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DOGMAN (2018) di Matteo Garrone – Trailer ufficiale HD

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Il nuovo film di Matteo Garrone, in Concorso al Festival di Cannes 2018. Dal 17 Maggio al cinema. In una periferia sospesa tra metropoli e natura selvaggia, dove l’unica legge sembra essere quella del più forte, Marcello è un uomo piccolo e mite che divide le sue giornate tra il lavoro nel suo modesto salone di toelettatura per cani, l’amore per la figlia Sofia, e un ambiguo rapporto di sudditanza con Simoncino, un ex pugile che terrorizza l’intero quartiere. Dopo l’ennesima sopraffazione, deciso a riaffermare la propria dignità, Marcello immaginerà una vendetta dall’esito inaspettato.

 

Future World, il trailer del nuovo film di James Franco

 

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In a post-apocalyptic world, where water and gasoline have long since dried-up, a prince from the oasis (one of the last known safe-havens) must venture out to find medicine for the ailing queen (Lucy Liu), but along the way he gets mixed up with the warlord (James Franco) and his robot Ash (Suki Waterhouse), which leads to a daring journey through the desolate wastelands.

FUTURE WORLD is in theaters, on demand & on iTunes May 25th, 2018.

Ebbene, oramai tutti abbiamo imparato a conoscere il poliedrico James Franco, attore indomabile, stacanovista convinto, interprete tra i più prolifici della scena mondiale, e siamo appena reduci dalla sua ultima fatica registica, l’acclamato The Disaster Artist, film per il quale ha vinto il Golden Globe come miglior attore di Commedia, e la cui performance è stata purtroppo volontariamente snobbata agli Oscar, in favore di Denzel Washington, per la vicenda dei suoi presunti abusi sessuali, perché l’America puritana e bigotta non perdona.

Adesso, è pronto a sbarcare nei Cinema, on demand, su iTunes e Amazon il prossimo 25 Maggio, con la sua nuova scoppiettante pellicola, Future World, ispirata alle atmosfere di Mad Max, di cui è nuovamente regista e interprete principale, assieme a un cast eterogeneo formato da Milla Jovovich, Lucy Liu, Method Man e Snoop Dogg.

In verità, in questo caso, Franco dirige assieme a Bruce Terry Cheung.

Il film è distribuito dalla Lionsgate, e state in occhio: è solo il primo dei quattro film del 2018, da attore-regista di James Franco, che infatti ha già pronte altre tre pellicole, Zeroville, The Long Home e Pretenders.

Incredibile, vero?

 

di Stefano Falotico

 

Assassinio sull’Orient Express, recensione

Orient Express

Ebbene, oggi recensiamo un titolo che, alla fine dello scorso anno, essendo uscito nel periodo natalizio, ha fatto sfracelli in termini d’incasso, seppure sia stato accolto in maniera discordante dalla Critica soprattutto statunitense, ovvero Murder on the Orient Express, diretto e interpretato dal grande Kenneth Branagh. Che abbandona il suo Bardo, si discosta per un attimo dal suo irrinunciabile Shakespeare, lascia da parte Thor e Cenerentola, e si cimenta però con un altro gigante della letteratura di tutti i tempi, portando in scena l’adattamento dell’omonimo, celeberrimo romanzo di Agatha Christie, su sceneggiatura di Michael Green, che vi aggiunge un piccolo tocco personale, con un prologo ambientato a Gerusalemme, forse per omaggiare un altro libro proprio della Christie, La domatrice, conosciuto anche col titolo Appuntamento con la morte.

Nel 1974, per la regia di Sidney Lumet, come sappiamo, era stata approntata una versione famosissima con un cast all star per una pellicola che fu candidata a molti premi Oscar, e fra le cui nomination risuonò quella per il suo attore protagonista, Albert Finney, nei panni dell’investigatore Hercule Poirot, e quella andata all’indimenticabile Ingrid Bergman, l’unica che peraltro poi vinse l’ambita statuetta nella categoria Best Supporting Actress.

Per questa sua versione deluxe, Branagh si ritaglia naturalmente il ruolo principale di Poirot, un Poirot con baffoni brizzolati che assomiglia quasi a una caricatura buffonesca e sardonica, infallibile come sempre, un uomo dall’intuito micidiale, che ama alla follia leggere Dickens e che non sopporta assolutamente, per via della sua maniacale puntigliosità astrusa, le cravatte indossate in maniera potremmo dire asimmetrica, che stonano con la sua millimetrica precisione perfezionista.

