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True Detective 3, il finale inaspettato: grande delusione o colpo di genio?

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Ebbene, come sappiamo, in concomitanza con la Notte degli Oscar, domenica scorsa la HBO ha trasmesso l’ultima puntata di True Detective 3. Proprio negli stessi attimi in cui il suo protagonista, Mahershala Ali, ha sollevato al cielo la sua seconda statuetta come migliore attore non protagonista per Green Book.

Un attore venuto dal nulla, come si suol dire, che in una manciata di anni ha sfracellato la competizione e si è imposto come un talento straordinario del panorama cinematografico mondiale. Assurgendo sin dapprincipio a indubitabile, grande attore da tenere perennemente d’occhio negli anni a venire, dotato di un innato carisma e di una presenza scenica che, al di là della sua sbilenca andatura quasi claudicante, l’ha reso uno dei volti irrinunciabili del firmamento contemporaneo.

Green Book è davvero un grande film o è stato Mahershala Ali, con la sua prodigiosa interpretazione e la sua magnetica sordina, elegantissimamente misurata, ad ammantarlo d’un fascino maliardo tanto attrattivo?

È quello che mi domando dopo aver assistito all’ultima puntata di questa terza stagione di True Detective. Perché, al di là dei movimentati cambi di regia, dopo i primi due episodi diretti da Jeremy Saulnier, col suo inconfondibile tocco misterico e metafisico, dopo due tranche dietro la macchina da presa dello stesso suo famigerato sceneggiatore Nic Pizzolatto, per la precisione If You Have Ghosts e The Hour and the Day, e l’incursione di Daniel Sackheim, avevo avuto l’impressione, come tutti d’altronde, che True Detective 3, con tanto di apparizione in fotografia dei celeberrimi detective Rust (Matthew McConaughey) e Marty (Woody Harrelson) potesse riagganciarsi, appunto, all’ndimenticabile, giustamente celebrata prima stagione. E che potessero tornare tonanti e inquietanti i fantasmi di Carcosa miscelati in una vicenda complottistica da collegare alla storia interrottasi nelle paludi della Louisiana e ramificatasi negli altopiani montagnosi dell’Arkansas. Ma che, soprattutto, il potere fascinatorio profusoci dai primi episodi di True Detective 3, con le sue atmosfere cupamente sulfuree e macabre, fosse in gran parte adducibile a Mahershala Ali. Capace di rendere eccezionalmente sfumato il suo Wayne Hays, spezzettando la sua superba performance in micro-segmenti recitativi mirabilmente cangevoli, modulandosi in una varietà sottilmente variegata d’impercettibili cambi di registro attoriale, modellandoli a differenti e ben distinti piani temporali.

Ora invece, pur continuando a rimanere fermamente convinto, malgrado alcuni evidenti difetti, come ad esempio una certa, soporifera prolissità e una tetraggine sin troppo soffocante, che True Detective 3 sia una bellissima stagione, devo ancora una volta, oltre che complimentarmi con Ali, stringere la mano al suo creator Pizzolatto.

Sì, ci ha piacevolmente fregato. Prima illudendoci che potessimo trovarci di fronte una serie figlia di Carcosa e dello Yellow King, quindi mischiando sapidamente le carte, con morbosa raffinatezza, immergendoci in un finale del tutto imprevisto. Che svela la risoluzione, alquanto banale del caso, va detto, in solo mezz’ora e poi nuovamente mette essa stessa in discussione, fuorviando tutto l’assunto di partenza.

Perché alla fine Wayne Hays, corroso dall’Alzheimer, probabilmente, al pari di De Niro di C’era una volta in America, totalmente obnubilato e frastornato dalla sua malattia, depauperato e depistato dall’incoerenza dei suoi confusi, distorsivi allucinatori ricordi traumatici, si crea da solo la sua versione dei fatti. Forse per mettersi a posto la coscienza, senilmente riappacificandola nel darne una logica che, invero, non esiste o semplicemente non corrisponde alla veridicità degli accadimenti e del suo stesso interiore vissuto.

Filtra cioè l’intero senso di quest’indagine arzigogolata e complessa a immagine e somiglianza, forse enormemente erronea, della sua visione della vita. Secondo il suo preciso, umanissimo sguardo.

È stato tutto un abbaglio, un personale farsi quadrare il tempo (ricordate, a tal proposito, le emblematiche, esemplificative parole di Rust… time is a flat circle che si perpetua e riverbera ininterrottamente), un tempo infinito, indefinito, sfuggente com’è il tempo di qualsiasi persona. Un tempo non anagrafico bensì visceralmente congiunto inseparabilmente coi propri intimi sentimenti, col proprio io, col proprio subconscio, col proprio caleidoscopico animo in eterno tormento esistenziale.

Quindi, estremamente suscettibile di fallacità, persino di caducità e arrugginita lucidità.

Un tempo racchiuso nella purissima, inviolabile soggettività, nella propria incoercibile emozionalità.

Quante volte sarà successo anche a voi.

Ricordiamo qualcosa ma lo ricordiamo come a noi piace ricordarlo. Mentre al nostro amico, forse il Roland West di turno (Stephen Dorff) o a nostra moglie, alla quale piace peraltro romanzare gl’intrecci complicati, forse Amelia Reardon (Carmen Ejogo), i conti non tornano affatto o, comunque, potrebbero anche tornare, certo, ma secondo un’ottica più oggettiva, maggiormente analitica o soltanto più atrocemente, discutibilmente incredibile.

Allora True Detective 3, più che unirsi alla prima stagione, semmai assomiglia a un onirico, indissolubile torciglio assurdo e indistricabile da congiungere agli scollati pezzi del puzzle dell’altra serie “gemellare” della HBO, ovvero il capolavoro The Night Of di Steven Zaillian, scritto da Richard Price.

Cos’è successo?

Buonanotte.

di Stefano Falotico

 

First Man – Il primo uomo, recensione

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Ebbene, recensiamo First Man di Damien Chazelle. Il quale dopo il suo scoppiettante ma controverso Whiplash e l’osannato La La Land, per cui ha vinto l’Oscar come miglior regista, alla sua quarta opera (teniamo conto anche di Guy and Madeline on a Park Bench), indubbiamente molto attesa, aveva non poco scontentato quasi tutti sin dalla primissima visione al Festival di Venezia del 2018, ove questa pellicola è stata accolta da pareri assai discordanti.

Doveva essere uno dei titoli di punta dell’anno e, sulla carta, nessuno aveva dubbi che sarebbe entrato, nelle maggiori categorie agli Academy Awards. Invece, pur essendo largamente apprezzato dall’intellighenzia statunitense, assai meno dalla nostra, è stato il flop per eccellenza, a livello di onorificenze, diciamo, di questa stagione.

Vincendo solamente l’Oscar per i migliori effetti speciali.

First Man è un film della corposa durata di due ore e ventuno minuti, sceneggiato da Josh Singerwriter di The Post e oscarizzato per la sceneggiatura de Il caso Spotlight.

