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Bohemian Rhapsody, recensione

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Ebbene, recensiamo, in concomitanza con l’uscita del Blu-ray in edizione italiana del 28 Marzo, una delle pellicole più acclamate dal pubblico di tutto il mondo, invisa però a buona parte della Critica altera e sussiegosa, ovvero lo sfavillante Bohemian Rhapsody, firmato da Bryan Singer con protagonista un magnifico, insuperabile Rami Malek.

Come sappiamo, Singer è stato costretto ad abbandonare il set a sole due settimane dalla fine delle riprese, rimpiazzato per le scene da ultimare, in extremis, da Dexter Fletcher. Alla fine, a essere accreditato come unico regista è stato appunto soltanto Singer. E non Fletcher a cui comunque è stata ovviamente riconosciuta la paternità delle scene mai completate da Singer ma il cui nome è comparso solamente nei ringraziamenti ed è stato menzionato, fra gli altri, come onorevole figura di produttore esecutivo.

Bohemian Rhapsody, dicevamo.

Ecco, chi scrive questo pezzo deve esservi estremamente sincero. Sino a oggi questa pellicola attesissima, dalla gestazione interminabile sulla quale, se voleste informarvi, troverete delucidazioni ben più esaustive sul net, Wikipedia e siti addetti, annessi e connessi, per cui sono stati associati nel corso degli anni registi di rilievo come Stephen Frears e Tom Hooper e come protagonista fu inizialmente designato il birbante, provocatore Sacha Baron Cohen, eccetera, eccetera, non l’avevo ancora personalmente visionata, devo confessarvi la verità.

Ne avevo infatti sentito parlare talmente male, con tanta sfacciata, puntigliosa, insopportabile cinefilia boriosissima e altezzosità severa, d’aver rinunciato a vederla in sala ai tempi della sua uscita sui nostri schermi, avvenuta ovvero il 29 Novembre dell’anno scorso.

Bohemian Rhapsody, essendo (mi pare inutile rimarcarlo ma comunque necessario per dovere recensorio) un biopic su una delle rock band più amate, leggendarie e celebrate di tutti i tempi, vale a dire i Queen, ma in particolar modo incentrata quasi però esclusivamente sulla figura del suo storico, indimenticabile frontrman Freddie Mercury, ha naturalmente fatto sfracelli al botteghino, incassando cifre da capogiro a fronte dei suoi soli cinquantadue milioni di dollari di budget.

Un budget alquanto ridicolo, considerando che si parla appunto di una biografia cinematografica che abbisognava di varie, cospicue scene di massa per i gremiti concerti e di un notevole dispendio decorativo per la ricostruzione piuttosto, sì, contemporanea della vicenda ma pur sempre d’epoca, trattandosi di eventi successi non tanto in là. Nel loro cotanto protendersi sinuoso quanto linearmente dipanarsi didatticamente filologico, seppur semplificato, per non dire spesso abbozzato e superficialmente talvolta incongruente o impreciso, messo scolasticamente in scena con una narrazione esageratamente schematizzata.

E nonostante lo spropositato quanto, ripetiamo, prevedibile successo planetario in termini d’incassi e il quasi unanime apprezzamento sperticato degli spettatori, la Critica non gli è stata assai benevola. Perlomeno il film ha visto critici schierarglisi apertamente contro che hanno definito questa pellicola come la solita, agiografica, romanzata ed edulcorata, civettuola biografia musicale, sceneggiata all’acqua di rose e in forma quasi bambinesca, a dispetto comunque delle firme alquanto illustri dei suoi writer Peter Morgan (The Queen – La regina) ed Anthony McCarten (La teoria del tutto), e critici invece a essa molto più accondiscendenti o addirittura lusinghieri. I quali hanno favorevolmente accolto Bohemian Rhapsody, definendolo un film che, al di là dei suoi immancabili difetti, dei suoi toni mielosamente elegiaci, delle sue madornali pecche di scrittura e delle sue consistenti banalità registiche, ha centrato pienamente il suo bersaglio, avvincendo proprio per la sua spudorata, commovente schiettezza emozionale. Ingenua, appassionante, furbescamente ammiccante nei confronti di chi, già sfegatato fan irriducibile da una vita dei Queen, desiderava solo che, così come infatti puntualmente è avvenuto, si esaltasse e divinizzasse in modo gloriosamente idolatrante il loro intoccabile, immortale Freddie Mercury.

Sì, da questo punto di vista, Bohemian Rhapsody funziona. Anche parecchio.

Perché poco importa che si sia stati sciatti e poco accurati, se non addirittura grossolani, nell’abbellire in modo eccessivamente retorico la figura, sì, immensamente carismatica di Mercury pur così piena d’inquietanti ombre che avrebbero meritato certamente un maggiore approfondimento introspettivo.

E che i membri della band, Brian May e Roger Taylor soprattutto, incarnati rispettivamente da Gwilym Lee e da Ben Hardy, siano stati ridotti a macchiette bidimensionali. Recitando battute ovvie e perfino imbarazzanti.

Perché a tutti gli estimatori di Queen importava soltanto che la loro icona Mercury fosse descritta con finezza, cesellata con delicata cura amorevole, glorificandone le fragilità e decantandole come pregi mirabili e straordinari, omettendo volutamente i tratti oscuri di una personalità assai più complessa, poderosa, tanto emotivamente ambigua quanto inimitabile, debordante, folcloristica, perversamente trascinante.

E non aspettavano altro che l’annunciato show finale del Live Aid di Wembley.

Che in effetti da solo varrebbe il prezzo del biglietto in quanto senz’ombra di dubbio sortisce magicamente il suo appassionantissimo impatto memorabile.

Bohemian Rhapsody è sostanzialmente un bel film perché Malek fisiognomicamente assomiglia invero ben poco al vero Mercury. Ma questo ragazzo ha infuso alla sua rappresentazione di Mercury una tale commovente energia, una così contagiosa forza interpretativa toccante da mettere i brividi.

Al di là del pacchiano trucco posticcio e degli esagerati dentoni da castoro appioppatigli nel viso, Malek non ha infatti soltanto riprodotto fedelissimamente le esatte posture e la celeberrima mimica di Mercury, bensì ha compiuto prodigiosamente un lavoro ben superiore, gli ha trasmesso un’anima tutta nuova, l’ha reinventato a immagine e somiglianza tenerissima del suo viso iper-espressivo, ricreandolo e plasmandolo in modo rivoluzionario e stupefacente. Personalissimo e monumentale.

Davvero una prova da Oscar.

Quindi, Bohemian Rhapsody, sì, non è né più né meno del solito, esaltatorio biopic su una mitica rockstar.

Malek non è stato, ad esempio, il bolso Val Kilmer/Jim Morrison di The Doors,

Malek si è distinto alla grandissima.

