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S1mOne, recensione

Pacino Rider Simone

Ebbene oggi, per il nostro consueto, speriamo apprezzato, appuntamento coi Racconti di Cinema, disamineremo Simone, conosciuto anche con la più comune dicitura, presso i dizionari archivistici, S1m0ne.

Simone è una pellicola della durata corposa, avvincente, sebbene un po’ prolissa, di circa due ore, per l’esattezza, di un’ora e cinquantasette minuti, firmata dal valente, spesso sorprendente e lungimirante Andrew Niccol. Profetico sceneggiatore di The Truman Show, qui dietro la macchina da presa per questa sua seconda opus registica dopo il bel Gattaca.

Scritto interamente, oltre che diretto, com’appena dettovi, dallo stesso Niccol, a partire da un suo soggetto originale, Simone è un’interessante, pregevole pellicola forse da rivalutare. In quanto, ai tempi della sua uscita nelle sale, fu ampiamente snobbata da gran parte dell’intellighenzia critica mondiale e, a tutt’oggi, riscontra un insufficiente 49% striminzito di medie recensorie presso il sito aggregatore metacritic.com.

Innanzitutto, chiariamoci immantinente. Simone non è affatto un capolavoro e forse nemmeno, effettivamente, un grande film. Poiché affastella, approssimativamente, troppi temi importanti senza sinceramente approfondirne mai nessuno seriamente, rimanendo molto in superficie sugli argomenti trattati e, risultando, a conti fatti, sì, un coraggioso e godibile, azzardato esperimento di satira fantascientifica mista, diciamo, addirittura al dramma esistenzialista a sua volta permeato di non poche allusive e corrosive punzecchiature e stilettate feroci e graffianti riservate allo star system di Hollywood e dintorni, con annessi tutti i pittoreschi e assai strampalati personaggi che vi gravitano intorno, dentro e fuori, ma al contempo, come poc’anzi accennatovi, affronta la spinosa materia con qualunquistica leggerezza spesso inconcludente e banale. Cosicché, di conseguenza, ogni polemico tema, solamente di fondo, presente nella pellicola sol a livello viscerale, non viene mai veramente sviluppato seriosamente e davvero esaminato con cura e nei dettagli. Giacché in molti suoi punti si palesa come un esplicito j’accuse grottesco all’acqua di rose e sostanzialmente innocuo, persino dimenticabile, dell’invero assai più complesso e stratificato dietro le quinte caotico della grande mecca di Los Angeles che andava, indubbiamente, meglio e più sottilmente eviscerato ed analizzato. Simone, inoltre, è diegeticamente sbilanciato e addirittura risibile, oltreché incongruente, esile, ingenuo ed esagerato durante il suo lungo minutaggio sfilacciato. Detto ciò, comunque, ancora ribadiamolo in modo marcato, è innegabile che sia un film affascinante e degno assolutamente non soltanto d’una visione, nel caso siate fra coloro che non l’hanno mai visto, bensì d’una netta rivalutazione immediata.

Se ci attenessimo pedantemente e scioccamente soltanto alla sin troppo sintetica e scarsamente esplicitata trama ridotta all’osso riportataci da IMDb che, sottostante, noi stessi riporteremo fedelmente e testualmente, questa, giustappunto, ne sarebbe la misera sinossi, peraltro sbagliata in maniera ingiustificabile:

Il film di un produttore è in pericolo quando la sua star se ne va, quindi decide di creare digitalmente un’attrice per sostituirla, diventando una sensazione improvvisa che tutti pensano sia una persona reale.

In verità, la trama, per quanto lineare, è molto più contorta e ripiena di risvolti e narrativi nodi.

Viktor Taransky (un meraviglioso, strepitosamente sopra le righe in modo sublime, Al Pacino) è un attempato produttore di Hollywood sul viale del tramonto. Il quale, dopo già una triste serie di suoi prodotti film fallimentari, si trova ad incassare un altro duro colpo, artisticamente parlando. Poiché Nicola Anders (Winona Ryder), ovvero l’attrice da lui designata per il suo nuovo film che si stava accingendo ad allestire e prossimamente finanziare, all’ultimo momento ha dato forfait in maniera definitiva e inderogabile, lasciando Viktor, di punto in bianco, solo come un cane…

Però, subito dopo l’accaduto, Viktor viene contattato da un “losco” figuro, cioè un misterioso personaggio, Hank Aleno (Elias Koteas), che, dopo una settimana dall’incontro con Taransky, trapasserà per un tumore agli occhi. Prima di morire, Aleno, fan sfegatato di Taransky, confidò segretamente a quest’ultimo d’aver approntato e perfezionato un sofisticato programma informatico in grado di creare, virtualmente, attori “inesistenti” ma all’apparenza reali.

Taransky, comprensibilmente, all’inizio è scettico e titubante poi entrerà nel laboratorio speciale di Aleno e prenderà confidenza con tale mondo per lui dapprincipio ignoto. Acquisirà velocemente confidenza con la virtualità e, da demiurgo-dio factotum, genererà la sua splendida creatura Simone (Rachel Roberts).

Attrice irreale, per l’appunto, ma bellissima e bravissima. Tanto brava da vincere incredibilmente un Oscar.

Ora ci fermiamo per non svelarvi troppo e rovinarvi le sorprese, limitandoci col dire che Viktor, travolto dal successo travolgente della sua Simone, non sapendo più come gestire il suo “imbroglio”, sarà accusato di omicidio. Indovinate nei confronti di chi?

Divertente, assurda e allo stesso tempo geniale, Simone è una garbata comedy preziosa e impagabile. Arricchita dalla magnifica prova d’uno scatenato Pacino incontenibile e vero one man show del film. Altro che Simone/Roberts… A dispetto, come già scrittovi, delle sue esagerazioni narrative e, paradossalmente, di molte scene, giocoforza, forzate e irrealistiche, Simone intrattiene, nonostante le sue tante inverosimiglianze, con gusto e intelligenza a tratti eleganti e sopraffine pur, evidenziamolo nuovamente, scontentando invece decisamente sul versante prettamente concettuale. Cioè, poteva e doveva essere una riflessione ben più profonda in merito ai pro e contro degli effetti, già all’epoca visibili e significativi, premonitori e a doppio taglio della virtualità or imperante entrata nella vita odierna di tutti i giorni e dei consequenziali, mistificatori meccanismi riflessi del mondo hollywoodiano e non solo, soventemente fasullo. Ove, dietro le bellezze, anche in senso lato, a prima vista dorate, dietro le apparenze più invidiate e bramate, si celano, ahinoi, scheletri nell’armadio incommensurabili e inganni nefandi e sesquipedali dei più miserrimi e agghiaccianti.

Nel cast, anche Catherine Keener (Disastro a Hollywood), Pruitt Taylor Vince (La leggenda del pianista sull’oceano), Rebecca Romijin ed Evan Rachel Wood.Al Pacino S1mOne Simone Pacino Rachel Roberts Winona Ryder Al Pacino Simone

di Stefano Falotico

 

STRANGER THINGS 4, recensione degli ultimi due episodi vertiginosi

Stranger Things 4 poster cover

Ebbene, dal 1° luglio, dopo una spasmodica e interminabile attesa, tutti gli aficionados della sempre più sorprendente serie Netflix, intitolata Stranger Things, hanno potuto visionare i due episodi conclusivi o potranno finalmente vederli, in tutta calma. Speriamo, apprezzandoli appieno. In quanto, dopo la prima tranche rilasciata poco più d’un mese fa, constante di sette episodi, come appena dettovi, la succitata piattaforma di streaming più importante e famosa al mondo ne ha rilasciato, diciamo messo online, giustappunto, i due segmenti finali.

