mai vorresti essere, quindi il tuo Io da tener a freno nel ringhiare da indomato battagliero fra queste convulse notti vagabonde. Ti ami? Quanto credi in quella faccia da schiaffi… donati e a-rmati? Per un rinnovato albore, per un altro tuo Cuore, per altre fratture da ricomporre con la “saldatrice” arrugginita del vento crepuscolare al mai tramonto dei serali, tristi “addii”.

Un finale alla John Wayne, un rapace fra gli indiani, con un cattivo identico ma “moderno” del classico Ford. Un Momoa etnicamente diverso, agguantato di scultoreo carisma antipatico nelle orbite visive d’un Walter Hill che plasma i personaggi come argilla fra mani di fotogrammi ruvidi ma luminescenti, un montaggio che aspetta la “mossa” e poi svolta, incrocia di flashback a durar un frammento del sangue, a saturarli, striarli, stritolarne il vagito, poi vira di scintille come falchi e fantasmi, come ombrose iridi di Stallone, splendido nell’essere proprio Sylvester. Hill gioca infatti con la sua icona, recupera addirittura una “locandina-immagine” dall’ultimo RamboJohn il proletario a caccia dei brutti ceffi, sbirro-sgherro tutto “storto”. “Appassito” ma Lui, resistente agli urti.
E “spettacolarizza” la massa muscolare di Sly, tergendola in una sauna di “Calibro” a “gocce di suspense”, esalta di dinamiche corporee, senza ralenti o effetti, spinge in un’impazzita lotta fra piscine, marmo e nightmareimmarcescibili. L’atmosfera soffusa, che strizza l’occhio al genere per un autore Hill mai in pilota automatico, è la Natura di Jimmy Bobo. Una creatura “buffa” ma che va per la sua strada. Grezza, erronea forse, eppur saggia da chi esperito e sputato! C’è anche Sergio Leone, c’è un barbaro “invincibile” più duro delle lame.

Anni ’80, e anche immersione in quel che viene prima e forse dopo, postmoderno, appunto instant classic.

Un grande film è la dimostrazione che la trama è una banalità, gli ingredienti sono il lievito della miscela, del carburante “inutile”, del “Non succede niente, almeno così sembra, tutto è successo però vediamo in che modo, anche nel prevedibile”.
Quindi, due colleghi amici. Uno vien fatto fuori per ragioni “stupide”.

S’innesca la miccia della vendetta, del “viale” da duellanti.

Delle faide cruenti, crude d’artigli su nocche profumate di pistole western. Come sfondo, una metropoli lucida, incandescenza roventissima. Rapimento, ostaggio, perché aspettare però con dilatazioni narrative? Hill arriva subito al sodo e al “suonarle”.

Bang, dissolvenza, si cambia prospettiva, non cambia nulla.

Sly è un gigante stronzo. Fa buon viso a cattiva sorte, tira i dadi, estrae dalla fondina il suo “Buonanotte”.

Titoli di coda.

Arrivederci, sogni d’oro e grazie.

(Stefano Falotico)

 

“Gangs of New York”, recensione

Genesi storica, agli albori delle fangose streets

Un capolavoro, nel frastuono di “spari” accoltellati, può essere l’equivoco d’incomprese lotte fra un produttore da Oscar e un regista “intimista” ai margini del borderline?

La domanda è enigma come una timida Luna nelle notti bianche e ambigue di un’intera umanità allo sbando, generata forse da una distorsione radicata nell’Adamo ed Eva, “fedifraghi” d’ermafrodita mela fraudolentissima per “impiccagione” alla sventura cagionevole del Mondo erroneo e orrido, sempre nel “velo” sanguinoso di conflitti a fuoco tra fratelli ambiziosi d’egemonia vessillifera.

Solito castello che “ronza” come la frusta d’un domatore di circo, crudele e cruentissimo, a linciare le bestie e a “sodomizzarle” all’arbitrio sadico del macellarne le carni.

Antro, carne sventrata! Sventolano gli assassini agli innocenti, abbindolati e imbrigliati!

Chi è il gran “ammaestratore” del circo? Bill il Macellaio. Cutting e tagliente come un serpente a sonagli, titano statuario nel Daniel Day-Lewis più carnale ma spettrale di metafisica “vitrea”. Monocolo a potere insindacabile della Big Apple nei suoi primi vagiti “extrauterini”.
L’ancestrale bestia a villain “guascone”, sporco, lacerissimo però elegante nella sua fredda crudezza mostruosa. Un “gentleman” a doppio taglio, già. Bardato a festa da giullare di corte m’anche violento caporale del crocevia mortalissimo. Fuoco pirotecnico dell’azzurre sue iridi plumbee ma vibranti porpora efferata. Anche Lui ferito da un Cuore forse tenero, da spezzar con una lama pungente, sprezzante, affilatissima, “calibrata” d’aguzza e levigata malvagità luciferina. Mefistofele ha davvero i baffi e i “piedi caprini”.

Quartiere di Five Points, luogo della disputa, delle faide eterne fra Bene contro Male, biblico “anfratto” inne(r)vato di “color” rancore e vendette imperdonabili. Di warriors notturni nel gelo mattutino di un Incipit tra battaglieri fantasmi, issati negli stendardi “dinamitardi” del “progresso” modellato alla cenere barbarica e “virile”. Tutti vigliacchi, antieroi bastardi!