E per dar lustro a questa sua versione ha chiamato a raccolta attori altisonanti e prestigiosi che vanno da Johnny Depp a Michelle Pfeiffer, da Willem Dafoe a Penélope Cruz, sin ad arrivare ai suoi fidi Derek Jacobi e alla “regina” Judi Dench, e tanti altri.

Branagh rimane abbastanza fedele alla Christie, seppur concedendosi qualche bizzarra licenza e chi conosce il giallo della nostra sempiterna scrittrice britannica sa che è il classico, lampante esempio di whodunit, cioè una di quelle storie ove al centro della trama c’è un crimine che deve essere risolto, un enigma apparentemente irrisolvibile sul quale, in questo caso Poirot, indagherà, risalendo al colpevole, attraverso tutta una serie d’indizi che ricaverà deduttivamente grazie al suo fiuto e alla sua capacità analitica. Indizi che spesso sono evidenti agli occhi del lettore, in tal caso spettatore, ma che una narrazione fuorviante, colma di digressioni, fa sì che gli sfuggano e che gli si palesino soltanto a soluzione avvenuta.

Branagh, più che un egocentrico e megalomane, è un esclusivista, e infatti anche per questa sua opera si riserva il ruolo centrale per eccellenza, quello per l’appunto di Poirot, ma qui accantona le eccessive e anche fastidiose pretenziosità che avevano contraddistinto le “riduzioni” dei suo beniamini scespiriani, e secondo me centra il bersaglio appieno, dosando sapientemente calibrata suspense e impeccabile direzione attoriale di squadra, per una compagnia di performer affiatatissimi e azzeccati, e a differenza di ciò che può aver pensato la sin troppo superficiale e severa Critica americana, rimasta forse delusa da insistite riprese aeree che sin troppo sbrilluccicano e da uno smodato uso della CGI creata appositamente per riprodurre artificialmente i suadenti e bellissimi scorci paesaggistici che vediamo nel tragitto dell’Orient Express prima che il treno deragli e sia costretto a fermarsi, travolto da una valanga, realizza senza dubbio il suo film migliore.

Questo suo Orient Express è forse anche un kammerspiel sui generis, tutto ambientato negli interni claustrofobici dei vagoni del convoglio ferroviario, ed è, come quasi sempre avviene con Branagh, altro Cinema teatrale, o meglio Cinema che si teatralizza nella sua forma persino estetica più elegante e mirabile, senza annoiare mai, spettacolare nella sua accezione più positiva e “popolare”, un racconto lieve e cullante, sobrio e maestoso, pieno di carrellate, lunghissimi primi piani, dialoghi taglienti e dolly prospettici,  moderno e al contempo fascinosamente retrò.

Branagh riesce a realizzare un film che è allo stesso tempo un prodotto di consumo schietto e compiuto, e infatti il film è stato amatissimo dal grande pubblico, che è accorso in massa a vederlo, senza però rinunciare alle sue ambizioni artistiche, e cogliendo nel segno con la delicatezza di una messa in scena esemplare e raffinata, rilucente così come è la sua interpretazione di Poirot, un eroe tragico attanagliato dal dubbio perenne, un esploratore delle meandriche oscurità dell’animo umano, forse un servo di Dio. E non per niente, per il sottofinale, magniloquente nel suo monologo auto-glorificante, allestisce una specie di banchetto da Ultima Cena, con tutti gli indiziati accusati dalla titanica sua demiurgica detection oserei dire divina.

Una prova sopraffina la sua e spiace, ripeto, che la Critica ancora una volta gli sia stata freddina, precludendogli a mio avviso possibili premi e sbarrandogli la strada per gli Oscar e altri importanti riconoscimenti.

di Stefano Falotico

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Racconti di Cinema – Indian. La grande sfida con Anthony Hopkins

Indian Hopkins

Ebbene, oggi voglio parlarvi di Indian, il cui titolo originale completo è The World’s Fastest Indian, scritto e diretto da Roger Donaldson (Senza via di scampoCocktailSpecie mortale, etc.), uno di quei registi “artigianali” di cui tutti, forse senza saperlo neanche, avranno certamente visto in vita loro almeno un paio di film, ma che non si può definire un autore e ha sempre lavorato un po’ nell’ombra, realizzando opere spesso inclassificabili, ibride fra il mainstream più commerciale, il semplice film di cassetta, e velleità autoriali comunque indiscutibili ma irrisolte, perché sicuramente la sua filmografia è improntata al Cinema di genere, secco, deciso, senza fronzoli, e le sue sono storie perlopiù di personaggi parsimoniosi che si danno volenterosamente a grandi imprese, ma quasi mai le sue sono opere che raggiungono la vetta della memorabilità, si lasciano vedere con piacere, con gusto, son godibili come si suol dire, ma senz’ombra di dubbio non sono trascendentali né si potranno annoverare come pietre miliari della Settima Arte. E anche Indian non fa eccezione e possiamo tranquillamente annetterlo alla categoria del “discreto”, passabile… senz’infamia e senza troppa lode.

