No tweets to display


Triple Frontier, recensione

frontierfalotico

Ebbene, dallo scorso 13 Marzo è disponibile su Netflix il nuovo film di J.C. Chandor (1981: Indagine a New YorkMargin Call), interpretato dal trio Ben Affleck, Oscar Isaac e dal sempre più lanciato, atletico Charlie Hunnam.

Di questo film se ne parlava da anni. Inizialmente Kathryn Bigelow era stata interessata a dirigerlo e gli interpreti designati dovevano rispondere ai nomi nientepopodimeno che di Tom Hanks, Will Smith e Johnny Depp.

Dunque, la Bigelow, pur continuando a rimanerne produttrice su invariata sceneggiatura, malgrado qualche inevitabile aggiustamento, del suo compagno Mark Boal, già autore per lei delle sue ultime pellicole, The Hurt LockerZero Dark Thirty e Detroit, ha preferito abbandonare la regia.

Passata, come sappiamo, a Chandor. Quindi, vi è stata una trafila interminabile e logorante di attori presi in esame per le rispettive parti. Si era pensato a Tom Hardy e Channing Tatum e, quando le riprese parevano già esser pronte, vi è stata a sorpresa la defezione dei due succitati attori e i ciak son stati nuovamente rimandati.

Al che, ecco che è entrata in scena la coppia di fratelli Ben e Casey Affleck a cui dovevano andare i ruoli principali. Casey Affleck ha dato però, dopo pochissimo, forfait e alla stessa maniera, in un primo momento, anche Ben sembrava che si fosse dissociato dal progetto. Salvo poi ricredersi e firmare ufficialmente assieme a Oscar Isaacaficionado di Chandor, e al gagliardo, biondo Hunnam.

Inoltre, perfino il due volte premio Oscar Mahershala Ali pareva, a un certo punto, poter entrare a far parte del ricco parterre.

Quindi, dopo innumerevoli rimandi e un casting alquanto movimentato e confusionario, Chandor ha dato finalmente il via a questa produzione targata Netflix.

La storia di cinque commilitoni delle Forze Speciali, amici anche nella vita privata che, su allettante proposta di Santiago Garcia, detto Pope (Oscar Isaac), uniscono le loro forze e la loro esperienza in campo bellico per stanare un pericoloso narcotrafficante che alloggia segretamente in un covo iper-sorvegliato e nascosto, segretamente e loscamente ubicato in quel lembo di terra definito Tripla Frontiera, cioè quell’area cupamente verdeggiante che segna il confine tra il Paraguay, l’Argentina e il Brasile.

Una missione ad alto tasso adrenalinico e assai rischiosa. Anche altamente fruttuosa, in caso di successo, in quanto potrebbe dare ai cinque boys tanti bei soldi, fortuna e gloria.

La situazione però si complica e la loro caccia all’uomo innesca tutta una serie di reazioni a catena ed eventi imprevedibili, difficilmente domabili.

Chandor, su musica martellante e scoppiettante firmata Disasterpeace, giostrando con le luci livide e chiaroscurali della bella fotografia acquosa di Roman Vasyanov (FuryThe Suicide Squad), a sua volta immersosi nella folta vegetazione di questa fitta giungla rigogliosa, schiarendola con i suoi colori nebbiosamente pigmentati e pallidissimi, poi improvvisamente divampanti in un rosso accecante e di un bianco spettrale fra le montagnose rocce nevose delle Ande, dirige un buon thriller abbastanza appassionante. Con un colpo di scena molto prima della fine da lasciare scioccati.

Sostenuto da un’affiatatissima compagnia di attori in ottima forma in cui svetta, vivaddio, un Ben Affleck qui molto in palla. Permetteteci il gioco di parole. Nonostante, ci sia da dire che, in più di una scena, soprattutto all’inizio, appaia fisicamente molto appesantito, esageratamente taurino e gonfio in viso, Affleck si dimostra in questo caso un interprete di notevole peso. E la sua presenza, raramente così carismatica e incisiva, si fa sentire lungo l’intero arco di durata del film.

Triple Frontier fatica un po’ a carburare, la prima mezz’ora e molto lenta e forse le sue complessive due ore e cinque di minutaggio risultano, onestamente, eccessive.

Ma, una volta ingranata la marcia, imbrocca la strada giusta, avvince e diverte con gusto, sorprendendoci con non poche finezze inventive, a dispetto di una caratterizzazione, va detto, un po’ debole e monocorde dei singoli personaggi.

Come si diceva una volta, tagliati con l’accetta e unidimensionali.

Triple Frontier non è un filmone ma si lascia vedere volentieri.

di Stefano Falotico

 

In attesa del Blu-ray di Scanners, la teoretica di Cronenberg e la mia visione eremitica ed eretica

00919003

Sono qui, nel mormorio d’un mattino col respiro angusto del suo intimo borbottio. E ausculto dal mio cuore un candore irreprimibile che balla con le aurore più ermetiche del mio interminabile crepuscolarismo antieroico.

E odo il mio cuore che sventola nell’etere infinita del mondo, planando a volo d’aquila sul tempo delle mie acquiescenze, delle mie ire contro ogni maligna scienza, in quanto io non sono l’esperimento di nessuno, tantomeno di me stesso. E non voglio più violentare la mia carne per compiacere il materialismo di massa, l’edonismo volgare che, giorno dopo giorno, si perpetua mefitico e mefistofelico.

