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Racconti di Cinema – Starman di John Carpenter

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Eccoci arrivati, in quest’excursus filmografico volutamente anacronistico, a Starman, pellicola del 1984.

Dopo l’insuccesso commerciale di Christine – La macchina infernale, Carpenter accetta un film su commissione, che potremmo definire un’autoriale commistione fra i suoi stilemi, come la poetica dell’amore fra diversi e l’aspra, dura critica al sistema militare americano, e la strizzatina d’occhi, necessaria e pressoché obbligatoria, verso quel grande pubblico che l’aveva tradito, in termini d’incasso, per le sue due precedenti pellicole. Arrivando a un compromesso ineludibile per potersi permettere di finanziare progetti assolutamente più personali, non rinunciando però, come detto, al suo sguardo d’autore.

Starman diventa allora il film più odiato e bistrattato, potremmo dire, dai carpenteriani e, come poi parimenti accadrà con Grosso guaio…, guardato immediatamente con sospetto dai suoi detrattori. Inutile dire che non è di certo il suo capolavoro o la sua opera migliore e più compiuta, e le scelte imposte dalla produzione hanno avuto il loro rilevante peso sul risultato finale, inficiando quello che poteva essere, e ne aveva tutti i crismi, un magnifico film. Che però rimane grande e molto poetico, merito anche della musica di Jack Nitzsche, candidata al Golden Globe.

Qui Carpenter cambia subito rotta, devia dalle consuete sue traiettorie stilistiche e c’immerge in un’atmosfera nostalgica temperata in un tiepido, lirico romanticismo. Un’astronave aliena viene dirottata da un attacco terrestre ed è costretta a un atterraggio di emergenza.

L’alieno abbandona la carcassa della sua astronave e si mette alla ricerca di qualche forma di vita umana su cui trasmigrare. Giunge ai piedi della casa di Jenny Hayden (Karen Allen), una vedova che ancor soffre immensamente per la morte del marito e, infatti, passa inconsolabilmente il tempo a rivedere vecchi filmini in cui lei e il suo defunto marito si amavano melodiosamente sulle note delle loro canzoni preferite.

L’alieno, circospettamente, quando lei sta per addormentarsi, s’infiltra in casa, avvista una foto in cui lei e il marito sono felicemente l’una nelle braccia dell’altro, al che, come se dall’ologramma trasfigurato del marito volesse, diciamo, espatriare nel corpo del consorte defunto, ne fa una fotografia genetica, per appurare se trasferirsi in quel corpo gli possa convenire. Sì, l’uomo (Jeff Bridges) era robusto, in salute, adatto alla sua umanizzante metamorfosi. Ecco allora che s’incarna dapprima in un feto, nel neonato del marito materializzatosi sul pavimento e lentamente, a vista d’occhio, sotto lo sguardo dell’adesso sveglissima moglie, cresce progressivamente, assumendo le sembianze del marito. Ne diviene morfologicamente la sua quasi perfetta copia clonata. Una mirabolante trasformazione resa esemplarmente dagli effetti speciali del mago dell’animatronica Rick Baker, qui al servizio dell’estro visionario di Carpenter. Un prodigioso effetto speciale che all’epoca ebbe il suo notevole impatto e che, rivisto oggi, potrebbe apparire a noi smaliziati uomini del nuovo millennio senz’altro datato ma, ricordiamoci, eravamo nei primi anni ottanta, in piena era analogica e il morphing e la computer graphics stavano soltanto facendo i loro primi passi. E, comunque, anche ora che affondiamo gigantescamente in piena epoca informatico-computerizzata, quest’effetto speciale sorprendentemente continua a stupefarci. Incantevole.

L’alieno come ha fatto a riprodursi nel corpo dell’uomo morto? Dal DNA di una piccola ciocca di capelli?

Lo scopriremo lungo l’arco del film o forse non lo sapremo mai. L’alieno rapisce dunque la donna, senza però usarle violenza, addomesticandola a livello subliminale perché lei n’è terrorizzata ma al contempo rivede in lui il marito morto e ciecamente se ne fida. Proverà a fuggire ma poi, come travolta da un’irrazionale sentimento di attrazione amorosa, facilmente comprensibile, visto che l’alieno personifica esteticamente il suo perduto, insostituibile marito, desisterà, si piegherà affettuosamente al suo volere e lo assisterà nel suo viaggio di ritorno. Innamorandosene completamente. Ma lui deve lasciarla perché altrimenti morirebbe e in Arizona i suoi amici alieni lo stanno aspettando. E allora Starman e la donna intraprenderanno un’avventura, non priva d’imprevisti, per portare a termine la missione.

