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Recensioni integrali by Falò e alla sua maniera de Il rapimento di Arabella & nientepopodimeno che STRANGER THINGS 5!

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Una vellutata fiaba poeticamente dark… È la superba, onirica e favolistica storia d’una fantasmatica sparizione misteriosa, d’inaspettati ritrovamenti e inquietanti smarrimenti esistenziali fra lor teneramente intrecciati, di speculari analogie simbiotiche e dolcezze intersecate, sfregiate, sfiorite, rifiorite o sol amorevolmente sfioratesi

Direttamente dalla prestigiosa 82.a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, recensiamo la seconda, molto interessante, opera della regista Carolina Cavalli, ovverosia Il rapimento di Arabella, presentato alla sezione Orizzonti nel primo giorno d’apertura del Festival per quanto concerne l’anteprima esclusiva riservata alla stampa e ufficialmente nel dì successivo, vale a dire precisamente, il 28 agosto, per la visione pubblica dedicata agli spettatori non tesserati.

Dopo l’esplosivo Amanda del 2022, Cavalli, autrice ancor una volta anche del soggetto e della sceneggiatura originale, per questo suo mirabolante secondo opus ritrova per di più la magnifica protagonista del suo esordio, Benedetta Porcaroli (Il gattopardo). E tal artistica, affiatata reunion si rivela vincente, decisamente splendida splendente! Pellicola della snella, giammai tediosa, bensì fluidamente scorrevole e piacevole, durata di un’ora e quarantasette minuti, come meglio esplicheremo nella nostra disamina a seguire, Il rapimento di Arabella è sia divertente e struggente che sorprendente, probabilmente difettoso e spesso incerto, eppur meritevole del nostro largo apprezzamento sentitamente elargitogli. Eccone la trama, da noi molto sintetizzatavi ed espressa nelle sue linee più salienti e “sommarie” per evitarvi spoiler sgraditi e indesiderati: Una strana, immacolata bambina, di nome Holly (Lucrezia Guglielmino), vispa, dalle iridi cangevoli e dai capelli fulvi, si trova in Italia, accompagnata da suo padre (Chris Pine, Hell or High Water), quest’ultimo arrivato nel nostro Paese per ricevere un ambito premio omaggiante la sua carriera. L’uomo, distrattamente, la perde sciaguratamente di vista. Holly, allontanatasene incoscientemente, a notte foscamente inoltrata, tra le fioche luci visivamente lisergiche d’uno spoglio, fatiscente parcheggio non molto distante dal luogo ove il padre ritirò l’onorificenza assegnatagli, vicino al Taco King, adocchia immediatamente una ragazza, Arabella (Porcaroli). Che a sua volta, immantinente, folgorata da Holly, si convince all’istante di essere la versione nientepopodimeno di sé stessa da piccolissima in un universo parallelo. Arabella è una disastrata girl studentessa di Fisica, chissà se diligente o indisciplinata, forse perfino così ligia verso la materia scientifica degli studi intrapresi da essersene lasciata contagiosamente suggestionare ingenuamente, “incarnandosi” per di più in una distorta visione della vita, non soltanto propria. Senza dubbio è un po’ “spostata”, sbandatamente perduta in un’esistenza ampiamente insoddisfacente in cui ancor sta affannosamente provando a individuarsi all’interno della società, sfuggente, impervia e morbosa. Bazzica poveri ambienti discutibili e frequenta spesso un ragazzo parimenti “strambo” (Marco Bonadei). Ebbene, una volta scomparsa Holly, ovviamente suo padre, inconsolabilmente disperato, denuncia l’avvenuto, scioccante smarrimento traumatico e le forze dell’ordine, chissà se davvero prodighe e attente, si mettono pigramente alla ricerca della bimba in questione. Nel frattempo, Arabella ha “rapito” Holly e fuggevolmente, allo sbaraglio e in un lampo più celere d’un emotivamente straziante e accecante colpo di fulmine impetuoso, sinuosamente repentino e folle, è d’istinto scappata con lei verso un’indistinta meta sconosciuta. Durante il picaresco viaggio indefinito, tanto pericoloso quanto avventurosamente ricolmo sia d’incontri garbati, fra i quali quello benefico, probabilmente salvifico e illuminante, con un’attempata ma caritatevole maestra di danza (Eva Robin’s, Tenebre, magistrale e inedita), e altri più sfortunosi e rischiosi, Arabella inizia a conoscere Holly, riconoscersi in lei e viceversa. Cosicché, magicamente fra le due s’innesca un transfert unico e surreale, avviene dolcissimamente una potente simbiosi vicendevolmente compenetrante di due fragili anime disadorne, disarmate, metaforicamente nude, estremamente vulnerabili e abbandonate al proprio duro, imperituro ma invincibile, scricchiolante destino friabile, due paritetiche anime dall’età anagrafica differente ma combacianti perfettamente come due sovrapposti eppur contrastanti rovesci d’una medaglia e/o specchio appartenente a un caleidoscopico, pazzo mondo distopico che riflette identità dissimili e al contempo, paradossalmente e bellamente, in maniera accorata le accorpa in un indissolubile, indivisibile ed assurdo legame sia metafisicamente “corporeo” che ancestrale.