E d’ora in poi danzerò ancor più orgoglioso nella cascina e nel casino dei miei ricordi come uomo Spider e non più come Peter Parker… Annodandomi e arrotolandomi al tempo involuto, io, così evoluto da essere da pochi voluto, ritornante e rimbombante nel cicaleccio insopportabile di tutte queste vanità ciarliere. Perso e penso voluttuosamente nel marasma delle mie ansie, sullo scoglio alto dell’insormontabile illuminazione assoluta. Io via son volato come un gabbiano dopo essere stato violato. Oh, miei baggiani.

So che ancora una volta mi prenderete per tonto, ma così va il mondo. E io non più me ne dolgo.

In quanto la vita è perenne dolenza, gioia alternata a straordinaria sofferenza. E chi rifiuta quest’assunto non è certamente uomo di gran intuito e, secondo me, neanche di fiato lungo. Perché è dura e lui durerà? No, non tanto.

A volte succede che osservi il pasto nudo della nudezza e delle tue ebrezze. E ti accorgi che ogni sovrastruttura è solo un’illusione mortifera. Solo stolta rudezza.

Amo la gioviale freschezza contro ogni micidiale putrescenza.

Io muto nella forma, anche nelle mie formalità, spirito libero e adamantino, metafisico, mistico ma non so se mitico di quello che vedo, sento e mastico. In tal sociale mastice in cui è tutto un elastico.

Ove devi sempre saltellare per non cascare nella fossa e non inciampare nel pugno di un uomo più grosso.

Io sono questo, cerbiatto imprendibile di mie emozioni sotterranee, immerso nel dormiveglia di un’apatia oggi e di un’enorme euforia domani o nell’aldilà di altre ilarità, oggi sto ove ero ieri e fra un mese nel futuro di un’altra era.

Contro di me non ha funzionato nessun semplicistico, facilone dangerous method. Le violenze psicologiche, farmacologiche, quindi anche fisiche, rendono un uomo davvero brutto come in A History of Violence. Perché dalle segrete delle proprie rabbie represse per quieto vivere civile, segregate giustamente nella bontà e nell’altruismo, può, se si azzarda troppo, risvegliarsi un guerriero indomito.

E dal sarcofago, no, non esce un pio monaco e neppure un monco. Oh, miei mongoli.

Dinanzi ai vili affronti, devi far capire a tutti chi hanno di fronte. Non sei certamente un russo granitico come ne La promessa dell’assassino ma nemmeno un bambagione sognatore, un americano a Roma. Nel tuo profondo vibrano pensieri, no, non pericolosi, in una parola profondi. E il contatto con la superficialità quotidiana della gente bigotta, oh sì, diviene un Crash ove il tuo corpo, cozzando contro le lamiere dell’ottusità tagliente, contro gli scherni contundenti, contro gli asfittici schemi sociali così repulsivamente deficienti, preferisce ancora una volta, testarda-mente, la sua eXistenZ. Ho capito di essere la sofisticata incarnazione di un body horror, come una mosca or che può far molto col suo Scanner. Ed è Shining… che Cronenberg non ama in toto.

È un nuovo, rivoluzionario concepimento concettuale della realtà. Forse del tempo, dell’io sto ancora qua.

Questo è quanto, forse un uomo dalla mente bionica, dalla velocità di pensiero quantistica.

E non è retorica romantica, solo realismo carnale e aderente alla mia metafisica teoretica.

Questo è ancora niente.

Dopo il pezzo super poetico, il pezzo pregiato è arrivato e, devastato da tanta bellezza, ho smarrito ogni freno inibitorio.

Reazione con convulsioni, sturbo, alterazioni mentali, delirium tremens, ipertensione, sudore freddo, palpitazioni, stati irrefrenabili di agitazione, imprecazioni di giubilo da Lino Banfi e Diego Abatantuono, pallore eccitato da Christian Bale di American Psycho.

53918375_10213241434493278_4866523642327990272_n

di Stefano Falotico

 

True Detective 3, il finale inaspettato: grande delusione o colpo di genio?

true-detective-3-finale-inaspettato-02 true-detective-3-finale-inaspettato-01

Ebbene, come sappiamo, in concomitanza con la Notte degli Oscar, domenica scorsa la HBO ha trasmesso l’ultima puntata di True Detective 3. Proprio negli stessi attimi in cui il suo protagonista, Mahershala Ali, ha sollevato al cielo la sua seconda statuetta come migliore attore non protagonista per Green Book.

Un attore venuto dal nulla, come si suol dire, che in una manciata di anni ha sfracellato la competizione e si è imposto come un talento straordinario del panorama cinematografico mondiale. Assurgendo sin dapprincipio a indubitabile, grande attore da tenere perennemente d’occhio negli anni a venire, dotato di un innato carisma e di una presenza scenica che, al di là della sua sbilenca andatura quasi claudicante, l’ha reso uno dei volti irrinunciabili del firmamento contemporaneo.

Green Book è davvero un grande film o è stato Mahershala Ali, con la sua prodigiosa interpretazione e la sua magnetica sordina, elegantissimamente misurata, ad ammantarlo d’un fascino maliardo tanto attrattivo?

