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“The Wrestler”, recensione


Le branchie dei muscoli

Chiari ventricoli ad azionarsi nel dark latente della frenesia irriverente.
Su una faccia di latex non più “rammendabile” nelle cuciture della società borghese. Un mastodontico freak, a cui piace vivere così, arrangiando la “chitarra” del suo corpo fisarmonica, come il theme innamorato di Bruce Springsteen, “arrostita” fra denti affamati, suadenti d’addentar il midollo spinale della vita.

La versione barfly del Bukowski clandestino come i tutti i mastini di bicipiti e pettorali. Non indossa la “pettorina” del camice “utile”, un combattente a muso sfacciato, “sfasciato “dentro che se ne frega di tutto.
Deriso dai bambini che gli gravitano attorno, ché magnetica è calamita d’un pagliaccesco “Notte-Giorno” senza requiem. Si fotta il “dream” americano, se lo ficchi in quel posto il commendatore “raffinato” di sete in camicia.

Questo è un tipo per la “castorina” Marisa Tomei, del cui culo spogliarellista se n’asseterà senza sosta, anche nelle “sieste” contemplative a sbavar per le sue tettine dondolanti uno “slip” da glurp nei suoi occhi martoriati, a “martellarle” dentro la voglia del maschio bastardo. Uno che sta lì a “guardarsela” mentre gli altri “sbevazzano”, sgomitando per giacerne. Lui “spilla” il Piacere distillato del suo alcolismo nei suoi tacchi a toccarlo di romantica femminilità che ripudia quanto ammira, su un divano di pelle, la sua sgualcita. Dalle guance tumefatte, sfatto, distrutto, “animalizzato”. M’ancor animoso, uno che non è da mimose, uno che odia gli smorfiosi. Ché li scaraventerebbe per aria solo “aggrottando” le nocche d’una mano “errabonda” a dar pugni al vento.

Marisa, il simbolo del Peccato, showgirl dalla vita “traviata”. Tutto sbagliato in queste periferie ove gocciolano lagrime dell’amarezza altrui.
Storia di uno “scemo”, d’un grande Uomo. D’un perdente nato, come quasi tutti i più meravigliosi personaggi di Mickey Rourke. Disperato che brancola, affaticato che cammina a stento, ma statuario nella trama “sfibrata” del calor dell’anima.

Silenzio, s’esibisce Lui…

Deve tirar a sopravvivere. Quando decidi di valicar le “barriere-barricate” del mendace lor mendicare “dignità”, hai due uniche scelte incontrovertibili, un percorso che non si può invertire con repentine serpentine e patetici “testa-coda” nei cambi di rotta, ché troppo hai aspirato, non vuoi più espiare le loro colpe, anzi picchi di colpo su colpo, a scolpire gli addominali esausti, affannati, “affastellati” nel duro da troppo tenere fragilità.

Tentano di tenerti stretto, e tu “strangoli” solo gli ingranaggi di questi “radiosi”.

Questo è il wrestler, poesia sibillina, austero essersi “bruciati” ché solo così sai godere. Della vita pappona te ne sbatti, e sei rammaricato, dinanzi al mare, solo davanti a tua figlia. Che “diseredasti” per il tuo desiderio di farti i fatti tuoi, con l’ebbrezza or a librar del tuo peso “libbra” abbrancato dall’emozione che torna.

Prossimo giro di giostre, sei preso per un “mostro”, tu mostri il ghigno, spalanchi le “tendine” del tuo “tappeto rosso”, distruggi l’avversario, lo massacri, saltelli torchiandolo, lo dilani, lo sventoli avventandotene sopra, schienandolo sotto.

Nell’applauso commovente mosso a tifo esaltante, e tiri a lucido, anche negli occhi tocca(n)ti, i tendini dei nervi saldi al chi sei.

Al chi urli. Spaccando gli “Ingessati” nel “ribrezzo” d’ogni tua frattura.

Perché questa è la vita, patire, lottare, sudare, star male, sollevarsi e levar dalle palle chi ti sta antipatico.
Senza latte versato, sempre meno “allattato”, sempre Mickey Rourke.

(Stefano Falotico)

 

