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STRADE PERDUTE (Lost Highway), recensione

LostHighwayFalotico

Ebbene oggi, per il nostro consueto e speriamo apprezzato appuntamento coi Racconti di Cinema, disamineremo l’oramai celeberrimo Strade perdute (Lost Highway), incensato eppur ancora controverso opus del ‘97 firmato da David Lynch, recentemente restaurato nella nuova versione, potremmo dire, a livello di pigmentazione più raffinata e al suo primigenio nitore ripristinata in ogni suo antico, estasiante colore netto e lucido.

Robert Blake Strade perdute

Film della durata, corposa e dall’intreccio volutamente contorto, financo esoterico, di due ore e un quarto, Strade perdute, ai tempi della sua uscita nelle sale mondiali, fu vietato ai minori di 14 anni per via d’alcune scene fortemente violente e del notevole utilizzo di nudi ad alta gradazione erotica che potrebbero turbare il pubblico più facilmente impressionabile e soprattutto minorenne.

Invero, non v’è nulla di particolarmente scabroso in tal pellicola e non è chiaramente ravvisabile niente di particolarmente sensazionalistico, semmai, per i suoi cultori più accaniti e sfegatati, Strade perdute è solamente un film sensazionalmente monumentale, epocale e intoccabile. In quanto, i suoi più strenui ammiratori lo reputano apoditticamente un capolavoro inarrivabile e assolutamente incontestabile, a spada tratta affermando ciò in modo incontrovertibile e robustamente assertivo.

Ma è davvero così? Ovvero, Strade perdute è veramente una totemica vetta cinematografica impari oppure è un’opera ampiamente sopravvalutata che andrebbe invece ridimensionata e, col senno di poi, dopo averla più oculatamente riveduta e scandagliata, opportunamente sarebbe da giudicare in maniera assai meno entusiastica? Nelle prossime righe tenteremo di enucleare ed eviscerare brevemente, naturalmente secondo il nostro punto di vista, la questione.

Se Cuore selvaggio fu sceneggiato interamente dallo stesso Lynch a partire da una novella dello scrittore Barry Gifford, stavolta invece quest’ultimo, da un suo soggetto originale, allestì lo script in concomitanza sempre con Lynch, però non basandosi giustappunto su nessun suo libro ma inventandosi ex novo la trama ivi, sinteticamente, da noi riferitavi sottostante. Accorciata e semplificata per non sciuparvi le sorprese in cui v’imbatterete.

Se dapprima volessimo trascrivervi testualmente la sinossi attualmente riportata su IMDb, subito lo faremo ma prestamente comprenderete bene che è decisamente approssimativa e non poco erronea…

All’indomani di un bizzarro incontro durante una festa, un sassofonista jazz viene accusato dell’omicidio della moglie e viene mandato in prigione, nella quale si tramuta inspiegabilmente in un giovane meccanico e comincia a condurre una nuova vita.Lost Highway Arquette Pullman

In verità, la vicenda narrataci è notevolmente più arzigogolata e sfaccettata e nessuna sintesi, seppur ampia o approfondita, ne sarebbe esaustiva. Usando parole nostre, possiamo delinearla però entro i seguenti confini e/o contorni:

Il sassofonista di night club, Fred Madison (Bill Pullman), non più giovanissimo eppur di bell’aspetto e non attempato, vive in un’isolata villa di Los Angeles assieme alla conturbante e misteriosa consorte di nome Renée Madison (Patricia Arquette), dai capelli fulvi. Progressivamente, fuori dalla loro abitazione, vengono recapitati, a scadenze regolari, dei pacchi contenenti singolarmente delle VHS dal contenuto inquietante che in questa sede non sveleremo. Fred e Renée si recano a un party in quel delle colline di Beverly Hills, ai piedi di Hollywood, ove Fred viene avvicinato e angosciato da un basso, mascherato e losco figuro dal sorriso beffardamente sardonico (Mystery Man, alias Robert Blake). In tale cupa notte accade qualcosa di macabramente terrificante e Fred viene incarcerato, immantinente condannato alla sedia elettrica con l’accusa di uxoricidio. Al che, nella cella occupata da Fred, al suo posto compare un ragazzo di nome Pete Dayton (Balthazar Getty).