È quello che mi domando dopo aver assistito all’ultima puntata di questa terza stagione di True Detective. Perché, al di là dei movimentati cambi di regia, dopo i primi due episodi diretti da Jeremy Saulnier, col suo inconfondibile tocco misterico e metafisico, dopo due tranche dietro la macchina da presa dello stesso suo famigerato sceneggiatore Nic Pizzolatto, per la precisione If You Have Ghosts e The Hour and the Day, e l’incursione di Daniel Sackheim, avevo avuto l’impressione, come tutti d’altronde, che True Detective 3, con tanto di apparizione in fotografia dei celeberrimi detective Rust (Matthew McConaughey) e Marty (Woody Harrelson) potesse riagganciarsi, appunto, all’ndimenticabile, giustamente celebrata prima stagione. E che potessero tornare tonanti e inquietanti i fantasmi di Carcosa miscelati in una vicenda complottistica da collegare alla storia interrottasi nelle paludi della Louisiana e ramificatasi negli altopiani montagnosi dell’Arkansas. Ma che, soprattutto, il potere fascinatorio profusoci dai primi episodi di True Detective 3, con le sue atmosfere cupamente sulfuree e macabre, fosse in gran parte adducibile a Mahershala Ali. Capace di rendere eccezionalmente sfumato il suo Wayne Hays, spezzettando la sua superba performance in micro-segmenti recitativi mirabilmente cangevoli, modulandosi in una varietà sottilmente variegata d’impercettibili cambi di registro attoriale, modellandoli a differenti e ben distinti piani temporali.

Ora invece, pur continuando a rimanere fermamente convinto, malgrado alcuni evidenti difetti, come ad esempio una certa, soporifera prolissità e una tetraggine sin troppo soffocante, che True Detective 3 sia una bellissima stagione, devo ancora una volta, oltre che complimentarmi con Ali, stringere la mano al suo creator Pizzolatto.

Sì, ci ha piacevolmente fregato. Prima illudendoci che potessimo trovarci di fronte una serie figlia di Carcosa e dello Yellow King, quindi mischiando sapidamente le carte, con morbosa raffinatezza, immergendoci in un finale del tutto imprevisto. Che svela la risoluzione, alquanto banale del caso, va detto, in solo mezz’ora e poi nuovamente mette essa stessa in discussione, fuorviando tutto l’assunto di partenza.

Perché alla fine Wayne Hays, corroso dall’Alzheimer, probabilmente, al pari di De Niro di C’era una volta in America, totalmente obnubilato e frastornato dalla sua malattia, depauperato e depistato dall’incoerenza dei suoi confusi, distorsivi allucinatori ricordi traumatici, si crea da solo la sua versione dei fatti. Forse per mettersi a posto la coscienza, senilmente riappacificandola nel darne una logica che, invero, non esiste o semplicemente non corrisponde alla veridicità degli accadimenti e del suo stesso interiore vissuto.

Filtra cioè l’intero senso di quest’indagine arzigogolata e complessa a immagine e somiglianza, forse enormemente erronea, della sua visione della vita. Secondo il suo preciso, umanissimo sguardo.

È stato tutto un abbaglio, un personale farsi quadrare il tempo (ricordate, a tal proposito, le emblematiche, esemplificative parole di Rust… time is a flat circle che si perpetua e riverbera ininterrottamente), un tempo infinito, indefinito, sfuggente com’è il tempo di qualsiasi persona. Un tempo non anagrafico bensì visceralmente congiunto inseparabilmente coi propri intimi sentimenti, col proprio io, col proprio subconscio, col proprio caleidoscopico animo in eterno tormento esistenziale.

Quindi, estremamente suscettibile di fallacità, persino di caducità e arrugginita lucidità.

Un tempo racchiuso nella purissima, inviolabile soggettività, nella propria incoercibile emozionalità.

Quante volte sarà successo anche a voi.

Ricordiamo qualcosa ma lo ricordiamo come a noi piace ricordarlo. Mentre al nostro amico, forse il Roland West di turno (Stephen Dorff) o a nostra moglie, alla quale piace peraltro romanzare gl’intrecci complicati, forse Amelia Reardon (Carmen Ejogo), i conti non tornano affatto o, comunque, potrebbero anche tornare, certo, ma secondo un’ottica più oggettiva, maggiormente analitica o soltanto più atrocemente, discutibilmente incredibile.

Allora True Detective 3, più che unirsi alla prima stagione, semmai assomiglia a un onirico, indissolubile torciglio assurdo e indistricabile da congiungere agli scollati pezzi del puzzle dell’altra serie “gemellare” della HBO, ovvero il capolavoro The Night Of di Steven Zaillian, scritto da Richard Price.

Cos’è successo?

Buonanotte.

di Stefano Falotico

 

First Man – Il primo uomo, recensione

first-man-primo-uomo-recensione

Ebbene, recensiamo First Man di Damien Chazelle. Il quale dopo il suo scoppiettante ma controverso Whiplash e l’osannato La La Land, per cui ha vinto l’Oscar come miglior regista, alla sua quarta opera (teniamo conto anche di Guy and Madeline on a Park Bench), indubbiamente molto attesa, aveva non poco scontentato quasi tutti sin dalla primissima visione al Festival di Venezia del 2018, ove questa pellicola è stata accolta da pareri assai discordanti.

Doveva essere uno dei titoli di punta dell’anno e, sulla carta, nessuno aveva dubbi che sarebbe entrato, nelle maggiori categorie agli Academy Awards. Invece, pur essendo largamente apprezzato dall’intellighenzia statunitense, assai meno dalla nostra, è stato il flop per eccellenza, a livello di onorificenze, diciamo, di questa stagione.

Vincendo solamente l’Oscar per i migliori effetti speciali.