Un “prete”, padrone d’antichi valori e un orco della favola nera, Padre Vallon vs William.
Morirà il più “sacro”, divelto da un “rasoio” fulmineo e agghiacciante, scolpito nell’acciaio più indelebile a forgiarsi dentro il viscerale odio indelebile del figlio “orfano”, Amsterdam.

Riformatorio e “Titanic” per un Iceberg stavolta rosso come l’urlo di rabbia, ammansita e frenata nella calma diabolica, “efebica” d’un DiCaprio oltre le “prime armi”.

L’oggetto della disfida si macchia di western alla Sergio Leone, d’una Cinecittà “arrostita” nel più eterno dilemma: chi è il vero cattivo?

E l’amore salverà l’anima, mai più cicatrizzata del trauma sofferto, inferto con animalità bestiale?

Jenny è una prostituta-boccoli d’oro, una Milf “gentile” e “romantica”, abbigliata della Cameron Diaz più “gioiello” d’abbigliamento malizioso d’occhiolini.

Pretesto sciocco e vanità di giochi “adulti” fra rivalse “mascoline” e muscolari.

In verità…, l’inganno a fulcro dell’azione. Non è Jenny il premio, ma la rinascita spirituale!
La competizione di due facce della stessa medaglia, la duale miscela che si mischia al “vino” delle rose, delle spine, delle vene urlate e conficcate nelle “giugulari” del nemico.
Acerrimi, nemici-amici, “guardoni” a spie delle mosse da scacchiera. Il “matto” t’imbroglia d’arrocco, tra fatiscenti periferie d’un degrado suburbano, metropoli sorta dal fango.
Assoluzioni, benedizioni, sere ingorde d’alcol e sesso lercio.

Il grande Sogno di Scorsese girato a (meno della) metà, la sua Mela! Sempre Lei.
Ascendenza del Peccato, d’ogni colpa e martirio.

Tutto ha inizio negli ottanta, quando Martin “acciuffa” Asbury Herbert e il suo libro, fra il documentario e un Tarantino “serio”.
Asbury come Asbury Park, patria dei diseredati e senza neanche un tetto ma con in dono le chitarre melodiche dell’esistenza?

Sarebbe piaciuto a Bill Clinton, forse a Bruce Springsteen.

Ma Martin ne possiede i diritti da tantissimo Tempo, il Tempo…

Quei gangster di New York, questo avevano di straordinario: erano materiale narrativo puro, grezzo ma di grande valore, carne da romanzo, racconto che si fa sangue e pelle, ferita e cicatrice.

Pensa subito al suo pupillo, Robert De Niro, per il protagonista Amsterdam.
E alla musica dei Clash. E chi ti dà i soldi per un’opera così costosa, per di più che siamo negli ’80?
Gira quindi Re per una notte, e a Joe Strummer affida un cameo “banda”.

Poi, altri capolavori, ma questo chiodo fisso non gli va giù, non gli passa.

Ecco che Bob De Niro può tornare comodo. Lui, con una Tribeca espansa, e la Miramax vorrebbero “fondersi” per un grande studio d’aprire in quel di Brooklyn. Il sindaco Giuliani prima dà l’approvazione e poi ci ripensa, “smontando baracche e burattini”. Uno studio, piazzato nel bel mezzo di New York, a livello topografico, sarebbe una macchia. Anche quella ha cancellato, e non comparve neppure, se non sulla cart(in)a “geografica” dei progetti irrealizzati. Troppa “pulizia”, Giuliani!

Scorsese però ama Bob. Alla Miramax, continua a piacere parecchio l’idea di questo colossal alla Via col vento.
Vuole davvero investirvi dei soldi.

Scorsese affida a De Niro la parte di Bill, causa invecchiamento e “ribaltamento di ruolo”, anche a livello “iconico”.

Ma De Niro gliela combina “bella”, che brutto scherzaccio al tuo Marty. All’ultimo momento, dietro l’alibi d’una stupida causa legale per l’affidamento del figlio con la sua ex Grace Hightower (si risposeranno, di “differenze conciliabili” da conigli, comunque, perdutamente innamorati…), abbandona “The Butcher” al “vacante”. Mette anche in mezzo la storiaccia che, se il film verrà girato a Roma, non vuole saperne di salpare oltreoceano per “imbarcarsi”. Ricordi della Francia di Ronin, ove fu dalla polizia parigina prelevato per una nottataccia di domande “formalità” in merito a un suo possibile, “sconvolto” coinvolgimento con la entraîneuse Charmaine Sinclair, accusata di sfruttamento della prostituzione da pantera matrona nera con tanto d’avventurella “dating” proprio an-n-i fa col suo stesso Bob più “birichino?”.

Forse…

Comunque sia, il Butcher rimane senza faccia. E che si fa? Scorsese prova a convincere De Niro in ogni modo, simil Herzog con Kinski. Ma il “matrimonio non s’da fare”. De Niro, pagato 15 milioni di dollaroni, preferisce The Score con Brando e Norton.

Ecco allora che Scorsese si scervella. Alla mente, gli vien il nome di Willem Dafoe. Willem non vuole essere William. Non sapremo mai perché. Nick Nolte, Eureka Eureka, evviva! Trovato il volto giusto di corpo e “volume!”.
Macché! Anche Nolte non ci sta. Come mai? Mah.

Nessuno pare disposto a trasferirsi a Cinecittà per tanti mesi.

