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AMABILI RESTI (The Lovely Bones) di PETER JACKSON, recensione

the lovely bones poster

Un Jackson forse minore con una strepitosa Saoirse Ronan. Un film comunque delizioso, malgrado sia sostanzialmente un horror. La Ronan qui fu superba, oggi è delightful. Poi, diciamocela, ora ha due gambe da favola, non nera. Gran figa da paura!

Oggi parliamo di Amabili resti (The Lovely Bones).

Distribuito sui nostri schermi in data 5 Febbraio 2010 dopo la tiepida accoglienza ricevuta oltreoceano.

Ebbene, in seguito all’ambizioso e faraonico King Kong, Peter Jackson spiazzò nuovamente tutti. Perfino i suoi fan. Poiché per l’appunto, dopo l’altissimo budget impiegato per la realizzazione del suo colossal succitato, anziché proseguire immediatamente verso la grandeur produttiva, decise di dirigere un film minimalista, spendendovi di tasca sua, assieme alla Dreamworks, soltanto 65 milioni di dollari. Cifra comunque alta ma ridicola se messa ovviamente a confronto con titanismi finanziari come lo stesso King Kong e la sua fastosa saga storica de Il signore degli anelli.

Per Amabili resti, Jackson optò per il sorprendente adattamento del romanzo omonimo di Alice Sebold. Curandone come sempre lo script, sorretto in fase di sceneggiatura dai suoi immancabili compagni di penna fidati e affidabili, cioè Fran Walsh & Phillipa Boyens.

Allestendo uno spettacolo dal minutaggio ragguardevole, equivalente a due ore e un quarto, certamente però del tutto inferiore ai suoi usuali standard che si aggirano attorno alle tre ore e oltre.

Amabili resti, così come sopra accennatovi, fu severamente stroncato dalla Critica statunitense. Parimenti, scontentò gran parte del pubblico che rimase alquanto interdetto dinanzi a questo strano oggetto cinematografico fortemente inquietante e al contempo misticheggiante, in zona new age leggermente dolciastra, stilisticamente e diegeticamente indeciso se intraprendere con schietta ed equilibrata poetica una direzione precisa. In quanto forse non sempre appassionante nel suo sbilenco oscillare e ondeggiare incertamente fra l’essere un crimedrama convincente dalle cupe tinte nere, echeggiante perfino atmosfere da Il silenzio degli innocenti, e un thriller dalle metafisiche venature fantastiche probabilmente non del tutto coese in un’omogenea registica prospettiva dallo sguardo cristallino, netto e deciso.

Trama, sintetizzata all’osso (è il caso di dirlo):

siamo in Pennsylvania, nel 1973. Veniamo subito immersi in una dimensione famigliare felice e serena in cui assistiamo al quieto scorrere della vita normale e borghese della famiglia Salmon, costituita dal padre ragioniere Jack (Mark Wahlberg), appassionato di modellismo di galeoni in miniatura, dall’avvenente sua moglie Abigail (Rachel Weisz), amante della lettura dei classici della letteratura, e dai giovanissimi figli fra cui l’adolescente quattordicenne peperina ma timida Susie (Saoirse Ronan). Innamorata perdutamente del suo compagno di scuola, il moro Ray Singh (Reece Ritchie). Nel mezzo, anche l’affettuosa nonna Lynn (Susan Sarandon), sempre prodiga di buoni consigli da dare alla sua nipote pupilla, cioè Susie. Incombe poi un clima via via tetro fino al deflagrare d’una tragedia mostruosa.

Di lì a poco, infatti, quest’armonia perfetta viene distrutta dalla macabra uccisione e dallo stupro ai danni della povera Susie da parte dell’insospettabile vicino di casa, George Harvey (Stanley Tucci).

Susie è sospesa in una sorta di limbo al di là della vita terrena nel quale, come una presenza fantasmatica, traumatizzata e non immantinente cosciente di quanto nefastamente accadutole terribilmente, vaga angosciata in tale particolare purgatorio variopinto.

George Harvey sarà incriminato per il suo osceno reato?

Amabili resti è un film amabile o disprezzabile, meritò di essere stato un flop oppure andrebbe quanto prima rivalutato, col senno di poi, più obiettivamente?

Nella prima ora funziona benissimo e Peter Jackson, memore del suo eccezionale lavoro visivo, compiuto con gli spettri di Sospesi nel tempo, ci stordisce, ammalia e delizia con un paio di trovate davvero non male.

Storie simili le abbiamo già viste, vagamente, in molte pellicole a tematica affine. Emblematici, in questo senso, i film Ghost Il sesto senso. La voce narrante, semi postmortem della protagonista principale, ovvero proveniente da un indefinito oltretomba onirico, potrebbe inoltre ricordare lo stratagemma narrativo del racconto a mo’ di analessi, reminiscente alla larga Viale del tramonto di Billy Wilder.

Però, dopo una prima parte tesa e compatta, incalzante e dal ritmo serrato, il film lentamente perde la sua forza perturbativa, perdendosi in una messa in scena troppo indulgente verso un ricattatorio, catartico buonismo melenso poco in linea, quindi stonato, rispetto alle premesse thrilling del suo nerissimo incipit.

Saoirse Ronan, comunque, è bravissima. Sono trascorsi solamente circa dieci anni dalla sua mirabile prova in Amabili resti e, oggi, la Ronan è divenuta una delle giovani attrici, non ancora trentenni, più belle, affascinanti e ipnotiche del Cinema hollywoodiano.

Guardando difatti la sua prova in Amabili resti era piuttosto visibile ed evidente il suo immane, naturale talento recitativo veramente impressionante.

Forse, a conti fatti, è la vera nota di merito indiscutibile di un film parzialmente riuscito, quindi sbagliato. Scisso, come detto e qualitativamente parlando, in due tronconi bipolari, considerevolmente e negativamente scollati fra loro.

Come si suol dire, Peter Jackson, nel corso della narrazione da lui trasposta in immagini naïf talvolta grondanti retorica un po’ indigesta, ha perso aderenza al terreno. Scivolando in un finale banale e stucchevolmente zuccheroso.

Peccato. Perché Amabili resti, se avesse prestato fede, in termini puramente cinematografici, al notevole impianto del suo segmento iniziale, brillante e al contempo raccapricciante, emanante adrenaliniche sensazioni di tremenda paura a fior di pelle, sarebbe stata l’ennesima perla di un regista pressoché intoccabile e senza dubbio assai coraggioso e geniale.

Stanley Tucci fu grandemente acclamato per la sua performance del serial killer pedofilo e guadagnò una nomination all’Oscar come miglior attore non protagonista. Ma a noi è apparsa di maniera.

 

di Stefano Falotico

amabilefalo

 

KING KONG, recensione del (quasi) capolavoro di PETER JACKSON

naomi watts king kong

Quasi capolavoro, togliamo il quasi o lasciamolo. Resta il fatto che Jackson, con questo King Kong, realizzò il suo film più bello in assoluto, anzi, il suo film. Anche se Jessica Lange è più figa rispetto a Naomi Campbell? No, alla Watts, elementare, miei Watson e lupi di mare. Ah ah.

Ebbene, oggi parliamo di un film magnifico. Forse uno dei film più epici degli anni duemila, oltre che commoventi. Ovvero il roboante ed elegantissimo, mastodontico e monumentale (sotto ogni punto di vista) King Kong di Peter Jackson.