Trasformando un film oggettivamente mediocre in un film da ricordare.

di Stefano Falotico

 

Green Book, recensione

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Ebbene, è appena uscito finalmente anche nelle nostre sale il film fenomeno dell’anno, ovvero Green Book. Film della corposa durata di due ore e dieci minuti diretto con mano sensibile ed egregia da un sorprendente Peter Farrelly. Che dopo le tante commedie demenziali girate in coppia col fratello Bobby, Tutti pazzi per MaryScemo & più scemo su tutte, da solo qui dietro la macchina da presa sfodera un tocco personalissimamente magico e sobriamente leggero quanto appassionatamente scanzonato che mai avremmo immaginato che potesse possedere, confezionando un instant classic già vincitore di tre pregevolissimi Golden Globe, fra cui Best Motion Picture – Musical or Comedy, e regalandoci una pellicola nominata a ben cinque premi Oscar, fra cui Miglior Film.

Green Book ha fatto sfracelli tra pubblico e Critica e, solo dopo pochissimi giorni di programmazione nelle nostre sale, sin dal suo debutto avvenuto giovedì scorso 31 Gennaio, pare che stia piacendo tantissimo, visti i considerevoli incassi, anche tra gli spettatori italiani.

Trama…

Siamo nella New York allegoricamente, volutamente un po’ stereotipata e vivacemente colorita dei primissimi anni sessanta. Ove, sin dalle primissime sequenze, veniamo catapultati dentro la rocambolesca vita di Frank Anthony Vallelonga (Viggo Mortensen) soprannominato, nell’ambiente d’italoamericani mangia-spaghetti, Tony Lip. Un buttafuori appesantito e rozzo, dai modi bruschi e irruenti, un uomo grande e grosso, come si suol dire, scalcagnato, sgarrupato e leggermente sfigato, un duro dal cuore tenero interpretato in maniera sublime da un Viggo Mortensen notevolmente ingrassato e raramente così ispirato. Dopo la chiusura del locale per cui lavora, Tony vivacchia alla bell’e meglio, tirando a campare come può, tirando su qualche soldo per mantenere la nutrita famiglia e sua moglie Dolores (Linda Cardellini) grazie a buffonesche, cialtronesche scommesse assai rischiose. Al che, proprio quando il piatto piange, come si suol dire, gli viene offerta una nuova, allettante e remunerativa proposta di lavoro. Cioè essere l’autista personale di Don Shirley (Mahershala Ali), un eccelso e mirabile pianista di musica classica, un gigante di colore dal talento eccezionale che deve andare in tour nel profondo sud degli Stati Uniti.

Tony incontra privatamente Don e, dopo qualche breve scaramuccia tra i due e un’iniziale diffidenza, dopo alcune ritrosie e inevitabili quanto comprensibili titubanze, Tony si lascia piacevolmente assumere e coinvolgere in quest’inaspettata, bizzarra avventura on the road. Nonostante le enormi differenze caratteriali e le loro abissali distanze culturali, fra i due scatta subito una fortissima amicizia. Quasi un legame parentale fra due persone che, per origini e contrapposti background, di primo acchito parrebbero lontane anni luce e, invece, scopriremo essere più vicine di quanto avessimo potuto aprioristicamente desumere.

Don è un musicista molto apprezzato e trionfalmente applaudito durante i suoi inestimabili concerti ma è anche costretto, malgrado la sua nomea e la sua altolocata fama, a subire ancora gli stigmatizzanti e inestirpabili pregiudizi razziali di un’America puritana, segregazionista e vessatoria.

Eppure a sostenerlo in questo straordinario, spericolato quanto ostico viaggio lungo le strade e le città degli States, vi sarà accanto a lui, appunto, Tony Lip. Una sorta di spregiudicato consigliere tuttofare senza macchia e senza paura, un cavaliere impavido, un omaccione un po’ cafone e ignorante, un tipo abbastanza sguaiato e beceramente appariscente che, dietro la scorza villana della sua maldestra, istintiva scortesia e bonaria stronzaggine, nasconde però, come vedremo, un animo buono e lindamente purissimo.

E alla fine, a dispetto di qualche veniale, passeggera, vicendevole, trascurabile schermaglia, nascerà e si solidificherà fra loro un legame forse destinato a durare indissolubilmente per sempre.

Non sveliamo altro per non rovinarvi la sorpresa. Ci pare di avervi già detto perfino troppo.

Mortensen, ribadiamolo, è in continua, inarrestabile ascesa attoriale e, dopo le sue acclamate collaborazioni con David Cronenberg e l’osannato suo Ben Cash di Captain Fantastic, azzecca un altro indimenticabile personaggio, donandoci una performance meravigliosa, istrionicamente misurata e al contempo scoppiettante e incontenibilmente, contagiosamente trascinante.

Beccandosi una nomination sacrosanta come Best Actor. Ma non gli è da meno Mahershala Ali, anch’egli candidato agli Oscar, seppur solo nella categoria di migliore attore non protagonista. Cesella con infinita classe e delicatezza sfumatamente introspettiva un character parimenti memorabile e commoventemente incisivo.

È forse davvero lui il nuovo Morgan Freeman. Guardatelo in questi giorni anche in True Detective 3 e capirete che ci troviamo, senz’ombra di dubbio, di fronte a uno di quegli attori tanto versatili e carismatici del quale sentiremo parlare molto, molto a lungo.

Detto questo, chiariamoci. Green Book non è un capolavoro e non è esente affatto da difetti. E tutto sommato abbiamo visto storie analoghe in tantissimi altri film.

Ma è quel tipo di feel good movie che, stando attento a non cascare mai nella ruffianeria più programmatica, accorto a non scivolare nella scontata, melensa retorica, anche se spesso la vicenda avrebbe certamente implicato un deleterio retrogusto dolciastro e furbetto, si lascia vedere amabilmente.

Perché è girato con estrema finezza, dosa sapientemente buoni sentimenti e anche sapido, schietto cinismo con raffinata mistura e misura estetica, con ponderata diegetica di alta scuola emozionale.

Memore della lezione signorile del grande Frank Capra.

Green Book è stato candidato anche per la migliore sceneggiatura originale scritta dallo stesso Peter Farrelly e da Brian Hayes Currie assieme a Nick Vallelonga che, nel film, interpreta la parte di Augie ed è nientepopodimeno che il vero figlio di Tony Lip, alias appunto Anthony Vallelonga.

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di Stefano Falotico

 

The Punisher 2, recensione completa

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Ebbene, finalmente abbiamo terminato di vederla. Stiamo parlando della seconda stagione di The Punisher, targato Marvel, con protagonista il solito strepitoso Jon Bernthal. Un uomo che, dopo tante particine, dopo essere stato il figlio di Robert De Niro nel divertente ma pasticciato e alquanto disdicevole Il grande match, Grady ‘Coon-Ass’ Travis in Fury assieme a Brad Pitt, il ciarlatano e un po’ imbranato Brad dello scorsesiano The Wolf of Wall Street con Leonardo DiCaprio, Matt ne I segreti di Wind River, il truffaldino ma sessualmente appetibile Ted di Sicario firmato Denis Villleneuve (sì, era lui quello che flirtava con Emily Blunt, portandosela a letto), dopo The Accountant e tantissimi altri ruoli più o meno incisivi, con The Punisher pare aver trovato la sua definitiva, giusta dimensione attoriale.

Chiariamoci. Il Punitore del celeberrimo fumetto è, se possibile, ancora più coriaceo e taurino, più muscoloso e ingrugnito del pur somigliante nostro Bernthal ma Bernthal ha saputo infondere, in questa rivisitazione targata Netflix, un’anima al personaggio e una sorta di specularità emozionale da lasciarci stupefatti e senza fiato. Un’incarnazione fantasiosa, personalissima eppur agganciata allo spirito originario del personaggio stesso da lui rappresentato.

