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EDGE OF TOMORROW – Senza domani, recensione

Edge Tomorrow Cruise Blunt

Ebbene, questa settimana esce sul grande schermo Top Gun: Maverick, naturalmente col suo immarcescibile e strepitoso, polivalente protagonista e star intramontabile, ovvero Tom Cruise. Qual occasione migliore, quindi, per tornare un po’ indietro nella memoria e ripescare, dal suo poliedrico percorso attoriale, una pellicola alquanto recente da lui interpretata e generalmente ben acclamata?

Sì, oggi per i nostri Racconti di Cinema, disamineremo Edge of Tomorrow, uscito nelle sale mondiali solamente qualche anno fa, precisamente nel 2014.

Edge of Tomorrow, sottotitolato, per il mercato italiano con Senza domani. Per ogni edizione home video in lingua anglosassone, divenuto successivamente Live. Die. Repeat che fu, peraltro, il suo iniziale titolo di lavorazione e, con tutta probabilità, se si concretizzerà, quanto prima, il suo sequel annunciato, sarà giustappunto utilizzato per il nome di tale seguito, ovviamente con l’aggiunta del numero 2.

Diretto da Doug Liman (Fair Game – Caccia alla spia), Edge of Tomorrow è un film targato Warner Bros. della durata consistente, piuttosto avvincente e sorprendente, di centotredici minuti adrenalinici e spiazzanti. Sceneggiato dal trio composto da Christopher McQuarrie (Mission: Impossible – Fallout, regista, inoltre, dei prossimi episodi di questo apprezzato, lodato franchise oramai storico, interminabile e celeberrimo, da Brian De Palma, in modo sfavillante, inaugurato, da Cruise patrocinato, e sceneggiatore, fra l’altro, dello stesso succitato Top Gun: Maverick), Jez Butterworth (Le Mans ‘66 – La grande sfida) & John-Henry Butterworth che, per il soggetto del loro script, poi liberamente adattato e in gran parte ispiratosene, hanno attinto al romanzo illustrato (cioè light novel, così come dicono i giapponesi) All You Need Is Kill ad opera di Hiroshi Sakurazaka, disegnato da Yoshitoshi ABe (non ci siamo sbagliati a digitare il suo cognome, la B, dopo la A, è e vuole giustamente maiuscola).

Questa la trama di Edge of Tomorrow – Senza domani, qui da noi largamente sintetizzata per esigenze necessarie. In quanto, se dettagliatamente ve la descrivessimo, in forma certosina, enunciandovela in ogni suo risvolto e passaggio narrativo, soffermandoci pedantemente a riferirvela nei minimi termini in tutti i particolari, essendo Edge of Tomorrow un film ricolmo di colpi di scena e flashback a ripetizione e a iosa, ve ne rovineremmo inevitabilmente la visione nel caso foste fra coloro che non l’hanno ancora mai visto e dunque, conseguentemente, se s’accingeranno a visionarlo, ne perderebbero il gusto della sorpresa, anzi, delle varie sorprese emozionanti qui esposteci e raccontate con indubbia maestria, altresì, così come poi vi diremo, con qualche furbizia manieristica leggermente inverosimile, poco plausibile.

Estraendovi la sinossi da IMDb, a cui apporremo fra parentesi il nome del personaggio principale e, naturalmente, quello del relativo suo grande protagonista che ne incarna la parte primaria, vale a dire, nientepopodimeno che Cruise.

Un soldato (Cage/Cruise) che combatte gli alieni deve rivivere lo stesso giorno più e più volte, il giorno ricominciando ogni volta che muore.

Chi sono questi alieni? Da dove provengono e perché la loro razza vuole distruggere l’umanità, praticandone uno sterminio sanguinolento ed effettuando un massacro immondo e tremendo?

La loro egemonia si sta pericolosamente espandendo, a macchia d’olio, progressivamente e a velocità pazzesca in ogni continente del globo terrestre e forse la loro potenza omicida, devastante e terribile, è stata sottovalutata dagli eserciti che, seppur agguerriti, li stanno combattendo sterilmente, in quanto i soldati si dimostrano impotenti dinanzi a tale forza mostruosa e spaziale veramente aberrante.

Chi è Rita (Emily Blunt) che, alla pari di Cage, già visse, innumerevoli volte sfiancanti, un déjà-vu spazio-temporale apparentemente irreversibile e senza via d’uscita alcuna? Precipitando in un incubo a occhi aperti dei più psicologicamente debilitanti?

L’incipit di Edge of Tomorrow è folgorante e di sicuro impatto emotivo, è destabilizzante e geniale, malgrado il classico espediente del paradosso “fantascientifico” del ribaltamento delle percezioni psichiche dovute all’alterazione della cronologia non soltanto lineare della storia, bensì influente all’interno della mente umana per il prosieguo mutevole della vicenda, sia stato già ampiamente, per l’appunto visto e rivisto, già trattato infinitamente non solamente nell’ambito della sciencefiction pura.

Pensiamo, per esempio, a Ricomincio da capo di Harold Ramis con Bill Murray.

Ed effettivamente, tolti i primi 45’ in cui la storia, mostrataci c’emoziona e stupisce, assai incuriosisce e avvince, in virtù anche d’effetti speciali pregiatissimi e d’una estetica, mutuata in modo efficace dallo splendido, spettacolare e inquietante Starship Troopers di Paul Verhoeven, il film, nel corso del suo successivo svolgimento, su sé stesso s’avvita monotematicamente, perde pian piano mordente, impantanandosi, auto-avvinghiandosi e adagiandosi nella canonicità d’uno sviluppo tediosamente prevedibile. Nonostante il suo finale profondamente ambiguo che, nuovamente, rovescerà forse tutte le carte in tavola, rimettendo tutto in discussione e in sospensione…

Detto ciò, Liman sa il fatto suo, Cruise padroneggia la sua prova recitativa con classe e professionalità impeccabilmente sicura, Emily Blunt vive di luce propria e, come sempre, abbaglia i nostri occhi grazie alla sua felina, dolcissima beltà magnifica.

E tutti i personaggi secondari, a partire da un grandioso e impagabilmente tragicomico Bill Paxton nei panni del ridicolo Sergente Maggiore Farell, e Brendan Gleeson in quelli del dittatoriale ma al contempo suonato e rimbambito, molto rintronato e stupido Brigham, seppur macchiettistici, sono tratteggiati con acume e sottigliezza, splendendo di simpatia mastodontica.

La fotografia digitalizzata di Dion Beebe (Miami Vice) non sbaglia un colpo né un solo frame, sì, fotogramma, cesellando le immagini con finezza d’alta scuola visiva delle più sofisticate.

Eppure, Edge of Tomorrow, a dispetto del suo sapiente intreccio congegnato con cura, è spesso mancante di logicità e ripieno d’incongruenze e buchi inspiegabili.

Per finire, appassiona, sì, come da noi già sopra detto, ma lascia freddi e risuona sin troppo artefatto e un po’ fasullo nella sua orchestrazione diegetica, commercialmente ruffiana, troppo piena di dialoghi botta-risposta che lasciano molto a desiderare.

Un potenziale esplosivo e immenso, sprecato forse malamente. Si doveva e poteva fare di più, indubbiamente. Ma Emily Blunt ce la facciamo subito, senza se e senza ma. Ah ah.

di Stefano Falotico

 

LA DOPPIA ORA, recensione

double hour rappoport ksenia rappoport

Ebbene (ci piace usare, perdonateci, questo tono-intestazione confidenziale, amici cinefili e sofisticati), stavolta, per i nostri Racconti di Cinema, abbiamo optato per un bel film italiano, ampiamente, a nostro avviso, sottovalutato e non abbastanza citato, ahinoi, in verità alquanto dimenticato, ovvero La doppia ora. Firmato e filmato dall’esordiente Giuseppe Capotondi, La doppia ora è una pellicola della durata, breve ma tesa e appassionante, di circa un’ora e mezza, per l’esattezza di novantacinque minuti, sceneggiata dal trio composto da Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi & Stefano Sardo a partire da un loro stesso personalissimo e originale soggetto. Aggiungiamo noi, interessante e molto intrigante, ottimamente poi diretto e congegnato, così come poi, nella nostra seguente disamina, v’esplicheremo più dettagliatamente, dal succitato Capotondi, qui assai ispirato.

