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A Star is Born, il primo trailer italiano del film con Bradley Cooper e Lady Gaga

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 Ebbene, è finalmente uscito, e ve lo mostriamo, il primo, coloratissimo trailer di A Star is Born, debutto alla regia di Bradley Cooper, che ne è anche interprete principale assieme alla stella del firmamento pop contemporaneo, ovvero Lady Gaga.

Produce e distribuisce la Warner Bros.

La sinossi ufficiale della pellicola recita così:

Protagonista di A Star is Born è il quattro volte candidato al premio Oscar, Bradley Cooper (American Sniper, American Hustle, Silver Linings Playbook), e la pluripremiata superstar della musica e candidata all’Oscar Lady Gaga, nel suo primo ruolo di rilievo in un film. Il film è anche il debutto alla regia per Cooper. In questa nuova rivisitazione della tragica storia d’amore, Cooper interpreta l’esperto musicista Jackson Maine, che scopre, e se ne innamora, la combattuta artista Ally (Gaga). Ha da poco dato chiuso in un cassetto il suo sogno di diventare una grande cantante… fin quando Jack la convince a tornare sul palcoscenico. Ma mentre la carriera di Ally inizia a spiccare il volo, il lato personale della loro relazione sta perdendo colpi, per colpa della battaglia che Jack conduce contro i suoi demoni.

Il film è il “remake” del celeberrimo È nata una stella, che ha avuto ben tre precedenti versioni. La prima del 1937 con Janet Gaynor e Fredric March, la seconda, quella forse più apprezzata, del 1954 con Judy Garland e James Mason, e quella del 1976 con Barbra Streisand e Kris Kristofferson.

 

di Stefano Falotico

 

Racconti di Cinema – Grosso guaio a Chinatown

Grosso guaio a Chinatown Locandina italiana

Ebbene, Grosso guaio a Chinatown (Big Trouble in Little China).

Dopo il tv movie Elvis, dopo Escape from New York e The Thing, torna la strepitosa accoppiata Carpenter/Kurt Russell, anche se la 20th Century Fox, che fu produttrice della pellicola, aveva inizialmente pensato a Jack Nicholson e a Clint Eastwood per la mitica parte gaglioffa dell’immenso Jake Burton, il character principale di questo divertissement stralunato e geniale da perderci la testa. Mix straordinario, puro e spericolatissimo di kung fu movie e action, avventura per ragazzi di ogni età, senza tempo, pellicola uscita da noi il 5 Settembre del 1986. E considerata, in maniera sesquipedalmente erronea, dai fan di Carpenter, un passo falso, perché reputata un’imitazione dei film di Spielberg. Niente di più atrocemente falso e sbagliato. Questo è un immortale film sballato in senso più altamente positivo, come sempre è avvenuto con Carpenter, precursore del Cinema a venire, anticipatore di mode e tendenze semmai dagli altri poi imitatissime, sì, son sempre stati gli altri a emulare il suo Cinema e non il contrario, John al massimo ha attinto dal passato per ricreare con originalità, dando sorprendente linfa a ogni sua sperimentazione portentosa.

Che film!

Commistione inauditamente spassosa di fantasia al potere miscelata in un ritmo vincente, intrattenimento intelligentissimo che non sbaglia un colpo, una pellicola piena zeppa di dialoghi ficcanti, di battute memorabili da cult istantaneo, una perla ancora una volta intoccabile. Un altro spiazzante colpo da Master del Cinema, potente, indimenticabile, un film che non ci si stanca mai di vedere anche dopo mille visioni. Che puoi vedere a otto anni e anche a ottanta senza annoiarti, nonostante tu lo conosca a memoria, riscoprendo perle nel suo stesso splendore perlaceo. E se uno gira un film che piace da morire quando si è bambini e piace anche quando sei in là con gli anni, be’, come si fa a dire che Carpenter non è un genio? Riparliamone, rivediamolo tutti assieme, per rigoderlo nuovamente dal primo all’ultimo secondo nei suoi 99 min liscissimi e furiosamente sollazzevoli.

Che roba di un altro pianeta, un oggetto misterioso dal fascino inarrivabile, un film “UFO”, e che classe nel girato, che schiettezza efficace nella messinscena, diretta, senza fronzoli, un trip visivo ai confini della realtà. Caleidoscopio filmico di colori pindarici, magicamente fluttuanti in sfumature a incendiare le nostre iridi come fossimo di fronte a un meraviglioso arcobaleno, colori saturi e nitidissimi, acquosi e verdi, rosso fuoco e poi cerei come l’acqua scrosciante della pioggia torrenziale di un incipit già d’antologia, colori schiumosi intrecciati a una vertiginosa suspense calibrata sulla solita trascinante, cavalcante, oserei dire, eccitantissima colonna sonora furente, sempre naturalmente a firma di John Carpenter.

Benvenuti nella terra di John. E questa è la storia…

Nelle intenzioni originali, doveva essere un western con un cowboy solitario che liberava una donna bellissima dagli artigli e dalle maledette grinfie del villain di turno. Poi Carpenter ha deciso di virare su toni orientaleggianti, partorendo un film immerso nella fantasia più luccicante.

Ecco che abbiamo un tipo da bettole, un rozzone, un camionista un po’ mattoide, Jack Burton (Kurt Russell) che è stranamente amico, date le vistose differenze di carattere, di Wang Chi, un cinese che, dopo aver risparmiato per tutta la vita, vuole convolare a giuste nozze con la ragazza dei suoi sogni, che lo aspetta all’aeroporto di San Francisco.

Ma, all’aeroporto, questa ragazza dai lucenti occhi verdi viene rapita dai Signori della Morte, che la vendono come schiava del sesso a un bordello di Chinatown.

Al che parta la sarabanda di colpi di scena. Jack e Wang si mettono immediatamente sulle tracce della ragazza rapita, inseguono i Signori della Morte, svoltano in un vicolo e assistono a un combattimento cinese fra gang delle triadi cinesi. Nel bel mezzo dello scontro, ecco che sopraggiungono sul luogo, come sputati giù dal cielo, dei combattenti dai poteri paranormali, le Tre Bufere. Che fanno piazza pulita di tutti, invulnerabili nella loro sovrannaturale potenza guerriera. Jack e Wang, che intanto sono asserragliati nel camion e, impassibili, vedono l’incredibile materializzarsi sotto i loro occhi stupefatti, cercano di scappare e Jack, col suo camion, investe uno strano figuro dalla risata sbeffeggiante e sardonica. È David Lo Pan, stregone-fantasma che appartiene alla leggenda di un antico mito cinese. Lo Pan rimane illeso.

Su Lo Pan grava una maledizione, lui è un mostro che si spaccia per uomo, dotato di devastanti poteri magici, e vive oramai da millenni nei sottosuoli più tenebrosi di Chinatown.

Ecco perché quella ragazza è stata rapita. È l’unica donna cinese, una miracolosa rarità genetica, che possiede gli occhi verdi. La maledizione di Lo Pan, tormentato e costretto a vagare nel mondo da ectoplasma , verrà sconfitta se lui sposerà, appunto, una donna cinese dagli occhi verdi.

Jack e Wang, assieme ai loro amici, a un’avvocatessa, Gracie Law (Kim Cattrall) e a un illusionista di nome Egg Chen (Victor Wong), naturalmente lotteranno affinché ciò non possa avvenire.

E tutti assieme appassionatamente s’infiltreranno nel covo di Lo Pan.

È allora che deflagra, visivamente stupendo, tutto l’incandescente furore immaginifico di Carpenter, che avrà il suo culmine nel magistrale combattimento finale, orchestrato alla perfezione.