Fotografato in modo ipnotico, limpido e suadente da un ispirato Lorenzo Levini, diretto con mano accurata, ferma e soprattutto coraggiosa da Cavalli che non ha nessun timore di cader nel possibile ridicolo, però sempre ben evitato, con arguzia e classe da vendere, laddove alcune sue azzardate trovate e invenzioni creative di ripresa, scelta di personaggi di contorno assai squinternati, eccessivamente coloriti, e ambientazione minimalista delle più scenograficamente “circensi”, potevano invece far sì che insorgesse grottescamente in modo tragicomico e rovinoso, Il rapimento di Arabella, malgrado la semplicità parossistica della sua vicenda “inesistente” a livello d’eventi narratici, invero assai scarsi, non frana mai, intrattiene e vivamente emoziona con brio e leggerezza armoniche. Rapendoci, perdonateci per il gioco di parole, mediante un tourbillon immaginifico coloratamente pindarico che rifulge di splendore visionario ed è intonato sofficemente a calde atmosfere malinconicamente meravigliose. Avvolgenti e coinvolgenti. Porcaroli è al solito eccelsa, la giovanissima Guglielmino si rivela enfant prodige simpaticissima e bravissima, mentre Bonadei spicca e rimane subito impresso per caratteristica fisionomia e presenza scenica carismatica

Un po’ inutile e sprecata la partecipazione impalpabile come un ectoplasma che appare e scompare in un batter d’occhio impercettibile, di Roberto Zibetti (qui a Venezia 82, presente anche con La grazia) e gravemente sottoutilizzato Pine, questo sì, indubitabilmente e ingiustificatamente. Forse prolisso, all’apparenza infantilistico con stilemi ed echi da film adolescenziali, talvolta frammentato da esagerati svolazzi digressivi e descrittivi. Ma complessivamente ottimo e più complesso di quel che forse potrebbe sembrare in quanto interpretabile e perciò amabile sotto le più disparate chiavi di lettura sia psicanalitiche che cinematografiche, umanistiche e addirittura fiabesche.

Un film sperimentale genialmente fresco e favoloso, in un aggettivo, delizioso!

Stranger Things 5, recensione viscerale e approfondita della stagione definitiva

Ad Hawkins, spettrale e spettacolare, sfolgorante ricomincia ed epicamente incendiaria termina straordinariamente la nuova, deflagrante, paranormale avventura ai confini della realtà più fantastica e fantasmagorica dei nostri cari baby boys or cresciuti e quanto mai agguerriti a combattere il terrificante, mostruoso babau Vecna!

Recensiamo ivi l’attesissima, finalmente da noi vista integralmente, mirabolante stagione conclusiva di Stranger Things, la serie tv capolavoro concepita e realizzata, patrocinata e in molti suoi episodi diretta con piglio maestro dai geniali fratelli Duffer che, sorprendentemente e accendendo di botto gli entusiasmi delle platee mondiali, nel 2016 esordì sull’appena nata piattaforma Netflix, or divenuta celeberrima a livello internazionale. Una sfavillante e dal faraonico budget quinta season, per dirla in americano, distillataci per tal irrinunciabile occasione speciale, soprattutto per i suoi aficionados più irriducibili, a cui noi siam orgogliosamente ascritti, stavolta in tre distinte parti, a livello di minutaggio, molto voluminose e, giocando di parole, in altrettanti volumi “trasmessici” ed emessi nelle seguenti date meticolosamente riportatevi:

VOL 1 – 27 novembre, 2:00 del mattino ora italiana VOL 2 – 26 dicembre, 2:00 del mattino ora italiana FINALE – 1° gennaio, 2:00 del mattino ora italiana.