Avevamo già disaminato, c’auguriamo esaustivamente, i sette primi capitoli di Stranger Things stagione 4 e ora, giustamente, per spirito di finitezza necessario, nelle prossime righe, c’appresteremo, sebbene assai sinteticamente, a recensirvi i mancanti due, per l’appunto, riferitivi poc’anzi. Chiamati rispettivamente Papà (Papa) & Il piano (The Piggyback). Due episodi fra i più lunghi, complessivamente, di Stranger Things 4, rispettivamente della durata di un’ora e ventisette minuti e di due ore e venti. Forse, il minutaggio è esagerato.

Ora, dopo i primi tre quarti d’ora dell’episodio 8, leggermente soporiferi, ecco che all’improvviso Stranger Things 4 riprende il volo eccellentemente, avvincendoci sino alla fine in virtù di numerose trovate magnifiche ed emozionalmente pregne di pathos adrenalinico d’alta scuola registica.

Entrambi gli episodi sono diretti dai fratelli Duffers. Che, ribadiamo, compiono un lavoro egregio, malgrado alcune lungaggini, a nostro avviso evitabili, e qualche prolissa digressione che andava, senza dubbio, scorciata o addirittura eliminata.stranger screen 18 stranger screen 19 stranger screen myers halloween stranger screen

Ciononostante, Stranger Things 4, col suo finale commovente (ovviamente, non lo riveleremo) e con la sua struttura, nel computo totale dei nove episodi, omogenea e robusta, non perde organicità e soprattutto fascino, riconfermandosi una delle serie televisive più azzeccate dell’ultima decade. Per quanto, a tutt’oggi, alcuni detrattori irriducibili non vogliano convincersene, attaccandola immotivatamente. Aggiungiamo, perfino ottusamente.

Chiariamoci su un aspetto basilare e di primaria importanza imprescindibile. L’operazione Stranger Things non è esclusivamente diretta soltanto ai ragazzi troppo giovani o molto superficialmente definiti nerd. Nerd, spesso, ha un connotato negativo. Stranger Things, in particolar modo questa quarta stagione, è una serie matura, qua e là, sì, prolissa e diegeticamente dispersiva che, in modo ridondante, talvolta si sfilaccia e sembra perdere quota. Ma, grazie all’abilità dei Duffer Brothers, parimenti sa rimodellarsi compattamente e ipnotizzarci bellamente. Primeggiando per trovate e colpi d’ala tanto inaspettati quanto eccezionali.

Innanzitutto, premettiamo anche ciò. Ovvero, se leggerete questa nostra recensione, essendo essa incentrata particolarmente sui due episodi finali dettivi, deduciamo facilmente che perlomeno abbiate visto i sette episodi che li precedettero. Quindi, eviteremo, sì, sciocchi spoiler che ve ne sciuperebbero la visione nel caso non abbiate invece ancora visionato i due episodi da noi qui brevemente analizzati, altresì e al contempo ci par chiaro ed evidentissimo che sappiate assai bene quanto dapprima narratoci in Stranger Things 4. In poche parole, sapete chi è il grande cattivo mostruoso di tale stagione, vale a dire Vecna (Jamie Campbell Bower).

Cosicché, l’episodio otto inizia, prima dei consueti, oramai celeberrimi titoli di testa, precisamente laddove il tutto s’era interrotto. Il ragazzo di “nome” 01, futuro Vecna, dopo aver battagliato furentemente e sanguinosamente con Undici (Millie Bobby Brown), finendo nell’inferno d’un altro infernale “sottosopra” e trasformandosi in una sorta di Freddy Kruger ante litteram di Nightmare, come sappiamo, ha ucciso nel sonno vari ragazzi e ragazze di Hawkins. E non è ancora, ovviamente, morto. Anzi, pare più forte e invincibile che mai.

Undici è intrappolata nel laboratorio retto da suo padre Martin Brenner (Matthew Modine). Il quale, malgrado le gentili e lecite insistenze del dr. Sam Owens (Paul Reiser) di liberare Undici, non desidera invece affatto privarsi della sua figlia speciale con poteri paranormali da Poltergeist.

Gli agente segreti hanno però scoperto la tana ove si cela e opera Martin, a sua volta, in gran segreto. E sono pronti a distruggerla, ammazzando chiunque capiti loro a tiro. Compiendo, senza pietà, una strage disumana.

Parallelamente alle vicissitudini filmateci e raccontateci, spettacolarmente, su Brenner, Undici e Owens, con continui e ritmati, ottimamente montati spezzoni filmici perfettamente allineati e accordati all’intera storia sin qui vista e mostrataci, ecco che, in modo mirabolante e sussultante, l’aziona saltella e si sposta prima sulla fuga di Hopper (David Harbour) dalla Russia e sulla sua evasione dalla prigionia, coadiuvato, in tale missione apparentemente impossibile e spericolata, da Joyce (Winona Ryder) e Murray Bauman (Brett Gelman), questi ultimi sopraggiunti e venuti prontamente, dopo mille e più strambe peripezie rutilanti, in suo soccorso, poi sulla combriccola dei nostri famosi “amigos” di Hawkins. Pronti, impavidamente e avventurosamente, a salvare Undici dalle grinfie del suo severo padre “carceriere” e soprattutto oramai decisi, tutti assieme appassionatamente e intrepidamente, a recarsi, armati non solo di coraggio da vendere, all’interno della spettrale haunted house, sì, la cupissima casa stregata ove alberga, tetramente e spaventevolmente, il diabolico babau maledetto, Vecna.

Per affrontarlo a viso aperto e possibilmente, quanto prima, ucciderlo definitivamente. A costo di rischiare la pelle, sono pronti a tutto.

I nostri amici, stoici da morire e senz’alcuna pavidità, sono naturalmente Dustin Henderson (Gaten Matarazzo), Nancy Wheeler (Natalia Dyer) e suo fratello Mike (Finn Wolfhard), Luca Sinclair (Caleb McLaughlin) e sua sorella Erica (Priah Ferguson), Robin Buckleu (Maya Hawke) e Steve Harrington (Joe Keery), i fratelli William e Jonathan Byers (Noah Schnapp e Charlie Heaton), Maxine Mayfield detta Max (Sadie Sink) + Argyle (Eduardo Franco) e Eddie Munson (Joseph Quinn), forse con l’aggiunta della stessa Undici? Chissà…

E cosa succederà? Qualcuno o qualcuna di loro, durante lo scontro frontale tanto impavido quanto terrificante contro Vecna, tragicamente morirà?

E qui doverosamente ci fermiamo e non ci spingiamo più in là…

Ancora una volta, sino allo sfinimento, fin troppo abusata, nel momento topico dello scontro con Vecna, echeggia Kate Bush e la sua riesumata Running Up That Hill. Quest’utilizzo, abbastanza marchettaro, della musica della Bush, per quanto bello e suggestivo, c’è parso onestamente legato a ragioni commerciali palesemente dovute a furbi e biechi sponsor alquanto evidenti e discutibili.

di Stefano Falotico

 

IL PRESIDENTE – Una storia d’amore, recensione

Il presidente Michael Douglas

Ebbene, oggi per i nostri Racconti di Cinema, disamineremo brevemente, speriamo però esaustivamente, il film Il presidente (The American President), pellicola del ‘95 diretta finemente da Rob Reiner (Stand By Me – Ricordo di un’estate, Harry, ti presento Sally, Misery non deve morire), sottotitolata, per il mercato italiano, con Una storia d’amore.

Opus pregevole, delicata e appassionante, magistralmente diretta, ottimamente apprezzata, ai tempi della sua uscita nelle sale, dall’intellighenzia critica statunitense. Infatti, può a tutt’oggi vantare una lusinghiera media recensoria presso i maggiori siti aggregatori di recensioni, quali metacritic e Rotten Tomatoes, assai meno, ahinoi, da quella europea e, in particolar modo, italiana. Che la sottovalutò non poco, quasi unanimemente definendola retorica e stucchevole, sebbene garbata e piacevole da guardare.

