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Alì, recensione

Oggi, recensiamo lo splendido Alì firmato dal geniale Michael Mann (Heat – La sfida, Miami Vice, L’ultimo dei Mohicani). Una delle sue inarrivabili perle cinematograficamente più potenti e indimenticabili.Alì Mann Will Smith Alì Michael Mann

Ebbene, mentre impazza oramai da due settimane il “caso” Will Smith, in seguito al suo istintivo, discutibile gesto clamoroso ai recenti Oscar, ovvero l’oramai tristemente celebre pugno da lui sferrato allo standup comedian à la Don Rickles, cioè Chris Rock, gesto per il quale è stato severamente, non sappiamo però se giustamente, sanzionato fortemente, per l’appunto, dal cilindro magico delle cinefile memorie più incantate e cristalline, ripeschiamo tale capolavoro, sì, lo è indiscutibilmente, ovvero, inutile ridirlo, Alì. Checché se ne dica e, a prescindere da quanto, potremmo dire, recentissimamente, scabrosamente successo a Will in seguito al suo incontenibile, punibile e punito, chissà se sbagliato o solamente smodato, raptus di “follia” irosa, un film contenente una delle sue più sentite, strepitose, incredibili performance d’attore. Insomma, uno dei migliori Will Smith di sempre, incarnatosi straordinariamente e camaleonticamente in una prova recitativa, parimenti e al contempo, in forma antitetica rispetto al suo gesto, eclatante da applauso e stupore a scena aperta.

Alì, film della robusta e corposa durata di due adrenaliniche, romantiche, appassionanti e ardimentosamente entusiasmanti ore e trentasette minuti veramente eccezionali con uno Smith corpulento e allo stesso tempo sorprendente nei panni del mitico e leggendario Muhammad Ali, ovviamente. Alì, sceneggiato mirabilmente dal premio Oscar Eric Roth (Forrest Gump, Dune) e dal duo composto da Christopher Wilkinson & Stephen J. Rivele, già writer unitisi, professionalmente, per Gli intrighi del potere – Nixon, a partire da un soggetto e una storia ad opera di Gregory Allen Howard (Il sapore della vittoria – Uniti si vince), è naturalmente un biopic, d’alta scuola cineastica e finissima regia di classe veramente ragguardevole, incentrato su colui che viene quasi unanimemente considerato il più grande pugile di tutti i tempi, ça va sans dire, il già appena menzionato Muhammad Ali, nato però all’anagrafe come Cassius Marcellus Clay Jr. E ribattezzato Alì (accentiamo come nel titolo italiano, in originale non lo è) per ragioni ai più note e palesateci, narrate nella suddetta pellicola di Mann da noi qui disaminata, speriamo con esemplare acutezza e chiara asciuttezza esaustiva e precisa.

Trama, sintetizzata al massimo per non rovinarvi le sorprese e soprattutto le emozioni che certamente vivrete intensamente se, prima d’ora, non avete mai visto questo film mastodontico e maestoso…

Semplicemente, ci viene raccontata, col solito stile mirabolante di Mann, cioè fiammeggiante, romantico e sontuoso, assai classico eppur veloce, intriso di flashback spiazzanti come un jetlag scagliatoci furentemente nel momento più inaspettato, stavolta inteso in senso lato e in senso, giustappunto, emotivamente sorprendente, la cronistoria di Cassius Clay (un titanico Will Smith). Più esattamente, ribadiamo, mediante salti temporali pazzeschi e bellissimi, si salta, come il ballerino del ring Ali, dal 1964 a ‘74. Anno storico del celeberrimo e monumentale trionfo del redivivo Clay, detronizzato dello scettro di re del pugilato e ingiustamente scippato della sua cintura di campione dei pesi massimi, contro il suo antagonista più ostico e forse cattivo, George Foreman (Charles Shufford), avvenuto a Kinshasa, nello Zaire, qui scandito dall’incalzante Tomorrow di Salif Keita.

Cosicché, in quest’arco temporale constante d’un periodo apparentemente breve, cioè consistente soltanto di una decade, assistiamo a una sarabanda stupefacente d’eventi, dall’ascesa del futuro Ali/Clay che vince il titolo contro Sonny Liston, ribaltando ogni pronostico, fino alle sue controverse amicizie con Malcolm X (Mario Van Peebles) e altri personaggi di rango, fra cui il cronista sportivo Howard Cosell (un magnifico Jon Voight), il quale diverrà il suo primo fan sfegatato oltre che amico inseparabile, dal suo altalenante rapporto col suo personal trainer Angelo Dundee (Ron Silver) e col suo cornerman (Jamie Foxx), dal suo primo amore con Sonji Roi (Jada Pinkett, la vera moglie di Smith nella vita reale) alla sua scabrosa relazione con Veronica Porché (Michael Michele), col nel mezzo la sua conversione all’Islam e, da ciò, la sua decisione di cambiarsi nome da Clay ad Ali e, conseguentemente, la sua drastica scelta di non partire per il Vietnam che gli costò il ritiro del titolo di campione mondiale, da Ali riagguantato proprio sconfiggendo Foreman nel match sopra dettovi.

Incandescente ed elegante fotografia di Emmanuel Lubezki e serrato montaggio mozzafiato di William Goldenberg per un capolavoro manniano trasudante passione sfrenata non solo per la settima arte più pregiata.

Un grintoso tour de force superbo per un Smith in forma smagliante, fisica e attoriale delle più mirabili.

Un film dall’andatura crescente, inframmezzato dall’ottima partitura jazzistica di Lisa Gerrad e Pieter Bourke.

Nel variegato cast stratosferico, anche Jeffrey Wright e Mykelti Williamson nei panni di Don King.

Alì Will Smith Voight Alì Will Smith

di Stefano Falotico

 

DIABOLIK, recensione

eva kant miriam leone diabolik

Ebbene, finalmente ho visto il cinecomic italiano dell’anno par excellence, iper-annunciato, pubblicizzato di battage promozionale impari, nelle sale rimandato a casa, no, posticipato causa Covid, forse perfino rimontato, da molti esaltato e da altrettanti snobbato, in fretta e furia liquidato, impietosamente stroncato, mal guardato o, di contraltare, straordinariamente e inspiegabilmente osannato e, a spada tratto, appoggiato.

Diabolik che cos’è? Un gran bel film? No, nella maniera più assoluta. È pessimo? No, di certo, di ciò ne sono estremamente sicuro e ne ho ragione da vendere. E, nelle prossime righe, forse interminabilmente prolisse, in merito a tale pellicola, forse non emerita, certamente non brutta, altresì nemmeno bella, molte parole a riguardo, da me scritte ovviamente, se vorrete leggerete, riserberò e spero vogliate leggerle con attenzione… se tempo da perdere av(r)ete, cioè da sperperare o spendere? Ah ah. Ora, se tutto andrà bene, come si suol dire proverbialmente, mi si vedrà nel secondo capitolo di tale suddetto film, sì, avete letto bene, in Diabolik 2 comparirò da comparsa e spero che non sia stata futile la mia giornata spesa al Teatro Duse, qui a Bulåggna. M’auguro infatti vivamente che qualche ottima inquadratura al mio viso, semmai di primo piano carismaticamente ammiccante, mi sarà onorevolmente riservata in modo omaggiante la mia partecipazione straordinaria davvero entusiasmante, eh eh, oserei dire veramente eccezionale, non so però se eccellente o, a livello recitativo, pertinente e/o (s)misurata, ah ah. Detto ciò, dopo essermi avventurato nottetempo, di prima mattina invernale e assai rigida climaticamente, all’interno del dedalo sotterraneo dell’autostazione della mia natia città felsinea, cioè negli studi Mompracem, ubicati in uno pseudo-terrone, no, terrapieno, no, specie di seminterrato rialzato a sua volta, giustappunto, situato a mo’ di Bat-caverna, in uno spettrale e cupo meandro del bolognese più occultato, oserei dire celato, sostanzialmente in un luogo apposito per la prova costumi non svergognata ma giustamente da mantenere segreta e non pubblicamente denudata, eh eh, m’inoltrai, con stoica volontà infermabile e assai ammirabile, in quel del sopra citato Duse per una scena girata di molteplici scene, successivamente da montare e accordare digitalmente, similarmente filmate a mo’ dell’Opera argentiano/a.

Dopo questo strampalato e bislacco periodo sintattico, no, temporale (eppur non piovve) episodio personale, cioè falotico di superflua aneddotica per voi irrilevante, in quanto, tranne a me stesso, credo che delle mie disavventure e /o peripezie, professionali e non, non freghi un ca… zo a nessuno, detta sinceramente con onestà disarmante, passiamo alla Critica-recensione del capostipite originario, ovvero all’origine della mia disfatta, no, della saga a venire, dai Manetti Bros. pian piano concepita, ideata, trasfigurata e in immagini, da lor rielaborate dal celeberrimo, omonimo fumetto delle sorelle Angela & Luciana Giussani, allestita, non so se studiata meticolosamente in ogni versione a puntate, no, inappuntabile dettaglio incriticabile.

