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Vice, il trailer ufficiale con un Christian Bale da Oscar

MV5BMTY1NjM0MzgxMV5BMl5BanBnXkFtZTgwNDc4NTY0NjM@._V1_SY1000_CR0,0,640,1000_AL_IN THEATERS CHRISTMAS. VICE explores the epic story about how a bureaucratic Washington insider quietly became the most powerful man in the world as Vice-President to George W. Bush, reshaping the country and the globe in ways that we still feel today.

 

Creed II, i trailer definitivi

Eh sì, ieri pomeriggio Michael B. Jordan, tramite Twitter, aveva annunciato in anteprima che il nuovo trailer tanto atteso di Creed II sarebbe stato mondialmente diffuso in rete oggi.

È stato di parola il buon Michael perché, come volevasi dimostrare, ecco qui il filmato freschissimo, targato MGM.

Under the tutelage of Rocky Balboa, newly crowned light heavyweight champion Adonis Creed faces off against Viktor Drago, the son of Ivan Drago.

Sì, questa la sinossi di IMDb e invece ecco la descrizione sotto il trailer su YouTube.

Life has become a balancing act for Adonis Creed. Between personal obligations and training for his next big fight, he is up against the challenge of his life. Facing an opponent with ties to his family’s past only intensifies his impending battle in the ring. Rocky Balboa is there by his side through it all and, together, Rocky and Adonis will confront their shared legacy, question what’s worth fighting for, and discover that nothing’s more important than family. Creed II is about going back to basics to rediscover what made you a champion in the first place, and remembering that, no matter where you go, you can’t escape your history.

Il film doveva uscire da noi il prossimo, oramai vicino 29 Novembre ma la release è stata posticipata a sorpresa al 24 Gennaio. Verrà distribuito dalla Warner Bros e, già che ci siamo, inseriamo anche il trailer doverosamente già doppiato in italiano.

Dalle ceneri magnificenti della saga balboiana, il secondo, energico secondo capitolo del suo spinoff.

Col ritorno entusiasmante del colosso sovietico Ivan Drago, alias Dolph Lundgren.

 

 

Racconti di Cinema – Frankenstein di Mary Shelley di e con Kenneth Branagh e Robert De Niro

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Oggi è il turno del capolavoro imperfetto di Kenneth Branagh, da lui stesso interpretato assieme a Robert De Niro. Un classicissimo, a mio avviso incompreso, della cinematografia horror romantica.

D’altronde, come dichiaratamente palesato nel titolo, il film è tratto, seppur con molte libertà, dal celeberrimo romanzo di Mary Shelley, adattato e sceneggiato da Steph Lady e Frank Darabont, sì, proprio lui, il regista de Le ali della libertàIl miglio verde The Majestic, per la prima volta qui a cimentarsi con un film dal grosso budget a tematica orrorifica, dopo i suoi script di Nightmare 3 – I guerrieri del sogno La mosca 2.

Frankenstein di Mary Shelley, pellicola della durata di due ore e tre minuti, facente parte della serie, negli anni novanta, di film della TrisStar Pictures dedicata ai mostri dell’orrore, assieme a Wolf – La belva è fuori di Mike Nichols con Jack Nicholson e Michelle Pfeiffer (rielaborazione rampante, assai strampalata e kitsch del mito del lupo mannaro), Mary Reilly di Stephen Frears con Julia Roberts e John Malkovich (dal libro di La governante del dottor Jekyll di Valerie Martin, a sua volta ispirata al celebre racconto Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde del grande Robert Louis Stevenson) e, ovviamente, Dracula di Bram Stoker firmato Francis Ford Coppola con Gary Oldman. Coppola che di questo Frankenstein è peraltro produttore con la sua Zoetrope.

Trama…

Anno 1974: fra i ghiacci dell’Artide, Victor Frankestein, uno scienziato, è moribondo e in stato di salute assai cagionevole. Viene soccorso dal capitano Robert Walton (Aidan Quinn) col suo vascello che si sta dirigendo al Polo Nord.

Frankenstein appare allucinato, in preda a tremori incontrollabili e terribilmente scosso da fortissimi brividi di paura. Al che l’intero equipaggio ode un lamento straziante e spaventoso provenire da un orizzonte indefinito e nebuloso.

Frankenstein racconta al capitano cosa sta accadendo e, in analessi, gli narra la sua storia, descrivendo tutti gli antecedenti fatti mostruosamente successigli.

