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The Equalizer 2 Trailers

equalizer-768x432 MV5BMTU5MDYwMjMzMV5BMl5BanBnXkFtZTgwOTYyMDQzNTM@._V1_SY1000_CR0,0,674,1000_AL_DA AGOSTO AL CINEMA Sequel di The Equalizer – Il Vendicatore, avvincente thriller ispirato alla serie tv degli anni 80: Un giustiziere a New York. In questa nuova pellicola, Denzel Washington interpreta Robert McCall, ex agente delle CIA ora in pensione, impegnato a riportare l’ordine e la giustizia in una decadente New York.

 

Racconti di Cinema – Premonitions con Anthony Hopkins e Colin Farrell

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Ecco, oggi voglio parlarvi di un film di qualche anno fa, Premonitions, uscito nei nostri cinema con un po’ di ritardo, nel 2015, distribuito dalla Lucky Red, mentre per il mercato nordamericano la suddetta pellicola è stata distribuita dalla valente Lionsgate.

Il titolo originale è Solace::

noun

Consolation in a time of sorrow, distress or sadness

verb

To give alleviation, comfort, relief

Queste diciture compaiono prima dei titoli di testa, quindi solace è il conforto, la consolazione in un periodo di stress negativo, è uno stato d’animo quasi purificativo, una catarsi.

E questo termine sintetizza il “significato” del film meglio del titolo “italiano”, peraltro stupidamente inglesizzato. E non comprendiamo ancora una volta perché inspiegabilmente gli imbecilli distributori italiani continuino ad accanirsi non solo a non tradurre letteralmente i titoli appunto originali ma addirittura se n’inventino, in becera sostituzione, altri sempre “esterofili”. Distorcendo già dapprincipio il senso del film, che è molto di più che un campionario di premonizioni.

Sì, il paranormale e le facoltà precognitive c’entrano con la storia narrata, ma presto il film assume una piega, potrei dire, bioetica.

Ma andiamo con calma. Uno psychic cioè un sensitivo (John Clancy, interpretato da Anthony Hopkins), ma anche psicanalista, ritiratosi nei boschi dopo la prematura morte della figlia e la conseguente separazione dalla moglie, viene contattato da un suo amico, agente dell’FBI (un carismatico Jeffrey Dean Morgan) per indagare su una serie di omicidi apparentemente scollegati tra loro, che però paiono essere riconducibili a un ipotetico serial killer da identificare e catturare prima che commetta altre barbariche uccisioni. La sua modalità assassina è la stessa, spezza e frantuma la parte posteriore del collo delle sue vittime attraverso un letale ferro appuntito, ammazzandole all’istante.

Clancy, dapprima recalcitrante, accetterà poi di occuparsi del caso, attratto magneticamente dal suo sesto senso infallibile che gli prefigura qualcosa di estremamente fascinoso e irresistibilmente attrattivo verso il “mostro” da incastrare.

In queste indagini, nei quali userà liberamente i suoi poteri da sofisticato veggente, sarà affiancato da una giovane donna, una profiler, Katherine Cowles (incarnata dalla bellissima Abbie Cornish), e rivedrà subito in lei la stessa purezza e fragile fragranza umanissima della figlia, uccisa all’apice della sua floridezza vitale dalla leucemia.

Ben presto, Clancy si accorgerà che quest’assassino seriale a cui stanno stando inesorabilmente la caccia non è un uomo comune. Anzi, scoprirà ben di più. Capirà che anche lui ha la capacità di leggere nel futuro, e che uccide secondo un meticoloso criterio. Tutte le sue vittime sono malate terminali o, perlomeno, persone che soffrono di qualche invalidante patologia. Nel suo “carnet” di morti da lui ammazzati, ci sono infatti un bambino affetto da un tumore irreversibile al cervelletto e una donna malata di gravissima depressione con tendenze suicide.