Ma il Governo è sulle tracce di Starman, Starman rappresenta l’incarnazione reale dell’esistenza della vita aliena nell’universo. E dunque la Scienza, personificata dal burocratico Mark Shermin della polizia federale (Charles Martin Smith), non può lasciarsi scappare, per nessuna ragione al mondo, un’occasione di questo tipo, anzi, potremmo dire, non può assolutamente rinunciare a quest’incontro ravvicinato del terzo tipo. Deve far sì che si concretizzi. Costi quel che costi. A costo addirittura di uccidere l’alieno. Lo scopo primario è quello di analizzarlo e vivisezionarlo, vivo o esanime, ferito o morto ammazzato che sia.

Sarà un viaggio intervallato da momenti di fatato lirismo, come in alcune delle scene più riuscite e commoventi dell’intera pellicola. Quando Starman, in un’area di servizio, ai piedi di una tavola calda, risveglierà un cervo abbattuto da un bruto cacciatore e la donna, assistendo meravigliata ai suoi poteri divini, se ne turberà infatuata. Estaticamente e ipnoticamente attonita. Oppure quando Starman confiderà alla donna che aspetterà un bambino da lui.

E Karen Allen è stata eccellente nel tratteggiare il suo dolente personaggio difficile di vedova irrimediabilmente ferita dalla tragedia della morte del marito, sospesa tra l’intimo dolore trattenuto, la moderata euforia dinanzi agli eventi incredibili che le accadono attorno, e via via sempre più fragilmente sedotta e affascinata da questo marziano identico fisicamente al suo ex consorte e contemporaneamente così diverso. Una superba prova d’attrice. E ci spiace che la Allen sia stata così spesso emarginata da un’Hollywood cinica che mai davvero ha saputo riconoscere la sua delicata bravura. Anche Jeff Bridges è bravissimo, e infatti è stato candidato all’Oscar, ma non era poi così complicato, tutto sommato, caratterizzare un personaggio stralunato e, appunto, alieno, buffo e tenero, robotico e con lo sguardo perennemente esterrefatto e perso nel vuoto. La cosiddetta prova recitativa che, a prima vista, potrebbe sembrare stupefacente e invece è molto più facile di quel che possa apparire. Non occorre avere un pozzo di scienza attoriale né spiccate qualità per interpretare un personaggio che, già di per sé, è simpatico, farsesco e strambo. Basta un pizzico di manierismo e una bella faccia tosta come quella del Bridges di quegl’intrepidi anni allegri della sua giovinezza matura. Ma rimane una prova abbastanza toccante. Alla fine il maledetto Governo cesserà la testarda, ottusa guerra e Starman volerà via come un angelo sceso sulla Terra destinato a un aldilà adatto alla sua alterità. Forse migliore della Terra, forse peggiore. Sulle note della colonna sonora dolcemente malinconica e trasognante.

Da rivedere, da riamare, da sciogliere nelle emozioni ingenuamente sobrie, profumate di poesia semplice e infantilmente morbida.

Starman

 

di Stefano Falotico

 

Il primo uomo: Ryan Gosling è Neil Armstrong nel trailer italiano

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Eccolo qui, anche in italiano, il primissimo trailer integrale in italiano de Il primo uomo (First Man), biopic sulla storia, appunto, del primo terrestre a mettere piede sulla Luna, Neil Armstrong, interpretato dal somigliante Ryan Gosling che, per l’occasione, dopo i fasti di La La Land, torna a lavorare col regista Damien Chazelle.

Una delle pellicole più attese della prossima stagione cinematografica che, a detta dei ben informati, potrebbe essere presentata al Festival di Venezia.

Come da sinossi ufficiale, Il primo uomo narra l’avvincente storia della missione della NASA per portare un uomo sulla luna. Il film si concentra sulla figura di Neil Armstrong e sugli anni tra il 1961 e il 1969. Resoconto viscerale in prima persona, basato sul libro di James R. Hansen, il film esplorerà i sacrifici e il costo che avrà per Armstrong e per l’intera nazione una delle missioni più pericolose della storia.

Un film, è il caso di dirlo, che sta già spiccando il volo verso il successo e aspettiamoci, com’è prevedibile, che questa pellicola sia certamente fra quelle più papabili di nomination all’Oscar.

Nel ricco e variegato cast, ad affiancare Ryan Gosling la bella, affascinante e sempre più lanciata Claire Foy, che presto vedremo anche in Quello che non uccide, nuova avventura della saga Millennium e della sua eroina Lisbeth Salander, Kyle Chandler (The Wolf of Wall Street) e Jason Clarke.

 Il film uscirà nelle nostre sale l’1 Novembre.

di Stefano Falotico

 

Robert De Niro Hurls F-Bombs At Donald Trump In Tony Awards Outburst; CBS Calls It Unexpected

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From Deadline:

UPDATED with CBS statement: Robert De Niro, who appeared at the Tony Awards to introduce Bruce Springsteen’s performance of a contemplative, piano-accompanied version of “My Hometown,” burst out with two bluntly profane blasts aimed at President Donald Trump.