Dicevamo… questo film all’epoca fu respinto perfino dagli ammiratori di Carpenter, che non compresero affatto lo spirito ludico che lo sottendeva. E incassò pochissimo. Soltanto dopo numerosi passaggi televisivi, il film è stato unanimemente considerato un “untouchable” della sua filmografia.

Sia chiaro, rivisto oggi, mostra numerose pecche e perfino qualche grossolanità, e possibile che Wang svolazzi e combatta come un ninja e non avesse mai prima di allora rivelato le sue doti atletiche da campione stupefacente di arti marziali? Ma, nella sua ingenuità dichiarata, sfacciatissima, il film funziona magicamente. Proprio perché non si prende mai sul serio, e Carpenter, sappiamo bene, è sempre stato un indiscusso fuoriclasse di autoironia.

Ma basterebbe la scena iniziale del vicolo, di un’atmosfera ipnotica ed esotericamente mozzafiato, per farci capire che siamo di fronte al maestro per antonomasia, John Carpenter. Cioè al cospetto di uno che, anche quando scherza e pare burlarsi di noi, gira con una classe, un senso del ritmo e degli spazi e un sopraffino gusto delle immagini, da lasciarci sbalorditi e ammaliati.

di Stefano Falotico

 

WHITE BOY RICK – Official Trailer (HD)

636635662081737221-xxx-cp-white-boy-rick-03-100297697Set in 1980s Detroit at the height of the crack epidemic and the War on Drugs, WHITE BOY RICK is based on the moving true story of a blue-collar father and his teenage son, Rick Wershe Jr., who became an undercover police informant and later a drug dealer, before he was abandoned by his handlers and sentenced to life in prison. Directed by: Yann Demange Written by: Andy Weiss and Logan & Noah Miller Produced by: John Lesher Julie Yorn Scott Franklin Darren Aronofsky Cast: Matthew McConaughey Richie Merritt Bel Powley Jennifer Jason Leigh Brian Tyree Henry Rory Cochrane RJ Cyler Jonathan Majors Eddie Marsan With Bruce Dern And Piper Laurie

La Sony Pictures Entertainment, poche ore fa, ha rilasciato il primo trailer di White Boy Rick, la “vera storia” del più giovane spacciatore USA di tutti i tempi. Diretto dall’acclamato regista di ’71, vale a dire il promettentissimo Yann Demange, la pellicola è interpretata dall’esordiente Richie Merritt e soprattutto dal premio Oscar Matthew McConaughey. Sì, perché nel film si racconterà la strampalata, assurda vicenda di un ragazzino che, a soli quattordici anni, dopo essere stato un pusher fenomenale, divenne informatore sotto copertura dell’FBI, che lo reclutò affinché potesse fornirgli informazioni segretissime sullo spaccio degli stupefacenti. Il ragazzo poi fu arrestato e condannato all’ergastolo, anche se l’anno scorso è stato rilasciato in libertà vigilata. Ma, come dicevamo, non sarà tanto il ragazzino, Richard Wershe Jr., il personaggio principale, bensì in particolar modo il padre. O meglio il film si concentrerà sull’ambiguo, affettuoso, inscindibile lor rapporto padre-figlio. E il padre avrà appunto il volto di Matthew McConaughey, il vero protagonista della vicenda, un uomo che, pur di salvare suo figlio, si ridusse a vivere nella miseria più assoluta.

Insomma, dopo i fasti di True Detective e le sue mirabolanti, recenti prove recitative, McConaughey, con questa sua nuova performance attoriale, che si prospetta solidissima, saprà riscattarsi dal flop colossale de La Torre Nera?

La Critica americana lo potrà appurare il prossimo 17 Agosto, data della release statunitense del film.

Un film che annovera nel suo interessantissimo cast anche Bruce Dern e Jennifer Jason Leigh.

 

Paterno, recensione

Paterno

Il 7 Aprile di quest’anno debuttò sul network HBO il tv movie Paterno di Barry Levinson con Al Pacino, da noi passato in prima televisiva ieri sera, Giovedì 31 Maggio, su Sky Cinema Uno alle 21 e 15. Ed è la prima volta che un film HBO arriva così presto anche qui da noi, perfettamente doppiato e con al solito la voce poderosa del magnifico Giancarlo Giannini che finalmente si riappropria del “suo” attore preferito, Pacino.

Film della durata di 1h e 45 min, che anni fa doveva realizzare Brian De Palma, e inizialmente si sarebbe dovuto intitolare Happy Valley, ma per scontri con la produzione il progetto finì nel limbo sino a quando non fu Levinson a riappropriarsene nell’estate scorsa, periodo nel quale si son tenute in poco più di un mese le riprese. Levinson è oramai uno specialista di ritratti biografici o, per meglio dirlo all’americana, di biopic su personaggi assai controversi che hanno scosso l’opinione pubblica. Di soltanto un anno fa il suo Wizard of Lies con Robert De Niro e Michelle Pfeiffer, sullo scandalo finanziario che travolse Bernie Madoff, e suo anche You Don’t Know Jack – Il dottor morte, così come fu produttore del bellissimo Phil Spector, scritto però e diretto da David Mamet. Pellicole che comunque furono interpretate sempre egregiamente da Al Pacino.

Film-“inchiesta” quelli del Levinson recente, e un Pacino che ancora una volta si riscatta da prove scialbe e opache di film abbastanza inguardabili come Conspiracy e Hangman. Sì, perché a ben vedere Al Pacino il meglio di sé negli ultimi tempi l’ha dato proprio per la televisione, considerando anche il suo forte ruolo in Angels in America di Mike Nichols.

Lui e Levinson sono grandi amici da una vita. Di Levinson fu la sceneggiatura di …e giustizia per tutti, e proprio Levinson diresse Al Pacino in The Humbling, film passato decorosamente Fuori Concorso al Festival di Venezia.

Qui i due si son coalizzati per dar vita agli ultimi mesi di vita di Joe Paterno, il coach con più vittorie all’attivo nella storia del college Football, che fu licenziato senza mezzi termini in seguito allo scandalo sessuale di abuso sui minori che riguardò il suo assistente Gerald Arthur Sandusky, detto Jerry (lim Johnson).

Che violentò un sacco di ragazzi dell’università e usò come stratagemma, per celare per molto tempo le sue ignobili malefatte, il furbo paravento di un’associazione benefica da lui fondata, che si proponeva di aiutare i bambini poveri e indigenti, abbandonati spesso a sé stessi.

I misfatti emersero grazie a un coraggiosissimo reportage della scaltra e ambiziosa, giovanissima giornalista Sara Ganim (la lanciatissima Riley Keough), che fu insignita del premio Pulitzer.

Lo scandalo scoppiò a cavallo di quando Joe Paterno vinse da allenatore la sua 409° partita. E il film si concentra sulla settimana che ne seguì, in cui Paterno si trovò in una situazione scomodissima, proprio lui, allenatore leggendario, integerrimo e beniamino di tanti gagliardi boys che grazie alla sua fiducia e ai suoi insegnamenti arrivarono a primeggiare e a ottenere la laurea. Insomma, un idolo per la comunità, che gli aveva dedicato perfino una statua in suo onore.

Levinson allora osserva Pacino con profonda umanità, lo spia da vicino, con primissimi piani che si attaccano a ogni ruga ed espressione del suoi viso, per meglio cogliere i dubbi che lo assalirono, i sensi di colpa attanaglianti che lo distrussero per aver forse taciuto o aspettato troppo a dire la verità al fine di preservare la purezza di quell’ambiente invece così macchiato sin alle fondamenta dal marcio più lercio.

