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Racconti di Cinema – Lo spaventapasseri di Jerry Schatzberg con Al Pacino e Gene Hackman

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Oggi recensiamo un film del quale in verità pochi parlano, un film magnifico che, se non avete visto, dovete recuperare quanto prima. Una colonna portante del Cinema disilluso e neorealista degli anni settanta, ovvero Lo spaventapasseri (Scarecrow) di Jerry Schatzberg, Palma d’oro a Cannes, ex aequo con Un uomo da affittare, interpretato da un due eccezionale, i premi Oscar Gene Hackman e Al Pacino, qui all’apoteosi della loro forza recitativa.

Film del 1973 della durata di un’ora e cinquantadue minuti.

Mi soffermerei per un attimo su Schatzberg. Regista classe ’27, di origini ebree, nato nel Bronx. Un cineasta che, visto appunto questo straordinario Lo spaventapasseri e il precedente Panico a Needle Park, sempre con Al Pacino alla sua primissima apparizione sul grande schermo, prometteva davvero parecchio.

Ma via via è scomparso dalla circolazione, pur essendo stato l’autore anche del controverso remake del celeberrimo film strappalacrime Incompreso (Vita col figlio) di Luigi Comencini, nella sua versione a stelle e strisce ancora una volta con Gene Hackman, L’ultimo sole d’estate. E della trasposizione del famoso libro di Fred Uhlman, L’amico ritrovato.

Comunque sia, Lo spaventapasseri rimane il suo capolavoro.

La storia di due disperati, Max (Hackman) e Lion (Pacino) che su una strada della sterrata California imparano curiosamente a conoscersi. Dopo aver fatto l’autostop, cominciano a girovagare per l’America. Max è stato da poco rilasciato dal carcere, ove ha scontato sei anni di detenzione e ora, finalmente libero, sogna di aprire un grosso autolavaggio a Pittsburgh. Lion invece, dopo aver vissuto sulle navi negli ultimi cinque anni, desidera tornare a Detroit per regalare al figlio piccolo, mai conosciuto, una dolce lampada. E sapere dalla sua ex moglie, Annie Gleason (Penelope Allen) se è il figlio è un maschio o una femmina.

Dapprima i due sostano a Denver, ove vengono ospitati da Coley (Dorothy Tristan), con la quale Max aveva avuto un bollente flirt. Qui Max però perde la testa per la sua amica Frenchy (Ann Wedgeworth).

Mentre Max è un tipo burbero, rozzo e perennemente litigioso, Lion prende la vita con enorme filosofia, scherzando sulla fatalità del tempo e ingenuamente, quasi bambinescamente, non curandosi degli eventi negativi occorsigli nel corso dell’esistenza.

Da qui il titolo del film che si rifà metaforicamente al significato che Lion stesso attribuisce allo spaventapasseri, che ai suoi occhi appare come un fantoccio buffo che fa ridere gli uccelli.

Ma la tragedia attende Lion al varco. Lion telefona all’ex moglie che, delirando in preda alla rabbia, sconsolata perché Lion l’aveva lasciata, gli mente sul figlio, invero vivo e vegeto, dicendogli che è morto mentre era all’ottavo mese di gravidanza. E gli sussurra adirata che non è mai stato battezzato, quindi non ascenderà mai in paradiso ma la sua anima vagherà dannata nel limbo di un’eternità nerissima e maledetta.

Lion, come sempre, pare non accusare il colpo. Ma di lì a poco la sua psiche crollerà e gli sarà diagnosticata una gravissima schizofrenia.

Max, impotente e distrutto per l’accaduto, s’involerà lo stesso per Pittsburgh. O forse no… Ma avrà perso il suo più caro amico, come tante altre cose nella vita, oramai irrecuperabili e perdute irreversibilmente in quel suo cassetto dei sogni rimasto sigillato nell’arrugginito scrigno dell’amarezza più sconfinata.

Un tristissimo quanto emozionante ritratto dell’american dream inceneritosi dinanzi alla dura, brutale realtà del mondo.

Sorretto da una regia attentissima alle sfumature, che s’incolla ai visi iper-espressivi dei due suoi mastodontici protagonisti. E si prende tutte le sue lentezze, le sue pause, le sue digressioni scanzonate e goliardiche, affidandosi a lunghi e meticolosi piani-sequenza e a mobili inquadrature che a volte, quasi teatrali, diventano repentinamente fermissime, entrando vivamente zoomanti nel cuore appassionato di questi due loser destinati a una sconfitta ancor più irreparabile e struggente. Regalandoci forti, spassose e poi devastanti emozioni lungo tutto l’arco della sua durata.

Illuminato dalla meravigliosa fotografia del compianto Vilmos Zsigmond (Il cacciatore, Incontri ravvicinati del terzo tipo…).

Lo spaventapasseri…

Che film!

Un film sul tempo, sull’amicizia, sulla caducità dei piccoli, grandi sogni impossibili.