“Red Lights”, recensione

Note discor-d-anti

Luci della mesmeria, fascino simbiotico con lunari risorgimenti fluidi di scolpite nerità or rilucidate d’abrasioni e turbinio ipnotico. Come lievitazione che scardina il dogmatismo di scienze fasulle, di psichiatrie mortifere a eclissare la misterica Notte accesa dell’ergersene nei mantelli di porpora.
“Incuneato” d’inquadrature rosseggianti, (anti)gravitazionali, spasmi cerulei e levigati, ossidati nel traslucido ossigeno “claustrofobico”, vigorie tese, “pericolanti” e tremebonde della pietra corrosa alla sua stessa “fonte” radicata e illusoriamente non scalfibile, abbacinate da occhi luminescenti e veggenti, increspati nell’eremitica pietra adamantina d’una mente infrangibile, vinta sacralità ai giochi “folgoranti” delle traiettorie “accertate” o d’acclarare ancora per dipanare e oscurare l’enigma, obnubilandolo d’aloni “ciarlatani”. Con le ciarliere, “dotte” e scaramantiche “grandi menti”, sì, “cartelle cliniche” della superstizione più inquisitoria, il “diritto alla ragione” che (s’)autoinganna, scheggiata dai dubbi latenti d’apparizioni inspiegabili, di folgorazioni che annusan e sospirano, “docili”, l’equilibrio oscillante del sonno tranquillo, lì a vacillare, graffiato nei polmoni, sfiorato dal cape fear d’un fantasma ricomparso a cospargerti di “smorfia” delicata e indecifrabili rebus a manipolare solo l’ottusità che t’ha avvinto a combatter le impreviste incognite, le tue notti meno fulgide, schiarito proprio dai tetri “corridoi” sinaptici dell’anfratto e dei labirinti, serpeggianti nella profondità meandrica, “ossidrica”, virgulta e propulsiva d’un pozzo buio “invisibile”, che asfittico or, felpatamente, t’avvinghia nel precipizio vulcanico e radente dei suoi crateri più imperscrutabili. Più “scricchiolanti”, indomabile potenza dei fuochi onirici.

Un’indagine “allarmantissima” a sfidare l’attività paranormale “tellurica”, la magnitudo d’un magma magniloquentissimo, “sepolto vivo” a respirar fra le anime, che giaceva “infernale” ove tacque, dunque “tacciabile”, ascrivibile alla sferica presunzione adesso (p)unta di “punte di piedi” che si sollevan da terra, navigan di libertà nella cerebrale piattezza che sbanda e sobbalza, atterrita, allucinante, lacerantissimo timore che sovrumane energie imbattibil sian riscoccate a intorbidire il fuoco “corvino” della tua, sì, demoniaca torpidezza. “Leggerissime” brezze a scotere la lenta aderenza, la veste che si scuce, che si strugge sconfitta nel suo banale, bugiardo pregiudizio.

Titani e giganti, un impercettibile “squittio” che ti fischietta nelle orecchie, abbranca il tuo “brancolar”, di “branchi” e apnea irrespirabile dell’esser-ten(u)e ammorbato e invischiato, forza su, sei vicino all’insostenibile “verità” tanto da bruciarti perché “sorretto” sommerso solo (te)nagli(e) abissi della stolta lentezza.

A tesser teorie, la pratica si rivela surreale e grottesca, un arabesco urlo che ti morsica e mozza la coda.
Singhiozzi, “sgozzato”.

Catapultato nel peggior incubo della tua fantasia ribaltata.
Purpureo boato!
Rosso ora tenero, color “Tenebra”.
Ora Luce.
Ora vita!

Una presenza amletica, un De Niro argentato di statura leviatana, riemerso sì da un’isola sua perduta, l’ululato com’Egli recita nel monologo spettrale “a tendina” di penombre vibranti di red, nel “candelabro” della sua essenza evanescente. Lì a “godersi” la solitudine, le intuizioni generate dall’animale, grande Uomo al buio ch’è arrabbiato perché derubato proprio della sua anima, la rubina vitalità al Mondo e alla Luce. Che vuol riscoccare ardimentoso, bruciando l’ignoto dell’ottusità.
Sta lì, triste, e “sonnecchia” le imperiose ma soffici battute d’una sceneggiatura che le scandisce proprio come una seduta spiritica, ove nasce e zampilla grande Cinema quando meno te l’aspetti, nell’imprevedibilità che sembrava solo un effettistico gioco di maniera come tanti thriller.
Invece no, dietro il banale “giochetto” degli specchi, Cortés ribalta le carte con un’accortezza, un sottilissimo acume che si taglierà, laceratissimo e quindi davvero illuminante, proprio nell’eccellente, “eccessivo”, grottesco e malinconico finale che ha spiazzato molti spettatori e critici, che l’han reputato “distonico” rispetto alla messa in scena di tre quarti della pellicola (s)collegata. Dunque “sconnesso”.
La sua “follia” esagitata vige e svetta invece proprio nel proclama di Simon Silver (De Niro), ectoplasma focoso e “sfocato” di zoom, che osserva beffardo la platea e provocatoriamente la irride, turb(in)ando in gloria di sé, “accecato” fra le luci rosse, quei miracoli (in)decifrabili che nessuna Scienza può razionalmente “obliterare” e sigillare nel “vitro” delle spiegazioni logiche.

Un film straordinario, che apparirebbe solo a uno spettatore comune (altro “ammiccamento” non furbo di speculare sofisticatezza) solo un vezzo dell’intrattenimento più previsto.