Il quale, visibilmente traumatizzato, viene poi liberato e, terminatone lo shock emotivo, riprende il suo lavoro di meccanico. Uno dei maggiori clienti dell’officina per cui lavora è il temibile, miliardario gangster Dick Laurent detto Eddy (Robert Loggia). La cui avvenente, biondissima compagna è la sexy Alice Wakefield. Forse, nientepopodimeno che la sosia, versione blonde, oppure la reincarnazione della succitata, trucidata Renée. La sua sorella gemella? Tra la femme fatale Alice e l’ingenuo Pete scocca fulmineamente la scintilla dell’attrazione passionale più imponderabile e letale?

Chiarissimi echi e rimandi espliciti a La donna che visse due volte in quest’arabesco e narrativamente dedalico Strade perdute, apripista concettuale, probabilmente, perlomeno progenitore filmico del posteriore, chissà se davvero superiore, Mulholland Drive.

Non sono infatti, oggi come oggi, coloro che considerano Strade perdute l’incipit embrionale, creativo e ideologico di un cineastico percorso lynchiano soltanto più avanti maggiormente modellatosi, affinatosi, perfezionato o realizzatosi più compiutamente e/o fantasiosamente coeso. Cosicché, è or chiarissima l’omogeneità delle sue variazioni tematiche da Lynch sviluppate fin da molto lontano, forse da sempre.

Sul sito aggregatore di medie recensorie metacritic.com, per esempio, Strade perdute riscontra odiernamente una discreta eppur insoddisfacente valutazione del 53% di opinioni positive. Molte delle recensioni, ivi raccolte ed espresse, infatti s’attengono a quelle emesse e concernenti il periodo in cui Strade perdute fu distribuito sul mercato. Dunque, ora come ora, sono probabilmente vetuste e in gran parte superate, anzi, per essere più esatti e corretti, son perlomeno circoscritte a ciò che superficialmente molta dell’intellighenzia critica pensò a riguardo e, aggiungiamo noi, a torto.

Sì, Strade perdute, a distanza di due decadi abbondanti dalla sua ufficiale release internazionale, cioè nel corrente 2023, è dai più ritenuto un capolavoro e Paolo Mereghetti, inizialmente scettico, nel suo Dizionario dei Film, lo liquidò sbrigativamente, tostamente descrivendolo in termini poco lusinghieri e irriverenti. Salvo poi tardivamente ricredersene, cercando vanamente, per ipocrita coerenza indifendibile, di modificarne il giudizio pur conservando pressoché intatta la sua striminzita esegesi confusa e campata per aria…

«Lynch e il cosceneggiatore Barry Gifford smontano i meccanismi del noir, costruendo un racconto che sfida ogni interpretazione razionale, puntano tutto su un’atmosfera onirica e inquietante, piena di paradossi spazio-temporali. Anche se il risultato non è tanto un viaggio sconvolgente nei meandri dell’inconscio, quanto una cinica presa in giro dello spettatore, e la spia di un’impasse creativa. Lynch mostra in questo film di essere ancora chiuso nei suoi incubi, senza saperli reggere con l’intensità che mostra nella prima mezz’ora del film: anche perché, dopo Twin Peaks, si tiene sempre aperta la facile scappatoia del nonsense… Pessime scene erotiche».

Parole dure e spietate che, sostanzialmente, inquadrano lo spirito, forse anche artistico, può darsi persino manieristico, che pervade questa criptica e indecifrabile opera lynchiana ma che allo stesso tempo risultano banali e figlie d’una penna pigra e distratta. Strade perdute, in effetti, malgrado la sua straordinaria perfezione formale e la fotografia, suggestiva e ipnotica di Peter Deming, raramente emoziona e, lungo il suo tragitto, soprattutto verso la fine, diviene soporifero e lento sin allo sfinimento, accartocciandosi su sé stesso in maniera forse involuta. Eppur perennemente trafigge e stordisce a ogni sua visione, avvolgendoci suadentemente nella sua morbosa spirale cinematograficamente deliziosa e irresistibile. Colonna sonora prodotta da Trent Reznor, firmata dal compianto Angelo Badalamenti e pezzi sonori da brividi per una sfilata di rock e hard metal con incursioni dei Rammstein, David Bowie, Lou Reed e una comparsata attoriale di Marilyn Manson.

