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I miei primi trentott’anni, storia di un Big Fish, ah ah

Falotico Stefano

Ebbene, il 13 Settembre compirò tali anni. E, nell’evenienza che possa succedermi qualcosa tra il fatidico giorno e domani, festeggio oggi assieme a mio padre, che li compie appunto l’undici. Data in cui, come rammemorerete, furono colpite le Torri Gemelle e si “inabissarono” nel cemento armato della desolazione, per una tragedia di portata cosmica, avendo anche, essa, rovinato le topografie del mappamondo, che da più di un decennio si trovano senza le loro “guglie”, vanto di New York e fiore all’occhiello del quartiere affaristico della Big Apple. Così, per la cronaca… nera.

Mio padre è sempre stato un tipo strano, poco loquace eppur capace… di mille follie. Da giovane era sufficientemente scapestrato per capire che avrebbe dovuto infurbirsi se voleva sopravvivere in questa giungla metropolitana. E, dal paese natio, si trasferì nell’avara, avida, gra(da)ssa Bologna, ove “sperimentò” sino alla pensione un lavoro che poteva soddisfare la fame di suo figlio, cioè me, qui “incarnato” in tal scritto nostalgico eppur aperto a lampi di euforia che spero non vi contagi. Dovete rimanere ancorati a una visione tetra e angosciante della vita, mentre le mie fantasie, spesso proibite, ostracizzate, potrebbero farvi vedere l’esistenza sotto un’ottica meno tristemente (r)esistente, e ciò potrebbe non indurirvi ma indurvi a prender in mano le re(di)ni dei vostri schienati (di)lemmi e comprendere che, al di là delle religioni, non avrete altra vi(t)a oltre a questa. Per cui sfruttatela, incanalatela nelle vostre passioni e, se una donna vi prende per il culo, fate altrettanto. Non nascerà un figlio ma sarà una sodomizzazione bella tosta com’è appunto la vita te(r)sa nello scioglimento di pene…

Che dire di me? Poteva andare decisamente meglio, ma poteva anche “non andare”. Sebbene sia nato a metà Settembre, quindi vergine ascendente, non sono vergine deficiente. Infatti, in una notte “losca” da lupo mannaro, una donna sbranò la mia innocenza, “ficcandoselo” di “maniere forti”. Fu una violenza sessuale che non denunciai perché comunque ne godetti, sebbene fu fatica entrar in quella fica. Ancor oggi ne patisco l’attrazione fatale…

Oggi, dopo tribolazioni, costipazioni, periodi anchilosanti e melanconici “peggiori” dei capolavori più malinconici di Takeshi Kitano, ho trovato la mia dimensione, cioè quella di un uomo spesso “uovo”, cioè strapazzato dalla massa sociale e dunque, per reazione allo schiacciamento di coglioni che siete voi, asociale tanto da essere eremitico con punte di miticità non da po(r)co. Siate parchi coi sol(d)i e fumate nei parchetti, verrete forse arrestati per uso della canna ma momenti di “gioia” tracannerete senza la rottura di palle delle donne, che poi diventano spesso e “volentieri” delle cannoni. Se proprio non volete (s)fumarvela, mangiatevi un cannolo. Che sia cremoso, gustoso, della vostra lingua “smanioso”. E siate piccanti se davvero, “trasgressivi”, vorrete “venir” peccanti.

Molte sostengono che sia misogino. Non è assolutamente vero. Amo indistintamente, senz’eccezione alcuna, tutte le donne. Infatti, affinché il nostro mondo si salvi, spero brucino tutte… all’inferno. Per questa mia affermazione mi considererete, voi del sesso “debole”, un infermo di mente. Invece lo dico per il vostro bene e per preservare la razza umana da più pesanti catastrofi. Pensate ai divorzi. Quanti figli ne hanno “giovato”…, scoprendo cosa può esserci di “straordinario” fra due genitori che non litigano ogni giorno. Litigano solo in tribunale…, e vi passano anche l’assegno di mantenimento. Cosa volete di più? Una donna, appunto? Per quella c’è sempre tempo. In giro è pieno di zoccole. Se invece siete degli idealisti e non credete nella prostituzione, datevi al porno. Un modo sanamente masturbatorio appunto per non divorziare quando “verrà”… quel che “viene” sempre, a meno che non soffriate di eiaculazione tardiva, al che dovrete far i conti con una donna anche prima che l’avrete tradita.