Peter Jackson, signore e signori, l’hobbit vivente, un uomo immarcescibile, perennemente intraprendente, registicamente. Potremmo dire, il “factotum” della superba trilogia epocale de Il signore degli anelli, l’autore di perle imperdibili per cinefili di razza e d’eccezione, cioè Creature del cieloSospesi nel tempo, l’ingiustamente bistrattato e ancora sottostimato Amabili resti. Senza ovviamente dimenticare le sue folli e al contempo strepitose e visivamente spericolate opere prime davvero mirabolanti ed esagerate quali Fuori di testa e Splatters – Gli schizzacervelli. Il genio intuitivo che ebbe il talento di scoprire magicamente Neill Blomkamp. Finanziandolo affinché generasse e plasmasse uno dei più bei film entusiasmanti di Sci-Fi sui generis di sempre, vale a dire District 9.

Anzi, ci correggiamo, fantascienza levigatissima e cesellata in maniera sopraffina e coltissima, mascherata da rielaborato Cinéma vérité avveniristico, figlio d’una mente cineastica (quella di Blonkamp) ingegnosamente pindarica e futuristica.

Magmaticamente eruttiva in forma creativa quasi quanto quella del suo padre putativo di natura finanziaria e naturalmente artistica. Sì, Peter Jackson. Chi, sennò?

Cosicché, l’immenso Jackson, dopo essere riuscito nell’impresa immane di trasporre in immagini la fantastica saga fantasy di J.R.R. Tolkien, ripescò dalle sue memorie e dal/il suo sogno nel cassetto, il cinefilo desiderio più personale e segretamente intimo.

Cioè rifare e adattare, a piacimento, il suo mito cinematografico dell’infanzia, il suo adoratissimo e venerato King Kong. L’indimenticabile capolavoro intoccabile e sempiterno di Ernest B. Schoedsack & Merian C. Cooper, entrato immantinente, già nel remoto e quasi ancestrale 1933, nel collettivo immaginario di chiunque, emozionando generazioni di ogni età. Mantenendo indissolubilmente la sua nomea inscalfibile e totemica.

Dimenticando dunque il remake di John Guillermin, prodotto da Dino De Laurentiis con Jessica Lange, oppure forse qua e là perfino sottilmente attingendone, soprattutto nelle sue inevitabili, piuttosto marcate allusioni bestialmente erotiche, Jackson si cimenta con un caposaldo mai tramontato del Cinema e, tout-court, della cultura pop. Il King Kong di Guillermin era evidentemente ricolmo, in modo alquanto esplicito, di rimandi chiarissimi all’eterna favola immortale della leggenda della bella e la bestia, a sua volta intrisa di poco velati richiami a una profondissima, primitiva animalità insita nell’uomo sin dai primordi del genere umano stesso. Una sensualità torbidamente peccaminosa, ammantata dolcemente di perturbante romanticismo selvaggio e sfrenato, vivida emanazione, apparentemente a noi disincarnata, della nostra anima istintivamente, mostruosamente, irrefrenabilmente taciuta e inesplorata, inconsapevolmente silenziata e poi riaffiorante in sacrosanta, carnale ferocia proibita e arcaica.

Trama, ispirata e assai simile al Kong del 1933, però da Jackson (anche sceneggiatore assieme ai suoi fidi Fran Walsh e Philippa Boyens) reinventata in modo fantasmagorico:

siamo nella rutilante New York temporalmente identica all’anno appena sopra scrittovi, nell’era della Grande depressione. Dopo un intenso incipit nel quale Jackson incede in morbide inquadrature ai clochard, c’appare la bionda Ann Darrow (Naomi Watts) che si sta esibendo in un teatro sgarrupato e oramai frequentato da pochissimi spettatori, perlopiù poveri e ubriachi. Ann è una decaduta attrice di vaudeville. Presto perde la sua occupazione e, in istrada, viene fermata e approcciata dal tarchiato Carl Denham (Jack Black). Un ambizioso regista con strambe, però non malvagie, idee visionarie, in rotta coi suoi produttori in quanto la sua eccentricità mal si abbina alle necessità commerciali dei suddetti suoi superiori.

Disperato e anch’egli sull’orlo del fallimento, offre la cena alla bella Ann. Soprattutto, senza troppi panegirici, la persuade a divenire la protagonista assoluta della nuova, bislacca pellicola che dovrà girare in un’isola incontaminata. Dapprima, la timida e ritrosa Ann, affetta da patologica disistima, declina con estrema cortesia. Sta per congedarsi educatamente quando viene involontariamente, definitivamente convinta da Carl. Innanzitutto, Carl l’esorta con gentilezza a riflettere seriamente sulla sua interessante, innovativa proposta che le potrebbe garantire il riscatto socio-professionale per cui Ann, in cuor suo, ambisce da una vita, speranzosamente.

Ann, inoltre, accetta poiché Carl le dice che l’autore del copione del suo film è firmato dal raffinato e talentuoso Jack Driscoll (Adrien Brody), un artista drammaturgo che lei ammira sconfinatamente.

Al che, Ann e Carl, assieme alla sua piccolissima troupe, invero formata quasi esclusivamente dal giovanissimo, personale assistente di quest’ultimo, Preston (Colin Hanks), da un attore che sembra un Gary Cooper dei poveri, Bruce Baxter (Kyle Chandler), e dal suo inseparabile amico, il veterano Herb (John Summer), s’imbarcano sulla clandestina nave cargo dal nome SS Venture. La cui pittoresca ciurma è capitanata dal misterioso e burbero, eppur fascinoso Englehorn (Thomas Kretschmann). Sull’imbarcazione era presente, quando essa ancora ormeggiava nel porto, Driscoll. Che non è riuscito a far in tempo a lasciare il vascello prima che esso prendesse il largo, avviando la sua intrepida navigazione lungo le abissali, torbide acque marine dell’Oceano Pacifico.

Di lì a poco, il capitano apprende, con suo sommo stupore e forte turbamento, che Denham l’ha ingannato poiché vuole recarsi verso una rotta indefinita. Cioè, tutt’altra destinazione rispetto alla meta per cui Englehorn era stato assoldato dal regista.

Infatti, Denham vuole raggiungere l’Isola del Teschio, un luogo su cui pare che non abbia mai messo piede l’uomo, un’isola non contrassegnata su alcuna mappa ufficiale.

Nel frattempo, fra Ann e Driscoll scocca la scintilla dell’amore. Dopo varie peripezie, durante una placida notte, il cielo si scurisce e la nebbia di colpo s’infittisce. Le acque del mare cominciano vorticosamente ad agitarsi turbolentemente e la nave si schianta furentemente, fortunatamente non in modo gravemente deleterio, contro dei duri scogli rocciosi situati ai piedi dell’isola suddetta realmente esistente.

Englehorn e i suoi uomini esortano Denham e i suoi amici a non scendere dalla barca. Tenta di dissuaderli, lanciando loro allarmanti moniti ma Denham non resiste alla tentazione di esplorare Skull Island ugualmente.

L’isola pare disabitata e semplicemente suggestiva perfino a livello architettonico e ambientale. In quanto porta i segni di una civiltà antichissima all’apparenza scomparsa ed estintasi. Denham e gli altri arrivano nei pressi di un’altissima muraglia inquietante.

Ecco, vi abbiamo già svelato e narrato troppo in merito all’avvincente intreccio. Non vogliamo sciuparvi le mille, terrorizzanti e al contempo eccitanti, rocambolesche, avventurose sorprese narrative che l’inventiva immaginazione fervida di Jackson partorì per il diletto dei suoi tanti ammiratori.