Harvey Weinstein ha dunque memoria del nome del padre… C’è un signore che fa il ciabattino a Firenze?
Come? Daniel Day-Lewis è un calzolaio? Eh già. Lo fu. In quanto, stressato dall’ambiente hollywoodiano, non volle più calcare le scene ma correggere il “callo” delle scarpine col tacco della buona società (alla) fiorentina.
La proposta è pero allettante per un ritorno da annotare sul “taccuino” dell’antologia. Geniale! Da bacheca!

Dopo molte pressioni, Daniel lascia la bottega, si abbottona la “cerniera” ed entra nelle vesti di Bill.

Le chance, le shoes…calzano a pennello!

Ne salta fuori un’interpretazione epica. Apripista per There Will Be BloodIl petroliere c’è già tutto…

Opera controversa, molto se ne discusse, dieci nomination e neppure una statuetta. Tanto “rumore” per nulla!

La canzone degli U2 “stona”.

Rimane, a prescindere…, un grande! Il film in Scorsese più Daniel in Leo bravo a crescere.

L’ho deciso io!

(Stefano Falotico)

 

“Rambo”, recensione first blood

1200x630bb   La montagna sacra(lità), muscolare nelle ferite roventi
Un dirupo struggente, strapiombo lagrimoso del patimento che si fionda, aggrovigliato d’urlo a fondersi martoriantissimo nel gemer di propri silenzi “acustici”, nell’acuire la metallica, coriacea armatura ventricolare dell’anima scuoiata.

Animali!

Fotogrammi inturgiditi nel ralenti maestoso, immortalato d’acquatica plasticità titanica d’un corpo a vivificarsi negli strazi del dolore.
Il dolore è implacabile, è l’orgasmo d’ogni licantropo che ne ha sofferto, d’ira laconica, ogni più striata increspatura. E non l’attenua, intingendo la fronte nelle sorgenti della salvazione.
Lo (s)cova, se n’immerge a risorgimentale monumento d’arcaica e connaturata forza istintiva.

In città, arriva uno stranger, già marchiato dagli occhi nebbiosi d’uno sceriffo che lo stigmatizza per accerchiarne e mortificare il suo “zombi” di lì a scoccar infiammato. Scalfito come una lama crudele che risveglia l’assonnato guerriero.

Ostaggio nei bisbiglii delle fantasmatiche bugie catechistiche. Questa città vive di morte, è da generazioni che se n’è attanagliata di “tenerezza” orrenda.

La gente vuol vivere tranquilla, dormire i sogni di chi sgranocchia le emozioni come pasti caldi del “morbido” aguzzino che “morde” l’aroma cremoso d’un caffè oscurato nel nero virale della “bianca” schiuma per legarla e “legiferarla” nei denti abbrancanti dei branchi quieti da dominare con la dura, spietata legge ad arrestarne le ribellioni (in)visibili. Quel tintinnio, allarmante, da guardingo sorvegliarlo nel massaggiarlo, assediarlo, dargli come assaggio la ghigliottina caudina a seviziarne, “gustarne” lo sfregio prima che, detonando, lacererà la coltre meschina dei “vivi-dì” scheletri plagiati a pedagoga (d)istruzione giornaliera. Si perdonano, ogni Domenica, di false confessioni e genuflessioni rigide.

Reduce dal Peccato ignominioso d’una Nazione militaresca con manie monopolizzanti d’imperante capitalismo che agogna a un solo “clero”, l’uniformità della propria razza  a perpetrare la scissione atomica ché, se non discernerai il dogma, t’aspireranno come “sismologici” con la concentrica, coercitiva “radiografia” a eliderti d’ogni lava eruttiva.

Rambo è una caverna isolata di carne modellata nell’antico codice valoroso d’un samurai invincibile. La chetezza d’un chiaro bagliore amputato dalla sua lucentezza. Muscoli (e)stinti nella metafisica ascetica, poeta delle contemplazioni per non “(ar)ridere”, inaridirsi alle cicatrici impresse nelle “stalattiti dolomitiche” del suo derma che piange, sviscerato, il sangue dei giusti.

Ma, sulla sua strada, incontra uno sceriffo, più che cattivo, reo del crimine meno punibile, il sospetto.
Il sospetto per chi comanda, vessillifero, le blasfeme regole “caste” d’una casta di raggelarla nel “sazio” ammansirla dalle “pericolose” entropie del prevenirle-curandole ancor prima che azzannino, è il crimine di cui s’è sempre macchiata, “incolpevole”, la società dei mentitori (auto)inganni.

Così, “scheda” subito Rambo, lo redarguisce d’ammonitorio sorrisetto, gli porge “delicatamente” la mano “pulita” sulla spalla ma, al primo accenno d’accensione “squilibrata”, lo ammanetta per torturarlo con ignobile sadismo.

Scarnificato sotto le gocce violentissime d’una doccia spruzzata “a freddo”, deturpato per “purificarlo” nel ferreo castigo d’un untorio lavabo di colpe mai commesse, forse l’“idromassaggio” alle impurità di chi rabbrividisce dinanzi al suo specchio già ghiacciato e preferisce arrostire l’ectoplasma che gli mormora, anche solo e solidificato di scultoreo, mamoreo suo “levigarlo” da ottusità “leguleie”, il mostro personale che rifugge nei sonniferi delle sue notti “vellutate”.

Dinamitardo, scalcia ribelle e salta gloriosamente in sella alla fuggitiva libertà dai miserabili, esecrabili abomini.

Ma si caccia… all’uomo nei “pasticci” della persecuzione ostinata.