Tornando indietro con la memoria sino a dieci anni prima. E in ciò la versione di Branagh ricalca filologicamente e in maniera abbastanza purista la struttura diaristica del romanzo della Shelley, coi suoi continui andirivieni temporali e i flashback narrativi.

Frankenstein era un brillantissimo studente di medicina che viveva lussuosamente a Ginevra assieme alla sua famiglia. Sconvolto e allucinato dalla sconvolgente morte di parto della madre, terrificato da questo madornale lutto che l’ha sventrato e dilaniato nel dolore più inconsolabile, pietrificato nell’anima a causa di quest’evento terrificante, decide di prodigarsi assiduamente, come un folle, per scoprire il segreto della vita umana, nel tentativo superomistico di voler congelare l’inevitabile caducità del corpo umano e trasformare la vita in qualcosa di eterno e immortale. Ricreandola artificialmente in laboratorio al fine di poter creare, come fosse un Dio grandiosamente potente, una sorta di corpo perfettamente immutabile nel tempo.

Al che raccatta il cadavere senza di vita di un impiccato, lo trascina segretissimamente nella sua segreta (scusate il volontario gioco di parole) ove, cucendogli addosso, come un collage e un carnale patchwork, pezzi di carne macellata e organi interni prelevati da altre persone uccise dal colera, intessendoli fra loro e mischiandoli al liquido amniotico da lui rubato a donne incinte, attraverso avveniristiche e sofisticate scariche elettriche, spera di dar vita una creatura vivente, anzi, rinascente e magnificente. O, meglio, sogna d’infondergli la scintilla vitale primordiale.

Inizialmente crede che il suo esperimento sia stato fallimentare. E, affranto, in preda alla disperazione, si allontana dal laboratorio. Quando, tutt’a un tratto, ode fragorosamente bussare qualcuno, o qualcosa, dall’interno della cisterna nella quale aveva riposto il cadavere ricomposto dell’uomo. Quest’uomo è ritornato alla vita!

Meravigliato e immensamente sbigottito da quest’avvenuto, incredibile miracolo, impazzisce di gioia ma presto si accorge che, sì, la creatura respira, si muove e che dunque il suo esperimento è stupendamente riuscito, ma ha ora davanti a sé un essere repellente, raccapricciante e ripugnante.

E ne fugge via, in preda al più sconcertante terrore. Come se, conscio d’aver generato un mostro agghiacciante, volesse scappare dall’orrendezza inguardabile della sua stessa disumana, scellerata, abominevole creazione. Per rifuggire dall’incombente, nefasto pensiero d’aver concepito una tale imperdonabile oscenità immonda.

E, per scacciare l’ossessione di quest’incubo materializzatosi in tutta la sua accecante spaventevolezza, quanto prima si ricongiunge con l’amata Elizabeth Beaufort (Helena Bonham Carter), la sua donna prediletta che aveva però violentemente trascurato e disdegnato proprio per dedicarsi alla sua follia.

Ma quella creatura (Robert De Niro) è viva, profondamente viva e sta pian piano, seppur emarginata e picchiata, acquisendo coscienza, per vendicarsi senza pietà del suo scriteriato padre…

E ora ha spietatamente inseguito Frankenstein sin in capo al mondo.

Frankenstein di Mary Shelley non fu accolto benevolmente dalla Critica, sebbene il pubblico, soprattutto europeo, l’avesse apprezzato molto, e a tutt’oggi viene erroneamente considerato un film sbagliato, perfino pacchiano.

Niente di più gravemente falso e superficiale.

Frankenstein di Mary Shelley, assieme al bellissimo Assassinio sull’Orient Express, è il capolavoro registico di Kenneth Branagh. Seppur non privo di evidenti difetti. Proprio l’altra faccia della medaglia del Dracula di Coppola. Laddove Coppola aveva allestito uno spettacolo barocco, visionario, avanguardistico, Branagh ricrea Mary Shelley con freddezza, eleganza maestosa, con fine e magniloquente pregevolezza visiva, un incanto lustrato dalla fotografia plumbea e cristallina di Roger Pratt.

Questo almeno è il mio modestamente superbo parere, eh eh.

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Compagnia di attori infallibili, un film che vanta nel suo cast Tom “Amadeus” Hulce, John Cleese e Ian Holm.

Dominato e illuminato dalla classe attoriale di Branagh e pervaso dalla strisciante, sinistra, serpeggiante presenza torreggiante e carismatica di Robert De Niro, magnifico anche sotto il pesantissimo trucco.