In fondo, la storia di King Kong la conosciamo un po’ tutti. A grandi linee, è uguale a quella già vista per l’appunto al Cinema o forse no. Chissà…

Ora smentiamo molte approssimative dicerie sul conto del King Jong di Jackson. Molti asseriscono, in maniera incommensurabilmente erronea, che il film sia stato, ai tempi della sua uscita nelle sale, un parziale insuccesso. Niente di più falso. Il film rappresenta, a tutt’oggi, uno dei maggiori incassi nella carriera di Jackson e una vetta, a livello di botteghino, per la Universal Pictures.

King Kong vinse tre meritatissimi Oscar fra cui quello per i migliori effetti speciali visivi. Sebbene sia stato snobbato, questo sì, dagli Academy Awards per quanto riguardò le categorie principali. Venendo altresì premiato in quelle tecniche più importanti.

La colonna sonora di James Newton Howard non è pomposa ma suadentemente melodica e piacevolmente ipnotica. Mentre la fotografia di Andrew Lesnie è infinitamente maestosa.

Andy Serkis, oltre a interpretare un magistrale Kong grazie alla motion capture, si sdoppia nel ruolo di Lumpy in modo fenomenale, ecletticamente prodigioso.

Il King Kong è poesia pura che, nella parte introduttiva, ammicca addirittura all’altrettanto fastoso Titanic di James Cameron.

Ai cinema è uscito nella versione di tre ore e 7 minuti ma, come sappiamo, esiste una recente director’s cut, versione estesa, possibilmente ancora più potente di quella distribuita mondialmente.

Nel suo eterogeneo, stellare cast, Jamie Bell (Billy ElliotRocketman).

Forse, le uniche colpe e note innocuamente dolenti che si possono imputare al titanico, per l’appunto, King Kong di Peter Jackson, sono le eccessive, tronfiamente spettacolari e superflue, abbondanti scene di mezzo coi dinosauri simil-Jurassic Park spielberghiano in cui la CGI qua e là pecca un po’.

Per il resto, niente da eccepire. Malgrado alcune lungaggini e un pre-finale leggermente ripetitivo e tedioso che andava accorciato, il King Kong di Jackson è indiscutibilmente uno dei più grandi film degli ultimi vent’anni e, finalmente, ci dona in maniera sfolgorante uno spettacolo ammaliante e struggente senza pari. Restituendoci quell’apoteotico senso del meraviglioso e del liricamente inebriante per cui lo splendido mistero della magia del Cinema è nato e, speriamo, perennemente durerà.

Abbiamo bisogno come non mai del ritorno di Peter Jackson.

Ribadiamo, il Cinema è il più bello spettacolo del mondo e Jackson ne è degno condottiero, impareggiabile maestro.

king kong peter jackson

di Stefano Falotico

 

OSCAR 2021, previsioni sui candidati – Spero, in cuor mio, che vinca ANTHONY HOPKINS ma ne dubito

This image released by Sony Pictures Classics shows Anthony Hopkins in a scene from "The Father." (Adam Hinton/Sony Pictures Classics via AP)

This image released by Sony Pictures Classics shows Anthony Hopkins in a scene from “The Father.” (Adam Hinton/Sony Pictures Classics via AP)

Ebbene, secondo normale consuetudine, come ogni anno saranno presto annunciate le candidature ai nuovi Academy Awards, ovvero le ambite nomination riguardanti i film, gli attori e i registi che gareggeranno alla prossima manifestazione degli Oscar.

Per l’esattezza, la novantatreesima.

Qui però dobbiamo ovviamente sottolineare, come già ben saprete, che quest’anno le nomination verranno annunciate più tardi rispetto all’usuale tabellino di marcia, ovvero il 15 Marzo. Di conseguenza, per i disagi inerenti, ahinoi, il nefasto Covid-19, l’edizione della Notte delle Stelle è stata posticipata in data domenica 25 Aprile. Riallacciandoci a quanto appena scritto, che dire? Innanzitutto, il 2020 è stato un annus horribilis, naturalmente non soltanto per la Settima Arte. Può certamente apparire superfluo rimarcarlo e ancora evidenziarlo ma il 2020, a causa per l’appunto dell’assai disdicevole situazione pandemica purtroppo ancora imperante dappertutto, è stato un anno, potremmo dire, limitato per quanto concernette la fruizione del Cinema, impedendo giocoforza a molte pellicole di uscire, sui grandi schermi, regolarmente. Un anno minato sensibilmente nell’ordinaria amministrazione, diciamo, dello spettacolo più bello del mondo. Nonostante ciò e malgrado tutto, il Cinema ha comunque resistito e, comunque sia, bei e grandi film abbiamo potuto ammirare ugualmente, in streaming e non.

Dunque, la forte concorrenza fra le pellicole che si contenderanno lo scettro di Best Picture non è stata lesa e la bellezza del Cinema è rimasta pressoché intatta, sebbene non poco violata…

Secondo i rumors provenienti dai maggiori siti specializzati, per l’appunto, nelle cosiddette previsioni in merito ai futuri candidati all’Oscar, insomma, stando alle voci di corridoio che circolano insistentemente presso gli addetti ai lavori e gli esperti allibratori, la pellicola più accreditata per ottenere numerose nomination è lo splendido, da noi acclamato, Nomadland di Chloé Zhao, seguito a ruota dall’altrettanto straordinario Mank di David Fincher e da Il processo ai Chicago 7 di Aaron Sorkin. È dunque palese che questi tre film se la batteranno senza esclusione di colpi e che la Zhao, Sorkin e Fincher saranno rispettivamente nominati nella categoria di Miglior Regista. Per quanto riguarda invece i migliori attori, è ovvio che il compianto, tragicamente scomparso Chadwick Boseman di Ma Rainey’s Black Bottom entrerà non solo nella cinquina dei candidati, bensì con molta probabilità vincerà, postumo, la statuetta. Un riconoscimento dovuto e forse anche giusto. Poiché la sua ultima prova attoriale è superba ed esula da discorsi solamente omaggianti la sua memoria. Da lassù, però, dovrà vedersela con lo strepitoso Anthony Hopkins di The Father e con Gary Oldman del succitato Mank. Passando invece alle migliori attrici, il nostro tifo va per Frances McDormand. Se dovesse vincere l’Oscar, sarebbe il suo terzo dopo quelli ottenuti per Fargo e per Tre manifesti a Ebbing, Missouri. È in evidente risalita fra le più papabili per la vittoria finale ma attenzione a Vanessa Kirby di Pieces of a Woman, a Viola Davis del sopra citato film con Boseman e a Carey Mulligan di Promising Young Woman.

Non spargete la voce in giro ma, per la categoria di miglior attore non protagonista, noi non nutriamo alcun dubbio.

Deve vincere, sì, siamo imperativi… Sasha Baron Cohen.

 

di Stefano Falotico

 

 

IL PRINCIPE CERCA FIGLIO, recensione

principe cerca figlio poster

Ebbene, oggi recensiamo il sorprendente Il principe cerca figlio con lo strepitoso Eddie Murphy.

Film disponibile in streaming su Prime Video di Amazon a partire dallo scorso 5 Marzo.

Seguito, a distanza di circa trent’anni, del clamoroso cult dell’impagabile John Landis (Una poltrona per due), ovvero Il principe cerca moglieIl principe cerca figlio ne riprende, in originale, l’esatto titolo, cioè Coming to America, ovviamente apponendovi il 2, essendone per l’appunto il sequel. Anzi, a essere più precisi, diviene Coming 2 America. Per cui, in base a un facile gioco di parole di assonanze, secondo la lingua anglosassone, 2 assume il significato di to…

Stavolta diretto da Craig Bewer, classe ‘71. Lo stesso regista del fenomenale  (da noi ottimamente recensito, film però di Netflix) e, naturalmente, con lo stesso protagonista. Eddie, Eddie Murphy, chi sennò?