Rambo viene “trivellato” di colpi, sepolto vivo, sparato, spiato, d’ogni Luce “spento” nel tunnel dell’aberrazione “artigliera” al suo Cuore.

Ma non muore…, è lui che stringe mordace, che chiude il cerchio, che paralizza l’offensiva, attaccando “in difesa”, sbrana, uccide come un animale mitologico, si ciba dei suoi cannibali, potenziando l’annichirli della stessa potenza di fuoco e dei tagli inferti, infettivi, sventra la rovesciata, issata bandiera del morbo nei “mor(t)ali”.

Da qui nasce la leggenda, d’epigoni a inseguire la vendetta, un sequel appunto osceno ché dilania lo Sguardo (e)marginato del primo capolavoro e trasforma la vittima in carnefice di pari, allucinante assassinio, poi il terzo, già un po’ meglio del secondo: Rambo è la non violenza tibetana di chi s’è taciuto nella foresta “pietrificata”. Il laser del suo radar a cui non (s)premere più il rosso incendiario. Ma poi, massacrato dai macellai, a mitragliarli nelle budella e farli saltare per aria fra giugulari recise e squartante furia.

Fino a John…, fine epica dell’epoca.

Fine di una Storia.

(Stefano Falotico)

 

“Zero Dark Thirty”, recensione di Davide Stanzione

Forse è più comodo e agevole sparare a zero facendosi scudo con posizioni rigide e spartane, piuttosto che accettare la problematicità di uno sguardo, la schiettezza di una visione che delega gli interrogativi a chi guarda e non cerca certo le risposte nel tessuto intimo e interno delle proprie immagini. La Bigelow, nel suo ultimo film, tende al massimo le corde della tensione e problematizza, dando voce a una realismo documentato e documentario, veritiero proprio perché in esso i buoni assumono i comportamenti dei cattivi e viceversa, le demarcazioni si sfrangiano e gli elementi rassicuranti sono davvero al livello di guardia. Tenace, rigorosa e impietosa, la regista californiana trova il suo riflesso più limpido e cristallino nella meravigliosa interprete-specchio Jessica Chastain, un raccordo che congiunge due sguardi femminili volitivi e non convenzionali, muscolari ed energici, pronti alla sofferenza tesa e scattante, ad essere sole contro tutti (o quasi). Zero Dark Thirty è una tragica opera civile con bandiere americane in penombra che si addensano nei margini delle inquadrature, il racconto frustrato e logorante di un obiettivo da raggiungere a dispetto delle impotenze dolorose e inesorabili e dell’approssimarsi implacabile di un fallimento, la cronaca di una fine quasi ineluttabile, a cui non può che fare da controcanto una storia macchiata da pieghe collaterali che sono anche innegabili piaghe, adombrate da “peccati” schiaffati in faccia allo spettatore in tutta la loro animalesca ferocia. La protagonista, mossa da quella riottosità ribelle ma anche stranamente controllata nel perseguire ciò che intende ottenere sopra ogni cosa, non la si conosce mai fino in fondo: non si sa cosa davvero si muove, vive e pulsa dietro quei capelli rossi e lo sguardo da ragazzotta costretta a crescere troppo in fretta, quei pasti alla spicciolata consumati freneticamente, quel suo essere volutamente asessuata, quell’asservimento totale a una meta che finisce col coincidere con la sua stessa vita. I suoi veri sogni, i suoi veri amori, la sua vera anima ci è negata, la sua autentica rabbia viene fuori solo qua e là, e l’unico barlume di autentica verità, sotto quella scorza coriacea, emerge solo nel bellissimo e dolente epilogo, unica concessione sincera a uno spettatore al quale fino a quel momento la Maya della Chastain si era inesorabilmente negata: le tensioni si sciolgono, le lacrime scorrono a fiumi. Come un lavacro conclusivo e solo in apparenza purificante, un’espiazione collettiva di colpe forse necessarie, forse (in)evitabili, di sicuro ancora non del tutto comprese a dovere nella loro profonda ambiguità. Zero Dark Thirty squarcia le fragili velature di un abisso (a)morale in cui si addensano le frattaglie di un’etica mutilata e ci costringe a guardare dentro di esso. Raccontare e non giudicare per rimettere, a chi osserva dall’esterno, il vero lavoro sporco di riflessione, è l’unico atto eticamente possibile di uno sguardo grandioso e impeccabile come quello di Kathryn Bigelow, spogliatasi dei suoi orpelli qui come non mai, subalterna a un’esigenza pressante di verità che suona perfino generosa e maestosa: basta vedere l’interminabile scena del blitz ad Abbottabad culminante nella morte del grande capo Osama bin Laden, una sequenza magistrale epurata delle soggettive convulse di Point break e Strange Days. Dinamica ma terribilmente controllata, impetuosa ma anche secca. Dritta al cuore (di tenebra) di una nazione.

 

Firmato Davide Stanzione

 

 

 

 

“Blade Runner”, recensione

Anche la malinconia è futurismo placido nel lago fugace d’increspate, assonnate metropoli

Indagatori degli incubi e del planarvi con sonnolenza stordita, come una commovente Donna dai tacchi fluenti dei suoi tocchi magici, profumati d’erotismo cremoso di labbra “in minigonna” attillata nelle calze setose del suo annusarti letalissima. Affilata d’odore color femmina. Implora la carne e tu, detective spaesato che gironzoli e voli in macchina, fantasioso e imbrunito nei cristalli porpora “inerpicati” su cangianti occhi sospiranti, cogli l’incognita misteriosa della nostra umanità strangolata nei collassi fantascientifici d’un barbarico caos.