Che, pur concedendosi molte libertà, ha adattato il libro-biografia First Man: The Life of Neil A. Armstrong di James R. Hansen.

Basata sulla storia, soprattutto intima e personale, del primo uomo ad aver messo piede sulla Luna, ovvero il celeberrimo Neil Armstrong, appunto. Interpretato con sobria misura e intensa, funzionale, al solito proverbiale mono-espressività qua però efficacissima da un ottimo Ryan Gosling. In una delle sue prove recitative veramente più mature, una performance emotivamente perfetta, senza sbavature.

Dopo un incipit al cardiopalma ove Armstrong dimostra, con grande sangue freddo, di essere un collaudato pilota per la sua glaciale, anfibia calma olimpica nelle situazioni più rischiose e mortali, veniamo immersi profondamente nel suo toccante dramma privato.

Cioè la tragica morte della figlia, afflitta da un inesorabile male incurabile e impietoso.

Armstrong è un pilota della NASA che comunque non intende rinunciare al suo imperiale sogno, anzi, la tragedia occorsagli gli è paradossalmente da inaudito propulsore speranzosamente vitalistico nell’illuderlo che, dopo la morte di sua figlia, la sua vita possa avere ancora un senso prezioso. Questo sogno che brilla opacamente abbagliante nei turgidi crepuscoli della sua anima annerita eppur giammai spentasi, un simbolico sogno chimerico da caldeggiare, respirare nelle vene proprie più metafisiche, un sogno inafferrabile da suggellare per superare il suo comunque irreversibile trauma incancellabile tanto irreparabilmente doloroso sino a prosciugarlo infinitamente nei suoi meandri sanguigni, fino a deturparlo e congelarlo in una maschera luttuosa apparentemente impassibile dinanzi all’abissale cupezza della tragedia esistenziale sua più visceralmente inestirpabile.

Un sogno lontano ma così vicino che pare di toccarlo, in cui gettarsi anima e corpo per accecare di nitida, miracolistica luce la sua umana notte oramai interminabilmente oscuratasi.

E allora viene scelto, grazie alla sua indomita intraprendenza e al suo monumentale coraggio, per essere il protagonista della prima, storica missione lunare prodigiosa.

Dopo la morte della figlia, Armstrong si è chiuso spaventosamente nell’animo, s’è ottenebrato e malinconicamente illanguidito nel buio più atroce e non riesce più a stabilire un autentico, slanciato contatto con la moglie Janet (un’emozionante Claire Foy).

E sua moglie, in silenzio, trepiderà per l’impresa leggendaria di suo marito. Cosciente che la lunatica, è il caso di dirlo, stranezza misteriosa che lo angoscia e il suo maestoso, squillante sogno simboleggiano la speranza ancor desta di una vita loro per sempre spezzata. Ma non ancora, forse, finita.

Sì, First Man non è tanto un film sul primo uomo sulla Luna, bensì un film sulla speranza, l’altra faccia della medaglia del nolaniano Interstellar.

È il viaggio interiore di un uomo che pare recitare nel suo cuore, così come appunto il saggio Michael Caine del succitato film di Nolan, la poesia Non andartene docile in quella buona notte di Dylan Thomas.

Un film ove la raffinata regia anti-spettacolare di Chazelle illumina di melanconica grazia, avvalendosi della bella fotografia di Linus Sandgren, le trattenute emozioni sottopelle di un uomo nel dying of the light.

di Stefano Falotico

 

A Star Is Born, recensione

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Ebbene, in concomitanza con l’uscita in Blu-ray, recensiamo A Star Is Born, opera prima di e con Bradley Cooper affiancato da una raggiante ma incerta Lady Gaga.

Film campione d’incassi della stagione il cui successo, visto anche l’insistente battage pubblicitario e il bombardamento mediatico, è culminato con la candidatura a ben otto premi Oscar. Cifra ragguardevole e indubbiamente spropositata, onestamente, al di là del contagioso trasporto della diva Lady Gaga, qui al suo vero e proprio debutto cinematografico da protagonista dopo una miriade di video shortSin City – Una donna per cui uccidereMachete Kills e naturalmente la serie televisiva American Horror Story.

Fortissimamente voluta e caldeggiata da Cooper che ha fatto carte false per convincerla a rivestire i panni della sua eroina Ally.

Come sapete, questo è un aggiornamento-remake di tre, a mio avviso, superiori precedenti sfavillanti, tutti regolarmente tradotti in italiano col titolo È nata una stella.

E nonostante, ripetiamo, il largo apprezzamento di pubblico e i plausi della Critica, soprattutto d’oltreoceano, ammaliatisi sin troppo dinanzi alle patinate, furbastre spericolatezze del suo intraprendente, intrepido ma poco convincente metteur en scèneanfitrione Coopertale contemporanea, luccicante trasposizione è senz’ombra di dubbio la meno affascinante. Un’operazione creata a tavolino per giocare facile agli Oscar e ottenere una marea di nomination che, infatti, puntualmente, metronomiche sono arrivate come da programma, rispettando gli studiati calcoli della volpe Cooper.

Trama… ovviamente ricalcata in rifacimento sui generis dei celeberrimi film predecessori, allestita sulla potenza canora della fantasmagorica Lady Gaga. Che se l’è cavata, ha carisma ma ci ha comunque lasciato perplessi. Bravina ma di certo non eccelsa.

Jackson Maine (Bradley Cooper) è una rockstar ancora amatissima dai suo beniamini ma è oggi alcolizzato e depresso. Dopo un’esibizione, si ferma in un bar e rimane ipnotizzato dalla cantante che si esibisce nel locale, la talentuosissima Ally (Lady Gaga). Una donna dalle potenzialità vocali esagerate ma mai davvero lanciatasi con coraggio nello show business per colpa della radicata sua mancanza di autostima e di troppe patite delusioni.

È amore a prima vista fra i due. E Jackson, folgorato da Ally, la invita a un suo concerto ove, a sorpresa, le fa cantare un pezzo inedito da lei scritto. Da quel momento in poi scoppia fra i due la passione, esplosiva, irrequieta e bruciante.

Ecco, se sino a questo momento, il film aveva discretamente retto, affidandosi a qualche svolazzo pindarico della mobile macchina da presa di Matthew Libatique, proprio al detonare e scoccare della storia d’amore, troppo romanticamente ruffiana e allineata ai canoni caramellosi del mainstream più scontato, forzata e sveltamente ampollosa, assai poco attendibile, A Star Is Born frana imperdonabilmente.