Il presidente – Una storia d’amore dura centoquattordici minuti corposi e fu brillantemente sceneggiato da nientepopodimeno che il valentissimo Aaron Sorkin, premio Oscar come writer per The Social Network di David Fincher, autore di splendidi script, spesso lungimiranti e sovente eccellenti, per altrettanti film ragguardevoli quali, ad esempio, Nemico pubblico di Tony Scott & L’arte di vincere di Bennett Miller, regista, peraltro, sempre più in gamba e in esponenziale crescita spasmodica che, ultimamente, ha difatti diretto i notevoli Il processo ai Chicago 7 e Being the Ricardos.

Trama, sintetizzata ivi in poche righe per non esservi pedanti e soprattutto per non rovinarvi i vari risvolti interessanti e le belle sorprese in cui v’imbatterete durante la visione, fruendone attraverso il suo morbido ed elegantemente snocciolatoci intreccio ingegnoso e superbamente congegnato, in quanto Il presidente – Una storia d’amore, sicuramente, vi stupirà non poche volte in maniera, potremmo dire, godibilmente soffice:

Il fittizio Presidente degli Stati Uniti di nome Andrew Shepherd (un brillante Michael Douglas fascinoso e perfetto, dal distinto charme inimitabile, d’altronde, era all’apice dei suoi recitativi anni migliori e in avvenente maturità piacente), nel pieno del suo secondo mandato e in prossimità delle venture, immediate rielezioni, per fatue circostanze del bislacco destino, sì, per pure fatuità imponderabili, s’innamora fatalmente della lobbista per l’ambiente, Sydney Ellen Wade (un altrettanto magistrale Annette Bening dolcemente calatasi, nel ruolo da lei ben incarnato, con vigorosa bravura e un piacevole sex appeal che non guasta). Nel frattempo, deve difficilmente gestire la bigotta reazione dell’opinione pubblica, scossa dalla sua relazione succitata che suscita, inevitabilmente, scalpore presso il puritanesimo degli elettori, districandosi fra una crisi militare in Libia per cui scoppierà un conflitto bellico da lui, per cause di forza maggiore, innescato. Come se non bastasse, a mettergli i bastoni fra le ruote e a compiergli, a suo danno, un’elettorale campagna senz’alcuna esclusione di colpi bassi e meschini, la sua politica controparte rappresentata dal cinico e sleale senatore Rumson (Richard Dreyfuss). Ce la farà l’uomo più potente del mondo, ovvero Shepherd/Douglas ad aggiudicarsi, diciamo, la partita, vincendo la disfida, non perdendo la faccia, l’onore, la gloria e soprattutto il suo romantico, languido e bellissimo amore favoloso che vale tutta una vita?

A comporre il ricco e variegato cast, oltre naturalmente ai menzionativi due protagonisti sfavillanti, entrambi candidati ai Golden Globes, assieme alla sceneggiatura di Sorkin, alla regia di Reiner e alla nomination come Miglior Film, rimanendo però, in tutte le appena suddette categorie, sconfitto e perfino escluso totalmente agli Oscar se non per le musiche, ridondanti e pompose ma di sicura presa emotiva davvero infallibile, firmate da un ispirato Marc Shaiman, un puntuale Richard Dreyfuss, un simpatico sebbene un po’ in disparte e defilato Michael J. Fox, faccia comunque azzeccata per la parte assegnatagli, e specialmente un carismatico Martin Sheen d’annata. Il quale, ricordiamolo giustamente, fu lui stesso, ne La zona morta di David Cronenberg, un Presidente degli States.

A differenza però di quello di Douglas, impeccabilmente integerrimo e dall’infrangibile morale incorruttibile in tale pellicola di Reiner, Sheen fu villain.

Funzionale fotografia di John Seale (Mad Max: Fury RoadIl paziente inglese) e calibrata regia d’un Reiner che, dopo la prima sua ora diretta con gusto straordinario, malgrado l’esaltante finale, sì, retorico e patriottico oltre misura ma al contempo cinematograficamente ed emozionalmente, visceralmente potente, nella parte centrale perde qualche colpo, afflosciandosi in qualche lentezza didascalica non necessaria e poco in linea con la sobrietà dell’impalcatura diegetica, ripetiamo, del suo incipit folgorante e avvincente.

Detto ciò, Il presidente è una perla e una pellicola, quanto prima, da rivalutare positivamente.

Poiché, nonostante i crismi difettosi dell’hollywoodiano Cinema più mainstream, ampollosamente, talvolta, sdolcinato e a stelle e strisce toutcourt (ed è il caso, ovviamente, di evidenziarlo a lettere cubitali), con annessi tutti gli incurabili eccessi enfatici che ne derivano, si lascia vedere che è un piacere impagabile e strepitoso.

The American President Michael Douglas Annette Bening locandina

di Stefano falotico

 

LA FRODE (Arbitrage), recensione

Arbitrage Gere Jarecki la frode locandina richard gere Laetitia Casta Richard Gere La frode

Ebbene oggi, per il nostro consueto, speriamo apprezzato appuntamento, con la nostra usuale rubrica Racconti di Cinema, vi parleremo del film La frode (Arbitrage). Film piuttosto recente, cioè uscito solamente una decade fa, precisamente nell’anno 2012.

La frode è una bella, sottovalutata opus firmata dal regista indipendente, alquanto misconosciuto e purtroppo abbastanza inattivo da qui in poi, Nicholas Jarecki. Che, con questo suo, La frode, a prescindere da qualche cortometraggio e dall’inedito, perlomeno per il distributivo mercato nostrano, The Outsider, esordì subito, a livello cineastico e ad Hollywood, con tale lungometraggio positivamente accolto dalla Critica, assai meno però dal pubblico però, potendosi già fieramente e notevolmente avvalere d’un cast di pregevoli nomi altisonanti del panorama cinematografico d’oltreoceano dei più rinomati, a partire innanzitutto da uno strepitoso e magnetico Richard Gere in grande spolvero e forma, non soltanto recitativa, come si suol dire, smagliante.

Da Jarecki stesso scritto, oltre che naturalmente diretto, La frode dura centosette minuti avvincenti ed è un film drammatico bellamente increspato di tonalità thrilling d’alta sofisticatezza ingegnosa e dai risvolti non poco inquietanti.

Trama, un po’ contorta nel suo andamento imprevedibile ma lineare nel dipanarsi e succedersi rocambolesco degli avvenimenti narratici, piena di colpi di scena tanto spiazzanti quanto appassionanti:

Robert Miller (Gere) è un ricchissimo uomo d’affari dalla vita invidiabile, arrivato al vertice della cosiddetta piramidale scala sociale e, diciamo, monetaria. Cioè, è giunto positivamente al culmine considerevole e ammirevole, allo zenit, del successo professionale e, apparentemente, sentimentale per quanto concerne il versante privato. Ma non è tutto oro quel che luccica? Forse.

Infatti, a dispetto delle sue ingenti, assai cospicue risorse finanziarie, nonostante la sua vita, come detto, economicamente fastosa e il suo appartamento lussuoso in un grattacielo dorato, malgrado la sua affascinante, quasi coetanea moglie attempata ma sensuale, specialmente affettuosa e ancora molto innamorata di lui, Ellen (Susan Sarandon), e l’avvenente figlia Brooke (Brit Marling), la quale lavora nel suo gigantesco studio, Robert ha probabilmente molti scheletri nell’armadio. Da tempo tiene nascosta la sua adulterina, giustappunto, extraconiugale relazione passionale e sessuale con la sexy gallerista Julie Cote (Laetitia Casta), assai più giovane di lui, ma questo sarebbe solamente un peccato veniale e, invero, tralasciando fatui moralismi bigotti, rappresenterebbe sostanzialmente un problema, tutto sommato, alquanto trascurabile e di scarsa importanza, persino facilmente risolvibile, ai fini della sua rispettabilità indiscussa. Soprattutto perché, al momento, nessuno n’è informato ed è assai difficile, per via della scaltrezza di Robert, della sua intelligente discrezione e furba riservatezza, che il suo tradimento nei riguardi della moglie possa essere scoperto facilmente.