A esservi maggiormente precisi, compiamone un opportuno distinguo più specifico. I primi quattro episodi furono emessi e su Netflix immessi in occasione del Giorno del Ringraziamento (Thanksgiving Day) e constano corposamente d’un minutaggio rilevante. Gli episodi 5-7, invece, rilasciati più avanti, ovverosia il 26 (da noi, Santo Stefano), a livello globale pur coi diversi fusi orari a seconda delle regioni in cui abit(i)ate. Il super finale, per finire, ovviamente, il più lungo di tutti, dall’abbondante screentime di oltre 2h, nel 1° giorno dell’anno oramai corrente 2026. Ebbene, puntualizzato quanto sopr’elencato e prima di enunciarvi nelle prossime righe la nostra, speriamo esaustiva, disamina dettagliatavi inerente alla 5.a stagione quivi presa in analisi, è inderogabile perlomeno brevemente ricapitolarvene, a mo’ di proficuo promemoria illustrativo e preparativo per ciò che enunceremo a seguire, per l’appunto le origins e i primissimi antefatti concernenti la sua arzigogolata e ipnotica storia travolgente:

Tutto eccezionalmente cominciò circa una decade or sono nella misteriosa, al contempo magica e nebulosa notte del 6 novembre dell’83 quando una strana ed abominevole creatura, non ben identificata, fuggì da un celato, segreto laboratorio ipertecnologico e avveniristico ubicato nei pressi del boschetto dell’apparentemente tranquilla e dormiente Hawkins, cittadina immaginaria dell’Illinois. In tal notte glaciale, simultaneamente rispetto all’allucinante evento poc’anzi accennato, avvenne l’oscuro rapimento rabbrividente d’un bambino di nome Will (Noah Schnapp) per mano di forze ignote o della stessa poc’anzi dettavi creature. Will sparì all’improvviso nel nulla, forse fu trascinato in un arcano altrove denominato “Sottosopra”. Immantinente, nel mattino seguente, la disperata madre Joyce Byers (Winona Ryder, L’età dell’innocenza, Dracula di Bram Stoker), accortasi presto della tragica scomparsa, avvertì lo sceriffo locale del posto e suo amico Jim Hopper (David Harbour, La preda perfetta) affinché quest’ultimo scovasse e indagasse in merito a tal fatale missing doloroso e scioccante. Dunque, col rimanente figlio Jonathan (Charlie Heaton), fratello maggiore di Will, in casa sua pian piano assistette tanto esterrefatta quanto incredula a nefasti accadimenti veramente inquietanti e all’apparizione inenarrabilmente angosciante d’un mostruoso essere chiamato Demogorgone. Nel frattempo e nelle vicinanze della stessa Hawkins, s’aggirò, apparentemente sguarnita d’ogni difesa psicologica, dunque a prima vista assai vulnerabile e nell’animo sia impaurita che stordita, una dolce e timida, fragilissima bimba di nome Eleven (Millie Bobby Brown), sfuggita alla morsa attanagliante e crudelmente caudina del suo padre padrone “creatore”, fintamente affettuoso, e sperimentatore scienziato Martin Brenner (Matthew Modine, Zero Day). “Carceriere” della piccola Eleven, sovrannaturale e speciale, in quanto Eleven è dotata del potere paranormale detto Poltergeist.