Da queste ciniche mie “osservazioni”, si deduce, cari duci, che sono anche misantropo? No, ma il fisico Stephen Hawking, uno a cui, a causa della distrofia, manca il fisico vero, ha stabilito che ci estingueremo entro il 2050. Lui non ha problemi in ogni caso. Pare che non gli “tiri” da molto tempo, quindi non gliene frega un cazzo…

Ah sì, dovrei vergognarmi per queste esternazioni davvero cattivelle, ma si sa, la vita è una e una SOLA. Mettete l’accento dove volete. Se vi sentite sole, care donne, sappiate che io non mi sento solo e che il “mio” per voi non sarà solido.

Fuori, dopo la tempesta, c’è il Sole. Insomma, non cambia niente eppur campo/a.

Spesso, per nascondere le mie “patetiche” depressioni, invento storie ai confini della realtà. Sono sempre meglio della Bibbia. Che vi ha raccontato un’immonda bugia da millenni a questa parte e poi, ipocriti, avete votato Berlusconi.

Ho ordinato una torta col “buco”. Poi ancora un’altra… e un’altra ancora. Quanti “buchi”.

E che leccate…

Su, non siate troppo seriosi, siate brillanti e ficcanti, cari cazzoni!

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di Stefano Falotico

 

Big Fish, recensione

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Parto col dire, sebbene ad alcuni possa interessare e ad altri decisamente meno, che sono un narratore di storie, quello che gli americani definiscono uno storyteller. I miei romanzi, apprezzati o meno, s’impongono, oserei dire, il tentativo, chissà se riuscito o fallace, di far immergere il lettore in avventure spericolate, articolate in una prosa energica, avvolgente, poetica, neo-gotica, ai confini della realtà e poi subitaneamente “crogiolante”, anzi, “gocciolante”, in attimi sinceri di realismo poetico e magico. A metà strada fra la realtà, che può essere miseranda, abietta e cinica, troppo opprimente e castigante la coscienza, contagiosamente vitale, oppure sognante nel far sì che venga trascesa, superata dalla più ardimentosa, “intraprendente”, creativa fantasia vulcanica. Li trovate in vendita se “circumnavigherete” online il nostro web irto di pericoli e al contempo incantato, o forse solo “incatenato” al profluvio inarrestabile di articoli e immagini su cui vi lascio naufragare con dolce mestizia e irruente curiosità.

Questa parentesi personale per affermare che, a mio modo, nel mio mondo, sebbene non mi faccia impazzire, sono un estimatore di Tim Burton e a lui quasi son imparentato per affinità elettive, gemellate di DNA che preferirà sempre alla soffocante “normalità” il gusto per la ricerca di storie che travalichino la mera, anche fasulla, capziosa e ingannevole, “mentitrice” vita di tutti i giorni, per proiettarsi e piroettare laddove esistono, e spero sempre ci saranno e di lor magma vivano eternamente salvifiche e rigeneranti, catartiche e acquiescenti, storie incredibili.

Da molti, questo film è considerato il suo capolavoro, ma non so se lo sia, e allo stesso tempo, però, non riesco a smentire il fatto, per molti appunto ineludibile, che Big Fish sia la summa più sincera e forse più “realizzata” di tutte le sue precedenti opere.