Purtroppo però, a differenza notevolmente di quanto da noi appena poc’anzi dettovi e più avanti rimarcato, La doppia ora fu tiepidamente accolto, anzi, invero fu molto fischiato alla 66ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia in cui concorse per il Leone d’oro, e la Critica, ai tempi della sua anteprima e presentazione mondiali, non ne rimase affatto entusiasta. Tanto per essere solamente eufemistici. La doppia ora entrò un po’ a sorpresa in Concorso (rarissimo, infatti, che un’opera d’esordio entri in tale ambita categoria dalla porta principale) ma non destò buona impressione affatto. Ciononostante, l’interpretazione della sua co-protagonista, ovvero la russa e affascinante, bellissima Ksenia Rappoport fu molto lodata. La quale, per tale sua prova recitativa offertaci nel film qui da noi preso in analisi, sofferta, intensa e sentita, fu premiata con la prestigiosa Coppa Volpi. Parimenti alla sua acclamazione, anche la performance del suo compagno di set, cioè Filippo Timi, colpì particolarmente e venne conseguentemente molto applaudita.

La doppia ora, malgrado ciò e qualche inevitabile, sciocca polemica per la vittoria della Rappoport, per alcuni infatti immeritata, come già da noi espresso, fu contestato e non poco snobbato.

Questa, a grandi linee, la sua trama. E forse, in tale storia torbida e maliarda, qualcuno o qualcuna, qualcosa di losco e sleale, malignamente tramò e, probabilmente, entrambi i personaggi principali mentirono a vicenda o soltanto uno di loro, segretamente e viscidamente, celò all’altro un segreto misterioso e oscuro, forse il suo piano criminoso? Ma non vogliamo svelarvi troppo le carte e compiere spoiler fuori luogo:

Sonia (Rappoport), cameriera d’albergo originaria della Lubania, e Guido (Timi), ex sbirro, un tipo all’apparenza inquietante e rude, dall’aspetto poco raccomandabile, fanno la loro piacevole conoscenza a uno speed date. Fra loro scatta immediatamente il colpo di fulmine da capogiro. Dunque, dopo aver presto amoreggiato sessualmente, pare che siano innamorati follemente, tanto da voler assieme trascorrere un romantico fine settimana in campagna. Ma accade una rapina, forse Guido è morto e spunta un terzo incomodo. Per caso? Chi è costui?

A onore del vero, solamente e paradossalmente, solamente in Italia, La doppia ora fu stroncato quasi unanimemente. Infatti, sul sito aggregatore di medie recensorie, metacritic.com, The Double Hour (questo il suo titolo internazionalizzato per il mercato estero), riscontra a tutt’oggi un più che lusinghiero 73% corposo e netto di pareri molto favorevoli. La doppia ora, a dispetto del suo impianto da fiction, in alcuni suoi passaggi prevedibili e, potremmo dire, effettistici, colpisce e non sono pochi invece i suoi pregi. Vi abbiamo visto, rivedendolo, echi perfino del miglior Dario Argento. E la confezione è di valente pregio. Avvalendosi perfino di un direttore della fotografia di primissima qualità qual è Tat Radcliffe (Cocaine – La vera storia di White Boy Rick). Kseniya Rappoport, dopo il bel La sconosciuta di Giuseppe Tornatore del 2006, azzeccò un altro ruolo ragguardevole. Stessa cosa dicasi per Timi che, in quegli anni, spopolò. E, dopo un periodo di appannamento, sembra stia tornando finalmente alla grande.

La doppia ora a cosa corrisponde? Esprimete un desiderio o una spiegazione. Insomma, durante la double hour scatta qualcosa e poi vi sarà, a letto, la doppietta. Ma non vi è due senza tre e spunta un uomo di troppo. Chi se lo prenderà in quel posto?

Curiosità: qui, la Rappoport, così come da noi scritto, viene accreditata Ksenia nei titoli di testa. Parimenti a molti film con lei interprete.

Ma il suo nome intero di battesimo è Ksenija Aleksandrovna Rappoport.

E oramai, in tutte le pellicole recenti, appare come Kseniya Rappoport.

di Stefano Falotico

Doppia Ora Filippo Timi doppia ora timi rappoport

 

 

Tom Cruise, al cinema con Top Gun: Maverick – Ritratto di una star intramontabile tornata alla ribalta in modo stellare

Tom Cruise Cannes Top Gun Maverick

Oramai ci siamo, il sequel iper-annunciato della pellicola firmata dal compianto Tony Scott nell’oramai lontano ‘86, cioè Top Gun, per tale seguito intitolato Top Gun: Maverick, stavolta per la regia di Joseph Kosinski (Oblivion) sta uscendo nei cinema mondiali, già accolto entusiasticamente dall’intellighenzia critica statunitense dopo aver ricevuto, fuori Concorso, una plateale standing ovation al Festival di Cannes, attualmente in corso, e ha naturalmente per splendido, grandioso protagonista il sempiterno, magnifico e inossidabile, perennemente en pleine forme, ovvero nientepopodimeno che, ça va sans dire, Tom Cruise, all’anagrafe Thomas Cruise Mapother IV, nato a Syracuse nel dì del 3 luglio 1962. Dunque, una straordinaria star inconfutabile, da tempo immemorabile ascesa nell’empireo, possiamo dirlo sinceramente in quanto lo pensiamo veramente, delle leggende viventi ed eterne. Tom Cruise che, anziché ingrigire, specialmente a livello qualitativo di matrice cinematografica, con invidiabile e al contempo estremamente stimabile allure e bell’aspetto invecchiato solamente pochissimo, dopo essere stato omaggiato a sorpresa, alla succitata kermesse cannense, con un’onoraria Palma d’oro tanto inaspettata quanto sacrosanta, imperterritamente continua eccellentemente a regalarci le sue carismatiche performance indubbiamente rifulgenti di beltà unica e splendente. Ora, perdonateci il seguente gioco di parole ricercato, perfettamente voluto. In occasione della release nelle sale internazionali, inclusa ovviamente quella italiana, giustappunto di Top Gun: Maverick, quale miglior occasione per ripercorrere, brevemente ma speriamo esaustivamente, la strepitosa, infermabile carriera smisurata del mitico Tom Cruise?

Tom Cruise, un attore senza pari e forse senza precedenti. Uno dei pochissimi interpreti, infatti, della storia della Settima Arte, a essere riuscito a sviluppare una carriera tanto strabiliante e brillante quanto eterogenea e camaleonticamente diversificata. Sbagliando quasi niente e rimanendo perennemente ad altissimi livelli, cavalcando vita natural durante la cresta dell’onda da instancabile stacanovista implacabile e impeccabile.

Un attore che, fin dal suo primissimo esordio, in una particina, davanti alla macchina da presa, avvenuto nientepopodimeno che col nostro, compianto Franco Zeffirelli per Amore senza fine con Brooke Shields, nel giro d’una manciata di anni, sarebbe diventato un divo amatissimo in tutto il mondo. Incrociando, nel suo lungo e mutevole percorso artistico decisamente notevole e, ribadiamo, cangevole, molti dei più grandi registi, viventi e non. Così tanti che paiono addirittura innumerabili. Da Zeffirelli stesso a Francis Ford Coppola per I ragazzi della 56ª strada, dal sopra menzionato, ovviamente, Tony Scott, anche lui scomparso, che Tom avrebbe poi rincontrato per Giorni di tuono, sin a suo fratello Ridley per Legend, col quale in realtà lavorò l’anno antecedente a Top Gun. Pellicola, quest’ultima, che lo consacrò in maniera definitiva. Dopo i suoi successi in pellicole forse non eccelse, qualitativamente parlando, eppur parimenti riscuotenti un istantaneo successo planetario, soprattutto per il mercato nordamericano, quali Risky Business – Fuori i vecchi… i figli ballano e il generazione Il ribelle, citato peraltro ampiamente nella prima stagione di Stranger Things.