Come avvenuto per Il dottor morte e col suo Jack Kevorkian, e col Madoff di Wizard of Lies, Levinson si limita a osservare Paterno e prova a indagare nel suo animo divelto e combattuto, non lo giudica e non

ci fornisce spiegazioni. Lascia al nostro buon senso, anzi al senso della nostra morale, ogni possibile giudizio.

Il film si segue volentieri, Pacino è molto invecchiato davvero, e non solo per il vistoso trucco che lo rende impressionantemente simile al vero Joe Paterno, ma rimane sempre bravissimo e puntuale, e la sua stavolta è una recitazione molto trattenuta, lontana dai suoi consueti istrionismi teatrali.

Però, sinceramente, avevo preferito molto di più, appunto, Il dottor morte e Wizard of Lies, perché qui la sceneggiatura di Debora Cahn e John C. Richards è altamente professionale ma pare un compitino poco convincente e troppo schematico.

Comunque, da vedere.

 

 

di Stefano Falotico

 

Racconti di Cinema – Il signore del male di John Carpenter

Il signore del male

Ecco che, a cavallo di Grosso guaio a Chinatown, altra sua vetta indiscutibile, ma che all’epoca fu incomprensibilmente respinta dai suoi fan, film che non capirono subito e lo scambiarono soltanto per una divertente spielbergata, Carpenter ancora una volta spiazza tutti e si reinventa, girando Il signore del malePrince of Darkness.

Opera capitale e primaria.

Con un budget risicato, ridotto all’osso, soltanto tre milioni di dollari, ma idee a profusione da vendere, e nessun attore di grido nel cast.

Questo film è annoverato dai suoi cultori come facente parte della sua Trilogia dell’Apocalisse, che comprende il precedente La cosa Il seme della follia. Anche se ciò serve più che altro ai dizionaristi per categorizzarlo, poiché le opere di Carpenter non sono ascrivibili a nessun tipo di classificazione netta e generica. L’intera sua filmografia è per certi versi apocalittica, premonitrice di un futuro sull’orlo del collasso e del disfacimento, ogni suo singolo lungometraggio potrebbe essere annesso a questo fantomatico filone e, per la vastità di temi che Carpenter tocca e per l’universalità dei suoi complessi e stratificati messaggi, ogni suo film è un epigrafico e al contempo sterminato monito riguardo il futuro disastroso che potrebbe attendere l’umanità se non si atterrà a principi di moralità inalienabili.

Corre l’anno 1987 e Carpenter filma quest’horror metafisico di portata immensa. Sceneggiandolo sotto lo pseudonimo di Martin Quatermass, e al solito musicandolo in collaborazione col suo fido Alan Howarth. E il direttore della fotografia, Gary B. Kibbe, che compie uno strabiliante, quasi impalpabile e magicamente avvolgente lavoro, seducendoci d’ipnotismo visivo, tanto che con le sue luci soffuse e sporche ci magnetizza in stato di stregata trance come i barboni-zombi di questa pellicola, è la prima volta che si affilia, potremmo dire, a Carpenter. Dopo lavorerà quasi sempre con lui.

Siamo a Los Angeles negli anni ottanta. E i primi venti minuti sono sensazionali.

Veniamo immersi in tale cupa, segreta atmosfera di morte imminente, come se una sciagurata catastrofe potesse avvenire da un momento all’altro.

Un prete (un grande Donald Pleasence) si aggira nei sotterranei di una chiesa abbandonata e nel frattempo seguiamo, in parallelo, le lezioni universitarie del professor Howard Birack (Victor Wong), esperto di fisica e di anti-materia, che lui tiene ai suoi allievi.

Angoscia e tetraggine incalzano a dismisura, mentre un’eclissi albeggia inquietante nel firmamento, congiunzione e combaciamento quasi carnale e materico del Sole, stella madre primordiale che dà la vita e forgia le creature terrestri nel gaudio e nella luce infinita, e della Luna, che per Carpenter è il simbolo dell’isterilimento e della putrefazione, un accoppiamento metafisicamente coitale. Speculare compenetrazione mesmerica e ontologica abissale.

Il prete invita il professore e i suoi studenti nella sua chiesa, al fine che investighino su una misteriosa teca di cristallo contenente da settemila anni un liquido verde in perpetuo, imperterrito movimento, cioè la liquefazione essente del Male, dell’Anticristo, dell’Anti-Dio o addirittura di Dio stesso, perché forse il Maligno, Satana, e nostro Signore sono le facce di una stessa medaglia.

Gli studenti, tramite sofisticate apparecchiature, ricevono trascritti sui loro computer i criptici messaggi che il liquido invia loro. E cercano di decifrarli.

Allora, stupefatti e increduli comprendono che Satana è Dio e Dio è Satana, probabilmente questa è la verità inaudita che la teologia cristiana ha tenuto sempre nascosta, sepolta sotto l’inganno che fossero invece due realtà antitetiche e in marcata contrapposizione. Una rivelazione spaventosa.

Nel frattempo dei mendicanti in stato catatonico si aggirano all’esterno della chiesa e avvengono brutali omicidi.

Il liquido fuoriesce dal cilindro e a uno a uno comincia a contagiare gli studenti. Il Male si sta propagando e incarnando attraverso le lor sembianze. I ragazzi, quando si addormentano, fanno tutti lo stesso sogno, che altri non è che una trasmissione di origine non identificata, forse di natura aliena, che proviene dal futuro, dall’anno 1999, ed è inconsciamente comunicata loro nella fase REM. Diffusa subdolamente al loro inconscio perché possano cambiare il corso degli eventi. I superstiti sono sempre meno e, addirittura, una di loro, Kelly (Susan Blanchard), viene posseduta totalmente dal liquido e subisce una mostruosa trasformazione, una possessione demoniaca raccapricciante, il suo corpo marcisce, sì, si putrefà come stigmatizzato da escoriazioni e ustioni profondissime, lei muta e si risveglia dal sonno in cui era caduta, i superstiti provano ad abbatterla, la smembrano e decapitano ma non muore e il suo corpo si rigenera, le ricresce il braccio e raccoglie la sua testa dal pavimento, riattaccandola al collo. Quindi, si reca in prossimità di un grosso specchio, portale ultra-dimensionale. V’inserisce la sua mano dentro, stringe e afferra quella di suo padre, la Bestia o forse Dio, per portarlo nel nostro mondo, affinché il Male possa regnare sovrano e incontrastato.

Ma a quel punto, una delle ragazze, Catherine (la compianta Lisa Blount), si lancia contro l’indemoniata Kelly e la trascina con sé nella dimensione infernale, da cui non c’è via di ritorno. Catherine è morta o forse è stata per sempre intrappolata nell’altrove oscuro. Il prete sferra un’ascia contro lo specchio e distrugge, annienta il tremendo incantesimo. L’incubo è finito, o forse no. Il giorno dopo, uno degli studenti, Brian (Jameson Parker) che, contraccambiato, si era innamorato di Catherine, rifà lo stesso sogno ma, anziché vedere quello strano figuro vestito di nero che era apparso a tutti, al posto suo intravede Catherine. Si ridesta e per un attimo sobbalza terrificato perché scorge Catherine, satanicamente, accanto a lui nel suo letto. In verità sta ancora dormendo, poi il sogno finisce definitivamente. Si alza dal letto e si avvicina allo specchio della sua camera, prova a toccarlo ma, prima che lo tocchi, il film finisce. Lasciandoci nel dubbio più atroce.