First Man è un film della corposa durata di due ore e ventuno minuti, sceneggiato da Josh Singerwriter di The Post e oscarizzato per la sceneggiatura de Il caso Spotlight.

Che, pur concedendosi molte libertà, ha adattato il libro-biografia First Man: The Life of Neil A. Armstrong di James R. Hansen.

Basata sulla storia, soprattutto intima e personale, del primo uomo ad aver messo piede sulla Luna, ovvero il celeberrimo Neil Armstrong, appunto. Interpretato con sobria misura e intensa, funzionale, al solito proverbiale mono-espressività qua però efficacissima da un ottimo Ryan Gosling. In una delle sue prove recitative veramente più mature, una performance emotivamente perfetta, senza sbavature.

Dopo un incipit al cardiopalma ove Armstrong dimostra, con grande sangue freddo, di essere un collaudato pilota per la sua glaciale, anfibia calma olimpica nelle situazioni più rischiose e mortali, veniamo immersi profondamente nel suo toccante dramma privato.

Cioè la tragica morte della figlia, afflitta da un inesorabile male incurabile e impietoso.

Armstrong è un pilota della NASA che comunque non intende rinunciare al suo imperiale sogno, anzi, la tragedia occorsagli gli è paradossalmente da inaudito propulsore speranzosamente vitalistico nell’illuderlo che, dopo la morte di sua figlia, la sua vita possa avere ancora un senso prezioso. Questo sogno che brilla opacamente abbagliante nei turgidi crepuscoli della sua anima annerita eppur giammai spentasi, un simbolico sogno chimerico da caldeggiare, respirare nelle vene proprie più metafisiche, un sogno inafferrabile da suggellare per superare il suo comunque irreversibile trauma incancellabile tanto irreparabilmente doloroso sino a prosciugarlo infinitamente nei suoi meandri sanguigni, fino a deturparlo e congelarlo in una maschera luttuosa apparentemente impassibile dinanzi all’abissale cupezza della tragedia esistenziale sua più visceralmente inestirpabile.

Un sogno lontano ma così vicino che pare di toccarlo, in cui gettarsi anima e corpo per accecare di nitida, miracolistica luce la sua umana notte oramai interminabilmente oscuratasi.

E allora viene scelto, grazie alla sua indomita intraprendenza e al suo monumentale coraggio, per essere il protagonista della prima, storica missione lunare prodigiosa.

Dopo la morte della figlia, Armstrong si è chiuso spaventosamente nell’animo, s’è ottenebrato e malinconicamente illanguidito nel buio più atroce e non riesce più a stabilire un autentico, slanciato contatto con la moglie Janet (un’emozionante Claire Foy).

E sua moglie, in silenzio, trepiderà per l’impresa leggendaria di suo marito. Cosciente che la lunatica, è il caso di dirlo, stranezza misteriosa che lo angoscia e il suo maestoso, squillante sogno simboleggiano la speranza ancor desta di una vita loro per sempre spezzata. Ma non ancora, forse, finita.

Sì, First Man non è tanto un film sul primo uomo sulla Luna, bensì un film sulla speranza, l’altra faccia della medaglia del nolaniano Interstellar.

È il viaggio interiore di un uomo che pare recitare nel suo cuore, così come appunto il saggio Michael Caine del succitato film di Nolan, la poesia Non andartene docile in quella buona notte di Dylan Thomas.

Un film ove la raffinata regia anti-spettacolare di Chazelle illumina di melanconica grazia, avvalendosi della bella fotografia di Linus Sandgren, le trattenute emozioni sottopelle di un uomo nel dying of the light.

di Stefano Falotico

 

A Star Is Born, recensione

star is born

Ebbene, in concomitanza con l’uscita in Blu-ray, recensiamo A Star Is Born, opera prima di e con Bradley Cooper affiancato da una raggiante ma incerta Lady Gaga.

Film campione d’incassi della stagione il cui successo, visto anche l’insistente battage pubblicitario e il bombardamento mediatico, è culminato con la candidatura a ben otto premi Oscar. Cifra ragguardevole e indubbiamente spropositata, onestamente, al di là del contagioso trasporto della diva Lady Gaga, qui al suo vero e proprio debutto cinematografico da protagonista dopo una miriade di video shortSin City – Una donna per cui uccidereMachete Kills e naturalmente la serie televisiva American Horror Story.

Fortissimamente voluta e caldeggiata da Cooper che ha fatto carte false per convincerla a rivestire i panni della sua eroina Ally.

Come sapete, questo è un aggiornamento-remake di tre, a mio avviso, superiori precedenti sfavillanti, tutti regolarmente tradotti in italiano col titolo È nata una stella.

E nonostante, ripetiamo, il largo apprezzamento di pubblico e i plausi della Critica, soprattutto d’oltreoceano, ammaliatisi sin troppo dinanzi alle patinate, furbastre spericolatezze del suo intraprendente, intrepido ma poco convincente metteur en scèneanfitrione Coopertale contemporanea, luccicante trasposizione è senz’ombra di dubbio la meno affascinante. Un’operazione creata a tavolino per giocare facile agli Oscar e ottenere una marea di nomination che, infatti, puntualmente, metronomiche sono arrivate come da programma, rispettando gli studiati calcoli della volpe Cooper.

Trama… ovviamente ricalcata in rifacimento sui generis dei celeberrimi film predecessori, allestita sulla potenza canora della fantasmagorica Lady Gaga. Che se l’è cavata, ha carisma ma ci ha comunque lasciato perplessi. Bravina ma di certo non eccelsa.