Indagine a scoprirti, appaiata a un nemico androide che rispecchia, a-nemico e nemesi però simbiotica, i tuoi segnali del Cuore. Batte d’elettrocardiogramma fosco, noir e ceruleo, sì, impallidito dalla sfida immortale alle origini del Tempo.
Occhieggia Philip K. Dick, cacciatore del suo tormento esistenziale “adattato” solo nell’aspirar i neuroni variopinti delle sue creazioni inghiottite dalla grotta della sua anima scura.
Storie ai confini della realtà, plasmate da un favolista delle profezie fatali, scoccate nella premonizione “vera” o quasi ad aderirvi… dentro la realtà (ig)nota odierna.
Ancor notturna, ancora da spiare, che barcolla incerta come uno spolverino da investigatore.

Trama “scarna”, predatrice. Rick Deckard, l’Harrison Ford leone del suo ghiro apparente e bugiardo, viene incaricato d’acciuffare quattro “fuggitivi” del nuovo sistema.
Delle macchine da laboratorio degli orrori, “chimicamente” dinamici ai comandi del rivoluzionario robot antropomorfo, anche troppo, Roy Batty.

Batty, Rutger Hauer già ammantato di leggenda e mantello d’iridi sue gelide m’angeliche, eyes levigati nei polmoni ansiogeni all’immutabilità della nostra razza progredita quanto sempre primitiva per l’inconscio cosmico ancora sconosciuto.

Ispezioni, raggiri, femmine più sexy del neon caldo della lampadina orgasmica, lì a frignarti e a inondarti nel seno di Rachael/Sean Young.

Un inutile “in-cubo” d’intrighi e sospetti, volti che si scambiano la faccia nell’interscambio stellare.

E il prodigioso rimpianto nella piovigginosa sera dei ricordi, ancora “assolati”, sete di vita che piange la sua principesca decadenza inascoltata nella celeberrima…

Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione. E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhauser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.

(Stefano Falotico)

 

Il silenzio. Una favola di Edgar Allan Poe

Silenzio alla Poe-ta

Fratelli della congrega, so che la società vi sta direzionando verso risate smargiasse da combriccole a me assai intollerabili.

Da anni, nonostante titubanze, arretramenti e mentalità retrograde che vollero incupirmi per sbranar il lupo in me sempre germogliante e or rifioccato, perseguo una linea inossidabile, il più altero disprezzo per chi disprezzò le mie scelte, corroborate di notti a immaginarmi pasciuto nelle vostre valli di lagrime, ove rassodavo i miei glutei in totale sfacciataggine che fischietterà sempre infischiandosi dei fiacchi, dei fianchi e dei vostri fiancheggiamenti.

Sono erede della tradizione lunare, e non intendo, sebben provarono a tentarmi, e dir che ne fui quasi quasi attenuato, a farmi retrocedere. Invece eccedo, insisto nella mia resistenza forse a non esistere ma che di tal moltitudine infelice non sa se soffiarsi il naso o sbugiardarli nel Pinocchio.

Io nudo, io che scalzo le mezze calzette e tutti obbediranno alla inviolabile legge del mio fragore, dei miei frastuoni.

Udite idioti la voce del Signore, e non inveite di sbeffeggiarla ché, da dietro la tua testa, potrebbe rasarti il cranio nel frantumarlo.

Signori, colui ch’è, un perché qui:

Adoratori miei, il trono è nostro.

Orsù, cavalchiamo. La Notte è lunga. E va addent(r)ata.

 

Stefano Falotico

 

 

 

“Frankenstein di Mary Shelley”, recensione a memoria del Falotico mutar della vita d’opera omonima

Pro-Meteo empirico della mostruosità

Frankenstein; or, the modern Prometheus

Laureando in Medicina, m’approcciai al materico mio nitore sfibrato, raffigurandomi in una visione che fremesse per una sinfonia orgasmica alla morte e al suo funerario cordoglio in me straziantissimo di viscere aggrovigliate al dolor esterrefatto, allibito dinanzi al ghiaccio tacitiano d’un abisso nei suoi più lancinanti neri in me emaciati, febbre di rabbia “onirica” per un’onnipotenza divina a covar l’intimo esorcismo d’ogni Uomo in quanto carne, sudore, pelle e detriti macerati del romantico scettro alla fame ancestrale di perennità.

Fin da quando fummo preistorici, nel nostro primo anfibio mutamento, respirando di branchie originate dall’evoluzione “indecriptabile”, crepitante e di pelo screpolato a ergerlo d’erectus, nobile trasformare la Natura in antropomorfico, deformante desiderio, a delinearne i lineamenti a somiglianza delle parvenze nostre intellettive, darwiniane metamorfosi dell’atavico combattimento all’enigmatico mistero di deflagrazioni bibliche e ignote, supplicammo tal “milizia” per resistere alle ossa muscolari. Ossa e anima crocifissa nelle incognite universali. Sibilando, per scibili forse illusori, l’effimera sete proprio risorgimentale dalle crespe acque delle torpide, primordiali oscurità divelte nello squarcio plateale e “planetario” della costellazione profonda.