Capolavoro. Horror purissimo, contaminazione pazzesca di generi, che occhieggia a Romero con echi lovecraftiani (e infatti il cognome del personaggio di Lisa Blount si chiama Danforth, come uno dei protagonisti de Alle montagne della follia di H.P. Lovecraft), miscela ardita e sperimentale, avanguardistica indistricabilmente geniale.

Molti hanno accusato il film di essere troppo verboso, hanno detto che è lento e gratuitamente truculento nel finale, e che gli attori sono pedestri e mal diretti. Tutto ignobilmente falso, questa è invece assolutamente una delle opere maestre e capitali di Carpenter. E anche il cameo di Alice Cooper, cantante heavy metal che firma il theme principale, Prince of Darkness, da cui il titolo originale della pellicola, ci sta da Dio. Apparizione diabolica.

Siamo nell’ermetica tenebra della più alta magnificenza. Nel territorio portentoso dell’ignoto più accattivante e magistrale.

 

 

di Stefano Falotico

 

 

Racconti di Cinema: Kill Bill – Volume 2 di Quentin Tarantino

Pictured: Chia Hui Liu in Quentin Tarantino's KILL BILL VOLUME 2.. Use is authorized for print publications only. Interhet use requires additional approval Distributed by Buena Vista Internatioal.

Ecco la seconda parte del dittico Kill Bill, film suddiviso in due tronconi per puro scopo commerciale. E anche perché negli anni duemila nessuno avrebbe visto al cinema un film di quattro ore. Nessuno, esattamente, no. Io sì, ma io non sono la maggioranza del pubblico pagante.

E allora, dopo solo un paio di mesi di distanza dalla release del primo, ecco questo secondo capitolo, o meglio Volume, della durata di 2h e 17 minuti.

Innanzitutto, ci viene ben spiegato con una lunga scena che La Sposa non è stata aggredita e massacrata nel giorno delle sue nozze, bensì durante le prove di matrimonio.

Ed entra in scena, mellifluo e con un flauto da Pifferaio Magico, Bill, un David Carradine macilento ed emaciato, dai capelli crespi, sfibrati e dal viso cosparso di profonde rughe scavate nella pietra dei suoi duri lineamenti spigolosi.

Una figura titanica, un padre-amante terribile e crudele, spietato, che non perdona che la sua donna preferita si voglia sposare, come dice lui, con un gran coglione, e si riduca a passare tutto il resto della sua vita a smerciare dischi usati in un negozietto scalcagnato assieme a questo ragazzone tenerissimo ma babbeo, trascorrendo le sue giornate nell’arida, vuota contea di El Paso.

E aveva già dato ordine ai suoi scagnozzi di fare irruzione nella cappella nuziale e ammazzare tutti.

Quindi, dopo questo avvolgente e cupo flashback tutto in bianco e nero, con annesso il cameo dell’attore per eccellenza di Tarantino, l’onnipresente Samuel L. Jackson nei panni di Rufus, suonatore di pianoforte, la storia riprende e la programmatica vendetta della Sposa viene scansionata da Tarantino, potrei dire, in ogni minuzioso dettaglio. Con scrupolosità eccessiva.

Le rimangono, oltre a Bill per l’attesa dell’epico scontro finale, altre due persone da ammazzare.

Ovvero Budd (Michael Madsen), che adesso è un rottame alcolizzato che sbarca come può miseramente il lunario, umiliandosi come buttafuori malpagato, e la luciferina donna da un occhio solo, Elle Driver (Daryl Hannah), il cui nome in codice è Mountain Snake.

La Sposa trova Budd ma il piano di uccisione non va come si augurava. Budd la trafigge al petto, sparandole a bruciapelo col fucile e poi decide di seppellirla viva.

La Sposa viene sepolta, una sepoltura atroce e barbarica, è legata alle mani, e può solo dunque attendere in modo straziante di esalare l’ultimo respiro, aspettando che l’ossigeno del loculo si esaurisca? No, perché allora lei ricorda gli insegnamenti del suo maestro Pai Mei, e riuscirà miracolosamente a fuggire. Ricominciando la caccia.

Adesso non vi spiegherò cosa avviene ma quel che avviene è certamente la parte del film che m’ha convinto meno. Budd è un cattivo assurdamente ridicolo, senz’alcuno spessore, si fa fregare con una facilità che lascia perplessi ed esterrefatti, proprio lui che era un sicario infallibile del micidiale Bill. Ed ecco che spunta un serpente letale, il Black Mamba, che è peraltro il nome in codice della Sposa, il cui vero nome all’anagrafe è a sua volta Beatrix Kiddo.

Se questo serpente non avesse morso Budd che sarebbe successo? E perché Elle Driver, dinanzi a Budd agonizzante e in fin di vita, gli recita un’insulsa pappardella dal suo blocnotes come fosse un documentario del National Geographic o di Quark? E perché queste donne, nella roulotte di Bill, si picchiano, se le danno a morte, rotolano sul pavimento, distruggono tutto, fracassano le pareti e del Black Mamba non scorgiamo neanche l’ombra e questo serpente velenoso appare invece soltanto a combattimento terminato?

Di tali incongruenze e grossolanità rendiamo conto a Tarantino, che in questa scena si è divertito troppo infantilmente, perdendo di vista ogni seria coerenza logica, burlandosi sinceramente della nostra intelligenza di spettatori esperti e maliziosi.

Lasciando perdere ciò, La Sposa finalmente, dopo tante peripezie, si reca di soppiatto a casa di Bill.

E scopre che sua figlia è ancora viva.

L’ultimo capitolo… e sappiamo già come andrà a finire…

Carradine è straordinario, e non comprendiamo come mai abbia ottenuto solo una nomination ai Golden Globe, quando a mio avviso era davvero meritevole dell’Oscar come Miglior Attore non Protagonista, con buona pace del Morgan Freeman di Million Dollar Baby, che vinse, e certamente la scena in cui recita la teoria dei supereroi e di Superman dinanzi alla Sposa è da antologia. E non a torto è stata “youtubizzata” a mo’ di cult istantaneo, da vedere ad libitum, in loop continuo.

Ma basta un Carradine ieratico e spaventoso e una genialata di script per fare un grande film? No, e infatti, nonostante questo Volume 2 sia decisamente superiore al primo, rimane comunque come il primo un balocco fine a sé stesso. Iper-citazionista ma sterile, soprattutto a livello emozionale, e Tarantino abusa di musiche leoniane laddove non ce ne sarebbe stata la necessità. A eccezione del duello finale fra La Sposa e Bill, la cui epicità della musica è molto pertinente, perché infatti enfatizzare, con l’ingresso di una colonna sonora à la Morricone, la scena in cui Budd, dopo aver sparato alla Sposa, si diverte a umiliarla? Che funzione ha una musica del genere in questa scena?

Insomma, per farla breve, Kill Bill rimane un’opera magistrale dal punto di vista tecnico, perfetta se presa a tranci, poiché le singole sequenze sono impeccabili, ma secondo me Tarantino ha voluto mettere troppa carne al fuoco, smarrendo la poesia, mancando di pura autenticità. Un film sbilanciato, sostanzialmente malato di velleitarismo e perfino fastidioso in quanto mero, gratuito, esibizionistico sfoggio di stile alla lunga pacchiano e mal miscelato. Senza romanticismo. Scarsamente coeso e artefatto.

Curiosità: Pai Mei è un personaggio storico davvero esistito.