Dunque, come si suol dire, squadra che vince non si cambia ed ecco allora tornare, in un ruolo minore ma decisamente incisivo, anche Wesley Snipes.

Trama: nella sempreverde e lussureggiante, floridissima Zamunda, Akeem (Eddie Murphy), dopo il suo lungo principato, in seguito alla morte di suo padre (James Earl Jones), viene incoronato signore incontrastato del regno. Assieme al suo inseparabile braccio destro storico (Arsenio Hall), amico da una vita e fido consigliere generoso, al fine di rintracciare e abbracciare suo figlio (Jermaine Fowler), il re Akeem inizierà un picaresco viaggio, in particolar modo esistenziale, ricolmo di colpi di scena esilaranti, che partirà dalla sua “immaginaria” terra originaria per approdare ai Queens, il quartiere dei neri di New York ove tutto ebbe inizio tanti, tanti anni fa.

Akeem è da tempo sposato con Lisa (Shari Headley), dalla quale ha avuto tre figlie ma nessun discendente maschio che possa ereditarne il trono. Akeem è peraltro minacciato dall’infido generale Izzi (Snipes).

A onore del vero, nonostante il planetario successo straordinario riscontrato dal film di Landis, dobbiamo ammettere, con estrema onestà intellettuale, che Il principe cerca moglie, non ce ne vogliano i suoi aficionado incalliti, non è il film migliore di Landis, certamente. Probabilmente, è stato anche esageratamente sopravvalutato.

Valse e vale ancora, soprattutto, per le prove mimeticamente trasformiste di Murphy e Hall moltiplicatisi in vari ruoli da loro stessi personificati dietro magici trucchi all’avanguardia. Il film fu candidato al Best Makeup per opera del maestro Rick Baker (truccatore immenso, vincitore di ben 7 Oscar, artefice degli “effetti”, fra gli altri, di Un lupo mannaro americano a Londra per il suo e nostro Landis).

Azzardiamo quindi ad affermare coraggiosamente che, a dispetto delle aspettative negative riguardo la riuscita di questo sequel, Il principe cerca figlio è invece, possibilmente e paradossalmente, superiore al capostipite. Sì, avete letto bene e la nostra non è una semplice provocazione.

La pellicola di Landis, rivista infatti col senno di poi, c’appare molto datata e piena di battute e gag che, oggigiorno, si rivelano vecchiotte e scontate.

Il principe cerca figlio, chiariamoci, non è un capolavoro ma, nella sua freschezza e nella sua anti-pretenziosa, sobria brillantezza asciutta, forse funziona di più ed è più “moderno”.

Murphy e Hall sono leggermente, fisicamente appesantiti, questo sì, d’altronde sono trascorse tre decadi da allora… Anche qui però si sdoppiano e triplicano con istrionismo dei tempi d’oro.

Sono attempati, sì, eppur conservano ancora una gagliardezza attoriale da far impallidire tutti i comici odierni. Insomma, sono in formissima dal punto di vista prettamente recitativo. Regalandoci risate a gogò, gigioneggiando da par loro con impari bravura entusiasmante.

Perciò, Il principe cerca figlio, nelle sue due ore di durata, scorre che è una bellezza e si lascia vedere molto volentieri. Non annoia mai, intrattiene con gusto e piglio, anzi, alla grandissima piglia…

Malgrado qualche lentezza e alcune sbavature, nonostante a fasi alterne scada in inevitabili sortite nella consueta volgarità eccessivamente goliardica e sboccata, tipica dell’inconfondibile, a tratti insopportabile, mood murphyano.

In questi giorni tristi di Covid-19, Il principe cerca figlio vi donerà una liberatoria ventata di pura aria fresca.

Elargendovi sana, sacrosanta letizia e armoniosa, godibilissima ilarità, diciamo, vivacemente fanciullesca.

Abbiamo bisogno come non mai di allegrezza e di un po’ di divertente spensieratezza. In giro, si leggono pareri discordanti della Critica statunitense in merito a questo film di Brewer. Soprattutto in Italia, la pellicola non è stata molto amata dalla cosiddetta intellighenzia. Che l’ha reputata piuttosto piatta e priva di vera verve.

Salvandola solo in virtù dei suoi numerosi, ottimamente orchestrati numeri musicali. Invece, sbaglia completamente. Ripetiamo, Il principe cerca figlio non passerà alla storia, inoltre si dimentica subitaneamente. Però non è affatto disdicevole.

Anzi, c’auguriamo vivamente che l’oramai affiatato terzetto, formato da Brewer-Murphy e Snipes, c’alletti presto di altri giocosi, euforici gioiellini come questo.

L’inizio de Il principe cerca figlio leggermente tentenna ma poi il film carbura esplosivamente.

principe cerca figlio murphy hall

di Stefano Falotico

 

5 è IL NUMERO PERFETTO, review

5 numero perfetto locandinaScenografie stupende, un Servillo grandioso, una Golino mai così sensuale anche se la sua napoletanità fa schifo, un Buccirosso che vale il prezzo del suo strunz. La Golino, come attrice, fa pena. Comunque, una botta gliela darei volentieri.

https://darumaview.it/2019/5-e-il-numero-perfetto-recensione-film

Oddio, mi sembra così lontano questo tempo, rannicchiati come siamo, per colpa del Covid, in tante zone rosse.
Sì, è passato tanto tempo da queste mie incursioni. Devo dirvi la verità, ero un grande uomo nel 2019. Strepitoso, oserei dire. Adesso, non lo so.
Voglio copio-incollarvi la mia review. Rileggendola, mi son accorto di un paio di refusi che dovrei correggere. Ma non ho voglia di sistemarla. Di mio, non ho mai avuto voglia di essere sistemato. Vedo i miei coetanei ammogliati e soprattutto molli. Ben pagati e con lavori noiosi. Si fanno il culo? So che Valeria Golino ha un gran fondoschiena. Per il resto, ognuno si facesse il lato b che vuole, Valeria si fa ancora lo Scamarcio? Cazzi suoi, anzi, cazzo suo.

In sala da oggi 29 Agosto, la 01 Distribution e Rai Cinema presentano 5 è il numero perfetto, diretto e sceneggiato da Igor Tuveri, in arte Igort, celeberrimo disegnatore, saggista, musicista, romanziere e soprattutto avanguardistico fumettista, qui alla sua prima, affascinante, oserei dire ruspante e verace prova dietro la macchina da presa per l’adattamento e la trasposizione della sua omonima graphic novel di successo.

Sul finire dei vernacolari anni settanta partenopei, il guappo semi-pensionato Peppino Lo Cicero (Toni Servillo) è costretto a vendicare la morte del figlio avvenuta per mano di un sedicente cartomante con l’aria da scugnizzo rockettaro. Incaricato a sua volta dell’assassinio da un boss della camorra dall’identità misteriosa.

Peppino, dopo la tragedia occorsa a suo figlio, il suo bene più prezioso e infinitamente caro, ripristinerà l’arrugginito rapporto con la sua eterna amante di nome Rita (Valeria Golino) e, paradossalmente, spronato a impugnare nuovamente la pistola in cerca di furiosa, spietata, sanguinaria vendetta impietosa, ringiovanirà nell’animo, forse addirittura rinascendo in una sorta di catarsi emozionale ascendente verso un’incontaminata meta paradisiaca. E chi è, in realtà, il suo amico e braccio destro Totò detto o’ Macellaio (Carlo Buccirosso)?