Ed è l’unica forse veramente in grado d’annientare con la sola potenza della sua prodigiosa natura incredibilmente fenomenale ogni demogorgone e qualsivoglia aberrante, spaventevole e micidiale monstrum demoniaco risvegliato e spuntato dal “buco nero” dei dedalici, infernali luoghi maledetti, ove s’annidò da tempo immemorabile, che attentò, attenta e attenterà all’incolumità d’ogni terrestre per divorarlo e impossessarsi del Pianeta Terra. Eleven, per la nostra versione Undici, a sua volta d’amichevole diminutivo ribattezzata Undi, entrò in contatto, non solo telepatico, bensì semplicemente, giustappunto, in maniera amicale con lo stesso Jonathan ma, in primis, puntualizziamo per correttezza, con Mike Wheeler (Finn Wolfhard) e la lor combriccola di “nerd” sfigati ed inseparabili amici per la pelle, oltre che pressoché quasi tutti coetanei, pur con le dovute eppur leggere differenze anagrafiche, e fidi compagni di scuola fra lor indissolubilmente affiatati. Tutti insieme appassionatamente, stoicamente e volitivamente temerari in modo instancabile, coadiuvati da Hopper e dall’inarrendevole, speranzosa Joyce, strenuamente si misero alla ricerca di Will e lo rinvennero prigioniero nel Sottosopra da cui saltarono fuori i mostri succitati. Lo salvarono dalle lor tremende grinfie ed Eleven sconfisse, in un estenuante duello specialmente psichico, il Demogorgone più cattivo e temibile di tutti. Poi la storia continuò, altre avventurose peripezie tanto funamboliche quanto impregnate d’ancestrali echi agghiaccianti accaddero durante le stagioni a venire. E or siamo approdati, giustappunto, al capitolo finale. Per questa quinta stagione fiume, a eccezion fatta ovviamente di Modine, il cui personaggio fu barbaramente ucciso e dunque è oramai irreversibilmente morto e sepolto senz’alcuna possibilità d’esser resuscitato tramite qualsivoglia espediente non sol narrativo, è tornato l’eterogeneo e strepitoso cast al completo i cui singoli membri, sottostante, doverosamente elencheremo assieme alle subentrate new entries sorprendenti. I bambini son via via, nel corso del tempo, cresciuti insieme a noi. Dal 2016 a oggi, è d’altronde passato naturalmente, ribadiamo, un decennio e or quindi la compagnia non è più formata da infanti o per meglio dire puberali, bensì da adolescenti in prossimità della vita adulta. Ma il pervicace, indomabile spirito ingenuamente, no, pardon, sol fanciullescamente intrepido e puro da idealisti nell’animo adamantini e prodi battaglieri prodighi a combattere unitamente per un mondo migliore e remoto da ogni demone, anzi, per meglio dire demogorgone e da orripilanti, similari mostri di sorta, adesso capeggiati dal lor dominatore Vecna (Jamie Campbell Bower da “adulto”, Raphael Luce da piccolo e ancor chiamato Henry Creel), da tenaci salvatori dell’umanità intera, è quanto mai vivo e giammai andato perduto. Ed eccoli qua… Oltre ai menzionativi fratelli Byers & Mike, innamorato perso e ricambiato di Undici, sfilano la sorella di Mike stesso, alias Nancy Wheeler (Natalia Dyer) con l’arrivo ivi di Holly (che è incarnata dalle omozigote gemelle, eh già, Tinsley e Anniston Price), tutti figli dei coniugi Karen (Cara Buono) e Theodore, detto Ted (Joe Chrest), Dustin Henderson (il mitico e perennemente simpaticissimo Gaten Matarazzo),  Robin Buckley (Maya Hawke), Lucas Sinclair/Caleb McLaughlin, accompagnato puntualmente dalla peperina sister Erica (Priah Ferguson), Steve Harrington (il consuetamente fotogenico ed eccellente Joe Keery). Billy Hargrove (Dacre Montgomery, Dead Man’s Wire) è anch’egli morto ammazzato, perciò non c’è più, a differenza della rediviva, lei sì, Max Mayfield/Sadie Sink (The Whale). Quest’ultima però caduta in coma profondo e aspirata forse in un universo parallelo. Infine, fa capolino stavolta la dottoressa Kay, interpretata da nientepopodimeno che Linda Hamilton, l’indimenticata Sarah Connor della saga di Terminator. Ambigua e luciferina, “ischeletrita” e il cui personaggio escogitò un piano sinistro… quivi da non svelarvi. Ma cosa succede in Stranger Things 5? Una miriade di eventi rocamboleschi e tortuose vicissitudini che sconfinano nell’inimmaginabile immaginato dall’immaginario (ri)creato dai Duffer brothers. Ci par ovvio! Sintetizziamone drasticamente e velocissimamente la trama, tratteggiandola e riducendola a personal sinossi per evitarvi spoiler impropri che ve ne nuocerebbero la visione:

L’intera Hawkins è sotto massima sorveglianza e tenuta in scacco da militaresche forze addestrate che hanno “recintato” il Sottosopra. Ai comuni cittadini tal verità è però oscurata. Solo i nostri ragazzi la conoscono e son pronti a battagliare fin allo stremo per uccidere Vecna e la maledizione che da un decennio pressoché esatto li terrorizza e angoscia orridamente.CedarLodge_S5_Vertical Landscape NO BIKES_0451_PANO