“I’m just going to say one thing,” De Niro said, wearing a scowl worthy of Jimmy Conway in GoodFellas: “F-ck Trump!” When the astonished audience broke out into a mix of laughter and gasps, he paused for a few seconds and then followed with, “It’s no longer ‘down with Trump.’ It’s ‘f-ck Trump!’” He then pumped both fists, Jake LaMotta-style. Many people in the crowd at Radio City Music Hall, having been thrown a piece of red meat toward the end of the three-hour show, jumped to their feet.

A CBS spokesperson issued a brief statement tonight: “Mr. De Niro’s comments were unscripted and unexpected. The offensive language was deleted from the broadcast.”

The network leaned on the bleep button heavily, so none of its viewers heard the unexpurgated version of his remarks (the show aired on tape delay in the West). But the live feed of the broadcasts being played in the press room was uncensored, leading to several Tony winners being asked about the head-snapping moment during their backstage press conferences.

“He’s Robert De Niro,” joked Angels in America playwright Tony Kushner. “Who’s going to argue with him?” Later, he offered more serious thoughts, agreeing with De Niro and saying, “This person should not be anywhere near the seat of power.”

The shocker lobbed a verbal Molotov cocktail into an otherwise largely Trump-and-politics-light show. De Niro now has Broadway bona fides as the co-director of the recent adaptation of his film A Bronx Tale, so it made sense that he would provide some star power as a lead-in to Springsteen. But he was in some ways one of the least likely Tony speakers to break out his megaphone and deliver a profane political message. Even in his most familiar televised awards show setting — the Oscars — De Niro usually sticks closely to the script and gives viewers little hint of his acting mastery during his stilted moments onstage.

Springsteen’s meditative performance unfolded with De Niro’s words practically still echoing off the back wall of Radio City. As he was speak-singing his memories of 20th century Freehold, NJ, audience members and viewers alike still were trying to make sense of what they had just seen.

De Niro, who has traded for decades on his tight-lipped, once-press-shy image, has come out of his shell during the Trump era. The Tribeca Film Festival, which he co-founded, became a platform for several of his anti-Trump broadsides.

The Tony moment quickly made the social-media rounds, of course. (What time is it in North Korea? Hmmm.) Here are a few of the immediate reactions, including reports of an uncensored airing in Australia.

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Racconti di Cinema: Halloween – La notte delle streghe di John Carpenter

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Ebbene, il prossimo 25 Ottobre uscirà nelle sale italiane Halloween di David Gordon Green (JoeManglehorn), vero e proprio sequel non apocrifo dell’originale, poiché prodotto dallo stesso Carpenter, regista capostipite di questa perla inaudita, l’ancora imbattuto, seminale Halloween – La Notte delle streghe.

Siamo nel 1978 e Carpenter ridefinisce un vero e proprio genere, inaugurando il filone slasher.

Cos’è nel Cinema lo slasher movie? Lo slasher, da non confondere assolutamente col più generico splatter, trae il suo nome dal verbo inglese to slash, che significa ferire in maniera profonda e letale con un’arma appuntita e affilata, e dunque si riferisce ai film horror in cui il protagonista è uno psicopatico omicida, un efferato maniaco che prende di mira, spesso in un geografico spazio ristretto o abbastanza limitato e circoscritto, come può essere un quartiere, un gruppo di persone perlopiù molto giovani, e intraprende contro di esse una spietata caccia brutale, uccidendole con armi da taglio, con coltelli acuminati oppure con grosse asce, per sventrarle e dissanguarle in modo micidiale.

Sì, come da sinonimi del verbo ferire, il protagonista barbaramente uccide violentissimamente le sue designate vittime, accoltellandole, pugnalandole, piagandole, trafiggendole, squarciandole indelebilmente, spesso mortalmente.

Ma Halloween non è solo questo. È, sì, un thriller furentemente sanguinario e suburbano, claustrofobico e tremendamente angoscioso, radente come un coltello dalla lama finissima, come suspense in perenne espansione, dilatata in trazione tesissima, distillata in vertiginoso crescendo inarrestabile e incalzante, ma è anche uno degli imprescindibili, profetici capofila del nuovo Cinema sugli assassini, un film nerissimo come può essere, appunto, il babau delle favole nere per bambini, colui che incarna il male nella sua accezione più pura e inquietante. Ma ci tornerò dopo…

Partiamo dapprincipio dalla trama.

Anno 1963: un bimbo di sei anni uccide a coltellate sua sorella in una notte buia, dopo che lei e il suo ragazzo hanno amoreggiato. Il bambino, di nome Michael Myers, viene rinchiuso in manicomio. Una tragedia di proporzioni devastanti.