Fra divanetti altolocati, la “strega” Mary Shelley ha un balzano racconto “omerico” da narrare a un baronetto. Dentro una cupissima Notte albeggiante all’interrogativo sempiterno degli eterni duelli al Creatore per antonomasia, la nostra fantasia che mirò le stelle e plasmò un demiurgo a burattinaio dei nostri ventricoli. Manichini per non impazzirci. Bizzarri a due occhi, due mani, due piedi, Sole vitale del sospir sofferente a eluder le lapidi nel viverci.

Dalle riduzioni teatrali ai mostri della Universal e della sua iconografia più “immediata”, ove Frankenstein, nell’immaginario collettivo, si fonde nell’abominio di chi lo generò. Frankenstein è il Dottore, non la creatura. Ma chiunque ne è confuso.

Francis Ford Coppola, se intinse il suo Sguardo nella trasposizione strabiliante delle convergenze “contaminanti” a reinventare il mito di Dracula e a forgiarlo di rinascentissima, sgorgante Arte post-moderna, scelse il “Bardo” Branagh a specchiarsi con un’altra favola leggendaria. Buia come la pioggia del cardiaco nostro librare nell’asma dell’etere ai lunari brusii.

Branagh, in quanto già Lui megalomane, si trasferisce anche fisicamente nel delirio cinematografico a modello della sua titanica, colta raffinatezza.
“Aggiusta” le iridi del Dottore, imprimendogli il carisma letterario del quale, nelle precedenti versioni, era assente, ma solo levigato di fascino popolare.

Dopo l’operazione, quindi, “chirurgica” di Coppola, finanziatore attraverso la Zoetrope a “direzione” produttiva, le mani del forziere e dell’ipnosi alla segretezza d’un magnetico totem orrorifico,  sono qui affidate all’inventivo, estroso e perfino eccessivo Kenneth.

Che si spoglia delle però agghindate eleganze puriste da Shakespeare, per addentrarsi e addentare l’opera più famosa della Shelley con la sottigliezza incendiaria d’un visionario, michelangiolesco, irresistibile turbinio visivo, corroborando e colorando i pigmenti d’ogni fotogramma nel permearlo, “premerlo” coraggioso e con indomita energia nightmare.

La storia è celebre e, se non la ricordate, la rimembrerò brevissimamente per voi. E ci “smembreremo” come noi stessi esperimenti in vitro, di Pandora, da laboratori terrificanti. Rabbrividiremo, gemeremo come infanti spauriti nelle fetali alchimie al cellulare accorparcene, scorporarci e scoperchiare le tombe del tabù irriguardosamente, scandalosamente, incoscientemente di “scienza” infranto, la sfida a Dio.
Frankenstein emotivamente non resiste alla morte, sì, sempre Lei ch’aleggia e inquieta spasmodica, della madre. “Figlia” d’un parto “amputato” nelle urla alla tragedia.
Ed è forse questo il fulcro, proprio William, che ha indotto in tentazione Branagh a esser(n)e regista amletico. A costruirsi il ruolo, qui protagonista assoluto della scena “vampiresca”, delle vicende e a “relegare” De Niro in secondo, eppur, primissimo piano carismatico.

La creatura diviene forse la nemesi dei suoi conflitti interiori, l’alterità dal sé “sano”. Un diverso, un emarginato, un brutto scherzo dei suoi errori, orridi che gli ululan nell’incubo. Lo tormenta e non vuole che Frankenstein accheti il suo (ri)morso. Licantropie.

Lui lo fa nascere, lo ripudia, lo getta in pasto alle bestie “umane”, che lo derideranno, lo picchieranno, lo flagelleranno e l’obbligheranno all’eremitica solitudine atroce.

Ma il mostro, schernito, offeso nella sua (ir)riconoscibilità, scaturisce forse proprio dall’ideale prolungamento del Max Cady di Scorsese. Gelido, prodigiosamente superomismo assoluto del gelo “invisibile” del suo volto inguardabile.

S’avvicina a Frankenstein, con affetto. Con anima e generosità da bambino ferito e curioso. Ma riceve solo un altro intollerabile rifiuto. E allora, da preda a cacciatore, da hunter che fiuta il “padre” e lo affronta per annientarlo, o forse solo per autodistruggere la sua “meravigliosa” unicità.

Gli chiede una Donna, ché gliela “dipinga” simile al suo Cuore. Cuore strappato della sua sposa.
Cuore che già brucia all’Inferno.

E alla fine l’Apocalisse!

Il mostro lascia espiare il “padre” ch’esalerà l’ultimo battito da vivo, vinto, e piangerà.

Perché era mio padre…

Frase cristallina e tremenda ch’echeggerà nella follia del Mondo.

Per navigare alla scoperta di nuovi lidi, o d’altre aspre “invenzioni”. Atomiche!

Non andartene ti prego, ho paura. Quello che ho fatto è così terribie, così malvagio… ho paura.

(Stefano Falotico)

 

Questo De Niro mostrificato, nella foresta, non assomiglia secondo voi ad Andrew Laeddis? La somiglianza è impressionante. Guardare per credere. Incredibile.