Come sappiamo, Stranger Things, basandosi sul sincretismo culturale vivificato da Steven Spielberg & company, “risuona” e rifulge con stile, catalizza il nostro sguardo come un cobra incantatore, fortunatamente non velenoso, c’ipnotizza con visionario candore e splendido furore, profuma metaforicamente, mellifluamente e in modo abbacinante ammalia grazie alle sue inoppugnabili, turgide, incantevoli e sognanti, al contempo cupe e meravigliose immagini seducenti, perfino, azzardiamo a dir, ci conquistò fin dapprincipio e ancor rapisce in virtù delle sue soavi, esoteriche atmosfere roboanti memori degli anni ottanta e straborda di trovate perpetue, intelligentemente non è mai però citazionistico in modo pletorico pur essendo imbastito sull’impalcatura di continui e dichiarati omaggi al Cinema migliore di Joe Dante (Gremlins), Wes Craven (Nightmare – Dal profondo della notte), centrifugato a quello maggiormente evocativo e orrifico, magnifico di John Carpenter (Il signore del male) a sua volta mixato in maniera godibilmente sublime alla pregiata e innovativa settima arte onirica e sopraffina di Tobe Hooper (Non aprite quella porta). Il tutto puntellato, oliato, perfettamente intervallato e “sciolto”, immerso superbamente nella cinematografia che attinge dichiaratamente a piene mani alla letteratura horror di Stephen King & Lovecraft, risaltando, nonostante tali perenni riferimenti conditi di libere interpretazioni e reinvenzioni infinite, di particolarità risplendente come una gemma preziosa magnetica, dunque è incontrovertibilmente un unicum veramente prodigioso abbastanza incontestabile ed avvincente che avercene…

Orbene, dopo averla dal primo all’ultimissimo, sussultante episodio esaltante, ammirata con sommo piacere, or che s’è conclusa alla grande ma per il nostro animo spiacevolmente, per dovere d’onestà intellettuale e semplice obiettività totale, dobbiamo ammettere che, rivista nella sua interezza, non sol per ciò che riguarda questa “lapidaria” stagione ultima, Stranger Things, in ogni suo scanditoci “appuntamento” soffre d’una certa prolissità ed è talvolta appesantita per colpa d’alcune digressioni disutili alla narrazione che a tratti ne sciupano la fluidità estremamente, sia ben inteso, scorrevole. Questa quinta tranche difetta dello stesso lapalissiano eppur veniale problema, ahinoi infatti non ne è certamente da meno, anzi, datane la durata spropositata, di nuovo e puntualmente pecca quindi, ripetiamo, di lungaggini senza dubbio esagerate. Scorciarla notevolmente, l’avrebbe giovata e resa qualitativamente, filmicamente immacolata e possibilmente ancor più amabile e memorabile. Abbondano spargimenti di sangue anche se la violenza, al solito, è molto fumettisticamente edulcorata e trattenuta per essere perlopiù adatta al target del pubblico giovanile che ne è il maggior fruitore ed estimatore principale. È inesauribile nelle trovate, talvolta però reiterate, ed è ricolma di parentesi superflue a non finire. In questo colorato potpourri con vene orrifiche marcate e scene altamente inquietanti seppur filtrate in forma stilizzata per attenuarne la crudeltà e aggirar la censura, Stranger Things si conferma un primario ed elevato concentrato infinito di rimandi non sol di matrice cinematografica che attinge alla più svariata e stratificata pop culture, in particolar modo nordamericana. Con sortite a Ritorno al futuro, perfino “insospettabilmente” alla saga di Predator e similari epigoni e/o rifacimenti, seguiti affini. Il demogorgone, infatti, ci appare ancor più come una sorta di xenomorfo tentacolare e una specie di alieno dai belluini istinti primordiali. Un essere divorante le sue prede e spietatamente cacciante loro sulla base dei suoi viscerali, sensoriali, soprattutto uditivi e olfattivi, impeti da famelico predatore atavico. L’uso della CGI è imponente, parimenti a quello massiccio della color correction. In entrambi i casi, leggermente e negativamente, ahinoi, ridondante. Malgrado forse, adottando tali stratagemmi visivi, si vollero permear le atmosfere d’un aggiuntivo tono favolistico da dark fantasy esoterico. Cosicché, il Sottosopra è un luogo sempre più “magmatico” ove le incandescenze laviche e le fiamme d’un cremisi acceso son appositamente “sovrimpresse” digitalmente per accentuarne l’infernalità spettrale.

Quest’ultima stagione è assai disomogenea e troppo frammentaria, seppur al solito esteticamente impeccabile. Il peggiore onestamente del parterre attoriale è il nuovo arrivato Jake Connelly nei panni dell’insulso bambinone Derek Turnbow. Tutti gli altri non soffrono affatto di espressiva legnosità, anzi, decisamente il contrario ma la serie francamente è inficiata da melensaggini lagnose e lacunosità à gogo.