Dopo quindici anni, in una notte di pioggia battente, Michael Myers evade dal manicomio criminale. È la notte del 30 Ottobre.

Il suo psichiatra, il dottor Loomis (Donald Pleasence), che ce l’ha in cura, o meglio in custodia sin da quando Myers è stato trasferito in manicomio, comprende immediatamente che Myers è tornato nella sua città natia, Haddonfield, e la mattina seguente avverte lo sceriffo, mettendolo in guardia sulla sua estrema, potentissima pericolosità. Va catturato quanto prima, prima che il male possa propagarsi e partorire altre irreversibili mostruosità.

Mattina del 31 Ottobre: seguiamo le scaramucce e le schermaglie adolescenziali di tre studentesse tanto disinibite quanto pudiche e timide, complessate, in preda all’imbarazzante turbinio dei loro ormoni su di giri, che si scambiano erotiche confidenze segrete sui ragazzi della scuola.

In particolare, seguiamo la vicenda (e Carpenter la “pedina” con insistiti e quasi ammiranti piani-sequenza) di Laurie Strode (Jamie Lee Curtis).

Mentre lei e la sua amica tornano da scuola, Laurie vede apparire, prima da dietro un cespuglio e poi dalla finestra di casa sua, uno strano figuro molto alto, con una tuta da meccanico, che indossa una lugubre, bianchissima maschera in viso. Lo rivela ad Annie ma lei non gli crede.

Entrambe le ragazze, nella notte di Halloween, così come vien detto nel film, “babysittano”, questo è il verbo che testualmente è utilizzato nel doppiaggio italiano, sì, nella notte di Ognissanti fanno le bambinaie a dei pargoletti.

Scende la notte di Halloween, Michael Myers si aggira indisturbato nel tetrissimo quartiere, spia Annie, e alla fine la sgozza. È appena cominciata la strage, il male oscuro è ritornato veemente in tutta la sua spasmodica, invincibile furia, e altri due giovani saranno ammazzati, la coppietta formata da Bob e Lynda.

Laurie capisce che qualcosa non va, abbandona i bambini, e s’inoltra nella casa del diavolo… diciamo così.

Ed ecco che fa il suo primo incontro con Michael Myers. Lui prova a ucciderla, avviene un combattimento corpo a corpo quasi all’ultimo morso, Annie lo ferisce più e più volte ma Myers sembra immortale e puntualmente resuscita.

Sinché, non sopraggiunge sul luogo il dottor Loomis, che spara a Myers ripetutamente. Myers, senz’emettere un solo grido di dolore, accanitamente trivellato, frana abbattuto e cade giù dalla finestra. Schiantandosi nel cortile sottostante.

Il Male è stato sconfitto. Stavolta, una volta per tutte, il mostro è stato ucciso.

O forse no… il dottor Loomis volge nuovamente il suo sguardo in direzione di Myers, ma non c’è più il suo cadavere a terra. Probabilmente, però, è stata solo un’allucinazione dello sconvolto dottor Loomis, e Myers invece è davvero morto, il male è stato sepolto e annichilito, segregato all’inferno.

Un finale enigmatico, allusivo, funereo, ma il fantasma di Michael Myers aleggerà ancora in città. Nel suo mito.

Perché Myers è la simbolizzazione archetipica di un incubo materializzatosi. Sì, come ha fatto a scappare dal manicomio con tale scaltrezza e velocità di riflessi, come ha fatto a guidare la macchina come un provetto automobilista se è sempre stato fra le anguste mura dell’ospedale psichiatrico? Lui può… perché Myers non è un uomo, come ribadisce terrificato Pleasence allo sceriffo, è un fantasma, è l’immaterialità impalpabile dell’innocenza del diavolo. Myers non ha coscienza, è un uomo inguaribilmente malato seppellito nella psiche di un bambino alienato, disturbato, pauroso, glaciale come il volto più nitidamente orripilante della paura, la disumanità, la bestialità truculenta e senz’anima fatta The Shape

Carpenter attinge da Psyco e dalla sua celeberrima scena dell’uccisione maniacale nella doccia per allestire questo capolavoro “assillante”, asfittico, ritratto crudelissimo di un’umanità senza speranza, avvelenata alla base dall’inevitabile presenza del male assoluto, irrevocabile, invulnerabile.

Ecco allora che fa esordire l’appena ventenne Jamie Lee Curtis, memore del capodopera di Alfred Hitchcock, perché in quella storica, indimenticabile doccia fu ucciso il personaggio di colei che era davvero sua madre nella vita reale, Janet Leigh, ovvero l’iconica Marion Crane.