Una Sigourney Weaver che, dopo tanti ruoli inutili, anonimi e assolutamente non necessari, trova in questo fenomenale regista spagnolo la “verve” intellettuale del suo fascino più carismatico. La Weaver mette soggezione, ecco, l’aggettivo più appropriato quando una Donna e un’attrice così compare sullo schermo è proprio “Soggezione”.
E il ruolo della dottoressa Margaret Matheson, colei che non si lascia “impressionare”, ma “arresta” gli “imbonitori” e i falsi maghi, calza a pennello perfettamente attorno all’allure della Sigourney in quanto femminilità elegante da mettere i brividi.

Rodrigo Cortés sa che il Cinema è spesso una fitta rete “neuronale” di connessioni sinaptiche, anche involontarie o rimosse, col suo fitto dedalo d’immagini (in)visibili, al sembiante comunemente inteso, intessuto o frainteso, i “malintesi” del ricordo di ciò che ci costruimmo “hitchcockianamente” di un’icona, all’idea che abbiam maturato, anche inconsapevolmente, sugli attori. E il suo casting azzecca tutte le mosse della nostra “finta amnesia”. La Weaver ma anche un bravissimo Cillian Murphy, inception fuggevole, e poi Lui, Robert De Niro, a cui cuce di “smoking“, e di “smog” ipnotico delle nebbie risorgimentali dal buio, l’enigmatica anima di Silver. Un “buffone” tanto serio da far(ci) credere che non stia scherzando. Ché, dietro la “montatura” degli occhiali da veggente “cieco”, potrebbe nascondere davvero il lupo ibernato che sbrana l’imperante ottusità miope della società. Quindi, Cortés regala a De Niro la monumentalità della sua magnetica potenza sco(r)data ma indimenticabile.

Cortés scardina anche le attese medie e imbastisce di “crespi”, “lacrimogeni” e fumosi frame, sincopate e tese battaglie mentali di “ferite “visive, un finale in cui il sensitivo è proprio colui che ha voluto sempre offuscare l’evidenza della sua (para)normalità.

Margaret Matheson, quasi nell’Incipit, fissa gli occhi di Tom Buckley (Murphy) e gli rivela forse già la verità di chi sta celando di essere e (non) sembrare?:

Esistono due tipi di persone con un dono speciale, quelli che credono davvero di possedere un certo potere e gli altri, quelli convinti che noi non riusciremo a scoprirli. Sbagliano entrambi…

Un ambiguo monito a divorarlo dentro di coscienza?

Perché Tom Buckley, sotto la rain della (sua) rivelazione, è l’ego in-conscio che “narra(nte)” la sua voce del Cuore innalzata del non puoi negare te stesso per sempre…

Come tutti (non) scopriranno di (non) viver(si).

(Stefano Falotico)

 

   Stefano Falotico, traspirando in Cillian Murphy, d’elevazione intessuta nella coscienza eccelsa, recensisce e osserva “foscamente” il fascino d’un film per pochi eletti, addivenendo alle sue ragioni ermetiche, “squagliate” nel mesmerico grido dell’ignoto, della Notte, dell’abrasione sensitiva alla poderosa, “infuriata” energia che scaturì da forze incontrollabili, a divellere la Luce di rosso!

 

“Casinò”, recensione

Casino

 

Magnifico… lancinante, rosso 

 

Boato, “belato”, botto!

 

Sam Rothstein apre la porta, “danza” mattutino nell’imbrunita prima alba soffusa, ultima e “postuma”, funebre discesa all’Inferno, sfavillante nel cremisi abito “cucito a epidermide” del suo altezzoso battito cardiaco. Accende il motore, viene “folgorato” dallo “scoppio”, una brace lapidaria, stinta di ferocia a divorarlo, e ballonzola “tramontante” nei vulcanici ma scremati, saturi, “variopinti” e mortiferi titoli di testa di Saul Bass, tersi e “detergenti”, sgorganti e inondati, ondulati nel martirio del Battesimo rinascente.
A estinguer la sua storia, zolfo magmatico di un’anima rapita dall’arido vento, dagli abissi vividissimi, viscidi e vischiosi, incancreniti nei puerili ma già putrefatti, fiammeggianti “nitori” natanti attorno all’inequivocabile, ne(r)vosa tragedia shakespeariana, anzi sospirata d’espiazione dostoevskijana.
Un altro “idiota rapace” come tanti personaggi di Scorsese, che li traveste a volte, anzi li avvolge, di burlesca, carnascialesca (auto)ironia per “scolpirli” nel più nero rapimento e nel precipizio “ozioso” della caudina morsa, delle cadute nella logiche, nella rete e nelle ragnatele “mistiche” invitte del Mondo, con le sue regole “trasgressive” solo dietro leciti, “laidi” ma cheti, “abbaglianti” compromessi a non turbar, appunto, la quiete se si vuol agguantare il Dream americano del requiem.

Un Angelo camuffato dai  suoi “imperturbabili” demoni. Eclissato “tenuemente” nella tenaglia “gracile” ma spietata dello scricchiolio suo erto, quanto già arso.