Il primo problema grave che, nella sua vita insorge come un tremendo fulmine a ciel sereno, neanche a farlo apposta imponderabilmente e fatalmente, è la non calcolata, scioccante morte accidentale della stessa sua amante, nientepopodimeno che Julie. Quest’ultima deceduta nella macchina di Robert dopo una serata trascorsa in compagnia. Dopo aver litigato con Julie, poco prima della tragedia descrittavi, Robert, per farsi perdonare, le propose di recarsi con lei nella sua confortevole casa isolata di campagna al fine di gustare una notte d’amore tanto bollente quanto spensierata, lontana dai problemi ingombranti e opprimenti del quotidiano più barboso. Al che, come poc’anzi accennatovi, Robert, durante il viaggio in direzione della sua abitazione ubicata in zona campagnola, ha un improvviso colpo di sonno e, per qualche attimo infinitesimale, perde il controllo dell’autovettura. Bastano però questi pochi, imponderabili istanti fatali per decretare la triste fine di Julie.

Su cui subito sta indagandovi lo scafato detective Michael Bryer (Tim Roth) della sezione Omicidi, un uomo risoluto e determinato ad arrivare a una risoluzione di quello che, fin dapprincipio, si palesò ai suoi occhi come un inequivocabile, chiarissimo omicidio preterintenzionale. Come se non bastasse tale macabro episodio appena espostovi, episodio che naturalmente Robert tenterà di celare, dissimulandone la veridicità affinché la sua, finora inviolata reputazione intoccabile e la sua fedina penale immacolata non siano compromesse, nel frattempo, Brooke apprende e viene a scoprire in ritardo, scioccata e con suo immane dispiacere, che suo padre Robert ha, da parecchio tempo, laidamente tenuta nascosta e insabbiato un’altra verità decisamente disdicevole e, per l’appunto, compromettente. Difatti, i conti della società per cui lavora sono stati manipolati col beneplacito dello stesso Robert e il truffaldino aiuto d’un suo assistito. Per non finire in bancarotta e lasciare sul lastrico la sua famiglia per colpa d’un investimento sbagliato in Russia, Robert è stato costretto, giocoforza, a compiere una frode. Da cui il titolo italiano del film. Quello originale invece, all’inizio di tale nostro scritto, fra parentesi inseritovi, vale a dire Arbitrage, è più connotato di sfumature non poco evocative Arbitrage, tradotta letteralmente, è una parola che significa arbitraggio. Altresì, è una di quelle parole “intraducibili” perfettamente nella nostra lingua ed è perciò allusivamente permeata di molti possibili significati e consequenziali significanti che possiamo svariatamente darne. Ad esempio, decisione arbitrale oppure operazione di arbitraggio. Ma anche libero arbitrio…

Teso, compatto, con una fotografia slavata ma efficace di Yorick Le Saux, sorretto dalla prova d’un Gere che, malgrado stonatura, qualche compiaciuta smorfia di troppo forse non necessaria e alcuni fastidiosi, proverbiali suoi tic espressivi da eterno piacione, da lui esibiti sfacciatamente anche in frangenti poco pertinenti rispetto all’escalation della drammaticità d’alcune situazioni mostrateci, per tale sua performance, comunque sia eccellente, fu candidato ai Golden Globes, La frode si lascia vedere volentieri.

Tim Roth è bravo ma la caratterizzazione del suo personaggio risulta un po’ caricaturale. C’è parsa, infatti, esagerata la sua continua gesticolazione infermabile e la sua perenne, forzata posa dinoccolata da investigatore segugio col fiuto, come si suol dire, da tartufo e l’aria dell’apparentemente innocuo cane bastonato che però, sotto sotto, la sa lunga come una vecchia volpe infallibile. Una prova, quella di Roth, dunque buona ma al contempo di maniera e leggermente studiata, priva cioè di quell’istintiva, lodevole naturalezza che l’ha sempre contraddistinto in modo egregio in virtù, per l’appunto, della sua innata spontaneità attoriale veramente, simpaticamente stimabile.

Curiosità: il ruolo incarnato da Gere fu inizialmente proposto ad Al Pacino. Il quale accettò ma poi, per divergenze creative dell’ultimo momento, abbandonò il progetto.

Richard Gere Arbitrage sarandon la frode Tim Roth Arbitrage

di Stefano Falotico

 

THE JACKAL, recensione

brucewillisjackal jackal bruce willisThe Jackal Poster

Ebbene oggi, per il nostro consueto, speriamo apprezzato, appuntamento coi nostri Racconti di Cinema, abbiamo riesumato, anzi, per meglio e più correttamente dire, ripeschiamo dal cilindro delle nostre memorie cinefile il sottovalutato, sebbene, va ammesso, non eccelso e in molti suoi punti decisamente mediocre e convenzionale, The Jackal, firmato dal regista Michael Caton-Jones (Colpevole d’omicidio, Basic Instinct 2). The Jackal uscì sui grandi schermi mondiali nell’anno 1997 e dura circa due ore esatte, anzi, precisamente centoventiquattro minuti. Abbondanti ma adrenalinici, forse un po’ esagerati ma vigorosamente appassionanti, malgrado alcune lentezze e digressioni superflue per cui pensiamo bene che sarebbe stato più opportuno scorciarlo, giustappunto, nel suo prolisso minutaggio qua e là dispersivo ed eccessivo. Opus di chiaro entertainment senza troppe artistiche pretese, The Jackal, sebbene da molti, in maniera parzialmente erronea, assai approssimativa anche se non del tutto sbagliata, venga considerata un rifacimento, in toto, o remake che dir si voglia, ammodernata e agli anni novanta aggiornata con alcune inevitabili modifiche e variazioni tematiche, della pellicola del ‘73 di Fred Zinnemann, ciò non è propriamente vero. Anche se, ripetiamo, reputare l’opera di Michael Caton-Jones, in tale sede da noi brevemente disaminata, nei termini poc’anzi espressivi, non è neppure completamente scorretto. In quanto, attinge parecchio dalle atmosfere e dal tipo di narrazione mostrateci nel film di Zinnemann  (intitolata in originale, The Day of the Jackal e da noi tradotta ne Il giorno dello sciacallo, titolo invece, quest’ultimo, identico al romanzo originario di Frederick Forsyth), ma ci pare più pertinente definirla una nuova trasposizione, ovvero un diverso adattamento del libro appena citatovi, fra parentesi, del grande giornalista e scrittore, giallista, attivista ed aviatore nominatovi e suddetto. Per l’occasione, sceneggiato da Kenneth Ross & Chuck Pfarrer. Trama, che riporteremo sinteticamente, trascrivendola testualmente da IMDb. In quanto, ci pare giustamente ridotta all’osso e stavolta appropriata. Poiché, nella sua estrema brevità lapidaria, è perfettamente precisa e concisa. The Jackal, essendo un film pieno di colpi di scena, non necessita naturalmente di spoiler che potrebbero sciuparvi alcune sorprese e guastarvene, dunque, la visione:

Un combattente dell’I.R.A. imprigionato, viene liberato per aiutare a fermare un brutale assassino, apparentemente “senza volto”.

Tale combattente, aggiungiamo noi, si chiama Declan Mulqueen e ha il volto d’un Richard Gere piuttosto in forma, anche se, a prescindere dalla consueta allure e dall’indiscutibile charme intoccabile di Gere, è Bruce Willis, nei panni del killer che dà il titolo al film, cioè lo sciacallo, a dominare la scena, allettandoci col suo travestitismo e mostrando, in senso prettamente attoriale, al di là dei suoi continui cambi di look, una verve camaleontica decisamente notevole, divertita e autoironica.