A compiere gli assassinii è Charles Ambrose, questo è il nome del killer spietato, che ha le fattezze di un fantasmatico e lugubre Colin Farrell. Un uomo che non solo ha la stessa veggenza di Clancy ma è persino più bravo di lui in “materia”.

Quindi, la sfida sarà estremamente difficile, perché Ambrose è sempre un passo avanti a Clancy, anzi, è lui a depistarlo e a prevedere ogni mossa, come in un gioco a scacchi sottilmente occulto e cupamente, ombrosamente ipnotico, giocato sulla telepatia.

Ambrose si è “divinizzato”, sì, gioca a fare Dio e la sua altri non è che una forma raffinata, gentilissima di eutanasia da salvatore…

Ecco allora che questo thriller di genere, apparentemente di serie B, seppur poco sorretto da una coerente, congruente plausibilità narrativa (ma è inutile pretenderla da un film che non ambisce a essere altro che intelligente intrattenimento di veloce consumo), in solo 1h e 41 min fa confluire nella sua trama elementi tanto eterogenei ma sapientemente amalgamati: il paranormale, appunto, una storia e atmosfere torbide alla Se7en, e molteplici, stratificati concetti filosofico-esistenziali.

Non ha né la voglia di approfondirli né di perderci troppo tempo il regista della pellicola, il brasiliano Afonso (sì, non Alfonso) Poyart, ma gli servono per imbastire una vicenda a suo modo coinvolgente, forse un po’ superficiale ma di prammatica ed efficace per un film, come si diceva un tempo, fatto di suspense e brividi in poltrona.

I conti non tornano, alle volte Poyart si fa prendere la mano ed esagera in immagini videoclippate e incedendo in pacchiane leziosità registiche assolutamente non necessarie e fastidiose, ma Hopkins è decisamente convincente e molto ispirato in questa personale ennesima variazione sul tema attoriale del suo famigerato, immortale Hannibal Lecter, la Cornish è una gioia per gli occhi, Dean Morgan fa il suo dovere con charme, e Farrell, nonostante appaia soltanto verso la fine, tratteggia una figura di psicopatico affascinante e prometeica, sovrumanamente perfida e cinica.

E il duello finale in metropolitana è ottimamente congegnato, girato con classe e ritmo, scandito da ammalianti, fosforescenti frame diluiti con stile adrenalinico ed emozionante.

Certo, molte cose non vanno in questo film, a partire dalle oramai troppo abusate panoramiche in ralenti delle pallottole alla Matrix, ma è un film comunque da rivalutare.

E la Critica americana e anche nostrana è stata troppo ingenerosa. Sono inoltre stufo e nauseato quando leggo recensioni fatte con lo stampino, in cui si abusa sbrigativamente di espressioni e modi di dire, questi sì, stereotipati come… un tempo Hopkins e Farrell erano una garanzia, invece hanno girato un filmetto alimentare, Hopkins è annoiato e distratto, oppure lasciate perdere…

I film vanno visti con più oculatezza e questo Premonitions non è certo un capolavoro, neppure un grande film, certamente, è sin troppo magniloquentemente appariscente, grossolano e tronfio, ma il colpo di scena finale vale il prezzo del biglietto e, come si suol dire, per due ore circa saprà avvincervi senza mai annoiarvi.

Per un film di genere, soprattutto di questi tempi, è già molto. Fidatevi.

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di Stefano Falotico

 

Racconti di Cinema – Crazy Heart

CRAZY HEART

Ebbene, oggi voglio parlarvi di un film del 2009, Crazy Heart, opera prima di Scott Cooper, regista alquanto inclassificabile, almeno al momento, che ha appena diretto Hostiles con Christian Bale, attualmente sui nostri schermi, e prima Out of the Furnace sempre con Bale, e Black Mass con Johnny Depp. Dicevo… inclassificabile. Sì, perché per come si sta definendo la sua carriera, il suo Cinema non è ben identificabile, almeno in termini autoriali. È insomma un autore, possiamo inquadrarlo in questa nomea, o è, a meno che in futuro non ci smentisca, “solo” un diligente metteur en scène particolarmente bravo a dirigere gli attori che, infatti, puntualmente per le loro interpretazioni nei suoi film ricevono grandi plausi e le cui performance vengono valorizzate appieno da una regia, appunto, che li mette al centro nella storia e li fa rifulgere, glorificandoli?

