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Most Beautiful Island, recensione dell’esordio alla regia di Ana Asensio

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Ebbene, oggi siamo orgogliosi di presentarvi in anteprima l’interessantissimo e affascinante Most Beautiful Islandthriller psicologico spagnolo di elegante fattura, che uscirà sui nostri schermi il 16 Agosto con ExitMedia, presentato con successo al recente Festival del Cinema Spagnolo.

Most Beautiful Island ha già ricevuto notevoli plausi da parte della Critica mondiale, tanto da totalizzare su Metacritic un più che lodevole 73% di voti positivi nella media recensoria, e si è aggiudicato molti importanti riconoscimenti di valore nei festival nei quali è stato presentato, vincendo il Premio speciale della Giuria all’ultimo SXSW di Austin e primeggiando da winner incontrastato al Sidewalk Film Festival come Best Life & Liberty Film.

Una pellicola girata in 16mm, scritta e interpretata dalla talentuosa e bella, conturbante Ana Asensio, qui al suo esordio assoluto dietro la macchina da presa. Insomma, questo film è stato per l’Asensio un vero e proprio tour de force da factotum versatile e sorprendente.

Una sceneggiatura, come detto, da lei stessa allestita, basata in parte sulle difficili esperienze vissute sulla propria pelle quando era un’immigrata. E questo prioritario, basilare tocco autobiografico è indispensabile per poter meglio farci comprendere la vicenda narrata, e farcene entrare in empatia, immergendoci appieno nel climax narrativo.

Lucia (Ana Asensio) è una giovane, coraggiosa donna che ha abbandonato le sue origini, la famiglia e il precedente lavoro, e ora si è trasferita nella Grande Mela, la tentacolare e pericolosa New York. Lucia ha un passato traumatico alle spalle e adesso, nella sua combattiva, tenace resilienza emotiva, deve fare i conti con una metropoli-giungla che cinicamente t’inghiotte, divora e sbrana se non possiedi un’enorme forza di volontà. Una città così tentatrice può rischiare presto di farti soccombere e devastarti.

Tanto da lasciarti smarrita nella sua melma. E poi da quella palude buia non ti può più salvare nessuno.

Lucia, pur di sopravvivere, accetta ogni tipo di lavoro, dal più umile al più trasgressivo e immorale.

Prima distribuisce volantini, conciata da pollo, poi fa la babysitter, quindi addirittura partecipa a una festa privatissima, un party piccante e molto privé in cui, in cambio di duemila dollari, deve lasciarsi guardare da dei voyeur. Ma è un party alla Eyes Wide Shut o qualcosa di più perversamente strano…?

Non possiamo naturalmente svelarvelo. Cosa succede in quella stanza ove, a turno, entrano le ragazze della festa?

Lucia, sì, solo lei senza nessuno, deve combattere con ogni mezzo lecito e non, giorno dopo giorno, ora dopo ora, pur di non farsi infangare nella dignità. In continue prove di resistenza che demoralizzerebbero chiunque.

Come andrà a finire?

New York è la città dei big, big dreams…

Possiamo dirvi che se amate i film dei supereroi Most Beautiful Island non è il film che fa per voi. Riprese a mano, pochi dialoghi, un’atmosfera di morte quasi esoterica percorre tutto il film e la scena del party dura quasi la metà del film. Lenta, lentissima, basata quasi esclusivamente sulle emozioni del viso di Lucia.

Fotografia essenziale, simil Dogma, di Noah Greenberg.

È il classico film che fa male ai perbenisti per il semplice fatto di essere moralmente, mortalmente ambiguo, forse non per altro, con una suspense nel finale in puro stile Hitchcock.

Il classico film che, appena capisci che piega prende, puoi respingere immediatamente o guardarlo, quasi da guardone, tutto d’un fiato per assistere allo spettacolo…

Abbiamo già detto troppo.most-beautiful-island-recensione-film-01-

di Stefano Falotico

 

Racconti di Cinema – La cosa di John Carpenter, ipotetica Trilogia dell’Apocalisse

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La cosa… film del 1982 della durata di 1h e 49 min.