Ci è apparsa infatti troppo repentina e ingiustificata la celerissima mutazione di Ally da cantante di un night a star della musica da palcoscenico con tanto di folla gremita da Woodstock accaloratamente infoiata ad applaudirla. Come se d’incanto, soltanto illuminata dalla forza dell’amore, Ally avesse cancellato ogni sua paura e timidezza, ascendendo a paladina sfrenatamente irreprimibile, accendendosi in una grazia armonica tanto sfolgorante quanto incredibile da lasciar basiti. Una metamorfosi piuttosto banalizzata in un’ovvia progressione drammaturgica psicologicamente insostenibile. E il personaggio di Cooper, non sostenuto peraltro dalla sua vanitosa performance mielosamente stereotipata da insalvabile, maledetto cavaliere del suo patetico cuore selvaggio ai limiti della perdizione più prototipica, dissoluto ma di gran cuore, ci è risultato estremamente fasullo e gigioneggiato languidamente dallo stesso Cooper in maniera spesso insopportabile. Solo negli ultimi venti minuti diventa emozionante, con tanto di finale che strappa qualche commozione.

Toccante anche la scena dell’ultimo addio tra Jackson e Bobby Maine. Quando il personaggio di Cooper, per tutta la vita in complice lotta col fratellone, prima di salutarlo definitivamente, tentenna parecchio, quindi, strozzato nella voce, gli confida sottovoce che si è comportato così, cioè in malo modo, perché lo ha sempre nascostamente invidiato e voleva, in cuor suo, assomigliargli.

A Star Is Born è un film che si lascia innocuamente vedere, alcuni numeri musicali vanno a segno, sebbene la già famosa Shallow sinceramente, riproposta in questi mesi sin allo sfinimento nelle radio di mezzo mondo, non è che sia poi un granché. Ed è stata appunto enfatizzata a dismisura dalla campagna promozionale. Una mediocrissima canzone invero scarsamente memorabile, raffazzonata per orecchiabili ascolti, come si diceva un tempo, da cassetta. Ma niente di artisticamente elevato e in verità commovente.

Ha vinto l’Oscar, ma non c’entra niente.

Così come il film stesso, esempio di un Cinema demodé probabilmente superato e oggigiorno poco emozionante perché inoltre, ribadiamo, messo in scena da Cooper con una palese scarsità d’idee, in forma mercantilistica, modaiola, confezionato a uso e consumo di una storia d’amore da stellare box office ma facilmente dimenticabile, strimpellata sdolcinatamente nello strizzar l’occhio al botteghino e non ai sentimenti profondi e credibilmente pregnanti.

Il marketing gli ha dato però prevedibilmente ragione.

Eppure Lady Gaga rimane una bruttina che inevitabilmente piace e con la voce ci sa fare.

Non facendoci rimpiangere molto la somigliante, fisicamente e non, Barbra Streisand.

di Stefano Falotico

 

The Vanishing – Il mistero del faro, recensione

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Oggi, recensiamo per voi The Vanishing – Il mistero del faro di Kristoffer Nyholm, thriller della durata di un’ora e quarantuno minuti, distribuito qui in Italia, dal 28 Febbraio, dalla Notorious Pictures.

Interpretato dal possente Gerard Butler, dal veterano attore scozzese Peter Mullan (TrainspottingMy Name Is JoeI figli degli uomini) e dal giovane Connor Swindells.

The Vanishing – Il mistero del faro è ispirato a una vicenda oscura realmente accaduta, ovvero l’ignota sparizione di tre uomini, guardiani di un faro delle Isole Flannan.

Questa infatti la trama:

James Ducat (Gerard Butler), Thomas Marshall (Peter Mullan) e Donald McArthur (Connor Swindells), come sempre si apprestano a prestare egregio servizio per sei settimane su un faro della Scozia.

Loro, tranquillamente, svolgono il loro lavoro, tenendosi reciprocamente compagnia durante le notti gelide e buie.

Sino a quando, un bel giorno, anche se sarebbe meglio dire in un dì nefasto e cruciale, un misterioso naufrago fuggitivo, approdato sull’isola, aggredisce Donald. Il quale, dapprima impaurito, si lascia sorprendere dalla bestiale furia dell’uomo. Che, fuori controllo e senz’apparenti ragioni, gli si avventa contro e tenta di strozzarlo. Donald però, costretto a difendersi per salvarsi la vita, lo uccide. Sferrandogli in testa un pesante macigno.

Al che, James, Thomas e Donald rinvengono ai piedi del cadavere dell’uomo un forziere che contiene un ricco bottino prezioso.

Dunque, presto arrivano sul posto, altri due uomini dagl’intenti minacciosi.

Da questo momento in poi si scatena un’animalesca orda quasi cannibalistica e omicida di vicendevole autodistruzione. E riemergono in superficie i traumi mai sopiti delle turbolente e inquiete anime di James e Thomas, due uomini dal cupo passato indistricabile, due anime vaganti nel perenne tormento esistenziale, forse per sempre perdute nell’oceano dei loro intimi, insalvabili dolori personali, due anime già dapprincipio annegate nella mesta dimenticanza auto-ingannevole più falsamente benevola e menzognera.

Uno strano oggetto inclassificabile, onestamente, questo The Vanishing – Il mistero del faro.

Dall’andamento narrativo molto tetro, sibillino e soporifero, con molte suggestive scene notturne che si avvalgono della sulfurea fotografia avvolgente di Jørgen Johansson.

Un film che potremmo annettere a quel sottogenere cinematografico definito giallo dell’anima.

Ove la recitazione dei tre protagonisti spicca per pacata finezza sottile.

In cui il grande Peter Mullan fornisce ancora una volta una prova attoriale davvero ammirevole e nel quale Gerard Butler, dopo tanti action più o meno riusciti o fallimentari, torna a cimentarsi nuovamente con un bel ruolo incisivamente drammatico.

No, The Vanishing – Il mistero del faro non è affatto un grande film e si perde, più e più volte, involutamente, in irrisolti psicodrammi interiori mai davvero sviluppati appieno.

Ma è un film dall’innegabile fascino atmosferico. E si lascia vedere molto volentieri, nonostante la pochezza e l’eccessiva elementarità della vicenda narrata.

Ci sentiamo dunque di consigliarvelo.the-vanishing-il-mistero-del-faro-recensione-butler-03

di Stefano Falotico

 

Il corriere – The Mule, recensione

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Ebbene, scusateci per il piccolo ritardo. Ma volevamo gustarcelo e assaporarlo con estrema ponderatezza. Quindi, vi chiediamo clemenza. Sebbene sia uscito giovedì scorso, 7 Febbraio, abbiamo atteso con calma di metabolizzarlo lentamente e ora, terminato che abbiamo d’averlo assaggiato intimamente in ogni nostro venoso sospiro, finalmente ci sentiamo di scrivere la recensione de Il corriere – The Mule.

Opus n. 37 di Clint Eastwood cineasta. Qui forse alla sua ultima interpretazione attoriale.

Le malelingue hanno scritto che Il corriere sarà anche il suo ultimo film in assoluto. Noi sinceramente, nonostante la sua veneranda età di ben ottantotto primavere (presto 89, infatti compie gli anni il prossimo 31 Maggio), speriamo che Eastwood di film ne possa girare ancora e che Il corriere non segni invece, come si è detto, il suo risolutivo testamento artistico.