Da allora, Tom Cruise non s’è mai più fermato, viaggiando a prodigiosa velocità incredibile davvero sensazionale e positivamente portentosa, osiamo dire, mostruosa.

Alternandosi fra ruoli efficaci in commedie di classe e prove sempre eccezionali in pellicole ad alto tasso drammatico, fra cui Rain Man di Barry Levinson, Nato il quattro luglio di Oliver Stone, che gli fruttò la sua prima nomination all’Oscar nella categoria Best Actor (le altre le avrebbe ottenute per Jerry Maguire di Cameron Crowe e, come miglior attore non protagonista, per Magnolia di Paul Thomas Anderson), e Codice d’onore di Rob Reiner.

Sarebbero poi arrivati il cineasta Sydney Pollack (che partecipò, naturalmente, in un ruolo rilevante e chiave, “solamente” invece come attore, in Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick) con Il socio, Neil Jordan con Intervista col vampiro e Brian De Palma con Mission: Impossible. De Palma, il quale parzialmente disconobbe però quest’ultima opus appena citatavi, dichiarando infatti che la diresse solo per commissione affidatagli da Tom Cruise, oltre che attore, comunque specifichiamolo, principale suo produttore e creatore. De Palma dunque, secondo noi a torto, non sentì né sente, percepisce tutt’ora propriamente suo Mission: Impossible, malgrado sia a nostro avviso un film impeccabile e da lui orchestrato con stile egregio, altro che filmato con la cosiddetta mano sinistra, così come si dice in gergo critico, solitamente.

Tom Cruise, invece, assolutamente sì. Tant’è che, con questa sua saga, da lui, possiamo dirlo, inaugurata e patrocinata, è atteso prestissimamente coi prossimi due episodi, il settimo e l’ottavo capitolo. Franchise che vide, per volere stesso di Tom, in virtù e per via del suo influente e assai potente star power da decisionale producer tuttofare, l’avvicendarsi di altri primari registi impagabili fra cui John Woo, succeduto a De Palma per il suo primissimo seguito bellissimo se non addirittura, visivamente, superiore al capostipite.

Senza trascurare, ovviamente, J.J. Abrams, Brad Bird e Christopher McQuarrie. Autore di tutti gli ultimi episodi, compresi quelli imperdibili di prossima uscita imminente.

Cosicché, fra un Cocktail di Roger Donaldson e Il colore dei soldi di Martin Scorsese dei suoi anni ottanta grandiosi, Tom non stette e sta più con le mani in mano un solo attimo, inanellando, come già illustratovi e, più avanti, sinteticamente, nuovamente enunciatovi, grandi film e considerevoli registi fondamentali per una sempre più corposa, ascendente crescita vertiginosa.

Ecco, però se stessimo, evidenziamolo ancora, a soffermarci su ogni singola pellicola interpretata da Cruise fin dai suoi albori, diciamo poeticamente, non ci basterebbe quest’articolo.

Così che, leggermente smentendo quanto sopra scritto, dopo avervi offerto una repentina panoramica sul suo excursus, drasticamente ci pare più opportuno, per l’appunto, terminare in poche righe il tutto.

Inoltre, come possiamo dimenticare Steven Spielberg e la sua accoppiata artistica con Cruise per Minority Report e La guerra dei mondi?

Dicendovi che dovremmo forse rivalutare Operazione valchiria di Bryan Singer (I soliti sospetti), perfino il remake di Apri gli occhi, cioè Vanilla Sky, asserendo ciò…

Fra tutte le prove recitative di Tom Cruise, riteniamo che il suo Vincent del suprebo Collateral di Michael Mann rappresenti il Tom Cruise al suo zenit e al top

Tom Cruise Collateral Vincent Tom Cruise Maverick Palme Or

di Stefano Falotico

 

De Niro scatenato: in data odierna, ovvero 18 Maggio, due news e due film, TIN SOLDIER & INAPPROPRIATE BEHAVIOR

Direttamente da Deadline e ve la estrapoliamo, copia-incollandovela integralmente:

Tin Soldier De Niro Jamie Foxx

EXCLUSIVE: The starry indie film packages keep on coming in Cannes with news we can reveal that Oscar winner Jamie Foxx (Spider-Man: No Way Home), Oscar winner Robert De Niro (Joker), Scott Eastwood (The Fate of the Furious) and John Leguizamo (John Wick) are set for under-the-radar action movie Tin Soldier, which begins filming next week in Greece.

Tin Soldier tells the story of The Bokushi (Foxx), who preaches to hundreds of veterans who have been drawn to the promise of protection and purpose under him. Surrounded by his devout military-trained followers, he has built an impenetrable fortress and amassed an arsenal of weapons. After several failed infiltration attempts, the government – in the form of military operative Emmanuel Ashburn (De Niro) – recruits Nash Cavanaugh (Eastwood), an ex-special forces asset, who was once a disciple of The Bokushi. Nash agrees to use his vulnerable past and insider knowledge of the enigmatic leader to finally get revenge on the man who took everything from him, including the love of his life.

WME Independent is handling international sales in Cannes with CAA Media Finance and WME Independent co-repping North America. The project has been secretly known to buyers for a little while so there’s already good traction on deals, we hear.

Brad Furman (The Lincoln Lawyer) is directing from his script with Jess Fuerst. Unified Pictures’ Keith Kjarval (Dragged Across Concrete), Current Entertainment’s Steven Chasman (Fast & Furious Presents: Hobbs & Shaw) and Romulus Entertainment’s Brad Feinstein (Bruised) will produce. Furman and Fuerst will also produce under their Road Less Traveled Productions banner. Blue Rider’s Walter Josten is executive producer.

Producers Kjarval and Chasman said: “As longtime friends, working with Brad (Furman) to craft an inspired and clever action film is a dream come true as we have formed a family along the way. Brad and Jess (Fuerst) have written such a powerful screenplay that has allowed us to put together an amazing diverse group of actors. With such incredible talent, this is going to be a wild ride.”

“I am honored to be a part of the team behind such an ambitious, important and deeply personal work in Tin Soldier,” Furman said. “With awe-inspiring settings and set pieces built for the big screen, this is an original story about struggle, sacrifice and the power of love and acceptance. To collaborate with a cast of this caliber is beyond humbling. The individual inspiration they have brought to each role is like nothing I have seen before. This has been an exciting journey and my hope is the film is even more exciting for audiences around the world.”

Invece, da Variety, stavolta vi linkiamo e basta la notizia.

 

THE NORTHMAN, recensione

northman skarsgard character poster

Ebbene, qui libero da dettami, no, io non scrivo infatti sotto dettatura o qualsivoglia “dittatura”, neanche ricevo ordini troppo limitanti di un caporedattore, dicevo… sganciandomi ivi, diciamo in tale sede, da vincoli editoriali un po’, onestamente, castiganti la libertà, perfino giocosa, inventiva della prosa più creativa, dopo aver visto finalmente l’annunciatissimo e, ahimè, da molti acclamato, oso dire “schiamazzato” The Northman, così come nell’immediatamente precedente riga implicitamente accennatovi, a malincuore o forse con piacere mi accingo or a stroncare, in forma doverosa, questo film piatto, insulso, spropositatamente pomposo, no, ingiustamente atteso e pompato dagli aficionados ottusi di Robert Eggers.