Cosa funziona in 5 è il numero Perfetto

Proiettato in anteprima mondiale alle Giornate degli Autori della 76.a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia ove, appunto, l’abbiamo visto in esclusiva, 5 è il numero perfetto non è certamente un grande film e svanirà presto dalla memoria di chi, come noi, era presente in Sala Perla e anche dalla mente di tutti coloro che in questi giorni o prossimamente lo vedranno sul grande schermo.

Resta comunque un’opera dall’inizio veramente folgorante, scandito dall’inconfondibile timbro vocale d’un Servillo che, essendo originario del napoletano (esattamente, la sua città natia è Afragola), sa rendere perfettamente le inflessioni e le intonazioni dialettali del personaggio da lui incarnato, anzi, spesso vi gioca forzatamente di caricato gusto e, non poche volte, durante i cento minuti di durata della pellicola, fa sì che il suo manierismo interpretativo divori il character da lui personificato. Una simbiotica mimesi attoriale, con tanto di calzante naso iper-adunco posticcio, così carismatica ed esuberante da vampirizzare il film stesso, rendendolo un film servilliano figlio, appunto, più del suo attore-monstre, per certi versi oramai autoriale, considerando il suo coerentissimo excursus filmografico, che del suo vero autore stesso, ovvero Igort. Il cui tardivo esordio alla regia però, va detto e sinceramente riconosciuto, in particolare nella prima mezz’ora, coi due stupendi capitoli Lacrime napulitane e La settimana enigmatica, centra appieno il bersaglio poiché Igort sa riprodurre con fedele purismo pittoresco e straordinariamente figurativo il suo stesso celebrato fumetto, vivificandolo e immergendolo in melanconiche, squallide notti violentemente torpide della Napoli più povera, una Napoli zingaresca popolata da un’umanità volgarmente simpaticissima e irresistibile.

Perché non guardare 5 è il numero Perfetto

Purtroppo, a lungo andare il film perde il suo fascino sanamente naïf sin a precipitare in un finale assai frettoloso e anemico, privo di pathos. E non giovano neppure gli esagerati split screen che compaiono ad libitum da metà pellicola in poi.

Dio santo, che classe che avevo nello scrivere. Sì, fu un periodo magico, irripetibile.
Ragazzi, sono molto triste in questi giorni. Vorrei tornare indietro nel tempo. Ma non si può.
Sapete che vi dico? Questo è proprio un film coi controcoglioni. Sono convinto che potrei girare qualcosa di meglio. Non fatemi girare le palle.
Mi pare ovvio. Sono il Kubrick di Bologna, il mio problema è che persi troppo tempo a bere i caffè. Ho il fegato amaro perché zucchero poco prima di mescolarvi.

di Stefano Falotico

 

LUPUS IN FABULA – Un mio film favolistico, ancestrale, metafisico, super figo, superbo, metaforico e onirico… buona visione

Guardate!

lupusinfabulastefanofalotico

Così come diceva il grande Enrico Ghezzi. Uomo oramai dimenticato in questa società grezza piena di bestie e di uomini che assomigliano all’orso grizzly. Siamo stati raggrinziti, metaforicamente parlando, dal tuttora imperante, iper-ammorbante COVID-19 che sempre di più ci sta terribilmente opprimendo e spaventosamente, lentamente alienando. Ogni nostro impulso vitale rallentando. Avviandoci a una tenebra sovrana che io combatterò con indomita forza leonina delle più potenti. Tutto ciò è aberrante!

Non tutto c’è chiaro in questa storia oscura ed ermetica, in effetti. Noi, puri, con calma appureremo per l’appunto le ragioni nere che, dall’alto probabilmente di nefasti, plebiscitari poteri occulti, c’hanno ottenebrati e incupiti in una vita da zombi, sbattendoci in un’interzona da sepolti vivi a casa, no, rendendoci spettri deambulanti, quasi da asettici ambulatori e ambulanze da carro funebre a causa di decreti legislativi a cui urliamo: ora basta!

Siamo stati per mesi assediati dai poteri forti, assillati e tediati nel mentale stato d’un dormiveglia all’apparenza figlio d’una sanitaria innocenza non del tutto innocua.

Mah… Il dubbio permane e aumentano le ubbie, miei uomini millenaristici oppure retrogradi. Dunque oscurantistici e sempre più, in viso, scuri. Siamo per caso a Gubbio? Non siamo nel medioevo e dunque basta con la caccia alle streghe. Per quanto sopporteremo un governo forse malevolo che vuole perennemente tenerci legati, segregarci e stregarci, sobillandoci con fake news terroristiche e allarmanti, alla nostra incolumità psicofisica subdolamente attentando in maniera scriteriata, sì, matta? Attenti, uomini e donne, rimanete svegli e tenete desta la soglia dell’attenzione.  Molte volpi si aggirano in quelle opache e impolverate, grigissime camere ove si complotta, non poco segretamente, in via d’un reset memore di ere fascistiche delle più nere… Ah, l’uomo nero, il babau della notte. La gente, in preda a incontenibili, (dis)umane rabbie cagnesche, tira fuori i canini e latra, sì, abbaia. Anzi, esagitata e vittima di scompensi psicologici bestiali, non poco ulula. Scambiando il Coronavirus per l’ebola, per la lebbra! È tutta una caccia spietata all’autore de I promessi sposi? No, lasciate stare il romanzo del Manzoni, qui non si dice la verità e abbondano i Don Abbondio. Che vigliaccheria! Mentre un altro tappabuchi, un infame burocratico, è identico ad Azzeccagarbugli. Il vero non può essere nominato, altrimenti anche su Facebook vieni bannato, dagli ignoranti mangiato vivo e mal etichettato, cioè biecamente censurato. Oserei dire bloccato, quasi evirato, nella libertà di pensiero castigato da signorotti cafoni come Don Rodrigo che vi vorranno schiavizzare, a mo’ della povera Lucia, affidandovi all’ambiguo Innominato. Al che, non saremo evirati né ricconi come gli emirati, non so se solo arabi, miei somari. Avremo i soli, no, i soldi per andare a Riccione? Il naso arricciamo, intanto, ma non chiudiamo un occhio solo. Evviva il Sole, però diamoci a virate nel fantasy più dark.

Non più per la beltà della vita ci s’allupa e, impigriti da una vita domestica, c’ubriachiamo mestamente, storditi da tanta lebbra, no, “ebbrezza” fradicia e funesta di leggi immonde e stomachevoli che fanno ribrezzo. Provocano il vomito! Vogliamo la rivolta! Ah ah. La gente non va più alle feste, bensì addomestica i fegati amari in prossimità della cirrosi epatica e dell’ulcera fulminante, tracannando birre a non finire nel rimanere sul vago e scalmanandosi invano, no, dormendosela sul divano. La birra si fa col lupo? No, col luppolo. Mentre Homer Simpson, da tempo immemorabile, non riesce più a cazzeggiare in salotto con in mano un bicchiere sano… Dio santo! In tale situazione di pericolosa emergenza, ecco che dal buio del suo passato da gobbo di Notre-Dame, invero da uomo altamente poetico come Salvatore Quasimodo, sì, il poeta maestro dell’ermetismo da non confondere col “disgraziato” nomen omen, no, omonimo nel cognome, il quale s’innamorò della zingara Esmeralda, sì, un uomo stanco delle zingarate e degli scherzacci da prete, vi salverà da tanto scontento. Che sconcerto, dobbiamo andare ai concerti! Che stanno concertando?