Come dirci che il male è eterno, non si può vincere e annientare, è un morbo innatamente, dannatamente facente parte del codice genetico dell’uomo, un virus ereditario che si trasmette, tramanda e ramifica attraverso le consanguinee generazioni, di padre in figlio e di madre in figlia, sotto forme sempre parimenti raccapriccianti ma inscalfibili. Il male fa parte di noi.

Carpenter concepisce la vita così. Per lui horror, sogno, incubo, realtà sono un tutt’uno inscindibile. Che non si può eludere, al quale non ci si può, pur combattendo con tutte le nostre forze, sottrarre. Un maremoto uniformemente meraviglioso quanto tormentoso, un continuum indivisibile, un lacerante brivido freddissimo sulla schiena.

In Psyco era incarnato mellifluamente, in maniera ambiguamente diabolica da Anthony Perkins/Norman Bates con la sua indecifrabile faccia d’angelo, in Halloween da Michael Myers. L’uomo nero senza espressione, coperto da una smorta “maschera di cera”, per l’esattezza di lattice.

Tutto parte o meglio riparte da Halloween – La notte delle streghe.

Il film, dopo l’elettrizzante tema musicale della colonna sonora al solito di Carpenter, ribattezzato Halloween Theme, e riutilizzato in tantissime pellicole, viene aperto da una filastrocca che c’introduce nell’atmosfera di quest’infausta notte stregata, recitata da dei bambini con voce off.

Eccola correttamente trasposta, non fidatevi delle “wikiquote” sul web, peccano difettosamente di approssimazione:

«Malocchio e gatti neri, malefici misteri,

il grido di un bambino bruciato nel camino,

nell’occhio di una strega il diavolo s’annega

e spunta fuori l’ombra, l’ombra della strega!

La vigilia d’Ognissanti c’han paura tutti quanti:

è la notte delle streghe!

(Chi non paga presto piange!)»

Halloween – La notte delle streghe è certamente un po’ invecchiato ma quel che è venuto dopo gli è immensamente debitore. Il Nightmare firmato Wes Craven col redivivo, sfregiato e ustionato Freddy Krueger, il suo Scream coi suoi adolescenti sessualmente smaniosi ma incerti, timidi, impacciati e titubanti, aggrediti senza sosta dal maniaco mascherato, e chi più ne ha più ne metta. Se stessimo a elencare perigliosamente tutte le pellicole posteriori ispirate da e a Halloween non finiremmo più.

Ma se in Nightmare il male veniva incarnato all’interno delle pareti d’un incubo vero e proprio, per Carpenter la vita stessa è un sognante incubo, l’incubo della vita profondamente reale, l’incubo strisciante delle nostre imperiture, tormentate notti sinistre.

E le sue soggettive con la steadicam, che visualizzano il punto di vista del mostro, hanno fatto scuola.

Impressionante soprattutto la soggettiva dell’incipit. Memorabile.

Curiosità: in molti dizionari viene superficialmente ed erroneamente scritto che Michael Myers è interpretato da Tony Moran. Vero, ma Moran ha girato soltanto la brevissima, fuggevole scena di pochi secondi in cui, strappatagli la maschera, Myers appare per un istante ritratto in viso.

Michael Myers a sei anni è interpretato dal biondino Will Sandin. Ma The Shape/Michael Myers, il figuro che cammina nella notte e ammazza, è l’attore Nick Castle.

Ed è infatti lui che tornerà nell’Halloween di David Gordon Green.

Infine, piccola chicca per i cinefili: il personaggio di Annie Brackett, la migliore amica di Laurie, è interpretato dall’attrice Nancy Loomis (pseudonimo di Nancy Kyes), ma non abbiamo mai appurato da fonti certe se Carpenter abbia volutamente usato l’omonimo suo cognome Loomis, affibbiandolo poi a Donald Pleasence e al suo famigerato dottor Loomis.

Naturalmente, sapete che il nome del personaggio di Pleasence, Sam Loomis, è un doveroso omaggio proprio al John Gavin di Psyco.

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di Stefano Falotico

 

First Man – Official Trailer (HD)

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On the heels of their six-time Academy Award®-winning smash, La La Land, Oscar®-winning director Damien Chazelle and star Ryan Gosling reteam for Universal Pictures’ First Man, the riveting story of NASA’s mission to land a man on the moon, focusing on Neil Armstrong and the years 1961-1969. A visceral, first-person account, based on the book by James R. Hansen, the movie will explore the sacrifices and the cost—on Armstrong and on the nation—of one of the most dangerous missions in history. Written by Academy Award® winner Josh Singer (Spotlight), the drama is produced by Wyck Godfrey & Marty Bowen (The Twilight Saga, The Fault in Our Stars) through their Temple Hill Entertainment banner, alongside Chazelle and Gosling. Isaac Klausner (The Fault in Our Stars) executive produces. DreamWorks Pictures co-finances the film.