Perché con piacere? In quanto, innanzitutto ritengo Eggers un bluff immane, colossale e poi, per cortesia, al di là dell’indubbia magniloquenza visiva, dunque malgrado le sue immagini figurativamente sontuose ed eccellenti, mozzafiato e ammantate da una fotografia morbida, a tratti malickiana, spesso però artefatta e sin troppo pedantemente ricercata, da Jarin Blaschke (il quale esordì con Eggers e, per quest’ultimo, ne ha curato giustappunto da cinematographer tutti i suoi primi tre film) firmata e cesellata, The Northman crolla, come si suol dire, sotto il peso delle sue ambizioni smisurate e soprattutto inappropriate. Personalmente, a costo, lo so, ne sono estremamente conscio, di venir linciato vivo, posso qui senza vergogna né pavore alcuno, privo di ogni reverenza, asserire in tutta onestà e completa libertà che The Witch mi parve subito un buon film ma lontano anni luce dal potersi guadagnare l’assurda, ingiustificata nomea di capolavoro per cui tutti si riempirono e ancor la bocca si riempiono in modo ridicolo. Tirando in ballo Dreyer e citando Bergman à gogo tanto per dimostrare che non venerano solamente i cinecomic. E comunque Thor è mille volte più figo di questo vichingo forzuto e palestrato, al contempo adoratore di Odino ma specialmente anodino che, pur essendo snodato nei suoi muscolari movimenti di bicipiti e bacino, è espressivamente più legnoso della stessa legna che spacca verso la metà del film per ragioni che non vi spiegheremo, evitandovi spoiler fastidiosi. Eh sì, care campagnole e boscaioli. The Lighthouse, invece, inizialmente mi piacque molto ma, rivisto col senno di poi, lo reputai manieristico e vuoto. E, per la serie non c’è due senza tre, cioè due mezze ciofeche scambiate inspiegabilmente per perle straordinarie, arriviamo al sodo, no, a tale film che, terminata la visione, si scioglie nella nostra memoria come una diarreica sciolta. Tiriamo lo sciacquone, fa cagare. Assai compatto, esteticamente parlando, ma più debole, emozionalmente e diegeticamente, della pastafrolla d’una casalinga-pessima cuoca annoiata, sposata a un marito poco eroticamente delizioso e caloroso a cui cascano le palle più di come The Northman, tanto per citare volgarmente un’espressione tipica del bolognese, straccia i maroni a noi spettatori che, dopo nemmeno mezz’ora dal suo incipit, questo sì, affascinante e ripieno di palpabile tensione cremosa, no, corposa, vorremmo già spegnere lo streaming e ficcarci… in bocca numerosi e squisiti bignè per farci passare perlomeno la voglia… di spararci in testa. Capricciosa?

Che moscezza, che tristezza. Che film odioso. Per fortuna, dopo 80 minuti, l’ammosciamento, per dirla alla Paul Vitti/De Niro di Terapia e pallottole, leggermente passa poiché vediamo (ca… zo, neppure integralmente, però) il nudo di Anya Taylor-Joy. La quale piace molto a tutti i maschietti sfigati e mai cresciuti che la trovano una Lolita bruttina eppur con uno sguardo malizioso da troia slava (per eccitare, no, per citare una battona, no, cattiva battuta a lei rivolta nel film) timida come il suo personaggio, Olga. Sì, la Joy, per questi qua, non è una topona come J. Lo o come una pornodiva senza silicone ma è paradossalmente più gnocca perché, con quegli occhi di ghiaccio che ammiccano dolcemente, sa tirar fuori gli attributi nascosti sotto un aspetto da simil-transessuale, no, l’uomo à la Anthony Franciosa de La cicala mixato al porco Clu Gulager de L’ultimo spettacolo. Eh già, non fate gli stronzi e non pensate di averlo lungo, no, di saperla lingua, no, lunga in fallo, no, in fatto di donne. Vi abbatto e me ne sbatto… poveri cazzoni e omuncoli dei miei coglioni.

E tu, sì, dico a te che fai tanto lo smargiasso, gradasso latin lover della minc… hia, non sei uno affatto uno sciupafemmine, sì, non sei un robusto tombeur de femmes inattaccabile e un saggio, romantico lupo di mare come Ben Johnson di The Last Picture Show. Sai l’impressione che mi dai, detta francamente? Sembri quella povera creatura protetta da Sam the Lion stesso. Eh eh. Inetto! Lecca un gelato dell’Algida, sì, un cornetto. Da me non riceverai una carezza né un mezzo confetto.

Comunque, la scena con la Joy, bella gioia semi-ignuda, ce la salviamo subito. Sono due, per l’esattezza. Potrebbero tornarci utili in tempi di finta magra, anoressica come lei se arriveremo a non valere una sega da morti di figa inculabili, no, incurabili. Soprattutto in cura per inevitabile sfighe dovute a deficit sessuali-cerebrali di origini freudiane.  Eh sì, morto di figa è, invero anzi contiene in nuce la teoria dell’Eros vs Thanatos espressa dal decerebrato padre fondatore della cosiddetta scienza psichiatrica. Scienza, in verità, inesistente ed inventata ad hoc da tale pseudo-doc. con la pipa e che si faceva le pippe (non onanistiche) per fottere i pazienti. Soprattutto le clienti. Sì, in particolar modo, anzi, con bieco e viscido modus operandi di furbissima ars amandi losca e lercia, oso dire bugiarda, circuiva le pazienti frigide a cui non bastarono e bastano i fazzoletti ricolmi di lacrime… cosicché lui chiese la porcella rinnegata e volle pure aumentare la parcella. Facciamo i neri, no, i seri, ora, non cazzeggiamo. Suvvia. Orsù!

Più che un antesignano dell’Amleto partorito da Ethan Hawke/re Aurvandil & dalla sua consorte Nicole Kidman/Gudrún (due che, quindi, non abbisognarono di fare psicoterapia per salvare un matrimonio in cui non scopavano da un anno in seguito alla guerra capeggiata dal marito, assentatosi e non cornificato ma con le corna in testa da viking eppur, al suo ritorno, di lei non assatanato come quel cornuto e mazziato di Satana bastardo, presto comunque, sì, dal fratello ammazzato che fotterà sua moglie insoddisfatta)  no, più che discendente e figlio alla lontana, con tanto di mito della mozzarella Vallelata, no, del Valhalla, no, più che diretto consanguineo del Bardo (non Kenneth Branagh, regista di Thor e di Hamlet, bensì ovviamente William Shakespeare), The Northman è una copia carbone, no, una rilettura sui generis, con molte variazioni strutturali e tematiche, di Conan il barbaro del grande John Milius con un grosso Arnold Schwarzenegger decisamente più cazzuto e credibile, convincente di questo Alexander Skarsgård che pare non essersi mai troppo allontanato dalla panca degli addominali da tartaruga più piatta della sua recitazione perennemente in stato catatonico e, ripeto, con un’espressività peggiore di The Legend of Tarzan. Roba che Christopher Lambert, mr. pesce lesso per antonomasia eppur king delle scimmie in Greystoke con tanto di strabismo di Venere, per le donne eccitanti parimenti a noi uomini arrapati dinanzi all’Andie MacDowell dei tempi d’oro e dirimpetto alle cosce d’una volta d’una sua ex storica, alias la nostrana, più che nostra, eh eh, per l’appunto dell’interprete di Highlander, assai da lui fatta, no, molto rifatta e (s)”fattona” Alba Parietti, c’appare veramente un principe dell’arte attoriale più re(g)ale e rinomata.

Se togliamo un piano sequenza magistrale, indubitabilmente d’impatto granitico come il torso duro del protagonista inscalfibile e dal cuore di ferro, brutale ed epico, barbarico e girato con classe cineastica di scuola veramente alta, il film ha ben poco da offrire. Niente da dire…

A un certo punto, Eggers, pur girando in Islanda, vuole perfino ammiccare alle origini del rugby, soprattutto dell’Australia, da non confondere con il film omonimo di Baz Luhrmann, bensì inteso come il continente natio della Kidman, fra lupeschi uomini che urlano e cani che latrano, fra latrine e mezze sgualdrine in calore, tra urlatori e stupratori dei più miserrimi.