Innanzitutto perché Clint Eastwood è certamente uno dei massimi registi contemporanei, uno story teller ineguagliabile, dotato di una poetica personalissima difficilmente eguagliabile. E non si può altro dunque che augurargli di campare ancora il più a lungo possibile.

E poi perché, sebbene, come esplicheremo nelle righe a seguire, riconosciamo che Il corriere sia un bel film, non è comunque paragonabile a suoi ben più alti lavori decisamente più memorabili di cui la sua filmografia, soprattutto negli ultimi trent’anni, è stata tanto piena da incantarci ogni qualvolta, estaticamente ammirati, la ripercorriamo con la memoria.

Ma è proprio così? Il corriere è davvero lontanissimo da capolavori come Un mondo perfetto?

Insomma, Il corriere è un film amabile, con momenti straordinari, ma non è Gran Torino. Può essere.

Sebbene, attenzione, le rispettive durate de Il corriere e di Gran Torino siano identiche, ovvero un’ora e cinquantasei minuti. E a scrivere la sceneggiatura de Il corriere sia stato Nick Schenk. Così come avvenuto, parimenti a uno dei massimi masterpiece di Eastwood, ça va sans dire, l’indimenticabile e insuperabile, appena citato Gran Torino.

Appunto, eh.

Il corriere, anche se ci piace propriamente chiamarlo col suo titolo originale, The Mule, eloquentemente più in linea col carattere cocciutamente asinesco e incorreggibile del protagonista, non è un film che passerà alla storia ma uno di quei film “minori” a loro modo comunque inviolabilmente importanti, soprattutto se collegati all’excursus autoriale di Eastwood, un film magicamente in linea con la sua inattaccabile, moralmente ieratica e anti-compassionevole visione della vita e del mondo, una pellicola aderente alla sua pelle d’artista e da cantore crepuscolare in modo così simbiotico a Eastwood stesso che noi ammiratori non ne possiamo prescindere, un film bruscamente secco e talvolta sin troppo leggero, con molti difetti e forse persino qualche sciatteria e delle ingenuità che da Eastwood non ci saremmo aspettati, ma anche un film tanto sinceramente vivo da raschiarci e squagliarci ugualmente in profondità, liquefacendoci d’emozioni purissime, echeggiando zampillante nel cuore nostro più romantico, ardendolo di dorata maestosità viva e pulsante. Cioè un piccolo film che che però, nella sua pur scanzonata, discretissima semplicità buffonescamente tenera e al contempo malinconicamente struggente, ancora una volta, come sempre accade con Eastwood, ci ha toccato soavemente l’anima. Illuminandola di sublime levità.

La trama è questa. Ricalcata dallo stesso writer Schenk dall’articolo del New York Times intitolato The Sinaloa Cartel’s 90-Year-Old Drug Mule.

Basata, seppure in forma estremamente romanzata, sulla vita del vero Leo Sharp. Che qui assume il nome fittizio di Earl Stone.

Un veterano di guerra, un floricoltore ora molto anziano che, dopo la chiusura coatta della sua attività, o meglio a causa del suo pignoramento, pur di fare qualche soldo utile, accetta di prestarsi come guidatore speciale. Eh sì, speciale perché Earl è totalmente ignaro del pasticcio in cui ingenuamente si è andato a cacciare. Lui non diventa, infatti, un semplice autotrasportatore bensì un involontario corriere della droga.

Tanto che fa persino conoscenza col boss del narcotraffico, Laton (Andy Garcia).

Earl è stato anche preso di mira, a sua totale insaputa, dalla DEA e dal suo intransigente agente Colin Bates (un Bradley Cooper puntualmente bravo).

Se la prima ora, onestamente, non ci aveva entusiasmato e, a differenza di altre volte, le battute a effetto in puro stile Eastwood ci son parse in questo caso deboli e forzate, pedanti e oltremodo razziste, se le due scene con le prostitute, prima al motel e poi nella magione di Laton, ci sono sembrate di primo acchito volgari e patetiche, quasi vomitevoli anziché autoironiche, ecco che all’improvviso The Mule subisce un’inaspettata, mirabile impennata, regalandoci un’ultima mezz’ora eccezionale.

Il vegliardo, rincoglionito Earl torna al capezzale della moglie morente Mary (una dolcissima Dianne Wiest) e i suoi sguardi con lei, tenerissimi e angosciosamente, romanticamente disperati, valgono il prezzo del biglietto. Così com’è indimenticabile il breve, palpitante dialogo fra Earl e Bates al bar alle prime, soffuse, fiocamente languide, pallidissime luci dell’alba. Vibrante, ove The Mule diviene davvero una sorta di The Straight Story lynchiana. O ancor meglio una non banale riflessione on the road sul cammino dell’esistenza, nel sintomatico confronto fra una giovinezza tormentata e incerta, seppure ambiziosa, come quella di Bates, e il volto rugoso, malconcio del macilento, raggrinzito teschio ambulante incarnato, anzi scarnificato del viso emblematico di Eastwood. Due solitudini che si specchiano reciprocamente impaurite da quel che sarà per Bates e da quello che è già, purtroppo, stato per Earl.

E alla fine Earl abdicherà, coraggiosamente, dinanzi all’ineluttabilità della sua inevitabile vecchiaia.

Trovando splendidamente il coraggio di guardare in faccia, forse per la prima volta, la verità. Riconoscendo a tutti ma soprattutto a sé stesso, senza pietismi e autoassoluzioni consolatorie, la propria sconfitta, la propria decadenza.

La propria inarrestabile, incarcerata fine. Il tramonto di un sogno chiamato vita.

The Mule non è forse un grande film ma un film che crescerà nei nostri cuori ora dopo ora.

E forse un giorno diverrà un capolavoro.

Chissà.il-corriere-the-mule-recensione-clint-eastwood-02 il-corriere-the-mule-recensione-clint-eastwood-01 il-corriere-the-mule-recensione-clint-eastwood-04

di Stefano Falotico

 

Bohemian Rhapsody, recensione

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Ebbene, recensiamo, in concomitanza con l’uscita del Blu-ray in edizione italiana del 28 Marzo, una delle pellicole più acclamate dal pubblico di tutto il mondo, invisa però a buona parte della Critica altera e sussiegosa, ovvero lo sfavillante Bohemian Rhapsody, firmato da Bryan Singer con protagonista un magnifico, insuperabile Rami Malek.

Come sappiamo, Singer è stato costretto ad abbandonare il set a sole due settimane dalla fine delle riprese, rimpiazzato per le scene da ultimare, in extremis, da Dexter Fletcher. Alla fine, a essere accreditato come unico regista è stato appunto soltanto Singer. E non Fletcher a cui comunque è stata ovviamente riconosciuta la paternità delle scene mai completate da Singer ma il cui nome è comparso solamente nei ringraziamenti ed è stato menzionato, fra gli altri, come onorevole figura di produttore esecutivo.