DAVID CARRADINE in Kill Bill - Vol. 2 Filmstill - Editorial Use Only Ref: FB www.capitalpictures.com sales@capitalpictures.com Supplied by Capital Pictures

DAVID CARRADINE
in Kill Bill – Vol. 2

 

di Stefano Falotico

 

Racconti di Cinema: Kill Bill – Volume 1 di Quentin Tarantino

LUCY LIU in Kill Bill Filmstill - Editorial Use Only Ref: FB sales@capitalpictures.com www.capitalpictures.com Supplied by Capital Pictures

LUCY LIU
in Kill Bill

Ecco, Quentin Tarantino alla prova del nove. Di solito, la prova del nove avviene dopo un esordio entusiasmante, per attestare se la grandezza della prima opera di un autore sia addebitabile alla cosiddetta fortuna del principiante, dovuta a circostanze favorevoli, a istanze ben miscelate e perfettamente funzionali o addirittura rivoluzionarie per il tempo fatale e magico in cui son state, diciamo, orchestrate, nel quale si sin miracolosamente scaturite per concomitanza di fortuiti fattori alchimici, o invece, e in questo caso parlo di un regista spuntato dal nulla, il talento ce l’ha davvero, semmai smisurato, incontestabile, oramai unanimemente acclarato, assodato e nella sua seconda opera ribadito maestosamente. Tarantino la prova del nove l’aveva superata alla grandissima, dopo Le iene, proprio con l’epocale Pulp Fiction. Creando un film manifesto per un’intera generazione cresciuta a Corn Flakes, fumetti da leggere sulla tazza del cesso, tv spazzatura sparata nelle vene neuronali delle più lerce pubescenze di ragazzotti tirati su nel “patchwork” di una cultura pop sincreticamente eterogenea, un film in cui erano confluiti il trash, la destrutturazione temporale da Rapina a mano armata, l’inventiva di dialoghi caustici e irriverenti, guasconi e buffoneschi, personaggi clowneschi nati dalla celluloide e dalle cellule impazzite del mito americano della celebrità e del divismo, ove anche un gangster appesantito può conoscere a menadito la sottile differenza che intercorre fra Marilyn Monroe e Mamie Van Doren e non potrebbe mai confonderle con Jayne Mansfield. Un cocktail micidiale modellato su una sceneggiatura radente come un rasoio, dall’incessante, propulsivo ritmo “orecchiabile” come una colonna sonora trascinante, leggerissima ma potente, violenta ma romanticissima.

E poi aveva diretto Jackie BrownNoir tratto da Elmore Leonard, o chiamatelo hardboiled se preferite.

Blaxploitation sui generis, anacronistica, compassata, lentissima con schizzi poi velocissimi del solito imbrattamento di sangue, qui però più contenuto e spesso fuori scena, sangue languido ed estasiante soprattutto incastonato, effuso caldamente alla nostra anima invigorita da tanta malinconica bellezza ruggente.

Ma Tarantino è un fenomeno, e come tutti i fenomeni ha detrattori in ogni dove, e uno di questi acerrimi suoi detrattori sarà perfino nascosto in una ciotola di riso pronto a sparargli nel culo. Sono pronto a scommettermi le palle che i suoi detrattori crescano, di ora in ora, come inestirpabili funghi.

Dunque, ogni film di Tarantino aderisce a questa innegabile regola primaria e imprescindibile, anche ora che, trascurando l’episodio di Four Rooms, e considerando appunto questo Kill Bill come opus e unicum indivisibile ripartito in due parti solo per meri fini lucrativi, il nostro Quentin sta girando il suo nono lungometraggio, Once Upon a Time in Hollywood.  Tarantino è uno di quei registi che, visto il suo essere inclassificabile e mutevole, contaminatore spericolato e sempre all’arrembaggio in qualsiasi genere, non potendo essere ascritto a nessuna categoria precisa, dovrà patire sino alla morte l’irrimediabile pregiudizio ostinato di molti critici e di quegli spettatori che lo detestano e aspettano fervidamente un suo clamoroso passo falso per scavargli la tomba e poter baldanzosamente sciocchi decretargli di essere stato sempre un bluff. Tarantino ha già dimostrato di essere un grande, bisogna vedere se lo sarà nell’avvenire.

Queste invidie sono figlie della pusillanimità e dell’ingratitudine di coloro che, mal tollerando il suo successo e la sua indubbia personalità debordante, non vedono l’ora, come avvoltoi, di potergli rodere il fegato, perché a ogni sua nuova opera acclamata si sentono rosicchiare sin alle viscere più putride ed esplodono acrimoniosi di bilioso odio imbattibile. Pregando in silenzio affinché miseramente fallisca. Per appioppargli, come malevoli si augurano, l’etichetta di ciarlatano.

Detto questo e sottolineato quindi che ogni nuova opera futura di Tarantino sarà sempre per lui una prova del nove, questa richiesta di “test attitudinale” da parte della moltitudine di eterni prevenuti nei riguardi del suo Cinema, ossessionati come San Tommaso a controllare se davvero possedeva e possieda mirabili qualità innovative, è calzata a pennello quando è uscito Kill Bill.

Perché molti si sono chiesti: ebbene, dopo queste sue incursioni, certo originali e straordinarie, ma nere e cruenti, splatter e sanguinolente, saprà autenticamente dimostrare di saperci fare anche con una semplice storia di vendetta echeggiante C’era una volta il West?

La riposta qual è stata?

Personalmente, ricordo che andai a vedere Kill Bill Vol. 1 in una fresca serata invernale, nel tepore dei miei umori ballerini, e a dire il vero, a parte un certo pathos in crescendo da me emozionalmente introiettato e sinceramente vissuto per il cliffhanger dei 5 min finali, con la lapidaria frase di Michael Madsen… quella donna merita la sua vendetta, e noi meritiamo di morire, non uscii dalla sala incantato dalla sua visione, anzi, una netta delusione ingravidò il mio animo incontentabile e giudicai questo film infantilmente anemico e velleitario.

L’altra sera, a fine Maggio 2018, l’ho rivisto integralmente. Ma qui mi limito per ora a sacramentare su tal primo volume.

Nato da una squinternata idea generata da discussioni fra Tarantino e Uma Thurman, ecco che dopo mille revisioni e uno script ideato e poi infinitamente, innumerevoli volte rieditato, Kill Bill Vol. 1 inizia proprio sulle note melodiose di Nancy Sinatra e della sua Bang Bang (My Baby Shot Me Down).

Tanto per farci capire subito che Uma Thurman/La Sposa/Black Mamba altri non è che un prosieguo ideale e meta-cinematografico di Mia Wallace…

Sì, chi è effettivamente La Sposa, The Bride? Una donna samurai che, nel suo più bel giorno della sua vita, quello delle nozze, viene barbaramente pestata da un “covo di vipere”, è il caso di dirlo, la sadica Deadly Viper Assassination Squad. Che fa capo al terribile, mefistofelico, disumano monstre, qui ancora senza volto, di Bill/David Carradine, un carnefice edonista marcio.

Che, dopo che quelli della sua squadra l’avevano massacrata di calci e pugne, di sua mano le spara in testa.

La Sposa è morta. No, La Sposa non è morta. È entrata in coma ma la figlia che portava in grembo, nata dall’unione carnale amorosa col suo protettore Bill, uomo che lei venerava, sì, da lui avuta, è crepata (o almeno questo pensa lei).