Jackson Maine (Bradley Cooper) è una rockstar ancora amatissima dai suo beniamini ma è oggi alcolizzato e depresso. Dopo un’esibizione, si ferma in un bar e rimane ipnotizzato dalla cantante che si esibisce nel locale, la talentuosissima Ally (Lady Gaga). Una donna dalle potenzialità vocali esagerate ma mai davvero lanciatasi con coraggio nello show business per colpa della radicata sua mancanza di autostima e di troppe patite delusioni.

È amore a prima vista fra i due. E Jackson, folgorato da Ally, la invita a un suo concerto ove, a sorpresa, le fa cantare un pezzo inedito da lei scritto. Da quel momento in poi scoppia fra i due la passione, esplosiva, irrequieta e bruciante.

Ecco, se sino a questo momento, il film aveva discretamente retto, affidandosi a qualche svolazzo pindarico della mobile macchina da presa di Matthew Libatique, proprio al detonare e scoccare della storia d’amore, troppo romanticamente ruffiana e allineata ai canoni caramellosi del mainstream più scontato, forzata e sveltamente ampollosa, assai poco attendibile, A Star Is Born frana imperdonabilmente.

Ci è apparsa infatti troppo repentina e ingiustificata la celerissima mutazione di Ally da cantante di un night a star della musica da palcoscenico con tanto di folla gremita da Woodstock accaloratamente infoiata ad applaudirla. Come se d’incanto, soltanto illuminata dalla forza dell’amore, Ally avesse cancellato ogni sua paura e timidezza, ascendendo a paladina sfrenatamente irreprimibile, accendendosi in una grazia armonica tanto sfolgorante quanto incredibile da lasciar basiti. Una metamorfosi piuttosto banalizzata in un’ovvia progressione drammaturgica psicologicamente insostenibile. E il personaggio di Cooper, non sostenuto peraltro dalla sua vanitosa performance mielosamente stereotipata da insalvabile, maledetto cavaliere del suo patetico cuore selvaggio ai limiti della perdizione più prototipica, dissoluto ma di gran cuore, ci è risultato estremamente fasullo e gigioneggiato languidamente dallo stesso Cooper in maniera spesso insopportabile. Solo negli ultimi venti minuti diventa emozionante, con tanto di finale che strappa qualche commozione.

Toccante anche la scena dell’ultimo addio tra Jackson e Bobby Maine. Quando il personaggio di Cooper, per tutta la vita in complice lotta col fratellone, prima di salutarlo definitivamente, tentenna parecchio, quindi, strozzato nella voce, gli confida sottovoce che si è comportato così, cioè in malo modo, perché lo ha sempre nascostamente invidiato e voleva, in cuor suo, assomigliargli.

A Star Is Born è un film che si lascia innocuamente vedere, alcuni numeri musicali vanno a segno, sebbene la già famosa Shallow sinceramente, riproposta in questi mesi sin allo sfinimento nelle radio di mezzo mondo, non è che sia poi un granché. Ed è stata appunto enfatizzata a dismisura dalla campagna promozionale. Una mediocrissima canzone invero scarsamente memorabile, raffazzonata per orecchiabili ascolti, come si diceva un tempo, da cassetta. Ma niente di artisticamente elevato e in verità commovente.

Ha vinto l’Oscar, ma non c’entra niente.

Così come il film stesso, esempio di un Cinema demodé probabilmente superato e oggigiorno poco emozionante perché inoltre, ribadiamo, messo in scena da Cooper con una palese scarsità d’idee, in forma mercantilistica, modaiola, confezionato a uso e consumo di una storia d’amore da stellare box office ma facilmente dimenticabile, strimpellata sdolcinatamente nello strizzar l’occhio al botteghino e non ai sentimenti profondi e credibilmente pregnanti.

Il marketing gli ha dato però prevedibilmente ragione.

Eppure Lady Gaga rimane una bruttina che inevitabilmente piace e con la voce ci sa fare.

Non facendoci rimpiangere molto la somigliante, fisicamente e non, Barbra Streisand.

di Stefano Falotico

 

The Vanishing – Il mistero del faro, recensione

the-vanishing-il-mistero-del-faro-recensione-butler-01 the-vanishing-il-mistero-del-faro-recensione-butler-02

Oggi, recensiamo per voi The Vanishing – Il mistero del faro di Kristoffer Nyholm, thriller della durata di un’ora e quarantuno minuti, distribuito qui in Italia, dal 28 Febbraio, dalla Notorious Pictures.

Interpretato dal possente Gerard Butler, dal veterano attore scozzese Peter Mullan (TrainspottingMy Name Is JoeI figli degli uomini) e dal giovane Connor Swindells.

The Vanishing – Il mistero del faro è ispirato a una vicenda oscura realmente accaduta, ovvero l’ignota sparizione di tre uomini, guardiani di un faro delle Isole Flannan.

Questa infatti la trama:

James Ducat (Gerard Butler), Thomas Marshall (Peter Mullan) e Donald McArthur (Connor Swindells), come sempre si apprestano a prestare egregio servizio per sei settimane su un faro della Scozia.

Loro, tranquillamente, svolgono il loro lavoro, tenendosi reciprocamente compagnia durante le notti gelide e buie.