Falò è perlaceo, ovvero un uomo smerigliato, dagli occhi spesso tristi eppur non è più accigliato, bensì lucente e pregiato come il verde più smeraldo. Egli tiene viva la speranza in mezzo a un mondo su cui incomberà, ahinoi, una nuova tragica ordinanza. Egli è un uomo, sì, poetico ma al contempo caotico, in quanto adulatore, no, adoratore della seconda legge della termodinamica, un uomo entropico e ciclopico, oserei dire dalla cultura enciclopedica. Insomma, un tipo falotico, sinonimo di fantastico, un uomo mutevole da Eugenio Montale…

In questo mondo scolorito ricolmo di morti viventi, egli cita letteralmente e vanitosamente una magnifica poesia tratta da Ossi di seppia. Cioè codesta, uomini e donne assiepati negli assembramenti denunciati, no, addormentati e per l’appunto non più lesti né desti. Andate incitati. Dovete eccitarvi! Ah ah.

Ciò che di me sapeste

non fu che la scialbatura,

la tonaca che riveste

la nostra umana ventura.

Ed era forse oltre il telo

l’azzurro tranquillo;

vietava il limpido cielo

solo un sigillo.

O vero c’era il falòtico

mutarsi della mia vita,

lo schiudersi d’un’ignita

zolla che mai vedrò.

Restò così questa scorza

la vera mia sostanza;

il fuoco che non si smorza

per me si chiamò: l’ignoranza.

Se un’ombra scorgete, non è

un’ombra… ma quella io sono.

Potessi spiccarla da me,

offrirvela in dono.

In questo mondo senza sole, uomini e donne, non siete soli, non abbiate paura né timore. Basta con le povere anime obnubilatesi nei pavori, basta col timido pallore, volevo dire vile cuore. Ci vuole furore, ci voleva finalmente, bella o cattiva gente, uomini e donne fetenti, un pavone, sì, un falò di enorme valore! Eccolo qua. Egli è un “mostro”, sì, appartiene alla Monster Universe, non lo sapevate? Un uomo Universal, un uomo redivivo come Dracula, un uomo che vollero sfigurare come la creatura di Frankenstein affinché diventasse una Mummia.

Ognuno sta solo sul cuor della terra,

trafitto da un raggio di sole (l’accento mettetevelo, no, potete anche ometterlo e metterlo, miei ometti, a vostro piacimento, sì, una sola…)

ed è subito sera.

Invece, e fu giorno e fu mattino ed è subito WOLFMAN! Capolavoro!

di Stefano Falotico

 

 

 

POTERE ASSOLUTO, recensione

eastwood potere assoluto

Ebbene, oggi recensiamo un altro straordinario film del nostro amatissimo Clint Eastwood, ovvero Potere assoluto (Absolute Power).

Strepitoso, adrenalinico ed emozionatissimo crimedrama della durata di due ore nette uscito sui nostri grandi schermi a fine maggio del ‘97. Sceneggiato dal grande William Goldman (Tutti gli uomini del presidente, Butch Cassidy, Papillon, Il maratoneta, Misery non deve morire, eccetera eccetera e chi più ne ha più ne metta) che, per l’occasione, adatta l’omonimo romanzo di David Baldacci, Potere assoluto, considerata erroneamente un’opera minore di Eastwood, è invece, come detto, una pellicola magnifica.

L’ennesima requisitoria eastwoodiana, calibratissima e palpitante, diretta magistralmente, da Clint intelaiata in una tesissima storia al cardiopalma grondante suspense coinvolgente, dipanata in una torbida vicenda contorta ricolma d’intrighi morbosi e scabrosi dall’intreccio irresistibile e avvincente, un thriller avventuroso.

Trama: il ladro Luther Whitney (Eastwood) entra di soppiatto nella lussuosa villa del ricchissimo e anziano magnate Walter Sullivan (E.G. Marshall, morto il 24 agosto del 1998, cioè a circa un anno di distanza, neanche a farlo apposta, dalla release italiana di Potere assoluto, qui alla sua ultima, monumentale prova per il Cinema, tralasciando due immediati, successivi tv movie distribuiti negli States). Il furto, studiato come sempre nei minimi dettagli e congegnato millimetricamente dall’esperto e veterano Whitney, va in frantumi in modo del tutto imprevisto. Con suo sommo, eclatante stupore, difatti nell’abitazione di Sullivan fa inaspettatamente irruzione nientepopodimeno che il Presidente in carica degli Stati Uniti. Il quale, in tale fenomenale, intricata storia fantapolitica inquietante e, solo a tratti, complottistica, assume il fittizio, sì, immaginario nome di Alan Richmond (probabilmente, per non creare involontarie, eventuali analogie spiacevoli oppure solamente sgradite con persone realmente esistite, saggiamente, Eastwood ha preferito glissare nella sua chiara allusione a Nixon, da cui l’assonante Richmond). Richmond, incarnato dal mitico Gene Hackman.

Ora, vi sarà un necessario spoiler. Dunque, vedete voi se proseguire nella lettura delle prossime righe o saltarle e passare oltre.

Trovatosi dentro la camera blindata, dietro un falso specchio mediante il quale può vedere chi si trova nella stanza dirimpetto a lui senza essere visto, Whitney impotentemente assiste al macabro e brutale omicidio di una bellissima donna molto sensuale, Christy (la conturbante Melora Hardin, qui all’apice del suo notevole sex appeal impagabile). Christy è la giovanissima sposa del vecchio Sullivan e lo stava tradendo col Presidente. Apparentemente amico fedelissimo, si fa per dire, di Sullivan stesso. Christy è stata assassinata dagli uomini dei servizi segreti.  A questo punto, Whitney, essendo stato unico testimone oculare di un assassinio non ordito né premeditato però perpetrato per mano dell’incauto, troppo precipitoso e irresponsabile Presidente, cosa potrà fare? Inoltre, in quanto ladro ricercato, chi mai potrà dare credito alla sua versione senza che possa finire in seri guai? Non ha attendibilità poiché lui stesso è il nemico pubblico numero uno delle istituzioni e del potere costituito. Per di più, per ragioni comprensibili, non è in buoni rapporti con la sua unica figlia, Kate (Laura Linney).

Cast stellare in cui, oltre a un perfetto Eastwood, svetta il solito bravissimo Hackman, riluce la beltà della superba Melora Hardin e l’ottima Linney mostra la sua indiscussa bravura. In cui anche i cosiddetti comprimari non sono loro da meno. Menzioniamo quindi l’impeccabile Ed Harris, Richard Jenkins, Judy Davis e Scott Glenn.

Potere assoluto, musicato da Lennie Niehaus, montato egregiamente da Joel Cox e splendidamente fotografato da Jack N. Green (Mezzanotte nel giardino del bene e del male), è un film compatto, dalla sceneggiatura a incastri encomiabile, possiede un ritmo eccelso e privo di sbavature, è un sofisticato, grandemente orchestrato giallo particolare che pone non pochi dubbi spettrali sui tetri apparati governativi dai contorni indefiniti e scuri, sulle menzogne che gelidamente si celano dietro le false facciate di chi, invero, dovrebbe rappresentare la giustezza più alta nel personificare la moralità più remota da ogni scheletro nell’armadio e ogni criminoso atto e grave peccato dissimulato, per l’appunto, dietro la menzognera maschera della fatua legge e del sistema giammai fallace.

Forse non è un capolavoro ma Potere assoluto, sicuramente, è un altro granitico filmone firmato da colui che indubbiamente è inconfutabilmente uno dei massimi registi, vivaddio, viventi della nostra epoca.

Eastwood, Clint Eastwood.