Brucia Sam, aspirato nell’arroventata “cascata” sinuosissima del vampiro antropofago a succhiarne il sangue.

Tutto De Niro è nerezza del Martin inquieto, nella “tomba” ambigua del Giordano, il fiume delirante, “religioso” ma diabolico degli orrori patiti, “scheletrici”, scandagliati d’asma soffocante. Crematorio, sì, forno… dei peccati, dell’irriverente, “galante” fornicazione aggrappata alle baluginanti estasi e “brunite”, scurite dall’“ossidrica” scure della forca. Della “forza” nelle fratture, dell’incrinata energia dinamitarda nell’ossario dei polmoni infranti.
Angoscia…

Un inizio (d)alla fine, un “immortalato” flashback d’oscillante, “flemmatica” e corrosiva, indolenzita, “brillante” torpidezza “striata” d’incendiario boom(erang).

Scorsese non rifà Quei bravi ragazzi, va oltre addirittura, s’innerva nella cupidigia dei nottambuli, patibolarissimi vizi cupi del “lupo” ancor più mostruoso. Sì, ancora la sua pelle squamata, squagliata di crudeltà ferina solo all’efferatezza di sé.
Nel bosco dei desideri, della “dolce” fragola “paradisiaca” delle “prelibate”, succose mele…

Se Daniel Plainview de Il petroliere si sazierà della sua avarizia desertica, nel Deserto delle anime di Martin, invece, Sam fa il passo più lungo delle sue “bugiarde” gambe. Della sua “velocità”.

Non un manovale del crimine, non un goodfella, ma un “radioso”, orgoglioso “maniscalco” scalzissimo (che rigoglio, che rivoli…) dell’intuitivo genio ambizioso che non calcolerà la disumana macchina a ingranaggi della slotmachine dei potenti, lui che spia ed è solo la voglia matta di chi gli è voyeur, il (suo) “capriccio” violentissimo allo specchio disintegrato, di coloro che stan più in alto.
C’è sempre qualcuno al vertice, un gerarca demiurgo e punitore, il serpente-“Dio”, le bestiali “arche di Noè” della tua fame animalesca.

Così Sam s’avventura in un’impresa leggendaria, enorme ma “microba” dinanzi alla dura legge dei forti. Ove Darwin ammonì gli agnelli a non toccare l’appetibile “gusto” dei leoni, Sam “infilzerà” i suoi rapidi occhi “entomologi”, dilaniando la sua carne nell’ammanicata tana di “mano” ai ve(t)ri vincenti.
Al suo ventre…

Prima azzecca, indovina tutte le “carte” e le mosse nel “Poker”, quindi viene derubato del suo stesso dono “veggente” troppo “scaltro”, da chi è scattato presto in piedi senza requisiti, dunque azzardato d’att(rit)o “scellerato”.
Azzannato. Nudo e scalzato.
Nel gioco di chi è cattivo davvero, la tua anima, forse non lo sai, presto spolpata è, non fu mai, in-gloriosa, ingorda fine sarà.

Sale, sale, sale tutti i livelli ma s’innamora d’una prostituta, Ginger, ed è parecchio affezionato al paranoico, matto e traditor suo “Giuda”, Nicky Santoro, l’amico d’infanzia…
Il “capitale” dell’invidia.

Chi “decolla”, di collasso emotivo ed “ematico”, vien sgozzato.

E Sam, pian piano, perde tutto. Troppo trasparente per resistere nella sporcizia “pura”. In fondo, troppo puro in mezzo ai porci. Ai truffatori dei “tuffi” con piscina “liscia come l’olio”.

E ar-riva la rovina, inghiottendolo di “scommessa” (im)pre-vista…, lo mangia vivo di sua stessa “mira” al bersaglio, di suo campo minato.

Capolavoro mitologico.

(Stefano Falotico)

 

 

 

 

 

Simon Silver torna “ammantato” dopo trent’anni, De Niro “tornò” tonitruantissimo e roboante dopo circa due decadi

Da noi, è uscito ieri, a un mese esatto dall’8 Dicembre, l’Immacolata…, il “mistero” della “fede” (anti)religiosa…

Ma facciamo un passo indietro, anzi avanti.

L’ultimo, vero capolavoro di John Frankenheimer nell’ottica inquadrata della voce “cutanea”, (im)permeabile e “di pelle” falotica…

Sì, Stefano Falotico recensisce Ronin, perla(ceo), gemma e pietra di paragone per ogni malinconico thrillerpolar(e), un film anzi “intagliato”, nella morbida andatura recitativa di De Niro, col suo basco d’Incipit sfumato in un bistrot parigino, di Torre Eiffel svettante nella Notte che adocchia, occhi(olini) nel caffè francese, di baci “omonimi” a Natasha, d’inseguimenti scorazzanti e corazzati, di carrozzerie BMW, di fucili, mitragliatrice e pistole, di triade, forse di Hong Kong, forse intonate all’ultimo giro di boa e “boreale”, quando la Luce stinge nelle rugose membra, tenuissima le cela, il gelo gracchiante rannicchiato, i baci mai dati, mai amandosi perché (dis)occupate da “piccoli” lavori “fangosi”, James Bond senza il loro agente segreto perché “mercenari“, al soldo della solitudine, forse, o dei soli dall’alba mai davvero desta, (all’)erta nella Luna, “aleatorie” battute per stemperare la tensione, i nervi appunto tesi, la “neve” dell’anima, per inebriarsi nel manto di chi è temprato nel tenero e poi è tenebroso.