Piccola curiosità: l’attrice Penelope Allen che qui, appunto, interpreta nel finale la parte dell’ex moglie di Lion, avrà un ruolo ben più consistente, due anni dopo, nell’altrettanto epocale Quel pomeriggio di un giorno da cani di Sidney Lumet.MV5BODExNjg1MWQtMDlhMy00N2E0LWIwNzUtYmNhMzkxNGVhZjAyXkEyXkFqcGdeQXVyNjUwNzk3NDc@._V1_SY1000_CR0,0,1330,1000_AL_ MV5BMGVlNjU5ZDEtMjgxZC00ZjUyLTljYTQtZjJlNTA3ZjFlN2EyXkEyXkFqcGdeQXVyMzAwOTU1MTk@._V1_SY1000_CR0,0,804,1000_AL_

di Stefano Falotico

 

Racconti di Cinema – Dark City di Alex Proyas

racconti-cinema-dark-city-posterracconti-cinema-dark-city-copertina-Illustrazione di Aidan Roberts.

Oggi parliamo di un film alquanto incompreso e purtroppo passato inspiegabilmente sotto silenzio ai tempi dalla sua uscita.

Ovvero, Dark City di Alex Proyas, film della durata di un’ora e quaranta minuti di cui esiste anche una versione director’s cut con 120 secondi in più.

Avvalendosi di un attore non molto conosciuto ma belloccio con tanto di strabismo di Venere, Rufus Sewell, reduce però dall’Hamlet di Branagh, e di un cast alquanto prestigioso, comprendente la stupenda Jennifer Connelly, Kiefer Sutherland e William Hurt, Dark City è stato distribuito in Italia, tramite la New Line, il 25 Settembre del 1998.

A quattro anni di distanza dall’opus numero 1 di Proyas, il famigerato cult Il corvo. Film indubbiamente bello, anche se girato in stile videoclip, in linea un po’ con l’estetica da MTV dei primi anni novanta, diventato celeberrimo, come sappiamo, soprattutto per la tragedia occorsa sul set al compianto Brandon Lee.

Chiariamoci… Assodato che Il corvo è un film comunque di forte fascino, in cui era già ravvisabile l’impronta stilistica di Proyas, propensa a riprese cupamente notturne e ad atmosfere torbide, Dark City gli è decisamente superiore, una spanna sopra.

Tratto da un soggetto originale di Proyas e sceneggiato dal medesimo assieme a Lem Dobbs (L’ingleseDelitti e segreti) e David S. Goyerwriter, quest’ultimo, dell’inevitabilmente fallimentare Il corvo 2, dei Batman di Nolan, di Constantine con Keanu Reeves e dell’immediato reboot di Terminator di Tim Miller, oltre che dell’annunciato, atteso da una vita The Sandman.

La peculiarità di tali suddetti sceneggiatori, specializzati in film fumettisticamente avveniristici, sofisticamente noir e spesso fantascientifici, ci fa comprendere sin dapprincipio che Dark City, attingendo intelligentemente e con molta delicatezza da Il tunnel sotto il mondo del nostro Luigi Cozzi, a sua volta basato sull’omonimo romanzo di Frederik Pohl, traendo parecchi spunti perfino dall’immenso Philip K. Dick, dal suo Tempo fuor di sesto, ispiratore anche di The Truman Show di Peter Weir (su script di Andrew Niccol), è un affascinantissimo potpourri che, grazie alla fotografia sommessamente buia e livida del grande Dariusz Wolski e soprattutto alle bellissime scenografie espressionistiche di Patrick Tatopoulos e George Liddle, efficacissimo mix fra i capolavori assoluti Metropolis di Lang e Blade Runner di Ridley Scott, sa immergerci in una storia fuori dal tempo lugubremente angosciosa e spettrale.

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Trama…

Un uomo, John Murdoch (Sewell) si risveglia in una vasca da bagno e si accorge di non ricordare nulla della sua vita. Un’amnesia pericolosa che potrebbe creargli non pochi guai. Lo psichiatra Schreber (Sutherland) gli telefona per metterlo in allarme, avvisandolo che degli uomini dai volti inquietanti lo stanno cercando.

Sulle tracce di Murdoch v’è anche il duro ispettore Frank Burnstead (Hurt), convinto che Murdoch sia un serial killer responsabile di molti omicidi. Murdoch ha una moglie, la melodiosa, sfolgorante, avvenentissima cantante di night club Emma (Connelly).

La città è tenuta sotto scacco da degli alieni (simili nel look ai supplizianti-Cenobiti e a Pinhead dell’Hellraiser di Clive Barker), i cosiddetti Stranieri, esseri parassitari, trasferitisi nei corpi dei cadaveri umani, i quali hanno colonizzato la metropoli. E che, alla midnight esatta di una notte senza fine, fermano le lancette degli orologi, ipnotizzano gli abitanti della città, facendoli cadere in trance, e modificano il paesaggio urbano. Per carpire dagli uomini addormentati delle informazioni preziose alla loro sopravvivenza.

L’unico che non si “accorda”, cioè non cade in stato comatoso è proprio John Murdoch, dotato di psicocinesi e poteri eguali, se non superiori, a quelli degli Stranieri. Il quale ora è in fuga dai persecutori e desidera solamente poter ricordare tutto e riabbracciare la sua amatissima moglie.