Sceneggiato da Bill Lancaster dal racconto orrorifico e fantascientifico di John W. Campbell Jr., La cosa da un altro mondo, già alla base dell’omonimo film originale di Christian Nyby girato in collaborazione con Howard Hawks, che lo produsse e co-diresse non accreditato.

E rappresenta, sulla base delle dichiarazioni di Carpenter stesso, il primo capitolo di una sorta d’ipotetica Trilogia dell’Apocalisse, a cui faranno seguito Il signore del male e Il seme della follia.

Siamo in Antartide e il film è ambientato esattamente nel 1982, proprio l’anno di uscita del film, quindi è un fanta-thriller contemporaneo rispetto al periodo in cui è stato girato.

Qui, al Polo Nord, è ubicata una stazione di ricercatori ove il tempo pare essersi fermato, cristallizzato nella monotonia di gesti e azioni lentissime, di una piccola comunità soporifera, immersa nella nevosità d’un clima ostile e cupissimo (la fotografia atmosferica, nera e livida, è nuovamente di Dean Cundey). Così, dopo i titoli di testa, anticipati da un disco volante che, planando in avaria e perdendo la rotta, si schianta, esplodendo frantumato vicino alla crosta terrestre, nell’enigmatico buio stellato dell’universo, risuona scandita l’incalzante musica ossessiva di Ennio Morricone (qui alla sua prima, stupenda ma unica collaborazione con Carpenter, ingiustamente disdegnata dalla Critica che lo candidò al Razzie Award) e assistiamo lentamente a una scena agghiacciante. Un elicottero sorvola le montagne e insegue un cane siberian husky. Il tiratore prova a uccidere l’animale ma l’animale rimane illeso e schiva ogni colpo con funambolica destrezza e fortuita abilità. Quindi, inseguito da questo cinico, umano predatore, viene accolto a braccia aperte dagli uomini della stazione scientifica, giunti in suo soccorso. L’uomo dell’elicottero però, come fosse in preda a una follia rabbiosa e implacabile, scende dal velivolo e continua a fucilare incessantemente, fino a che un uomo lo trafigge e ammazza, sparandogli a un occhio e silenziandolo all’istante.

Ma perché quell’uomo, che scopriamo essere un norvegese, così come i suoi compagni adesso tutti morti, voleva a tutti i costi uccidere quella povera bestia, nell’atto sconsiderato e scellerato della sua spietata caccia mostruosa? E pareva essere posseduto da una furia omicida dannatamente oscena?

Scende la sera, pacatamente gli uomini ritornano alle loro postazioni, ognuno occupandosi delle consuete, abitudinarie mansioni. Ma all’improvviso, nel canile all’interno della base, una creatura terrificante, fra latrati abnormemente, orridamente raccapriccianti e grandguignoleschi, sta divorando tutti gli husky, si trasmuta in loro e ne sta assumendo le sembianze, contorcendosi sanguinariamente animato da una forza sovrumana.

Gli uomini, terrificati da quegli abbaiamenti spaventevoli, si precipitano verso il canile e assistono, raggelati, all’orrendo pasto lupesco, è il caso di dirlo, di quella ributtante e inguardabile creatura, che ora si dimena ancora più furibondamente, fra budella tumefatte e un corpo in perenne mutazione, alla cui sommità e tutt’intorno spuntano le teste dei cani da essa stessa divorati.

Come se quella creatura non identificabile avesse fagocitato le bestie e le avesse assorbite nel suo codice genetico. In un tumultuoso torcersi sbranante in cui ha incorporato e assimilato gli animali a sé in pazzesca, allucinante metamorfosi simbiotica.

Questa, sì, è la cosa. Un’entità aliena risvegliata dai norvegesi, risorta da un letargo durato migliaia di anni, in cui è stata ibernata sotto i ghiacciai, adesso imprendibilmente fuggita a piede libero per contagiare e divorare ogni essere vivente del pianeta Terra nella sua ferina, inarrestabile mostruosità rigenerativa e infettiva, distruggendo a sua volta ogni altra cosa, ricreandosi e plasmandosi al DNA delle sue vittime.

