“Waterworld”, recensione

Waterworld Costner

Apocalisse planetaria d’una acquosa… speranza oceanica…

Acquolina, acquetta, fuocherello, metafisica, (date) fuoco!

Nella virtuosa euforia d’un capolavoro (im)perfetto, inciso nella brama d’un Kevin Reynolds titanico, travolto dalle onde anomale d’un budget esagerato, sproporzionato rispetto alle umanistiche, esaltanti ambizioni, diluite poi dal boomerang dell’effetto backdraft…, affogate “al largo” dell’incompreso, del forse troppo oltre per non affondare con la scialuppa inumidita d’un film tanto inamidato di valoroso stoicismo quanto smorente proprio nel vortice soffocante d’una mareggiante amarezza, cioè il groppo in gola nostro di quello che (non) poteva essere…, qui rivive l’immortale Waterworld.
Alle soglie del nuovo millennio, quando d’imminenza sarebbe calata ammonente l’ora X del 2000 d.C., Reynolds s’imbarca avventuriero in un’impresa quasi disperata. Sono anni foschi, quasi oscurantistici, anche laddove negli anni ’90 la creatura umana ha creduto, scelleratamente dietro un rifugiante raziocinio protettivo, di poter saldarsi ancora alle ancore… delle certezze scientifiche. Invero, il suo Credo è ancor più traballante, torna il mito del Titanic a incupirlo, ad avvolgerlo nella spirale della paura e del catastrofismo, e Spielberg erediterà da Kubrick ogni (in)compiuta intelligenza artificiale.
Uno dei terrori maggiori, che aleggiano prima dello scoccare millenaristico della mezzanotte fatale, è proprio che il Pianeta Terra dalle acque sia irreversibilmente sommerso.
Venezia, la città marina che è il nostro fiore all’occhiello, pian piano sta scomparendo e precipiterà negl’insondabili abissi come lacrime nella pioggia, come Atlantide, mitica chimera o in realtà giacente nell’essere (mai e poi mai) esistita. Queste erano le “previsioni meteorologiche”. Tempo (ig)noto del più antico nostro timore ancestrale, cioè colar a picco, nelle profondità più nere e spettrali, d’un “sommergibile” a timone deceduto in tetraggine assoluta per sempre, per sempre buia.
L’evoluzione a cerchio, ché tanto dall’H2O la biologia del Big Bang c’ha originato quanto ci “liquiderà”. Ah ah.

Waterworld

Reynolds, a “vascello pirata” del suo Prince of thieves, Kevin Costner, signor dances with wolves, ambienta un’intera pellicola “a mare aperto”.
Colombo gridò, coi suoi monchi, “Terra!” ma, malfermi, siamo tutti ossessionati che il nostro tanto celebrato, avanguardistico progresso si ritorcerà a noi in modo universalmente apocalittico.
Concepito come il film dei film, Waterworld fa invece acqua da tutte le parti (?), appunto.
Che razza di pasticcio. Privo di centro di gravità, cioè una trama singhiozzante, un Interceptor rapito dal suo ipertrofico, e malsanamente “anabolizzato”, titanismo esasperato.
Un Costner dai capelli di platino, palmato, un cattivo Dennis Hopper a regger “b(r)anco”, dal carisma unico che c’adocchia sparviero di monocolo imperscrutabile. A salvare la baracca. Ché quando urla, Dennis, e perde la brocca, vale il prezzo del biglietto! Che però affoga! Sono (pala)fitte. Solo il Sole…

Waterworld, trasposizione e convergenza di più miti e leggende popolari, dall’arca di Noè al poterlo anche nostro vedere come un’ideale prosecuzione, invertita, nel senso perfino di perversione masochistica in termini cinematografici, come un Blade Runner al contrario.
Sì, laddove nel capolavoro di Ridley Scott era l’aria a dar carburante alle macchine volanti, qui abbiamo gli “idranti”, e l’idrofilia fa novanta.
Secondo me, rimane comunque un’opera mirabolante. Da premiare, indiscutibilmente, almeno per il fortissimo coraggio d’aver voluto osare l’impossibile.
A costo…, infatti ha incassato pochissimo, di fare flop di plof.

Ma la grandiosità si misura dall’intrepidezza. L’importante è aver navigato…

Firmato, naturalmente, Stefano Falotico

Waterworld 2

 

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