“Il sospetto”, recensione
Il lupo perde il pelo, ma non il vizio. Il lupo in questione, anche se forse sarebbe meglio dire la vecchia volpe, è Thomas Vinterberg che, 14 anni dopo Festen – Festa in famiglia, torna al controverso tema della pedofilia proponendolo in forma diversa rispetto al caso cinematografico che ne decretò la fama ma non tradendo di fatto in alcun modo l’essenza profonda (leggasi: i soliti limiti) del suo Cinema.
Nonostante il definitivo abbandono delle codificate sciatterie stilistiche proprie di quel fuoco di paglia denominato Dogma 95 per il quale fin troppo inchiostro è stato versato, il cineasta danese, in scia alla poetica di molti suoi connazionali, si conferma autore perfettamente a suo agio con i sentieri pilotati del film a tesi, costruito ad arte per imbrigliare lo spettatore in un meccanismo chiuso attraverso il quale s’intende veicolare un messaggio o, per meglio dire, gettar luce su una verità inscatolata e precostituita. Nella fattispecie de Il sospetto (blanda traduzione del più evocativo e simbolico Jagten, titolo originale che tradotto alla lettera significa “la caccia”) a essere messa a nudo è la gretta creduloneria di una comunità che con approssimativa faciloneria decide di credere ciecamente alle parole di una bambina che dichiara di aver visto le parti intime di Lukas (Mads Mikkelsen), amico di famiglia dei suoi genitori e dipendente dell’asilo pubblico. L’inizio di una caccia all’uomo, di un calvario che trasforma l’intera comunità nell’artefice spietata di un accanimento ai danni del pervertito di turno, preda martorizzata di un microcosmo che, come in Dogville, si compatta contro il capro espiatorio prescelto e lo annichilisce in modo impietoso.
Conformemente a molti drammi scandinavi, Il sospetto sarebbe quasi magistrale se lo si circoscrivesse alla sapiente costruzione delle atmosfere, a un raggelarsi degli ambienti e della recitazione (Mads Mikkelsen strepitoso, in ogni sottigliezza mimica ed emotiva) che qui come altrove appaiono quanto mai simboliche e quanto mai calzanti. Purtroppo però, su tutto il resto il film gioca palesemente sporco: Vinterberg indugia in modo didascalico e prevedibile sulle menti ottenebrate di un pugno di adulti disposti ancora a prestar fede ai bambini in quanto angioletti asessuati, si compiace del paradosso che alberga nel suo film come la proverbiale ironia delle tragedie greche e fa dell’ambiguità un irrinunciabile marchio di fabbrica: ambiguo è il protagonista che non si difende mai fino in fondo così come la bambina dai lineamenti vagamente sinistri e tentatori (Vinterberg lo sa, e calca la mano su quest’aspetto in maniera quasi ghignante), ma ancor più passibile di dubbi è il loro rapporto, sempre amichevole a dispetto di tutto ciò che accade loro intorno.
Vinterberg non esita a sguazzare in questi elementi e gioca sul mistero fino all’ultimo, approdando a un finale tanto ermetico quanto incredibilmente aperto, suscettibile delle più oscure e ondivaghe interpretazioni. Il cortocircuito più insopportabile del cinema dell’autore de Le forze del destino è proprio questo: quanto più egli sembra strizzare l’occhio allo spettatore con una serie di generose e rispettose concessioni (il finale aperto, la totale condivisione del punto di vista del protagonista che il pubblico sa essere – sulla carta – assolutamente innocente), tanto più lo manipola inquinando continuamente il suo racconto con elementi mistificatori, che gettano fumo negli occhi di chi guarda e danno l’impressione di volerlo prendere genuinamente per i fondelli. E il solito, abusato proposito di voler puntare il dito contro il conformismo aberrante della società occidentale non basta pertanto a legittimare un film tanto furbastro e ricattatorio, recitato magnificamente dal suo protagonista (strameritata Palma d’Oro all’ultimo festival di Cannes), ma orchestrato dal suo autore in maniera disonesta e quantomeno discutibile.
(Davide Stanzione) 