Bernthal è, come si suol dire, l’attore perfetto, nato per questa parte. E, dopo averlo visto in azione e aver accaloratamente tifato a spron battuto per lui, non riesco sinceramente a immaginare un altro interprete al suo posto.

Davvero grandioso, magnifico.

Premesso ciò, al di là, ribadisco, della mia oramai sconfinata ammirazione per Bernthal, rapace, grintoso, capace di farci stare simpatico un personaggio che, onestamente, malgrado il suo imperdonabile passato traumatico e l’aver visto sterminare la sua famiglia sotto i suoi occhi, non è che sia propriamente uno stinco di santo, The Punisher 2 (e ci stringe il cuore affermare quanto segue) ha parzialmente fallito e mancato il bersaglio. Deludendoci, in fin dei conti, non poco.

Dopo l’acclamata prima stagione, i fan di questa serie trepidantemente non vedevano l’ora di riabbracciare il loro beniamino per antonomasia, il Punitore, sperando che continuasse a picchiare i bastardi e i figli di puttana meritevoli dei suoi vendicativi pestaggi sanguinari, e dunque a gran voce avevano chiesto immediatamente, appunto, la stagione due.

Probabilmente, pur di accontentarli quanto prima, gli sceneggiatori e la produzione hanno accelerato oltremodo l’operazione, diciamo, di rilancio e, a soltanto un anno di distanza dal debutto della prima stagione, affrettando sciattamente un po’ tutto, hanno distribuito questo nuovo segmento, sorvolando colpevolmente sui dettagli e sui personaggi.

The Punisher 2 è rocambolesco, violentissimo quanto il primo, esuberante, guascone e pieno di momenti memorabili ma sostanzialmente assai monocorde e, in particolar modo negli ultimi episodi, fiacco e privo di quella coesa tensione creativa, di quel vivo, appassionante mordente funambolicamente cinetico, spericolato ed emozionante del capitolo numero uno. Avevamo detto che i primi cinque episodi di The Punisher 2 ci avevano abbastanza folgorato. E tutto lasciava presagire infatti di trovarci dinanzi a una serie nuovamente, quanto la prima, estremamente soddisfacente. Purtroppo, ahinoi, così non è stato. Esattamente, è dall’episodio numero sette che qualcosa, anzi più di qualche cosa, ha iniziato a non funzionare e la chimica s’è rovinosamente inceppata. L’intrepida e coinvolgente amalgama dei primi episodi si è affievolita a dismisura e pian piano squagliata sotto i coli letali e pedissequi di una narrazione eccessivamente prolissa, piena zeppa di digressioni inutili, soporifere, per non dire imbarazzanti.

Josh Stewart, nei panni del Pilgrim, dopo averci entusiasmato e stupito con la sordina magnetica dei primi episodi, si è sciolto come neve al sole e il suo pur interessantissimo personaggio, così come di conseguenza la sua prova recitativa, ha cominciato a essere sempre più bidimensionale, scadendo perfino nel patetico e ridicolo involontario. Come se gli sceneggiatori, non sapendo bene come delinearlo, in corso di sviluppo, avessero tralasciato aspetti peculiari della sua personalità che dovevano essere necessariamente approfonditi e descritti con più puntigliosa oculatezza.

Così, il Pilgrim è diventato soltanto un fantoccio moralmente ambiguo, deprivato di ogni spessore, trasformandosi in un velleitario giustiziere della notte introspettivamente assai poco affascinante, un fanatico religioso mezzo scemo la cui vera reattività consiste solamente nel voler liberare e riscattare i propri figli dalle grinfie del malvagio governatore stupidissimo.

Floriana Lima, nei panni della dottoressa Krista Dumont, non ci ha peraltro convinto appieno. Lei è stata inappuntabile e bravissima ma, essendo stato ancora una volta sbrigativamente e superficialmente mal risolto il suo complesso, sfaccettato e ambiguo, inquietante personaggio, a risentirne è stata inevitabilmente la sua recitazione. Rattrappita in uno spettro algido d’inconsistente futilità. Un personaggio dal potenziale micidiale che alla fine, per come è stato scritto, è risultato soltanto innocuo e alquanto superfluo.

Ben Barnes è stato eccelso. La sua è stata veramente una prova notevolissima. Sì. Peccato però che (e qui spoilero di brutto), da anfitrione carismatico della sua anima spezzata e della sua spregevole maschera luciferina, deturpata e perciò assai ricca di possibili sfumature psicologicamente potentissime, sia morto ingloriosamente come un povero fesso. Chi s’aspettava un nuovo, straordinario confronto simil Face/Off, resterà sconcertato. Nessun duello titanico…

Amber Rose Revah, nei panni di Madani, impeccabilmente ha svolto il suo ottimo lavoro. Ed è sempre stata avvenente, sensuale col suo impressionante strabismo di Venere e molto fotogenica. Questo lo sapevamo già. Ma (e questa era una pecca, comunque, anche della prima stagione) Madani è un character davvero antipacitissimo e nonostante, dopo mille resistenze, si convinca che il nostro Frank Castle sia un uomo dai metodi alla Sylvester Stallone/Cobra assai discutibili ma un puro e un giusto, malgrado poi sfrenatamente parteggi per lui, non suscita affatto empatia.

 Jason R. Moore, nei panni di Curtis, ha qui uno spazio decisamente maggiore. Tant’è che verso la fine di questo The Punisher 2 diviene quasi il co-protagonista della storia. Ma, scusate, sì, gli è stata messa a posto la gamba e tolta, forse, la protesi, ma il chirurgo dev’essere stato un genio da premio Nobel per avergli impiantato dei muscoli, oserei dire, bionici. Perché lotta e combatte come Bruce Lee. Abbastanza assurdo.

Su Giorgia Whigham/Amy Bendix, lascerei perdere. Stendiamo un velo pietoso. Ma, soprattutto, che fine ha fatto la barista “molto Pearl Jam” Beth Quinn, interpretata da Alexa Davalos?

L’amour fou col Punitore era sulla carta uno snodo narrativo molto intrigante.

Infine, la bellissima Deborah Ann Woll/Karen Page è comparsa, fugacemente, nel più maldestro episodio inutile della serie. Patteggiando con un medico dal cuore tenero ma tonto, regalandogli come premio delle calzature femminili da feticista paragonabile al Brudos di Mindhunter. Che scena scult.

Detto ciò. The Punisher 2 può aver, a dispetto di quanto affermato, vantato l’avvicendamento dietro la macchina da presa anche di Stephen Kay, il regista de La vendetta di Carter, per l’episodio 12, Collision Course, il più adrenalinico dell’intera stagione con una magistrale, vibrante car chase scene da applausi.

Troppo poco.

Non lo bocciamo perché il Punitore è un dio. Ma i difetti son stati tantissimi.

di Stefano Falotico

 

Racconti di Cinema – Nemico pubblico di Michael Mann con Johnny Depp e Christian Bale

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Oggi recensiamo il magnifico Nemico pubblico di Michael Mann, traduzione “(al) singolare” del titolo originale al plurale, Public Enemies. Da non confondere, per nessuna ragione al mondo, con l’omonimo film del ’31 (The Public Enemy) di William A. Wellman, con uno strepitoso James Cagney, e neppure con la pellicola in due parti di Jean-François Richet con Vincent Cassel.