La cosa non si fermerà e ora sta contagiando tutti gli uomini della base polare-artica.

Dev’essere abbattuta e bruciata viva, ma la cosa è qualcosa d’infidamente invisibile che risorge dalle sue ceneri e, morbosamente maliarda, è diabolicamente invincibile. La cosa è immortale e la sua immortalità cerca vita nella morte perpetrata agli esseri dapprima vivi.

Tutti possono essere contagiati e nessuno si fida di chi gli sta di fronte o accanto. Uno di loro potrebbe essere la cosa trasformatasi in un uomo, tutti potrebbero essere la cosa, la persona all’apparenza normale potrebbe essere stata già indelebilmente infettata.

E cresce la paura, la tensione si taglia col coltello, vibra la suspense montante in un assordante urlo delle notti più terrificanti.

Alla fine rimarranno due uomini a guardarsi in faccia, uno dei due o entrambi sono la cosa?

Un altro monito apocalittico di Carpenter, pessimista, radicale, perché pare volerci dire, senza troppe metafore, che forse siamo noi, uomini, l’incarnazione stessa della cosa. Chiunque di noi lo è e, per sopravvivere, parassitariamente assimila ciò che lo circonda, in maniera funereamente viva e glaciale. Malevola e subdola.

Il film, come detto, è del 1982 e incassò assai maluccio, annientato da E.T. – L’extra-terrestre.

Due grandi film, uno figlio della poetica spielberghiana di quel periodo, con la “cosa” aliena contagiosamente buona, col suo carico di ottimismo sognante e leggiadro, e di contro questo di Carpenter, spietato, nerissimo, a profetizzare invece un nostro immediato futuro catastrofico. Enormemente spaventoso.

Ah, scusate, non ho citato gli stratosferici effetti speciali di Rob Bottin, già autore per Carpenter degli Special Effects di Fog.

La cosa però, a mio avviso, non è il capolavoro tanto miticizzato dai fan di John. Alla sua uscita, la Critica gli fu molto freddina, col tempo adesso nessuno si sente di obiettare sulla sua grandezza.

E io non ho la pretesa di schierarmi in nessuna delle due fazioni.

La cosa è un film importantissimo, ovvio e inconfutabile che lo sia, ma il rischio d’idealizzarlo troppo e amplificarne i meriti è dietro l’angolo.

È il classico film ingiustamente snobbato quando uscì e poi forse iper-glorificato oltre i suoi reali meriti. Dove sta la verità?

La verità è che capolavoro lo è. Eh eh.

di Stefano Falotico

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Racconti di Cinema – Al di là della vita di Martin Scorsese con Nicolas Cage

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Ebbene, in questi giorni Martin Scorsese è a Bologna e, a fine anno, come tutti sappiamo, è atteso col suo già epocale The Irishman con Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci, anche se, essendo una produzione Netflix, non sappiamo se il film, com’è molto probabile ma non certo, verrà presentato in sala, o uscirà direttamente sulla piattaforma di streaming più famosa al mondo. Quel che è quasi assicurato è che questo mastodontico kolossal, per poter gareggiare agli Oscar, verrà mostrato in anteprima prima della fine del 2018. E ci auguriamo davvero che ciò possa accadere, che la post-produzione non si attardi troppo, per via dei notevoli, massicci effetti speciali che necessitano di mesi e mesi di affinamento, sebbene noi spettatori non lo potremo vedere prima dell’anno a venire. Detto questo, quale migliore occasione per rispolverare una perla magnifica di Scorsese, Al di là della vita (Bringing Out the Dead), una di quelle pellicole forse talmente belle, nitidamente angoscianti, cristologica, paurosamente dostoevskijana, soffusamente maledetta, che nessuno prende mai in considerazione e, quando si parla di Scorsese, in pochissimi citano. Wikipedia perfino si è scordata di lei e le dedica solo un trafiletto banale che la liquida in poche epigrafiche righe.