Sino a quando, un bel giorno, anche se sarebbe meglio dire in un dì nefasto e cruciale, un misterioso naufrago fuggitivo, approdato sull’isola, aggredisce Donald. Il quale, dapprima impaurito, si lascia sorprendere dalla bestiale furia dell’uomo. Che, fuori controllo e senz’apparenti ragioni, gli si avventa contro e tenta di strozzarlo. Donald però, costretto a difendersi per salvarsi la vita, lo uccide. Sferrandogli in testa un pesante macigno.

Al che, James, Thomas e Donald rinvengono ai piedi del cadavere dell’uomo un forziere che contiene un ricco bottino prezioso.

Dunque, presto arrivano sul posto, altri due uomini dagl’intenti minacciosi.

Da questo momento in poi si scatena un’animalesca orda quasi cannibalistica e omicida di vicendevole autodistruzione. E riemergono in superficie i traumi mai sopiti delle turbolente e inquiete anime di James e Thomas, due uomini dal cupo passato indistricabile, due anime vaganti nel perenne tormento esistenziale, forse per sempre perdute nell’oceano dei loro intimi, insalvabili dolori personali, due anime già dapprincipio annegate nella mesta dimenticanza auto-ingannevole più falsamente benevola e menzognera.

Uno strano oggetto inclassificabile, onestamente, questo The Vanishing – Il mistero del faro.

Dall’andamento narrativo molto tetro, sibillino e soporifero, con molte suggestive scene notturne che si avvalgono della sulfurea fotografia avvolgente di Jørgen Johansson.

Un film che potremmo annettere a quel sottogenere cinematografico definito giallo dell’anima.

Ove la recitazione dei tre protagonisti spicca per pacata finezza sottile.

In cui il grande Peter Mullan fornisce ancora una volta una prova attoriale davvero ammirevole e nel quale Gerard Butler, dopo tanti action più o meno riusciti o fallimentari, torna a cimentarsi nuovamente con un bel ruolo incisivamente drammatico.

No, The Vanishing – Il mistero del faro non è affatto un grande film e si perde, più e più volte, involutamente, in irrisolti psicodrammi interiori mai davvero sviluppati appieno.

Ma è un film dall’innegabile fascino atmosferico. E si lascia vedere molto volentieri, nonostante la pochezza e l’eccessiva elementarità della vicenda narrata.

Ci sentiamo dunque di consigliarvelo.the-vanishing-il-mistero-del-faro-recensione-butler-03

di Stefano Falotico

 

Il corriere – The Mule, recensione

il-corriere-the-mule-recensione-clint-eastwood-03

Ebbene, scusateci per il piccolo ritardo. Ma volevamo gustarcelo e assaporarlo con estrema ponderatezza. Quindi, vi chiediamo clemenza. Sebbene sia uscito giovedì scorso, 7 Febbraio, abbiamo atteso con calma di metabolizzarlo lentamente e ora, terminato che abbiamo d’averlo assaggiato intimamente in ogni nostro venoso sospiro, finalmente ci sentiamo di scrivere la recensione de Il corriere – The Mule.

Opus n. 37 di Clint Eastwood cineasta. Qui forse alla sua ultima interpretazione attoriale.

Le malelingue hanno scritto che Il corriere sarà anche il suo ultimo film in assoluto. Noi sinceramente, nonostante la sua veneranda età di ben ottantotto primavere (presto 89, infatti compie gli anni il prossimo 31 Maggio), speriamo che Eastwood di film ne possa girare ancora e che Il corriere non segni invece, come si è detto, il suo risolutivo testamento artistico.

Innanzitutto perché Clint Eastwood è certamente uno dei massimi registi contemporanei, uno story teller ineguagliabile, dotato di una poetica personalissima difficilmente eguagliabile. E non si può altro dunque che augurargli di campare ancora il più a lungo possibile.

E poi perché, sebbene, come esplicheremo nelle righe a seguire, riconosciamo che Il corriere sia un bel film, non è comunque paragonabile a suoi ben più alti lavori decisamente più memorabili di cui la sua filmografia, soprattutto negli ultimi trent’anni, è stata tanto piena da incantarci ogni qualvolta, estaticamente ammirati, la ripercorriamo con la memoria.

Ma è proprio così? Il corriere è davvero lontanissimo da capolavori come Un mondo perfetto?

Insomma, Il corriere è un film amabile, con momenti straordinari, ma non è Gran Torino. Può essere.

Sebbene, attenzione, le rispettive durate de Il corriere e di Gran Torino siano identiche, ovvero un’ora e cinquantasei minuti. E a scrivere la sceneggiatura de Il corriere sia stato Nick Schenk. Così come avvenuto, parimenti a uno dei massimi masterpiece di Eastwood, ça va sans dire, l’indimenticabile e insuperabile, appena citato Gran Torino.

Appunto, eh.

Il corriere, anche se ci piace propriamente chiamarlo col suo titolo originale, The Mule, eloquentemente più in linea col carattere cocciutamente asinesco e incorreggibile del protagonista, non è un film che passerà alla storia ma uno di quei film “minori” a loro modo comunque inviolabilmente importanti, soprattutto se collegati all’excursus autoriale di Eastwood, un film magicamente in linea con la sua inattaccabile, moralmente ieratica e anti-compassionevole visione della vita e del mondo, una pellicola aderente alla sua pelle d’artista e da cantore crepuscolare in modo così simbiotico a Eastwood stesso che noi ammiratori non ne possiamo prescindere, un film bruscamente secco e talvolta sin troppo leggero, con molti difetti e forse persino qualche sciatteria e delle ingenuità che da Eastwood non ci saremmo aspettati, ma anche un film tanto sinceramente vivo da raschiarci e squagliarci ugualmente in profondità, liquefacendoci d’emozioni purissime, echeggiando zampillante nel cuore nostro più romantico, ardendolo di dorata maestosità viva e pulsante. Cioè un piccolo film che che però, nella sua pur scanzonata, discretissima semplicità buffonescamente tenera e al contempo malinconicamente struggente, ancora una volta, come sempre accade con Eastwood, ci ha toccato soavemente l’anima. Illuminandola di sublime levità.