Quindi, dopo la mia ennesima “faloticata”, quest’ultima celebre, come no, espressione oramai entrata di diritto nel collettivo immaginario cine-fumettistico, no, in ogni vocabolario Treccani-Zingarelli-Devoto-Oli che si rispetti, poiché denotatrice d’un modus vivendi irreversibilmente proteso alla stronzata geniale e più sorprendentemente inaspettata, occupiamoci di me stes(s)o, semi-disoccupato e disperato che, in un mo(n)do o nell’altro, nella maniera più disparata anche senza buone maniere e manierismi di finto bon ton poltically correct, deve pur sbarcare il lunario, arrabattandosi alla bell’è meglio per raggranellare du’ spiccioli al fine di poter, un giorno, avere le possibilità economiche per scopare Miriam Leone (sì, donna esigente, annoiata come Eva Kant, la quale necessita non tanto di detersivi, no, diversivi à la Diabolik per spassarsela lontana dalla sua apatia esistenziale veramente da depressa deprimente, bensì abbisogna di un re-g-ale riccone che non sia ricchione) o soltanto per non finire barbone e, di conseguenza, salvarsi/mi grazie a scopate in Via Indipendenza da operatore ecologico che preserva quel minimo di habitat umano ancora decorosamente collegato a una dignità fantozziana, no, finanziaria-sociale non miserevole e degradante delle più umilianti e agghiaccianti.

Ah, si finisce sulla lastra, no, sul lastrico e si dà lustro a uomini poco illustri, qui io ciò v’illustro in modo socialmente pedagogico e moralmente assai nobile, in quanto son uomo che, essendo amante contemplativo, metafisico inaudito e, giocoforza, poco volentieri maudit, divenuto tale a causa di sopra dettevi (s)fighe inenarrabili da morir dal ridere, perciò uomo autoironico, diciamocela tutta, tragicomico in senso toutcourt, che sdrammatizza da “volpone” gli eventi tristi occorsigli in maniera grottescamente meritevole d’un applauso a cerniera, no, cena, no, a scena aperta grandiosa delle più inconcepibili, sì, da uomo “scemo” riapertosi alla vita (quale vita?) in modo suicidario con “onore”, scrive or ivi un diario di riflessioni e memorie, no, a mo’ di sussidiario ripieno di dolore, no, vergherà qualcosa di seriamente, meravigliosamente recensorio che possa essere tramandato alle lapidi della Certosa (famoso cimitero bolognese che, in questo film e nel suo sequel, si vede sovente) o ai poster(i) più (im)mortali e pen(s)osi.

Mah, di mio, so di avere pene d’amore e poco pane, ripeto, per non finire trombato dalla Leone?

No, dalla vita troia. E ho detto tutto in modo gratis et amore.

Andiamo avanti, suvvia, tiriamo a campare, non m’importa una sega se mi segherete. Sì, peraltro piaccio pure ai gay. Eh già, costoro, chissà quante segretamente se ne tirano su di me. Io non me la tiro e per gli omosessuali non mi tira, sebbene, ribadisca, attualmente son messo a pecora. Sì, a novanta, esistenzialmente parlando, sì, parliamoci chiaro come un mar lindo dei più adamantini e puliti.

Uomini e donne sporchini, ricordate che, come la giri la giri, chi più chi meno, lo prendiamo tutti in culo. È così, c’est la vie. Fottetevi. Me ne fotto!

Pensiamo, orsù, alla salute e non rattristiamoci giammai, non chiudiamoci da orsi nelle melanconie da La Mer. Peraltro, che (r)esistenza-resilienza più precaria di un uomo precario in Stato… italiano, cioè esiziale, moralista, catto-borghese dei più retrivi e pericolosi, farisei e ipocriti.

Ma finché c’è vita c’è speranza, dobbiamo aprire gli orizzonti, non essere limitati, circoscrivendo le nostre visioni al passato orribile, dobbiamo vedere oltre con armonia, ammirando forsanche il balcone per un salto giù dalla terrazza di enorme fragore atroce. Fidatevi. Ah, che visione panoramica, com’è bella quella baldracca a lato b scoperto sulla copertina di Panorama, nevvero? Ah, Vittoria! Vittoria Belvedere, che sedere! Da qui si vede la basilica di San Luca e anche una più ricca viziata, non so se viziosa, della Leone che si sta facendo bombare, a tapparelle alzate e in bellavista ignuda, da un puttanone che ereditò una fortuna senza fare un cazzo dalla nascita. Lui, sì, che mai si fece il culo ma se le fa tutte, sbattendosene alla grande… dell’etica o sbattendosi qualsiasi “donna” di ogni razza, sesso e religione. Una vera “pulizia” etnica, ah ah!

La vita è bellissima, perché vi lamentate? Non vi manca nulla. Guardate Diabolik e non rompete i coglioni.

Sì, la sua storia acchiappa, dobbiamo tifare per un ladro che ammazza le persone senz’alcuna ragione e, alla fine, fotte chiunque, sbattendolo fra le chiappe, nei titoli di coda, anche alla Kant. Donna incantevole, sì, t’incanta anche se codesta non sa neppure chi sia Immanuel Kant. Ma ha lo yacht questa splendida mignott’.

C’è poco da filosofeggiare. Eva afferma che gli uomini sono tutti delle merde, pensano solamente a fare soldi per farsi una come lei. Lei odia i maschi(listi) porci e bugiardi, fetidi e bastardi. Ma chi è? Una casaling(u)a che, dopo essersi goduta allo specchio per l’appunto desnuda, prendendolo fra le cosce, no, assumendo contentezza e contezza, sì, coscienza di essere sexy to die for e hot like hell, ha al contempo compreso che non deve più assumere farmacologiche compresse antidepressive ma può riciclarsi come modella fuori tempo massimo da Milf âgée per cinquantenni frust(r)ati che le urlano virtualmente un… ammazza quanto sei bona, che spettacolo, tanta robbbaaa!

Lei è una donna di classe, intendiamoci bene. Non ha mai subito un TSO, ha il quoziente intellettivo di chi guarda le telenovele, ama le veline, legge Novella 2000 e venera Dallas, lei, sì, che ha capacità d’intendere e volere, spende e spande, non guida una Panda, spedendo in rehab tutti i “machi” cazzuti, soprattutto cazzoni, i quali, impazziti per lei, soffrono immantinente d’infermità non solo mentale, bensì anche di mano sulla lor quaglia masturbat(ori)a in un nano… secondo da schizzati di questa società della nostra beneamata minch… ia!

La Kant non può innamorarsi di Stefano Pesce, il prosecutore. Altrimenti, la sua vita non avrebbe prosecuzione. È capace che questo qua, un baccalà, subirà presto un processo per concussione. Che tristone!

Questo bambagione si comporta con lei quasi da stalker, sì, è un maniaco sessuale persecutore. Mille volte meglio, allora, Diabolik, un uomo “vero” che sa distrarla e farla divertire grazie al gusto per l’adrenalina più fina e figa. È un uomo giammai in casina, non è un ratto del serraglio e agonadico, è incasinato ma frenetico e sensualmente selvatico, svaligia ogni casinò, è figo come Vasco Rossi quando canta… voglio una vita spericolata, la voglio piena di guai.

E poi c’incontreremo al Roxy Bar… a proposito di Bologna, miei uomini da Ugo Fantozzi, no, Ugo Bassi! Bassissimi! Ma, in Topolino, c’è perfino la banda Bassotti! E il commissario Basettoni!

Sì, Diabolik canta spesso alla Kant… sono l’uomo più semplice che c’è… son un uomo solo, sono l’uomo giusto per te.

Ti posso offrire sempre un buon tè, un superbo caffè, cene di lusso e ville lussuose con camere in cui giocheremo d’amplessi ricolmi di lussuria molto godibile, soprattutto voglio regalarti un diamante inestimabile in quanto son un grande amante veramente imbattibile e inafferrabile. Non son inchiappettabile.

Ho anche, oltre alla porca, no, alla Porsche, tre Ferrari. Inoltre, sulla mia auto di scorta, una Maserati, è installata un’autoradio da diecimila Euro. Così che potrai, mia cara con gioielli da mille carati, quando vuoi e vorrai, a tutto volume perfettamente calibrato, ascoltare la tua cantante preferita, Elettra Lamborghini! Ma quanto è (o)carina! Ma che vamp svampita! Tutti vampirizza! Che bella sbarbina-bambina-bambolina!

Mica, come dicono a Bologna, bruscolini! Socmel e dio porz’FUCK THE WORLD! Dio Cristo!

Lo vedi quello sfigato lì? Lo vedi lui là? Alziamogli subito il dito medio e prendiamolo in giro, dai, su! Lo vedi quello scopatore, lì, sì, quello spazzino di merda? Mettiamolo sotto, asfaltiamolo e dal Pianeta Terra spazziamolo, sì, ‘sto strunz’.

Siamo Bonnie & Clyde ante litteram, siamo gli (anti)eroi del nuovo millennio, siamo i Millennial che non sanno chi fu Orson Welles ma venderebbero la madre per un autografo di Robert Pattinson. T’al dec mesoccia, visto che cartola? Dio bonin’, se l’è fig’, è un grande attore! Ma quant’è bonazzo! … Azz!

Allora arriva un uomo della Basilicata che non conosce Andrea Pazienza e, spazientito da un nerd che legge giornaletti dù caz’, urla, imprecando Gesù e tutti i santi: tu sì Paz! a leggere cussù dù! Uh uh!

Sì, Pattinson sembra Ronn Moss di Beautiful ma, a differenza di Ridge Forrester, recitò con registi come Cronenberg e Robert Eggers. Quindi, dev’essere bravo “a bestia”, per furzzzz! Oh, a casa mia, due più 2 fa 4. Dunque, non ci si può sbagliare. È un attore con le palle, deve avere du’ marron’ com’un toro, dà la paga a tutti, forse tranne al suo maggiordom’…

A parte gli scherzi, Diabolik parte in quinta, carbura benissimo, l’incipit funziona alla grandissima, di brutt’. Va liscio come l’olio o il burro? Il burrone! Trattasi di inseguimento stradale orchestrato con maestria e decumane con tanto di via Marconi e traverse laterali intrecciate a scorci e squarci dei viali di Milano.