Come giustamente sostenuto da Morandini nel suo Dizionario: Branagh ha fatto un’opera ricca, frenetica, ridondante in cui, forse per la prima volta, il protagonista assoluto è lo scienziato e non la sua creatura. Ma De Niro ha saputo magistralmente infondere al suo mostro solitudine, dolore, cattiveria come reazione al rifiuto.

Molte le scene d’antologia, commovente e indimenticabile quella del malinconico incontro fra la creatura incarnata da De Niro e il cieco, due diversi ripudiati dal mondo, due uomini, due assolute purezze che si capiscono all’istante, diversi non tanto per sé stessi ma per coloro che li osservano con intimorita curiosità e ne sono assurdamente inquietati.

Sintesi poetica, simil The Elephant Man, della vera, spettrale, macabra devastante mostruosità. La bellezza è negli occhi, infatti, di chi guarda. Stesso discorso dicasi per l’orrore. E dunque per le aberrazioni degli uomini.racconti-di-cinema-frankenstein-mary-shelley-02 racconti-di-cinema-frankenstein-mary-shelley-03 racconti-di-cinema-frankenstein-mary-shelley-copertina

di Stefano Falotico

 

Quello che non uccide with Claire Foy, i nuovi trailer(s)

maxresdefault-55DAL 31 OTTOBRE AL CINEMA Lisbeth Salander, figura di culto e personaggio principale dell’acclamata serie di libri ‘Millennium’ creata da Stieg Larsson, tornerà sul grande schermo in Quello che non uccide, il primo adattamento del recente bestseller mondiale scritto da David Lagercrantz. La vincitrice del Golden Globe, Claire Foy protagonista della serie “The Crown”, interpreterà l’iconica hacker sotto la direzione di Fede Alvarez, regista del thriller del 2016, Man in the dark; la sceneggiatura di questo nuovo capitolo è di Steven Knight, Fede Alvarez e Jay Basu.

 

Le Fidèle, recensione del film con Matthias Schoenaerts e Adèle Exarchopoulos

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Oggi recensiamo Le Fidèle, terzo lungometraggio del regista belga Michaël R. Roskam, presentato fuori concorso al Festival di Venezia del 2017 e interpretato dal suo attore feticcio Matthias Schoenaerts e da Adèle Exarchopoulos.

È stata la pellicola che il Belgio aveva selezionato per entrare nella cinquina dei migliori film stranieri agli Oscar, ma non è riuscita poi a essere candidata appunto come Best Foreign Language Film.

La coppia Roskam-Schoenaerts era invece riuscita ad arrivare alla nomination col precedente Bullhead – La vincente ascesa di Jacky del 2011.

Le Fidèle, un film sceneggiato dallo stesso Roskam assieme a Thomas Bidegain e Noé Debré, della durata (eccessiva) di due ore e 10 minuti.

È la tragica, fatale storia di uno straordinario, indimenticabile amour fou, di una passione travolgente fra Gino Vanoirbeek (Schoenaerts) e la bellissima Bénédicte Delhany (Exarchopoulos), detta Bibi.

Gino è aitante, possente, carismatico, incontra Bibi in un circuito automobilistico e se n’innamora all’istante. Anche lei, immediatamente, come nei migliori e più romantici colpi di fulmine, viene ipnotizzata e attratta da lui. Ed esplode subito fra i due la passione infuocata, struggente.

Diventano inseparabili ma Gino sta nascondendo a Bibi un terribile segreto. Non si occupa, in realtà, d’importexport di auto, bensì è un rapinatore di banche. E i suoi amici non sono ordinari colleghi di lavoro. Sono persone malavitose come lui, un uomo che potrebbe avere tutto dalla vita ma che non riesce a emanciparsi dal suo criminoso passato perché rapinare è l’unico mestiere che lo tiene in vita.

Lei lo ama però talmente tanto da non fare una piega. Poi, una grossa rapina va male, Gino e la sua gang vengono accerchiati dalla polizia e tutti i suoi membri, incluso Gino, rispettivamente sono  condannati a quindici anni di carcere.

Bibi non si arrende, continuerà ad amarlo quando Gino sarà in permesso. E aspetterà perfino un figlio da lui.

Ma la tragedia, inevitabile, è dietro l’angolo, pronta a sbranare letalmente i loro già flebili, ultimi sogni amorosi.