La trama è questa. Ricalcata dallo stesso writer Schenk dall’articolo del New York Times intitolato The Sinaloa Cartel’s 90-Year-Old Drug Mule.

Basata, seppure in forma estremamente romanzata, sulla vita del vero Leo Sharp. Che qui assume il nome fittizio di Earl Stone.

Un veterano di guerra, un floricoltore ora molto anziano che, dopo la chiusura coatta della sua attività, o meglio a causa del suo pignoramento, pur di fare qualche soldo utile, accetta di prestarsi come guidatore speciale. Eh sì, speciale perché Earl è totalmente ignaro del pasticcio in cui ingenuamente si è andato a cacciare. Lui non diventa, infatti, un semplice autotrasportatore bensì un involontario corriere della droga.

Tanto che fa persino conoscenza col boss del narcotraffico, Laton (Andy Garcia).

Earl è stato anche preso di mira, a sua totale insaputa, dalla DEA e dal suo intransigente agente Colin Bates (un Bradley Cooper puntualmente bravo).

Se la prima ora, onestamente, non ci aveva entusiasmato e, a differenza di altre volte, le battute a effetto in puro stile Eastwood ci son parse in questo caso deboli e forzate, pedanti e oltremodo razziste, se le due scene con le prostitute, prima al motel e poi nella magione di Laton, ci sono sembrate di primo acchito volgari e patetiche, quasi vomitevoli anziché autoironiche, ecco che all’improvviso The Mule subisce un’inaspettata, mirabile impennata, regalandoci un’ultima mezz’ora eccezionale.

Il vegliardo, rincoglionito Earl torna al capezzale della moglie morente Mary (una dolcissima Dianne Wiest) e i suoi sguardi con lei, tenerissimi e angosciosamente, romanticamente disperati, valgono il prezzo del biglietto. Così com’è indimenticabile il breve, palpitante dialogo fra Earl e Bates al bar alle prime, soffuse, fiocamente languide, pallidissime luci dell’alba. Vibrante, ove The Mule diviene davvero una sorta di The Straight Story lynchiana. O ancor meglio una non banale riflessione on the road sul cammino dell’esistenza, nel sintomatico confronto fra una giovinezza tormentata e incerta, seppure ambiziosa, come quella di Bates, e il volto rugoso, malconcio del macilento, raggrinzito teschio ambulante incarnato, anzi scarnificato del viso emblematico di Eastwood. Due solitudini che si specchiano reciprocamente impaurite da quel che sarà per Bates e da quello che è già, purtroppo, stato per Earl.

E alla fine Earl abdicherà, coraggiosamente, dinanzi all’ineluttabilità della sua inevitabile vecchiaia.

Trovando splendidamente il coraggio di guardare in faccia, forse per la prima volta, la verità. Riconoscendo a tutti ma soprattutto a sé stesso, senza pietismi e autoassoluzioni consolatorie, la propria sconfitta, la propria decadenza.

La propria inarrestabile, incarcerata fine. Il tramonto di un sogno chiamato vita.

The Mule non è forse un grande film ma un film che crescerà nei nostri cuori ora dopo ora.

E forse un giorno diverrà un capolavoro.

Chissà.il-corriere-the-mule-recensione-clint-eastwood-02 il-corriere-the-mule-recensione-clint-eastwood-01 il-corriere-the-mule-recensione-clint-eastwood-04

di Stefano Falotico

 

Bohemian Rhapsody, recensione

bh15

Ebbene, recensiamo, in concomitanza con l’uscita del Blu-ray in edizione italiana del 28 Marzo, una delle pellicole più acclamate dal pubblico di tutto il mondo, invisa però a buona parte della Critica altera e sussiegosa, ovvero lo sfavillante Bohemian Rhapsody, firmato da Bryan Singer con protagonista un magnifico, insuperabile Rami Malek.

Come sappiamo, Singer è stato costretto ad abbandonare il set a sole due settimane dalla fine delle riprese, rimpiazzato per le scene da ultimare, in extremis, da Dexter Fletcher. Alla fine, a essere accreditato come unico regista è stato appunto soltanto Singer. E non Fletcher a cui comunque è stata ovviamente riconosciuta la paternità delle scene mai completate da Singer ma il cui nome è comparso solamente nei ringraziamenti ed è stato menzionato, fra gli altri, come onorevole figura di produttore esecutivo.

Bohemian Rhapsody, dicevamo.

Ecco, chi scrive questo pezzo deve esservi estremamente sincero. Sino a oggi questa pellicola attesissima, dalla gestazione interminabile sulla quale, se voleste informarvi, troverete delucidazioni ben più esaustive sul net, Wikipedia e siti addetti, annessi e connessi, per cui sono stati associati nel corso degli anni registi di rilievo come Stephen Frears e Tom Hooper e come protagonista fu inizialmente designato il birbante, provocatore Sacha Baron Cohen, eccetera, eccetera, non l’avevo ancora personalmente visionata, devo confessarvi la verità.