E quest’opus numero uno dimostra esattamente questo assunto. Un film alquanto convenzionale con una vicenda già vista parecchie volte, il cui valore sta essenzialmente nella bellissima, tenera e profonda prova d’attore di un Jeff Bridges al massimo del suo splendore decadente, un cantante country sulla via crepuscolare del tramonto, che ha cinquantasette anni, beve come una spugna, è incallito tabagista ed è costretto, per sbarcare il lunario, a esibirsi in balere scalcagnate e sordidi localacci in New Mexico.

Jeff Bridges appare in tutto il suo corpaccione sudaticcio e ubriaco sin dalla primissima scena, e subito torna alla memoria il suo mitico grande Lebowski, perché lo vediamo addentrarsi sgangheratamente in un bowling. Non ordina però stavolta White Russian, ma va matto per la sua irrinunciabile McClure’s. Una bevanda fictional, sì, immaginaria, inventata apposta per il personaggio del suo film perché pare che un whiskey di questo nome non sia mai esistito. E dopo poco capiamo che, col Drugo, questo personaggio di Jeff Bridges, che si chiama Bad Blake, a parte il look, non ha molto in comune. Il Drugo era un uomo sostanzialmente felice seppur nullafacente, un eterno, infantile sognatore un po’ debosciato, Bad Blake invece è un uomo che profuma di genuina amarezza, quella della vita consumata grezzamente nelle bettole e nell’America sconfinata delle ballate romantiche e un po’ civettuole.

Bad Blake è stanco, si trascina di locale in locale come un fantoccio ambulante, e si regge in piedi solo grazie al suo accattivante carisma da cantante melodico. Sta per essere soppiantato da una giovane stella, Tommy Sweet (Colin Farrell), ed è un uomo che pare non abbia più molto da chiedere alla vita. Sin a quando conosce una giornalista avvenente che lo intervista. Immediatamente fra i due scatta un’elettrizzante chimica ed è amore a prima vista. Grazie a lei e al suo bambino, Bad Blake si redimerà, ma forse sarà troppo tardi, perché non si può tornare indietro e di quest’amore tanto sincero quanto fuggevolissimo rimarrà solo un candido, bel ricordo.

Distribuisce la Fox Searchlight, già artefice del successo, soltanto l’anno precedente, dell’analogo The Wrestler, il film Leone d’Oro a Venezia di Aronofksy che fruttò a Mickey Rourke uno strameritato Golden Globe e lo portò a sfiorare l’Oscar. A mio avviso, un po’ ingiustamente soffiatogli dallo Sean Penn di Milk. Sì, sono parecchie le somiglianze e le specularità con The Wrestler e chi è specializzato nei raffronti e nei parallelismi potrà sbizzarrirsi a giocar di corrispondenze, potrei dire, metacinematografiche. Cambia l’ambientazione, cambia lo scenario e la professione del protagonista ma anche qui abbiamo un ottimo esempio di character study, vivificato nella centralità di uomo rotto dentro che, attraverso l’amore di una donna, continuerà a combattere, soprattutto nel ring dell’esistenza. Questo film di Cooper, oltre all’interpretazione portentosa, rilevante di Bridges, misurata e mai manierata, ha un pregio comunque evidente. In questa storia tenerissima, non si scade mai nel patetismo anche se il personaggio avrebbe potuto indurre alla retorica e a un senso mieloso di caricato sentimentalismo. Bad Blake è un puro, un irrimediabile illuso che crede nell’amore, un uomo che ha un figlio, adesso di ventotto anni, che non rivede da quando il piccolo ne aveva quattro. Ed è dunque delicatissimo, commovente il rapporto di padre adottivo che instaura col bambino della donna. Disperato e catartico. Ed è qui che il film diventa toccante e autentico.