Bohemian Rhapsody, dicevamo.

Ecco, chi scrive questo pezzo deve esservi estremamente sincero. Sino a oggi questa pellicola attesissima, dalla gestazione interminabile sulla quale, se voleste informarvi, troverete delucidazioni ben più esaustive sul net, Wikipedia e siti addetti, annessi e connessi, per cui sono stati associati nel corso degli anni registi di rilievo come Stephen Frears e Tom Hooper e come protagonista fu inizialmente designato il birbante, provocatore Sacha Baron Cohen, eccetera, eccetera, non l’avevo ancora personalmente visionata, devo confessarvi la verità.

Ne avevo infatti sentito parlare talmente male, con tanta sfacciata, puntigliosa, insopportabile cinefilia boriosissima e altezzosità severa, d’aver rinunciato a vederla in sala ai tempi della sua uscita sui nostri schermi, avvenuta ovvero il 29 Novembre dell’anno scorso.

Bohemian Rhapsody, essendo (mi pare inutile rimarcarlo ma comunque necessario per dovere recensorio) un biopic su una delle rock band più amate, leggendarie e celebrate di tutti i tempi, vale a dire i Queen, ma in particolar modo incentrata quasi però esclusivamente sulla figura del suo storico, indimenticabile frontrman Freddie Mercury, ha naturalmente fatto sfracelli al botteghino, incassando cifre da capogiro a fronte dei suoi soli cinquantadue milioni di dollari di budget.

Un budget alquanto ridicolo, considerando che si parla appunto di una biografia cinematografica che abbisognava di varie, cospicue scene di massa per i gremiti concerti e di un notevole dispendio decorativo per la ricostruzione piuttosto, sì, contemporanea della vicenda ma pur sempre d’epoca, trattandosi di eventi successi non tanto in là. Nel loro cotanto protendersi sinuoso quanto linearmente dipanarsi didatticamente filologico, seppur semplificato, per non dire spesso abbozzato e superficialmente talvolta incongruente o impreciso, messo scolasticamente in scena con una narrazione esageratamente schematizzata.

E nonostante lo spropositato quanto, ripetiamo, prevedibile successo planetario in termini d’incassi e il quasi unanime apprezzamento sperticato degli spettatori, la Critica non gli è stata assai benevola. Perlomeno il film ha visto critici schierarglisi apertamente contro che hanno definito questa pellicola come la solita, agiografica, romanzata ed edulcorata, civettuola biografia musicale, sceneggiata all’acqua di rose e in forma quasi bambinesca, a dispetto comunque delle firme alquanto illustri dei suoi writer Peter Morgan (The Queen – La regina) ed Anthony McCarten (La teoria del tutto), e critici invece a essa molto più accondiscendenti o addirittura lusinghieri. I quali hanno favorevolmente accolto Bohemian Rhapsody, definendolo un film che, al di là dei suoi immancabili difetti, dei suoi toni mielosamente elegiaci, delle sue madornali pecche di scrittura e delle sue consistenti banalità registiche, ha centrato pienamente il suo bersaglio, avvincendo proprio per la sua spudorata, commovente schiettezza emozionale. Ingenua, appassionante, furbescamente ammiccante nei confronti di chi, già sfegatato fan irriducibile da una vita dei Queen, desiderava solo che, così come infatti puntualmente è avvenuto, si esaltasse e divinizzasse in modo gloriosamente idolatrante il loro intoccabile, immortale Freddie Mercury.

Sì, da questo punto di vista, Bohemian Rhapsody funziona. Anche parecchio.

Perché poco importa che si sia stati sciatti e poco accurati, se non addirittura grossolani, nell’abbellire in modo eccessivamente retorico la figura, sì, immensamente carismatica di Mercury pur così piena d’inquietanti ombre che avrebbero meritato certamente un maggiore approfondimento introspettivo.

E che i membri della band, Brian May e Roger Taylor soprattutto, incarnati rispettivamente da Gwilym Lee e da Ben Hardy, siano stati ridotti a macchiette bidimensionali. Recitando battute ovvie e perfino imbarazzanti.

Perché a tutti gli estimatori di Queen importava soltanto che la loro icona Mercury fosse descritta con finezza, cesellata con delicata cura amorevole, glorificandone le fragilità e decantandole come pregi mirabili e straordinari, omettendo volutamente i tratti oscuri di una personalità assai più complessa, poderosa, tanto emotivamente ambigua quanto inimitabile, debordante, folcloristica, perversamente trascinante.

E non aspettavano altro che l’annunciato show finale del Live Aid di Wembley.

Che in effetti da solo varrebbe il prezzo del biglietto in quanto senz’ombra di dubbio sortisce magicamente il suo appassionantissimo impatto memorabile.

Bohemian Rhapsody è sostanzialmente un bel film perché Malek fisiognomicamente assomiglia invero ben poco al vero Mercury. Ma questo ragazzo ha infuso alla sua rappresentazione di Mercury una tale commovente energia, una così contagiosa forza interpretativa toccante da mettere i brividi.

Al di là del pacchiano trucco posticcio e degli esagerati dentoni da castoro appioppatigli nel viso, Malek non ha infatti soltanto riprodotto fedelissimamente le esatte posture e la celeberrima mimica di Mercury, bensì ha compiuto prodigiosamente un lavoro ben superiore, gli ha trasmesso un’anima tutta nuova, l’ha reinventato a immagine e somiglianza tenerissima del suo viso iper-espressivo, ricreandolo e plasmandolo in modo rivoluzionario e stupefacente. Personalissimo e monumentale.

Davvero una prova da Oscar.

Quindi, Bohemian Rhapsody, sì, non è né più né meno del solito, esaltatorio biopic su una mitica rockstar.

Malek non è stato, ad esempio, il bolso Val Kilmer/Jim Morrison di The Doors,

Malek si è distinto alla grandissima.

Trasformando un film oggettivamente mediocre in un film da ricordare.

di Stefano Falotico

 

Green Book, recensione

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Ebbene, è appena uscito finalmente anche nelle nostre sale il film fenomeno dell’anno, ovvero Green Book. Film della corposa durata di due ore e dieci minuti diretto con mano sensibile ed egregia da un sorprendente Peter Farrelly. Che dopo le tante commedie demenziali girate in coppia col fratello Bobby, Tutti pazzi per MaryScemo & più scemo su tutte, da solo qui dietro la macchina da presa sfodera un tocco personalissimamente magico e sobriamente leggero quanto appassionatamente scanzonato che mai avremmo immaginato che potesse possedere, confezionando un instant classic già vincitore di tre pregevolissimi Golden Globe, fra cui Best Motion Picture – Musical or Comedy, e regalandoci una pellicola nominata a ben cinque premi Oscar, fra cui Miglior Film.

Green Book ha fatto sfracelli tra pubblico e Critica e, solo dopo pochissimi giorni di programmazione nelle nostre sale, sin dal suo debutto avvenuto giovedì scorso 31 Gennaio, pare che stia piacendo tantissimo, visti i considerevoli incassi, anche tra gli spettatori italiani.