Ne avevo infatti sentito parlare talmente male, con tanta sfacciata, puntigliosa, insopportabile cinefilia boriosissima e altezzosità severa, d’aver rinunciato a vederla in sala ai tempi della sua uscita sui nostri schermi, avvenuta ovvero il 29 Novembre dell’anno scorso.

Bohemian Rhapsody, essendo (mi pare inutile rimarcarlo ma comunque necessario per dovere recensorio) un biopic su una delle rock band più amate, leggendarie e celebrate di tutti i tempi, vale a dire i Queen, ma in particolar modo incentrata quasi però esclusivamente sulla figura del suo storico, indimenticabile frontrman Freddie Mercury, ha naturalmente fatto sfracelli al botteghino, incassando cifre da capogiro a fronte dei suoi soli cinquantadue milioni di dollari di budget.

Un budget alquanto ridicolo, considerando che si parla appunto di una biografia cinematografica che abbisognava di varie, cospicue scene di massa per i gremiti concerti e di un notevole dispendio decorativo per la ricostruzione piuttosto, sì, contemporanea della vicenda ma pur sempre d’epoca, trattandosi di eventi successi non tanto in là. Nel loro cotanto protendersi sinuoso quanto linearmente dipanarsi didatticamente filologico, seppur semplificato, per non dire spesso abbozzato e superficialmente talvolta incongruente o impreciso, messo scolasticamente in scena con una narrazione esageratamente schematizzata.

E nonostante lo spropositato quanto, ripetiamo, prevedibile successo planetario in termini d’incassi e il quasi unanime apprezzamento sperticato degli spettatori, la Critica non gli è stata assai benevola. Perlomeno il film ha visto critici schierarglisi apertamente contro che hanno definito questa pellicola come la solita, agiografica, romanzata ed edulcorata, civettuola biografia musicale, sceneggiata all’acqua di rose e in forma quasi bambinesca, a dispetto comunque delle firme alquanto illustri dei suoi writer Peter Morgan (The Queen – La regina) ed Anthony McCarten (La teoria del tutto), e critici invece a essa molto più accondiscendenti o addirittura lusinghieri. I quali hanno favorevolmente accolto Bohemian Rhapsody, definendolo un film che, al di là dei suoi immancabili difetti, dei suoi toni mielosamente elegiaci, delle sue madornali pecche di scrittura e delle sue consistenti banalità registiche, ha centrato pienamente il suo bersaglio, avvincendo proprio per la sua spudorata, commovente schiettezza emozionale. Ingenua, appassionante, furbescamente ammiccante nei confronti di chi, già sfegatato fan irriducibile da una vita dei Queen, desiderava solo che, così come infatti puntualmente è avvenuto, si esaltasse e divinizzasse in modo gloriosamente idolatrante il loro intoccabile, immortale Freddie Mercury.

Sì, da questo punto di vista, Bohemian Rhapsody funziona. Anche parecchio.

Perché poco importa che si sia stati sciatti e poco accurati, se non addirittura grossolani, nell’abbellire in modo eccessivamente retorico la figura, sì, immensamente carismatica di Mercury pur così piena d’inquietanti ombre che avrebbero meritato certamente un maggiore approfondimento introspettivo.

E che i membri della band, Brian May e Roger Taylor soprattutto, incarnati rispettivamente da Gwilym Lee e da Ben Hardy, siano stati ridotti a macchiette bidimensionali. Recitando battute ovvie e perfino imbarazzanti.

Perché a tutti gli estimatori di Queen importava soltanto che la loro icona Mercury fosse descritta con finezza, cesellata con delicata cura amorevole, glorificandone le fragilità e decantandole come pregi mirabili e straordinari, omettendo volutamente i tratti oscuri di una personalità assai più complessa, poderosa, tanto emotivamente ambigua quanto inimitabile, debordante, folcloristica, perversamente trascinante.

E non aspettavano altro che l’annunciato show finale del Live Aid di Wembley.

Che in effetti da solo varrebbe il prezzo del biglietto in quanto senz’ombra di dubbio sortisce magicamente il suo appassionantissimo impatto memorabile.

Bohemian Rhapsody è sostanzialmente un bel film perché Malek fisiognomicamente assomiglia invero ben poco al vero Mercury. Ma questo ragazzo ha infuso alla sua rappresentazione di Mercury una tale commovente energia, una così contagiosa forza interpretativa toccante da mettere i brividi.

Al di là del pacchiano trucco posticcio e degli esagerati dentoni da castoro appioppatigli nel viso, Malek non ha infatti soltanto riprodotto fedelissimamente le esatte posture e la celeberrima mimica di Mercury, bensì ha compiuto prodigiosamente un lavoro ben superiore, gli ha trasmesso un’anima tutta nuova, l’ha reinventato a immagine e somiglianza tenerissima del suo viso iper-espressivo, ricreandolo e plasmandolo in modo rivoluzionario e stupefacente. Personalissimo e monumentale.

Davvero una prova da Oscar.

Quindi, Bohemian Rhapsody, sì, non è né più né meno del solito, esaltatorio biopic su una mitica rockstar.

Malek non è stato, ad esempio, il bolso Val Kilmer/Jim Morrison di The Doors,

Malek si è distinto alla grandissima.

Trasformando un film oggettivamente mediocre in un film da ricordare.

di Stefano Falotico

 
credit