Jean Reno mai così poco smorfioso, di marmo, che però ammicca, aiuta, salva, sostiene, appoggia, combatte assieme anche se schierato sul “fronte” opposto, chi spia di PC in “trincea”, chi balla nei palazzetti di ghiaccio, Andrea Bocelli sulle curve, “osservate” dai binocoli “pinocchieschi”, della statuaria, bianca Venere di nome Katarina Witt, campionessa di pattinaggio, di queste sere(nate) da “diavolacci” all’adiaccio, laconici addii, l’agone della tristezza, o della Bellezza.

 

Firmato il Genius…

 

Fine di una Storia (?)

La carriera di Bob De Niro parte proprio dalla Francia, nei migliori auspici (non) americani di Tre camere a Manhattan.

Quindi, più “malinconico” di così di muore.

Da lì, il passo è brevissimo, collaborazioni a carburare, anche d’”esplosivi” con De Palma che lo presenterà a Scorsese, per una parte da Johnny Boy, “secondaria”, a dilatarsi nel pupillo delle “pupille” di Travis Bickleborderline & Re per una notteMax Cady o bravo ragazzo.

                                                                                                                                       

Icona del Cinema “violento” agli indigesti delle stolte romanticherie spicciolissime. Di film non da “spalluccia”, dico a voi stronzetti, sì, senza palle e alla spicciolata. Dai, spicciatevi ad ammirare la grande “roba”, drogati di stronzate malsane.

Due clamorosi capodopera, Heat e Casinò. Poi, ruoli “minori” ma che lasciano il segno, parlo di Cop Land e Jackie Brown. E la vetta suprema, ancor non eguagliata di Bob, da quasi un ventennio a questa “parte”, appunto, in Ronin. Già. Il suo personaggio si chiama Sam. Il cognome non c’è. Forse anche il nome è un “depistaggio”, un code name, un codice da man. D’amianto, di pianti, “mite”, un poì eremita, la calamita dell’azione, il fulcro, il perno, il “pericolo”. L’”allarme”. Le iridi “nere” che s’”arrossiscon” nel sangue.

   

Quindi, una “caduta libera” nella sparizione, nell’abisso “autoparodistico”, del Paul Vitti con leterapie da “boss”, con lo stress, il WASP della saga, del franchise (no, qua se magna solo-soldi-soldi-soldi-tanti soldi da pascià, di “alimenti”, evviva la “Spagna!”), delle “avventure” alla Ti presento i miei. Con tutti gli “episodi” a venire, dei figliocci che verranno, dei tuoi “gioielli di famiglia”, dei “nostri”.

Epigoni, l’epilogo del viale del tramonto definitivo?

     Quindi, addirittura le alci e gli scoiattoli, un buttarsi via da “calci in culo”, da un grande attore che “sgattaiola” di recitazione “cagna”.

Eppure, il Bob non si ferma un secondo. Apre il Tribeca, elegge Obama a suon di conferenze stampa, stappa con Lui quando (ri)vince, azzecca qualcosina, “quaglia” diciamo…

E ques’anno si presenta con una lista impressionante di film da vedere, imperdibili.

Fra tutti, questo “strano oggetto misterioso”, Red Lights. Dovevo andarlo a vedere un’ora fa, ma il cinema da me “prescelto” è momentaneamente chiuso per “manifestazioni” che han “abusivamente” preso d’assedio il parcheggio. Quindi, dovevo “metter” la macchina a 3 chilometri di distanza. Si fotta(no)!

C’è tempo per guardarlo.

Ecco poi tutta la lista… (im)parziale.

 

   

Tutti presentabilissimi questa volta, d’ottime credenziali di registi non proprio cazzoni.

E, vedi un po’, potrebbe anche vincere l’Oscar per L’orlo argenteo delle nuvole.

Ah, che stagione fertile del nostro amore per il Bob.

Spariamoci questo “trip”.

Spadaccini, adoriamo la sua “scimitarra”.

“Schitarriamo”. E dire che, nelle ultime pellicole, mancò solo che “scatarrasse” e avevamo completato la “cataratta” di filmacci da “rutto” con il “Nun se pò vede’!”

Tanto che in molti, più amanti delle moto, gridarono: “Bob, hai rotto! Prima eri rombante, proprio un combattente, adesso come tutti sei stato trombato! Oh, sei pure tu un vecchietto! Fuori dalle balle, i giovani ballano! Sei solo un ripetente del carisma che fu. Furbone!”.