Nel ricchissimo e variegato cast, Gary Busey, Natasha Gregson Wagner, Michael Maseee (Il corvo), Giovanni Ribisi, Henry Rollins e Richard Pryor.Patricia Arquette Balthazar Getty Strade perdute

di Stefano Falotico

 

FREELANCERS, recensione

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Freelancers Dana Delany

Ebbene oggi, per il nostro consueto appuntamento coi Racconti di Cinema, andremo a ripescare e disaminare un film certamente non eccelso ma al contempo, tanto per essere magnanimi, neppur disprezzabile totalmente, ovvero Freelancers. Titolo originale rimasto immutato per la versione italiana per tal pellicola della durata di novantasei minuti netti, diretta da Jessy Terrero. Regista non annoverato addirittura su Wikipedia, quindi, comprenderete bene, poco famoso e, invero, con pochi crediti, a tutt’oggi, all’attivo sul versante filmografico. Probabilmente, aggiungiamo noi, a ragion chiaramente veduta e giusta, data la scarsissima qualità espostaci in questo suo pacchiano e spesso scurrile Freelancers. Il tutto è enunciabile dalle sue presto scordabili immagini piuttosto impresentabili. Freelancers, appartenente all’anno 2012, in effetti, da noi arrivò direttamente in home video e passò giustamente inosservato, trattandosi infatti di un filmetto di rapidissimo consumo, come si suol dire, senz’infamia e senza lode, anzi, ad esser onesti, totalmente terribile, risibile e assolutamente dimenticabile, sebbene a tratti perfino piacevole così come sopra già accennatovi. Trattasi dunque d’un guilty pleasure a tratti interessante? Film, ribadiamo però marcatamente, abbastanza inguardabile qualitativamente, se non fosse che nel cast, oltre al protagonista 50 Cent, svettano e primeggiano i nomi di due attori di risma assai altisonanti che non necessitano di presentazioni, cioè i premi Oscar Robert De Niro (Toro scatenato, The Irishman) e Forest Whitaker (L’ultimo re di Scozia). Chissà perché, inspiegabilmente, capitati in una sciatta produzione di bassa lega come la seguente. Come dettovi, da noi presa però in esame e, per dovere di cronaca, recensita doverosamente. Ora, se De Niro, negli ultimi anni, non è stato di certo nuovo a incursioni in plateali b movies vagamente trash e soprattutto subitamente cestinabili, vedasi, per esempio, Bus 657 (comunque, superiore e di gran lunga migliore rispetto a Freelancers ivi trattato) oppure il recentissimo Wash Me in the River, invece grandemente ci stupisce la presenza di un attore come Whitaker, molto più selettivo rispetto al vecchio Bob, il quale alterna film assolutamente pregevoli a ciofeche immonde, in merito ai suoi progetti attoriali. Specificatovi ciò, passiamo velocemente alla trama, lineare e semplicissima come non mai, da noi peraltro espressavi in modo estremamente conciso, riferitavi solamente nella sua scarna essenzialità saliente e quindi sinteticamente enunciatavi senza fronzoli e/o panegirici di sorta. Anche perché sarebbe pleonastico e oltremodo sciocco sviscerarla a fondo, vistasi la sua pochezza, considerata la sua inconsistenza e la sua netta futilità prevedibile al di là dell’indicibile più mortificante e onestamente molto triste.

Malo (50 Cent, anche produttore e accreditato come Curtis Jackson, suo vero nome all’anagrafe), in virtù della sua ferrea abnegazione, ha coronato il sogno di diventare un poliziotto alla pari di suo padre che morì ucciso. Da chi? Presto, s’imbatterà però tristemente nella corruzione, scoprendo amaramente che dietro il distintivo da sbirri, all’apparenza integerrimi ed eticamente lindi, si celano molti sporchi uomini che semplicemente e sovente rimangono intoccati, abusando del proprio potere, agendo disonestamente e ai confini della legge. Rimarranno impuniti?