Perché trattano in questo modo quello che invece, stupendamente, è l’ultimo grande capolavoro di Scorsese? Sì, avete letto bene. Permettetemi di obiettare contro chi sostiene che i film con DiCaprio sono grandiosi, personalmente, è paradossale lo so…, Gangs of New YorkThe AviatorThe Departed (seppure oscarizzato), Shutter Island e l’insopportabile, sopravvalutato e indigesto The Wolf of Wall Street, non me ne voglia il comunque superlativo DiCaprio, sono proprio i suoi film peggiori. Non ho detto brutti ma peggiori perché sono un avido compromesso con le case di produzione che hanno rattrappito e strozzato il virulento, sanguigno, passionale Scorsese nel Mainstream delle logiche commerciali. Film elegantemente magistrali, ma privi di quel suo tocco viscerale, poeticamente straziante, funambolico e furioso delle sue massime opere. E, tralasciando DiCaprio, Hugo Cabret e Silence sono, sì, vette altissime, ma scevre della potenza cinematografica più puramente scorsesiana. Laddove, di contraltare, invece i suoi capidopera c’avevano sempre dissanguato emozionalmente, turbandoci nel loro essere furentemente sleepers. Quei film che t’entravano sottopelle, nell’asma dell’anima meandrica squarciata da tanta venustà turbativa, che non si scollavano più dagli occhi pulsanti e dal cuore nostro dell’interminabilmente adorarli in acute vertigini dell’ammirazione più incantata.

Sì, Al di là della vita è l’ultimo, vero capolavoro di Scorsese. Anno 1999, Scorsese opziona l’allucinata e allucinante novella di Joe Connelly, da noi tradotta come Pronto Soccorso, affidandosi al suo folle scudiero Paul Schrader, che riesuma, elucubra e vivifica incendiario il loro masterpiece assoluto Taxi Driver, aggiornandolo, spostandolo e retrodatandolo ai primi anni novanta, in una New York degradata, cimiteriale ma ripulita dallo spietato sindaco Rudolph Giuliani.

Un’altra storia notturna, come Taxi Driver, un’altra parabola delirante pregna, debordante di umorismo nero come Fuori orario, scandita in sussulti tremolanti, fievolmente fluida e poi cesellata con vigoria, destrezza spericolata da un’infermabile e infernale macchina da presa mobilissima e mai doma, spalmata sull’intaglio sottilissimo d’immagini sghembe, stroboscopiche, fra neon lampeggianti, sirene intermittentemente allineate al brivido corrosivo di anime impazzite, fra catartiche ed esplosive notti livide immerse nella fotografia sbiadita e poi satura, iridescente di Robert Richardson.

Martin Scorsese vuole Edward Norton nei panni del protagonista perché il Norton di quel periodo è praticamente la reincarnazione di Robert De Niro. E il protagonista di questo trip acido e romanticamente doloroso altri non è che il fantasma riposseduto di Travis Bickle, un Don Chisciotte smarrito nella languidezza esiziale del suo perenne tormento esistenziale, assalito da inauditi sensi di colpa, afflitto da un’insanabile, ferale, insistente insonnia spettrale.

Ma Scorsese deve girare con la Paramount e Nicolas Cage, il quale proprio con la Paramount aveva firmato un contratto che lo legava a tre film da interpretare, dopo Face/Off e Omicidio in diretta, libero in quel momento da altri impegni, è stata la scelta pressoché obbligata della produzione.

E, in fin dei conti, la scelta forzata di Scorsese non si è rivelata poi così disdicevole, perché a quei tempi Nicolas Cage era genialmente stralunato, iracondo e tenero, buffo, patetico, disarmonicamente aggraziato nelle sue movenze ipercinetiche, dinamicamente articolate come un invertebrato clown sardonico e sbeffeggiante, la faccia giusta per Frank Pierce, paramedico allo sbando in una New York sull’orlo del collasso nervoso. E i suoi occhi azzurro-verdi son stati un abbinamento fotocromatico strabiliante fra luci e colori liquidamente magmatici.