Questo film del 2005, della durata di due ore e 7 minuti, è interpretato da Anhony Hopkins, che torna quindi a lavorare con Donaldson a distanzia di circa un ventennio da Il Bounty, la “versione”, diciamo così, con Mel Gibson.

Qui si narra la vicenda reale di Burt Munro, neozelandese, un uomo anzianotto pieno di acciacchi, con problemi al cuore e perennemente afflitto da un dolorosissimo male alla prostata, che passa la sua vecchiaia quasi sempre in officina, ove da anni sta mettendo a punto una moto da corsa, la sua Indian Twin Scout, perché nonostante l’età coltiva un grandioso sogno, quello di poter andare nelle saline di Bonneville nello Utah per battere il record di velocità. Alla fine, si mette in viaggio per attraversare l’oceano col suo gioiellino e parte alla volta del suo splendente dream. E questo sogno, che pareva impossibile, lui riuscirà immensamente, contro ogni sfavorevole e realistico pronostico, a realizzare, diventando l’uomo più veloce del mondo.

Un film retorico, all’insegna sfacciata di buonissimi sentimenti nel quale, a parte un paio di personaggi marginalissimi, tutte le persone che Munro incontra nel suo cammino si dimostrano gentilissime, care e affabili, e lo stesso Munro viene abbastanza relegato a una bidimensionalità di character dal gran cuore ingenuo e caramelloso ai limiti del rimbambimento, prodigo e caritatevole col prossimo e sempre col sorriso sulla bocca e la battutina filosofica a stemperare le acidità e il cinismo.

Insomma, il film è tutto qua, e quello di Munro è un lungo viaggio on the road in cerca della sua meta invincibile, un viaggio costellato di personaggi bizzarri ma caritatevolmente ineccepibili.

Due inoltre i camei da ricordare, quello sfolgorante di Diane Ladd e quello simpatico, birbantesco di Bruce Greenwood.

Un po’ poco, direte voi. Ma, stranamente, nonostante il retrogusto zuccheroso e insopportabile, il film comunque funziona e in un qualche modo ci appassioniamo alla stramba e peculiare vicenda di Munro. Il merito forse della parziale riuscita del film sta in Hopkins, splendido, misurato, che non “stecca” una sfumatura. D’altronde lo stesso Hopkins, recentemente, quando gli hanno chiesto quali pensa che siano le sue migliori interpretazioni, ha elencato le sue performance in Quel che resta del giornoNixon e ha citato, non a torto, secondo me, proprio questo ruolo, Burt Munro in Indian – La grande sfida.

di Stefano Falotico

 

Loro di Sorrentino si sdoppia, ecco il primo trailer integrale del film su Berlusconi

Loro Sorrentino

Ebbene, le voci secondo le quali il nuovo attesissimo film di Paolo Sorrentino, Loro, incentrato sulla figura di Berlusconi e sulle sue squallide, colorite vicende, sarebbe stato diviso in due parti, hanno trovato conferma nella giornata di oggi, quando Universal Pictures ha diffuso, dopo il teaser di un paio di settimane fa, questo trailer.

Immagini che ci stupiscono alquanto, pensavamo ci venisse svelato di più e finalmente potessimo vedere pienamente il volto di Sorrentino nei panni dell’ex premier. Invece, assistiamo a vari personaggi che ascoltano, adoranti e zitti quasi in religiosa contemplazione, Malafemmena cantata dal nostro ex “eroe” nazionale, e Toni Servillo, ancora una volta, lo scorgiamo di sbieco.

Ancora troppo poco ma Sorrentino, si sa, è avvezzo a distillare con estrema calma le immagini dei suoi film, in modo tale da poter ancor più aumentare presso i suoi fan, e non solo, la fremente attesa.

Loro 1 uscirà nei cinema martedì 24 Aprile, insomma, fra meno di un mese. E anche questa rivelazione ci coglie sinceramente di sorpresa.