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La prima ora del film è molto suggestiva, di potente impatto visivo. Purtroppo, nel finale, il film perde molto del suo fascino e Proyas raffazzona un duello, quasi da cartoni giapponesi, affrettatamente effettistico, troppo sbrilluccicante e posticcio di computer graphics, addirittura leggermente bambinesco.

E la granitica, fascinosa aura maestosa del suo incipit e l’aura magnetica del film si scinde diegeticamente in una narrazione progressivamente confusa, così come le ammalianti, turgide e fulgide atmosfere di partenza s’illanguidiscono e smarriscono in un happy end mielosamente hollywoodiano, per quanto ambiguo e kafkiano.

Peccato davvero. Perché, sino a un quarto d’ora dalla fine, Dark City rimane un gran bel film. Una piccola gemma.

E il personaggio di Murdoch aveva profeticamente anticipato il Neo/Keanu Reeves di Matrix.

Proyas, da allora, dopo aver perso i finanziamenti di Paradise Lost, fantasioso adattamento dell’epico poema omonimo di John Milton, con Bradley Cooper nei panni di Lucifero, ha dapprima arrancato con il confuso Segnali dal futuro, affondando quindi col brutto pasticcio Gods of Egypt con Gerald Butler e lo stesso Sewell in un ruolo minore. E adesso in pochi, produttori in primis, vogliono investire sul suo talento.

A proposito proprio di Rufus Sewell… all’epoca, era un fiorente attore un po’ monolitico e legnoso ma fotogenico e di belle speranze. Però non si è mai davvero affermato.

Kiefer Sutherland, a differenza del solito e della sua cattiva fama di attore indisponente sul piano prettamente recitativo, è qui bravo, così com’è perfetto William Hurt.

Dark City è illuminato dalla grazia d’una Jennifer Connelly al top del suo abbacinante splendore conturbante e delle sue rigogliose forme procaci, prima che si ammalasse di anoressia e che il suo sguardo, da stordente, sexy e ipnotico, s’intellettualizzasse in una posa da emaciata signora altezzosa e un po’ antipatica.

Dark City non è un capolavoro ma è comunque un film da rivalutare al più presto.

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di Stefano Falotico

 

Il Corriere – The Mule | Trailer Ufficiale Italiano

The-Mule-1Eastwood interpreta Earl Stone, un uomo di circa 80 anni rimasto solo e al verde, costretto ad affrontare la chiusura anticipata della sua impresa, quando gli viene offerto un lavoro per cui è richiesta la sola abilità di saper guidare un auto. Compito semplice, ma, ciò che Earl non sa è che ha appena accettato di diventare un corriere della droga di un cartello messicano. Nel suo nuovo lavoro è bravo, così bravo che il suo carico diventa di volta in volta più grande e per questo motivo gli viene assegnato un assistente. Questi non è però l’unico a tenere d’occhio Earl: il misterioso nuovo “mulo” della droga è finito anche nel radar dell’efficiente agente della DEA, Colin Bates. E anche se i suoi problemi di natura finanziaria appartengono ormai al passato, i suoi errori affiorano e si fanno pesanti nella testa, portandolo a domandarsi se riuscirà a porvi rimedio prima che venga beccato dalla legge… o addirittura da qualcuno del cartello stesso. CAST Clint Eastwood, Bradley Cooper, Laurence Fishburne, Michael Peña e Dianne Wiest, assieme a Alison Eastwood, Taissa Farmiga e Ignacio Serricchio

 

Martin Scorsese, Leonardo DiCaprio Officially Attach To ‘Killers Of The Flower Moon’

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From Deadline:

In a development Deadline told you 18 months ago was going to happenMartin Scorsese has officially attached to direct and Leonardo DiCaprio to star in the feature adaptation of the New York Times best-selling David Grann book Killers of the Flower MoonEric Roth wrote the script.

 In addition to directing as his next project, Scorsese will produce alongside Imperative Entertainment’s Dan Friedkin, Bradley Thomas, Sikelia Productions’ Emma Tillinger Koskoff and Appian Way Productions.

Imperative Entertainment, which went on to make All The Money In The World, and backed Ridley Scott’s decision to scrub Kevin Spacey and reshoot his scenes with Oscar-nominated Christopher Plummer weeks before the film’s release, really got on the map with its stunning acquisition of this book. It made a $5 million bid that was millions more than what other suitors were willing to pay back in 2016. Adding the seven figure sum for Forrest Gump writer Roth to adapt it, and this has been a pricey development process. But when it results in landing Scorsese and DiCaprio, it sounds like money well spent. It put Imperative — which wrapped the Clint Eastwood-directed The Mule — on the map.

“When I read David Grann’s book, I immediately started seeing it—the people, the settings, the action—and I knew that I had to make it into a movie,” said Scorsese. “I’m so excited to be working with Eric Roth and reuniting with Leo DiCaprio to bring this truly unsettling American story to the screen.”

In 1920s Oklahoma, the Osage Nation were the richest people per capita in the world, after oil was discovered under their land. And then they were murdered, one by one. As the death toll rose, the newly created FBI took up the case and unraveled a chilling conspiracy and one of the most monstrous crimes in American history.