Trama…

Siamo nella New York allegoricamente, volutamente un po’ stereotipata e vivacemente colorita dei primissimi anni sessanta. Ove, sin dalle primissime sequenze, veniamo catapultati dentro la rocambolesca vita di Frank Anthony Vallelonga (Viggo Mortensen) soprannominato, nell’ambiente d’italoamericani mangia-spaghetti, Tony Lip. Un buttafuori appesantito e rozzo, dai modi bruschi e irruenti, un uomo grande e grosso, come si suol dire, scalcagnato, sgarrupato e leggermente sfigato, un duro dal cuore tenero interpretato in maniera sublime da un Viggo Mortensen notevolmente ingrassato e raramente così ispirato. Dopo la chiusura del locale per cui lavora, Tony vivacchia alla bell’e meglio, tirando a campare come può, tirando su qualche soldo per mantenere la nutrita famiglia e sua moglie Dolores (Linda Cardellini) grazie a buffonesche, cialtronesche scommesse assai rischiose. Al che, proprio quando il piatto piange, come si suol dire, gli viene offerta una nuova, allettante e remunerativa proposta di lavoro. Cioè essere l’autista personale di Don Shirley (Mahershala Ali), un eccelso e mirabile pianista di musica classica, un gigante di colore dal talento eccezionale che deve andare in tour nel profondo sud degli Stati Uniti.

Tony incontra privatamente Don e, dopo qualche breve scaramuccia tra i due e un’iniziale diffidenza, dopo alcune ritrosie e inevitabili quanto comprensibili titubanze, Tony si lascia piacevolmente assumere e coinvolgere in quest’inaspettata, bizzarra avventura on the road. Nonostante le enormi differenze caratteriali e le loro abissali distanze culturali, fra i due scatta subito una fortissima amicizia. Quasi un legame parentale fra due persone che, per origini e contrapposti background, di primo acchito parrebbero lontane anni luce e, invece, scopriremo essere più vicine di quanto avessimo potuto aprioristicamente desumere.

Don è un musicista molto apprezzato e trionfalmente applaudito durante i suoi inestimabili concerti ma è anche costretto, malgrado la sua nomea e la sua altolocata fama, a subire ancora gli stigmatizzanti e inestirpabili pregiudizi razziali di un’America puritana, segregazionista e vessatoria.

Eppure a sostenerlo in questo straordinario, spericolato quanto ostico viaggio lungo le strade e le città degli States, vi sarà accanto a lui, appunto, Tony Lip. Una sorta di spregiudicato consigliere tuttofare senza macchia e senza paura, un cavaliere impavido, un omaccione un po’ cafone e ignorante, un tipo abbastanza sguaiato e beceramente appariscente che, dietro la scorza villana della sua maldestra, istintiva scortesia e bonaria stronzaggine, nasconde però, come vedremo, un animo buono e lindamente purissimo.

E alla fine, a dispetto di qualche veniale, passeggera, vicendevole, trascurabile schermaglia, nascerà e si solidificherà fra loro un legame forse destinato a durare indissolubilmente per sempre.

Non sveliamo altro per non rovinarvi la sorpresa. Ci pare di avervi già detto perfino troppo.

Mortensen, ribadiamolo, è in continua, inarrestabile ascesa attoriale e, dopo le sue acclamate collaborazioni con David Cronenberg e l’osannato suo Ben Cash di Captain Fantastic, azzecca un altro indimenticabile personaggio, donandoci una performance meravigliosa, istrionicamente misurata e al contempo scoppiettante e incontenibilmente, contagiosamente trascinante.

Beccandosi una nomination sacrosanta come Best Actor. Ma non gli è da meno Mahershala Ali, anch’egli candidato agli Oscar, seppur solo nella categoria di migliore attore non protagonista. Cesella con infinita classe e delicatezza sfumatamente introspettiva un character parimenti memorabile e commoventemente incisivo.

È forse davvero lui il nuovo Morgan Freeman. Guardatelo in questi giorni anche in True Detective 3 e capirete che ci troviamo, senz’ombra di dubbio, di fronte a uno di quegli attori tanto versatili e carismatici del quale sentiremo parlare molto, molto a lungo.

Detto questo, chiariamoci. Green Book non è un capolavoro e non è esente affatto da difetti. E tutto sommato abbiamo visto storie analoghe in tantissimi altri film.

Ma è quel tipo di feel good movie che, stando attento a non cascare mai nella ruffianeria più programmatica, accorto a non scivolare nella scontata, melensa retorica, anche se spesso la vicenda avrebbe certamente implicato un deleterio retrogusto dolciastro e furbetto, si lascia vedere amabilmente.

Perché è girato con estrema finezza, dosa sapientemente buoni sentimenti e anche sapido, schietto cinismo con raffinata mistura e misura estetica, con ponderata diegetica di alta scuola emozionale.

Memore della lezione signorile del grande Frank Capra.

Green Book è stato candidato anche per la migliore sceneggiatura originale scritta dallo stesso Peter Farrelly e da Brian Hayes Currie assieme a Nick Vallelonga che, nel film, interpreta la parte di Augie ed è nientepopodimeno che il vero figlio di Tony Lip, alias appunto Anthony Vallelonga.

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di Stefano Falotico

 

The Punisher 2, recensione completa

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Ebbene, finalmente abbiamo terminato di vederla. Stiamo parlando della seconda stagione di The Punisher, targato Marvel, con protagonista il solito strepitoso Jon Bernthal. Un uomo che, dopo tante particine, dopo essere stato il figlio di Robert De Niro nel divertente ma pasticciato e alquanto disdicevole Il grande match, Grady ‘Coon-Ass’ Travis in Fury assieme a Brad Pitt, il ciarlatano e un po’ imbranato Brad dello scorsesiano The Wolf of Wall Street con Leonardo DiCaprio, Matt ne I segreti di Wind River, il truffaldino ma sessualmente appetibile Ted di Sicario firmato Denis Villleneuve (sì, era lui quello che flirtava con Emily Blunt, portandosela a letto), dopo The Accountant e tantissimi altri ruoli più o meno incisivi, con The Punisher pare aver trovato la sua definitiva, giusta dimensione attoriale.

Chiariamoci. Il Punitore del celeberrimo fumetto è, se possibile, ancora più coriaceo e taurino, più muscoloso e ingrugnito del pur somigliante nostro Bernthal ma Bernthal ha saputo infondere, in questa rivisitazione targata Netflix, un’anima al personaggio e una sorta di specularità emozionale da lasciarci stupefatti e senza fiato. Un’incarnazione fantasiosa, personalissima eppur agganciata allo spirito originario del personaggio stesso da lui rappresentato.

Bernthal è, come si suol dire, l’attore perfetto, nato per questa parte. E, dopo averlo visto in azione e aver accaloratamente tifato a spron battuto per lui, non riesco sinceramente a immaginare un altro interprete al suo posto.