E invece no. Il Bob, quando meno te l’aspetti, è di nuovo a spettinarti e a “imbambolarti” d’ammirazione sfrenata.

Sfodererà, però di “vizietto” a cascarci, la mega-cazzatona cosmica che lascia scioccati, Grudge Match.

La storia di “Rocky Balboa” e “Jake La Motta” che se le daran di santa ragione.

Ragione? Forse…

Questo è De Niro! “Ascoltatelo!”:

   Tagli crepuscolari con l’accetta

Sceneggiato da David Mamet, forse l’ultimo capolavoro di John Frankenheimer.
Con un cast stellare su malinconie d'”inseguimenti” accecanti nel “mozzafiato” senz’attimi di tregua, col Cuore in gola e la pellaccia da salvare. Costi quel che costi (lucro, missione mercenaria assoldata al “sorpassato” ma morale codice del samurai), “scavato” nei volti antichi d’uomini rocciosi e rabbiosi, amaramente “dolci” proprio nell'”acquiescenza” liquidissima d'”aforismi” dissacranti buttati lì, forse per noia, per troppe “coscienze”, per disillusioni insopprimibili come le ruvide, intagliate pietre d’asfalti imbruniti nella polvere, da spari soprattutto, e di mitragliatrici “sguinzagliate” a detonar “repentine” ma “calibrate”, come rapacissimi segugi notturni d’una Parigi “offuscata” nel sonno del dormiente caos cittadino di mattine ombrose dalla “tranquilla monotonia” borghese, mercatini e cascine intrecciate alla “topografia” del casino della nostra esistenza, ripresa dall’alto, dunque nelle sue viscere più incandescenti e “malavitose”, spiata e indagata con sottigliezza d'”irrimediabile” mestizia però vigorosa, morsa e “corsa” dentro le viuzze e i (rag)giri furbi, tortuosi, doppiogiochisti delle palpebre. Vedono, sanno, sudano, non dicono, esangui combattono.

Tutti soli e senza Dio, senza Sole forse. Agiscono perlopiù di Notte, già. Quando tutto, “tramontando”, s’accheta per istanti che aspettano solo la guerriglia urbana di chi fa lo “sporco lavoro” stipendiato per rischi “rampanti” e segretezze “annodate” sotto la patina (im)percettibile d’occhi “sinceri”.
O serpenteschi?

Un parterre di “agenti speciali”, una valigetta misteriosa…

Hitchcock coniò il termine, dunque l'”inizio” di tutta l’enfasi, il cosiddetto MacGuffin, pretesto narrativo e dunque “tramico” per imbastire l’azione nel suo punto “nevralgico” o solo a distrarci da e con un obiettivo capzioso, d’una pista che “falsifica” le vicende, è all’origine nascosta del complotto e dei destini, è lo “sfondo” fittizio d’una fitta rete di trame e inganni. Di amici, nemici, donne fatali e traditrici, di compagni bugiardi che (non) scopriranno le carte troppo presto.

Se… ironizziamo un po’, al televisivo MacGyver “bastava” un coltellino per cavarsi dagli impacci, sopravvivendo d’ingegno “ingenuissimo”.
Frankenheimer viene da una Scuola “un po’” più realista e allestisce proprio un’intelaiatura che, di primo impatto, si coglie adrenalica e “thrillerante“, ma che ha le sue ragioni proprio in un polar più “freddo” dei gialli di Alfred.

Ne perdiamo le tracce sullo sfondo della Torre Eiffel che occhieggia birichina, sulle innumerevoli battute da tenere a memoria, di cui perderemo il conto…
Anche quando un “triste” Jean Reno stringerà la mano a De Niro, dopo una tesissima avventura in cui, forse, sono ancora “vivi”, ancora sconosciuti d’identità (mai) con-fidate.

Ti rendi conto che esiste qualcosa oltre a te stesso che tu hai bisogno di servire?

Sono tutti amici finché non arriva il conto da pagare.

 

 

 

“Grudge Match”, rancori mai assopiti

Non so se sia “pertinente” inaugurare con un film che tutte le carte (non) in regola per “elevarsi” a “stra(s)cult“.

Ma così è, così va oggi.

Scontro “a perdifiato”, vista l’età senile avanzata, fra un peso massimo e uno medio. Campioni a modo loro della recitazione. Lo “stile” secco che non bada a fronzoli di Stallone, labbro pendulo, e quello più sofisticato di Bob De Niro, oggi “ripiegato” a piegar gli angoli della bocca per cavarsela, con “mestiere”, dagli impacci.
E spiaccicarsi in un’Arte che c’era…

Ma tant’è, discutiamo, argomentiamo, non mentiremo, dissertiamo di tal “megastronzatona” prossima e (av)ventura. Ne calcoleremo i meriti alla sua uscita, prevista per il 2014.