Poi, adocchiamo la comparsa di nome F. Colomb… ti alla Montagnola con tanto di ciuffettino alla Paolo Limiti resuscitato. Ci manca Ornella Pavoni per tal pavone! Abbiamo anche la zona Fiera di via Stalingrado ove i culattoni lo danno via ai pervertiti coi soldoni!

Il film non ha ritmo per un’ora e mezza, ne dura 45 min. di più ma, in virtù di cinquemila splitscreen, al caveau che fa molto To Catch a Thier di zio Alfred Hitchcock, si sa, Alle donne piace ladro (Dead Heat on a Merry-Go-Round) e alla fine, giustappunto, ci sta.

Non è male! A te è piaciuto? Sì, dovremmo trovarci nell’immaginaria Clerville ma, tre comprimari su cinque, parlano come se ci trovassimo a Casalecchio di Reno.

Be’, Marinelli fa il piacione ma se lo può permettere. In effetti, ha un naso più lungo del Falotico ma hai visto, però, che sguardo? Che occhi più profondi in cui annegare come se non sapessimo nuotare!

Perché non hanno chiamato Stefano Accorsi, uomo ripieno, oltre che bolognese d.o.c., di donne Maxibon come l’ex Laetitia Casta. Stefanuccio, che è molto credibile come malato di mente in Marilyn ha gli occhi neri. E poi vogliamo mettere il suo “perfetto” Dino Campana da Coppa del Nonno, no, Coppa Volpi!?

Certamente… Fra l’altro, in quella serie televisiva… non sodomizzava Miriam?

Sì, Stefano è un tipo da clinica psichiatrica Ottonello, da Villa Baruzziana, da “ospizio” Oleandri e da “manicomio” Malpighi. No, ma soprattutto Stefano Falotico è uno che, quando meno te l’aspetti, ti caccia fuori questo:

E ora tutti i boomer, dal cervellino piccolo come Sbirulino, se lo prendono nel cul… ino!

Ma sì, se vogliamo piangere e dirci la verità, non so scrivere né leggere, non so argomentare, non so lavorare per 5 Euro all’ora, non so prostituirmi e sono un pirla con una faccia da pirla, sono un co(ni)glione, un “vile malfattore”, un freak, un oligofrenico incurabile.

Ma se vogliamo invece essere “onesti”, in buona (so)stanza, fa bene Diabolik a fare il ladro.

Vi meritate questo e (non) altro, cioè Rai Cinema. Pura fiction in formato “grande schermo”.

Ah, ricordate: Buona Domenica ed evviva le lasagne, abbasso le lagne, vai di besciamella e mortadella, guarda che bellina la conduttrice cosciona, che bonazz’ e che vestitino! Per la madonnazza vacc… zza! Dammi or da bere un caffettino Lavazza. Domani, dobbiamo lavurar’, straccio e ramazza!

Per quanto mi concerne, salutatemi a soreta! So bene, assai bene che quando qualcuno vuol farti la morale-paternale, eh già, ti grida: non vali un ca… o!

Se lo dice lui? Porta a spasso i disabili, cioè molti di voi, perché non sa ammettere a sé stesso di non sapere nulla di Cinema, non sa nulla di Letteratura ma è una bravissima personcina… Capisc’?! Così facendo, si redime dalle sue limitatezze.

E di nuovo ho detto tutto alla Peppino De Filippo! Che cosa? Oh, signur, quello lì sta con una “malafemmina!”. Oddio, che disgrazia! Scandaloooo! Vai col retro-pensiero bigottooo!

In tutta franchezza, ecco a voi l’Italia. Era così ai tempi di Totò ed è rimasta così dopo cinquant’anni. Con l’unica differenza che le nuove generazioni conoscono a menadito ogni cine-fumetto ma non hanno mai visto un film col principe di Gotham? No, della risata. Sono un Joker… ellone. Se vi sto donando un po’ di vita, poveri morti viventi e tontoloni, vi chiedo perdono, mettetemi in manicomio! V’imploro in ginocchio!

P.S.: voglio fare i complimenti a Francesco Gabbani per la sua splendida, nuova canzone, intitolata Volevamo solo essere felici.

 

marinelli diabolik character poster mastandrea ginko diabolik

In conclusione: Non è malvagio, non è cattivo, sì, il film. Ma forse anche Diabolik non è un criminale. Trattasi, invero, di povero (dis)graziato. Per fortuna, lui si è salvato da un mondo di beceri uomini qualunquisti e di donne che recitano la parte della Madonna ma sono più false di un gioiello falso. Falsari! Diamoci alla Banda degli onesti!

di Stefano Falotico

 

LICORICE PIZZA, recensione à la Falotico

Licorice Pizza

Ah, che filmettino ipocritino e cretino. Anderson, mister bugiard(in)o. Arriva lui, capito, il perfettino, a farci i manifesti amorosi pulitini. Ma vedi questo porcellino!

Dopo il sig. Tarantino che, con la sua bischerata su Hollywood e i sogni illusori ed effimeri che crollano dinanzi alla durezza evidente d’una realtà che ti ammazza, su commissione, a livello (s)figurato più di Charles Manson, ecco un altro esaltato cineasta, molto sopravvalutato, che crolla miseramente, checché se ne dica, nel Magnolia della sua tristezza esistenziale sempre più lapalissiana e imbarazzante, ovvero il signor Paul Thomas Anderson.

Sì, libero qui da vincoli editoriali, da sempre remoto da ogni convenzionalità bolsa, da ogni istituzionale dettame sociale e genitoriale, distante anni luce dalle ruffianerie oscene e dalle falsità bestiali fintamente amicali, posso qui scrivere liberamente cosa penso dell’ultima opus del regista di Boogie Nights. Quest’ultima, opera invece meritevole e ampiamente divertente, grottescamente geniale e, sebbene durante più di un’ora rispetto a tale sciocchezza, cioè Licorice Pizza, incommensurabilmente più intrisa, anche involontariamente, di schiettezza sincera, di onestà intellettuale e di ruspanti esagerazioni gradevolissime.

Licorice Pizza, mi spiace e notevolmente dirlo onestamente, per l’appunto, è una pellicola bruttina. Più stomachevole d’una pizza capricciosa mal impastata. Anzi, non voglio essere politicamente corretto. Mi fa piacere che questo film non mi sia piaciuto quasi per niente e non per far il figo-bastian contrario che, in totale disaccordo con l’intellighenzia critica internazionale, scrive ciò con franchezza (dis)umana veramente abissale.

Paul Thomas Anderson, malgrado m’ammaliò non poco con Il filo nascosto, incantandomi col suo sofisticato e sensibile romanticismo delicatissimo e d’antan, pur non considerando tale appena citato film un capolavoro, a differenza quindi di quanto si legge quasi dappertutto, viene tragicamente paragonato a due compianti e ben più grandi registi trapassati decisamente molto più saggi, equilibrati e sanamente spudorati, sebbene antipatici e misantropi. Vale a dire Robert Altman e, che ve lo dico a fare, Stanley Kubrick. Premetto, così come già peraltro dissi qui e in altre sedi, che nemmeno Altman & Kubrick mi fecero e fanno impazzire. Adoro Altman per Il lungo addio e forse poco altro, eh eh, amo Kubrick per Arancia meccanica e lo ringrazio da quaggiù, pur essendo ateo, ah ah, per averci donato il nudo integrale di Adrienne Corri, red head da leccar(si)… i baffi, cioè la signora Alexander molto eccitante di tale capolavoro appena succitato, e di Julianne Moore (anche lei rossa), no, di Julienne Davis in Eyes Wide Shut.

Ora, a molta gente piacque il lato b della Kidman ignuda, a me non è mai piaciuto Lolita ma, a quanto pare, per meglio dire da quel che si vede e salta all’occhio all’istante, il figlio dello scomparso Philip Seymour Hoffman, alias Cooper Hoffman, è uguale a Warren Clarke, sì, il drugo ciccione di A Clockwork Orange. Mentre la signorina Alana Haim, discreta raccomandata con un viso più ovale dei suoi surriscaldati ovuli da signorinella che, in Licorice Pizza, ha venticinque anni ma par averne meno del co-protagonista a livello ormonale, in quanto sempre in cerca di maschi di ogni razza e religione, è pressoché identica a Leelee Sobieski versione mora.

Sto scrivendo cazzate per farvi eccitare, no, ridere? Sì, bravi. Facciamo i seri, dunque.

Atteniamoci a un pezzo di f… a vera come Dominique Swain del Lolita di Adrian Lyne (una che spronò a realizzare molti remake/rifacimenti con lei a letto in tutte le  versioni, eh eh), no, scusate, a un pezzo scritto con inappuntabile serietà priva di volgarità di sorca, no, di soreta, no, di sorta.

Comunque, sia chiaro, al drugo Alex/Malcolm McDowell, preferirò sempre la Sobieski, no, Lebowski e, al latte del Korova Milk Bar, quello della Granarolo. Parzialmente scremato come qualcosa di granuloso, denso e succoso che (av)viene fra Mickey Rourke/Henri Chinaski/Bukowski & Faye Dunaway di Barfly dopo che lei accavallò le gambe ma nulla si vide per motivi di censura. Dissolvenza e “castrazione”. Se volete vederlo, basta che noleggiate o scarichiate un film con Adrienne Corri, no, con Adriana Chechik.