La Sposa resta in coma per quattro anni, poi si risveglia e risorge. Resurrezione atroce! Prende immediatamente coscienza di quel che abominevolmente le è accaduto, e allora ha una sola testardissima ossessione bastarda, vendicarsi di tutti i colpevoli e ammazzare Bill in maniera ferina, con imperdonabilità furiosa egualmente proporzionale all’aberrante sua efferatezza perpetratele.

Il film allora diventa tutto e niente, wuxiapian, avventura, demenziale, fumetto, anima giapponese, yakuza movie, iperrealista western metropolitano, perfino un gioco à la Mortal Kombat stilizzato in piani-sequenza come Brian De Palma tritato in salsa tarantiniana. Tarantino gira da Dio, alcune sequenze sono magnetiche ma qui è forse solo un abile giocoliere, un mirabolante giostraio di frame che, presi singolarmente, sarebbero da incorniciare, vuoi anche la levigatezza formale del direttore della fotografia Robert Richardson, ma nel loro insieme appaiono come un innocuo collage anti-emotivo, privo di ogni sanguigna visceralità davvero poetica.

La Thurman è adesso grintosa e macha, poi dolce e tenerissima, fragile e durissima, perfetto corpo androgino da combattimento e poi inadeguata, senza physique du rôle, scialba e, oserei dire, anche sgraziata.

Le coreografie degli stessi combattimenti e di quello dei quaranta minuti finale sono magistrali, ma mancano di ogni epica e diventano soltanto esercizio di stile meraviglioso a vedersi ma emozionalmente, ripeto, vacuo e inane.

Allora questo Kill Bill Vol. 1 assomiglia tanto alla puntata di un serial televisivo che ci ha visivamente stordito, rimbambito e che si è interrotta sul più bello, tenendoci incollati davanti allo schermo per circa due ore grazie, a mio avviso, solo alla splendida, variopinta e poi leoniana colonna sonora.

Sì, dunque a distanza di anni, rimango del giudizio che Kill Bill Vol. 1 sia stata una prova del nove non superata.

Non vogliatemi male.

JULIE DREYFUS & UMA THURMAN in Kill Bill - Vol. 1 Filmstill - Editorial Use Only Ref: FB www.capitalpictures.com sales@capitalpictures.com Supplied by Capital Pictures

JULIE DREYFUS & UMA THURMAN
in Kill Bill – Vol. 1

 

di Stefano Falotico

 

 

City of Lies | Official Trailer with Johnny Depp

78499_pplBased on the true story of one of the most notorious and unsolved cases in recent time, CITY OF LIES is a provocative thriller revealing a never-before-seen look at the infamous murder of The Notorious B.I.G. shortly following the death of Tupac. L.A.P.D. detective Russell Poole (Johnny Depp) has spent years trying to solve his biggest case, but after two decades, the investigation remains open. “Jack” Jackson (Forest Whitaker), a reporter desperate to save his reputation and career, is determined to find out why. In search of the truth, the two team up and unravel a growing web of institutional corruption and lies. Relentless in their hunt, these two determined men threaten to uncover the conspiracy and crack the foundation of the L.A.P.D. and an entire city.

 

Racconti di Cinema – Essi vivono di John Carpenter

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Ebbene, oggi voglio parlarvi di Essi vivono (They Live), al solito del Maestro per antonomasia, il re dei brividi e il profeta del nostro mondo, sospeso com’è nella perentoria immanenza di un presente inevitabilmente ancorato al passato, ma in perenne, continuo, inarrestabile, putrefacente divenire. Un mondo già squagliato, eroso, malato e infetto, che imperterrito però prosegue nel suo aderire adorante a un processo irreversibile forse di autodistruzione, soccombente a una crisi incombente, ma invisibile ai più, scongiurata dalla retorica insistita e invadente dei mass media che, con le loro fake news, influenzano il nostro stile di vita, sgualcendolo nella sua incontaminata, libera, democratica bellezza.

Film uscito in patria, cioè negli Stati Uniti, il 4 Novembre del 1988 e arrivato da noi, come sovente tutt’ora accade con molte pellicole contemporanee, in leggero ritardo, ovvero il 16 Aprile del 1989. Film della durata secca e oserei dire nerboruta di un’ora e trentaquattro minuti. Sì, perché Carpenter non ha mai amato girare lungometraggi troppo lunghi ed è sempre stato puntualmente contenuto nel minutaggio, rimanendo sotto le due ore. Anzi, filmografia alla mano, posso altresì confermare che solo Christine e Starman si avvicinano a 120 min ma neppure ci arrivano, gli altri stanno invece tutti molto sotto. Insomma Carpenter ha rispettato inderogabilmente questo permanente parametro, e non credo sia un caso, ma una scelta, quasi un suo stilema e marchio inconfondibile di fabbrica. Questa è un’altra delle sue caratteristiche, la stringatezza sintetica delle sue opere non inficia l’effettiva, radente potenza incisiva del suo Cinema. Anzi, nella lapidaria sinteticità delle sue opere consiste e rifulge vigorosa la loro concisa efficacia inattaccabile e poderosa.

Essi vivono è un altro dei suoi indubbi capolavori. Sì, lo è. Con buona pace dei suoi infimi detrattori che si ostinano a relegare questo film semplicemente fra le interessanti pellicole d’intrattenimento. E sostengono che sia sopravvalutato.

Dicevo della durata. Sì, su per giù è quanto quella di una puntata un po’ più espansa di un episodio di Black Mirror. E non a caso cito la serie Netflix che da qualche anno a questa parte spopola tra milioni di fan. Io non ne sono affatto un cultore e più di tanto, nonostante ne riconosca i pregi e nudamente ammetta che il suo fervido creatore Charlie Brooker abbia compiuto davvero dei prodigi immaginifici, non mi son lasciato incatenare e influenzare dall’orda di sfegatati ammiratori che l’elevano superbamente in auge. E sapete perché? Perché molti dei suoi temi trattati, come l’influsso subliminale delle tecnologie, l’alienazione dell’alterata società contemporanea, ideologicamente lobotomizzata dalla meccanizzazione delle coscienze, eran già stati ampiamente evidenziati in questo film seminale di Carpenter. Sì, perché uno degli enormi pregi di Carpenter è sempre stato quello di aver inventato idee a profusione, di aver vivificato la fantasia più creativa e aver anticipato il Cinema e la televisione a venire. Quasi tutte le sue opere sono infatti modelli granitici, eterni, progenitori e ispiratori di ciò che è venuto dopo e di quel che inesorabilmente gli è stato anche, volente o nolente, inconsapevolmente debitore.

Detto questo, Carpenter firma qui, oltre alle musiche, anche la sceneggiatura, attingendo a un racconto del 1963 di Ray Nelson, Alle otto del mattino, e celandosi dietro lo pseudonimo di Frank Armitage, che è peraltro il nome di uno dei co-protagonisti del film.

Ecco qua la storia… un vagabondo senza meta, John Nada (interpretato dal compianto ex wrestler canadese Roddy Piper, morto a soli 61 anni per un arresto cardiaco nel 2015) arriva a Los Angeles in cerca di lavoro. Grazie all’aiuto di un uomo di colore, Frank Armitage appunto (Keith David), viene assunto come operaio in un cantiere e alloggia assieme a lui in una baraccopoli ai piedi di una periferia fatiscente che affaccia sugli svettanti grattacieli di cristallo della metropoli. E già sarebbe da lodare Carpenter per quest’uso suggestivo delle location, il covo dei diseredati a contrasto col panorama e lo sfondo sfavillante delle luci roboanti della città. Contrasto che acquisisce toni seducentemente ipnotici agli occhi di noi spettatori nelle prime cupe, irreali e perfino fiabescamente macabre scene notturne, quasi nebbiose e traslucide.