Bibi si ammala di cancro, perde il bambino ma per Gino è disposta a tutto pur di garantirgli l’evasione, la libertà, come in un dramma larger than life di von Trier.

Lei forse morirà ma donerà a Gino l’illusione di una nuova, crepuscolare, devastante speranza.

Gino merita una seconda chance, nonostante gli ultimi, irreversibili, angoscianti respiri disperati di Bibi. Il loro amore sarà comunque immortale. A sconfiggere potentissimo le barriere del tempo. Le sue silenti urla nella notte di un sogno, tramutatosi in perentorio, glaciale incubo esiziale, sono la voce immacolata dei loro innocenti cuori uccisi dalla vita puttana e bastarda. Il candore imperituro di un’estasi passionale destinata a vivere per sempre anche quando ogni sogno, per Gino, sarà trafitto dalla nostalgia più distruttiva.

Un grande film per un’ora abbondante, con uno Matthias Schoenaerts al suo meglio e un’Adèle Exarchopoulos magnetica, stupenda.

Poi, da quando Gino viene arrestato in poi, la pellicola si accartoccia, gira un po’ a vuoto pateticamente su sé stessa, perde in vigoria emozionale, diventa perfino ricattatoria e ruffiana, facilmente strappalacrime. Inesorabilmente, il film, da heist movie e polarnoir spericolato e intenso, da storia d’amore carnale ed esplosiva, diviene un melò prevedibilmente pessimista e, paradossalmente, emoziona e affascina molto meno.

Eccezionale però il magnifico piano-sequenza in soggettiva finale.

Un film che poteva essere un capolavoro e invece forse dura troppo, si perde in digressioni abbastanza inutili e viene esautorato del suo carburante erotico-romantico, cercando la strada più ovvia della tragedia scontata.

Ma, ripetiamo, Adèle Exarchopoulos impressiona a ogni inquadratura, col suo carico infantilmente perverso di sex appeal irresistibile e puro.

Ottima inoltre la fotografia di Nicolas Karakatsanis.

Purtroppo, rimane un’occasione mancata. Peccato.

Se Michaël R. Roskam avesse azzardato di più e spinto maggiormente sull’acceleratore, Le Fidèle sarebbe stato immensamente memorabile.

Ma è un film che comunque non dovete perdervi.rc03le-fidele-recensione-film-01-le-fidele-recensione-film-03-

di Stefano Falotico

 

Racconti di Cinema – Basic Instinct di Paul Verhoeven con Sharon Stone e Michael Douglas

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Basic Instinct con Sharon Stone e Michael Douglas, il prototipo perfetto dell’erotismo plastificato della stupida Hollywood dei nineties. Un pastrocchio di rara furbizia? Con una Sharon però d’antologia, nel bene e nel male? Siamo sicuri che sia realmente brutto come si disse?

Sì, oggi vi parlerò di questo classico invincibile, non nel senso raffinato del termine. Cioè non un film soavemente di prim’ordine ma diventato immediatamente una tappa fondamentale da prendere in seria considerazione per l’impatto che ha avuto nell’immaginario erotico mondiale. Tanto d’assurgere a modello basilare di thriller erotico per eccellenza.

Anche se sinceramente appare, oggi come oggi, un po’ inconcepibile e assurdo che venga annoverato tra i film più scandalosi di sempre assieme a 9 settimane e ½ di Adrian Lyne con la bollente coppia dei sex symbol platinati per antonomasia degli anni ottanta, il trasgressivo, stropicciato Mickey Rourke e la longilinea, bionda tutta d’oro Kim Basinger, e naturalmente a Ultimo tango a Parigi del nostro Bertolucci con un Marlon Brando allo zenit della sua maschia sensualità sull’orlo del maledettismo decadente più anarchicamente ribelle e una Maria Schneider conturbante da celeberrima scena del burro. Peraltro, sottolineiamolo, scena indimenticabile quanto sopravvalutata e ridicolmente mitizzata.

Ebbene, solo Ultimo tango…, di questi tre, è un capolavoro, il film di Lyne è un trascurabilissimo esempio di Cinema commerciale melenso e programmaticamente pruriginoso, alquanto imbarazzante, rivisto oggi.