Costei, donna giovanissima molto precoce, classe ‘91 ed espertissima del 69. Mentre Paul Thomas Anderson, ritornando nella sua San Fernando Valley del suo film con Mark Wahlberg, secondo me, non capì un cazzo in quanto realizzò un ‘68 in salsa nostalgica adatto a tardo ultra-cinquantenne più frust(r)ati di lui stesso. Sì, Paul Thomas Anderson dev’essere uno che finge amabilmente, no, animalmente di essere un uomo sensibilissimo, sentimentale e romanticissimo ma in verità vi dico che non solo, in casa sua, conserva i dvd di tutte le migliori puntate di Baywatch con Pamela Anderson, bensì spende tutti i suoi soldi con le migliori pornostar americane e non. Come faccio a saperlo? Facilissimo, sì, più facile delle dive della Hollywood a luci rosse. Basta vedere questo suo Licorice Pizza per capire che fa l’elegantone e il romanticone (bugiardone) per piacere ai ragazzini, troppo ingenui per sgamarlo, e a quelli della sua generazione, troppo rincoglioniti per non venerarlo.

Sì, quando s’invecchia, si diventa sdolcinati e patetici. Ecco allora che, in colonna sonora, ficchiamo Jim Morrison e i migliori rocker dell’epoca, inserendo nel film perfino il cammeo di Tom Waits per completare la leccata di culo ai suoi fan della mi… chia. A proposito, ci sono anche i Led Zeppelin? Mentre la protagonista indossa le zeppe, facendo la ragazza zuccherosa per uomini viziati, viziosi e amanti delle zoc… le, no, metaforiche zeppole, sì, le “dolcezze” più sessualmente vomitevoli. Non avete capito nulla di quello che ho appena scritto? Non avevo dubbi, oramai siete involgariti come Bradley Cooper, ignorantone arricchito, di questo film con tanto di pantaloni a zampa di elefante e più suonati di Barbra Streisand.

Diciamocela, dopo una prima mezz’ora bella e godibile, Licorice Pizza diventa un pastrocchio improponibile e indigeribile. Fra eccitazioni, no, citazioni fuori luogo di Taxi Driver, uno Sean Penn messo lì tanto per, come si suol dire. Ché, essendo andato a trovare Anderson durante le riprese, non sapendo Anderson che ca… o stava facendo, fu assoldato in maniera improvvisata per poco più d’una stupida comparsata nella parte del produttore attempato che manco risulta arrapato e traviato ma soltanto andato e ubriaco fradicio. Poi, scusate, il protagonista non doveva essere Bradley Cooper? Stando ai primi annunci ufficiali che furono, sì. Poi Anderson, forse, pensò… no, questo Cooper non può reggere da solo un film, a differenza di Daniel Day-Lewis, non sa recitare come lui, riscriviamogli il ruolo e diamogli il character d’un puttanone. Cosicché, giriamo un film sull’ammmmooooorrreeee!

Eh sì, Anderson vuole celebrare i sentimenti puri ma conosce, da furbacchione, le regole puritane.

Al che, Gary Valentine, all’inizio della storia, ha 15 anni sebbene lui ne dichiari sedici. Mentre lei, Alana Kane, come già sopra dettovi, 25. No, così non si può fare. Sarebbe peggio d’un film hardcore chiamato Incestuous o Mamma’s Toy. Facciamo passare, perciò, tre cinque anni. Ora e finalmente, Valentine, il Rodolfo Valentino dell’oratorio, può fare all’amore con Kleio Valentien. No, scusate, con la Kortney Kane che fu. No, perdonatemi, con un alano, no, che schifo la zoofilia. Dicevo, con Alana. Ragazza che, cavolo, ha capito che gli uomini sono tutti degli stronzi e che forse è meglio stare con uno che, di certo, non è atletico e un superbo centometrista come il mitico Carl Lewis, ma dai, quando corre, con tanto di ralenti da film pseudo d’autore e carrellate a raffica da Jules and Jim dei poveri, nonostante la pancetta, è già un uomo vero. Sì, è un po’ ancora inesperto e bambinone ma ha un cuore grande… è specialeee! Ma per piacere! Basta, Paul Thomas Anderson, questo tuo film fa pen’. Sei un fakeLicorice Pizza è una vergognosa pellicola “arty” che lecca i nostalgici e, giustappunto, i falsi.

Nella vita, d’altronde, ho imparato a non fidarmi di certe personcine, cioè quelle che ti dicono… sei un uomo che mi piace perché vero. Sì, certo. Però non hai i soldi di quelli che ti dicono ciò, falsissimamente, e finisci troppo maturo per i ragazzi e troppo poco stronzo per chi, da puro che era, è divenuto un figlio di puttana che si è fatto il culo (solo uno?) per essere arrivato dove sta.

Licorice Pizza live let die Fleming

di Stefano Falotico

 

IL MIGLIO VERDE, recensione

Bonnie Hunt miglio verdeThe Green Mile Tom Hanks Clarke Duncan

Ebbene, in concomitanza con la straordinaria sua uscita in Blu-ray 4K, vi parliamo oggi de Il miglio verde (The Green Mile), firmato da Frank Darabont. Regista particolarmente famoso per aver diretto un’opera cinematografica oramai celeberrima e indimenticabile, ovvero Le ali della libertà. Parimenti a quest’ultimo film citatovi, Il miglio verde è un adattamento tratto da Stephen King. Differentemente però rispetto a Le ali della libertà, pur essendo ugualmente ambientata in un carcere, Il miglio verde è una pellicola che se ne discosta notevolmente per atmosfere, ben più cupe e macabre ma al contempo più oniriche e visionarie, perfino soprannaturali, e soprattutto per via della sua durata ben più mastodontica, esagerata, forse perfino spropositata, smisurata e leggermente eccessiva, consistente ovvero di tre ore e dieci minuti circa, francamente, per quanto appassionanti e visivamente mozzafiato, alquanto insostenibili seppur, ripetiamo, estremamente affascinanti. Darabont, dirigendo Il miglio verde, forse allettato dall’idea di bissare il successo planetario di The Shawshank Redemption (questo il titolo originale de Le ali della libertà), pur ottenendo un altrettanto lusinghiero, sebbene un po’ inferiore, successo di Critica, mirando evidentemente e nuovamente agli Oscar, non guadagnò invece i favori totali del pubblico, rimanendo peraltro all’asciutto agli Academy Awards. Perlomeno per quanto concernette le nomination maggiori. Invero, a essere precisi, Le ali della libertà, pur venendo candidato a sette ambite statuette dorate e pregiate, alla fine non incassò nessun premio e fu sconfitto in tutte le categorie per cui fu nominato. Alla pari de Il miglio verde, d’altronde, che però ottenne quattro nomination. In entrambi i casi, sia Le ali della libertà che Il miglio verde furono candidati come Miglior Film e per la miglior sceneggiatura non originale ad opera di Darabont stesso per tutte e due le sue pellicole che furono escluse stranamente per quanto riguardò la miglior regia. Incredibile coincidenza assai peculiare, non credete? Detto ciò, opportuno avervi segnalato aneddoticamente tale particolare curiosità interessante, passiamo alla sua trama dalle mille sorprese che, per non rovinarvi nell’eventualità che tale film non aveste mai visto, ci limiteremo assai sinteticamente a delinearvi genericamente in poche righe, speriamo però precise ed esaustive: Tom Hanks congeniale, nato per questo ruolo e da favola, interpreta Paul Edgecombe, una guardia carceraria che lavora nel braccio della morte d’una durissima prigione di Cold Mountain. In Louisiana, nel 1935 furono barbaramente uccise e trucidate due bambine figlie d’un contadino. Dell’orrido crimine imperdonabile, fu accusato e conseguentemente imprigionato il nero John Coffey (Michael Clarke Duncan). Forse Coffey non merita la pena capitale mentre sta aspettando terribilmente, ingiustamente, la sua esecuzione lapidaria, scontando un disumano calvario nell’attesa atroce d’un patibolo mostruosamente penoso e aberrante, mostruoso. Forse è soltanto un gigante buono dotato di poteri divinatori. Chi è John Coffey? Intanto, in questo carcere enorme e labirintico, parimenti a un dedalo, anche metaforicamente esistenziale, tanto sorprendente quanto allucinante, scorre la vita dei secondini e della moltitudine sterminata dei carcerati, ognuno con la sua croce personale. Molti celano le loro cattive coscienze dietro un’apparente, integerrima integrità morale non pulita, altri sono nitidamente e irrimediabilmente innocenti, altri ancora sono sadici e spietati, gravemente nel loro animo putrido assai malati.

Fotografato magnificamente e con grande eleganza formale da David Tattersall (The Majestic), Il miglio verde avvince e tiene incollati alla sua visione dal primo all’ultimo minuto, malgrado, come già detto, sia un’opera indubbiamente sfilacciata e retorica, in molti punti addirittura sbagliata e sbilanciata, sfilacciata e ripiena di digressioni spesso inutili che allungano solamente il brodo. Sorretta dall’ottima interpretazione d’un Hanks ispirato come al solito e soprattutto illuminata da una gigantesca, in ogni senso, prova struggente e molto sentita del compianto Clarke Duncan (candidato al Golden Globe), Il miglio verde trova i suoi punti di forza nella sua potenza visiva e si avvale d’uno stratosferico cast eccezionale, come si suol dire, delle grandi occasioni, che annovera tra le sue fila un parterre d’attori e caratteristi imbattibili, fra cui Barry Pepper, David Morse, Sam Rockwell, Bonnie Hunt, James Cromwell, Patricia Clarkson, Gary Sinise, Doug Hutchison, Harry Dean Stanton.