Insomma, altra perla imperdibile di Eastwood. Ovviamente da me vista ai tempi della sua uscita in sala. Varrebbe il prezzo del biglietto, a prescindere dalla sua impareggiabile qualità, anche solo per la redhead Melora Hardin. Donna esagerata. Donna da specchi hitchcockiani, donna dal fascino lynchiano, diciamocela, una gnocca fottuta. Capirete perché. Clint vede tutto, voi invece una così la vedrete col binocolo. Non potete farla, no, farcela. Mica siete Kennedy con Marilyn Monroe. E ho detto tutto.

di Stefano Falotico

 

MEZZANOTTE NEL GIARDINO DEL BENE E DEL MALE, recensione

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Ebbene, in attesa di vedere (Covid-19 permettendo) Cry Macho, nuova opus di Clint Eastwood attualmente in post-produzione e girata in tempi record, esattamente alla fine dello scorso anno, in pieno periodo pandemico, oggi vogliamo recensire forse una delle pellicole più ingiustamente sottovalutate, comunque relativamente, della registica filmografia del nostro Clint. Chi, sennò?

Ovvero lo splendido, torbido, estremamente suggestivo Mezzanotte nel giardino del bene e del male (Midnight in the Garden of Good and Evil), un film oltremodo affascinante e probabilmente, ripetiamo, altamente incompreso ai tempi della sua uscita, avvenuta ovvero nel lontano anno 1997.

La Critica, infatti, rimase alquanto spiazzata da Mezzanotte nel giardino del bene e del male e, purtroppo, a tutt’oggi l’intellighenzia statunitense, stando all’ancora attuale, mediocre media recensoria riportata da metacritic.com, vale a dire il buono ma non appieno soddisfacente 52% di parziali opinioni positive, a nostro avviso, non giudicò tale opera di Eastwood ottimamente come invece ampiamente avrebbe meritato. In quanto, Mezzanotte nel giardino del bene e del male è, sì, un film spiazzante, forse leggermente lungo, essendo la sua durata notevole, cioè l’equivalente di due ore e cinquantacinque minuti, un film apparentemente noioso e monocorde. Invero, guardato attentamente, è una pellicola straordinaria, del tutto imprescindibile all’interno del travolgente, diversificato e irresistibilmente conturbante excursus cineastico di Eastwood.

Un’ennesima sua storia di detection assai stratificata e peculiare, perfettamente alla sua riconoscibile e crepuscolare poetica agganciata in modo strabiliante e coerente, raffrontabile a due opere da lui dirette successivamente, Fino a prova contraria e Debito di sangue.

Mezzanotte nel giardino del bene e del male, sceneggiato da John Lee Hancock (Highwaymen – L’ultima imboscataFino all’ultimo indizioThe Founder, già writer per Eastwood del magnifico Un mondo perfetto), da quest’ultimo adattato, partendo dal libro omonimo di John Berendt, è un viaggio spettrale e al contempo incantevolmente avvincente nei meandri d’un sottobosco metropolitano tanto elegante quanto glacialmente perverso, osiamo dire perfino lussurioso, peccaminoso e scabroso.

Trama:

siamo nell’ammaliante e seducentemente, apparentemente radiosa, invero assai cupa Savannah, nel 1981.

Città patria del voodoo, popolata da molti personaggi pittoreschi. A Savannah, giunge l’ambizioso, volitivo scrittore e cronista John Kelso (John Cusack). Arrivatovi per redigere un articolo, a sua volta, vivace e colorito riguardo la consueta, fastosa festa di Natale organizzata dal ricchissimo Jim Williams (Kevin Spacey). Un antiquario di mezz’età, nato in verità da una famiglia non molto agiata, divenuto facoltoso in modo un po’ misterioso, se non sospetto, forse. Williams è un distinto gentleman molto colto, di fine gusto nel vestire e galante nei suoi modi altoborghesi da uomo, per l’appunto, oramai asceso nell’empireo dei miliardari possidenti più in vista di Savannah e dintorni.

Nel bel mezzo della festa, fa irruzione nel suo studio, alla presenza dello stesso Williams e di Kelso, la “marchetta” Billy (un giovanissimo Jude Law), ragazzo sbandato e spostato, ubriaco e soventemente assai drogato e sballato. Anzi, diciamo decisamente fuori posto in un ambiente lussuoso, frequentato perlopiù da uomini e donne di spicco (?) della società più elitaria e “chic”. Un ambiente poco consono e non in linea rispetto all’esuberante, diciamo variopinta, verve incontenibile di Billy.

Terminata la festa e congedati tutti gli invitati, Billy viene trovato morto nella villa di Williams. Quest’ultimo viene subito indagato dalla polizia poiché ammette immantinente e sinceramente di essere stato lui ad ammazzare Billy per legittima difesa in seguito all’ennesimo diverbio violento avvenuto fra i due.

La storia dunque s’ingarbuglia, l’intreccio si complica, le verità date per assodate si mischiano alle bugie bianche e ai sotterfugi più reconditi, i contorni sfumano, serpeggiano nel frattempo strampalati tipi simpatici o solo poco raccomandabili, sfilano angelicamente delle ladies attraenti e impazza il travestito carismatico di nome Lady Chablis. Mentre, nell’esoterica tetraggine notturna di cimiteri periferici, ove sono sepolti i neri del luogo, aleggia l’ombra del maligno, striscia vicino ai loculi dei morti e degli spiriti defunti una fattucchiera di colore forse invasata, forse soltanto magicamente profetica, una donna dotata di sana spiritosaggine dal dark humor inquietante e dalla lingua biforcuta ben tagliente. Esperta di chiromanzia e di magia nera, di occultismo od occultatrice semplicemente dei segreti torpidi che, da tempo immemorabile, si celano negli scheletri dell’armadio e nelle profondità viscerali di una folle città da studio socio-antropologico.

In quanto, come detto, Savannah è abitata da uomini e donne strampalati o solamente angoscianti. Anzi, siamo più precisi, perturbanti.

Superba fotografia di Jack N. Green (I ponti di Madison County), montaggio inappuntabile di Joel Cox, un magistrale Kevin Spacey che, per pura coincidenza, pare immedesimarsi nell’autobiografico ritratto agghiacciante del suo profondersi e sprofondare anzitempo nell’angusta realtà stritolante delle sue terribili vicissitudini personali. Sì, nello scandalo e nelle inevitabili conseguenze, tragiche per la sua carriera, da lui vissute tormentosamente in prima persona, uno scandalo che scandalo non è se non siete bigotti puritani e credenti… alla libertà sessuale.

Eastwood con Mezzanotte nel giardino del bene e del male non lesina, neanche a farlo apposta, a compiere una perigliosa e certosina indagine coraggiosa tra gli anfratti delle nostre paure più intimamente zittite e inconsce, altresì indagando sui delicati rapporti sociali e gli ambigui moventi che ne possono derivare, addentrandosi nei metaforici momenti psichici del complicato, intricatissimo labirinto emotivo dei nostri demoni che, oceanici e irrequieti, riecheggiano e pulsano dalla nudità dei nostri abissi umani più insospettabili e mostruosi.

Firmando sia un giallo sui generis che un mystery thriller compassato, volutamente soporifero, uno sleeper di grandiosa cifra stilistica.

Cioè un’altra opera indimenticabile e bellissima. Meravigliosamente rétro, fascinosamente decadentistica.

di Stefano Falotico

 

I PONTI DI MADISON COUNTY, recensione

THE BRIDGES OF MADISON COUNTY, Clint Eastwood, 1995

THE BRIDGES OF MADISON COUNTY, Clint Eastwood, 1995

Ebbene, oggi recensiamo il sempreverde e bellissimo, struggente I ponti di Madison County.