Nella somma dei suoi elementi, altresì evidenziamo ancor in maniera prepotente, Stranger Things è la spettacolare summa e superbamente congegnata mistura d’un raffinatissimo lavoro improbo sia in fase di scrittura che tecnica, ché svetta per fotografia cristallina e maestose scenografie stordenti in maniera meravigliosa, ed è il risultato, oltre che florida risultanza, d’una moltitudine d’elementi, non sol citazionistici, vicino alla perfezione più incriticabile, quindi pura.

Solamente un paio di episodi son diretti dai fratelli Duffer che si sono riservati, ovviamente, la regia di quello definitivo. Per gli altri, invece, oltre al ritornato Shawn Levy, abbiamo nientepopodimeno che Frank Darabont (Le ali della libertà).

di Stefano Falotico

 

 

The Life of Chuck. Lo recuperai ma non è imperdibile. Discreto ma non eccezionale.

Annalisa è una bella cantante gnocca?

Forse, meglio Annalise Basso, donna dai capelli fulvi che e ché è molto hot!

Sinossi ufficiale, fedelmente riportatavi:

Dalla penna di Stephen King e dal cuore Mike Flanagan, The Life of Chuck è un emozionante inno alla vita. Tre atti, tre frammenti apparentemente scollegati che, messi insieme, compongono il ritratto intimo e sorprendente di Charles Krantz, un uomo qualunque al centro di qualcosa di straordinario. Il film ci invita a guardare dentro e attorno a noi, per riscoprire ciò che conta davvero: il tempo, l’amore, la memoria, la bellezza che si nasconde nel quotidiano. Un racconto visionario e profondamente umano, che sfida le regole del genere per restituirci un’unica, semplice verità: ogni vita è un miracolo.LifeofChuck Hiddleston Mark Hamill Life of Chuck Annalise Basso The Life of Chuck

Life of Chuck poster

 

MR. SCORSESE, recensione-(re)view!

Mr Scorsese locandinataxidriver cybillshepherd

La tenebrosità cineastica e l’ermetica, adamantina lucentezza di un’anima poetica, altresì entropica, violenta, vorace e ricolma di furore deflagrante, elevatasi alla massima potenza espressiva più memorabile

Oggi, con estrema fierezza e speriamo gradita pregevolezza, recensiamo ivi, anzi precisamente nelle righe a venire, un’opera avvolgente e decisamente godibile, anche se, per schiettezza e doverosa, certosina obiettività, specifichiamo immediatamente che l’opus in questione, prossimamente disaminatovi, è per esattezza un personale documentario in cinque parti, intitolato giustappunto Mr. Scorsese, diretto con mirabile accortezza, pregiata levità, asciuttezza elegante e sensibilità peculiare da un’ispirata Rebecca Miller in stato di grazia che non si limitò per questa sua sopraffina “creatura” a ritrarre uno dei più grandi registi contemporanei e di sempre con lodabile bravura, bensì lo personalizzò a sua visione pur lasciandone intatto lo spirito autoriale…

Esclusivamente appartenente, ovviamente, a Martin Scorsese (Shutter Island, Gangs of New York), chi sennò, regista che non ha di certo bisogno di superflue presentazioni ma meritava senza dubbio un “portrait” unico e a suo modo quanto mai originale, oltremodo imprescindibile. Or disponibile su Apple Tv+ per la gioia non soltanto dei suoi estimatori ai quali siam noi ascritti in forma ineludibile, orgogliosamente irremovibile.