Nada però si accorge subito che qualcosa che non va… e bizzarri accadimenti gli gravitano intorno. Un invasato predicatore cieco, in pieno delirio da apparente sobillatore, sprona la gente del luogo a vedere il mondo nella sua trasparenza, mentre un altro uomo invia indecifrabili, criptici messaggi attraverso delle interferenze televisive, al fine che la gente possa ridestarsi dal torpore e dal buio delle loro anime addormentate.

Inoltre, nella strada antistante, c’è una chiesa. Nada vi entra di nascosto e se n’incunea, e scopre ben presto che lì la gente non si riunisce per pregare o assistere alle funzioni religiose, bensì si sta organizzando per cospirare contro lo Stato dittatoriale.

La sera stessa le forze dell’ordine violentemente fanno irruzione nel campo “nomade”, lo sventrano e lo sgomberano, facendo piazza pulita. Al mattino dopo, Nada ritorna nella chiesa e rinviene da una scatola un paio di occhiali da sole. Li indossa e cammina per le strade. E la realtà gli si svela paurosamente per quella che è. Molti degli abitanti gli appaiono ora come degli alieni-zombi, scarnificati e scheletrici, Nada comprende spaventevolmente che la città è sotto assedio, e legge scritte come “Stay Asleep”, “No Imagination”, “Submit to Authority”, mascherate dietro la pubblicità e i cartelloni promozionali.

Insomma, il mondo è tenuto in scacco da una fazione di governanti totalitaristici che sta imprigionando a livello subconscio le persone, desensibilizzando le coscienze di massa con messaggi e simboli occultamente persuasivi per invogliarli al consumismo e per bloccare e inibire i loro liberi arbitri.

Inutile che vada avanti nel raccontarvi per filo e per segno la trama. Guardate o riguardate il film o consultate enciclopedie online come Wikipedia per far promemoria di quel che verrà dopo.

Come andrà a finire? Lo scoprirete solo amandolo…

Carpenter, pur con scarsità di mezzi (solo 4 milioni di dollari di budget), dà fondo a tutta la sua vulcanica inventiva, profetizzando perfino i droni odierni, e il suo film è un chiaro attacco alla società capitalistica. Se negli anni cinquanta i nemici erano i comunisti, a fine anni ottanta sono i rampanti ed edonisti yuppies.

Sì, la pellicola ha anche vistosi di difetti e, al di là del finale con qualche opportuno effetto speciale, è puro artigianato girato con quattro soldi. E Piper, che attore professionista non era, è visibilmente in imbarazzo e impacciato soprattutto nelle scene iniziali, e pare spesso che, col suo sguardo indeciso e goffo, si rivolga a Carpenter per capire meglio come deve girare la scene. Ah, quelle mani in tasca… Incertezza recitativa che neanche il montaggio conclusivo è riuscito a cancellare, ma forse proprio nell’imbranataggine simpatica e nella modesta naturalezza espressiva di Piper, scelto probabilmente apposta per il suo corpaccione da worker, da proletario rozzo, risiede il fascino del film. Nella sua rude schiettezza.

E, se trascuriamo qualche palese didascalismo forzato, il messaggio inviatoci da Carpenter trent’anni fa era quanto mai attuale e divinatorio: il male c’è, dietro il falso benessere vi è celato l’orrore, ma siamo stati resi ciechi da anni di condizionamenti televisivi e massmediatici per accorgercene. Forza, gente, they livewe sleep, è tempo di riaprire gli occhi una volta per tutte. E ribellarci.


Masterpiece
! Non si discute!racconti-cinema-essi-vivono-testa-

di Stefano Falotico

 

Racconti di Cinema – The Hateful Eight, capolavoro o boiata deplorevole?

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Ebbene, a distanza di due anni e mezzo dalla sua uscita nei cinema, voglio ritornare su questo film iper-discusso e decisamente controverso di Quentin Tarantino, opus n. 8 del nostro bad boy. E infatti il nostro orgoglioso Quentin ci tiene a ribadirlo nei titoli di testa… the 8th film by…

E ne voglio parlare perché, come saprete, stanno iniziando le riprese dell’attesissimo Once Upon a Time in Hollywood, nona sua opera con Leonardo DiCaprio e Brad Pitt. Anzi, secondo IMDb i primi ciak sono già stati scattati. E dunque facciamo promemoria e un salto a ritroso.

Un tempo si usava l’espressione grandguignol. Espressione adesso desueta e pressoché scomparsa. Invece è assolutamente pertinente per inquadrare, appunto, la natura grandguinolesca di quest’opera.

Non voglio spiegarvi l’etimologia di questo termine? Invece, lo farò, Il nome deriva da un burattino parigino, di Montmartre, e poi questa definizione è stata espansa per definire il Teatro della capitale francese in cui si offrivano rappresentazioni che mettevano scena orrori e truculenze con schietto, abrasivo realismo per esasperare la tragicità della vicenda e mescolarla al grottesco, all’assurdo, perfino al comico.

Quindi, tal definizione quanto mai è concernente lo spirito che pervade questo film di Tarantino. Non è pedanteria la mia, né vezzo e neanche pignoleria sofistica. È mettere i puntini sulle i in stile Samuel L. Jackson, appunto, dei film di Tarantino.

Subito dopo la fine della Guerra di Successione, in un Wyoming nivale, aperto da una lunga carrellata zoomante su un crocefisso innevato e inquietante, Morricone scandisce sin dapprincipio la sua leggenda leoniana, nel rimembrarci l’epica del western, della spazio-temporalità mitica e persino mistica di un Cinema collocato in una realtà vintage, demodé ma eternamente fascinosa. Cristallizzata, come ghiaccio rovente, nella sperduta nostra memoria sognante, immortalata negli anfratti dei nostri cuori e panoramicamente volteggiante su questi suggestivi, pittoreschi paesaggi animati da personaggi solitari, brutti e sporchi, sudici nelle lor anime già corrose, avvelenate e inique.

Una carovana si sta dirigendo verso Red Rock. E nella carrozza c’è un boia che deve consegnare all’impiccagione una donna omicida, abbruttita e deturpata in viso dalle botte ricevute. Al che, come su un palcoscenico atipico, come Teatro filmato, entrano in scena i successivi personaggi. Prima un altro cacciatore di teste che sostiene di essere amico di pennino, di lettera di Abramo Lincoln, quindi un sedicente sceriffo.

Una forte tormenta incombe e allora la diligenza è costretta a fermarsi. E i quattro si fermano a un emporio. Ove già stazionano altri loschi figuri, seduti attorno al focolare del vasto locale, tutti lì ad aspettare che la tempesta si plachi. E, nel gelo polare dei loro segreti inconfessabili ma poi furiosamente, lentissimamente svelati, pian piano confidati, deflagrano morbosi e infidi i conflitti e inizia un gioco al massacro di rivalità, scaramucce, provocazioni e virili complicità bastarde.

Sino all’esplosione tonante della tragedia finale. Distillata col contagocce ettolitro di sangue a fiume.

È inutile che vi stia a elencare pedissequamente, per filo e per segno, i nomi dei vari characters e che, con puntiglio, vi dica chi rispettivamente li interpreta. Gli attori del cast li conoscete benissimo e, probabilmente, se avete visto il film, e desumo facilmente che, se siete cinefili, l’avrete perfino rivisto più e più volte, saprete esattamente che Samuel L. Jackson è il Maggiore Marquis Warren, Kurt Russell è John Ruth, Jennifer Jason Leigh è Daisy Domergue, Walton Gogging è lo sceriffo (?) Chris Mannix, Demián Bichir è Bob, Tim Roth è Oswaldo Mobray, Michael Madsen è Joe Gage, e Bruce Dern è il Generale Sandy Smithers.