Intramontabile, grande film neo-romantico, toccante e memorabile del mitico Clint Eastwood, I ponti di Madison County uscì sui nostri grandi schermi circa un trentennio or sono, ovvero nel lontano oramai ‘95.

Film della notevole, eppur mai noiosa, lunga durata di due ore e quindici minuti, tratto dall’omonima novella di Robert James Waller, I ponti di Madison County è sceneggiato, in maniera impeccabile, da un ispirato e finissimo Richard LaGravenese (La leggenda del re pescatore, L’uomo che sussurrava ai cavalli, The Comedian) ed è messo in scena, con cineastica e raffinata classe impareggiabile, da un Eastwood, al solito, in rinomato spolvero dietro e davanti la macchina da presa.

I ponti di Madison County, malgrado il ragguardevole favore dei pubblico mondiale, all’epoca della sua release, fu amato solo parzialmente dalla Critica. Che rimase alquanto interdetta e non poco perplessa dinanzi all’inaspettata incursione, all’apparenza remota dalla sua usuale poetica, di Eastwood nel genere drammatico e dolcemente intimistico, cioè romance.

Trama:

l’attempato ma ancora affascinante, prestante e aitante fotografo freelance del National Geographic, Robert Kincaid (Eastwood), irrompe fatalmente nella vita della casalinga Francesca (Meryl Streep), donna di mezz’età originaria di Bari, emigrata negli States dopo aver conosciuto il suo attuale marito di nome Richard Johnson (Jim Haynie), ex soldato al fronte, nella nostra penisola.

Francesca è rimasta sola, nella sua casa dello Iowa, per quattro giorni in seguito alla momentanea assenza del suo consorte e dei suoi due figli adolescenti. Al che, in una rigogliosa mattinata solare, nei pressi della sua abitazione viene approcciata da Kincaid. Il quale, gentilmente e galantemente, le chiede informazioni riguardo il tragitto da compiere per poter raggiungere, quanto prima, il suggestivo Ponte di Roseman. Che sarà presto oggetto del suo nuovo, fotografico servizio da reporter.

Fra i due sarà e scatterà stupendo amore a prima vista, scoccherà cioè il cosiddetto, classico colpo di fulmine folgorante. Francesca e Robert vivranno quattro giorni assai intensi di passione amorosa, un amour fou fuggevolissimo ma, al contempo, indimenticabile e vivissimo.

Che Francesca narrerà ai suoi figli nei suoi intimi e privati diari consegnati loro dopo la sua morte e custoditi gelosamente a forma testimoniante di delicato testamento del suo incolpevole, suadente eppur brevissimo segreto personale, fino a tale momento, celato soltanto nel suo cuore perdutamente e imperituramente legato a quegli ardenti, focosi, fuggenti attimi romantici per lei e Robert giammai dimenticati e dunque metaforicamente immortali.

Film meraviglioso, I ponti di Madison County, ove Eastwood dirige la Streep in modo fenomenale. Una Streep candidata giustamente all’Oscar, sconfitta forse immeritatamente da Susan Sarandon di Dead Man Walking. Quest’ultima molto brava ma probabilmente meno, per l’appunto, in tal caso della Streep. Dichiaratamente ispiratasi, per la sua prova sofferta e assai emozionante, ad Anna Magnani.

Mai dolciastro o banale ma semplicemente poetico e lievissimo, I ponti di Madison County, superbamente fotografato da Jack N. Green (Gli spietati), rimane a tutt’oggi un film insuperabilmente magistrale, semplice ma forte e soave.

Capace di toccare potentemente le corde del cuore con autentica sensibilità d’alta scuola liricamente stilistica.

 

di Stefano Falotico

 

THE BRIDGES OF MADISON COUNTY, Meryl Streep, 1995

THE BRIDGES OF MADISON COUNTY, Meryl Streep, 1995

 

MILLION DOLLAR BABY, recensione

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Ebbene, oggi recensiamo uno dei grandi film firmato Clint Eastwood, ovvero l’oramai celeberrimo Million Dollar Baby.

Film della durata di due ore e dodici minuti, uscito sui nostri schermi nel 2005, esattamente il 18 Febbraio.

Sceneggiato da Paul Haggis (Crash) e vincitore incontrastato, nella manifestazione degli Academy Awards della suddetta annata, di quattro Oscar assolutamente meritati, prestigiosi e sacrosanti, ovvero quelli per miglior film, miglior regista, miglior attrice protagonista e miglior attore non protagonista, Million Dollar Baby è un film avvincente, emozionante e oltre ogni dire struggente.

Million Dollar Baby, nella competizione appena menzionatavi, per l’appunto stravinse. Sbaragliando una concorrenza agguerrita formata, fra gli altri, dal considerevole The Aviator di Martin Scorsese e dal bel Ray di Taylor Hackford.

Permettendo a Eastwood di replicare la sua vittoria, nella categoria di best director, dopo l’indimenticabile e immortale suo trionfo avvenuto, circa una decade prima, con Gli spietati.

Scritto, come dettovi, da Haggis e tratto liberamente da un soggetto di F.X. Toole, pseudonimo in verità dell’ex boxeur e poi coach di pugilato Jerry Boyd, il quale per l’occasione rielaborò i suoi racconti raccolti nell’antologia da lui intitolata Rope Burns, Million Dollar Baby è uno di quegli instant classic entrati immantinente nel cuore di chiunque, imponendosi peraltro immediatamente come caposaldo intoccabile della sterminatamente pregiata filmografia stellare del mitico, immarcescibile Eastwood.

Trama:

siamo nella Los Angeles dei primi anni del nuovo millennio. In una palestra un po’ diroccata, fatiscente e anche leggermente puzzolenta, vivacchia il vecchio, disilluso ex pugilatore Frankie Dunn (Clint Eastwood). Un duro però, come si suol dire per certi tipi che tradiscono presto la loro apparenza soltanto superficialmente, graniticamente burbera, dal cuore tenero.

In questo luogo un po’ dimenticato da dio, porto d’attracco di ragazzi spesso disperati che sperano ardentemente di emanciparsi socialmente, combattendo per le loro dignità attraverso i pugni dell’arte nobile, Frankie svolge stancamente la professione di talent scout. Allevando le grandi speranze di chi forse non avrà mai una chance nel duro, ostico e feroce ring della vita tosta.

Frankie ha un solo amico da tempo immemorabile, l’altrettanto attempato Scrap (Morgan Freeman).

Per pura fatalità, Frankie s’affeziona alla cameriera Maggie (Hilary Swank), ragazza dal cuore d’oro e dalle tenaci ambizioni pugilistiche…

Inutile osannare e giustamente incensare Million Dollar Baby o svelarvi il finale ad altissimo tasso di epica tragicità iper-toccante da pelle d’oca.

Come scritto, è un classico e dubitiamo che esistano ancora persone che non l’hanno ancora visto. Dunque, ogni altra parola di encomio, risulterebbe superflua, ridondante e pletorica. Oltremodo retorica.

Million Dollar Baby, inoltre, se vogliamo giocare di parole, sfiora la retorica in molti punti ma, grazie all’assai sottile e superbamente calibrata, magistrale classe cineastica di Eastwood, elude le trappole del Cinema emotivamente ricattatorio in virtù anche d’una messa in scena di rinomata scuola.

Impeccabile e decisamente suggestiva fotografia di Tom Stern (Changeling, Hereafter).

Questa è la mia recensione, secca e succinta ma esaustiva e incisiva. Se non vi sta bene, rivolgetevi a Instagram e godete di donne succinte che sperate di (non) mettere incinte.

 

di Stefano Falotico

 
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