Davvero grandioso, magnifico.

Premesso ciò, al di là, ribadisco, della mia oramai sconfinata ammirazione per Bernthal, rapace, grintoso, capace di farci stare simpatico un personaggio che, onestamente, malgrado il suo imperdonabile passato traumatico e l’aver visto sterminare la sua famiglia sotto i suoi occhi, non è che sia propriamente uno stinco di santo, The Punisher 2 (e ci stringe il cuore affermare quanto segue) ha parzialmente fallito e mancato il bersaglio. Deludendoci, in fin dei conti, non poco.

Dopo l’acclamata prima stagione, i fan di questa serie trepidantemente non vedevano l’ora di riabbracciare il loro beniamino per antonomasia, il Punitore, sperando che continuasse a picchiare i bastardi e i figli di puttana meritevoli dei suoi vendicativi pestaggi sanguinari, e dunque a gran voce avevano chiesto immediatamente, appunto, la stagione due.

Probabilmente, pur di accontentarli quanto prima, gli sceneggiatori e la produzione hanno accelerato oltremodo l’operazione, diciamo, di rilancio e, a soltanto un anno di distanza dal debutto della prima stagione, affrettando sciattamente un po’ tutto, hanno distribuito questo nuovo segmento, sorvolando colpevolmente sui dettagli e sui personaggi.

The Punisher 2 è rocambolesco, violentissimo quanto il primo, esuberante, guascone e pieno di momenti memorabili ma sostanzialmente assai monocorde e, in particolar modo negli ultimi episodi, fiacco e privo di quella coesa tensione creativa, di quel vivo, appassionante mordente funambolicamente cinetico, spericolato ed emozionante del capitolo numero uno. Avevamo detto che i primi cinque episodi di The Punisher 2 ci avevano abbastanza folgorato. E tutto lasciava presagire infatti di trovarci dinanzi a una serie nuovamente, quanto la prima, estremamente soddisfacente. Purtroppo, ahinoi, così non è stato. Esattamente, è dall’episodio numero sette che qualcosa, anzi più di qualche cosa, ha iniziato a non funzionare e la chimica s’è rovinosamente inceppata. L’intrepida e coinvolgente amalgama dei primi episodi si è affievolita a dismisura e pian piano squagliata sotto i coli letali e pedissequi di una narrazione eccessivamente prolissa, piena zeppa di digressioni inutili, soporifere, per non dire imbarazzanti.

Josh Stewart, nei panni del Pilgrim, dopo averci entusiasmato e stupito con la sordina magnetica dei primi episodi, si è sciolto come neve al sole e il suo pur interessantissimo personaggio, così come di conseguenza la sua prova recitativa, ha cominciato a essere sempre più bidimensionale, scadendo perfino nel patetico e ridicolo involontario. Come se gli sceneggiatori, non sapendo bene come delinearlo, in corso di sviluppo, avessero tralasciato aspetti peculiari della sua personalità che dovevano essere necessariamente approfonditi e descritti con più puntigliosa oculatezza.

Così, il Pilgrim è diventato soltanto un fantoccio moralmente ambiguo, deprivato di ogni spessore, trasformandosi in un velleitario giustiziere della notte introspettivamente assai poco affascinante, un fanatico religioso mezzo scemo la cui vera reattività consiste solamente nel voler liberare e riscattare i propri figli dalle grinfie del malvagio governatore stupidissimo.

Floriana Lima, nei panni della dottoressa Krista Dumont, non ci ha peraltro convinto appieno. Lei è stata inappuntabile e bravissima ma, essendo stato ancora una volta sbrigativamente e superficialmente mal risolto il suo complesso, sfaccettato e ambiguo, inquietante personaggio, a risentirne è stata inevitabilmente la sua recitazione. Rattrappita in uno spettro algido d’inconsistente futilità. Un personaggio dal potenziale micidiale che alla fine, per come è stato scritto, è risultato soltanto innocuo e alquanto superfluo.

Ben Barnes è stato eccelso. La sua è stata veramente una prova notevolissima. Sì. Peccato però che (e qui spoilero di brutto), da anfitrione carismatico della sua anima spezzata e della sua spregevole maschera luciferina, deturpata e perciò assai ricca di possibili sfumature psicologicamente potentissime, sia morto ingloriosamente come un povero fesso. Chi s’aspettava un nuovo, straordinario confronto simil Face/Off, resterà sconcertato. Nessun duello titanico…

Amber Rose Revah, nei panni di Madani, impeccabilmente ha svolto il suo ottimo lavoro. Ed è sempre stata avvenente, sensuale col suo impressionante strabismo di Venere e molto fotogenica. Questo lo sapevamo già. Ma (e questa era una pecca, comunque, anche della prima stagione) Madani è un character davvero antipacitissimo e nonostante, dopo mille resistenze, si convinca che il nostro Frank Castle sia un uomo dai metodi alla Sylvester Stallone/Cobra assai discutibili ma un puro e un giusto, malgrado poi sfrenatamente parteggi per lui, non suscita affatto empatia.

 Jason R. Moore, nei panni di Curtis, ha qui uno spazio decisamente maggiore. Tant’è che verso la fine di questo The Punisher 2 diviene quasi il co-protagonista della storia. Ma, scusate, sì, gli è stata messa a posto la gamba e tolta, forse, la protesi, ma il chirurgo dev’essere stato un genio da premio Nobel per avergli impiantato dei muscoli, oserei dire, bionici. Perché lotta e combatte come Bruce Lee. Abbastanza assurdo.

Su Giorgia Whigham/Amy Bendix, lascerei perdere. Stendiamo un velo pietoso. Ma, soprattutto, che fine ha fatto la barista “molto Pearl Jam” Beth Quinn, interpretata da Alexa Davalos?

L’amour fou col Punitore era sulla carta uno snodo narrativo molto intrigante.

Infine, la bellissima Deborah Ann Woll/Karen Page è comparsa, fugacemente, nel più maldestro episodio inutile della serie. Patteggiando con un medico dal cuore tenero ma tonto, regalandogli come premio delle calzature femminili da feticista paragonabile al Brudos di Mindhunter. Che scena scult.

Detto ciò. The Punisher 2 può aver, a dispetto di quanto affermato, vantato l’avvicendamento dietro la macchina da presa anche di Stephen Kay, il regista de La vendetta di Carter, per l’episodio 12, Collision Course, il più adrenalinico dell’intera stagione con una magistrale, vibrante car chase scene da applausi.

Troppo poco.

Non lo bocciamo perché il Punitore è un dio. Ma i difetti son stati tantissimi.

di Stefano Falotico

 

Racconti di Cinema – Nemico pubblico di Michael Mann con Johnny Depp e Christian Bale

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Oggi recensiamo il magnifico Nemico pubblico di Michael Mann, traduzione “(al) singolare” del titolo originale al plurale, Public Enemies. Da non confondere, per nessuna ragione al mondo, con l’omonimo film del ’31 (The Public Enemy) di William A. Wellman, con uno strepitoso James Cagney, e neppure con la pellicola in due parti di Jean-François Richet con Vincent Cassel.