De Niro 50 Cent Whitaker Freelancers

Girato professionalmente sebbene in maniera rozza, avvalendosi persino d’una buona fotografia di Igor Martinovic (The Night Of) e recitato discretamente, Freelancers presenta dei momenti registici addirittura, qua e là e a sprazzi, non malvagi. Eppure, fin dapprincipio, si rivela tamarro, sceneggiato malissimamente (script di L. Philippe Casseus), ricolmo in modo stomachevole di battute sessiste e penosamente patetiche, pregne di tossico cameratismo becero e malsano, ripieno di turpiloquio smodato e di accessorie ed inutili bellezze femminili (nel cast, infatti, oltre ai citati 50 Cent, Whitaker e De Niro, Vinnie Jones e un parterre muliebre costituito dalle sexy Dana Delany, Beau Garrett, Anabelle Acosta) ivi inserite solamente in forma, giustappunto, maschilista a mo’ di specchietto per le allodole.

Dunque, perché abbiamo sopra asserito che Freelancers non è neanche tanto male? Poiché, a dispetto della sua oggettiva indecenza esagerata, soprattutto cinematografica, scorre bene e possiede ritmo. Inoltre, alcune immagini son abbacinanti per perfezione formale.De Niro Freelancers Dana Delany Freelancers

di Stefano Falotico

 

Gli SPIRITI dell’ISOLA (The Banshees of Inisherin), recensione

Ebbene oggi recensiamo l’acclamato Gli spiriti dell’isola, il cui titolo originale è l’impronunciabile e ben più ermetico, forse evocativo, The Banshees of Inisherin.Colin Farrell spiriti isola

Opus diretto e interamente scritto, a partire da un proprio soggetto e sceneggiatura originali, così come sempre accaduto sinora, dal sempre più valente e sorprendente Martin McDonagh (Tre manifesti a Ebbing, Missouri), qui alla sua quarta e incensata incursione dietro la macchina da presa.

Presentato con successo e, fin da subito, ottenente strepitose recensioni altamente lusinghiere alla 79.a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Gli spiriti dell’isola, dopo aver fatto sfracelli alla recentissima edizione dei Golden Globes, s’è aggiudicato meritatamente ben nove candidature agli Oscar assai pregiate, ottenendo peraltro le maggiori nominations per quanto concerne le categorie maggiori, ovverosia Miglior Film, Migliore Regia, Miglior Attore Protagonista e non e, giustappunto, best original screenplay. Entrando oramai di diritto, a ragion veduta, fra le pellicole più ammirate e lodate della stagione 2022.

Film della consistente eppur perennemente avvincente e scoppiettante durata di centoquattordici minuti netti e decisamente corposi, oltreché narrativamente succulenti, Gli spiriti dell’isola è una squisita e assai gustosa, imperdibile pietanza cinematografica veramente d’annata da leccarsi i baffi. McDonagh ivi ritrova Colin Farrell, a cui affida il ruolo principale, dopo le altrettanto antecedenti collaborazioni avvenute con In Bruges – La coscienza dell’assassino & 7 psicopatici, instaurando inoltre un’altra reunion di valore rilevante con Brendan Gleeson, a sua volta co-protagonista con lo stesso Farrell della seconda e succitata prova cineastica di tale director oramai inarrestabilmente e indiscutibilmente ascendente fra i più interessanti e attualmente imprescindibili in circolazione.

Trama, da noi enunciatavi in poche righe sintetiche per non sciuparvene le sorprese:

La vicenda è ambientata nell’anno 1923. Sta terminando la tribolata e tormentosa Guerra civile irlandese e tale conflitto, con tutta probabilità, deve aver turbato e scosso emotivamente, forse inconsciamente, soprattutto gli innocenti. Nella fattispecie, i marini abitanti della pittoresca e ancestrale, fittizia isola denominata Inisherin. Ove vivono due amici di lunga data ma dalla differente età anagrafica, rispettivamente il mandriano sempliciotto e di umili origini Pádraic Súilleabháin (Colin Farrell) e il navigato, scafato e irrequieto, burbero e non poco irascibile violinista Colm Doherty (Brendan Gleeson). Il loro, apparentemente collaudato e indistruttibile, amicale legame indissolubile viene improvvisamente rotto dall’inaspettata, per Pádraic scioccante, decisione repentina e irrazionale, da parte d’un irremovibile Colm, di troncare di punto in bianco il loro rapporto. Dal giorno alla notte, infatti, senza motivazioni precise, senz’alcuna precedente avvisaglia che potesse anticipare la decisione dettavi e fulminea, oltre che fulminante l’anima di Pádraic, Colm non vuole più rivolgere la parola a Pádraic, senza fornirne spiegazioni dettagliate e in merito plausibili. Semplicemente, per ragioni oscure, del tutto ignote e non chiaramente espressegli, Colm non desidera più la compagnia del suo ex amico. Schivandolo e perfino schifandolo.

Pádraic n’è sconvolto e visibilmente ferito, costernato oltremodo. Non capacitandosi di tale affronto ingiustificato, non riuscendo a rassegnarsene, vanamente ma disperatamente tenta in ogni modo di cercar di comprendere per quale assurdo moto del cuore e per quali imperscrutabili, valide spiegazioni, il suo insospettabile amico, immantinente, l’abbia drasticamente allontanato dalla sua vita in modo tanto celere quanto doloroso e glaciale. In una parola, mortificante. Distrutto, in preda allo sconforto più nero, in stato confusionale, coinvolgerà addirittura sua sorella Siobhán e, statene pur sicuri, ne succederanno delle belle. Forse assisteremo a dita mozzate e ad autodistruttive mutilazioni figlie d’una pazzia crescente e smodata veramente allarmante psicologicamente?

Spiazzante, alternante toni esilaranti e farseschi da tipica commedia brillante, così come si diceva una volta, a toni ampiamenti drammatici, financo tragici e pregni di dark humor grondanti pungente ironia sarcastica, fotografato splendidamente da Ben Davis e perfettamente montato da Mikkel E. G. Nielsen, Gli spiriti dell’isola è un egregio sig. film inattaccabile sotto ogni punto di vista e perciò ampiamente lodabile così come infatti, fortunatamente, avvenuto.

Farrell, in uno dei suoi più sfaccettati e maturi ruoli di sempre, incarna, con fragilità dolente e sofferta aderenza al ruolo addosso cucitogli, il character descrittovi, imprimendovi una profondità mirabile, non da meno, naturalmente, gli è un impareggiabile Gleeson in formissima e inquietante come non mai. Parimenti, i pochi attori di contorno sono eccellenti e son perlomeno da citare Kerry Condon e Barry Keoghan. Non per nulla, tutti e quattro sono stati nominati ai prossimi e imminenti Academy Awards come attori con un Farrell in pole position, alla sua primissima candidatura in assoluto, pronto a sbaragliare l’agguerrita concorrenza.

Teso come la corda di violino suonata da Gleeson/Colm, struggente e melanconico, spesso geniale e imprevedibile dal primo all’ultimissimo minuto, delicatamente stratificato, metaforico ed enigmatico, interpretabile sotto molteplici chiavi di lettura, perfino psicanalitiche, angosciante e contemporaneamente divertente, Gli spiriti dell’isola è un capolavoro inconfutabile.

Se vi turbano però le funebri atmosfere rurali mescolate a battute ficcanti e ad interpreti che si disimpegnano istrionicamente in una sarabanda espressiva scatenata, se non tollerate i film troppo dialogati e, soprattutto, non facilmente decriptabili, lasciate perdere immediatamente.


di Stefano Falotico

 

IL COMMISSARIO MAIGRET e la giovane morta, recensione

Depardieu Maigret

Ebbene oggi recensiremo un film straordinario e, ahinoi, passato quasi del tutto inosservato e dunque, al momento, ai più misconosciuto, ovvero l’affascinante ed elegante Il commissario Maigret e la giovane morta, il cui titolo originale è semplicemente Maigret. Ispirato, ovviamente, all’omonimo e celeberrimo personaggio creato dalla penna di Georges Simenon, già portato innumerevoli volte sul grande e piccolo schermo (celebre, per esempio, l’incarnazione e la caratterizzazione che ne diedero Jean Gabin, oppure Gino Cervi, e fu impersonato, peraltro, anche dall’insospettabile Rowan Atkinson), per l’occasione, Il commissario Maigret e la giovane morta è un opus perlaceo, con raffinatezza diretto da Patrice Leconte (L’uomo del treno) e da lui stesso sceneggiato assieme a Jérôme Tonnerre. Ivi, Maigret è interpretato da nientepopodimeno che il grande e sempre carismatico, intramontabile ed eccezionale Gérard Depardieu.