Barry Pepper miglio verde

di Stefano Falotico

 

Trilogia de IL PADRINO (The Godfather), recensione

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Ebbene, dopo aver disaminato la Trilogia del Tempo di Sergio Leone, in occasione della sua pregiata uscita deluxe in cofanetto per rari collezionisti in Blu-ray di razza e del suo cinquantesimo anniversario dalla sua release nelle sale, perlomeno del primo episodio, vi parleremo, speriamo esaustivamente, di un’altra trilogia, ovvero quella de Il padrino (The Godfather) di Francis Ford Coppola. In tal caso, un lapalissiano trittico nel vero senso della parola, differentemente e sideralmente remoto da quello di Leone, essendo, quest’ultima, una trilogy composta infatti da tre film differenti e con storie, ambientazioni a sé stanti, denominata dunque in tali termini per pura convenzione dizionaristica.

Un Coppola memorabile e apoteotico, epocale e leggendario che, col primo, immantinente indimenticabile capitolo del Padrino, sarebbe stato, oltre che notevolmente oscarizzato, immediatamente ascritto e asceso all’empireo dei più importanti cineasti viventi. In quanto, Il Padrino, datato anno 1972, perciò appartenente ai primissimi seventies, a distanza di cinque decadi esatte dalla sua presentazione, mantiene intatta la sua intoccabile e sempiterna beltà universalmente inscalfibile. Che tale rimarrà immutabilmente. Poiché Il padrino è un capolavoro assoluto, talmente mastodontico d’aver ingenerato inevitabilmente il suo sequel e, stavolta confermando il proverbiale detto non c’è due senza tre, giocoforza inducendo Coppola, per via del successo riscontrato anche, per l’appunto, con Il padrino – Parte II del ‘74, a girare, però due decenni dopo, la terza parte.

Ma procediamo con calma, con estrema cautela. Partendo dapprincipio, ovvero con Il padrino, per poi arrivare a sviscerare brevemente la creazione ed evoluzione di tale magnifica trilogia imperdibile dalla bellezza adamantina ed eternamente vivissima. Osiamo dire divina.

Tratto dal celebre romanzo omonimo di Mario Puzo, autore anche della sceneggiatura (leggermente modificata rispetto alla sua novella originaria, dunque, come si suol dire, n’è un libero adattamento) assieme allo stesso Coppola, Il padrino, se volessimo attenerci giustappunto a nomenclature archivistiche e inquadrarlo, ascriverlo genericamente in un genere preciso, esula da ogni possibile classificazione, sebbene possiamo considerarlo, se proprio vogliamo, un noir gangsteristico, un’epopea mafiosa di matrice profondamente drammatica con nessuna parentesi umoristica. In quanto è un film, oltre che crudelmente intriso di violenza potentissima, la visualizzazione elegantissima e girata magistralmente, al contempo brutale e tremenda, d’un nerissimo ritratto di famiglia che non lascia alcuno spazio al divertimento più frivolo. Il padrino è un’opus, così come i suoi due capitoli successivi, mortifera eppur vivificante e mostrante senza fronzoli la più immarcescibile e terribile, spettrale discesa nella brace infernale del sogno americano, un’abbacinante perla di celluloide dalla bellezza estatica ed estetica disumana che però, al suo interno contenutistico, nel diramarsi ed evolversi della sua scoppiettante, spiazzante, variegata trama dai mille e più colpi di scena, contenente a sua volta accadimenti notevolmente tragici e glaciali, nel succedersi d’eventi, come dettovi, mortalmente agghiaccianti, risulta magnifica in quanto straordinariamente vera e pura nella sua essenza paradossalmente iperrealistica. Ora, Il padrino ritrae, enuclea e riproduce la genesi della fittizia famiglia Corleone. Famiglia che, per quanto “inventata” dalla fantasia letteraria di Puzo, attinge alle reali storie “famigliari” di boss veramente esistiti, non solo negli Stati Uniti, in cui è ambientata la vicenda narrataci e filmata da Coppola, avendo volutamente, malgrado implicitamente, non poche attinenze con persone e fatti realmente accaduti. Il padrino è uno di quei rarissimi film che, per quanto concerne la sua valutazione sul sito aggregatore di medie recensorie metacritic.com, può vantare l’impressionante 100% totale di opinioni positive. Record quasi imbattuto. Adesso però, finalmente, partiamo per l’appunto dall’inizio, anzi dall’incipit in senso metaforico e potremmo dire poeticamente, dell’albero genealogico della famiglia Corleone de Il padrino, iniziando dapprincipio a raccontarvi e sviscerarvi sinteticamente la storia… di tale primissimo, appena citato film, inesorabile padre fondatore degli inevitabili suoi figli di celluloide, cioè i due seguiti sempre partoriti in senso coppoliano, sì, messi al mondo da un imprescindibile pater familias del Cinema contemporaneo, ovvero il rinomato ed egregio sig. Coppola.

Estrapolandovi la lapidaria sinossi da IMDb:

Il patriarca invecchiato di un’organizzazione criminale trasferisce il controllo del suo impero clandestino al suo figlio riluttante.

Il patriarca è Don Vito Corleone, alias Marlon Brando (premiato con l’Oscar), il figlio a cui andrà, inizialmente contro il suo volere e soprattutto ribaltando i preventivati piani, l’eredità dinastica e la tradizione mafiosa da perpetuare e capeggiare, è Michael, un grandioso Al Pacino. Che poi, dal secondo capitolo sino al terzo ultimo, diverrà il protagonista di tale epopea titanica. I suoi fratelli, tutti maggiori, sono Sonny (un ottimo James Caan), originariamente destinato a divenire il capo dei capi ma morto trucidato, un uomo comunque troppo irresponsabile e testa calda per poter assumere il controllo patriarcale dell’organizzazione criminale, il più anziano del gruppo e figlio adottivo Tom (Robert Duvall) e il titubante, caratterialmente troppo debole Fredo (il compianto John Cazale che, nel Padrino – Parte II, riceverà, senza farvi troppi spoiler, un traditore, forse assassino bacio di Giuda mostruoso).

Michael doveva avere una vita normale ma, nel corso della storia, attentano alla vita di suo padre, succedono altri accadimenti non propriamente positivi e accadrà, fatalmente, l’irreparabile irreversibile. Michael sposerà la bella Kay (Diane Keaton), la quale diverrà per sempre la sua compagna fedelissima e, spesso contro il suo volere, complice d’affari da mani pulite…

Nessuno, insomma, si sottrarrà a un fato indirizzato ad elevarli tragicamente ma allo stesso tempo potentemente al rango di padroni e dominatori ombrosi del loro cammino esistenziale purtroppo delinquenziale e lugubre. Fra tradimenti, colpi di scena mozzafiato, litigi furibondi, urla, sangue versato, specialmente degli acerrimi nemici, e innumerevoli persone assassinate appartenenti ai rivali, si giungerà al chapter n.2.

Uscito solo due anni dopo, parimenti al suo predecessore e, diciamo, pellicola iniziatrice della trilogia, premiato con l’Oscar sia per miglior Film che per miglior Regia, eccoci quindi al Padrino – Parte II.

Datato perciò anno 1974 ma nient’affatto datato in senso lato. In quanto, così come il primo, straordinario, se non addirittura leggermente superiore. Sì, Il padrino – Parte II è uno dei pochissimi seguiti nella storia del Cinema che può tranquillamente essere considerato qualitativamente all’altezza del film originario. Se non, com’appena scrittovi, un gradino sopra e possibilmente persino più perfetto. Sempre ammesso che un film come Il padrino, vetta eccezionale difficilissimamente raggiungibile, rimarchiamolo nuovamente, possa paradossalmente esser messo a paragone non con altri film distinti, bensì, col suo stesso sequel. Incredibile, non credete?

Ebbene, per quanto possa sembrare dunque impossibile, Il padrino – Parte II è a nostro avviso migliore, per certi versi, del primo e ciò è peraltro attestato da molti critici assai rilevanti. Diciamo questo perché lo riteniamo più omogeneo, compatto e ancora più finemente girato. Maggiormente coeso a dispetto della sua struttura narrativa ricolma di flashback, assenti nel primo.

Perché nel Padrino – Parte II vi sono tante analessi? Per un motivo molto semplice, famosissimo per chi, ovviamente, conosce bene questa superba pellicola e l’ha già vista, non solo semmai una volta sola.

Qui non ci viene raccontato soltanto ciò che avviene alla vita di Michael Corleone & company dopo la fine del primo film. Infatti, Coppola torna indietro nel tempo e, potremmo dire, senz’utilizzo di computer graphics a mo’ di The Irishman, visualizzandoci le origins di Vito Corleone, nato come Andolini, “ringiovanisce” Marlon Brando naturalmente, consegnandogli il volto d’un giovanissimo e strepitoso Robert De Niro (premiato anch’egli con l’Oscar, stavolta come non protagonista). Ecco che Coppola segue la crescita, in ogni senso, di Michael Corleone/Pacino e di sua moglie Kay/Keaton, coppia che, nel caravanserraglio d’altri loschi fatti e misfatti più o meno orridi, nell’esplodere della tensione e di altri loschi imbrogli e doppi giochi atroci, furiosamente litigherà ma giammai si separerà, soprattutto figlierà.

Così come vediamo che Don Vito figliò e diede pian piano alla luce la sua futura famiglia Corleone. Ora, giustappunto, dominata da Michael, situato al vertice piramidale della corleoniana, gerarchica scala familiare. Don Vito che, dopo gli stenti e la fame a Little Italy a New York, in seguito a un grave sgarbo commesso a suo danno da Don Fanucci (il nostro Gastone Moschin), comincerà a prendere confidenza con la più spicciola violenza efferata. Sporcandosi le mani, affamato di avido potere, sanguinariamente, spesso e volentieri perpetrando ricatti via via più crudeli, ascenderà a piccolo re del suo quartiere e man mano il suo impero s’espanderà scuramente, procedendo di pari passo con la sua sempre più autorevole personalità temibile in fase continuativamente e continuamente crescente e infermabile.