Basic Instinct invece porta la firma di Paul Verhoeven, un regista, come sappiamo, tutt’altro che incapace, autore di alcuni dei film di fantascienza più spericolatamente coraggiosi, distopici, sfrontati, impavidi e persino irriverenti delle ultime decadi, basti pensare al seminale, violentissimo e stilizzato RoboCop, al ventrale Atto di forza, al profetico, politicizzato e inaudito Starship Troopers, un autore che, dopo la scemenza di Showgirls, con la quale tentò pateticamente di bissare il successo di Basic Instinct in maniera fallimentare, ha poi nuovamente saputo inventarsi con film bellissimi come Black Book ed Elle.

Un olandese senza sprezzo del pericolo, abile ed espertissimo nel suo mestiere che, alla veneranda età di ottant’anni, sono convinto che non mancherà di stupirci anche col suo prossimo Benedetta.

Ma torniamo a Basic Instinct. Film uscito da noi il 18 Settembre del 1992 e subitaneamente diventato un hit che furibondamente sbancò il botteghino, annientò, sfracellò e repentinissimamente frantumò ogni record d’incasso grazie al martellante, tonitruante, maliziosamente ruffiano battage pubblicitario. Che divinizzò fin dapprincipio la star creata ad hoc per l’arrapato pubblico di massa. Certo, lei, Sharon Stone, l’unica attrice forse nella storia del Cinema a essere stata elevata a diva assoluta, a paladina della sensualità più impudica ed emancipata soltanto grazie ai pochi istanti infinitesimali del suo audace, provocante, svergognato e famosissimo accavallamento di gambe senza slip nella scena dell’interrogatorio. Insomma, quello che oggi viene definito un lampante, entusiasmante, eccitantissimo, inequivocabile upskirt.

Sì, Sharon, un’attrice divenuta arcinota, a livello planetario, in un batter d’occhio solo col devastante potere cataclismatico, oserei dire a proposito degli ormoni maschili da lei vigorosamente strapazzati, di un ammiccante, giocoso e peperino accavallar di cosce senza biancheria intima addosso.

Incredibile, vero? Eravamo nel ’92. Oggigiorno, a poco più di venticinque anni da questo film, scene di questo tipo non suscitano alcuno scandalo. A meno che non siate dei tremendi moralisti incurabili e dei perbenisti chiesastici, repressi e bigotti. Impazza la pornografia sul web, siamo bombardati giorno e notte da immagini decisamente più osé di quelle presentate in Basic Instinct, tali forme di lussuria voyeuristica costruita a tavolino c’inducono semmai a sorridervi, rattristandoci, perdonandole e assolvendole con compassionevole bonarietà. Cioè, questi escamotage pubblicitari non ci turbano affatto. Anzi, addirittura ci annoiano. È ben altro che sollecita il rimescolamento dei nostri sensi, è molto altro che denuda e sconvolge le nostre innate voglie irregolarmente peccaminose.

Fatto sta che Basic Instinct divenne un istantaneo fenomeno di costume e il suo sceneggiatore, il volpone Joe Eszterhas, con la sua scaltrissima trovata, guadagnò talmente tanti soldi da poter sfamare tutte le sue future generazioni. Anche se, va ammesso, che il successivo, già succitato Showgirls, sempre da lui firmato, e Sliver col quale cercò miseramente d’intascare altri facili dollaroni, deflorando del tutto ogni residua, virginale resistenza di Sharon (sì, spogliandola impunemente del tutto, deprivandola di ogni rimastale castità cinematografica e non, e regalandole incessanti nudi generosissimi, gratuiti, abbondanti e marmorei), gli andarono giustamente malissimo.

La trama di Basic Instinct è parossisticamente banale e tanto incredibilmente allucinante e terribile nella sua ovvia linearità anemica, sì, talmente poco appassionante e passionale, che m’induce adesso inevitabilmente e con indubbia costernazione a riflettere (dico a voi, finti bacchettoni, certo, e vi punto il dito, vistone lo spaventoso e inammissibile successo e l’osceno appellativo di cult che gli decretaste) su quale possa esser stato, al di là delle grazie della Stone bellamente esibite, il motivo principale che all’epoca v’indusse a osannare tale riprovevolmente scioccante ma efficace sciocchezza (non sconcezza, attenzione), e ciò mi porta anche a interrogarmi sulla ragione, reale e leale, che vi spinse… ad accorrere al cinema per vederlo. Solo per vederla…?

A San Francisco, un uomo viene trovato morto nel suo letto. Efferatamente massacrato con un punteruolo dopo uno scatenato amplesso. Chi è stato o chi è stata a ucciderlo?

La scrittrice-psicologa bisessuale Catherine Tramell (Sharon Stone) è l’indiziata numero uno. Ogni sospetto infatti cade su di lei.