Imperative Entertainment executives have met with the Osage Nation and the team is scouting locations in the coming months with production set to commence during the summer of 2019.

30WEST will arrange the financing and distribution for the project.

Scorsese and DiCaprio are both represented by LBI Entertainment and attorney Steve Warren of Hansen, Jacobson. Scorsese is also represented by WME.

 

Racconti di Cinema – Cruising di William Friedkin con un immenso Al Pacino

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Crusing con uno strepitoso Al Pacino. Un film scritto e diretto da William Friedkin, dall’omonimo romanzo di Gerald Walker.

Permettetemi innanzitutto, che gradiate o meno, una personale nota filosofica e riflessiva.

Ebbene, prima o poi dovevo arrivarci. Il sottoscritto, questo mi par ovvio, è spesso illuminato e al contempo vivamente adombrato da un perpetuo maledettismo che tanto l’affligge in esiziali, tormentanti visioni metafisiche della vita (vita che gli appare macchiata da un’invincibile tetra, avvinghiante ingordigia putrescente) quanto lo corrobora di rischiaranti, rigeneranti armonie macabre in linea con le zone oscure dei suoi (miei) meandri mentali e anche carnali. Sviscerando tutte le ansietà, spesso taciute o soffocate, e aprendole a lirici squarci di poesia notturna. Ove ritrovo me stesso, paradossalmente, nelle oscurità profonde dello scandagliare e riveder il mondo nella sua magnifica, angosciante nudità profetica e verissima.

Come questo film capolavoro, un film boicottato, censurato. Un film da rivedere oggi, in tali tempi stucchevoli e sciocchi, per capire cosa sia davvero il Cinema e per comprendere, soprattutto, quanto la nostra zuccherosa, rivoltante, appiattente, fasullissima, edonistica epoca di selfie cretini e di buonismi frivoli e ridanciani, ipocriti e ruffiani, abbia annerito spettralmente la bianca, adamantina potenza dell’immanente, commovente verismo di ogni intima, quindi giustamente combattuta, scabrosa, inquietante nostra natura umanissima, bellissima.

Crusing è un film che respira di vita vera. Nello sbattercela in faccia senza vergogna. Nella sua allucinante, raggelante descrizione minuziosa, antropologica di un sottobosco metropolitano agghiacciante. Perché esisteva, esiste ed esisterà immutabilmente ancora questa parte di mondo che i benpensanti s’ostinano a non voler vedere, un mondo da lor reputato disgustoso che vorrà esser cocciutamente cancellato dalla visione precettiva di ogni pedante, assillante, mostruoso pedagogo atto a istruirci e ad avvelenar il nostro sano animo sporcamente probo, in quanto vivaddio appunto peccaminosamente antropico, e perciò suscettibile di stupenda, vivissima fallacia, con ricattatori moralismi osceni, castratori, caramellosi, strozzandoci d’infantilistici schemi istruttori falsissimi e nauseanti, imbottendoci, iper-saturandoci, annichilendoci in dolcificanti prescrizioni esistenziali velenosamente annacquanti la nostra purezza saviamente malsana.

Crusing è un film malato, grandiosamente malato, un film meravigliosamente umano. Sull’uomo, sì. Sulla sua natura perversa. Sulla riscoperta delle nostre zone carnalmente, metafisicamente quasi sempre soffocate dal nostro super-io, da quegli appresi, “apprensivi”, rapprendenti “normali” codici di comportamento morale che, sin dalla nascita, inconsciamente c’hanno inculcato e noi, inconsapevolmente abdicandovene, abbiamo introiettato, accettandoli indiscriminatamente, pur forse vivendo male nel castigo (auto)perpetratoci con capziosa, innatistica falsità spaventevolmente crudele.

Crusing, un film crudamente puro sulla nostra viscerale, intrinseca natura risvegliata, turbata, sulle sconquassanti, terremotanti scaturigini emotive risorte o allertateci dopo tanto buio indottoci, dopo il nostro dannato esserci eclissati nell’ordinarietà della finta giustezza.

Crusing è un film che da noi non esiste in dvd né in Blu-ray.

L’unica versione home video attualmente esistente con audio anche in italiano, nonostante le pochissime copie ancor disponibili, è quella francese in vendita su Amazon.  E ne estraiamo la sinossi, peraltro identica a quella di Wikipedia. Che contiene moltissimi spoiler, quindi siete avvertiti dal proseguirne o meno la lettura oppure passare oltre.