C’era una volta, anzi c’è… un uomo malato che per tutta la sua vita ha raccontato “cazzate” e inventato eccentriche storie immaginifiche per celarsi, oserei dire, fuggire da una vita “normale” di banalità. Al suo capezzale giunge il figlio, preoccupato della sua salute, che almeno in punto di morte vuole finalmente scoprire quale vero uomo si nasconda sotto questa “corazza”, questo cumulo, certo affascinante ma “finto”, di bugie, chiacchiere e favole. Egli ricorda, rimembra quel che il padre gli narrava quand’era piccolo e anche dopo, quando oramai l’età della ragione, della “maturità”, della presa di coscienza della condizione umana aveva fatto “crescere” inevitabilmente il suo animo di bambino esploratore dell’inconscio, della purezza, della fascinazione allo straordinario e all’irreale fantastico.

Quante storie, bizzarre, folli, come quella della strega pazza con l’occhio di vetro che ti mostra la tua morte, quella del gigante alto cinque metri, quella dell’uomo lupo mannaro, quella delle gemelle siamesi coreane.

Il figlio, forse, alla fine, realizzerà che ha fatto bene suo padre ad aver vissuto sempre di fantasia. Perché fra la versione “normale”, anonima e insignificante della vita nel suo “insulso” scorrere, è decisamente meglio, più bella quella surreale, mitologica, al di là della vita, bigger than life.

Il film, lo scopriremo nei minuti finale, diventa così anche un vero e proprio inno alla vita e soprattutto all’amore, una dichiarazione verso questo sentimento misterioso che in noi scatena tante battaglie interiori e conflitti spesso duri.

Un’esplosione, non sempre riuscita ma fortissimamente fascinosa, di vitalità, di esuberanza, di goticismo qui addolcito da Burton in sprazzi solari di ambientazioni perfino pop, colorate, variopinte come un arcobaleno fiorito. “Ingenuo”, ipnotizzante.

Da vedere.

di Stefano Falotico03024110

 

Twin Peaks, episodio 18, gran finale di stagione

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Ebbene, ardimentosi ammiratori sfegatati che avete seguito quest’opera magna sin alla fine, contrastando chi definisce Lynch un artista oramai senile e “troppo lento”. Noi ci siam incantati dinanzi a questo capolavoro “interminabile” che è finito o forse no. Una chiusura del cerchio che lascia aperte, come volevasi dimostrare, incognite abissali. Cooper diventa Richard e Diane… Linda, mentre “resuscita” Laura Palmer che vive in una “casetta in Canada” sperduta nella provincia più lercia di peccati e anonimato. Cooper la vuole riportare indietro, a Twin Peaks, ove l’incubo-sogno è iniziato, e sarà una lunga notte pervasa dal silenzio, dai tremolii di ricordi che si smarriscono nella coscienza. Giungono a casa, ma la casa non è abitata da Sarah Palmer, o forse sì. Il nome di Laura echeggia spettrale nel buio più minaccioso e Laura si “sveglia”, urlando spaventosamente. Cooper non sembra più lui, qualcosa di Dougie Jones gli è rimasto addosso e cammina, nelle scene finalissime, come uno zombi. Che siano rimasti intrappolati in una realtà parallela ove il Male esiste, esisterà sempre e non si può sconfiggere? Laura lo capisce e agghiacciata grida all’impazzata, mentre quelle paroline all’orecchio… lasciano il dubbio nei mesmerici titoli di coda. Apoteosi della bellezza, richiamo alle nostre origini umane, dunque sognanti.

di Stefano Falotico

 