L’attore Claes Bang, nei panni del malvagio e perfido (poi, mica tanto) Fjölnir, alla fine, mostra il suo scultoreo popò e, nella scena di combattimento ultima (questa, va ammesso, bella e non malvagia), nella quale i due contendenti si faranno il culo, esibisce anch’egli i suoi pettorali da uomo non Nosferatu come invece è il povero Willem Dafoe, qua sbattuto in un cammeo osceno. Orrido più del suo imminente rifacimento del classico di Murnau con Dafoe stesso e la bella gioia, no, Joy? Per fare un capolavoro, ci vuole ben altro.

taylor joy northman

Northman EggersAnya Taylor Joy nude The Northman

di Stefano Falotico

 

TREMORS, recensione e omaggio a FRED WARD

tremors bacon ward carterFred Ward tremors

Stavolta, per i nostri Racconti di Cinema, vi parleremo di Tremors. Per omaggiare quella che può essere definita, senz’ombra di dubbio, assieme a Il mio nome è Remo Williams, la migliore interpretazione del compianto, ahinoi deceduto, Fred Ward (Fuga da Alcatraz, I guerrieri della palude silenziosa). Il cui triste annuncio della scomparsa, avvenuta l’8 maggio, è stata tardivamente ufficializzata soltanto lo scorso sabato, ovvero in data 13 dello stesso mese attualmente in corso.

Quindi, prima di disaminare brevemente, speriamo esaustivamente, Tremors, firmato da Ron Underwood (Pluto Nash), il quale a sua volta, per tale occasione filmò sicuramente la sua opera migliore in assoluto assieme a Scappo dalla città – La vita, l’amore e le vacche, ci pare doveroso accennare a Fred… Attore di estrema possanza fisica e contagioso carisma innato, Fred Ward, nella sua lunga carriera, costellata di prove più o meno rilevanti in pellicole spesso importanti, fra cui I protagonisti di Robert Altman, Fratelli nella notte, Padrona del suo destino, ha attraversato circa cinque decadi, dalla fine cioè degli anni settanta ad oggi, imponendosi come pregiato, primario “caratterista di razza” e volto, come si suol dire, riconoscibile immediatamente, pur non imponendosi mai totalmente a grandi livelli di notorietà e riconoscimenti principali. Anzi, specifichiamo meglio e con più chiarezza. Non assurse mai allo statuto di star ma rimase, purtroppo, parzialmente ascritto e circoscritto in un’imprecisata, però forse affascinante, area di mezzo, comunque sia risaltando perennemente per via, ripetiamo a costo di apparire pleonastici, della sua indubitabile presenza scenica di forte impatto potente. Ebbene, detto questo, torniamo dunque a Tremors del quale Ward fu co-protagonista indiscutibile con Kevin Bacon. Quest’ultimo, ovviamente, attore che non abbisogna di ulteriori approfondimenti e presentazioni per motivi alquanto ovvii. Chi, infatti, oggigiorno avrebbe da obiettare sulle sue brillantissime qualità recitative veramente fenomenali e magnetiche?

Tremors, film dell’anno 1990, curiosa e strampalata, soprattutto dinamica commistione bislacca e geniale di horror e commedia scanzonata con picchi d’azione di straordinaria fattura “artigianale” dalla classe esagerata. Opus girata relativamente a basso budget che, nel giro di brevissimo tempo, superando di gran lunga le aspettative, inizialmente modeste, ascese velocemente a cult movie amato in forma insindacabile. Vuoi anche i suoi continui passaggi televisivi ripetuti e apprezzati per cui Tremors, nei nineties, imperversò a livello catodico un po’ dappertutto. Il suo successo fu notevole e ingenerò inevitabili, ahinoi assai meno belli, seguiti più o meno apocrifi. Nessuno di questi vide però Kevin Bacon ritornare nei panni del personaggi qui, così come prossimamente vi diremo, incarnato, ma fu il nostro Fred Ward a partecipare al secondo episodio…

Trama: siamo nel desertico e brullo Nevada. Due amici affiatati, rispettivamente Valentine, detto Val, McKee (Bacon) ed Earl Bassett (Ward) sono due lavoratori-scansafatiche. Sì, avete letto benissimo e ciò può sembrare ossimorico di certo ma non lo è invece affatto. Val ed Earl, diciamo metaforicamente, sono due “incorreggibili” asini irriducibili che, alla bell’è meglio, s’arrangiano fra una goliardica bevuta e l’altra, allevando sovente in maniera imbranata il loro nutrito gregge di pecore pur essendo forse loro stessi delle smarrite pecorelle, inoltre lasciandosi andare a spinte battute ironiche, perlopiù misogine, abbastanza pecorecce e ridicolmente mascoline.

Al che, qualcosa di mostruoso improvvisamente accade in modo allucinante a svegliare i due nostri “eroi” dal torpore lor da perdigiorno leggermente cialtroni. Delle viscide e gigantesche creature, la cui provenienza rimane ignota ma probabilmente è di natura aliena, sì, extraterrestre, dalle viscere magmatiche della terra, stanno spuntando omicide, affamate di carne, anche umana, divorando famelicamente tutto e tutti in men che non si dica. Nel frattempo, la bella e grintosa ricercatrice di nome Rhonda (Finn Carter), in verità, già s’accorse, prima del sopraggiungere delle prime morti terrificanti, di qualcosa d’anomalo e gravemente orrido che stava tragicamente succedendo.

Tremors è un b movie purissimo, concettualmente parlando, divenuto poi mainstream, a livello figurato, e giustappunto in virtù del suo micidiale e fortunoso, secondo noi sacrosanto, successo planetario e ampiamente meritato. In quanto, senz’alcuna, in tal caso non necessaria, artistica pretesa arrogante, dal primo all’ultimissimo minuto della sua appassionante ora e mezza circa molto divertente e al contempo inquietante, ci tiene incollati assai godibilmente allo schermo senza concederci un sol attimo di tregua.

Avvincendoci in modo esaltante e perlaceo… Davvero superbo.

In conclusione: Vero cult inossidabile e inamovibile. Lo vidi, per la prima volta in vita mia, peraltro in prima visione tv su Canale 5 quando Enrico Mentana, a quei tempi su Mediaset, ex Fininvest, a fine telegiornale disse: – E ora Tremors, non so che cosa sia. Mah.

Idolo! Ah, la sua attrice, molto carina, potrebbe provocare tremori agli o(r)moni, ah ah.

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kevin bacon tremors

di Stefano Falotico

 

IL CASO SPOTLIGHT, recensione

Spotlight Keaton McAdams Ruffalo Schreiber

Ebbene, oggi vi parleremo di una bellissima pellicola relativamente recente e, a nostro avviso, bella gente, oscarizzata giustamente. Eppur, ciononostante, il film da noi preso in questione, cioè Il caso Spotlight, è da molti a tutt’oggi sottovalutato e snobbato, con troppa facilità liquidato e soprattutto archiviato nell’orrida, fin troppo abusata classificazione, improponibile, inascoltabile e illeggibile che corrisponde all’espressione, anzi, per meglio dire all’irriguardosa, oserei dire nefanda parola compitino.

Tratteremo quindi de Il caso Spotlight (in originale, soltanto Spotlight, 2015), non di certo magnificandolo o un capolavoro definendolo, in quanto ci par ineccepibile asserire tostamente altresì che non lo è affatto. Però riconoscendone al contempo l’estremo valore alto e le sue forti qualità evidenti, marcatamente vincenti. Rimarcandone ed evidenziandovi dunque i chiarissimi pregi, ripetiamo, piuttosto netti. E sfidiamo chiunque a smentirci in merito a tale affermazione nostra orgogliosamente giusta, addirittura apodittica nel sacramentarne la sua potenza e intensità assai robuste.

Forse però Il caso Spotlight venne fin troppo lusingato, potremmo dire, ed esaltato dall’intellighenzia statunitense, tant’è vero che sul sito aggregatore di medie recensorie, metacritic, riscuote a tutt’oggi pareri unanimemente altissimi, leggermente esagerati, per una valutazione complessiva del superbo, eccessivo 93% di opinioni positivamente entusiastiche.