Nemico pubblico di Michael Mann è un film della durata di due ore e venti minuti esatti, uscito in Italia il 6 Novembre del 2009. Totalmente ignorato, al solito ingiustamente, come spesso accade con Mann, dagli Academy Award, che però al botteghino è andato assai bene. Sceneggiato dallo stesso Mann assieme a Ronan Bennett e Ann Biderman che hanno, pur con molte libertà, adattato il libro-saggio inchiesta di Bryan Burrough, Public Enemies: America’s Greatest Crime Wave and the Birth of the FBI, 1933-43, edito da noi per la Sperling & Kupfer.

Questa la sinossi ufficiale del libro:

In un Paese prostrato dalla crisi del ’29, i fuorilegge spadroneggiano per le strade delle città. Hanno macchine veloci e armi automatiche, coraggio e sangue freddo da vendere. Rapinano banche, sequestrano persone, uccidono senza pietà. Sono criminali efferati, eppure anche ladri gentiluomini, acclamati dalla gente comune come novelli Robin Hood. Ma la reazione di Washington a questa ondata di violenza senza precedenti non si fa attendere, ed è racchiusa in una sigla: FBI. Guidata dal giovane e spregiudicato direttore Edgar Hoover, la neonata agenzia federale condurrà una battaglia epica contro il mucchio selvaggio dei geni criminali, destinati a diventare icone dell’immaginario collettivo a stelle e strisce: John Dillinger, Machine Gun Kelly, Baby Face Nelson, Bonnie & Clyde… Due anni di guerra fra “buoni” e “cattivi”, nella giungla d’asfalto americana, che porteranno i nemici pubblici dietro le sbarre o, più spesso, all’obitorio.

Nemico pubblico di Mann, invero, dà poco spazio alle altre figure criminali, elidendo ad esempio Bonnie e Clyde, concentrandosi quasi esclusivamente sul duello fra il bandito John Dillinger (un Johnny Depp al top, in una delle sue ultime performance davvero considerevoli) e l’agente Melvin Purvis, interpretato con sottile, nervosa finezza da un ottimo Christian Bale. E tralascia tutte le figure di contorno per focalizzarsi in maniera pressoché totale su Dillinger e Purvis, sulle loro antitetiche personalità, sulla caccia spietata di Purvis per catturare Dillinger e sulla relazione, molto romantica ma al contempo fuggevole e illusoria d’amor fou, tra Dillinger e la guardarobiera Billie Frechette (Marion Cotillard). Relegando J. Edgar Hoover (Billy Crudup) a comprimario abbastanza superfluo.

Questa essenzialmente la trama, molto classica e lineare, apparentemente semplicistica ma che, come sempre succede con Mann, è invece elaboratissima nella definizione psicologica, sfumata e introspettiva, dei due acerrimi antagonisti. E puntualmente, sfrenatamente romantica, epicamente antologica. Potremmo dire, una rivisitazione di Heat, maggiormente stilizzata, da film d’epoca per una più secca, fredda lotta dicotomica fra due nemesi, tra due uomini schierati su fronti opposti che si affrontano a viso aperto. Ove Melvin, parimenti a Vincent Hanna/Pacino, suggella la sua vittoria finale dopo un’interminabile sfida, anche psicologica, acchiappando Dillinger ma, a differenza di Heat, non potendosi fregiare di essere stato il suo vero uccisore. Perché la morte di Dillinger invece avviene per mano del suo braccio destro Charles Winstead (Stephen Lang). Che vilmente spara a bruciapelo a Dillinger dopo che quest’ultimo, ricercato e oramai alle strette, malinconicamente esce da una sala cinematografica, già consapevole di essere finito e fottuto. Avendo assistito commosso a Le due strade (Manhattan Melodrama) con protagonista il suo alter ego immaginario, Clark Gable, proiezione a sua volta dei propri sogni di gloria infranti. Con tanto di storico, iconico baffetto specularmente analogo al suo look da fuorilegge spavaldo e gaglioffo. E con Gable, radioso, a salutare i suoi compagni prigionieri ché, non più attanagliato dal giogo carcerario, si avvia speranzoso e, nonostante tutto, irrimediabilmente, irrinunciabilmente sognatore verso una più radiosa vita nuova e luccicante. Una scena stupenda, di meta-cinema assoluto, trasfigurazione, quasi allucinatoria e onirica, di ogni chimerica, effimera, utopistica voglia impossibile di libertà da parte di un dead man walking che sta, invero, soltanto aspettando il colpo di grazia inevitabile. Un uomo braccato e già bruciato che però s’illude di farcela per un infinitesimo istante di trasognata estasi emozionale, a elevazione titanica, tristemente leggendaria del proprio orgoglio auto-elegiaco, a sublimazione nostalgica e magica del suo viale del tramonto fatidico.

Basterebbe questa scena per definire Nemico pubblico un grandissimo film.

Un film del quale, adesso, esploriamo brevemente la genesi.

Nemico pubblico doveva essere una miniserie della HBO con Robert De Niro come executive producer. E a quei tempi la produzione chiese espressamente a Burrough di adattare il suo libro e redigere dunque la sceneggiatura.

Il protagonista designato era DiCaprio. Ma poi il progetto cadde nel dimenticatoio.

Mann, nell’Ottobre del 2007, firmò con la Paramount e la Tribeca di De Niro e Jane Rosenthal per dirigere proprio lo stesso De Niro nell’adattamento de L’inverno di Frankie Machine di Don Winslow. Su script di Alex Tse (Watchmen). Ma, anche in questo caso, per motivi tutt’ora inspiegabilmente ignoti, il film saltò.

Al che De Niro, forse per scusarsi dell’improvviso forfait, sempre attraverso la sua TriBeCa Productions, in concomitanza con la Universal Pictures e la Forward Pass di Mann, fu uno dei principali artefici e finanziari creatori di Nemico pubblico. Sebbene, chissà perché, sia lui che Jane Rosenthal non vollero che comparissero i loro rispettivi credits come produttori esecutivi.

Fatto sta che Nemico pubblico, nella sua trama stringata e apparentemente manichea, è straordinario, con una meravigliosa fotografia in digitale di Dante Spinotti, habitué di Mann, si avvale di un ritmo incessante, adrenalinico e sfoggia, senza vergogna, in puro stile Mann, una storia d’amore tanto sentimentalmente gigantesca, quasi parossisticamente finta, e perciò clamorosamente, ingenuamente incantevole, da romanzetto Harmony nella sua forma più cristallinamente ingenua e contagiosamente strappalacrime, da lasciarci tramortiti, a bocca aperta, meravigliosamente incantati.racconti-di-cinema-nemico-pubblico-copertina-660x330

di Stefano Falotico

 

The Punisher 2, Review: FIRST EPISODES

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Come sapete, dallo scorso 18 Gennaio, su Netflix è disponibile la seconda stagione di tredici episodi di Marvel’s The Punisher, interpretata da Jon Bernthal.