Catherine si sottopone alla macchina della verità e viene poi interrogata dalla polizia, appunto nella scena senza mutande. Il detective Nick Curran (Michael Douglas), sconvolto dal fascino ipnotico e seduttivo della donna, comincia a cambiare personalità e assume atteggiamenti violenti nei riguardi della sua amante, la castana dottoressa Beth Garner (una Jeanne Tripplehorn sexy e magnifica quanto Sharon), tanto da sodomizzarla, una notte, con immonda brutalità, in preda a un’incontrollabile, scalmanata, delirante furia pazzesca.

La donna, esterrefatta e schifata dal gesto di Nick, lo schiva, lo allontana, ma comunque gli confida parecchie informazioni importanti su Catherine Tramell. Beth conosce molto del passato di Catherine perché avevano frequentato assieme lo stesso corso.

Continuano le indagini e Nick viene sempre più dissolutamente attratto da Catherine. Dopo un infuocato ballo a un night club, Nick bestialmente cede alle ardite lusinghe di Catherine e abbocca piacevolissimamente al suo sbranante, spudorato, impudentissimo corteggiamento.

I due finiscono a letto e si amano come inverecondi animali selvaggi. Distruggendo e incenerendo ogni loro reciproco pudore.

Nick rischia grosso. Se davvero Catherine fosse l’assassina e avesse il vizietto di trucidare col tritaghiaccio le sue vittime durante i suoi torridi rapporti sessuali quasi sadomaso?

Ma Nick è troppo innamorato di Catherine, non può resisterle, e forse anche Catherine è per la prima volta in vita sua davvero sensibilmente innamorata di un uomo…

Chissà… lo ucciderà o no? O si ameranno e scoperanno come conigli per tutta la vita?

Ora, chiariamoci. Verhoeven, come detto, non è il primo venuto, ha strepitoso senso del ritmo e la fotografia di Jan de Bont è bella, elegante, sensuale. E neppure le musiche di Jerry Goldsmith sono malvagie.

Ma è chiaramente stato ed è un cretinesco porno molto soft, abbastanza innocuo, velleitario, architettato per sollevare lo scandalo facilissimo, per rilanciare la carriera all’epoca in discesa del macho Douglas (che probabilmente in Black Rain era stato molto più affascinante e virile che qui) e per creare dal nulla una nuova dea di Hollywood, una sorta di niccoliana S1m0ne perversa e to die for… Sharon Stone!

La Stone fregò perfino la Critica americana e si guadagnò una nomination ai Golden Globe.

In Basic Instinct è davvero bellissima, stratosferica, magnetica. Ma continuo a credere, ve lo dico con enorme sincerità, che al di là della sua impareggiabile venustà, del suo notevole, immane sex appeal e della sua prova sofferta e sentita in Casinò di Scorsese, Sharon Stone sia sempre stata un’attrice abbastanza mediocre.

Non me ne volere, Sharon.

Chioserei con le recensione di Morandini estrapolata dal suo Dizionario, alquanto in linea con la mia disamina e piuttosto aderente al mio giudizio…

Morandini: poliziotto di S. Francisco è morbosamente attratto da una scrittrice sospettata di un omicidio commesso durante un amplesso. Thriller erotico in forma di giallo (whodunit) di imbecillità costernante e di svergognata disonestà nell’accanita ricerca dello choc. Verhoeven e il suo strapagato sceneggiatore Joe Eszterhas (3 milioni di dollari!) mimetizzano i loro intenti mercantili, e la misoginia, con pomposi alibi tematici. Celeberrima la scena dell’interrogatorio in cui la fatale Stone, senza slip, accavalla le gambe. È tutto dire. M. Douglas, spesso con le brache abbassate, sembra la copia carbone del padre Kirk nelle sue peggiori interpretazioni.

Mentre Paolo Mereghetti, dopo aver mantenuto intatta la sua sonora stroncatura in molte edizioni del suo tomo, in quella del 2018 ha alzato le stellette da una e mezza a due e mezza, rivalutandolo alla grande e definendolo un ottimo blockbuster dalla discreta suspense.

In fondo, sì, non è poi malissimo, è soprattutto un film assai interessante a livello sociologico per capire quali fossero i turbamenti, post-edonismo reaganiano, degli uomini e delle donne.

Ma, per carità di Dio, i grandi film sono altri.

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di Stefano Falotico

 
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