Frank non è riuscito a salvare una ragazza tossica, morta di overdose, in una freddissima mattina di neve le si è accasciata fra le sue braccia impotenti e mortificate. E da allora vaga come un ectoplasma in una città-metropoli dedalica, scura, tetra e al contempo variopinta, pervasa dalla violenza spasmodica, con sguardo sommesso e poi inferocito, e platonicamente, nella sua pietas, s’innamora di una ragazza bionda di nome Mary Burke come la madonna (Patricia Arquette), il cui padre attende di risvegliarsi dal coma.

In questa sua missione viene accompagnato da tre colleghi più fuori di testa di lui, tre angeli diabolici e sgangherati, degli ubriachi di lavoro a cui il lavoro ha dato al cervello. Incarnati da tre caratteristi da applausi a scena aperta, il grasso e smisurato John Goodman (Larry Verber), Ving Rhames (Marcus) e quell’istrione fumantino e rubicondo di Tom Sizemore (Tom Wells) prima che lo perdessimo…

Dolore, dolore e ancora dolore. E poi i fuochi artificiali nell’immensità luminescente di grattacieli che lambiscono carezzevolmente il cielo, nella vastità della vita sterminata nel suo disperato protendersi verso l’irraggiungibile, vicinissimo e lontano al di là…

Siamo figli delle stelle e dei loro soavi, martorianti ruggiti. Sin al termine di ogni notte.

Di ogni cuore vivo o già morto, resuscitato o crocefisso.racconti-di-cinema-al-di-la-della-vita-01- racconti-di-cinema-al-di-la-della-vita-03- racconti-di-cinema-al-di-la-della-vita-04- racconti-di-cinema-al-di-la-della-vita-02-

di Stefano Falotico

 

211 – Rapina in corso, recensione del film con Nicolas Cage

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Ecco, se in queste serate oramai estive, il caldo vi asfissia e cercate il refrigerio dell’aria condizionata in una sala cinematografica, non pretendete niente da un film e volete passare un’ora e mezza di totale svago scacciapensieri, questo 211 potrà anche non infastidirvi. È come sorseggiare una bibita ghiacciata dopo il caldo pressante. Anche se questo film è tutt’altro che una bevanda dissetante e neppure è una bella boccata d’aria fresca, potrebbe turbinosamente rovinarvi la digestione e, per la sua evidentissima bruttezza, darvi il voltastomaco dopo una cenetta sfiziosa a base di prosciutto e melone.

Cominciamo col dire che 211 è uno di quei film che un tempo appartenevano alla categoria denominata fondi di magazzino, cioè quelle pellicole che non puoi far uscire in periodi caldi, cinematograficamente parlando (non mi riferisco più alla torrida afa atmosferica, adesso), che sono di contraltare proprio i rigidi mesi invernali, nei quali le major sfoderano i loro pezzi da novanta e le pellicole da Oscar, e allora, dopo una lunga attesa, vengono rilasciate in periodi abbastanza morti come metà Giugno, quando oramai il Cinema di serie A, quello che conta, sta andando in vacanza.

Uno di quei film direct to video, che in Italia hanno pensato bene invece di destinare in sala. Innanzitutto perché c’è Nicolas Cage, uno che non è più un attore Alister a Hollywood e la cui carriera sta andando a rotoli completamente, ma che a noi italiani continua a piacere, che vive di un’aura attrattiva morbosamente affascinante perché è conclamato, accertato, iper-acclarato e fuor d’ogni dubbio che si stia svendendo, scialacquando la nomea creatasi del comunque ottimo attore che è stato in passato più e più volte, girando 5/6 film all’anno a cui non crede neanche lui, e a cui presta il suo faccione unicamente, sfacciatamente per risanare i debiti nei quali è affondato, ma rimane tutto sommato un simpaticissimo.

Uno di quei film, questo 211, che dopo trenta secondi dall’inizio capisci che è tremendamente inguardabile. La fotografia sembra quella di un gialletto tedesco da sabati pomeriggio, e intuisci al decimo fotogramma, però, che un film così non potrebbero invece tranquillamente programmarlo alla tv in quelle ore, in quanto contiene molte scene di violenza, seppure stilizzata, con notevoli spargimenti di sangue.