 

Halloween – Official Trailer (HD) by David Gordon Green, anche in italiano

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Universal Pictures will release Trancas International Films, Blumhouse Productions and Miramax’s Halloween on Friday, October 19, 2018. Jamie Lee Curtis returns to her iconic role as Laurie Strode, who comes to her final confrontation with Michael Myers, the masked figure who has haunted her since she narrowly escaped his killing spree on Halloween night four decades ago. Master of horror John Carpenter executive produces and serves as creative consultant on this film, joining forces with cinema’s current leading producer of horror, Jason Blum (Get Out, Split, The Purge, Paranormal Activity). Inspired by Carpenter’s classic, filmmakers David Gordon Green and Danny McBride crafted a story that carves a new path from the events in the landmark 1978 film, and Green also directs. Halloween is also produced by Malek Akkad, whose Trancas International Films has produced the Halloween series since its inception, and Bill Block (Elysium, District 9). In addition to Carpenter and Curtis, Green and McBride will executive produce under their Rough House Pictures banner. Ryan Freimman also serves in that role.

 

Racconti di Cinema – Fog di John Carpenter

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Nel 1980 John Carpenter esce con questo film che fu freddamente accolto dalla Critica ma andò invece molto bene al botteghino e che lo stesso Carpenter definì un classico dell’horror minore.

Anche se è sempre assai difficile parcellizzare Carpenter e i suoi film, e poter stilare parziali classifiche tra suoi film superiori e minori. Il film dura 1h e 29 min. e Carpenter fu costretto ad aggiungervi alcune scene per aumentare il minutaggio della pellicola, perché si accorse che l’originaria versione durava troppo poco per poter essere distribuita nelle sale. Così inserì un prologo iniziale in cui l’attore John Houseman, in piena notte, con la luna occhieggiante dall’alto e una cupa atmosfera di morte, racconta a dei bambini, seduti vicini a un falò in riva al mare, una macabra storia di fantasmi. Vale a dire il barbarico affondamento della nave Elizabeth Dane da parte dei sei padri fondatori della città San Antonio Bay. La Elizabeth Dane, un veliero capeggiato da un uomo di nome Blake, aveva a bordo dei lebbrosi che erano intenzionati a far rotta verso una colonia della stessa San Antonio Bay. Mentre sulla costa imperversava una fittissima nebbia, i sei fondatori della città dirottarono malignamente l’imbarcazione verso degli scogli, al fine che la nave si schiantasse uccidendo così tutti i suoi passeggeri. Per impossessarsi e depredare l’oro pregiatissimo nascosto nel forziere del veliero, e dunque potersi finanziare la chiesa e continuare nell’opera di costruzione della loro amata cittadina.

E il vecchio, continuando nel suo racconto spettrale, dice ai bambini che, trascorsi cento anni esatti da quella fatidica data del 21 Aprile di quella notte maledetta e sciagurata, i lebbrosi, reincarnatisi come zombi-fantasmi, torneranno in città, al calar della nebbia notturna, per vendicarsi del mostruoso assassinio perpetrato loro, uccidendo sei persone in rappresentanza di quei terribili cospiratori che contro di essi tramarono perfidissimamente. Per pareggiare i conti in una vendetta agghiacciante.

A distanza di cento anni esatti, appunto, in una nerissima notte nebbiosa, a San Antonio Bay cominciano a succedere strani fenomeni di Poltergeist e avvengono alcune morti fra i suoi abitanti, in primis quella di tre marinai in un peschereccio.

La maledizione si è avverata e, dallo scoccare della mezzanotte del 21 Aprile 1980 sino al sopraggiungere della mezzanotte successiva, la gente del luogo tremerà di paura in queste due notti interminabilmente spaventose. Inutile che vi stia a narrar la trama in ogni suo dettaglio, è un film che si regge su un’atmosfera meravigliosamente avvolgente, da fantahorror metafisico, su una fotografia caldamente satura di un “habitué” di Carpenter, Dean Cundey, ove il tema principale, a firma come sempre dello stesso Carpenter, la fa da padrone, immergendoci, con il rombar del suo sintetizzatore elettronico, nel clima di suspense e terrore della pellicola, quasi in stile Dario Argento.

E gli attori sono impeccabili, dall’affascinante ex moglie dello stesso Carpenter, Adrienne Barbeau, madre premurosa che conduce il programma radiofonico locale da un faro svettante su un monte roccioso, a Jamie Lee Curtis, dal coriaceo Tom Atkins alla faccia di pietra del grande Hal Holbrook, sin ad arrivare naturalmente alla mitica Janet Leigh di Psyco. Perché per certi versi il film è anche hitchcockiano. Forse non un capolavoro, nel finale perde un po’ quota, ma un’altra perla del maestro John.