Dove non funziona è nel resto.

Questo film è quasi identicamente ricalcato su Tender Mercies, il film di Bruce Beresford che diede a Robert Duvall il suo unico Oscar. Né più né meno di una piacevole fotocopia. E peraltro il grande Duvall ecco che verso i trequarti della pellicola appare autocitandosi in quella frase che bello vederti… in cui par che si complimenti con Bridges, che lo incarna trasmigrato in Jeff, dunque in Duvall stesso. In un elegante gioco citazionista che si riverbera rimembrante d’attoriali membra sovrapposte, si auto-omaggia in simmetriche anime affettuosamente compenetranti le loro rispettive grandezze.

E non funziona nel personaggio della donna, una Maggie Gyllenhaal che non “stecca” una sola espressione del viso e che ritrae con onesta intensità il suo personaggio, ma il cui personaggio stesso è abbastanza scontato, superficialmente abbozzato e stereotipato per creare davvero emozionalità empatiche nello spettatore.

Insomma un film che non vi deluderà se siete fan di quello che il New York Times definì il più sottovalutato grande attore della sua generazione, il nostro amatissimo Jeff Bridges.

Se invece da un film pretendete giustamente qualcosa di più, resterete delusi perché, anche sull’argomento, esistono e probabilmente esisteranno film decisamente migliori.

Come si suol dire, in questi casi, ottima fotografia, bei paesaggi, una stupenda colonna sonora, con la straordinaria Fallin’ and Flyin’, un Jeff Bridges appunto da Oscar, una confezione impeccabile ma niente di originale e nuovo sotto il Sole.

di Stefano Falotico

 

Aspettiamo il ritorno di Michael Mann

Alì

Il 5 Febbraio del 1943 nasce quello che, a mio avviso, è un genio indiscutibile del Cinema di tutti i tempi.

Ora, a ragione della mia ferrea asserzione, vi consiglio di rivedere il finale del suo magnifico Alì.

Un film che non viene considerato un capolavoro, invece secondo me vi va molto vicino.

Alì, con la i accentata, anche se la dicitura corretta è Muhammad Ali, senza accento ma, visto che questo titanico cognome si pronuncia accentato, Mann inserisce l’accento nel titolo, enfatizzandolo a caratteri cubitali, Alì, sorto dalle ceneri di Cassius Clay. Sì, il film, come si evince dal titolo, non è solo un biopic sul più grande pugile di tutti i tempi, ma una storia di passione sfrenata per la vita, un monumentale inno epico al suo spirito libero, combattivo, giammai domo. Clay che si converte all’Islam, riabbraccia la sua gente e poi sfida l’orso cattivo George Foreman, distruggendo ogni pronostico. Subisce colpi incessanti, sembra sempre sul punto di crollare poi, all’ottava, magica ripresa, finge di essere travolto dai ganci spietati di Foreman, azzarda una mossa spericolata, lo aggira, lo inchioda all’angolo e con una serie impressionante di destro-sinistro micidiali lo annienta.

Un “normale” incontro di pugilato che nello sguardo d’aquila di Mann tramuta, trasmuta in poesia assoluta, con la colonna sonora che lentamente ascende a sigillare un momento elettrizzante, da pelle d’oca, zenit emozionale di ogni romanticismo incontenibile.

Ecco allora che Smith, che non assomigliava al vero Muhammad, diventa incredibilmente credibile nella sua pelle, soprattutto dell’anima, e un irriconoscibile Jon Voight, nei panni di Howard Cosell, scandisce un momento di Cinema da brividi.

È finita, è finita, è finita! È finita! George Foreman è stato messo KO da Muhammad Ali, Muhammad Ali ha fatto l’impossibile. Ha conquistato la corona mondiale dei pesi massimi che gli era stata ingiustamente tolta nel 1967. Che momento nella storia di questo sport, nello Zaire, in Africa.