Di salto temporale, non in senso filmico, bensì cronologico, arriviamo all’anno 1990, anno in cui uscì Il padrino – Parte III.

Non siamo però nel 1990 ma la vicenda è collocata nel ‘79. Michael Corleone sta invecchiando come suo padre e forse vuole congedarsi dalla sua vita peccaminosa, recandosi addirittura, in cerca di redenzione, a Roma e presso il Vaticano. Ma è questa la motivazione all’origine del suo viaggio nella capitale?

Cosa si cela, in effetti, dietro tale atteggiamento stranamente sospetto e per lui inusuale? Nel frattempo, Michael si avvale dell’aiuto del nipote Vincent Mancini (la new entry Andy Garcia).

Nel cast, i nuovi arrivati Joe Mantegna, Eli Wallach e Bridget Fonda, stavolta, anche l’esordiente figlia di Coppola, Sofia. Inizialmente, il ruolo doveva andare a Winona Ryder. Ma forse tirava troppa aria di famiglia…

Maggiore spazio inoltre concesso, in termini di minutaggio, alla nipote di Coppola, Adriana di Rocky, vale a dire Talia Shire.

Musiche di Carmine Coppola e non più di Nino Rota. Anche perché Rota morì nel 1979, stesso anno, ripetiamo (vedi le coincidenze?), in cui è ambientato Il padrino – Parte III.

Che è un bel film, di cui recentissimamente Coppola approntò una nuova versione, ma decisamente minore se raffrontato ai due capitoli antecedenti. In quanto risulta sbilanciato, pacchiano in molti punti ed esageratamente barocco e ridondante.padrino Pacino Keaton

di Stefano Falotico

 

 

OCCHIALI NERI, recensione

Dopo aver letto molte critiche devastanti, pensavo di assistere a un film tragicamente comico e imbarazzante. Invece, sapete qual è la verità, triste e da film di paura-orrore? Non è per niente brutto questo film di Argento e molti di voi, anziché scrivere di Cinema, dovrebbero andare a coltivare le cicorie. Per voi, ci vogliono gli accompagnatori!

occhiali neri argento asia pastorelli

Ebbene, oggi recensiamo la nuova, attesissima opus di Dario Argento, maestro indiscusso del brivido e rivoluzionario cineasta che, a dispetto forse dei suoi ultimi passi falsi concernenti le sue recenti pellicole non particolarmente apprezzate, dopo il flop e le stroncature impietose riguardanti il suo Dracula 3D, a distanza di dieci anni esatti da quest’ultimo film appena citatovi, riesuma non il cadavere di Nosferatu, bensì una vecchia sceneggiatura dimenticata, riposta nel metaforico cassetto dei suoi progetti irrealizzati e momentaneamente accantonati, firmata dal suo storico collaboratore e spesso inseparabile sceneggiatore, ovvero Franco Ferrini (C’era una volta in America), già giustappunto writer per Argento degli script di Phenomena, Il cartaio e Non ho sonno.

Abbiamo citato, non a caso, queste tre opere della premiata ditta Argento-Ferrini, in quanto la trama del film da noi disaminato, in molte situazioni, nel districarsi della sua terribile, inquietante narrazione dipanatasi e mostrataci, diegeticamente le evoca frequentemente nell’interessante riverberarsi perdurevole d’un continuum, potremmo dire, auto-citazionistico di matrice metacinematografica assai rilevante e coerente con l’excursus registico e la poetica di Argento stesso. Premessa, questa, importantissima per poter apprezzare Occhiali neri, senza perciò adottare, perdonateci il seguente gioco di parole, ottiche recensorie prevenute, metaforicamente usanti i paraocchi. Questa, la sinossi ufficiale di Occhiali neri:

Roma. L’eclissi oscura il Sole – come un presagio – in una torrida giornata d’estate.

Un serial killer che ha preso di mira le prostitute mette gli occhi su Diana, una giovane escort. Durante il furioso inseguimento in auto, la ragazza va a schiantarsi contro un’altra automobile. Come conseguenza lei rimane cieca e l’intera famiglia del decenne Chin muore. Nonostante la cecità, Diana decide di prendere con sé il bambino e, con lui e il suo pastore tedesco Nerea, si dà alla fuga. L’assassino però è ancora a piede libero e non desiste dai suoi propositi.

La prostituta d’alto bordo è interpretata dalla bella Ilenia Pastorelli. La quale recita con disinvolta “ingenuità” attoriale perfettamente intonata allo sguardo argentiano. Argento, infatti, non si è mai troppo preoccupato della direzione recitativa, concentrandosi invece maggiormente sull’amalgama delle sue tenebrose storie ripiene di suggestioni soventemente oniriche ed ermeticamente tetre. Dando più spazio, dunque, alle atmosfere e volutamente tralasciando l’aspetto riguardante la recitazione dei suoi attori protagonisti. Anzi, aggiungiamo, spesso e volentieri preferì (e anche adesso, con questa sua opera, tale suo particolare, più o meno opinabile, stilema registico non smentisce) e preferisce prestare attenzione alle suggestioni da effonderci sottilmente. Diciamo questo perché in molti hanno sadicamente e ingratamente distrutto la performance della Pastorelli, maltrattando quest’ultima in modo estremamente irrispettoso del suo lavoro e di conseguenza ridicolizzando Argento stesso, incapace, a detta loro, di avere polso e colpevole di essersi rimbambito irreversibilmente.

Inevitabilmente criticando pesantemente Occhiali neri, partendo erroneamente e, osiamo dire, perfino arbitrariamente e ignorantemente, da presupposti critici assai equivoci e figli solamente d’un ingiusto accanimento scioccante rivolto, da molti anni a questa parte, a un autore grandioso, qual è comunque Argento, a prescindere dall’abbassamento qualitativo delle sue ultime pellicole. Compresa questa da noi presa in questione.

Chiaritici su ciò, cioè con quanto appena scrittovi, Occhiali neri non è minimamente paragonabile all’Argento degli anni d’oro, non è di certo un capolavoro e non è nemmeno un bel film. Però, altresì, non è affatto brutto e/o da buttare, oppure addirittura imbarazzante e inguardabile, a differenza di quanto invece stupidamente sostenuto da molti sciocchi recensori e capre dell’ultima ora.

Poiché Argento è sempre sostanzialmente stato questo, nel bene o nel male. Seguentemente vi spiegheremo brevemente.

Non vogliamo, intendiamoci bene, spezzare lance in favore di Argento da suoi fan “ciechi”, esteticamente parlando, né desideriamo scagliarci contro molta intellighenzia attuale per puro spirito provocatorio da bastian contrari stolti e miopi.

Il Cinema di Argento è estremamente autoriale, potremmo dire, spesso anche artisticamente “artigianale”. Ricolmo d’incongruenze narrative e di evidenti stonature a livello di coerenza logica nelle sue trame (vedasi Phenomena). Almeno all’apparenza.

Scusate, a un David Lynch abbiamo mai chiesto sensatezza? Allora perché pretendere logicità da Argento? Semplicemente perché, forse rispondereste voi, Lynch realizza pellicole marcatamente nonsense, rendendole dichiaratamente incomprensibili e al contempo, a seconda dell’intelligenza dei vari spettatori, a loro modo intelligibili? No, scusate, quest’atteggiamento si chiama capzioso cinismo e autentico, disgustoso comportamento da furbi sofisti-solipsisti della Settima Arte che piace o non piace in base a personalissimi, dunque a loro volta criticabilissimi, gusti e pareri soggettivi ed egoisticamente personali.

Ilenia Pastorelli Dario Argento

Quindi, il problema che si pone con Occhiali neri è soltanto uno. Il film non è un horror, non è un thriller ed è, per circa un’ora, a parte l’inizio truculento e trash, spaventosamente grottesco, un film intimista. Sì, avete letto bene, non ci siamo sbagliati.

È la storia di una donna autentica e pasoliniana, un’Anna Magnani ante litteram inserita in un contesto cupamente torbido e malsano, Diana/Pastorelli, che continua a fare la prostituta malgrado sia divenuta cieca. Ma s’è sempre vergognata della sua professione, diciamo, ovvero di svolgere il mestiere più vecchio del mondo. Non è una donna istruita, è ingenua oltre ogni limite, è fisicamente bona ma nell’animo troppo caritatevole, apprensiva e buona. Cosicché, prende sotto la sua custodia Chin/Andrea Zhang, premurandosi di un bambino difficile che difficilmente fraternizza con chicchessia. Con lei, invece, stranamente Chin solidarizza di buon grado e in modo naturale, non forzato.

Occhiali neri, parallelamente, è la storia di una timida e sensibile assistente sociale speciale, Rita/Asia Argento, che vuole salvare Diana non soltanto da un invisibile, misterioso omicida seriale che viaggia su un furgoncino bianco e talvolta le appare, visionariamente, nei suoi incubi peggiori. Uno spauracchio esistente realmente o solamente la visualizzazione dell’inconscio di Diana non ancora morta dentro? Donna irrisolta, già profondamente infelice, con tutta probabilità, ancor prima dell’incidente occorsele? Insicura, incerta, sbagliata all’interno d’una Roma caotica in cui non respira, in cui, in un modo o nell’altro, deve celarsi e proteggersi. Salvaguardando la propria esistenza in pericolo, anche in senso lato. Perché fuori c’è sempre un lupo solitario molto cattivo che non sta prendendo di mira solo lei.