Per chi non lo sapesse: Jamie Lee Curtis e Janet Leigh erano rispettivamente madre e figlia nella vita reale. La Leigh ebbe Jamie dalla sua famosa relazione con Tony Curtis. La Leigh è morta a Beverly Hills il 3 Ottobre del 2004.

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di Stefano Falotico

 

A Star is Born, il primo trailer italiano del film con Bradley Cooper e Lady Gaga

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 Ebbene, è finalmente uscito, e ve lo mostriamo, il primo, coloratissimo trailer di A Star is Born, debutto alla regia di Bradley Cooper, che ne è anche interprete principale assieme alla stella del firmamento pop contemporaneo, ovvero Lady Gaga.

Produce e distribuisce la Warner Bros.

La sinossi ufficiale della pellicola recita così:

Protagonista di A Star is Born è il quattro volte candidato al premio Oscar, Bradley Cooper (American Sniper, American Hustle, Silver Linings Playbook), e la pluripremiata superstar della musica e candidata all’Oscar Lady Gaga, nel suo primo ruolo di rilievo in un film. Il film è anche il debutto alla regia per Cooper. In questa nuova rivisitazione della tragica storia d’amore, Cooper interpreta l’esperto musicista Jackson Maine, che scopre, e se ne innamora, la combattuta artista Ally (Gaga). Ha da poco dato chiuso in un cassetto il suo sogno di diventare una grande cantante… fin quando Jack la convince a tornare sul palcoscenico. Ma mentre la carriera di Ally inizia a spiccare il volo, il lato personale della loro relazione sta perdendo colpi, per colpa della battaglia che Jack conduce contro i suoi demoni.

Il film è il “remake” del celeberrimo È nata una stella, che ha avuto ben tre precedenti versioni. La prima del 1937 con Janet Gaynor e Fredric March, la seconda, quella forse più apprezzata, del 1954 con Judy Garland e James Mason, e quella del 1976 con Barbra Streisand e Kris Kristofferson.

 

di Stefano Falotico

 

WHITE BOY RICK – Official Trailer (HD)

636635662081737221-xxx-cp-white-boy-rick-03-100297697Set in 1980s Detroit at the height of the crack epidemic and the War on Drugs, WHITE BOY RICK is based on the moving true story of a blue-collar father and his teenage son, Rick Wershe Jr., who became an undercover police informant and later a drug dealer, before he was abandoned by his handlers and sentenced to life in prison. Directed by: Yann Demange Written by: Andy Weiss and Logan & Noah Miller Produced by: John Lesher Julie Yorn Scott Franklin Darren Aronofsky Cast: Matthew McConaughey Richie Merritt Bel Powley Jennifer Jason Leigh Brian Tyree Henry Rory Cochrane RJ Cyler Jonathan Majors Eddie Marsan With Bruce Dern And Piper Laurie

La Sony Pictures Entertainment, poche ore fa, ha rilasciato il primo trailer di White Boy Rick, la “vera storia” del più giovane spacciatore USA di tutti i tempi. Diretto dall’acclamato regista di ’71, vale a dire il promettentissimo Yann Demange, la pellicola è interpretata dall’esordiente Richie Merritt e soprattutto dal premio Oscar Matthew McConaughey. Sì, perché nel film si racconterà la strampalata, assurda vicenda di un ragazzino che, a soli quattordici anni, dopo essere stato un pusher fenomenale, divenne informatore sotto copertura dell’FBI, che lo reclutò affinché potesse fornirgli informazioni segretissime sullo spaccio degli stupefacenti. Il ragazzo poi fu arrestato e condannato all’ergastolo, anche se l’anno scorso è stato rilasciato in libertà vigilata. Ma, come dicevamo, non sarà tanto il ragazzino, Richard Wershe Jr., il personaggio principale, bensì in particolar modo il padre. O meglio il film si concentrerà sull’ambiguo, affettuoso, inscindibile lor rapporto padre-figlio. E il padre avrà appunto il volto di Matthew McConaughey, il vero protagonista della vicenda, un uomo che, pur di salvare suo figlio, si ridusse a vivere nella miseria più assoluta.

Insomma, dopo i fasti di True Detective e le sue mirabolanti, recenti prove recitative, McConaughey, con questa sua nuova performance attoriale, che si prospetta solidissima, saprà riscattarsi dal flop colossale de La Torre Nera?

La Critica americana lo potrà appurare il prossimo 17 Agosto, data della release statunitense del film.

Un film che annovera nel suo interessantissimo cast anche Bruce Dern e Jennifer Jason Leigh.