In attesa di finirla, intanto recensiamo per voi i primi cinque episodi, tanto per non rovinarvi la sorpresa della visione completa e non sciuparvi, con troppi, superflui spoiler questa serie che sta spopolando. Aggiungiamo noi, a ragion veduta.

Una volta che tutti noi l’avremo terminata, ci piacerebbe sapere che ne pensate. Ma ce lo rivelerete semmai soltanto alla fine quando, dopo che noi tutti l’avremo snocciolata e metabolizzata con estrema pacatezza, dopo meditate e ponderate riflessioni, disaminandola in ogni suo lento e turbolento procedere, sviscerandola coscienziosamente con puntiglio critico e senza sbadata frettolosità recensoria, potremo emetterne un giudizio il più possibile giusto e dovizioso.

Ebbene, siam subito immersi a rotta di collo e in medias res, senza troppi panegirici e spiegazioni superflue, nel bel mezzo dell’azione, dinamica e dinamitarda dell’episodio 1, Il blues della Roadhouse. Frank Castle (Jon Bernthal), il cui nomignolo all’anagrafe, come sappiamo, è Castiglione, spara all’impazzata dal finestrino d’un furgoncino su un manipolo di manigoldi. Affiancato da una giovane ragazza misteriosa che poi scopriremo essere una delle sue compagne di viaggio di questa nuova, intrepida, funambolica avventura, la sbandata ma scafata sedicenne Amy Bendix (Giorgia Whigham). Dunque, veniamo riportati, subito dopo i titoli di testa, all’antefatto da cui è scaturita questa situazione ingarbugliata e pericolosa. Fra incontri romantici del nostro The Punisher, un duro dal cuore tenero e nonostante tutto idealista, e altre scazzottate iper-violente nel bagno di un bar malfamato, frequentato da avventori un po’ matti e forse più fuori di testa del nostro infrangibile e indomabile beniamino.

Quindi, veniamo a conoscenza della new entry di questa seconda stagione, ovvero del “character” chiamato Pilgrim. Un oscuro, ambiguo sacerdote dai modi ieratici quanto invero poco preteschi incarnato con perfetta bravura da un eccezionale Josh Stewart. Un uomo che, a quanto pare, ha parecchi conti in sospeso nei riguardi del nostro Punitore e, dopo che quest’ultimo ha fatto sparire di sé ogni traccia, è alla sua ricerca per dargli un’infinita caccia spietata.

Al che, siamo catapultati nella stanza d’ospedale ove troviamo convalescente Billy Russo (Ben Barnes). Il quale, dopo essere stato massacrato da Castle alla fine della prima stagione, dopo essersi svegliato miracolosamente dal coma, è terribilmente traumatizzato e ovviamente deturpato in viso. E sta cercando disperatamente di far chiarezza su quanto occorsogli poiché non ricorda quasi nulla del pestaggio perpetratogli da Castle, sostenendo sedute psichiatriche con una pia curatrice delle anime afflitte, la dottoressa Krista Dumont (Floriana Lima). Nonostante numerose sedute indagatrici nei recessi del suo cuore tormentato per eviscerare il dolore della sua coscienza maciullata, perduta negli anfratti di una memoria spezzata e di un’identità sfigurata, Russo si ribella al trattamento psicanalitico e furiosamente evade dalla struttura, fuggendo fra lo spaurito e l’allucinato lungo i dedali cittadini della grande metropoli di New York.

Madani (Amber Rose Revah) sa benissimo che Russo, malgrado l’indicibile sofferenza infertagli da Castle, rimane sempre un inguaribile criminale ignominioso, il nemico pubblico numero uno da sorvegliare costantemente. Adesso, a piede libero, è per di più una mina vagante su cui non si può transigere, da incarcerare prima che, riacquisite le sue piene facoltà psicofisiche, possa nuovamente commettere atri esecrabili atti criminosi. Ed è perciò intenzionata, costi quel che costi, a fermarlo per impedirgli altre madornali, irreversibili scelleratezze.

In questi primi cinque episodi la violenza abbonda a iosa. E sarebbe insostenibile, perfino disturbante, se l’etica figurativa che sta alla base di questa serie non fosse stilizzata e fumettistica.

Ma, a differenza della prima stagione, The Punisher 2 si concede molte scene in cui l’autoironia la fa da padrona. Molti dialoghi sono infatti leggiadramente radenti e spiritosi, aggiornati gergalmente al linguaggio giovanile odierno. Veloci, secchi, profondamente cinici quanto schietti e spudoratamente briosi come se si fosse voluta ammantare questa seconda stagione d’un plus di leggerezza goliardica e sdrammatizzante che invece, a parte in alcuni sketch, mancava alla prima. Più seriosa, forse maggiormente compatta e non puntellata di tante parentesi digressive ma incentrata quasi esclusivamente su un intreccio tanto decisamente più sbrigativo e, appunto, coeso, quanto forse più prevedibilmente lineare e poco sfaccettato.

Se la prima stagione ci aveva entusiasmato, sin a questo momento The Punisher 2 sta ripagando ampiamente le nostre aspettative.

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di Stefano Falotico

 

Racconti di Cinema – The Double di Michael Brandt con Richard Gere

Ebbene, oggi recensiamo un film passato abbastanza inosservato ai tempi della sua uscita quando la Eagle Pictures lo distribuì in Italia il 9 Marzo del 2012, ovvero The Double con al solito uno splendido Richard Gere.04658025

Sì, avete letto bene. Ho scritto… al solito uno splendido Richard Gere. Chi scrive questo pezzo, infatti, e non me ne vogliate, considera Richard Gere, come già espresso più volte, uno dei grandissimi attori di Hollywood più sottovalutati di sempre. Un uomo che lo scorso anno ha compiuto sessantanove magnifiche primavere e che, per tempo immemorabile, è stato assai equivocato. Scambiato semplicemente per un sex symbol poco dotato dal punto di vista attoriale. Un uomo che, dopo I giorni del cielo di Terrence Malick e American Gigolo di Paul Schrader, è stato pressoché unicamente imbrigliato nel piacevole quanto limitante e ingrato ruolo del piacione carismatico per gentili signore, subito identificato a vita con lo Zack Mayo di Ufficiale e gentiluomo o l’Edward Lewis di Pretty Woman. Diventando un idealizzato fantoccio mercantile desiderato dalle capricciose voglie femminili.

Provate invece a riguardarlo in Cotton Club di Francis Ford Coppola, in Schegge di paura e soprattutto nei suoi recenti Gli invisibili e L’incredibile vita di Norman. E constaterete che è stato defraudato per più di tre decadi abbondanti del suo reale valore recitativo e semplicisticamente etichettato soltanto come l’aitante, fascinoso ex compagno di Cindy Crawford.

Ora, chiariamoci, questo The Double è un film abbastanza mediocre e Richard Gere si attiene solamente a un compitino di ordinaria amministrazione, recitando dialoghi piuttosto scontati, appallottolati in una storia tanto inverosimile quanto hitchcockianamente poco convincente.

Sì, perché la trama basilare di The Double è questa, su per giù.