Nel variegato cast internazionale, il grande e compianto Sidney Poitier, l’affascinante e sempre brava Diane Venora (Heat – La sfida), alias Valentina Koslova, J.K. Simmons (qui però, va detto, assai sprecato e, come si suol dire, mal utilizzato), un Jack Black, non ancora famoso, in un cammeo, anzi, per meglio dire, in una particina centrale (non vi sveleremo quale), Tess Harper come First Lady, e una luminosa, eternamente stupenda Mathilda May che graziosamente incarna Isabella (Il grido del gufo, magnifica e quasi sempre ignuda, indimenticabile come ragazza dello spazio di Space Vampires), per un film ad alto tasso spettacolare e con alcune buone scene d’azione, un discreto poliziesco hollywoodiano e mainstream, girato con buon piglio e ritmo da un diligente Caton-Jones al servizio d’una regia, forse non memorabile e senza particolari guizzi trascendentali, ma pulita e, se non impeccabile od esemplare, perlomeno secca ed efficace. Ottimo montaggio di Jim Clark e fotografia funzionale di un habitué di Caton-Jones e di Roland Emmerich (Stargate, Indipendence Day), cioè Karl Walter Lindenlaub. Come già detto e ivi ribadito, The Jackal, nonostante non sia certamente un grande film, ai tempi della sua uscita nelle sale, probabilmente, fu però troppo sottovalutato e la bassissima media recensoria del sito aggregatore metacritic.com, equivalente a un modestissimo 36% di pareri positivi, quindi per la maggior parte assai negativi, non gli rende giustizia.

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di Stefano Falotico

 

UBRIACO D’AMORE, recensione

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Ebbene, in occasione della sua elegante e pregiata uscita italiana in Blu-ray 4K, ci lanceremo nella breve disamina d’uno dei film più sottovalutati, perfino dai suoi più strenui e irriducibili cultori, di Paul Thomas Anderson (Licorice Pizza), ovvero il bellissimo, dolce e poetico, eppur, ripetiamo, a tutt’oggi ancora snobbato e tristemente liquidato, Ubriaco d’amore (PunchDrunk Love).

Ubriaco d’amore, film della durata brevissima, perlomeno per gli standard “andersoniani” di novantacinque minuti scarsi (ovviamente, a livello di minutaggio e non in senso qualitativo), cioè a malapena di un’ora e mezza circa, uscito nei cinema mondiali nell’anno 2002 e premiato per la miglior regia al Festival di Cannes. Opus n. 4 di Anderson dopo Sydney, Boogie Nights e Magnolia e, così come spesso avviene per Anderson, a eccezione di Vizio di forma/Inherent Vice, tratto dall’omonimo, perlomeno nel suo titolo originale, romanzo di Thomas Pynchon, e Il petroliere/There Will Be Blood, quest’ultimo invece adattato dal libro Il petrolio!,  firmato da Upton Sinclair, in tal caso, dallo stesso Anderson sceneggiata a partire da un suo esclusivo soggetto originale. Ubriaco d’amore è una suggestiva, assai lieve e struggente, sapida e romantica miscelazione di commedia brillante sui generis e melò coinvolgente, potremmo dire, mirabolante, ripieno di stramberie, bizzarrie stilistiche ed efficaci invenzioni strambe, visivamente avvolgente e al contempo esilarante. Per l’appunto, commovente e, caleidoscopico, metaforicamente.

Ora, malgrado le ottimi critiche, non solamente statunitensi, ricevute all’epoca, e i vari premi assegnatigli fra cui quello sopra enunciatovi, assai importante, Ubriaco d’amore, ribadiamo, è un film di Anderson dimenticato sovente e quasi mai citato. Addirittura, viene spesso considerata una pellicola minore all’interno del suo poliedrico, versatile, a seconda dei gusti, più o meno amabile o lodevole, suo mutevole e fascinoso excursus cineastico e filmografico. Incredibile, in quanto invece noi la consideriamo una delle sue opere più belle e sincere. Per niente leziosa, non artefatta e priva di molti orpelli cervellotici e intellettualoidi di cui, ahinoi, invece molto del suo Cinema, questo sì, sopravvalutato, è esageratamente pieno in maniera sterile e deleteria.

Trama, qui brevissimamente enunciatavi in pochissime righe per non incorrere in spoiler opportunamente disdicevoli e fuori luogo: Barry Egan (un bravo Adam Sandler in uno dei suoi primi ruoli non demenziali) è un imbranato venditore di sturalavandini e suppellettili affini presso una scalcagnata ditta e tira a campare alla bell’è meglio, arrangiandosi come può e vivendo, soprattutto, un’esistenza sentimentalmente arida. In poche parole, non ha alcuna relazione affettiva col sesso opposto. E ciò è forse imputabile al suo carattere innatamente schivo e timido e, in particolar modo, al fatto che è cresciuto in una famiglia con sette sorelle che, nei suoi slanci passionali ed emotivi, l’hanno sempre condizionato e psicologicamente castrato a esporsi e farsi avanti verso il gentil sesso. Un giorno, però, nella triste e desolata vita di Barry, accade qualcosa di prodigiosamente, involontariamente inaspettato. Cioè una donna di nome Lena Leonard (una perfetta, come di consueto, Emily Watson) porta la sua macchina in riparazione presso l’officina del meccanico che è ubicata in zona attigua all’ufficio ove lavora Barry. Per varie circostanze che non vi staremo dettagliatamente a spiegarvi, Barry conosce quindi Lena. E fra loro scatta qualcosa di magico e, per entrambi, emozionalmente tanto imprevisto quanto delicatamente bellissimo.

Nel cast, un ex habitué del Cinema di Anderson, ovvero il compianto Philip Seymour Hoffman e la solita, strepitosa “macchietta” di Luis Guzmán (Carlito’s Way, anche lui ex presenza frequente dei primi film di Anderson e amico, anche nella vita reale, di Sandler col quale, l’anno successivo ad Ubriaco d’amore, girò Terapia d’urto). Pertinenti musiche soavi di Jon Brion ed eccelsa, sebbene tetra e dai toni assai scuri e plumbei, fotografia di Robert Elswit per un film intimistico assai intelligente, mai scontato e dolcemente, amabilmente toccante che sa coniugare con arguzia e leggerezza il dramma alla comedy più esilarante e briosa. Da vedere assolutamente e quanto prima da rivalutare ampiamente.

Commedia e dramma di rara intensità delicata. Garbato, sensibile, uno dei migliori Anderson. Meglio delle altre due love stories da lui poi dirette, ovvero Il filo nascosto e il sopravvalutato, patetico e senile, sì, non è giovanile per niente, Licorice Pizza. Adatto solo ai cinquantenni frustrati e nostalgici.Emily Watson ubriacodamoreubriaco damore sanfler guzman

E poi smettiamola col PTA. Dai, suvvia!

di Stefano Falotico

 

CLIFFHANGER, recensione

Cliffhanger Sylvester StalloneJanine Turner Cliffhanger

Oggi, per i nostri Racconti di Cinema, vogliamo recensire per voi Cliffhanger – L’ultima sfida.

Thriller al cardiopalma e fortemente adrenalinico, avventuroso e ambientato sulle Montagne Rocciose anche se girato, quasi totalmente, sulle nostre Dolomiti.

Film della corposa durata di un’ora e cinquantatré minuti ove un corpulento, muscolare Sylvester Stallone en pleine forme, come dicono i francesi, è qui gagliardamente diretto da Renny Harlin.

Regista, come sappiamo, specializzatosi nel corso della sua carriera in robusti, godibili action di puro intrattenimento.

Cliffhanger, forse assieme a 58 minuti per morire e al sottovalutato Nightmare 4 – Il non risveglio, (probabilmente, dopo il capostipite, il migliore della saga sul babau Freddy Krueger) è il suo film più celebre e persino il migliore. Per quanto, ripetiamo, stiamo parlando di un superficiale blockbuster, come si diceva un tempo, cioè d’un filmetto di cassetta senza troppe pretese e con una sceneggiatura rozza e manichea in molte sue parti.

A ben vedere, infatti, stando al sito-aggregatore di medie recensorie che va oramai per la maggiore, ovvero metacritic.com, veniamo a scoprire, con nostro sommo stupore, che Cliffhnager ha attualmente una votazione nient’affatto disdicevole, vale a dire un più che rispettabile e decisamente soddisfacente 60%.