Twin Peaks, episodio 17

A me la normalità non è mai piaciuta e quindi mi estasio con Lynch, che decompone la realtà per farne materia eterea di un sogno grandioso e luccicante nell’immensità dell’enigma fatto fotografi in movimento. Non c’è storia che tenga, e cercare spiegazioni possibili è un rompicapo che cozza contro i deliri lynchiani, con la sua visione sempre commovente e sp(i)azzante della vita, un gioco onirico che ci ha accompagnato fin qui, alla penultima puntata, in un continuum spettrale di specchi immaginifici che si son rincorsi nelle notti buie e misteriche, magmatiche di Twin Peaks, il lido incantato ove la spensieratezza e il “fanciullismo” si scontrano con l’opacità della crudezza, con le sue malinconie smodate, enfiate, dilatate come rose nel deserto in cerca di una sorgente salvifica. Attimi di suspense interminabile alternati a personaggi nonsense, che biascicano, vomitano cazzate, hanno comportamenti assurdi, e in quest’astrusità si fa vivo e purpureo Lynch, che ancora una volta pare che ci ammonisca dal vivere secondo ragioni logiche, secondo la “sensatezza” di una quotidianità banale da cui è sempre rifuggito, che l’angoscia, che l’atterrisce, schiena, e probabilmente attraverso cui, essendo comunque una persona umana, inesauribilmente attinge, se ne “att(r)acca” per distaccarsene, per afferrare pezzi di mattini e lune piene, fertili d’immaginazione poetica. So già, pur non avendolo ancora visto, che il finale di questa serie capolavoro non risolverà nessun mio dubbio, e tutto viaggerà nella sospensione metafisica di un giudizio certo. Sarà un altro inganno alle nostre coscienze “equilibrate”, un altro squarcio nell’oscurità della “giustezza”, se mai esiste. Lynch non discerne, non spiega, non applica demagogie della visione, non è lineare, non è mai chiaro, è chiaroscurale, lascia che la follia sprofondi in immagini liriche, e veniamo sopraffatti dal gaudio e dalle meraviglie, laddove i suoi effetti speciali sono demodé e paiono essere usciti da un videogame di prima generazione, e invece sono calcolati, immagini pittoriche che si stagliano impressionanti, quadri alla de Chirico immersi nel tourbillon magnetico di qualcosa di liquido e inafferrabile. (Non) ci svegliamo e, paralizzati dalla pazzia, sconcertati ne rimaniamo arrestati, imprigionati in questo trip allucinogeno di sconfinata bellezza.

 

di Stefano Falotico

Kyle MacLachlan, Laura Dern and David Lynch in a still from Twin Peaks. Photo: Suzanne Tenner/SHOWTIME

Kyle MacLachlan, Laura Dern and David Lynch in a still from Twin Peaks. Photo: Suzanne Tenner/SHOWTIME

 

Mud, recensione

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Bel film di Jeff Nichols, forse sopravvalutato però all’epoca dalla Critica americana. Film che va astratto dal Festival di Cannes, ove fu presentato con poche lodi perché fu accusato di essere abbastanza convenzionale e stereotipato, è in realtà un ottimo racconto di formazione in cui la “sotto-trama” thriller è un pretesto per innescare reazioni a catena nell’animo del protagonista (Tye Sheridan).

Due adolescenti rinvengono una barca abbandonata “appesa” a un albero, in disuso e fatiscente, su un’isola deserta. Ben presto però si accorgono che l’isola è “abitata” da uno strano “inquilino”, Mud, un McConaughey di calibrata bravura anche se spesso manieristico e troppo compiaciuto di sé nella sua studiata recitazione alla Marlon Brando, con “ticchettii” del capo e alzate sopraccigliari alle volte fastidiosi, ben fiero verso la fine di esibirsi a torso nudo per mostrare il “body” muscolare d’intagliata perfezione atletica, suo gran vanto. Mud è un fuggitivo, un uomo che per proteggere la sua storica ragazza, ha commesso un omicidio ed è ricercato dalla polizia e dalla famiglia “scagnozza” dell’uomo che ha assassinato, capeggiata da un padre, Joe Don Baker, di reminiscenze alla Cape Fear. Eschi del film di Scorsese, infatti, a tratti emergono e si fanno prepotenti nell’ambiguità di Mud, un vagabondo disperato in cerca del suo amore eterno.

Dicevamo, però, un racconto di formazione. Incentrato soprattutto sulla figura “angelicata” e paradossalmente turbolenta di un ragazzo in fuga da una famiglia troppo stretta, con due genitori prossimi a divorziare, che trascorre le sue giornate “stand by me” (non viene specificato in che stagione è ambientato, presumiamo estate…) in compagnia di un amico che è una sorta di fido scudiero e alleato nei suoi tormenti esistenziali.