Paul Shepherdson (Richard Gere) è un agente della CIA in pensione. Che viene richiamato in servizio dal suo capo, Highland (Martin Sheen), poiché è stato assassinato un senatore presidenziale e l’intelligence è convinta che il responsabile dell’assassinio sia un killer sovietico dal nome in codice Cassius, Cassio nell’edizione italiana. Tutti erano fermamente sicuri però che Cassio fosse a sua volta stato ucciso proprio da Shepherdson. Il quale ha sempre sostenuto di averlo ammazzato molto tempo addietro.

A questo punto, Shepherdson si vede costretto a tornare sui suoi passi e a ripartire daccapo con le indagini al fine di catturare Cassio, a quanto pare ancora vivo e vegeto. E viene affiancato in questa sua missione da un ambizioso agente, Ben Geary (Topher Grace), laureatosi, neanche a farlo apposta, con una tesi su Cassio.

Ecco, non rivelo nessuno spoiler nel riferirvi che, dopo soltanto mezz’ora, noi spettatori apprendiamo che in realtà Shepherdson e Cassio altro non sono che la stessa, identica persona. Ciò peraltro veniva chiaramente esplicitato nel trailer americano.

Dunque, al palesarsi di questo telefonato colpo di scena, a noi spettatori non resta altro che attendere l’evolversi della trama e aspettare di lasciarci possibilmente coinvolgere dai risvolti action e drammaturgici che tale bizzarra, ennesima variazione spionistica del tema del doppio (da cui ovviamente il titolo della pellicola) inevitabilmente ha scatenato nella nostra stimolata curiosità di vedere come andrà a finire.

Accennavo a Hitchcock. Sì, il maestro Alfred era, come sapete, specializzato in storie di questo tipo ove i suoi personaggi possedevano multiple personalità o la cui vera identità, poi clamorosamente rivelata, si celava dietro maschere infingarde e traditrici. Peccato però che l’esordiente Michael Brandt, sceneggiatore assieme a Derek Haas, suo immancabile compagno writer anche di Quel treno per Yuma (la versione “remake” di James Mangold, con Russell Crowe e Christian Bale, e non quella con Glenn Ford) e di Wanted – Scegli il tuo destino, non possieda la magistrale genialità di Hitchcock e, alla sua opera prima dietro la macchina da presa, si dimostri assolutamente incapace di riuscire a gestire un assunto così invece ricco di potenziali, intricate sfumature narrativo-psicologiche. E risulti sconcertantemente manicheo e stupido nel non essere stato affatto in grado d’infondere il ritmo giusto e impartire sufficiente appeal a un twist tanto affascinante quanto da lui sviluppato con troppa superficialità, scritto con sciatteria e pieno zeppo di spaventosi buchi narrativi, nonostante la sola ora e trentotto minuti di durata della sua pellicola.

Esistono serie televisive che, a mio avviso, potevano venir tranquillamente sintetizzate in un normale lungometraggio, in quanto dispersive e colme di digressioni inutili e superflue.

Al contrario, esistono film che, per via della complessità della loro intrigante tesi di partenza, anziché stringatamente esser compattati in minutaggi ridotti, ché comprimono e strozzano, semplificano a dismisura, giocoforza, il materiale ben più meritevole di eventuali, ramificati sviluppi, dovevano diluirsi e dilatare la storia, in questo caso così soffocata e banalizzata, intrecciandola a una maggiore e più dosata mistura estesa di sotto-trame interessanti e avvincenti.

Sì, The Double è un film che, tutto sommato, non appassiona perché strozza la complicatezza di una vicenda che meritava tutt’altro approfondimento e purtroppo è stata strangolata nella convenzionalità sciocca d’un thriller di cassetta, buono solo per un dopocena da entertainment insensato e sempliciotto.

Martin Sheen si trova qua a interpretare in forma mignon il suo Queenan di The Departed, Topher Grace non ha un briciolo d’attrattiva personalità, la bella e fotogenica Odette Annable (accreditata come Yustman), sì, quella de Il mai nato, viene liquidata a mezza comparsa di cinque minuti.

Eppure The Double ha comunque il suo validissimo motivo d’interesse. Che è appunto Richard Gere. Nonostante sia obbligato da esigenze contrattuali a incarnare un personaggio tanto potenzialmente sfaccettato quanto invece paradossalmente tagliato con l’accetta, malgrado sia capitato in una pellicola tutt’altro che memorabile, grazie al suo epidermico, irresistibile fascino e al suo elegantissimo aplomb, riesce a tenerci incollati allo schermo ed è un delizioso piacere vederlo muoversi con tale graziosa sicumera, ammirarlo nella sua felina andatura felpata. Adorandolo per la sua potente espressività gustosamente snocciolata con pacata sordina da straordinario performer davvero da applausi.

 

di Stefano Falotico

 

Racconti di Cinema – Mio cugino Vincenzo con Joe Pesci e Marisa Tomei

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Oggi recensiamo un piccolo cult degli anni novanta, ovvero il divertentissimo Mio cugino Vincenzo (My Cousin Vinny), commedia del 1992 della durata esatta di due ore nette.

Scritta da Dale Launer e diretta da Jonathan Lynn.

Mio cugino Vincenzo è un film dalla trama piuttosto esile, un film deboluccio dal punto di vista prettamente cinematografico ma che, sin dalla sua uscita, è stato molto apprezzato dalla Critica, crescendo negli anni e diventando, come detto, una pellicola di culto, soprattutto fra gli estimatori di Joe Pesci, qui in una delle sue prove più istrioniche, un one man show assolutamente irresistibile, una performance burlona sorretta dalla sua incontenibile, ruspante verve contagiosamente spassosa. Tale, nella sua buffonesca e grottesca spacconaggine interpretativa, da suscitare un’immediata simpatia e ilarità à gogo.

MY COUSIN VINNY, Mitchell Whitfield (far left), Ralph Macchio (second from left), Joe Pesci (third from left), Marisa Tomei (far right), 1992. ©20th Century Fox

MY COUSIN VINNY, Mitchell Whitfield (far left), Ralph Macchio (second from left), Joe Pesci (third from left), Marisa Tomei (far right), 1992. ©20th Century Fox

La trama è essenzialmente questa…

Due giovani, anzi, come direbbe il personaggio incarnato da Joe Pesci, due giovini (plurale di giovine, ah ah), Billy Gambini e Stanley Rothenstein, rispettivamente Ralph Macchio (Per vincere domani – The Karate Kid) e Mitchell Whitfield, sono in viaggio verso l’Alabama. Sostano alla drogheria di una stazione di benzina ove fregano una scatoletta di tonno. Alla loro uscita dal negozio, vengono subito inseguiti dalla polizia. E accusati non di furto, bensì di omicidio.

Vengono immediatamente fermati e trascinati in carcere. Si è trattato indubbiamente di un equivoco giudiziario. Sì, loro hanno rubato una scatoletta di tonno ma non hanno ammazzato nessuno. A commettere l’assassinio son stati dei malviventi… Che micidiale fraintendimento.

In seguito a un’altra serie d’incredibili qui pro quo, i giovani ingenuamente si dichiarano colpevoli. A quel punto, i due comprendono che saranno processati, rischiando addirittura la pena capitale. E non hanno i soldi per potersi permettere un avvocato che possa sbrogliar loro l’intricata matassa e scaglionarli dalla falsa, tremenda accusa.