Lei è sola, è spaurita, in balia del suo trauma e del crescere palpabile della tensione… sua emotiva. Precipitata nella voragine senza fondo, profondamente lugubre, della sua notte eterna e mortale. Avviluppata dalla morsa attanagliante del suo intimo, metaforico noir in cui non c’è luce ma un bagliore di speranza…

Soprattutto perché le verrà a mancare la sua guida, specialmente morale e spirituale, cioè Rita. Strangolata e stravolta, a sua volta, stavolta in senso fisico, dal mostro che non dà tregua, che recide i sogni di purezza e amputa la bella semplicità del vivere onesto anche se, potrebbe parer ossimorico, eticamente non pulito per colpa d’un destino già segnato e scritto. Forse però non del tutto.

Attenzione, Diana chiama Rita amore… L’amore incarnato della voglia di sperare, di continuare a combattere e non fuggire dinanzi a un brutto sogno. Questo brutto sogno, quando ti svegli, non è reale e non esiste?

Oppure i mostri si possono mordacemente, non utopisticamente uccidere e agguantare, lasciandoli sbranare dal morso della loro cagnesca crudeltà feroce e aggressiva che si ritorce loro contro, inaspettatamente (ed è questa una suspense esistenziale), abbrancandoli e sfiancandoli con letalità impietosa e implacabile?

Dario Argento ha la sua età e non sa quello che fa?

O forse è così lucido da essere perfettamente cosciente di confezionare una discreta e godibile “fiction” in formato fintamente filmico sotto forma di lungometraggio che dura soltanto 80 minuti scarsi, senza pretese, prodotta da Rai Cinema che non può mandarla in onda in prima serata a ragione semplicissima del fatto che, a prescindere da tale “format” lontano dai canoni, per il grande schermo, argentiani, è per l’appunto, pur sempre, una pellicola di Argento?

Violenta soprattutto nel finale tremendo quando Diana non può vedere il mostro massacrato ma il bambino, purtroppo o per fortuna, sì.

Diana già vide l’orrore, il bambino adesso deve vedervi chiaro senza più alcun timore, è obbligato giocoforza a vivere, a risperare, a rivedere la vita e prendere il volo.

Mentre Diana è di nuovo sola, brancolante nuovamente al buio, ancora una volta dentro l’asfissiante, accecante voracità nera del suo imperituro inferno pieno di paure. Dentro il giallo agghiacciante della sua anima malinconica che soffre, piange in silenzio ma non vuole morire…

 

di Stefano Falotico

 

IL BACIO DELLA DONNA RAGNO, recensione

bacio donna ragno locandina bacio ragno donna ragno braga

Ebbene oggi, per i nostri racconti di Cinema, a distanza di circa una settimana dalla scomparsa e dipartita di William Hurt, deceduto, ahinoi, nel giorno del 13 Marzo scorso, disamineremo Il bacio della donna ragno. Film per il quale vinse meritatamente l’Oscar in virtù della sua splendida prova recitativa assai intensa e recitata magnificamente. Aggiudicandosi anche il prestigioso premio di miglior interprete maschile al Festival di Cannes. Sconfiggendo, fra gli altri, durante la Notte delle Stelle degli Academy Awards, i ben quotati e parimenti eccezionali Harrison Ford (alla sua prima, storica e stranamente unica nomination della sua stellare carriera) di Witness e il superbo Jack Nicholson de L’onore dei Prizzi. Agguantando inoltre, il primato, potremmo dire epocale e importante, di essere stato il primissimo attore nella storia del Cinema a vincere la succitata statuetta dorata, incarnando il personaggio d’un omosessuale.

Il bacio della donna ragno (Kiss of the Spider Woman) è una pellicola della durata di due ore nette, diretta dal compianto Héctor Babenco (Giocando nei campi del signore), sceneggiata da Leonard Schrader che adattò, molto liberamente, il romanzo omonimo di Manuel Puig, interpretato mirabilmente, come poc’anzi dettovi, da un Hurt ispiratissimo e da un altrettanto sorprendente Raúl Juliá, oltre che da una sensuale, conturbante e avvenente Sônia Braga. Quest’ultima campeggiante, stilizzata e misteriosamente fascinosa, nell’avvolgente poster internazionale a sua volta estremamente seducente e ammantato, diciamo, d’atmosfera caldamente onirica. Enunceremo per voi la trama, estrapolandola dal dizionario Morandini (a cui apporremo, fra parentesi, i nomi degli attori e una nostra precisa osservazione), in quanto, oltre che pertinente, nella sua secca sinteticità sibillina e nel suo corretto giudizio, brevissimo ma centrato appieno e corrispondente in toto con la nostra opinione a riguardo, condensa esattamente il senso dell’opus di Babenco, non sciupandovi, con spoiler inutili, le belle sorprese emozionanti e commoventi che, nell’arco della sua narrazione, sfaccettata e intrecciata meravigliosamente, incontrerete frequentemente, rimanendone estasiati e magnetizzati. Poiché Il bacio della donna ragno, pur essendo oramai un film dell’85, dunque di quasi quarant’anni fa, non è affatto datato, anzi, profuma d’estatica celluloide nostalgicamente stupenda e adamantina nella sua forma più nitida: «In un carcere brasiliano, Molina (Hurt), omosessuale condannato per corruzione di minorenne, è in cella con Valentin (Julia, così accreditato nei titoli di testa, come d’altronde anche la Braga, senza quindi accenti particolari), politico ribelle. Si vorrebbe usare il primo per avere informazioni dal secondo. Intanto gli racconta i film che hanno deliziato la sua giovinezza. Tra i due si produce uno scambio. Il lato debole del film è la visualizzazione dei racconti (con S. Braga); la sua forza nel rapporto tra i due personaggi, nel clima di morbida ambiguità che si crea tra loro, nella valentia dei due interpreti».

Discordiamo però col Morandini in merito al fatto che le suggestive digressioni in cui si visualizzano le scene dei film, in particolar modo di quello centrale, esposteci dal personaggio incarnato da Hurt e rivolte al suo compagno di cella, rappresentino una debolezza strutturale dell’opera da noi qui presa in questione e analisi. Sono invece soavemente delicate e volutamente naïf, cioè ricercatamente artificiose secondo l’accezione migliore. Incantate, deliziose e sanamente “ingenue”, assai poetiche e di finissimo gusto estetico e non solo. La Braga interpreta tre personaggi, Leni Lamaison, ovvero la diva à la Rita Hayworth del film immaginifico, forsanche immaginario, raccontatoci da Molina, Marta, l’amante perduta per sempre e soltanto poi vagheggiata (?) di Valentin, e la donna ragno del titolo. Che altri non è forse se non Marta stessa in versione filmica meta-cinematografica, fantasiosamente idealizzata.

Malgrado qualche eccesso didascalico nell’ultima mezz’ora e alcune forzate, però al contempo inevitabili prevedibilità nello snodarsi del rapporto empatico che pian piano s’innescherà fra Molina e Valentin per via delle loro amicali, intime confidenze personali che a loro volta genereranno nei loro cuori e nelle loro sensibili anime perfino qualcosa in più, Il bacio della donna ragno rimane a nostro avviso un capolavoro. Per certi versi, assai simile e analogamente speculare al celeberrimo La rosa purpurea del Cairo di Woody Allen. Film che, per pura coincidenza, uscì nello stesso anno.

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di Stefano Falotico

 

MR. BROOKS, recensione

mr brooks locandinaEbbene, a distanza di un giorno, ahinoi, dalla triste scomparsa inaspettata del grande William Hurt, celebrato attore premio Oscar (meritatissimo) per Il bacio della donna ragno di Héctor Babenco e protagonista, oltre che di svariate pellicole del suo mentore e fidato amico Lawrence Kasdan (il grande freddo), di Figli di un dio minore, abbiamo pensato bene di ripescare dal cilindro, potremmo dire, della nostra memoria d’incalliti cinefili appassionati e irriducibili, una pellicola con lui, interprete magistrale assieme a un Kevin Costner (qui, anche in veste di produttore in prima linea) in forma smagliante, ovvero Mr. Brooks.

Mr. Brooks è un ottimo thriller psicologico del 2007, diretto da Bruce A. Evans. Il quale, inoltre, lo sceneggiò personalmente, unendo le forze con Raynold Gideon.

Evans, regista non particolarmente famoso ma writer di straordinaria classe e finezza di penna (suoi, infatti, gli script del magnifico Starman di John Carpenter e di Stand by Me – Ricordi di un’estate) che vinse, in tal caso, con questa sua pregiata, particolare opus, diciamo, anomala e al contempo assai interessante, ricolma di risvolti tanto inquietanti e morbosi quanto intellettivamente stimolanti e suggestivi, la sua cinematografica scommessa. Dirigendo, giustappunto, tale suo Mr. Brooks con indubbia personalità e da fuoriclasse, infondendogli vita propria ed egregia maestria da puro encomio mirabile.

Detto ciò, Mr. Brooks, film della durata di due ore nette mai annoianti, bensì fascinosamente avvincenti, non è di certo un capolavoro né un grande film ma allo stesso tempo, ribadiamo, è una pellicola importante di cui specialmente il sottoscritto serba una notevole impressione fin dalla sua prima visione avvenuta ai tempi della sua uscita nelle sale.