I ragazzi aiutano Mud, che cerca di ricongiungersi con la sua ragazza, prima di essere preso, e in questa missione, probabilmente, non vi è tanto la ricerca di semplice, disinteressata solidarietà ma si sviluppa, in crescendo, il caso di dirlo e sottolinearlo, la voglia di cimentarsi in un’avventura straordinaria che rappresenti/a per loro un percorso iniziatico verso la vita adulta, “escamotage” fra l’altro narrativo che serve a bilanciare la durata eccessiva del film e a fornire una prospettiva appunto giovane, dinamica, tambureggiante alla vicenda descritta.

Il ragazzo s’innamora, fa a botte, vive i suoi patemi quotidiani e in cuor suo sogna una vita migliore, o forse vuole sbarcare, attraccare a lidi più sereni da una vita abbastanza emarginata e travagliata dai suoi conflitti di puro senz’arte né parte. Così Mud diventa una chimera, un’ideazione dei suoi desideri, aiutando Mud, che lui cerca anche in notti solitarie da “lupi del fiume”, rovesci vicendevoli della medaglia di due solitudini a “specchio”, evolverà da baco a farfalla, e maturerà prima di quelli della sua età, conoscendo il lato oscuro dell’uomo, entrando in contatto con la temeraria precarietà di quelli più grandi, così problematici, così indaffarati a espiar le proprie “misere” colpe.

Il film mantiene il suo ritmo e, via via, cresce anche la nostra curiosità. Nichols evita le facilonerie e gli scivoloni melodrammatici che una storia così poteva presentare e in cui, fallacemente, si poteva incappare, regalandoci squarci di sobria e mai patetica poesia, forse rovinando un po’ il tutto nel finale, con una sparatoria abbastanza inverosimile e, come hanno detto in tanti, “sovradimensionata”.

Servendoci un lieto fine a metà aperto alla speranza, al divenire dei protagonisti, all’incognita, continua, della vita nel suo misterioso disegno arabesco, entropia condensata dell’essere e del non essere.

Non un capolavoro, una storia già vista, ma raccontata con giusti equilibri, una soppesata delicatezza, qualche inevitabile caduta di tono e alcuni raccordi prevedibili.

di Stefano Faloticomud_foto_24_Matthew_McCounaghey_Tye_Sheridan

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Venezia 74, la gondola dei ricordi

 

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Con grande sconcerto e ineludibile vostra amarezza, probabilmente gioia inesausta, affermo in tal mio presente (in)stabile, precario, e sofferente di soldi, che quest’anno non sono al Lido a gustarmi il Festival per motivi logistici di mia natura “australopiteca”. Invero, è stata una mia scelta, poiché nessuno mi costrinse a non essermene recato, io, forse uomo di Recanati, come il caro, depresso Leopardi, a cui m’accomuna il naso aquilino, l’indubbia indole troppo introspettiva, un’atimia comportamentale che va ad attimi, le troppe estemporanee divagazioni della mia mente mai doma, forse oggi un po’ addormentata o forse solo stanca come un disidratato dromedario. Eppur non m’addomestico e in tal festa quest’anno non m’addobbo. Spesso, in passato, fui ingobbito e le mie vigliaccherie indussero il mio cor(po) a rimpicciolirsi come nel film di Payne, per non patire gli strazi della crescita e i compromessi maledetti della vita adulta. Così, dinoccolato e con gli occhi “di traverso”, molta della mia adolescenza la passai in queste serate al Lido, ove vidi registi di ri(s)ma presentar capolavori e anche attori mediocri a spacc(i)arsi per grandi uomini. Ancor rimembro, quando la coscienza mi è amica e mi coccola nel ricordo più mellifluo di carezze ai miei polmoni affamati di poesia, Clint Eastwood e David Lynch, sfilanti e la mediocrità infilzanti. Oggi, mi aff(l)iggo in una melanconia dagli slanci a singhiozzi, equivocando la vita in tante dissipazioni di me perso e di peso, eppur non sconfitto. I soldi stentano, non me lo posso più permettere, e davvero mi miniaturizzerò per risparmiare energie utili alla sovrappopolazione delle mie molteplici personalità oggi così e domani di là. Oltreoceano dichiarano che il film di Payne è un capolavoro, da noi son stati molto più esigenti, cauti e severi. Insomma, non sono ancora calvo, eppur sapeva Calvino col suo dimezzato…

di Stefano Falotico

 