Al che, a Billy sovviene che suo cugino Vincenzo (Pesci, appunto) è un avvocato ed essendo uno di famiglia può prestar loro la giusta difesa in forma totalmente gratuita.

Vincenzo accorre istantaneamente al loro “capezzale” ma è un avvocato senz’alcuna esperienza processuale, da pochissimo peraltro iscritto all’albo. Eppure, con ammirevole incoscienza sfacciata e ridicola goffaggine spregiudicata si lancia in questa missione impossibile ai limiti dell’inverosimile più assurdo.

Spiazzando l’inflessibile giudice Chamberlain Haller (Fred Gwynne), il quale è perennemente sospettoso nei suoi riguardi e continuamente lo redarguisce, lo sgrida e condanna innumerevoli volte per vilipendio alla corte.

Nonostante ciò, Vincenzo, notevolmente sostenuto e aiutato dalla sua determinata, coraggiosa e scafata compagna Mona Lisa Vito (una brillante, esuberante e fatalona Marisa Tomei) riesce a far assolvere il nipote e il suo amico, vincendo la causa malgrado abbia un po’ imbrogliato il giudice in merito alle reali, comprovate referenze della sua discutibile e non acclarata carriera misteriosa di avvocato. A prescindere da questo veniale sotterfugio, la giustizia, anche se in maniera canzonatoria e burlesca, ha imprevedibilmente trionfato.

Un film che incassò benissimo, Mio cugino Vincenzo è da ricordare anche perché ha permesso a Marisa Tomei di vincere, sorprendentemente, il suo unico Oscar (eh sì) come miglior attrice non protagonista, sconfiggendo addirittura le veterane e più accreditate Judy Davis di Mariti e mogli, Joan Plowright di Un incantevole aprile, Miranda Richardson de Il danno e Vanessa Redgrave di Casa Howard. Pensate… queste quattro attrici, probabilmente più meritevoli della Tomei, sono ancora lì a mordersi le mani e a chiedersi come sia stato possibile aver perso la bramata, agognata statuetta. Innalzata invece dalla bella e sexy ma, all’epoca ancora poco famosa, Marisa.

E infatti, nonostante la Tomei sia ottimamente in parte e assai raggiante, è a tutt’oggi uno dei premi Oscar più controversi e leggermente incomprensibili che l’Academy abbia mai assegnato.

Mio cugino Vincenzo è un filmetto, ovviamente, ma attenzione: la fotografia è firmata da Peter Deming, lo splendido direttore di luci, fra gli altri, di David Lynch (Mulholland DriveStrade PerduteTwin Peaks: il ritorno).

Pure questo ha dell’allucinante. E in effetti non è che la fotografia di Deming sia poi granché. Anzi, il taglio dato alle immagini è esattamente quello di un b movie tipico dei nineties, da veloce consumo, un po’ grossolano e sciatto.

Come detto, gran merito della riuscita del film, che si segue benissimo e molto volentieri, è dovuto alla travolgente prova di Pesci, nei panni appunto dell’impresentabile avvocaticchio Vincenzo, un nanerottolo sprovveduto in materia giuridica ma immensamente carismatico.

E i suoi faccia a faccia con l’integerrimo e severissimo giudice, i duetti tragicomici fra loro due sono, assieme alla sua interpretazione mattacchiona, uno dei punti di forza di questa leggera e godibilissima commedia degli equivoci.

MY COUSIN VINNY, Joe Pesci, Marisa Tomei, 1992, TM and Copyright (c) 20th Century Fox Film Corp. All rights reserved."

MY COUSIN VINNY, Joe Pesci, Marisa Tomei, 1992, TM and Copyright (c) 20th Century Fox Film Corp. All rights reserved.”

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di Stefano Falotico

 

True Detective 3, recensione dei primi due episodi

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Ebbene, c’era grande attesa per il ritorno di una delle serie antologiche più amate degli ultimi anni, ovvero True Detective. Dopo la fastosa e irripetibile grandezza della prima stagione che, appunto, generò la true detective mania ed elesse in gloria il suo ardito creatore Nic Pizzolatto, elevandolo subito a genio incontestabile per aver dato vita, con la sua sceneggiatura nichilistica e profondamente dark, a ipnotiche atmosfere rarefatte di suadente potenza emozionale, dopo la consacrazione del suo straordinario protagonista, Matthew Conaughey che, con la sua eccezionale incarnazione dell’oramai leggendario Rust Cohle, visse un insuperabile anno mirabile, in concomitanza peraltro con la sua vittoria dell’Oscar per Dallas Buyers Club,  dopo la parzialmente deludente, forse fiacca e monotona stagione due con Colin Farrell e Vince Vaughn, eravamo tutti indubbiamente molto curiosi di assistere alle nuove, spericolate prodezze appunto partorite dalla fervida mente del suo poc’anzi menzionato “anfitrione” Pizzolatto, qui al suo terzo banco di prova.

Ecco, è ancora assai prematuro, in attesa che pian piano la HBO a puntuale scadenza settimanale rilasci gli altri episodi, poter avanzare giudizi entusiastici in merito a questo True Detective 3.

Quello che possiamo certamente affermare, dopo aver visto soltanto i primi due episodi, è che Pizzolatto, ottimamente servito dalla consueta regia malinconicamente plumbea, notturna e pallidamente ombrosa di Jeremy Saulnier (Hold the Dark), ci ha già riportato indietro con la memoria alla prima, succitata, acclamata stagione. Stagione forse non priva di difetti ma, come detto, fenomenica e probabilmente anche fenomenale.

True Detective 1 era un cupissimo noir ambientato nelle paludi della Louisiana. Sorretto, ripetiamolo, dalla performance travolgente d’un McConaughey in stato grazia, ottimamente affiancato da un altrettanto bravissimo Woody Harrelson, servito dalla regia fluidamente portentosa di un Cary Fukunaga parimenti ispirato, innestato sull’indagine di misteriosi, macabri omicidi perpetrati ai danni di giovanissime innocenze da parte di una micidiale setta satanica. E, nella superba mistura fascinosissima d’una detection intrecciata all’imponderabile natura sovrannaturale, magneticamente torbida e spettrale della vicenda, al di là di qualche trascurabile grossolanità, come già rimarcato, rimarrà indiscutibilmente una pietra miliare della televisione migliore. E della tv che, al suo zenit, si fa grande Cinema.

La stagione due invece, forse però criticata oltremodo, è stata un hardboiled decisamente claustrofobico e ripetitivo a cui non giovarono affatto i continui cambi di registro e di regie. E, per via della sua sin troppo scontata linearità e a causa della sua ambientazione metropolitana sicuramente affascinante ma povera di respiro, deluse non poco le aspettative.

Qui, Pizzolatto, torna a un setting più selvaggio. Siamo nell’altopiano di Ozark e, infatti, alla fine dell’episodio uno echeggia la voce rocciosamente, magicamente melanconica e ruvidamente cristallina di Just Dropped In (To See What Condition My Condition Was In) firmata da Mickey Newbury, reminiscente dell’incendiario Bruce Springsteen (il suo album Nebraska docet), e veniamo immersi tra gli anfratti montagnosi, desolati e boschivi d’una sperduta cittadina anonima.