Mr. Scorsese consta di 5 puntate della durata cadauna di circa tre quarti d’ora e quindi, nella sua interezza, ammaliante, accuratamente, appositamente arzigogolata e con ingegno congegnata, forse leggermente prolissa ma giammai tediosa, ha un minutaggio pressoché corrispondente a 4h e quarantacinque minuti. Ed è un diary movie in cui il regista di capolavori immortali quali Taxi Driver & Re per una notte, confessandosi schiettamente e con molta ironia abbinata alla sua innata classe impari e rinomata, si mette a nudo e sentitamente ci racconta approfonditamente il suo excursus esistenziale, film(ograf)ico e perfino sentimentale. Aneddoticamente svelandoci curiosità inedite, alcune delle quali fin a questo momento rimasteci ignote e con garbo, simpatica onestà anche intellettuale, riferiteci, da Miller un po’ inevitabilmente romanzate e “visualizzate” senza mai scader nella banalità agiografica, bensì con delicata oculatezza “incorniciate” con gusto per le immagini sofisticate, financo d’archivio, allineate, mischiate e inanellate per l’appunto in episodi diversificati, compositi e congiunti dal trait d’union dello scorsesiano, fluviale flusso di coscienza a lui sia congeniale che proverbiale. Si parte con l’episodio chiamato Uno straniero in terra straniera, in originale denominato Stranger in a Strange Land, del quale per convenienza sintetica, sottostante vi riportiamo “pedantemente”, più che altro testualmente, l’assai concisa sinossi immessa su IMDb da noi reputata perfettamente pertinente e non abbisognante d’ulteriori aggiunte irrilevanti.

Cresciuto nel quartiere italoamericano di New York, il piccolo Martin trova rifugio tra chiesa cattolica e cinema, mentre la violenza delle strade plasma la sua giovinezza.

Episodio che dà il la a tal fascinoso viaggio biografico all’interno “meandrico”, forse addirittura doloroso e molto privato d’un regista magnifico, enigmatico, enormemente sfaccettato eppur controverso, sovente osteggiato per la sua “scomodità” artistica, il quale da bambino soffrì d’asma e rischiò di morirne, entrò in seminario ma fu troppo attratto dalle ragazze e dagli inesorabili conflitti della carne durante la sua tumultuosa adolescenza inquieta ma sanamente umanissima per poter prender definitivamente i voti, cosicché con stoica temerarietà, da “sfavorito” (gli americani direbbero underdog e/o outsider), con indomabile forza di volontà, abnegazione e determinazione incrollabili, rischiò il tutto per tutto, imbarcandosi in un avventuroso viaggio spericolato in quel della Hollywood degli anni settanta. Un viaggio che si rivelò fortunoso e progressivamente glorioso.

Infatti, dopo inevitabili, piccoli fallimenti e alcune delusioni da cosiddetta “gavetta” amara, dopo alcuni interessanti, già rivoluzionari e folgoranti cortometraggi sperimentali, il precoce, sì, probabilmente prematuro e affrettato matrimonio con l’ex primissima moglie Laraine Marie Brennan, zio Marty entrò pian piano in contatto con altrettanti ambiziosi registi divenuti leggendari che rispettivamente rispondono ai nomi di nientepopodimeno che Steven Spielberg, Brian De Palma (Scarface), Francis Ford Coppola (L’uomo della pioggia) e George Lucas. Divenendone amico fedele, inseparabile, rispettato professionalmente, assai ammirato e al contempo antagonista speciale. In un interscambio simbiotico, bellamente “agonistico”, costituito d’inventive, supreme registiche rivalità appaiate all’unicità d’una amicale, reciproca stima epocale che persiste da molte decadi indelebilmente. Attraverso le divertite, scanzonate, brillanti, altresì sincere parole di Martin, alcuni spezzoni delle sue tante pellicole, intervallate con frame, diapositive, foto persino in bianco e nero e filmati dell’epoca mostratici, mediante intersecate e apparseci, in attimi topici appositamente studiati da le metteur en scène signora Miller, interviste a loro volta compiute ad Isabella Rossellini, Spike Lee, agli stessi appena citati Spielberg e De Palma, ai suoi “creative collaborators”, ovverosia i suoi maggiori collaboratori, sceneggiatori fra cui in prima linea, quivi, Jay Cocks (L’età dell’innocenza) e Nicholas Pileggi (Quei bravi ragazzi, Casinò), al compianto compositore di molte sue colonne sonore Robbie Robertson e ad impareggiabili attori parimenti diventatigli, nel corso degli anni, amici fidati, fra i quali e fra i tanti naturalmente Robert De Niro (Mean Streets, The Irishman), Leonardo DiCaprio (Killers of the Flower Moon), Jodie Foster (Il silenzio degli innocenti) e Daniel Day-Lewis, quest’ultimo marito della stessa Miller, puntata dopo puntata, assistiamo meravigliati, emozionati e molto empaticamente coinvolti, all’escalation, non priva però, com’è ovvio che sia stato, del percorso di Scorsese director e soprattutto uomo. Un uomo dall’anima complicata e un artista difficile eppur unico e inimitabile, più e più volte sia tanto contestato che universalmente acclamato, oltre che forse tardivamente oscarizzato e davvero in modo intoccabile consacrato, in tal circostanza osservato, scandagliato, forse semplicemente, in maniera documentaristico-diaristica e, giustappunto, parimenti registica, visto e da Miller visionato e rivisto. “Immortalato” e giustamente plaudito. Fotografato, anche in senso figurato, non sol figurativo, permetteteci tal gioco di parole ardito, in questo finissimo e bellissimo “biopic” squisito. Per ogni appassionato della settima arte irrinunciabile e per noi, ribadiamo, grandemente amabile.Scorsese