E rappresenta, ricollegandoci ad Hurt, una tappa significativa all’interno della sua invidiabile carriera e del suo altalenante excursus attoriale d’assoluta rilevanza che però, come sappiamo, dopo il forte exploit degli anni ottanta, per cui annoveriamo fra le sue interpretazioni di rilievo naturalmente Gosford Park, nel corso degli anni subì improvvise e piuttosto inspiegabili battute d’arresto alquanto strane.

Al che, Hurt, dopo esser salito agli onori delle cronache anche, ovviamente, con Dentro la notizia, patì un’estemporanea débâcle e un’assurda, lenta ma progressiva emarginazione dall’Hollywood che, come si suol dire, conta. Pur lavorando a getto continuo, ecco che, nei nineties, Hurt andò irrazionalmente incontro a numerosi fallimenti sonori (pensiamo, per esempio, a Lost in Space) non soltanto per colpa sua, intendiamoci bene, risalendo poi, un po’ tardivamente, soltanto la china in virtù d’alcune sue prove da “caratterista” di risma, quali A.I.- Intelligenza artificiale di Steven Spielberg, Into the Wild di Sean Penn e il sottovalutato, perfino quasi misconosciuto The Good Shepherd – L’ombra del potere di Robert De Niro.

Tornando invece a Mr. Brooks, eccone a grandi linee, per non sciuparvi le sorprese se non l’avete mai visto, la trama, essenzialmente da noi condensatavi sinteticamente ma ritratta nei suoi punti imprescindibili e più salienti, irrinunciabili:

Earl Brooks (Costner) è un uomo di successo, peraltro recentemente insignito di un’onorificenza ragguardevole da uomo dell’anno, sì, una sorta di premio da cittadino onorario, assegnatagli dalla città di Portland. Luogo in cui si svolge la vicenda. Earl, però, non è forse l’uomo moralmente integerrimo e perfetto che potrebbe sembrare. Probabilmente, nasconde una doppia personalità pericolosa che si riflette nel suo immaginario alter ego di nome Marshall (Hurt). Quest’ultimo, suo braccio destro fittizio e “influencer” personale glacialmente speciale dei suoi assassinii da recidivo, giammai curato killer mentalmente non poco disturbato. Al che, accadono agghiaccianti omicidi inspiegati e su di essi comincia a indagarvi una signora molto in gamba, con le palle e bellissima, la detective Tracy Atwood (un’inedita Demi Moore dallo sguardo severo ma sempre avvenente e sexy oltre l’immaginabile). Come andrà a finire? Chi è, in verità, nella sua totale psicologica nudità, il sig. Brooks?

Film dai molti pregi, congegnato narrativamente in modo sofisticato, Mr. Brooks, film costato soltanto venti milioni di dollari, cifra alquanto bassa per gli standard e i consueti, ben più onerosi, budget hollywoodiani, ottenne un discreto successo al botteghino e, pur non sfracellando il boxoffice internazionale, incassò a livello mondiale circa tre volte di più rispetto ai soldi spesi per realizzarlo. Dunque, può essere tranquillamente considerato un buon successo commerciale.

L’accoglienza della Critica fu alquanto parimenti soddisfacente, sebbene non entusiasmante. E Mr. Brooks, ripetiamo, nonostante non risulti affatto un film indimenticabile o perfetto, si lascia vedere che è una bellezza, soprattutto per merito dei suoi due affiatati e bravissimi protagonisti, Costner & Hurt per l’appunto.

I quali, entrambi giostrandosi eccellentemente fra istrionismi carismatici e giochi recitativi bilanciati, diventano un tutt’uno, in ogni senso, col character principale.

Un’altra superba prova, quindi, per Hurt.

Infine, se volessimo divertirci e riflettere con parallelismi meta-cinematografici, il personaggio di Brooks è accostabile, per via di molte somiglianze, al Tom Stall/Viggo Mortensen di A History of Violence, firmato da David Cronenberg.

In cui Hurt, inutile dirlo ma lo diciamo lo stesso, duettò genialmente nel prefinale con Mortensen, agguantando la sua ultima nomination agli Oscar, stavolta però come best supporting actor.

Un bel film, una grave perdita quella di Hurt. Un grande attore di rara sensibilità e bravura recitativa veramente da fuoriclasse.

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di Stefano Falotico

 

A PROPOSITO DEI RICARDO (Being the Ricardos), recensione

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Ebbene, questa sarà una recensione netta e secca, senza troppi fronzoli né inutili panegirici. Poiché, chiariamoci subito senz’infingimento alcuno, colui che ha scritto il pezzo che spero vogliate leggere con piacere, senza mezzi termini, definisce il film, nelle seguenti righe, da lui brevemente disaminato, ovvero A proposito dei Ricardo (Being the Ricardos), un’opera cinematografica davvero spiazzante, creativamente stimolante e, in una sola parola limpidissima, sensazionale. Anzi, aggiunge il sottoscritto, decisamente bellissima. Inequivocabilmente magistrale, a dispetto della Critica, soprattutto statunitense, la quale, forse trovatasi impreparata dinanzi a tale pellicola enormemente stratificata, complessa al massimo grado ed elegantemente sofisticata, s’è giustappunto dimostrata in gran parte superficiale e immatura, perlopiù incompetente e, nei giudizi contradditori espressi nei suoi riguardi, affrettata oltre ogni dire. Troncandosi fra chi l’ha giustamente lodata e apprezzata e chi invece, presso l’intellighenzia, ha conservato un atteggiamento freddo e distaccato. Nonostante ciò, il film ha ricevuto tre meritatissime candidature all’Oscar, andate però solamente ai suoi due interpreti principali, ovvero Javier Bardem e Nicole Kidman, rispettivamente candidati come migliori attori ai prossimi, imminenti Academy Awards, e al solito eccellente J.K. Simmons, quest’ultimo nominato come best supporting actor. Rimanendo al contempo escluso, abbastanza inspiegabilmente, per quanto concerne tutte le altre categorie, incluse ovviamente le nomination per Film e Regia.

Regia che è firmata egregiamente dal sempre più sorprendente e brillante Aarok Sorkin, premio Oscar, in veste di sceneggiatore del magnifico e oramai epocale The Social Network di David Fincher e writer peraltro di script arguti, taglienti e sagaci. Quali Nemico pubblico (non accreditato) di Tony Scott, Steve Jobs di Danny Boyle, Bulworth. Solo per citarne alcuni. Il quale, dopo il suo ottimo esordio dietro la macchina da presa, avvenuto con Molly’s Game, e l’altrettanto, successivo, riuscito Il processo ai Chicago 7, con questo strepitoso A proposito dei Ricardo dimostra non solo di essersi ancor più affinato nella messa in scena, bensì di saper superbamente giostrarsi fra meta-Cinema purissimo e rinomata delicatezza espressiva veramente ragguardevole.

Narrandoci, attraverso un eccezionale intreccio a base di flashback distillatici con tempi e garbatezza impari, con sensibilità acutissima, i sottili retroscena, dettagliatamente espostici con adorabile finezza, d’una dimenticata serie televisiva americana, Lucy ed io, all’epoca molto amata oltreoceano, miscelandola arditamente con la romanticissima e struggente love story dei suoi due, potremmo dire, paladini e beniamini, ovvero i veramente esistiti Lucille Ball (Kidman) e il cubano Desi Arnaz (Bardem).

Il tutto raccontatoci e filmato in due ore e un quarto che non annoiano mai, catapultandoci all’interno d’una rocambolesca, travagliata settimana cruciale del ‘52. Scandita puntigliosamente dalle vicende, professionali e private, che coinvolsero Lucille e Desi. Lei, accusata di essere comunista in piena era maccartista, lui finito al centro dei rotocalchi scandalosi in quanto, a sua volta, accusato di essere un impenitente donnaiolo che tradiva ripetutamente la moglie.

j k simmons ricardo sorkin

Girato a colori sfavillanti e sgargianti ma con molti spezzoni in meraviglioso B/N per la fotografia del fincheriano, per l’appunto, Jeff Cronenweth (Fight ClubGone Girl – L’amore bugiardo), a Proposito dei Ricardo è un emozionante, sebbene a tratti cervellotico (ma non c’è niente di male in questo), viaggio vertiginoso nel dietro le quinte della cinica Hollywood degli anni cinquanta e soprattutto un behind the scenes geniale e toccante d’un grande, magico amore purtroppo dissoltosi per la crepuscolare fatalità d’un destino amaro e a causa dell’inevitabile durezza della realtà umanamente peccabile di debolezza bastarda.

Che classe, caro Sorkin, chapeau.

La Kidman torna a livelli altissimi e non le è da meno un gigantesco Bardem dalla presenza scenica impressionante.

Ora, dobbiamo essere sinceri. Molta gente si chiede come mai attori come Raoul Bova e Riccardo Scamarcio, per quanto vi abbiano provato, non si sono trasferiti, in pianta stabile, a Los Angeles. Perché, non per essere anti-patriottici, gli spagnoli Banderas & Bardem sono, sì, belli e affascinanti ma anche grandissimi attori. Non vi è partita.

ricardo bardem

di Stefano Falotico

 

BULLET TRAIN with BRAD PITT, Trailer

A LUGLIO SOLO AL CINEMA. Bullet Train è un thriller d’azione folle e divertente del regista di Deadpool 2, David Leitch. Brad Pitt è il protagonista di un film corale con un gruppo di assassini diversi tra loro, tutti con obiettivi collegati ma contrastanti, sullo sfondo di una corsa senza sosta attraverso il Giappone moderno. Bullet train, tratto dal romanzo “best seller” di Kōtarō Isaka I sette killer dello Shinkansen, è un film prodotto da Sony Pictures e distribuito da Warner Bros. Entertainment Italia, da luglio solo al cinema.Bullet Train

 
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