Quindi, è un film dunque non solo inclassificabile ma che, usando un gergo informatico da blog, è fuori da ogni categoria possibile, uncategorized. Ciò va premesso in maniera categorica.

D’altronde, non possiamo prendercela col suo regista, York Alec Shackleton, ex snowboarder e campione di skate, affascinato dai disagi giovanili. E infatti nel film vi è un ragazzino nero bullizzato.

Quali competenze può avere uno come Shackleton?

È già troppo quello che fa, tra esplosioni e lunghe sparatorie, filmate con poca grazia e tagli rudemente televisivi, ma almeno ci ha provato e, lungo i novanta minuti di durata, perfino ci ha stupito con alcune sequenze genialmente bizzarre, esteticamente terribili, ma coraggiosissimamente intrepide, senza sprezzo del pericolo, prive di qualsiasi logica d’intrattenimento né minimamente dotate di senso filmico, scevre dell’ABC del ciò che è bello e dignitosamente presentabile. Perché dal punto di vista puramente oggettivo le scene son talmente malfatte, appallottolate fra pistolettate disarmonicamente grezze, dal brusco ritmo aspro e antiestetico da poter, per paradosso, stimolare e allettare il divertimento dello spettatore smaliziato che, ben conscio di assistere a una sciocchezza pedestre, potrebbe addirittura prenderla appunto a ridere, sì, divertirsi. E salire sul film, come si diceva una volta. Compreso subito che è un film dozzinale e sciattissimo, ove quasi tutti gli attori sono imbarazzanti e la sceneggiatura un infarcimento sconclusionato di battute oscene, lo si può seguire fin all’ultimo secondo, almeno per vedere come andrà a finire.

La trama è piuttosto semplice. Quattro criminali terroristi assaltano una filiale bancaria di Los Angeles, e prendono in ostaggio ventisei persone. Il film è dichiaratamente ispirato alla più sanguinaria rapina di tutti i tempi…

Sembra un giorno come tutti gli altri. L’agente di polizia Mike Chandler (Nicolas Cage) è in pattugliamento col collega Steve MacAvoy (Dwayne Cameron), che è anche il suo genero e che quella mattina ha ricevuto una lietissima novella da sua moglie Lisa (Sophie Skelton, cioè appunto la figlia di Chandler, l’esaltante, gioiosa notizia che aspettano un bambino.

Quel giorno i due hanno caricato anche il ragazzino nero, da me menzionato prima, messo in punizione dalla preside della scuola dopo che, angariato a morte dai malfidati compagni bulli, esasperato, ha aggredito uno di loro. I due poliziotti devono scortarlo e portarlo a spasso…

Al che i tre, ragazzino compreso naturalmente, si accorgono che una banca è stata assaltata. E Chandler prova disperatamente a negoziare con i malviventi, ma non c’è niente da fare, i quattro criminali non vogliono scendere a patti e comincia la carneficina. I criminali sono armati fino ai denti e non si fanno mancare niente, un armamentario bellico da caserma militare.

Ma tutto è bene ciò che finisce bene. Steve, che sembrava spacciato e morto, a un anno di distanza dagli eventi, è vivo e vegeto, è nato il figlio e, assieme al ragazzino nero, ad amici e parenti, aspetta che Chandler rincasi dopo la sua corsetta “scaldamuscoli” per festeggiarlo. Perché è un bravo ragazzo e nessuno lo può negar!

I cattivi sono tutti morti ammazzati, giustizia è fatta, i nostri eroi sono rimasti illesi e vivono felici e contenti. Allegria!

Incredibile? No, tutto vero e ridicolmente, arditamente filmato con estrema serietà.

Il regista si è burlato di noi alla grandissima? Può darsi…

Ma che c’importa?

Perché dunque distribuire un tipo di produzione del genere in sala? Perché c’è lui, Nicolas Cage. E infatti non succede con nessun altro attore, che invece viene relegato direttamente, senza filtri all’home video. Lui merita il passaggio in sala. Perché Nicolas Cage è impazzito, cinematograficamente è degenerato, e noi sappiamo che, salvo miracoli dell’ultima ora, non lo vedremo mai più, che ne so, in un film di Lynch.