A New York iniziano a essere rinvenute, nelle acque del fiume Hudson, parti del corpo di uomini. La polizia ritiene sia l’opera di un serial killer che abborda omosessuali nei bar cittadini per poi stuprarli e mutilarne i corpi. Così l’agente di polizia Steve Burns viene mandato come infiltrato nel mondo dei club per omosessuali per rintracciare l’assassino. Il suo lavoro da infiltrato lo porta a riflettere sulla relazione con la sua ragazza Nancy, e ad interrogarsi circa il suo orientamento sessuale. Burns commette uno sbaglio e porta la polizia ad indagare sul conto del cameriere di un ristorante, Skip Lea, il quale sarà costretto a spogliarsi e masturbarsi dinanzi a quattro detective per fornire loro un campione di sperma. Dopo aver assistito a questo episodio di brutale violenza, Burns capisce che i poliziotti non stanno conducendo le indagini al fine di scovare l’assassino, ma spinti unicamente da una delirante omofobia. Abbandona le indagini, ma viene convinto dal suo capo a riprenderle in mano. Steve riesce alla fine a rintracciare il vero serial killer, uno studente di musica, omosessuale, e lo arresta. Dopo quest’indagine Burns diventa ispettore e gli viene concesso un permesso, in cui probabilmente commette l’omicidio del suo vicino di casa omosessuale, Ted Bailey.

Ora, chiariamoci, è una sinossi, questa di Wikipedia, assai approssimativa. Perché il serial killer non stupra nessuna delle sue vittime. Le ammazza in modo, sì, brutale e ferino, ma soltanto dopo aver consumato con ognuna di esse dei maturi rapporti sessuali totalmente consenzienti. E alle sue vittime non mutila affatto i loro corpi. Anzi nel film, dall’incipit in poi, in cui nell’Hudson viene ritrovato, come detto, il braccio di un cadavere amputato, nessun’altra vittima viene recisa o mozzata negli arti. Semplicemente, seppur in modi differenti, le persone uccise dal sadico omicida vengono da lui soltanto mortalmente accoltellate. E basta.

E il personaggio del ragazzo che si masturba davanti ai poliziotti, interpretato da Jay Acovone, si chiama in verità Skip Lee, e di cognome quindi non fa Lea. Sebbene la pronuncia di Lee sia praticamente uguale a quella di Lea.

Al Pacino è Steve Burns, Paul Sorvino (Quei bravi ragazzi) è il capitano Edelson, Karen Allen è Nancy, la donna di Steve. Obiettivamente sottoutilizzata, qui innamorata di un macho assoluto, come le accadrà anche ne I predatori dell’arca perduta nei confronti d’Indiana Jones/Harrison Ford, un tipo di amore agli antipodi rispetto a quello innocentissimo da lei provato teneramente nei riguardi dello stralunato, alieno Jeff Bridges di Starman firmato John Carpenter, uscito quattro anni dopo.

Il film vanta nel suo cast il mitico caratterista Joe Spinell (Taxi DriverRockyUn mercoledì da leoni) che tre anni prima di Crusing, sempre per Friedkin, aveva lavorato ne Il salario della paura.

E vi è anche l’indimenticabile James “i guerrieri della notte” Remar.

L’assassino è Richard Cox.

Che dire di più? Sapete già tutto. Si dice, e forse è vero, che il director’s cut, chiuso nella cassaforte di Friedkin, che probabilmente non vedremo mai, contenga quaranta minuti inediti di scene ad alto tasso pornografico. Ma poco importa…

Crusing fu aspramente criticato dalla Critica mondiale all’epoca, e si aggiudicò ben tre Razzie Award. Pensate, adesso è considerato un thriller stupefacente. Un ritratto memorabile della fauna newyorkese più invisibile e malvista dai perbenisti. Un Taxi Driver ancora, se possibilmente, più cupo e mortifero. Un film osteggiato e furiosamente attaccato dalla comunità gay dell’epoca che fraintese il messaggio di Friedkin e pensò che Friedkin avesse descritto la loro sessualità come quella estremamente condannabile di pervertiti ed esecrabili pederasti, maniaci e assassini.

Un must. E a me, sinceramente, non importa nulla dei suoi fantomatici 40min abbuiati.

Nella sua attuale versione di un’ora e quarantadue minuti, Cruising è comunque indiscutibilmente un filmone. Straordinario forse perché un po’ deturpato e incompiuto, perfettamente imperfetto.

Con un Al Pacino immane. Aveva appena quarant’anni ed era all’apice della sua scarna, pronunciata, emaciata virilità marcata. Nonostante l’indubbia, sua genetica bassa statura (ma è un marchio di fabbrica per Al…), l’ingobbita sua incerta camminata dall’andatura sbilenca, perfino sciancata e un po’ goffa da Shylock ante litteram, con addosso uno striminzito chiodo nerissimo e in testa un cappello dalla visiera metallica che accentuava fortissimamente la sua carismatica mascolinità pre-Scarface.

Che performance, che film!

Livido, spellante, disturbante, detonante!

Cruising è peraltro un film che sfata un’immonda diceria su Al Pacino. È tristissimo luogo comune di molti ignoranti quello di associare il nome di Al Pacino ai film gangsteristici. Uno sente Al Pacino e pensa a un boss mafioso.

Pacino ha interpretato molti film in veste di poliziotto o investigatore… Serpico, Seduzione pericolosa, Heat, Insomnia, Sfida senza regole…

di Stefano Falotico

 

Racconti di Cinema – Non è un paese per vecchi di Joel ed Ethan Coen, con Javier Bardem, Tommy Lee Jones e Josh Brolin

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Ebbene, Non è un paese per vecchi (No Country for Old Men), scritto e diretto da Joel & Ethan Coen. Film vincitore di quattro Oscar pregiatissimi, Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura non Originale, Miglior Attore non Protagonista (Bardem). Della durata di due ore e due minuti, tratto dall’omonimo libro di Cormac McCarthy.