Un bel giorno, anzi, sarebbe più appropriato dire, in una serata apparentemente tranquilla, un padre di famiglia divorziato, un po’ scalognato e teneramente abbandonato a sé stesso, Tom Purcell (Scoot McNairy), si mette alla ricerca dei suoi due figli piccoli, fratello e sorella. Che si erano allontanati per fare un giro in bicicletta, gli avevano promesso che avrebbero rincasato per le cinque e mezza de pomeriggio e invece, a tarda notte, ancora non si sono fatti vivi e paiono essersi sperduti nella foresta. Eclissatisi nella luna piena di un day indimenticabile oramai tramontato nel buio più maledettamente stellato. Al calar tenebroso dello stesso giorno, 7 Novembre del 1980, in cui è morto il mitico Steve McQueen.

Due investigatori del posto, in pattuglia a perlustrare la zona, il granitico e ieratico Wayne Hays (Mahershala Ali) e lo sbruffone Roland West (Stephen Dorff), vengono avvertiti della scomparsa dei due bambini e subito cominciano a indagare in merito alla scioccante sparizione.

Dopo qualche interrogatorio, molti dubbi e alcune conoscenze forse centrali per la loro stessa esistenza, scoprono la verità. O meglio, Wayne Hays decide di volerci immediatamente vedere chiaro e, in tutta intrepida solitudine, inizia istintivamente a seguire una pista personale, inoltrandosi nel bosco. Dopo uno spaurito, tremante e al contempo incalzante suo peregrinare nella boscaglia, scopre il cadavere del bambino scomparso, incagliato in un giaciglio fra le rocce. Non però quello della sorella, della quale invece non c’è traccia.

Sottolineiamolo, è ancora prestissimo per potersi sbilanciare ma sin ad ora True Detective 3 funziona parecchio. Anche se è una “copia” della stagione 1. Tra flashback, inquadrature sui volti in macchina dei due detective e interviste per tentare di elucubrare, anatomizzare e ricomporre in analessi e flashforward lo scandirsi degli eventi trascorsi e futuri.

La prima mezz’ora del primo episodio, inoltre, avvolta dalla calda fotografia di Germain McMicking, ricorda non poco le suggestioni atmosferiche del fincheriano Zodiac.

Strepitoso Ali. Qualche dubbio invece su Dorff, bellissima, ça va sans dire, Carmen Ejogo.

Ma siamo soltanto all’inizio. Vedremo se True Detective 3 manterrà le valide premesse e promesse.

di Stefano Falotico

 

The First con Sean Penn, recensione

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Recensiamo una delle serie televisive evento dell’anno, approdata in esclusiva il 18 Dicembre su TIMvision e distribuita internazionalmente da Hulu, ovvero The First, col due volte premio Oscar Sean Penn, qui alla sua prima, vera prova per la tv e anche alla sua prima performance recitativa dopo qualche anno sabbatico, i suoi mille flirt e le sue discutibili incursioni con El Chapo.

The First è un dramascience fiction che consta di 8 episodi di circa quarantacinque minuti l’uno, creata dalla fervida mente di Beau Willimon, lo sceneggiatore di House of Cards, Le idi di Marzo e dell’imminente Maria regina di Scozia.

I primi due episodi di The First si avvalgono della regia dell’acclamata Agnieszka Holland (Poeti dall’inferno) che qui, dopo tante sue regie impegnate a tematica neorealistica, si cimenta con un genere a lei tutto nuovo, la fantascienza. Anche se dobbiamo essere fin dapprincipio molto chiari.

Le vicende di The First si svolgono, sì, nel futuro, esattamente nell’anno 2030 e seguiamo le intrepide, arrischiate manovre di un team di scienziati per approntare il primo viaggio su Marte, ma la storia è comunque umanisticamente assai agganciata alle realissime, veritiere, intime emozioni dei suoi protagonisti.

Sì, The First si concentra sui conflitti di coscienza dell’astronauta Tom Hagerty (Sean Penn) e, in particolar modo, sui suoi drammi personali. In primis, sulla sua vita privata decisamente complicata. Hagerty ha una figlia adolescente problematica e tossicodipendente (Anna Jacoby-Heron) e non si dà pace in merito al suicidio dell’ex bella moglie Diane (Melissa George).

E, dopo i primi due episodi, diretti proprio dalla Holland, nei quali noi spettatori siamo stati immersi nell’atmosfera avveniristica di un futuro alquanto prossimo, la trama prende una piega inaspettata e, anziché continuare a svilupparsi lungo un arco narrativo a base (il caso di dirlo) d’ingegneri spaziali ed esplorazioni del firmamento galattico, diciamo, si addentra nelle psico-tragedie individuali dei vari personaggi. Diventando una sorta di malickiana indagine nell’anima tormentata di un’umanità che forse sogna interstellari viaggi marziani per sopperire alle sue debolezze. Come se la chimera di un mondo migliore possa alleviare il mal di vivere metafisico su questo nostro Pianeta, ove siamo meteore vaganti nella perpetua afflizione delle nostre paure abissali e delle esistenziali incognite irrisolte.

Ed è forse questo radicale cambio di registro e d’impostazione diegetica ad aver in parte sciupato una storia che probabilmente doveva seguire maggiormente e più linearmente lo spunto intrigante di partenza e invece, in maniera predicatoria, è stata non poco appesantita con pedanti, superflui, a volte sofistici pistolotti palingenetici e moralmente filosofici. Avremmo preferito, sinceramente, una semplice storia su uomini addestrati per compiere il primo viaggio sul pianeta Rosso. Senza venir distratti da irrilevanti, stoppose parentesi intellettualoidi.

Nayasha McElhone, nei panni della temeraria e cinica coordinatrice della missione, Laz Ingram, è comunque perfetta e sempre affascinante.

E Sean Penn, rughe vistose e capelli tinti permettendo, fa come al solito il suo buon lavoro. Anche se, onestamente, sono davvero troppe le gratuite scene in cui si esibisce a petto nudo e mostra, parimenti a The Gunman, il suo taurino fisico dai bicipiti pompati. Tanto che ci viene il dubbio che sia stato lo stesso Sean, per puro esibizionismo, a richiedere insistentemente che molte di queste suddette, anzi, “sudate” scene, in cui corre semi-ignudo per strada, venissero girate esclusivamente affinché potesse sfoderare vanitosamente il suo corpo modellato e scultoreo. E, per lunga parte di questa spesso soporifera serie televisiva, l’attore premio Oscar di Mystic River e Milk si trascina con aria stanca e un viso sciupatissimo, ai limiti della paresi facciale. Permetteteci questa battuta. Tanti (a)steroidi smaccatamente malati di protagonismo plateale. E The First, nonostante le molte intuizioni piacevoli e appassionanti, rimane freddamente sospeso nel suo cervellotico, visivo, asettico onanismo mai pienamente emozionale.

The First resta, a prescindere da ciò, una buona serie che si segue perfino con piacere ma era lecito chiedere di più.

Metaforicamente parlando, volevamo che, come un missile, questo prodotto, sconclusionato e confuso, volasse molto più alto.

the-first-la-recensione-03 the-first-la-recensione-01

di Stefano Falotico

 
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