Perché Nicolas Cage, quando esibisce senza tagli, acconciature eccentriche o trucchi posticci, il suo abituale, stempiato look a caschetto con tanto di occhiali da sole e ciclopiche lenti scure, emana ancora fascino da vendere. E, fra allucinanti, disturbanti scene simil-My Life con Michael Keaton e il ragazzino che armeggia col cellulare, fra inquadrature a loro volta da iPhone, è lui che “giganteggia”, Nicolas. Smodato, smidollato, commovente, con la faccia gonfia e le occhiaie profonde, affetto da vistosa bolsaggine e flaccido doppio mento, che si dà come un dannato e non teme niente e nessuno, che della Critica se ne frega altamente, e avanza di filmaccio in filmetto come se nulla fosse. Adesso che non è più una star, la sua recitazione è diventata umanissima, tenerissima. Da perfetto uomo della “normal people”, è divenuto uno di noi, affettuoso, anche un po’ imbranato e sfigato. Dinoccolato, ingobbito, anchilosato, stanco, decaduto. Giammai però arreso. Immarcescibilmente Cage!

Sì, 211 è un Nicolas Cage movie. A tutti gli effetti, nel bene e nel male. Vampirizzato dalla sua folle deriva attoriale.

Ecco perché, volenti o nolenti, dovete vederlo.

E poi c’è pure il suo grasso figlioccio, Weston Cage.

Cosa volete di più?

 

di Stefano Falotico

 

Welcome to Marwen – Official Trailer

welcome-to-marwen-poster-379x600This holiday season, Academy Award® winner Robert Zemeckis—the groundbreaking filmmaker behind Forrest Gump, Flight and Cast Away—directs Steve Carell in the most original movie of the year. Welcome to Marwen tells the miraculous true story of one broken man’s fight as he discovers how artistic imagination can restore the human spirit. When a devastating attack shatters Mark Hogancamp (Carell) and wipes away all memories, no one expected recovery. Putting together pieces from his old and new life, Mark meticulously creates a wondrous town where he can heal and be heroic. As he builds an astonishing art installation—a testament to the most powerful women he knows—through his fantasy world, he draws strength to triumph in the real one. In a bold, wondrous and timely film from this revolutionary pioneer of contemporary cinema, Welcome to Marwen shows that when your only weapon is your imagination…you’ll find courage in the most unexpected place. The epic drama is produced by Oscar®-winning producer Steve Starkey (Forrest Gump, Flight), Jack Rapke (Cast Away, Flight), and Cherylanne Martin (The Pacific, Flight) of Zemeckis’ Universal-based ImageMovers banner produce alongside the director. It is executive produced by Jackie Levine, as well as Jeff Malmberg, who directed the riveting 2010 documentary that inspired the film.

 

Creed II, il primo deludente trailer italiano con Sylvester Stallone, Michal B. Jordan e Dolph lundgren (?)

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 Ebbene, la Warner Bros ha rilasciato pochi minuti fa il primo trailer italiano del sequel dello spinoff sulla saga balboiana, ovvero l’atteso Creed II.

Film che ha per protagonisti gli interpreti del primo, ovvio, ovvero Michael B. Jordan, nei panni ancora una volta del grintoso Adonis, figlio del compianto e defunto Apollo Creed, del granitico Sylvester Stallone, di Tessa Thompson as Bianca, e Dolph Lundgren in quelli di Ivan Drago.

Deludente, dicevo. Sì, perché come sappiamo il film verterà sullo scontro generazionale, da combattere come sempre sul ring, fra Adonis e il figlio di Ivan Drago, interpretato dal parimenti gigantesco Florian Munteanu. Una montagna di muscoli cattivissima e brutale quanto il padre, colui che uccise Apollo nel quarto capitolo di Rocky.