Un momento esaltante, esaltante…

Poi, comincia a piovere e Ali si terge nella sua carne quasi sacrificata, s’erge a paladino di ogni giustizia, stagliandosi immensamente dinanzi alla sua gente.

Qui allora non parliamo più di Cinema, parliamo di epicità, di Cinema che diventa storia larger than life. E il Cinema di Mann è questo. Ogni suo film non è più solo una semplice pellicola, ma diventa riflessione metafisica, visione prospettica dell’animo umano, filtrato all’apparenza dal Cinema di genere e poi divenendo altro, imprendibile, da Strade violente a Manhunter, dall’Ulltimo dei Mohicani a Heat, da Collateral a Miami Vice sino a Nemico pubblico, i suoi film, come tutti i capolavori che si rispettano, si spezzano, si coagulano e ramificano in molteplici chiavi interpretative, tutte parimenti valide e soprattutto grandiosamente emozionanti. Ed è per questo che vogliamo sapere, assolutamente, quale sarà il suo prossimo film. La biografia di Sam Giancana e Tony Accardo, un western con Hugh Jackman, Agincourt, Enzo Ferrari, o un film sul criminale Paul Le Roux?

Forza, Michael!

di Stefano FaloticoMiami Vice Farrell

 

‘SNL’: Ben Stiller & Robert De Niro Have A ‘Meet The Parents’ Reunion As Cohen, Mueller

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From Deadline.

The Saturday Night Live cold open is once again keeping on top of the Donald Trump headlines that have been infecting the news cycle since his inauguration — but this time Alec Baldwin is taking a break as POTUS. Instead, the opening had a clever take on the recent Michael Cohen FBI raid that happened earlier week with Ben Stiller as Trump’s lawyer and an equally surprising appearance of Robert De Niro doing his impression of the attorney du jour Robert Mueller.

The clip started with Kate McKinnon giving her Keebler elf-meets-Gollum impersonation of Jeff Sessions and Beck Bennett as VP Mike Pence. The two are stressing over the recent FBI raid of  Cohen’s office to which Pence says, “In a couple of months, the President will be back to normal.” Sessions asks, “How’s that?” Pence answers, “Because it will be me.”

As they are talking, Stiller enters as Cohen with his heavy NY accent, criticizing the aforementioned raid. It’s a disgrace,” he said “This whole entire raid is a violation of attorney criminal privilege.”

Sessions then sends Cohen down the hall to talk to someone who would like to speak to him. As he leaves, the two laugh and Sessions says, “I cannot wait to see that dummy burn!

Cut to: a room with a lie detector machine. As Cohen wonders what the hell is going on, De Niro enters as Mueller to a long applause break. As they sit down and Mueller hooks up Cohen to the lie detector machine it’s a straightforward reference to the comedy Meet the Parents which the duo starred.

“If you are innocent you have nothing to worry about,” says Mueller. “How did you like that pee pee tape?”

Cohen is alarmed but Mueller immediately says that he is joking and says, “We’ll get to that later.”

Mueller then asks if Trump paid off Stormy Daniels and when Cohen answers no, the needles on the machine start moving furiously. “I think you’re lying,” says Mueller.

“It was a surprise for Stormy — like a gift…like a rock you throw through a window with a note tied to it that says ‘stop talking’,” says Cohen in regards to the $130,000 pay off he gave to Trump’s alleged adult star mistress. From there, the sketch became the lie detector scene from Meet the Parents — but with Trumpian scandal flair.

At one point, Cohen says, “I just try to milk information out of people.”

“Did you say milk?” asks Mueller. “I have nipples can you milk me?

As Cohen accuses Mueller that his team isn’t against Trump, Mueller admits that they have nicknames for people for everyone in the administration.