Diretto da Tom McCarthy, regista della perla L’ospite inatteso e de La ragazza di Stillwater, da lui stesso scritto assieme Josh Singer, a partire da un soggetto che a sua volta trasse spunto e ispirazione, notevolmente attinse all’articolo inchiesta del Boston Globe che s’aggiudicò l’ambito e prestigiosissimo premio Pulitzer, Il caso Spotlight vinse l’Oscar come Best Picture dell’anno e, in modo sacrosanto, tale appena suddetta sceneggiatura, ottimamente congegnata e nel suo fluido intreccio appassionante che non lascia un attimo di tregua e avvince totalmente, inchiodandoci alla visione per tutto l’arco della durata della sua corposità equivalente a centoventisette minuti adrenalinici e, ribadiamo tostamente, incalzanti, trionfò nella categoria, giustappunto, del miglior “original screenplay”.

Per ragioni di sintesi, ne riassumeremo la trama a grandi linee, testualmente estrapolandovela da IMDb e trascrivendovela nelle righe immediatamente seguenti, opportunamente inserendovi fra parentesi i nomi degli attori suoi protagonisti e i relativi personaggi da quest’ultimi incarnati:  La vera storia di come il quotidiano Boston Globe (in particolar modo del team di giornalisti, composto dal coriaceo e grintoso caporedattore Walter Robinson/Michael Keaton, soprannominato Robby, e dai suoi “adepti”-pupilli Matt Carroll/Brian d’Arcy James, Sacha Pfeiffer/Rachel McAdams & Mike Rezendes/Mark Ruffalo, alle direttive del sapido e intelligentissimo Marty Baron/Liev Schreiber, coadiuvati dal navigato e vecchia volpe Ben Bradlee Jr./John Slattery)) ha scoperto lo scandalo di molestie su minori e dell’insabbiamento del caso nell’Arcidiocesi locale, scossando l’intera Chiesa cattolica alle sue fondamenta.

Aggiungiamo noi, i nostri metaforici moschettieri della giustizia e dell’informazione più leale e coraggiosa, inevitabilmente si scontrarono contro un duro sistema apparentemente inscalfibile e difficilissimo da sconfessare. Ed è il caso di dirlo. Ma, grazie alla loro determinazione incrollabile, in virtù dell’indispensabile aiuto dell’irresistibile informatore Mitchell Garabedian, alias un maestoso Stanley Tucci, riuscirono, seppur osticamente, pian piano ad estorcere segreti inconfessabili all’ambiguo avvocato Eric Macleish/Billy Crudup. I nostri paladini della verità riuscirono nella loro impresa impossibile?

Confezione di gran classe, con musiche eccellenti di Howard Shore, per un film impegnato in puro stile anni settanta ammodernati alla concitata contemporaneità odiernamente hollywoodiana, Il caso Spotlight è assai lodabile, tipicamente imperniato e saggiamente modellato sul classico intramontabile Tutti gli uomini del presidente, traslando qui la sviluppata tematica in vesti anti-talari e/o polemicamente schierata contro un morboso, viscidamente criminoso, rigido, mostruoso ordine clericale smontato con arguzia e fine detection giornalistico-investigativa veramente prodigiosa e stoica.

Nel cast, di primissima scelta, in un parterre impeccabile in cui Mark Ruffalo e Rachel McAdams (entrambi candidati agli Oscar come migliori attori non protagonisti) si mettono in luce, svetta un Keaton in formissima e, al solito, il grande Liev Schreiber (The Manchurian Candidate, The Bleeder – La vera storia di Rocky Balboa), il quale recita con una magnifica sordina rilevantemente carismatica. All’apparenza inespressivo, come si suol dire superficialmente, invero capace di donare uno spessore psicologico veramente enorme al suo character, solamente con due tre occhiate e movimenti impercettibili della fronte, un gigante e un attore, oltre che regista (suo, infatti, Ogni cosa è illuminata) e sceneggiatore meraviglioso, troppe volte identificato soltanto come l’ex marito di Naomi Watts.

Sarebbe giunta, finalmente l’ora, diciamo noi, di ribaltare invece tale banalità disarmante. Semmai, è Naomi Watts l’ex moglie di Liev Schreiber. Lei è una bravissima interprete e una bellissima donna, certamente, ma Schreiber, ovvero il suo ex consorte, è un fenomeno che Hollywood soventemente ed erroneamente snobba in modo clamorosamente triste e preoccupante.

Liev Schreiber è superlativo sotto ogni punto di vista. Sinceramente, ci piacerebbe vederlo lavorare di più. Perché lui vale grandemente il prezzo del biglietto, obiettivamente ciò non va sindacato assolutamente. Sfidiamo chiunque a smentirci in merito.

Ho scritto merito, non marito ma Liev è emerito. Voi, un attore così, ve lo maritate? No, meritate? Ah ah.

Schreiber Spotlight

In conclusione:

Classico polpettone da Oscar? No, semplicemente un filmone. Qui, abbiamo anche Rachel McAdams, indubbiamente una figona, un Keaton in forma strepitosa e uno dei più grandi, sottovalutati attori del mondo, cioè Liev Schreiber. Che volete di più? Una Macedonia? No, non siete Alessandro Magno, cari magnaccia, ah ah. Mannaggia e mi arrangio!

Original Cinema Quad Poster; Movie Poster; Film Poster

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di Stefano Falotico

 

Racconti di Cinema – Cop Land di James Mangold con Sylvester Stallone, Harvey Keitel, Ray Liotta e Robert De Niro

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Sì, è il turno di Cop Land.

Ebbene, oggi il suo regista, soggettista e sceneggiatore, James Mangold, è molto apprezzato a Hollywood, tutti i produttori lo cercano, è reduce dallo straordinario Logan, e sta girando in questi giorni Ford v. Ferrari con Matt Damon e Christian Bale, preparandosi nei prossimi mesi anche a dirigere The Force da Don Winslow, scritto da David Mamet.

Dunque, un nome oramai collaudato della Settima Arte, un director imprescindibile per gli anni a venire. Sempre assolutamente da tenere d’occhio.

Ma con Cop Land, dopo il suo bell’esordio passato ingiustamente sotto silenzio, Dolly’s Restaurant con Liv Tyler e Pruitt Taylor Vince, era dunque soltanto al suo secondo film, e perciò stupisce davvero che per questa sua opera fosse riuscito ad assoldare un cast stratosferico di nomi importantissimi, degli A-listers del jet set, come si suol dire. Un parterre d’eccezione in cui, ribaldo, primeggia il protagonista Sylvester Stallone, attorniato da attori tipicamente scorsesiani, ovvero il beniamino per eccellenza di zio Marty, Robert De Niro (The Irishman), il turbolento Ray Liotta (Quei bravi ragazzi), il “maledetto” Harvey Keitel (Mean Streets, Taxi Driver, L’ultima tentazione di Cristo), il gangsteristico Frank “mafioso” Vincent (Casinò) e perfino la rediviva Cathy Moriarty (l’ammaliante Vickie di Toro scatenato), affiancati da altri nomi più o meno celebri, caratteristi o facce indimenticabili, come la ferrariana Annabella Sciorra (The Addiction – Vampiri a New York, New Rose Hotel), Peter Berg (oggi regista amatissimo), Robert Patrick (l’indistruttibile T-1000 di Terminator 2), Michael Rapaport, Noah Emmerich, Janeane Garofalo, Edie Falco (The Comedian).

A produrre Cop Land è stata la lodatissima, potente Miramax del patron Harvey Weinstein, anteriormente alla sua tramutazione nella Weinstein Company, molto prima (correva l’anno 1997) che il signor Harvey venisse travolto dall’imponente, disgraziato scandalo sessuale che gli ha fatto crollare un galattico impero finanziario, sbriciolandolo a livello di reputazione e portandolo a un fallimento epocale.