Tratto da un soggetto pensato per il grande schermo di John Long e sceneggiato da Michael France assieme a Stallone stesso, Cliffhanger è stato distribuito nei cinema italiani il 29 Ottobre del ‘93, incassando piuttosto bene.

Trama:

uno scalatore appartenente a un team di soccorso, Gabe Walker (Stallone), s’è ritirato a vita privata ed eremitica poiché divorato dai sensi di colpa per non essere riuscito, tempo addietro, a salvare la ragazza del suo migliore amico, Hal Tucker (Michael Rooker).

Tornerà sui propri passi e sarà costretto a ripristinare la vecchia, arrugginita amicizia col suo ex amico per sventare, sabotare e combattere, assieme a lui, un piano ferocemente terroristico messo in atto da un manipolo di temibili uomini in cerca di una valigetta preziosa, una pericolosa banda di rapinatori capeggiata dal viscido Eric Qualen (John Lithgow).

stallone cliffhanger

Come da prassi e da prevedibilissimo, consueto lieto fine hollywoodiano, Gabe riuscirà a sconfiggere tutti i cattivi, ritrovando catarticamente la propria autostima e riconciliandosi definitivamente con Hal. Una sarabanda di stereotipie e telefonati colpi di scena però ottimamente orchestrati dalla compatta, efficace regia acrobatica d’un Harlin che, affidandosi, alla prodigiosa forza fisica d’uno Stallone in grande spolvero, riesce ad appassionarci e a tenerci col fiato sospeso per tutte le sue due ore circa di durata. Non annoiandoci un solo istante, malgrado il film sia un profluvio, piuttosto scontato, di combattimenti corpo a corpo ripetitivi e di convenzionali esplosioni da classico copione d’un americano film d’azione tipicamente in stile da anni novanta.

Avvalendosi della bella colonna sonora di Trevor Jones e della funzionale fotografia di Alex Thompson (Hamlet, Legend, Excalibur).

Come dice il dizionario dei film Morandini, “Cliffhanger” significa qualcosa come “attaccato alla rupe”, ma è anche una parola di gergo per indicare un serial fatto di episodi con il finale in sospeso che si risolve solo nella puntata successiva, oppure film di azione avventurosa che coniuga la suspense con la vertigine.

di Stefano Falotico

 

STRANGER THINGS season 4th, review dei primi sette episodi

Stranger Things 4 posters

Ebbene, dopo essere stata procrastinata per i problemi occorsi dovuti alla pandemia che ne rallentò la lavorazione e posticipò, giustappunto, l’annunciata release, è finalmente uscita a livello mondiale in contemporanea sulla piattaforma di streaming più celebre e universalmente celebrata, ovvero Netflix, da venerdì scorso, ovvero dal giorno 27 maggio 2022, la nuova e attesissima stagione di Stranger Things, cioè la quarta tranche d’una delle serie tv di maggior successo degli ultimi anni. Inaugurata splendidamente nel 2016 e il cui primissimo episodio fu distribuito, sempre mondialmente, nel dì del 16 luglio dell’anno suddetto. Riscuotendo immediatamente un successo di pubblico e Critica talmente ampi e perfino così inaspettati da obbligare, giocoforza, i suoi creatori, i fratelli Duffer, più esattamente i gemelli Matt & Ross, e l’intera compagine produttiva, a girare subitaneamente il secondo capitolo.

Secondo capitolo che, parimenti, in forma identica se non superiormente, ottenne e agguantò nuovamente, stavolta però più prevedibilmente, un eclatante trionfo cosmico decisamente notevole.

Cosicché, come dice il detto, non c’è due senza tre, quindi ci fu la terza stagione che, a sua volta, sbancò alla grande e incrementò gli abbona(men)ti a Netflix e, di conseguenza, superfluo ci par persino evidenziarlo pleonasticamente, eccoci giunti a questo quarto segmento da noi qui brevemente disaminato e, in maniera recensoria piuttosto secca ma c’auguriamo esaustiva, sintetizzato nella sua trama seguentemente descrittavi volutamente all’acqua di rose per non sciuparvene la visione. Trama assai contorta, genialmente e consuetamente ingegnosa e piena di risvolti meravigliosi che, nella sua complessa intelaiatura, al solito arzigogolata, sfaccettata e ricolma d’eccezionali sorprese maestose, nuovamente c’incantò e siamo sicuri vi stupirà, lasciandovi piacevolmente esterrefatti, ammaliati dalla sua esplosiva amalgama emozionante, sapientemente dosata e architettata con brillantezza insuperabile e degna di nota. Sì, una sapida miscela che, per l’ennesima volta, funziona in maniera egregia. Ragazzi, qui parliamo d’alta scuola registica, non solo televisiva. Altresì, è vero, la formula è sempre la stessa, dunque gli escamotage narrativi, gli espedienti filmici e le vicende mostrateci, cominciano inevitabilmente a mostrare un po’ la corda, come si suol dire. E molta della lucente, magnetica originalità originale s’è leggerissimamente perduta. Ciò va ammesso. Però, in grandissima parte, Stranger Things conserva intattamente e in modo assolutamente immutato, inattaccabile, il suo fascino assai particolare, irripetibile e unico. Premettiamo, anzi, diciamo quanto segue. Per questa quarta stagione di Stranger Things, Netflix ha optato per una strategia distributivo-promozionale alquanto peculiare. Infatti, rispetto a quanto accaduto per le precedenti tre stagioni, stavolta gli iniziali sette episodi di Stranger Things 4, come sopra scrittovi, sono subito attualmente visibili, in quanto emessi, anzi, messi in onda venerdì 27 maggio, mentre i rimanenti due finali saranno visionabili solamente a partire dal 1° luglio. Complessivamente, quindi, gli episodi sono nove. Il primo episodio di questa corrente, quarta stagione sorprendente, consta della durata di un’ora e diciotto minuti. E gli altri sei s’aggirano sui cinquanta minuti. Mentre, quelli ancora inediti, saranno più lunghi, avvicinandosi, a quanto pare, stando a quello comunicatoci, cadauno alle due ore. Come d’abitudine, gli episodi dal secondo al sesto sono più o meno lunghi rispetto ad altri.

Così che, dopo i primi tre minuti e mezzo di riassunto velocissimo della passata stagione, veniamo catapultati, di flashback spiazzante e imprevisto, nel 1979, all’interno dell’orripilante  laboratorio degli orrori e degli esperimenti ai confini della realtà, presieduto dal freddissimo e luciferino, albino dr. Frankenstein ante litteram di nome Martin Brenner (naturalmente, incarnato sempre da un perfetto, algido, ambiguo, spettrale e agghiacciante Matthew Modine che se n’incarna puntualmente ispirato). La bambina di nome Undici, come sappiamo, dai poteri speciali spiccatamente sopra la media, viene da Martin severamente interrogata. Dopo pochi istanti, udiamo delle spaventevoli urla terrificanti. Presto, il laboratorio verrà sanguinosamente preso d’assalto da qualcosa di mostruosamente inarrestabile.

Tutti gli altri bambini “superdotati”, a differenza di Undici, e gli uomini e le donne presenti nella struttura, sono stati velocissimamente divorati e impietosamente trucidati dai demogorgoni, le creature demoniache di nostra conoscenza… Brenner incolpa Undici della strage.

È stata lei a risvegliare, dal letargo, i mostri del sottosopra oppure a cosa è addebitabile tale scempio infernale ed aberrante? Mistero… e partono i titoli di testa oramai celeberrimi e melliflui.

Al che, l’azione si sposta, come d’uopo, ad Hawkins. E rincontriamo l’allegra combriccola, ora cresciuta, delle passate stagioni, cioè il simpaticissimo nerd svitato Dustin Henderson (Gaten Matarazzo), Lucas Sinclair (Caleb McLaughlin), per l’appunto Eleven (da noi, Undici/Millie Bobby Brown), Will Byers (Noah Schnapp), sua madre Joyce (Winona Ryder) e suo fratello Jonathan (Charlie Heaton), Nancy Wheeler (Natalia Dyer), Steve Harrington (Joe Keery), Erica Sinclair (Priah Ferguson), Max Mayfield (Sadie Sink), Robin Buckley (Maya Hawke), Mike Wheeler (Finn Wolfhard) e un nuovo arrivato, sì, la new entry di questa stagione, il folle e scatenato Eddie Munson (Joseph Quinn).