“Trump used to be ‘Putin’s Little Bitch’ now it’s ‘Stormy’s Little Bitch,” Mueller admits. He then goes down the list saying that Ivanka’s codename is “Girlfriend” (which gets a round of shockings “Oooohs!” from the audience) while Jared is called “Other Girlfriend.” Don Jr. and Eric Trump are referred to as “Two Fredos.” When Cohen asks his name, Mueller says, “Dead Man Walking.”

Not trying to hide what this sketch was trying to do, Mueller says, “We’re gonna catch all you little fockers!”

Watch a clip from the cold open below.

 

 

Dunkirk, recensione

Dunkirk

Ebbene, a mesi di distanza dalla sua uscita, voglio parlarvi di Dunkirk di Christopher Nolan.

Vincitore di tre premi Oscar, sulla bellezza di otto candidature, fra cui Miglior Film e Miglior Regia, in patria ha riscosso un clamore critico straordinario, e tutti i critici unanimemente l’hanno definito un capolavoro, osannando l’eccelso lavoro di Nolan e asserendo in tutta certezza che è il suo film più maturo, insomma, un film universalmente acclamato.

Ma a me non è piaciuto, affatto. E non perché io voglia dilettarmi a far il bastian contrario o perché, per puro gesto da iconoclasta ante litteram, a posteriori voglia decretarne il suo fallimento per sollevare la curiosità dei lettori, per irritarli o per attirare visualizzazioni al mio scritto. Semplicemente perché, al di là della solita tecnica sopraffina, campo d’azione nel quale Nolan è comunque maestro assoluto, ancora una volta Dunkirk è l’ennesimo tassello algido della sua filmografia emotivamente fredda e poco rispettosa nei confronti dello spettatore stesso, sballottato in questo tripudio di riprese aeree e subacquee, di esplosioni chirurgiche e frastornato dall’incessante musica invasiva, onnipresente e tetrissima, insopportabile e pedantemente tonitruante di Hans Zimmer. Nolan ancora una volta porta a casa il film e anche gli incassi stratosferici ma, dal punto di vista prettamente autoriale, la sua poetica annacqua e affoga dinanzi alle sue mastodontiche ambizioni mai ponderosamente calibrate, eccessive, e l’ipertrofia sua visiva cola a picco perché nuovamente costruita a tavolino, la sua estetica attinge a quella dei videogame, enfatizzando la spettacolarità più retorica a danno della filodrammatica autenticità, del vero, sentito pathos, e fra scene maestre e momenti che centrano il bersaglio il film però si scompatta in digressioni insincere, e perde quota, mal supportato da personaggi verso i quali non scatta mai empatia, personaggi-manichini privi di spessore, fra un Branagh insipido che scialbamente appare per dare un’aura tragicamente shakespeariana alla narrazione, un Mark Rylance diligente usato a mo’ di Caronte il traghettatore e la cui consistenza psicologica è allucinatamente insulsa, e un Tom Hardy che suona la carica, rimanendo perennemente coperto da una “maschera” che tanto lo fa assomigliare al suo Bane di The Dark Knight Rises. Tre figurine che dovrebbero scandire i punti cardinali di tre momenti temporali speculari e convergenti, topici e centrali ma la cui pallidezza carismatica assume toni di titanica ridicolaggine. E il personaggio focale della storia, o che almeno dovrebbe esserlo, il soldato semplice Tommy (Fionn Whitehead), colui che campeggia nella locandina del Blu-ray, è gelidamente un altro personaggio senz’anima. Non che Nolan non gliela voglia infondere e forgiarlo, ritrarlo come puro in mezzo a una carneficina lupesca, ma non sa tratteggiarlo a tutto tondo, consegnandogli una chiosa finale, pomposa e declamatoria, che lo disumanizza del tutto nel far sì che assurga a scolastico oratore di Churchill. Insomma, commette un’esecrabilità, imbarbarisce la sua giovinezza, ammorbandola nel nobilitarla a principesca quanto irrisoria incarnazione di ogni ideale pacifista e al contempo guerrafondaio. Sì, quelle parole sono tremendamente ambigue e fasulle. Ma come? Per un’ora e mezza hai cercato di rappresentare l’orrore della guerra, Nolan, e poi ti congedi con questo messaggio bellamente, bellicosamente militarista? Con sullo sfondo Tom Hardy, adesso inquadrato a figura intera e con un primissimo piano del viso smascherato, a personificazione della resistenza patriottica che combatterà con coraggio, nonostante le fiamme e i litri di sangue? Monumentale agnizione non dello stoicismo né statuaria raffigurazione della resistenza, ma simbolizzazione stessa della ridondanza enfatica di Nolan. E non è un buon segno quando un film dura solo un’ora e tre quarti circa, e dopo venti minuti cronometri il tempo che manca alla fine, perché le scene non riescono mai davvero ad appassionarti e monotone vengon cadenzate da una fotografia tanto nitidamente impeccabile e pulita, acquosa e plumbea di Hoyte Van Hoytema (altre volte invece efficacissimo, come ne La Talpa), quanto opacamente noiosa. Un Cinema, quello di Nolan, come le immagini del suo Dunkirk, formalmente ineccepibili ma prive di bagliori poetici, di viscerali prospettive immaginifiche. Un Cinema robotico. Un Cinema elegantemente dark e fotogenico a sé stesso, come il vestito sempre ben abbottonato di Kenneth Branagh. Ma vuoto.