E quindi, in virtù di ciò, è altresì facilmente comprensibile che all’epoca Weinstein potesse permettersi di scegliere davvero tutti gli attori che gli andavano a genio. E, al di là del suo imperdonabile misfatto, va senza dubbio permanentemente tenuto in auge come uno dei maggiori producer, dal fiuto infallibile, della storia del Cinema. Ha scoperto e lanciato Quentin Tarantino, ad esempio, come sapete benissimo, e anche per ciò che concerne la carriera di James Mangold è indubitabile che vi sia stato il suo zampino, il suo ascendente e il suo autorevole influsso a inaugurarne il “boom”.

Cop Land è uscito a Ferragosto negli Stati Uniti, debuttando in anteprima europea con la sua première del 4 Settembre al Festival di Venezia nella sezione Fuori Concorso. E ancor piacevolmente rimembro, mentre scrivo questa recensione, quei giorni tiepidi e crepuscolari in laguna, ove assistetti dal vivo in Sala Grande, emozionato e commosso, a tale suddetta proiezione speciale, alla presenza di Stallone e Liotta. Ma questi sono i miei ricordi personali d’una tarda, malinconica estate di più di vent’anni fa. E non voglio, certo, annoiarvi con le mie sentimentali memorie cinefile…

Trama:

ci troviamo nella sonnolenta cittadina di Garrison, nel New Jersey, a pochi chilometri da New York, oltre il fiume Hudson e il suo scintillante Ponte di Brooklyn.

Qui staziona una comunità, quasi autogestita, di poliziotti newyorkesi, e vive lo sceriffo Freddy Heflin (Sylvester Stallone), un uomo menomato da un orecchio che ha sempre ambito a diventare un poliziotto vero e invece, per colpa del suo invalidante handicap, si trova costretto semplicemente a monitorare svogliatamente questo sgarrupato centro abitato, svolgendo compiti di ordinaria amministrazione, sistemando le scartoffie e allentando l’invadente noia nell’emettere multe a chi infrange i limiti di velocità. Un’esistenza monotona, di piatta, barbosissima routine quotidiana.

In una notte languida e apparentemente cheta, però, accade qualcosa di losco. Il nipote del capo della polizia Ray Donlan (Harvey Keitel), Murray Babitch (Michael Rapaport) viene dato ufficialmente per morto. Questa almeno è ciò che tostamente asserisce Dolan agl’inquirenti, il quale in tutta fermezza persuasiva riferisce loro d’aver visto coi propri occhi il ragazzo suicidarsi, gettandosi giù dal ponte George Washington.

Il Tenente Moe Tilden (Robert De Niro), invece, non è affatto convinto di questa versione e vuole vederci chiaro. Così, provoca ripetutamente lo sceriffo Heflin affinché quest’ultimo possa svegliarsi dal torpore che gli sta annebbiando e obnubilando la logorata lucidità mentale e si possa mettere quanto prima sulle tracce della verità, sgominando i colpevoli. Facendo piazza pulita della corruzione e del marcio che, da tempo immemorabile, stagnante e appiccicoso, serpeggia a Garrison.

Per una resa dei conti spietata.

Perché, come recita la tagline della locandina e la frase promozionale del film, No One Is Above The Law.

Ovviamente, dopo Rocky e Rambo, Cop Land è il miglior film “di” Stallone (ingrassato appositamente svariati chili) e la sua prova è egregia. Fa decisamente centro nei panni del perdente disilluso Heflin, sordo da un orecchio, imperituro fan di Springsteen e pateticamente innamorato dell’irraggiungibile Liz (Sciorra). Che ascolta, abbracciato a lei, la melanconica, struggente ballata vespertina del Boss, Drive All Night. E poi, dopo l’ennesimo, vilissimo affronto, ritrova d’improvviso la grinta sua smarrita, imbracciando il fucile e dirigendosi, alle prime luci fioche dell’alba, a casa dei cattivi, come in un western contemporaneo d’abbagliante suggestione tonante.

Mereghetti, nel suo Dizionario dei film, sostiene che, seppur coeso e molto riuscito, il film ha parecchi cedimenti nel finale. No, il finale dinamitardo e al contempo pacato nella sua voluta lentezza, come appena detto, è perfettamente in linea con questa storia agrodolce di caduta e redenzione, e il film regge benissimo le sue quasi due ore di durata, grazie a un approfondimento psicologico dei personaggi tutt’altro che superficiale e indifferente.

Ove Mangold, con sobrio gusto delle atmosfere periferiche di strada, sa usare i giusti toni decadentistici, incollandosi in segno d’adorazione sull’arrugginito, stanco corpaccione di Stallone e immortalando ogni espressività sfumata dei suoi occhi esangui e svigoriti, tramortiti da troppe delusioni invincibili, con calorosa, empatica, compenetrante armonia sibillina. Sin a illuminare corposamente ogni fotogramma, cadenzandolo nella cupa, mortifera e romanticamente glaciale fotografia di Eric Alan Edwards.

Siamo dalle parti del capolavoro.racconti-di-cinema-cop-land-01 racconti-di-cinema-cop-land-02 racconti-di-cinema-cop-land-03

di Stefano Falotico

 

THE LIBERTINE, recensione


Johnny Depp Libertine libertine depp rosamund pikeEbbene, abbiamo ripescato dalla memoria un film molto affascinante, sebbene controverso e, ai tempi della sua uscita nelle sale, avvenuta nel 2004, snobbato, cioè The Libertine.

The Libertine, film abbastanza disdegnato dal pubblico e accolto piuttosto tiepidamente da parte di buona parte dell’intellighenzia critica che, dinanzi a quest’opera, ripetiamo, pregiata e molto interessante eppur al contempo, forse, in alcuni punti artefatta e leziosa, estetizzante e bellissima a livello formale ma carente per quanto concerne il versante degli sviluppi troppo contorti e poco approfonditi della sua bislacca trama arzigogolata, rimase alquanto spiazzata e non seppe, giustappunto, ove precisamente collocarla e come soprattutto giudicarla.

The Libertine, opus firmata dal regista britannico Laurence Dunmore. Proveniente, potremmo dire, dalla factory di Ridley Scott.  Dunmore che, dopo un paio di video musicali, esordì e diresse The Libertine e, da allora, stranamente mai più s’avventurò e nuovamente cimentò dietro la macchina da presa per altri lungometraggi. Dirigendo, nel 2013, solamente uno short movie di tre minuti intitolato The Parting Glass con Paul Reid.

Fatto assai curioso, perlomeno considerando che The Libertine, malgrado sia stato, così come sopra accennatovi, un insuccesso e un notevole flop al botteghino, riscuotendo critici pareri contrastanti, ricevette comunque, di contraltare, anche numerose recensioni lusinghiere. Senza naturalmente trascurare il fatto, perdonate la nostra voluta ripetizione, che tale pellicola poté vantarsi di annoverare uno strabiliante cast di nomi altisonanti quali, fra gli altri e peraltro, il suo protagonista, il celeberrimo Johnny Depp, Samantha Morton, Rosamund Pike (però, misconosciuta allora), la stupenda Kelly Reilly, nei panni conturbanti, peccaminosi e piccanti della prostituta dai capelli rossi di nome Jane, e il sempre straordinario John Malkovich (qui, col naso posticcio per assumere maggiormente i tratti somatici del personaggio succitato da lui incarnato). Quest’ultimo risultante, oltre che naturalmente come uno degli interpreti principali, perfino produttore primario.

The Libertine fu vietato ai minori di 14 anni per via di alcune scene scabrose, reputate “passibili” di sgradevolezza che a molti tristi perbenisti ipocriti potevano e ancora potrebbero apparire disturbanti e ributtanti. The Libertine, da non confondere con altri omonimi, cinematografici titoli per l’appunto identici. Fra cui La matriarca di Pasquale Festa Campanile con la compianta, da poco morta Catherine Spaak e Jean-Louis Trintignant (per il mercato statunitense, per l’appunto, divenuto The Libertine e, in tal caso, a sua volta traducibile con “la libertina” mentre, per quanto riguarda il film di Dunmore ci si riferisce a un uomo, quindi il libertino) e il francese Le libertin (sempre The Libertine per gli States) di Gabriel Aghion con Vincent Perez e Fanny Ardant.