Due ex pugili, giunti all’età appunto della pensione, hanno “a cuore” ancora uno scopo. Fottersi di pugni, perché a uno dei due non va giù esser stato messo al tappeto.

Memori, autobiograficamente, di Rocky Balboa e di Jake LaMotta, una commedia agrodolce-“melodrammatica” da “groppo in gola”.
Attendiamo “febbricitanti”, sapendo che della “partita” farà parte, anzi sparring partner, la bionda Kim Basinger.

Sotto l’egida della Warner Bros, per la regia di Peter Segal, ecco la prima storyline: a pair of aging boxing rivals are coaxed out of retirement to fight one final bout.

 

 

 

“Moonrise Kingdom”, recensione di Davide Stanzione

 

   L’ottavo film di Wes Anderson, presentato nei giorni scorsi in anteprima a Lucca e già film d’apertura dello scorso festival di Cannes, è un ulteriore tassello di un quadro d’autore che riscopriamo ogni volta sempre dolente e sempre originale, che non può non trovare la sua ragion d’essere nell’ostinata ma mai estenuata ripetizione di se stesso, di una maniera che non è mai calco pittorico, di un’estetica peculiare perfettamente riconoscibile ma che difficilmente riesce a stancare o a risultare addirittura satura. A prescindere che flirti col road movie o con la saga familiare, con la screanzata avventura acquatica o con la dolcissima ritrattistica di un goffo e dolce bestiario umano, l’incanto di Wes è sempre lo stesso, un sentiero periferico in cui perdersi ogni volta in modi uguali e diversi.

È la lieve commistione dei toni, il dramma di una malinconia in controluce che si congiunge con la comicità impacciata e involontaria di personaggi amabili: come il trucco sbavato di una tredicenne, come il costume da corvo un po’ fuori posto a una recita scolastica di una ragazzina che sta palesemente sbocciando come donna e che vediamo costretta in ambiti che ci appaiono un po’ forzati; come l’abbigliamento da Cachi Scout di un ragazzino ben lontano da una forma anche lontanamente accettabile di virilità.

Racconta di una fuga, Moonrise Kingdom, come ci ricorda l’immondo sottotitolo italiano. La fuga di due piccoli adulti (e dello stesso Wes) da un mondo di grandi, di borghesi piccoli piccoli un po’ conformisti e tanto ipocriti, il sogno paradossale di un amore fuori dal tempo e dalle regole. Anderson dà l’idea di interessarsi prettamente ai suoi due adolescenti eccentrici e privi di centro, alle loro fragili dubbiosità, a scambi di battute che rivelano un disagio generazionale che, a questo punto del suo Cinema, potrebbe anche sembrare autoreferenziale ma che non lo è. Di fatto è sostanza, è carne di un’estetica che, in quanto terribilmente e meravigliosamente  autoriale e autoritaria verso se stessa, non può che ripetersi, cercare nuove chiavi di lettura e aprire nuove porte rispetto a mondi già esplorati.

La dialettica dei primi piani incrociati tra Sam e Suzy fuggiaschi d’amore rimanda ovviamente a quella de I Tenenbaum, quella dei fratellastri Gwyneth Paltrow e Luke Wilson accomunati da un amore tanto inespresso quanto potenzialmente incestuoso e deleterio che non a caso viene solo vagamente sognato, tra una sigaretta segreta fumata di nascosto in bagno e dei propositi autolesionistici in un lavandino.
“Vorrei vivere in un film di Wes Anderson”, cantavano “I Cani” nel loro sorprendente album d’esordio di nome e di fatto.

“Inquadrature simmetriche e poi partono i Kinks. […] E i cattivi non sono cattivi davvero/ e i nemici non sono nemici davvero/ e anche i buoni non sono buoni davvero/ proprio come me e te…[…] Vorrei l’amore dei film di Wes Anderson, che è tutto tenerezza/ e finali agrodolci…”.

Neanche in Moonrise Kingdom abbiamo cattivi espressamente manifestati, ma solo ostilità vagheggiate, vedi l’assistente sociale di Tilda Swinton che se la prende col capo scout Edward Norton, adulto che fa il bambino in una divisa da cretino (mentre i bambini dal canto loro fanno i cretini in divise da adulti), e lo sceriffo Bruce Willis, o i genitori di Suzy dagli attriti non troppo mal celati, interpretati da Bill Murray e Frances McDormand, che si sussurrano nell’ombra l’intimità e la sincerità che avevano dimenticato e rimosso. Ritrovandola, forse, senza superpoteri improbabili come un binocolo per guardare più lontano ma con la semplice messa in gioco degli affetti, dei loro pensieri taciuti e non rimossi. L’amore (per così dire) maturo, insomma, mentre contemporaneamente  su una spiaggia si consuma quello di due bambini che scoprono il mondo, che mischiano palpatine, baci, sabbia e dei ti amo tenerissimi e ridicoli, ma di una verità sconcertante (che forse, è in fondo l’intima e lacerante verità propria di tutto ciò che è o appare ridicolo).