di Stefano Faloticodunkirk-in-blu-ray-a-natale-maxw-1280 Bodega Bay

 

DOGMAN (2018) di Matteo Garrone – Trailer ufficiale HD

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Il nuovo film di Matteo Garrone, in Concorso al Festival di Cannes 2018. Dal 17 Maggio al cinema. In una periferia sospesa tra metropoli e natura selvaggia, dove l’unica legge sembra essere quella del più forte, Marcello è un uomo piccolo e mite che divide le sue giornate tra il lavoro nel suo modesto salone di toelettatura per cani, l’amore per la figlia Sofia, e un ambiguo rapporto di sudditanza con Simoncino, un ex pugile che terrorizza l’intero quartiere. Dopo l’ennesima sopraffazione, deciso a riaffermare la propria dignità, Marcello immaginerà una vendetta dall’esito inaspettato.

 

Future World, il trailer del nuovo film di James Franco

 

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In a post-apocalyptic world, where water and gasoline have long since dried-up, a prince from the oasis (one of the last known safe-havens) must venture out to find medicine for the ailing queen (Lucy Liu), but along the way he gets mixed up with the warlord (James Franco) and his robot Ash (Suki Waterhouse), which leads to a daring journey through the desolate wastelands.

FUTURE WORLD is in theaters, on demand & on iTunes May 25th, 2018.

Ebbene, oramai tutti abbiamo imparato a conoscere il poliedrico James Franco, attore indomabile, stacanovista convinto, interprete tra i più prolifici della scena mondiale, e siamo appena reduci dalla sua ultima fatica registica, l’acclamato The Disaster Artist, film per il quale ha vinto il Golden Globe come miglior attore di Commedia, e la cui performance è stata purtroppo volontariamente snobbata agli Oscar, in favore di Denzel Washington, per la vicenda dei suoi presunti abusi sessuali, perché l’America puritana e bigotta non perdona.

Adesso, è pronto a sbarcare nei Cinema, on demand, su iTunes e Amazon il prossimo 25 Maggio, con la sua nuova scoppiettante pellicola, Future World, ispirata alle atmosfere di Mad Max, di cui è nuovamente regista e interprete principale, assieme a un cast eterogeneo formato da Milla Jovovich, Lucy Liu, Method Man e Snoop Dogg.

In verità, in questo caso, Franco dirige assieme a Bruce Terry Cheung.

Il film è distribuito dalla Lionsgate, e state in occhio: è solo il primo dei quattro film del 2018, da attore-regista di James Franco, che infatti ha già pronte altre tre pellicole, Zeroville, The Long Home e Pretenders.

Incredibile, vero?

 

di Stefano Falotico

 
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