Film della consistente, forse eccessiva durata di un’ora e cinquantaquattro minuti, The Libertine è tratto da un’omonima pièce teatrale ad opera di Stephen Jeffreys che, per l’occasione, l’adattò in sceneggiatura e riduzione-trasposizione per il grande schermo. Nostri cinefili coraggiosi intrepidi, in The Libertine, riducendone la trama all’osso, si narrano le prodi, più che altro balzane e scostumate, gesta di John Wilmot (Depp), Conte di Rochester, strampalato e guascone, fascinoso personaggio realmente esistito, eccessivo e romantico, malandrino e, come da titolo, libertino. Genio e poeta maudit? Talentscout teatrale senza pari? Il quale, per fortuite circostanze e in virtù della sua personalità magnetica e carismatica, divenne amico e intimo confidente nientepopodimeno che di Carlo II d’Inghilterra (Malkovich). E s’innamorò della donzella e attrice Elizabeth Barry (Morton). Scoprendone, grazie al suo intuito infallibile, il talento smisurato e donandole il ruolo ambito di Ofelia nell’Amleto portato sulla scena nel film da noi, in tale sede, disaminato.

Morendo precocemente e tragicamente alla stessa età di Cristo, sì, a trentatré anni. Però, a differenza di Cristo (perlomeno, attenendoci alle versioni non profane delle Sacre Scritture, dogmatiche e inconfutabili per i religiosi credenti che non ammettono visioni revisionistiche e le ritengono blasfeme e improponibili), Wilmot condusse un’esistenza dissoluta, improntata e orientata al vizio e specialmente all’alcolismo. S’ammalò di sifilide e per l’abuso d’alcol, per l’appunto, il suo fisico, già messo a dura prova e debilitato dalla sua vita sregolata, ne risentì gravemente e, in un battibaleno, crollò.

Film sontuoso, con una naturalistica e bellissima fotografia molto d’atmosfera, quasi in stile Barry Lindon, curata nei minimi dettagli da un ispiratissimo Alexander Melman, musiche pertinenti, giammai pompose ma delicatamente potenti, di Michael Nyman (Lezioni di piano) e scenografie di gran classe firmate Ben van Os (accreditato con la v maiuscola).

The Libertine, dunque e ragion veduta, anzi, per le ragioni da noi brevemente ma esaustivamente esplicatevi, perché mai si rivelò un fallimento quasi totale? La risposta è la seguente, semplice e disarmante. Non ce ne diamo una razionale spiegazione in quanto è un film notevole.

La storia d’amore fra Wilmot ed Elizabeth è commovente e filmata da Dunmore con vertiginosi colpi magistrali di poesia, ripetiamo, elegante e toccante.

Johnny Depp offre una performance monumentale e i suoi occhi scuri, penetranti e assai sensuali, c’ipnotizzano, inquietano e allo stesso tempo trascinano per tutto l’arco della durata del film. Che forse sarebbe dovuta essere leggermente accorciata ma è poco male.

Un Depp, inoltre, inedito e sperimentatore nel suo eclettismo recitativo profondamente magnetico.

Il quale, soltanto quattro anni prima, si diede anima e corpo a una pellicola, potremmo dire, simile. Ovvero The Man Who Cried – L’uomo che pianse di Sally Potter (Orlando).

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di Stefano Falotico

 

L’ULTIMO SPETTACOLO, recensione

Jeff Bridges Bottoms Last Picture Show Timothy Bottoms Last Picture ShowCybill Shepherd last picture show

Cosa si può dire di un film così? Non è un capolavoro? Come no. E non confondete Ben Johnson con Carl Lewis, ah ah.

Ebbene, in occasione della pregiata, imperdibile uscita per la prima volta in assoluto in Blu-ray 4K de L’ultimo spettacolo (The Last Picture Show), cinematografica perla insuperata del compianto Peter Bogdanovich, vi parliamo, giustappunto di quest’opus mai dimenticata e forse mai davvero abbastanza, giustamente glorificata. Forse invero sopravvalutata e datata, insomma superata? Chissà. La buttiamo, come si suol dire, là…, anzi qui così. Siamo provocatori in maniera inappropriata o semplicemente, in tale sede, proveremo a esplicare brevemente le varie ragioni per cui questo film viene considerato un capolavoro. A ragion veduta? O, giustappunto, in maniera erronea?

Insomma, a distanza di oltre cinquant’anni dalla sua uscita ufficiale nelle sale, essendo L’ultimo spettacolo una pellicola del ‘71, dopo essere stata, fin dapprincipio, celebrata per l’appunto come una magnifica opera rivoluzionaria e d’avanguardia, tale effettivamente è indubitabilmente, oppure, nel corso del tempo, ha perso inevitabilmente molto del suo smalto, della sua vena corrosiva e della sua carica e forza ammalianti?

Secondo il discutibile, fazioso ma comunque valente dizionario dei film Mereghetti, estraendovi parzialmente quanto lui entusiasticamente ne scrisse in merito, gustiamoci le sue parole pertinenti per tale film da lui spese in modo forse troppo magnificante:

 «Nel 1951, ad Anarene, una cittadina texana ai confini del deserto, si intrecciano i sogni e le avventure sentimentali di Sonny (Timothy Bottoms) e Duane (Jeff Bridges), due giovani alle soglie della maturità: il primo avrà un’avventura con una moglie insoddisfatta (Cloris Leachman), il secondo non riuscirà a concretizzare la sua relazione con una giovane borghese (Cybill Shepherd) e alla fine Sonny deciderà di partire per la Corea il giorno successivo alla chiusura dell’unico cinema della città che ha proiettato come ultima pellicola Il fiume rosso di Hawks…

Lancia uno sguardo notevole e amaro su una provincia scomparsa e sulla perdita dell’innocenza di una generazione che non ha più nemmeno la possibilità di credere nei suoi pionieri…».

Mereghetti sbaglia clamorosamente, va detto. Non nella sua valutazione ma nel confondere Sonny con Duane. È Duane/Bridges, invero, che parte per la Corea. Film indubbiamente dai chiarissimi pregi, L’ultimo spettacolo, però, risente del trascorrere del tempo e, rivisto oggi, come sopra accennatovi, va ancora valutato come intoccabile capolavoro rinomato oppure è un po’, giustappunto, invecchiato? Dal romanzo di Larry McMurtry, sceneggiato da quest’ultimo assieme a Bogdanovich stesso, girato in B/N su consiglio del geniale Orson Welles, su fotografia magistrale e chiaroscurale, stupenda, onirica e molto d’atmosfera di Robert Surtees, L’ultimo spettacolo possiamo sicuramente annoverarlo come un esordio registico mastodontico e di rilevante importanza abissale (Bogdanovich, primo regista a provenire, fra l’altro, dalla Critica, dettaglio e curiosità non trascurabili), insomma, insindacabilmente ritenerlo opera capitale, incorniciata indelebilmente e in modo inscalfibile alla Settima Arte più eterna ed eterea? Fra le altre presenze notevoli del cast, Ellen Burstyn, Randy Quaid e Ben Johnson (eccezionale e premiato con l’Oscar). Sì, ci è piaciuto porvi interrogativi leggermente provocatori ma L’ultimo spettacolo è un capolavoro e, a distanza di tantissimi anni, mantiene intatta la sua encomiabile bellezza invariata. Esordio attoriale per la Shepherd, ancora acerba ed ex compagna di Bogdanovich. L’ultimo spettacolo è un film irripetibile, un ritratto generazionale improntato sull’amarezza, sul tempo perduto e la disillusione, una perlacea e indimenticabile radiografia di un’America scomparsa, estintasi o forse mai davvero esistita alla continua, utopica ricerca vana di sogni irrealizzabili, firmata da un Bogdanovich ispirato come non mai che, tre decadi dopo, ne avrebbe realizzato uno scialbo sequel forzato e manierato, vale a dire Texasville. Un Bogdanovich mai più ripetutosi a tali livelli.

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di Stefano Falotico

 
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