 

“The Night of the Hunter”, recensione. Misticamente argentandolo di voce magnetica

Cacciatore mellifluo di bronzeo livore muscoloso nel lunare, metafisico licantropo

Charles Laughton, camaleonte per connaturata vocazione e “sprezzo” del talento da spezzettare in forme trasformiste già “inarcate” nel Mitchum a passo di sue palpebre ermetiche, crepuscolari come sobrio “alcolismo psicopatico” di un hunter desto e famelico nell’onirica Notte ammaliata di sé, incupito di funereo liquor fuggevole, anzi di fugacissima furbizia espressiva nell’impavida pallidezza d’una pelle levigata su portentoso sarcasmo. Dileggiator del suo brado illagrimarsi dentro, feroce di criminoso, teso piano messianico da indemoniato suo imbrunir il cratere vulcanico del lavico disincanto. Prigione soffusa d’iridi “livorite” nel buio specchiato di suoi tatuaggi “(a)nemici” nelle tante sue nemesi e “amnesie”. Carismatico istigatore dei più reconditi istinti, annusa gli abissi marini dell’umanità e la soggioga al suo gioco malizioso di “scaltra ipocondria”, virilissima dentro il melanconico suo bardarsi dietro una maschera cinica da spensierato buffone e ridicolo profeta.

Harry Powell, titanismo “tedesco”, convergenza di stili recitativi, monolitico enigma dal fascino attrattivo come calamite dense di vacue mestizie lì a bruciar adirate nei nervi martiri della Genesi cristologica, farneticazioni spacc(i)ate per follia, cosciente demenza irrisoria al puritanesimo bigotto, superomismo per tante interpretazioni psicanalitiche, indagatorio egli stesso di sue serpentine amorevoli al docile canaglia e poi al corpo guascone e maschio, esibito d’esoterico erotismo spettrale.

Non c’è trama se non un pretesto sciocco. Un mister nessuno che sbuca dal nulla, forse dai nostri incubi più arcani, antica modernità immolata a Dio satanico, pagliaccio delle sue personalità joker-ellanti-iellanti-elefantiache di gigantismo nella favola nerissima dello gnomo (non) essere… nero.

Un galeotto in possesso di un’informazione segreta, le “segrete” del tesoro. E il bambino li condurrà, “lapide” per la speranza rinascente della sua libera fuga catartica verso un agognato Paradiso.
Chi sa del tesoro? Due tesorini, figli della vedova d’un condannato al patibolo, Harper, forse il “ladro” da benedire della sua crucis evangelica. Così, Powell esce dalla sua cella e, dal gelo, rifiocca la neve calda, calore appunto heat duellante e antitetico del Love & Hate. Amore e odio, perenne scontro biblico e mitologico fra Bene contro Male, tra un infranto, angelico apostolo e il rovescio più scuro della sua medaglia, il Diavolo in persona.

Powell è rotto, un Uomo scisso, a metà dei bilici.
Ma c’è una tana che può salvare la vita. Come si fa ad acciuffare il suo “wanted?”. Semplice, sposare la signora Harper, sola-soletta nella casa delle fiabe… infantili.

Arriva nella cittadina, figlia di un’epoca futura e poi remota, senza Tempo nella cabala danzantissima dell’argentata fotografia di Stanley Cortez. Sogno, realtà e surreale in un intreccio proprio affabulatorio senza capo né coda, progenitore di Lynch e dei promontori di Scorsese.

Film che capti, sonnecchiandolo del suo magnetismo, che rammemora ricordi tenebrosi della tua anima rocciosa e poi friabile che s’arrochì, s’incenerì vagabonda di misticismo e demistificazione all’inconscio.
I desideri da reprimere, la riemersione di coscienza, pietra miliare e capostipite d’ogni capolavoro visivo.
Immagini atmosferiche “senza senso”, colte sul nascere e poi a dondolar acquatiche, una laguna dei peccati, delle colpe, dei firmamenti stellati su tramonti in bianco e nero nella frattura di nudità fosche, abbacinanti.

Film ch’è impossibile recensire per la sua valenza oltre la poesia. Perciò immane.

 

(Stefano Falotico)

 

“Holy Motors”: il fetore di morte, il barocchismo funereo. Recensione del film di Leos Carax

Giusto perché ci piacciono molto i paradossi e i cortocircuiti antinomici, nel recensire il sublime delirio di Leos Carax, Davide Stanzione ha particolarmente sottolineato certi momenti di Holy Motors anche da un punto di vista inerente la grammatica cinematografica e le sue forme. Perché c’è del metodo nella follia, come sempre. E perché Leos Carax ritorna suoi luoghi (intesi sia come elementi della sua filmografia che come spazi all’interno del film stesso preso in analisi) con spaventoso, annichilente rigore geometrico. E il suo è un teorema indimostrabile di bellezza sconcertante.

Un’odissea furibonda e lunare, un’ode al Cinema come viatico di possibilità infinite, terra di metamorfosi e di esplorazioni incessanti, indagine della frammentazione di un io che si segmenta per perdere se stesso, per abbandonarsi a un flusso di coscienza ormai indecifrabile. Leos Carax, il più maudit dei registi europei dell’ultimo ventennio ed ex enfant prodige del Cinema francese, torna a scuotere l’omologazione delle nostre visioni con un film-mausoleo di poderosa bellezza, un’opera permeata da un senso di morte profondissimo in cui ogni forma di intellettualismo è legittimata, inevitabile, finalmente necessaria, nella quale perfino la carnalità del sesso può essere astratta e imprigionata in dei grotteschi grafici computerizzati.