Nemico pubblico di Michael Mann è un film della durata di due ore e venti minuti esatti, uscito in Italia il 6 Novembre del 2009. Totalmente ignorato, al solito ingiustamente, come spesso accade con Mann, dagli Academy Award, che però al botteghino è andato assai bene. Sceneggiato dallo stesso Mann assieme a Ronan Bennett e Ann Biderman che hanno, pur con molte libertà, adattato il libro-saggio inchiesta di Bryan Burrough, Public Enemies: America’s Greatest Crime Wave and the Birth of the FBI, 1933-43, edito da noi per la Sperling & Kupfer.

Questa la sinossi ufficiale del libro:

In un Paese prostrato dalla crisi del ’29, i fuorilegge spadroneggiano per le strade delle città. Hanno macchine veloci e armi automatiche, coraggio e sangue freddo da vendere. Rapinano banche, sequestrano persone, uccidono senza pietà. Sono criminali efferati, eppure anche ladri gentiluomini, acclamati dalla gente comune come novelli Robin Hood. Ma la reazione di Washington a questa ondata di violenza senza precedenti non si fa attendere, ed è racchiusa in una sigla: FBI. Guidata dal giovane e spregiudicato direttore Edgar Hoover, la neonata agenzia federale condurrà una battaglia epica contro il mucchio selvaggio dei geni criminali, destinati a diventare icone dell’immaginario collettivo a stelle e strisce: John Dillinger, Machine Gun Kelly, Baby Face Nelson, Bonnie & Clyde… Due anni di guerra fra “buoni” e “cattivi”, nella giungla d’asfalto americana, che porteranno i nemici pubblici dietro le sbarre o, più spesso, all’obitorio.

Nemico pubblico di Mann, invero, dà poco spazio alle altre figure criminali, elidendo ad esempio Bonnie e Clyde, concentrandosi quasi esclusivamente sul duello fra il bandito John Dillinger (un Johnny Depp al top, in una delle sue ultime performance davvero considerevoli) e l’agente Melvin Purvis, interpretato con sottile, nervosa finezza da un ottimo Christian Bale. E tralascia tutte le figure di contorno per focalizzarsi in maniera pressoché totale su Dillinger e Purvis, sulle loro antitetiche personalità, sulla caccia spietata di Purvis per catturare Dillinger e sulla relazione, molto romantica ma al contempo fuggevole e illusoria d’amor fou, tra Dillinger e la guardarobiera Billie Frechette (Marion Cotillard). Relegando J. Edgar Hoover (Billy Crudup) a comprimario abbastanza superfluo.

Questa essenzialmente la trama, molto classica e lineare, apparentemente semplicistica ma che, come sempre succede con Mann, è invece elaboratissima nella definizione psicologica, sfumata e introspettiva, dei due acerrimi antagonisti. E puntualmente, sfrenatamente romantica, epicamente antologica. Potremmo dire, una rivisitazione di Heat, maggiormente stilizzata, da film d’epoca per una più secca, fredda lotta dicotomica fra due nemesi, tra due uomini schierati su fronti opposti che si affrontano a viso aperto. Ove Melvin, parimenti a Vincent Hanna/Pacino, suggella la sua vittoria finale dopo un’interminabile sfida, anche psicologica, acchiappando Dillinger ma, a differenza di Heat, non potendosi fregiare di essere stato il suo vero uccisore. Perché la morte di Dillinger invece avviene per mano del suo braccio destro Charles Winstead (Stephen Lang). Che vilmente spara a bruciapelo a Dillinger dopo che quest’ultimo, ricercato e oramai alle strette, malinconicamente esce da una sala cinematografica, già consapevole di essere finito e fottuto. Avendo assistito commosso a Le due strade (Manhattan Melodrama) con protagonista il suo alter ego immaginario, Clark Gable, proiezione a sua volta dei propri sogni di gloria infranti. Con tanto di storico, iconico baffetto specularmente analogo al suo look da fuorilegge spavaldo e gaglioffo. E con Gable, radioso, a salutare i suoi compagni prigionieri ché, non più attanagliato dal giogo carcerario, si avvia speranzoso e, nonostante tutto, irrimediabilmente, irrinunciabilmente sognatore verso una più radiosa vita nuova e luccicante. Una scena stupenda, di meta-cinema assoluto, trasfigurazione, quasi allucinatoria e onirica, di ogni chimerica, effimera, utopistica voglia impossibile di libertà da parte di un dead man walking che sta, invero, soltanto aspettando il colpo di grazia inevitabile. Un uomo braccato e già bruciato che però s’illude di farcela per un infinitesimo istante di trasognata estasi emozionale, a elevazione titanica, tristemente leggendaria del proprio orgoglio auto-elegiaco, a sublimazione nostalgica e magica del suo viale del tramonto fatidico.

Basterebbe questa scena per definire Nemico pubblico un grandissimo film.

Un film del quale, adesso, esploriamo brevemente la genesi.

Nemico pubblico doveva essere una miniserie della HBO con Robert De Niro come executive producer. E a quei tempi la produzione chiese espressamente a Burrough di adattare il suo libro e redigere dunque la sceneggiatura.

Il protagonista designato era DiCaprio. Ma poi il progetto cadde nel dimenticatoio.

Mann, nell’Ottobre del 2007, firmò con la Paramount e la Tribeca di De Niro e Jane Rosenthal per dirigere proprio lo stesso De Niro nell’adattamento de L’inverno di Frankie Machine di Don Winslow. Su script di Alex Tse (Watchmen). Ma, anche in questo caso, per motivi tutt’ora inspiegabilmente ignoti, il film saltò.

Al che De Niro, forse per scusarsi dell’improvviso forfait, sempre attraverso la sua TriBeCa Productions, in concomitanza con la Universal Pictures e la Forward Pass di Mann, fu uno dei principali artefici e finanziari creatori di Nemico pubblico. Sebbene, chissà perché, sia lui che Jane Rosenthal non vollero che comparissero i loro rispettivi credits come produttori esecutivi.

Fatto sta che Nemico pubblico, nella sua trama stringata e apparentemente manichea, è straordinario, con una meravigliosa fotografia in digitale di Dante Spinotti, habitué di Mann, si avvale di un ritmo incessante, adrenalinico e sfoggia, senza vergogna, in puro stile Mann, una storia d’amore tanto sentimentalmente gigantesca, quasi parossisticamente finta, e perciò clamorosamente, ingenuamente incantevole, da romanzetto Harmony nella sua forma più cristallinamente ingenua e contagiosamente strappalacrime, da lasciarci tramortiti, a bocca aperta, meravigliosamente incantati.racconti-di-cinema-nemico-pubblico-copertina-660x330

di Stefano Falotico

 
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