Perché guardare Mr. Scorsese

Miller ci guida morbidamente, alla pari della fluidità della macchina da presa di Martin, in tal tuffo nell’intricatezza notevole, affascinante, al contempo perturbante, nella vastità oceanica delle maree emozionali di un regista che dopo il flop colossale di New York, New York, tracollò, crollò, nel vizio della droga cascò e collassò, sfiorando il suicidio e poi rinascendo, neanche a farlo apposta, con la storia autodistruttiva di Toro scatenato. E, giammai domo, seppe genialmente, combattivamente e instancabilmente rinnovarsi, districandosi fra mille e più sue peripezie emotive in congiunzione con le sue prolifiche ideazioni e cinematografiche realizzazioni fantasmagoriche.

Cosa non funziona in Mr. Scorsese

Mr. Scorsese, pur luccicando per sobrietà e ricchezza, risente, come sopra accennatovi e come tutte le operazioni di questo tipo, d’una certa lunghezza che andava scorciata. Inoltre, malgrado sia un pregiato ritratto pugnace e viscerale che zio Marty eviscera e a fondo scava, addentrandosi persino nelle più insospettabili pieghe del suo animo stratificato, decisamente complicato, è un documentario analogo ad altre produzioni simili di stampo “televisivo” che celebrano attori, registi, cantanti e importanti personaggi dello spettacolo. Dunque, giocoforza, per quanto, evidenziamo ancora, non risulti compiaciutamente elogiativo, presenta a tratti dei tratti, scusateci per la voluta ripetizione da parolai amanti del calembour, troppo laudatori. Anche se, in tutta fede, poteva essere altrimenti? Sinceramente, sarebbe stato ingiusto nei riguardi di Scorsese, non lodarne l’incriticabile magnificenza indiscutibile.

D’altronde Scorsese, come tutti gli uomini, fu ed è un “peccatore”, non fu e non è una persona perfetta ma il suo Cinema rarissimamente presenta imperfezioni e “peccati” di sorta. Il suo Cinema non è altri che il riflesso, l’incarnazione e creazione della (sua) vita rispecchiatasi ed effusa nell’arte e perciò può esistere un’arte molto alta, anzi apoteotica, il cui risultato finale non rappresenti intrinsecamente la totale ampiezza d’un vissuto ed esistenza meravigliosamente caotiche, aggrovigliate e spesso anche positivamente sbagliate? Siamo ossimorici o soltanto veri come il Cinema di Martin.

Mr. Scorsese ha un unico neo (e non è quello arcinoto di Bob De Niro) alquanto imperdonabile. Si è dimenticato di Hugo Cabret.wolfstreetcapefeartaxidriver

di Stefano Falotico

 

NORIMBERGA, trailer & poster!

Norimberga Crowe poster italiano Sinossi ufficiale: All’indomani della Seconda guerra mondiale, mentre il mondo è ancora sconvolto dagli orrori dell’Olocausto, al tenente colonnello Douglas Kelley (il premio Oscar Rami Malek), psichiatra dell’esercito americano, viene affidato un incarico senza precedenti: valutare la sanità mentale di Hermann Göring (il premio Oscar Russell Crowe), il famigerato ex braccio destro di Hitler, e di altri alti gerarchi nazisti. Allo stesso tempo, gli Alleati — guidati dal giudice Robert H. Jackson (Michael Shannon) — affrontano l’impresa titanica di istituire un tribunale internazionale, per far sì che il regime nazista risponda dei propri crimini di fronte alla storia. Nel silenzio delle celle, Kelley ingaggia un intenso duello psicologico con Göring, uomo carismatico e manipolatore. Da quello scontro emerge una domanda che ancora oggi tormenta la coscienza del mondo: stavano eseguendo ordini, erano pazzi… o semplicemente malvagi? Sul palcoscenico della storia si apre così il processo di Norimberga, un evento che ha cambiato per sempre la storia e l’umanità.
Russell Crowe Norimberga

 
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