Monsieur Oscar viaggia in una limousine e bazzica da una vita all’altra, senza alcun limite o soluzione di continuità: vecchietta rattrappita, padre di famiglia, killer spietato, attore in tuta da performance capture e ovviamente Monsieur Merde, il ributtante, bestiale e mostruoso clochard già apparso nel breve film di Carax, Tokyo!. Una negazione continua, il travestimento come rifiuto dell’ identità, come tensione verso ciò che oltre ad essere polimorfo è inevitabilmente anche privo di forma, un adattarsi vigile e geniale all’unica grande forma di Cinema d’arte oggi concepibile, quel postmoderno su cui tanti fiumi d’inchiostro si sprecano e spesso e volentieri troppo furbescamente si specula a livello teorico.

Carax si mette in scena in prima persona, si denuda in modo plateale ma paradossalmente mai autoindulgente verso stesso. Nel bellissimo e luttuoso prologo del film, il regista mostra se stesso in una fosca camera da letto e, grazie alla profondità di campo, evoca il primo abbagliante esempio dei tanti fascinosi misteri presenti nell’opera: un aereo si scorge in lontananza, la primissima luce di un mezzo meccanico, il preludio a quei motori sacrosanti che tanta importanza avranno nel corso del film e in particolar modo in quel finale folle, provocatorio, quasi sghignazzato. I primi fuochi di una regia maestosa oltre che mortifera, le prime nostalgie evocate: lo zoom all’indietro da una finestra, cui la figlioletta di Monsieur Oscar è affacciata, in un’indecifrabile espressione di vaga tristezza, rimanda a un precoce senso di perdita che in altri, successivi punti del film si tramuterà in lacerante dolore.

Ma Holy Motors, nei suoi sviluppi iniziali, è ancora un’opera smorta, quasi ingrigita: prevalgono i piani medi di Oscar dentro la sua limousine, con la sua giacca anonima e il suo taglio di capelli ordinario, prima delle varie deflagrazioni cui la sua giornata particolare di lavoro lo indirizzerà, risultandone essa stessa scandita. All’interno di questa narrazione episodica e frammentaria si distinguono dapprima le zoomate velocissime e violente, mentre Oscar versione vecchietta se ne sta incurvato sul marciapiede e si odono soltanto i lamenti pensierosi della sua voce fuori campo, e a seguire la prima, orripilante sessione di trucco in cui Oscar si tramuta in Monsieur Merde: dal particolare dell’occhio privato dell’iride, l’inquadratura si allarga fino a coincidere con un ancor più inquietante primissimo piano del terrificante ibrido umano appena apparso sullo schermo, che di lì a poco andrà a razziare un cimitero nel quale Carax c’immerge con una sontuosa panoramica dall’alto, accompagnata da una musica martellante e furiosa, quasi espressionista. Una panoramica che si restringe fino a confluire nel dettaglio del tombino da cui vediamo emergere proprio Monsieur Merde, incarnato come solo lui sarebbe capace dal protagonista Denis Lavant, feticcio di Carax e attore unico, corpo funambolico, proteiforme e col volto strapieno di cicatrici che ben si prestano al successivo invecchiamento di Oscar, fondamentale nell’economia della storia e nella simbologia che le è sottesa. Holy Motors, proprio come il suo personaggio principale, il più oscuro e disturbante mattatore che il Cinema contemporaneo abbia mai visto, è un film che vive di lampi, di accensioni repentine, di scatti e di sequenze memorabili, che vanno a tatuarsi nella memoria dello spettatore per sedimentarvisi: la scena in cui Merde rapisce la supermodella interpretata da Eva Mendes, filmata in un ralenti dalla tensione purissima, il trascinante piano sequenza musicale dei suonatori di fisarmonica capitanati proprio da Oscar, direttore d’orchestra dinamico e luciferino e non ultimo l’incredibile campo-controcampo del fondamentale dialogo tra Oscar e un Michel Piccoli simile a un’ombrosa apparizione, in cui le inquadrature sui solo volti si fanno sempre più asfittiche tanto che è su un primissimo piano del proprio volto tumefatto e macchiato di sangue rappreso che Piccoli pronuncia quella è probabilmente la frase chiave di tutto il film: “Dicono che la bellezza sia nell’occhio di chi guarda. Ma se è l’uomo a non aver più voglia di guardare?”. A tale interrogativo Oscar e lo stesso Carax rispondono con la mera e meravigliosamente autoreferenziale beauty of the act, la bellezza dell’arte come atto puro e in sé compiuto.

Un incanto che in Holy Motors ritroviamo in una sequenza in particolare, così bella da mozzare il fiato: quella in cui Kylie Minogue canta la splendida canzone “Who Were We” vestendo i panni di una Jean che somiglia paurosamente alla Jean Seberg del godardiano Fino all’ultimo respiro. Tutto il Cinema francese e tutta la poetica di Carax condensati in una scena insomma, preceduta da una carrellata laterale che ricorda moltissimo quella analoga di un altro film del regista di Pola X, il bellissimo Rosso sangue. Una storia d’amore riecheggiata con sommo dolore e che mai più tornerà, condannato all’oblio del non-senso e della perdita di se stessi, si dice nel film, e la notizia per cui gioire è che il nebbioso e indicibile Leos Carax c’è ancora a illuminarci col suo Cinema scapestrato e fuori dagli schemi, artificioso e nefasto, una risposta contemporanea all’”Ulisse” di James Joyce che, come nel maledetto e strabordante Gli amanti del Pont-Neuf, al di là della decostruzione del racconto cinematografico, sa anche come scaldare il cuore col suo fascino ipnotico e le sue visioni estreme e spettrali, simili ad autodistruttivi viaggi al termine della notte, mai concilianti ma sempre straordinari.
(Davide Stanzione)

 

 

 

 
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