Quindi, niente Festival di Cannes, che quest’anno si terrà dall’8 al 19 Maggio? Parrebbe di sì, visto che il film in Italia uscirà prima e Cannes non accetta in Concorso film già usciti. Oppure chissà… restiamo col fiato sospeso.

di Stefano Falotico

 

La forma dell’acqua

Guillermo del ToroEbbene, come tutti sappiamo, La forma dell’acqua (The Shape of Water) è stato il dominatore assoluto di questa stagione cinematografica, trionfando alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia ove, sbaragliando la concorrenza, è stato insignito del Leone d’Oro da un’entusiasta Annette Bening, presidentessa di giuria, e continuando la sua inarrestabile ascesa sin a guadagnarsi 13 nomination all’Oscar e vincendone quattro, fra cui Miglior Film e Miglior Regia, e ottenendo quasi tutti i premi annessi e connessi.

Ma, al di là dei trionfi e degli sperticati elogi della Critica soprattutto statunitense, ben fiera di aver finalmente incoronato Guillermo del Toro e aver consacrato la sua carriera, il film non è certamente piaciuto a tutti, dividendo il pubblico fra chi l’accusa di essere un film troppo buonista e sdolcinato e chi invece, ammiratore sconfinato del suo regista e della sua poetica, l’ha difeso a spada tratta, lodandolo forse oltre i suoi effettivi, reali meriti e le sue indubbie ma contestabili qualità.

Sullo sfondo della Guerra Fredda, c’è in questa America immersa in atmosfere nostalgiche e dal sapore magicamente retrò, una donna muta che par provenire dal mondo fiabesco di Jean-Pierre Jeunet e cristallizza, incarna a livello espressivo e nella sua marginalità, nella sua malinconia da diversa ed esclusa, quel tipo di personaggio tanto caro al mondo di Tim Burton.

Si chiama Elisa Esposito (Sally Hawkins) e vive sopra un Cinema in cui non va quasi nessuno, e l’unica sua compagnia è costituita da un anziano signore designatore (Richard Jenkins), anch’egli abbandonato da tutti dopo che è stato licenziato dalla compagnia per cui ha lavorato per tutta la sua esistenza, e dalla sua collega nera (Octavia Spencer), una donna delle pulizie come lei. Entrambe puliscono i cessi in una facility governativa, un prominente edificio misterioso ove inappuntabili agenti lavorano a esperimenti segretissimi.

Un bel giorno, in questo laboratorio degli orrori, arriva un ospite inatteso, una creatura mostruosa dalle forme anfibie, tolta dalla cattività per essere studiata inquietantemente dai nostri cervelloni, che fanno capo al terribile e sadico Strickland (un odioso Michael Shannon).

Pian piano, stando attenta a non farsi scoprire, con la sua timida discrezione e non certo senza titubanze, Elisa comincia ad avvicinarsi al mostro, gli dà da mangiare e presto addirittura comincerà a innamorarsi di lui. Perché questo mostro la vede per quello che è, non ha sovrastrutture e non è come tutti gli altri che invece la commiserano e la trattano da povera reietta. Per lui lei non è invisibile, ma semplicemente una creatura umana, sì, umana. Nella sua delicata nudità.

A volte il film zoppica e il rischio di apparire troppo artificiosamente sentimentalistico è sempre dietro l’angolo, è un elogio naïf alle solitudini degli emarginati, alle persone ripudiate dalla società che “conta”, alle anime che, incantate dai loro meravigliosi universi emotivi, oramai accecate soltanto dallo splendore incontaminato delle loro emozioni quasi mai condivise, vivono con lodabile dignità la loro insopprimibile solitudine, l’inestinguibile, inascoltata ma imponente, struggente e graziosamente armonica levità delle loro incorrotte intimità.

E in quest’ottica il film va interpretato, una favola morbidamente nera e soave, non priva anche di momenti horror e grotteschi, sulla poesia di chi apparentemente non è nessuno in questo mondo sopraffatto dal cinismo e imperato, signoreggiato, comandato burocraticamente dal moto dell’efficienza falsamente vincente e opprimente.

Leggero, perfino banale, scontato e con un inevitabile, zuccheroso lieto fine.

Non perfetto, non un capolavoro, ma un film importante. Che piaccia o meno.

Come abbiamo imparato dai grandi cantori delle fiabe nere, insegnatori della morale, quasi tutti i racconti fantastici hanno un cattivo che sembra invincibile, un mostro che mostro non è, e tante figure di contorno alla ricerca della loro speranza. La speranza di poter vivere e amare, amarsi, al di là delle mostruose cattiverie, di voler lottare indomitamente per la propria vita e per le proprie intatte, infrangibili emozioni. In silenzio, nel respiro dei propri profondi oceani, dei sommersi mari…

 

 

 

di Stefano Falotico

 

Shape of Water shape of water 2

 

 

 
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