Sì, alla fine li ho elencati tutti. E, maniacalmente, come la sceneggiatura di questo film, ho sancito, potrei dire, parimenti al modus operandi di Tarantino e del suo ingarbugliato, iterativo intreccio, la necessità di ripetere interminabilmente ciò che si sa ma potrebbe esserci sfuggito, rimarcando di analessi mnemonica ciò che innanzitutto va tenuto ben presente. Perché potremmo scordarci qualche passaggio e peccare di superficialità. E non possiamo dimenticarci dei loro nomi se vogliamo vederci chiaro…

Ribadito l’ovvio, devo ammettere con enorme dispiacere, che questo suo film non mi è affatto piaciuto o perlomeno mi ha deluso. Perché sì, alla faccia dei tarantiniani e tarantinati che lo elevano sempre in gloria, questo non è uno dei suoi migliori. Anzi, con tutta probabilità è il peggiore. Eh sì, è afflitto, mi duole non sapete quanto dirlo, da una “scontatezza” e da un’insipidità da lasciarmi basito e addolorato.

E dunque mi accodo a quelli che non l’hanno sopportato.

Sì, Tarantino è sempre stato questo, verboso e logorroico ma, se nei suoi precedenti film, anche nei più citazionistici, nei guilty pleasure come A prova di morte, la verbosità aveva un preciso senso, oserei dire, morale e funzionale alla sua poetica, qui diventa un catalogo fastidiosissimo di autocompiaciuto e ossessivo cercar di compensare l’anemia emozionale e drammaturgica della sua opera, costruendo impalcature diegetiche che non reggono attraverso sterminati dialoghi in fin dei conti vuoti e superbamente insignificanti, che nemmeno l’ineccepibile sua bravura tecnica, la certosina cura dei dettagli e l’al solito magistrale fotografia di Robert Richardson, celebre sin dai tempi di Oliver Stone e dello Scorsese di Casinò e Al di là della vita per saturare ogni sfumatura con le sue luci soffuse e “riverberanti”, son riusciti a farmelo amare.

Lo ammetto, con onestà. Certo, Tarantino è sicuramente un regista geniale, così tanto da mangiar sé stesso e perdersi, come accade qui, in un narcisistico tanto sbellicarsi e auto-adorarsi da diventare il cannibale della sua stessa autoriale unicità. I suoi pregi di scrittura diventano in questo caso difetti evidenti del suo ingigantirsi, imbrodarsi, un intollerabile e referenziale celebrarsi vanitoso e vano.

Dialogicamente è superlativo, le scene sono indiscutibilmente girate da Dio, gli attori sono bravissimi e carismatici, soprattutto Tim Roth, a metà strada fra Christoph Waltz (e infatti la parte era stata scritta per lui) e la classe monologante di Al Pacino, e il sempre impeccabile, da Oscar, debordante Samuel L. Jackson, ma a livello contenutistico è un giallo risaputo, prolisso, lunghissimo e, diciamo la verità, in molte parti sinceramente noioso da morire.

Se poi siete fra quelli che adorano un film anche solo per speculare sulla complicatezza snervante delle singole scene, per minuziosamente sondare ciò che sta dietro di esse e v’incantate a osservare ogni rifinita minuzia della messa in scena, non posso dirvi niente. Santificatelo e continuate a riguardarlo.

A ognuno la sua visione del Cinema.

Quindi, The Hateful Eight è paradossalmente il film più tarantiniano di tutti, se vogliamo concederci questi estremismi, ed è per questo che i suoi fan incalliti lo difendono a spada tratta. È lo zenit esponenziale del Suo Cinema, la summa compressa e sproporzionata, oserei dire, di ogni suo film precedente. Vi è il jeu de massacre come ne Le iene (e mi stupisco, vista la presenza di Tim Roth e Michael Madsen, che Tarantino non abbia richiamato Harvey Keitel, ma fra i due pare non scorrere più buon sangue) e, come in Reservoir Dogs, uno dei protagonisti è una talpa, uno che si nasconde dietro una doppia identità, o forse a mentire sono tutti o la maggioranza di essi, c’è la stessa verbosità, qui però ingigantita e dilatata a iosa, di Pulp Fiction e Jackie Brown, di Grindhouse e Bastardi senza gloria, ma in questi film la trama presentava degli snodi e dei geniali deragliamenti, mentre qui il film, lento come una melassa, è di una piattezza sconfortante e poco emozionante.

Ora, questo però è indubbiamente un western, sui generis certo, e Tarantino ha sempre dichiarato il suo viscerale amore, anche esplicitato, dunque sviscerato in alcune delle succitate pellicole, per Sergio Leone e per Carpenter. Sì, Carpenter è stato un regista di grandi western, metropolitani e distopici, infatti Distretto 13, 1997: Fuga da New York, Vampires e Fantasmi da Marte, secondo voi, cosa sono se non western mascherati da altro?

E allora chiama a raccolta il suo idolo Ennio Morricone, che a sua volta ricicla pezzi sonori da La cosa.

Però, questo film è quanto di più lontano da Leone e Carpenter ci possa essere. Carpenter ha sempre amato le pause, le ambientazioni claustrofobiche, ma le sue compressioni e le sue digressioni servivano per sviluppare e far detonare l’azione virulenta, erano il basamento su cui lasciar che scoppiasse la miccia propulsiva degli eventi. Qui Tarantino non crea suspense, ci gioca intorno, e poi delude ogni nostra aspettativa. Ammorbandoci nella contemplazione fine a sé stessa. Sì, negli ultimi quaranta minuti ne accadono di code e di crude, come si suol dire, e lo splatter la fa da padrona. Ma il suo non è un bel tocco…

E di Leone neanche a parlarne. Leone amava appiccicarsi al viso degli attori, ai loro baffi, per cogliere ogni minima gradazione emotiva dei corpus attoriali incarnati in quelle straordinarie facce. Per farci sentire e respirare la paura, le titubanze, le lor anime incrinate e mordaci, agghiacciate, per farci respirare il sangue e il ribollio carnale dei suoi personaggi.

Tarantino invece si fissa sui dettagli dei suoi attori per adorarli e basta. E dirò una cosa che hanno detto in molti ma che va ancora una volta sottolineata. Il formato Panavision 70mm è magnifico nelle scene iniziali all’aperto perché, essendo Panavision, amplifica ogni singolo fotogramma per donare maggiore ampiezza possibile all’inquadratura. Ma il film si svolge pressoché unicamente in uno spazio chiuso e angusto, l’emporio, e dunque perché usare questa tecnica? L’unica ragione attendibile, oltre al fatto che volesse omaggiare i grandi classici del passato e ammantare già di aura leggendaria il suo film, potrebbe esser stata la decisione di voler inquadrare tutti i personaggi in scena anche quando sono dislocati a debita distanza l’uno dall’altro, come in un enorme teatro di posa nel quale dobbiamo stare attenti a tenere d’occhio chiunque, a ravvisarne ogni impercettibile spostamento, a mo’ pedine del gioco di scacchi fra Oswaldo e il Generale Smithers, le cui più impercettibili mosse possono rivelarsi letali e fatali. Ma, Quentin, non mi hai convinto.

E nemmeno il tuo film. Mi spiace.

 

di Stefano Falotico

 

 
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