Davvero quindi il capolavoro che, forse, assieme a Il petroliere, è il più titanico film in assoluto del 2007?

È stato presentato in Concorso al Festival di Cannes, non vincendo niente. Crescendo immensamente nel tempo, sbancando appunto agli Academy Award. Esaltando la Critica mondiale, elevando in auge nuovamente i Coen dopo le controverse pause interlocutorie dei leggerissimi film immediatamente antecedenti che avevano parecchio scontentato e lasciato perplessi quasi tutti. Facendo impazzire gli spettatori. Assurgendo a cult inderogabile già alla prima visione, divenendo sin dapprincipio un classico intramontabile, pietra miliare coeniana per antonomasia e una delle pellicole più importanti degli anni duemila.

Siamo sicuri che sia realmente così o Non è un paese per vecchi, rivisto con maggiore lucidità e col senno di poi, è invece un’opera sopravvalutata a dismisura?

Paolo Mereghetti col suo biblico Dizionario dei film, ha rivalutato, ad esempio, appieno Non è un paese per vecchi, assegnandogli tre stellette e mezzo, ma nel suo editoriale del Corriere della Sera, in data 22 Febbraio 2008 (giorno della sua release italiana), fu assai più moderato nel giudizio, esprimendo non più di una sua riserva in merito all’effettiva nomea di capolavoro che la Critica, soprattutto statunitense, all’unanimità gli aveva secondo lui appioppato con troppa entusiastica superficialità…

Queste le sue testuali parole all’epoca: l’incontro tra i fratelli Coen e il romanzo di Cormac McCarthy Non è un paese per vecchi (pubblicato in Italia da Einaudi) non era così scontato come poteva sembrare. E non solo perché i due registi americani non erano mai partiti per i loro film da un adattamento letterario (con l’eccezione di To the White Sea di James Dickey, sceneggiato e però mai realizzato), ma perché il romanzo alterna capitoli «oggettivi», con lo svolgimento della storia, ad altri «soggettivi», con le riflessioni in prima persona dello sceriffo Bell, instaurando un doppio registro stilistico che se funziona sulla pagina non è detto che faccia altrettanto sullo schermoIl film che ne è uscito, presentato lo scorso maggio al Festival di Cannes dove non vinse nessun premio, rialza notevolmente il livello di una carriera che con gli ultimi due film (Prima ti sposo poi ti rovino e Ladykillers) era scivolata verso una routine piuttosto corriva ma non è quel capolavoro di cui molti hanno parlato…

Questa follia che si ribalta immediatamente nell’umorismo più assurdo per ridiventare immediatamente follia è sicuramente la cosa migliore del film, quella che i Coen padroneggiano con gusto più personale, e che è all’origine di alcuni «ritratti» indimenticabili, dall’ingenuo aiutante dello sceriffo (Garret Dillahunt) alla guardia di frontiera reduce dal Vietnam (Brandon Smith) al killer «educato» ed elegante (Woody Harrelson) e che aiutano a trasformare un film apparentemente di genere in una specie di moderno «romanzo americano» (la storia si svolge nel 1980), dove il crepuscolo dei miti fondanti del West dovrebbe trovare il suo definitivo e antieroico canto funebre.

Dico dovrebbe perché è proprio questa la parte che convince meno. Nel passaggio dalla casualità degli eventi al tentativo di leggervi una qualche lezione più generale, il film perde il suo andamento lineare, la metafora si appesantisce e la proverbiale leggerezza dei Coen, con il loro gusto ai limiti del cinismo capace di sorprendere lo spettatore e spiazzarne le aspettative, rischia di deragliare.

Si sente come una specie di «imperativo categorico» della morale a tutti i costi, l’obbligo didascalico di introdurre nel film discorsi che nel libro funzionano ma che sullo schermo finiscono per stonare, trasformando le riflessioni a voce alta dello sceriffo in una lezione di morale magari giustificata ma sicuramente intrusiva.

Ho estrapolato solo alcuni estratti esemplificativi non dico della sua parziale, sussiegosa stroncatura ma almeno della sua opinabile opinione abbastanza in disaccordo con l’intellighenzia di allora che lo definiva, senza batter ciglio, istantaneamente un film intoccabile. Un irrinunciabile capodopera, una basica tappa fondamentale e ineludibile della filmografia dei Coen.