Twin Peaks, episodio 16

twin-peaks-naomi_KyleEbbene, stavolta mancano davvero due puntate, da seguire una dietro l’altra, tutte d’un fiato. Questo sedicesimo episodio si staglia magnetico, poderoso e nostalgico, come uno dei migliori dell’intera serie capolavoro. Lynch esagera e ci regala un momento di magnificenza quando Dougie Jones si sveglia, riassume lo spirito di Dale Cooper, che lo è, e la musica di Badalamenti torna prepotente, soffice, commovente a ricordarci che questo è Twin Peaks. Sì, perché qualche dubbio l’avevamo avuto per le sue continue pause, digressioni enormi, e una storia spezzettata in mille, indistricabili parti. Ecco allora che la Fenn ci regala un ballo ipnotico e scopriamo che è un cliffhanger spaventoso. Un sogno…

Kyle (inutile ribadire il cognome) è un grande attore, si è moltiplicato in diversi Cooper, e con poche espressioni del viso è stato capace di sfumature impensabili. Una prova titanica considerata la durata e la complessità dei personaggi. Insomma, non svelo altro, quando tutto finirà, piangeremo, e lo riguarderemo quando ci sentiremo tristi, allegri, o in bisogna di staccare dall’imperante, volgare mediocrità.

di Stefano Falotico

 

Contro lo stress galoppante, un Bacon King fumante

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Tale mio scritto potrebbe parere bucolico e anche bulimico ma qui io vi svelo la verità sul mondo, in questa domenica al solito afosa di Agosto in cui la gente “normale” va a far la spesa nei centri commerciali e si accalca in una baraonda che mi ha sempre terrorizzato. Sì, fra le cose che non so fare, alla mia “veneranda” età, c’è il far la spesa, ma forse appartengo a quella categoria di poeti surreali ben descritti da Bob Dylan, che affermava che i poeti con una mente prodigiosa son talmente fuori dalla realtà miserrima che per loro è fatica improba fare la spesa. Ripudiano questo rituale “necessario” e oggi sin fan servire a casa, in ordinazioni telematiche che “insaporiscono” la loro malinconia. Non mi si può, comunque, definire un malinconico né una persona da manicomio, sebbene più e più volte si attentò alla mia integrità mentale con illazioni di dubbio gusto, frutto maligno di una superficialità che, laddove non si è allineati a una medietà conformista spaventevole, si appare appunto fuori di testa. Invero, sta giungendo l’inverno e mi accoccolerò sotto le coperte… del mio spento ardore, fantasticando di navi pirata e “sonnelleggiando” il tempo maestrale nel mio albero di prua, cioè il mio pene che poche volte s’impenna nonostante provi a far sì che si scotenni, che si “smuova”, che si rincuori in masturbazioni non solo sessuali dell’alata voglia di libertà. Siamo tutti castigati, chi più chi meno. Sin dalla giovanissima, infante età veniamo sottomessi (d)a un sistema coercitivo che reprime i nostri istinti e guida il libero arbitrio in “ottemperanze” a valori fasulli a cui molti, per negligenza del coraggio, per auto-inganni dell’autodeterminazione, per aderenza alla massa, per non scontentare nessuno, si attengono con raccapricciante mio sconcerto e quell’odio che un tempo era rabbioso ma adesso, ahimè, si è rassegnato nella constatazione inconsolabile che niente cambierà. I ricchi diverranno sempre più ricchi, giocheranno con le anime dei “deboli”, facendo loro il lavaggio del cervello, per mantenere tranquilli i loro privilegi, e si accaniranno su quelli come me che non si adattano a questo sistema di cos(c)e. Eppur, abbattuto, non mi arrendo, in un ossimoro (non) vivente del mio fertile partorir nuove idee. Approderò forse a lidi, peraltro già sopravvenuti, della solitudine più “incendiaramente” tetra, accasciandomi in un mar di sogni illibati. Ma sono realista e questo mio realismo mi conduce a essere spesso emarginato, perché non accetto i compromessi della vita appunto quotidiana, che è così banale nelle sue malvagità, prevaricazioni e provocazioni continue. Insisto in una vi(t)a che altri non riconoscono dignitosa, creando libri che sorvolino i luoghi comuni e non si cibino di falsità. A costo di sembrar patetico, reietto, inetto, persino infetto, come in tanti vorrebbero farmi c(r)edere. Siate affamati di sogni, senza sogni non vi sarebbero i deliri di Lynch, e Dio benedica quella cittadina di Twin Peaks, “cari” figli di…