Ora, premesso che Rocky IV è un film cinematograficamente assai discutibile, tanto per essere eufemistici, già dapprincipio l’idea di Stallone, che di questo film è sceneggiatore, di riesumare Ivan Drago, mi è parsa assai banale, un espediente tristissimo, una scusa bella e buona, assai patetica ma soprattutto bieca e capziosa, per allungare il brodo a fini prettamente, squallidamente commerciali. Ma, chissà, Stallone potrebbe invece aver estratto dal cilindro un imprevisto colpo di genio e, quando la pellicola uscirà da noi, il 29 Novembre, invece entusiasta plaudirò alla sua lungimiranza creativa. Anche se ne dubito…

Ma, al momento, permettetemi di dire che mi sembra una delle idee più stupide e infantili di sempre.

E poi di Ivan Drago, che doveva essere lo “spettacolo” del film, in questo trailer… nemmeno l’ombra. Dov’è? Voi l’avete visto? A me è sinceramente sfuggito. Ah sì, s’intravede fugacemente, appunto. Un mezzo frame da lente d’ingrandimento.

Tutto qua?

Stallone compare nel filmato all’inizio, sciorinando trita e melensa retorica d’accatto, e poi scompare. E le immagini sono pervase da una mortifera atmosfera di morte che, più che fascinosamente tenebrosa, ci trasmette l’idea che il regista Steven Caple Jr. sia stato molto svogliato, filmando il tutto in maniera sciatta e frettolosa.

Insomma, per farla breve, tira aria di stanchezza, di svogliatezza, di noia. E, ripeto, spero che, alla sua uscita, Stallone & company possano smentirmi.

di Stefano Falotico

 

Dumbo di Tim Burton, teaser trailer anche in italiano

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From Disney and visionary director Tim Burton, the all-new grand live-action adventure “Dumbo” expands on the beloved classic story where differences are celebrated, family is cherished and dreams take flight. Circus owner Max Medici (Danny DeVito) enlists former star Holt Farrier (Colin Farrell) and his children Milly (Nico Parker) and Joe (Finley Hobbins) to care for a newborn elephant whose oversized ears make him a laughingstock in an already struggling circus. But when they discover that Dumbo can fly, the circus makes an incredible comeback, attracting persuasive entrepreneur V.A. Vandevere (Michael Keaton), who recruits the peculiar pachyderm for his newest, larger-than-life entertainment venture, Dreamland. Dumbo soars to new heights alongside a charming and spectacular aerial artist, Colette Marchant (Eva Green), until Holt learns that beneath its shiny veneer, Dreamland is full of dark secrets.

 

Il primo uomo: Ryan Gosling è Neil Armstrong nel trailer italiano

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Eccolo qui, anche in italiano, il primissimo trailer integrale in italiano de Il primo uomo (First Man), biopic sulla storia, appunto, del primo terrestre a mettere piede sulla Luna, Neil Armstrong, interpretato dal somigliante Ryan Gosling che, per l’occasione, dopo i fasti di La La Land, torna a lavorare col regista Damien Chazelle.

Una delle pellicole più attese della prossima stagione cinematografica che, a detta dei ben informati, potrebbe essere presentata al Festival di Venezia.

Come da sinossi ufficiale, Il primo uomo narra l’avvincente storia della missione della NASA per portare un uomo sulla luna. Il film si concentra sulla figura di Neil Armstrong e sugli anni tra il 1961 e il 1969. Resoconto viscerale in prima persona, basato sul libro di James R. Hansen, il film esplorerà i sacrifici e il costo che avrà per Armstrong e per l’intera nazione una delle missioni più pericolose della storia.

Un film, è il caso di dirlo, che sta già spiccando il volo verso il successo e aspettiamoci, com’è prevedibile, che questa pellicola sia certamente fra quelle più papabili di nomination all’Oscar.

Nel ricco e variegato cast, ad affiancare Ryan Gosling la bella, affascinante e sempre più lanciata Claire Foy, che presto vedremo anche in Quello che non uccide, nuova avventura della saga Millennium e della sua eroina Lisbeth Salander, Kyle Chandler (The Wolf of Wall Street) e Jason Clarke.

 Il film uscirà nelle nostre sale l’1 Novembre.

di Stefano Falotico

 
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