Adesso invece, come detto, Mereghetti si è ampiamente ricreduto e, nell’ultima edizione del suo vademecum recensorio, indiscutibilmente elogia ed esalta addirittura l’opera dei Coen con esattissimi, inconfondibili termini magnificanti, chiedendo implicitamente scusa per il suo severo abbaglio e perfino sacramentando che a suo avviso è ovviamente il grande film che tanto impressionò, appunto, Critica e pubblico ai tempi della sua sfavillante uscita nei cinema. Ma non concedendogli le 4 stellette piene per puro fondamentalismo personalissimo e inserendo la sua consueta nota un po’ beffarda, tagliente e scettica riguardo all’affibbiatagli effettiva patente di masterpiece totale, chiosando infine con una sorta di postilla impudente secondo cui il film, a parer suo, ha qualche elemento moraleggiante di troppo che lo sciupa e altera  quel po’ bastante per deprivarlo e sminuirlo rispetto alla sua fama di pellicola apoditticamente perfetta e irrecusabilmente ineccepibile che gli altri critici, forse troppo cerimoniosi e timorosamente reverenziali, gli hanno universalmente, prematuramente conferito con esagerata, inviolabile grazia, inflessibile e forse irriflessiva.

Noi invece che ne pensiamo? Permettetemi questo plurale maiestatico. Perché so che empaticamente condividerete questa mia disamina.

Capolavoro è una parola della quale secondo me si abusa. Certamente, ciò è lapalissiano, si tratta di un filmone. E sarebbe scioccamente snobistico e stoltamente arrogante non considerarlo tale. Chi vuol smentire che sia un filmone, be’, chiaramente soffre d’incurabile alterigia alquanto insolente e imperdonabilmente screanzata. E dunque non va ascoltato. Ma con vigorosa forza rinnegato e respinto a iosa. Queste pose di siffatte grandigie son sempre disturbanti, inducono a un profondo malessere, pari quasi a quello che ne sortisce nell’assistere a Non è un paese per vecchi. Un film radicalmente pessimista, perfino scatologico nella sua poetica drasticamente secca e cosmicamente nichilistica, un film che fotografa la mortifera, illimitata aridità più barbaramente egoistica dell’uomo nel suo squallore nudo e crudo. Un’aridità non filmica, ovvio. Una superlativa, glaciale panoramica di paesaggi brulli e spogliamente infecondi, ove pullula ma soprattutto vegeta un’irrimediabile, costernante, desolante umanità allo sbando irreversibilmente malata, ove il male, sovranamente, regna indomabile e quasi innominabile perché, paiono dirci potentemente i Coen, il male non si può eludere sebbene lo si schivi, non lo si voglia vedere o pronunciarsene, è alla base irrevocabile della feroce società americana, a sua volta figlia di padri sterminatori che brutalizzarono d’eccidi abominevoli gli indiani, i pellerossa, ove i pionieri di questo brutale mondo sregolatamente perverso massacrarono l’innocenza ancor prima che potesse nascere, fiorire e fertilizzare le anime pure di chi, ingenuo e dunque innatamente sconfitto, s’era illuso che non fosse così. Di chi, stolto, aveva creduto che gli States fossero davvero l’indivisibile, invidiabile, unita e orgogliosamente libera patria del grande sogno americano. Smembrato invece nelle sue stesse radici da una mefitica natura umana predestinata alla perdizione, all’oscenità animalesca enucleatasi nella violenza più brada. Perché, per sopravvivere in questa terra di lupi affamati e di persone bestialmente contaminate, spregevolmente mannare, rovinate dall’avidità appunto licantropa, in questo mondo di cagnacci bavosi, ringhianti e sanguinosi, devi chiudere un occhio e lasciar che il panta rheî invincibile di tal abietta (r)esistenza virilmente e vilmente dannata venga estirpato dal tempo fatale che seppellirà le mostruosità in una coltre d’apparente, illusoria, consolatoria dimenticanza bugiarda ma inesorabile. Perché il male, volenti o nolenti, per quanto tenteremo di castigarlo, tentacolare tenterà altra gente, si rigenererà e si propagherà contagioso, a proliferazione nullistica di un morbo radicato eternamente nel depravato cuore di noi tutti uomini malvagi, creature orribili e insalvabili, dissolute, selvagge e fintamente addomesticate. Menzognere nel pensarsi savie e serenamente immuni al fascino imbattibile della nostra inevitabile natura cattiva, infida, infame e perfidissima.

Trama…

L’onesto cacciatore di cervi, Llewelyn Moss (Josh Brolin), rinviene una valigetta piena di dollaroni fruscianti, sotto un albero (forse l’albero della cuccagna di collodiana memoria), ai piedi di un uomo brutalmente ucciso. Dopo che, in uno spiazzo nel deserto, aveva già visto altri uomini morti ammazzati in seguito a uno scontro fra bande rivali per una partita di droga.

L’uomo non sa dove nascondere la preziosa refurtiva e scappa incoscientemente lontano dalla sua bella per celare la valigetta laddove nessuno potrà scovarla.

Ma, all’interno della valigetta, a sua insaputa (e lo scoprirà troppo tardi), v’è posizionato un congegno elettronico, una sorta di cercapersone con un led a intermittenza, attraverso il quale lo spietato killer sadico Anton Chigurh (Javier Bardem) può monitorarne gli spostamenti e individuarne la precisa ubicazione.

Anton capisce presto che la valigetta è ora nelle mani di Moss, e fra loro sarà una lotta senza esclusioni di colpi, fin all’ultima, terribile pallottola.