I bozzetti illustrativi di Wes lasciano come sempre il posto al brivido epidermico, con sincerità disarmante, mai artefatta, mai programmatica. Moonrise Kingdom è un film che se ne infischia di piacere a tutti, che ha la sua scena madre in un twist impacciato e frenetico sulle note di un romanticissimo brano francese. L’ennesimo film bello bello in modo assurdo di un giovane regista texano che continua a essere un pervicace alieno non conformato, non inquadrabile, meravigliosamente fuori posto e fuori dal mondo.

 

Il Cinema di Wes Anderson ha ormai raggiunto la statura emotiva e la definitiva grazia superiore di una lacrima che si congiunge a un sorriso: lo si può odiare per la sua fastidiosa inconsistenza, per la sua calligrafia (solo apparentemente) di facciata o amarlo per le sue atmosfere buffe e malinconiche. Essendo un Cinema di spleen salingeriano e reclusione/esclusione di anime elette, d’emarginati e sensibilità fortissime, è difficilissimo che incontri favori generalizzati, quasi impossibile che non desti perplessità. E, d’altro canto, è altrettanto improbabile nutrire nei suoi confronti sentimenti intermedi. Scinde i cinici dai sognatori, si potrebbe dire: un’affermazione che è senza dubbio una riduzione ingenua e semplicistica della realtà, ma che a pensarci bene non è poi così insulsa e forzata.

 

Dream Land, Davide Stanzione, lo stellare Willis Bruce

Davide Stanzione è nato a Erice (TP) il 27 Aprile 1993. Giovane cinefilo, autore di sceneggiature per corti e saltuariamente anche attore, è redattore della rivista web “Point Blank – La più corta distanza tra il bene e il male”, e collaboratore del sito posthuman.it. Dal 2010, è blogger di Cinerepublic, il sito del settimanale di cinema “FilmTv”, e attuale amministratore della pagina facebook SettimaArte, dove cura approfondimenti sulla Storia e le poetiche del cinema e recensisce opere all’interno di percorsi filmici e monografie.

 

Lui sarà la nostra nave-vascello del suo Bruce Willis. Sì, forse non lo sa, ma io lo vedo così, willisiano, di sorriso “gaglioffo”, spavaldo e guascone, irriverente oltre il “consentito” quando può permetterselo, e versatile amante del Cinema, poliedrico di recensioni che spazian fra la durezza pura e la granitica presa di posizione anche stupefacente quando “sdrammatizza” le opere più serie.

M’ha garantito che esordirà, su questo sito, con un’opinione fantastica sul nuovo Wes Anderson:

Qui, lo vediamo” in tiro”, reduce dall’umorismo sofisticato di Wes in zona Red.

 

 

Neige Rouge – Tribute to Takeshi Kitano

Qual modo migliore d’ospitare l’illustre Mario, col suo splendido concerto in onore a Takeshi Kitano?
Musica per le nostre orecchie, cinefila e sublime, sinuosa e insinuante nelle emozioni.

 

NEIGE ROUGE – Tribute to Takeshi Kitano from Mario Carta on Vimeo.

 

Links, locali lindi

Ogni sito ha i suoi collegamenti.

Eccone alcuni:

www.geniuspop.com/blog, sempre mia creazione e joint. Fantasmagorici aneddoti sulla Settima Arte e non solo.

www.stefanofalotico.com, vetrina delle mie opere e dei miei capolavori.


Siamo dei ronin… 

 

Au revoir…

 

Mockumentary, Stefano Falotico

Stefano Falotico, nato il 13 Settembre del 1979 in una località forse amena o forse sperduta. E mai perirà.

Indagatore, artista, cinefilo, letterato, autore infatti di numerosi capodopera, “Una passeggiata perfetta” (Joker Edizioni), “Hollywood bianca”, “Frankenstein”, “Noir Nightmare – L’ombra blu del fantasma” (Albatros Il Filo), di un “Dizionario dei film 2011” (coautore Valerio Vannini, eminente saggio di veneranda età solo all’anagrafe ma più giovane del vecchiume generale e moralista odierno che tanto va “per la maggiore”) e, al momento, di altre due bizzarrie pubblicate col selfpublishing di Lulu, “Nel neo(n) delle nostre avventure” (assieme al nostro Davide Stanzione) e “Uragani nella tempesta, Sean Penn e il Cinema springsteeniano”.

Si considera uno degli ultimi maledetti, un “birbante” Genius la cui storia eccentrica è (i)scritta e incisa nei suoi lineamenti profondi e palpitanti di vita.

Ha vari angeli che lo proteggono e lo redarguiscono quando l’umore scende e l’anima cala troppo melanconica.

   Qui, il nostro Falotico è proprio Sean Penn, con Ben Stiller che fa finta di scrutarlo ma prima l’ha indagato.

Infatti, si sbircerà da sé (speriamo di non sbucciarci), raccontando pian piano, “a ritroso”, la sua leggenda.

 
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