 

Paterno, recensione

Paterno

Il 7 Aprile di quest’anno debuttò sul network HBO il tv movie Paterno di Barry Levinson con Al Pacino, da noi passato in prima televisiva ieri sera, Giovedì 31 Maggio, su Sky Cinema Uno alle 21 e 15. Ed è la prima volta che un film HBO arriva così presto anche qui da noi, perfettamente doppiato e con al solito la voce poderosa del magnifico Giancarlo Giannini che finalmente si riappropria del “suo” attore preferito, Pacino.

Film della durata di 1h e 45 min, che anni fa doveva realizzare Brian De Palma, e inizialmente si sarebbe dovuto intitolare Happy Valley, ma per scontri con la produzione il progetto finì nel limbo sino a quando non fu Levinson a riappropriarsene nell’estate scorsa, periodo nel quale si son tenute in poco più di un mese le riprese. Levinson è oramai uno specialista di ritratti biografici o, per meglio dirlo all’americana, di biopic su personaggi assai controversi che hanno scosso l’opinione pubblica. Di soltanto un anno fa il suo Wizard of Lies con Robert De Niro e Michelle Pfeiffer, sullo scandalo finanziario che travolse Bernie Madoff, e suo anche You Don’t Know Jack – Il dottor morte, così come fu produttore del bellissimo Phil Spector, scritto però e diretto da David Mamet. Pellicole che comunque furono interpretate sempre egregiamente da Al Pacino.

Film-“inchiesta” quelli del Levinson recente, e un Pacino che ancora una volta si riscatta da prove scialbe e opache di film abbastanza inguardabili come Conspiracy e Hangman. Sì, perché a ben vedere Al Pacino il meglio di sé negli ultimi tempi l’ha dato proprio per la televisione, considerando anche il suo forte ruolo in Angels in America di Mike Nichols.

Lui e Levinson sono grandi amici da una vita. Di Levinson fu la sceneggiatura di …e giustizia per tutti, e proprio Levinson diresse Al Pacino in The Humbling, film passato decorosamente Fuori Concorso al Festival di Venezia.

Qui i due si son coalizzati per dar vita agli ultimi mesi di vita di Joe Paterno, il coach con più vittorie all’attivo nella storia del college Football, che fu licenziato senza mezzi termini in seguito allo scandalo sessuale di abuso sui minori che riguardò il suo assistente Gerald Arthur Sandusky, detto Jerry (lim Johnson).

Che violentò un sacco di ragazzi dell’università e usò come stratagemma, per celare per molto tempo le sue ignobili malefatte, il furbo paravento di un’associazione benefica da lui fondata, che si proponeva di aiutare i bambini poveri e indigenti, abbandonati spesso a sé stessi.

I misfatti emersero grazie a un coraggiosissimo reportage della scaltra e ambiziosa, giovanissima giornalista Sara Ganim (la lanciatissima Riley Keough), che fu insignita del premio Pulitzer.

Lo scandalo scoppiò a cavallo di quando Joe Paterno vinse da allenatore la sua 409° partita. E il film si concentra sulla settimana che ne seguì, in cui Paterno si trovò in una situazione scomodissima, proprio lui, allenatore leggendario, integerrimo e beniamino di tanti gagliardi boys che grazie alla sua fiducia e ai suoi insegnamenti arrivarono a primeggiare e a ottenere la laurea. Insomma, un idolo per la comunità, che gli aveva dedicato perfino una statua in suo onore.

Levinson allora osserva Pacino con profonda umanità, lo spia da vicino, con primissimi piani che si attaccano a ogni ruga ed espressione del suoi viso, per meglio cogliere i dubbi che lo assalirono, i sensi di colpa attanaglianti che lo distrussero per aver forse taciuto o aspettato troppo a dire la verità al fine di preservare la purezza di quell’ambiente invece così macchiato sin alle fondamenta dal marcio più lercio.

Come avvenuto per Il dottor morte e col suo Jack Kevorkian, e col Madoff di Wizard of Lies, Levinson si limita a osservare Paterno e prova a indagare nel suo animo divelto e combattuto, non lo giudica e non

ci fornisce spiegazioni. Lascia al nostro buon senso, anzi al senso della nostra morale, ogni possibile giudizio.

Il film si segue volentieri, Pacino è molto invecchiato davvero, e non solo per il vistoso trucco che lo rende impressionantemente simile al vero Joe Paterno, ma rimane sempre bravissimo e puntuale, e la sua stavolta è una recitazione molto trattenuta, lontana dai suoi consueti istrionismi teatrali.

Però, sinceramente, avevo preferito molto di più, appunto, Il dottor morte e Wizard of Lies, perché qui la sceneggiatura di Debora Cahn e John C. Richards è altamente professionale ma pare un compitino poco convincente e troppo schematico.

Comunque, da vedere.

 

 

di Stefano Falotico

 
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