Intanto, il disincantato sceriffo della contea, Ed Tom Bell (Tommy Lee Jones), voce narrante del film e personificazione granitica e rugosa della vecchiaia più amaramente rassegnata all’immisericordiosa ineluttabilità della vita nel suo irrisolvibile putrefarsi e nella crudeltà infinita a sigillarsi e pietrificarsi, come un missionario cristiano s’insignisce dell’utopico compito di far giustizia fra i due inarrendevoli, efferati contendenti del malloppo… Forse fa ciò soltanto per far sì che, all’interno della sua anch’essa già inquinata e traviata coscienza, possa estemporaneamente brillar l’opaco, stupido alibi che la sua vita moralmente retta sia essere servita a qualcosa o a qualcuno, a dare una minima speranza alla generazione dei suoi e nostri figli, a emanazione di un fioco barlume d’illuminante salvazione in un luogo maledetto da dio. Ad abbagliare, per un infinitesimo attimo, il rapace, nero crepuscolo cupamente spettrale della notte più pallidamente funerea.

Non è un paese per vecchi, signore e signori. La summa dei Coen, una specie di Fargo in salsa ancor possibilmente più atroce e tetra. Lì vi era la neve colorata di sangue color porpora vivissimo, qui ci sono le praterie e i tramonti rosseggia(n)ti di millimetrica suspense e silenzioso, poi esplosivo terrore. L’altra faccia della medaglia de Il grande Lebowski. In fondo, Lebowski chi era se non un fancazzista sognatore talmente disilluso, immiserito e privo d’ogni ambizione, ossessionato e perseguitato da fascisti nichilisti che minacciavano di castrarlo? Uno che è divenuto, talmente deluso da tutto, paradossalmente un idealista romanticone con la testa fra le nuvole. Uno che, avendo enormemente sublimato ogni cattiveria, pettegolezzo e orrore fradicio del mondo lercio e sporco, vive idilliacamente ai confini della meravigliosa follia più limpida e colorata. Un tipo annullatosi per godere di ogni momento di felicità, disinteressandosi delle rivalità fratricide, del potere e delle macchinazioni infime di chi ti guarda dall’alto in basso.

Anton Chigurh, nell’interpretazione maestosa di un terrificante Javier Bardem, è l’evoluzione negativa di Lebowski. Un altro che si è elevato, però in peggio. Si è innalzato nell’abisso della psicopatia totalmente menefreghista e omicida nei confronti di chicchessia, uno che per noia ammazza anche gli animali senza provar alcun senso di colpa o compassione. Più che un mostro, un raccapricciante fantasma. Tant’è vero che, nella stupenda scena dell’inseguimento fuori dal motel ai danni di Moss, non si capisce da dove spunti e da dove spari. Anzi, i suoi spari paiono provenire dalla direzione opposta rispetto a dove dovrebbe trovarsi. Come fosse una velenosa ombra strisciante, una serpe malevolmente ubiqua. Un babau invulnerabile che appare quando meno te l’aspetti, quando pensavi di essergli scampato. Che invece continuerà testardamente a cacciarti per trafiggerti con furia freddissima nello spappolare, trivellare e uccidere in un batter d’occhio ogni tuo residuo sogno di vita.

Non è un paese per vecchi è insomma un western, con l’impressionante fotografia di Roger Deakins.

L’infernale Quinlan ha trovato finalmente il suo corrispettivo del nuovo millennio.

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di Stefano Falotico

 

Il metodo Kominsky, il trailer italiano con Douglas e Arkin

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Ebbene, Netflix Italia ha diffuso il trailer italiano di questa serie dramedy interpretata dai due gigioni premi Oscar Michael Douglas e Alan Arkin, Il metodo Kominsky.
Che sarà disponibile alla visione mondiale il 16 Novembre, ovviamente sulla piattaforma di streaming per antonomasia.

Questa la sinossi ufficiale:

il produttore esecutivo Chuck Lorre presenta Il metodo Kominsky. Il 16 novembre conoscerai Sandy (Michael Douglas) e Norman (Alan Arkin), due vecchi amici che affrontano le alterne vicende della vita con senso dell’umorismo, dignità e qualche problemino di prostata, ricordandoci che alcune amicizie non invecchiano mai.

Sì, la storia di un’indissolubile, solidale e tenera amicizia fra due vecchie volpi che pare non vogliano arrendersi all’ineludibilità del tempo che inesorabile passa.

Affidandosi all’ironia, alla lieve, nostalgica malinconia e forse avventurandosi in qualche burlesca bizzarria degna della loro inevitabile saggezza.

Michael Douglas, visibilmente assai invecchiato, dimostra già da queste primissime immagini di saper scherzare, appunto, sulla sua senilità galoppante, con grande charme e classe al solito impagabile.

Dal canto suo, il grande mattacchione Alan Arkin sembra, parimenti al suo collega Douglas, in forma strepitosa da mattatore birbante.

Alla fine del trailer, anche la comparsata di Danny DeVito.

DeVito, come sappiamo, è grande amico di Douglas. Suo infatti La guerra dei Roses, e i due hanno lavorato in All’inseguimento della pietra verde, Il gioiello del Nilo e Solitary Man.

 

di Stefano Falotico

 

 
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