Che c’entra dunque il Bacon King? Dopo un’altra giornata storta, credo non vi sia niente di più bello e soddisfacente che addentare un panino con della pancetta “spumeggiante”. E voi, che andate sempre a “patate” e “coca”, riflettete su chi siete davvero. Davvero non volete un dolce e anche amaro caffè?

E se ci aggiungessimo una ciambellina?

di Stefano FaloticoJakoby-Twin-Peakscooper

 

Nebraska, recensione

La malinconia mai sopita di un’America (dis)illusa

NEBRASKA

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Woody Grant è un vecchio signore acciaccato e forse con le rotelle non a posto, che vaga sperduto nel “rimasuglio” dei suoi “arrochiti” e flebili ricordi, ma adesso una speranza lo rinvigorisce di un’utopia che lui sente vera. Ha ricevuto il biglietto di una lotteria che lui crede essere vincente, invece è solo pubblicità ingannevole, ma a tutti costi vuole raggiungere la città di Lincoln per riscuotere il milionario premio. Provano a dissuaderlo, ma invano, così il figlio decide di accompagnarlo nel lungo viaggio, preoccupato più che altro della sua salute mentale e delle sue precarie condizioni fisiche. Si fermano a Hawthorne, cittadina in cui Grant è nato e ove ha parenti e “amici”. Un covo forse di vipere a cui Woody dice orgogliosamente di aver vinto ed essere dunque un uomo ricco. Attratti dalla fortuna dell’uomo, i conoscenti e i parenti cercano di estorcergli parte della somma, facendo riemergere rancori mai acchetatisi, invidie e antiche gelosie. Intanto Woody passeggia scorbuticamente “turbato”, in questo spettro di umanità pronta a saltargli addosso ma anche lesta a fargli tornare la memoria, in un tuffo quasi anacronistico con un passato ancor vigente nel suo cuore malandato eppur trasognante.

La domanda che sorge spontanea dopo la visione è questa: Payne ha firmato un capolavoro “sporcamente” fotografato da immagini limpidissime, azzeccando un’opera marginale di struggente fascino, oppure è stato al solito furbetto, allestendo un campionario di luoghi comuni sui vizietti degli americani? Ci stanno entrambe le ipotesi e voi abbracciate la tesi che più vi soddisfa, ma è innegabile che il film, nella sua andatura folk da ballata on the road, nonostante qualche momento “facile” di comicità telecomandata e una poetica agrodolce forse di maniera, rimane impresso e ci appaga, svelandoci il lato nascosto di un’America illusa ma anche cinica, in uno spaccato emozionante e quasi ancestrale, di un’altra epoca, ove i bizzarri paesani sono colorite figure di contorno che non fanno una gran figura e ove si staglia memorabile Bruce Dern con la sua recitazione nevrotica, in sordina, frammentata da lampi accecanti di lucidità guascona e folle.

Un film da vedere, per apprezzarlo o meno.

di Stefano Falotico

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