Lo sceriffo Jim Hopper (David Harbour), apparentemente morto alla fine della terza stagione, è invece vivo e vegeto (d’altra parte, sebbene non compaia nel primo episodio, dapprincipio, ne viene accreditato ugualmente, quindi il mistero della sua inesistente morte viene svelato immediatamente). Ma vive or in un’altra dimensione, abitata da creature terrificanti, oppure non è stato acchiappato da qualche mostro, bensì da dei mostri russi, metaforicamente parlando, umani solo nelle sembianze ma dall’animo atrocemente disumano?

Entra in scena anche un palestrato biondino dal bel faccino, Jason Carver, campione di basket del college di Hawkins, incarnato da Mason Dye. Innamorato, perlomeno ciò pare, perso della ragazza più carina della scuola, ovvero Crissy Cunningham/Grace Van Dien. Crissy va a farsi un giro nel bosco ed Eddie Munson spunta dietro di lei. Munson non ha intenti malvagi nei suoi riguardi e forse non è affatto quel cattivo ragazzo che a tutti, a prima vista, erroneamente sembra. La sua brutta reputazione forse, infatti, deriva solamente dai suoi equivoci atteggiamenti, di primo acchito, scontrosi e burberi. Invero, è soltanto un bel tenebroso per niente svitato, solamente col mondo arrabbiato in quanto, malgrado le sue ostentate pose da duro e ribelle senza causa, se ne sente respinto, lontano ed emarginato, schivato, stigmatizzato e ingiustamente mal adocchiato e giudicato? Il vero Eddie non è quel bad boy così percepito e disegnato, quasi unanimemente, dai suoi frettolosi coetanei molto superficiali.

Lui e Crissy, probabilmente, dopo una simpatica chiacchierata, si piacciono alla grande ed empaticamente legano fra loro due non poco. Si desiderano e Eddie, inoltre, desidera che Crissy si sballi un po’. Così che, la invita a casa sua. Casa sua, per modo di dire, in quanto è una roulotte fatiscente, per quanto spaziosa e, al suo interno, confortevole. Una sorta di bungalowranchcontainer situato nella zona periferica di Hawkins, a due passi dalla zona boschiva. Ove la foresta cela un segreto orrifico sigillato nell’inconscio e forse dimenticato dalla coscienza degli adulti… Fintamente smemorati?

Eddie cerca, dentro la sua disordinata abitazione, nel suo caotico marasma pazzesco, una droga costosa e speciale da donare a Crissy. A suo modo, è un regalo e un prezioso gesto d’amore? Mentre lui, momentaneamente, si assenta, lei cade in stato di trance e in zona “horror” letargica. Ove viene brutalmente inseguita e poi aggredita da qualcuno che è l’incarnazione tremenda della favola nera dell’uomo nero. Chi è questo monstre ischeletrito e senza volto? Anzi, dal viso escoriato, putrefatto e tumefatto à la Freddy Krueger di Nightmare – Dal profondo della notte di Wes Craven?

Crissy scivola in un incubo mortale. Il suo corpo, preda d’una sorta d’incantesimo raccapricciante, levita lentamente in aria, si sfracella quindi repentinamente contro il soffitto e le sue articolazioni, le sue fragili ossa, già scricchiolanti, vengono, da una forza oscura e nefasta, in un nanosecondo spezzate, divelte, tranciate di netto, i suoi bulbi oculari vengono incavati e implodono in modo orribile. Crissy, orrendamente, muore all’istante.

Eddie, sgomento, rabbrividendo di terrore infinito, allucinato da tale accaduto repellente, fugge via a gambe levate…

Viene dalla polizia ricercato in quanto, il giorno dopo l’oscena morte di Crissy, è naturalmente il primo indagato, indiziato e sospettato. E chi è Victor Creel? Un uomo che, in un passato nemmeno troppo lontano, impazzì e massacrò turpemente, trucidò la sua intera famiglia in maniera sanguinaria, follemente?

Victor Creel è, innanzitutto, interpretato da nientepopodimeno che Robert Englund. Esatto, alias Freddy Krueger. Perciò il riferimento e l’omaggio dei fratelli Duffer, da noi appena espostovi, non è di certo casuale.

Creel perse la testa davvero, facendo a fette la sua famiglia in quanto incapace d’intendere e di volere, colto da improvvisa furia omicida ingeneratasi per via della sua galoppante pazzia incredibile? È questa la ragione alla base del suo folle sragionare incontrollabile e, di conseguenza, della giudiziaria, lapidaria decisione penale ed infernale d’internarlo seduta stante in quanto, dopo il suo crimine efferato, fu istantaneamente giudicato malato di mente irrecuperabile? Creel sostenne, prima della strage avvenuta e a lui forse ingiustamente imputata, che la sua abitazione fu infestata da un indomabile demone violentissimamente potente e dall’occulta ferocia implacabile e impietosa. La sua tesi, all’apparenza per l’appunto insostenibile, fu a sua volta solamente la fantasia squinternata d’un delirante pazzo totalmente perso nella sua mente farneticante e decisamente poco attendibile?

Ecco, dunque, che nel terzo episodio v’è, subito prima dell’intro, la ricomparsa e fulminea, folgorante rientrata in scena decisiva, chiave e importante del Dr. Sam Owens (Paul Reiser). Alcuni agenti segreti, infatti, accorrono in tutta fretta, scendendo velocemente dall’elicottero, verso la sua magione-rifugio. Qualcuno, ai piani alti, ha impellente bisogno di lui, sì, urgentemente. E non v’è un solo secondo da perdere.

Vecna StrangerThings4Robert Englund Stranger ThingsStranger Things 4 poster Netflix

Intanto, si torna a parlare, anzi ad accennare a Creel. Il suo fantasma aleggia e, acquattato al buio, striscia e serpeggia. Creel, però, è innocuo e impotente, oramai per sempre, essendo sepolto vivo in un nosocomio manicomiale oppure è redivivo e, conseguentemente, ritorna il suo spauracchio temibile e sta ricominciando l’incubo micidiale? E che cos’è la maledizione di Vecna? Un macabro sortilegio di natura ancestrale e profondissimamente raccapricciante? Nel frattempo, si succedono altri accadimenti primari a ingarbugliare, fascinosamente, la trama e a imprimerle vigore vitale, filmicamente propulsivo in modo esplosivo. Così come visto nel secondo episodio, Undici, dopo essere stata bullizzata mostruosamente dalla studentessa Angela (Elodie Grace Orkin) e dalla sua compagnia d’immaturi imbecilli, dopo aver reagito istintivamente, molto veementemente, all’ennesimo affronto codardamente bastardo perpetratole dall’infermabile e cattivissima Angela, a cui sferrò un colpo assai violento, forse sacrosanto, viene interrogata da due poliziotti alquanto sbrigativi. Che disdegnano aprioristicamente le sue traballanti risposte a riguardo del fattaccio avvenuto e della sua reazione un po’ scriteriata eppur, ribadiamo, nient’affatto sbagliata, semplicemente umana. Undici è in preda al panico e in stato per l’appunto confusionale, il gesto compiuto a danno di Angela le scatena dei brutti ricordi che parvero estintisi, perlomeno affievoliti e obliati. Sigillati in un passato lontano e apparentemente, dalla sua coscienza, rimosso e cancellato. Invece, dentro di lei riscocca l’atavica, mai davvero domata paura di essere una crudele freak non adatta al mondo dei normali… Mentre però sta avvenendo il suo trasferimento in una struttura detentiva per minori giudicati socialmente disadattati e pericolosi, qualcuno ferma tutto.

Jason vuole vendicare la barbara morte della sua ex ragazza, cioè Crissy. E si mette alla disperata ricerca di Eddie Munson. A suo avviso, il responsabile del lugubre assassinio della povera Crissy.

Arriviamo, dopo molta tensione e suspense mozzafiato a mille, al quarto episodio. E qui, nel mistero insoluto e cupo, tenebroso e tragicamente onirico, crescentemente c’addentriamo e pian piano esso sarà eviscerato e risolto? Ogni tetro dubbio sarà fugato? I ragazzi stanno indagando…

Quarto episodio che, dopo i primi due diretti dagli stessi Duffer Brothers, assieme al terzo, vede la regia di Shawn Levy (Una notte al museo). Che da qua in poi, fino al settimo segmento, a sua volta lascerà il posto a Nimród Antal (Predators).

Secondo l’assai sintetica sinossi di IMDb, per tale quarto episodio, eccone la brevissima trama:

Max è in grave pericolo e il tempo sta per scadere. Un paziente del manicomio di Pennhurst ha visite. Altrove, in Russia, Hopper è al lavoro.

Come dunque avrete intuito, finalmente vediamo negli occhi, per modo di dire, eh eh, Victor in manicomio. Un uomo dal viso stropicciato, sciupato, più che altro deturpato. Sembra quasi che indossi una maschera di pelle sintetica a mo’ di Leatherface/Faccia di cuoio di Non aprite quella porta? Sì, è una domanda.

Una scena che ricorda molto Shutter Island di Martin Scorsese e Il silenzio degli innocenti di Jonathan Demme, sebbene l’atmosfera malinconica del luogo e le nere atmosfere profuseci, tristissime, in tal caso son stemperate da un dark humor brillante e attenuate dall’incontenibile verve d’una Maya Hawke simpaticamente sopra le righe che ne asciuga, con leggerezza e qualche tocco di leggiadria ed ilarità euforica, la pesantezza tematica, solo però leggermente e in minima parte.

Caschiamo, altresì, nei primi, veri topos inflazionati del penitenziario-culla dei poveracci reietti e da dio abbandonati. E la scena forse fallisce parzialmente e non colpisce interamente a dovere. Rivelandosi banale e prevedibile. Insomma, tanta spasmodica attesa viene quasi del tutto azzerata da una regia piatta e insulsa. Che si riprende, comunque, nel racconto glaciale di Creel. Per poi innalzarsi nell’incubo finale con Max, questo sì, strepitosamente appassionante e girato superbamente. Gelidamente furente e vincente. Lisergico e di grande impatto visivo, malgrado l’eccesso di computer graphics, a tratti, pacchiana e kitsch. Scena introdotta dalla spettrale riapparizione mortifera, catacombale di suo fratello morto, trapassato, defunto, Billy/Dacre Montgomery (l’episodio si chiama Caro Billy/Dear Billy, peraltro).

Ce la farà, la povera innocente e giovanissima Max, a salvarsi dalle grinfie di Vecna, definita da Creel l’emanazione di Satana?

Stranger Things 4 vive di colpi di scena lasciati a metà e svelati quando meno ce l’aspettiamo, abbonda di twist, ribaltamenti prospettico-diegetici e cosiddetti cliffhanger ficcanti collocati alla fine (altrimenti non si chiamerebbero così) d’ogni puntata al cardiopalma. Lasciandoci col fiato sospeso e inducendoci a saltare di colpo e psicologi contraccolpi all’episodio successivo.

Ha una struttura da thrilling di matrice orrifica e si discosta notevolmente dalle tre serie precedenti a impianto molto più fantasy-fantascientifico. Stavolta, il sottosopra non è popolato e infestato da fameliche creature simili a Gremlins giganteschi e a dinosauri-alieni carnivori. Bensì è dominato da un demone babau che forse può essere sconfitto con un esorcismo o con la forza dell’amore, della vita e dell’amicizia.

Stranger Things 4, quindi, assume ampi connotati metafisici e acquisisce, anzi, evolve in senso più prettamente, poeticamente umano, accentuando il lato suo vividamente spirituale e misterico, quasi esoterico. Mentre, sul versante dello sguardo registico, diviene stilisticamente molto più umanistico, profondo e introspettivamente affascinante, godibilmente efficace.

Maya Hawke Stranger Things 4 character poster

Millie Bobby Brown Stranger Things Nina Project

Ed eccoci arrivati al quinto episodio, chiamato Il progetto Nina/Nina Project.

Diretto, come sopra dettovi, da Antal, è uno dei più lunghi di questi primi sette episodi, constando infatti della durata di un’ora e venti minuti circa.

Ed è un episodio introduttivo e preparativo, potremmo dire, della rivelazione decisiva e imprescindibile per l’intera sua struttura narrativa e soprattutto per la totale risoluzione finale decisamente brillante. Undici è arrivata al laboratorio del dr. Owens per riacquisire i suoi sovrannaturali poteri speciali grazie al programma rivoluzionario e altamente costoso messo a punto da quest’ultimo. Non è sicuro al 100% che il programma funzioni, malgrado vi siano ottime probabilità che Undici possa, giustappunto, riappropriarsi delle sue forze ai confini della realtà. Con suo sommo stupore, più che altro, in maniera per lei scioccante e completamente imprevista, le viene incontro il suo vero padre biologico, sì, Brenner/Modine.

Lei, atterrita, colta di sorpresa in modo, ripetiamo, agghiacciante, cerca di fuggire via disperatamente ma viene istantaneamente fermata e sedata. Sottoposta, con la forza, a sostenere l’esperimento suddetto.

Precipitando in un incubo a occhi aperti e, in ogni senso, all’apparenza senza via d’uscita alcuna. Ed è in tale episodio che incontriamo un curioso e allucinante personaggio che impareremo meglio a conoscere e del quale, prossimamente, ci sarà chiaramente evidente la sua identità precisa.

È un giovane infermiere, l’amichevole, si fa per dire, di nome Orderly (Jamie Campbell Bower). Undici, imprigionata in un mondo asettico e asfissiante, rivive ad libitum e allibita un’angosciosa situazione psicologicamente strozzante che, attanagliandola nell’animo e non dandole un sol attimo di tregua, riparte puntualmente, assurdamente daccapo.

Nel mentre, Jason sta ancora dando la caccia ad Eddie Munson.

Arrivati or a questo punto, ci fermiamo per non rovinarvi le altre sorprese, dicendovi solamente questo.

Gli ultimi due episodi dei primi sette di Stranger Things 4 son intitolati Il tuffo/The Dive e Il massacro al laboratorio di Hawkins/The Massacre at Hawkins Lab. Quest’ultimo dura un’ora e trentotto minuti.

Perciò, chi è quell’infermiere a cui sopra abbiamo accennato? Il suo vero nome è Henry e ha un’attinenza con Vecna? Forse è Vecna stesso ed Henry/Vecna potrebbe essere nientepopodimeno che il figlio di Victor Creel?

Chissà…

Concludiamo questa nostra lunga disamina, affermando che Stranger Things 4, dopo i primi due episodi impeccabili e sgargianti, i migliori, firmati dai fratelli Duffer, un po’ si sfilaccia, perdendosi in alcune superflue lungaggini e in qualche lentezza che poteva essere evitata. Probabilmente, il tutto andava accorciato. Gli ultimi tre episodi sono i più macchinosi e forse peggio girati. Ma, a conti fatti, aspettando il gran finale, Stranger Things 4 assolve totalmente al suo compito con enorme classe.

La serie Stranger Things, arricchitasi di quest’altro notevole capitolo, non ancora terminato e a cui seguirà la quinta stagione già in preparazione, assurge oramai in maniera intoccabile e totemica a cult imperdibile della pop culture più fantasmagorica e mirabolante, strepitosamente magica.

Come andrà a finire?

Al momento, possiamo soltanto teorizzare, congetturare in merito e avanzare, fantasiosamente, le nostre personali previsioni.

di Stefano Falotico

 
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