Il commissario Maigret e la giovane morta dura soltanto un’ora e ventinove minuti netti ma appassiona decisamente in virtù, ripetiamo, della sofisticatezza registica, della bella prova di classe del suo attore principale e anche per via dell’inquietante eppur avvincente trama, ottimamente snocciolataci, e del suo veloce intreccio alla fine, naturalmente, svelante l’enigma della vicenda narrataci e, ça va sans dire, già espostaci e qui ridotta per tal adattamento notevole. Ovvero la seguente, sottostante brevemente accennatavi e testualmente trascrittavi dalla sinossi di IMDb, adattata dall’omonimo giallo, importante specificarlo e ancora sottolinearlo, giustappunto di Simenon, per l’esattezza intitolato Maigret et la jeune morte.

A Parigi, una giovane ragazza viene trovata morta in una piazza parigina, con indosso un abito da sera. Il commissario Maigret cercherà di identificarlo e poi capire cosa è successo alla vittima.

Trasposizione piuttosto fedele del romanzo originario, corrispondente al 45° libro della serie dedicata a questo characterIl commissario Maigret e la giovane morta, pur non essendo certamente un film capolavoro o ascrivibile alla storia delle migliori riduzioni cinematografiche del personaggio in questione, come dapprima dettovi, è ampiamente godibile e si distingue per la sua ricercatezza formale, in particolar modo per la chiaroscurale fotografia magistrale di Yves Angelo, spiccando per bellezza dei dettagli e per le sue sobrie scenografie impeccabili, aggiudicandosi meritevolmente un posto d’onore all’interno della sterminata galleria di lungometraggi inerenti quest’importante personaggio. Sorretto da un Depardieu misuratissimo e con la sordina, ben lontano e, a livello recitativo, antitetico rispetto alle sue prove attoriali più eccessive e troppo istrioniche e/o colorite, assai efficace e inappuntabilmente calzante per la parte assegnatagli, dominato dalla presenza dell’ipnotica e dolcissima Jade Labeste, giustamente annoverabile e mirabile fra un cast eterogeneo in cui sono perlomeno da citare anche Mélanie Bernier, Clara Antoons, Élizabeth Bourgine, André Wilms e Aurore Clément, Il commissario Maigret e la giovane morta si gusta tutto d’un fiato e, sino all’ultimo, perdonateci per il voluto gioco di parole, ci lascia col fiato sospeso. D’altronde, com’è doveroso che sia per ogni noir che si rispetti e avvinca. Se siete sinceramente stanchi di Maigret e pensate sia un personaggio oramai inflazionato e insopportabilmente propostoci sin allo sfinimento, se odiate i film francesi ove succede tutto anche quando sembra non accadere nulla di rilevante, poiché sono pellicole perlopiù basate sul fine gioco di sguardi, pregne di dialoghi ficcanti, incentrate sulle psicologie comportamentali e le dialettiche schermaglie, lasciate perdere. Inoltre, c’eravamo dimenticati di dirvi che Il commissario Maigret e la giovane morta è stato girato appositamente in modo lento e demodé, perciò, malgrado la sua cortissima durata, apparirà soporifero da morire a chi non è abituato a ritmi degni del Cinema d’una volta. Un Cinema ove non è tanto la trama a contare, bensì son le atmosfere a primeggiare e son imprescindibili e messi in evidenza i piccoli gesti a prima vista insignificanti. Detto ciò, è Leconte purissimo. Leconte è così, moltissima forma ma i suoi detrattori pensano che un film, per di più in tal caso un giallo, privo d’un intreccio complicato, sia un male. Forse si sbagliano.Maigret Labeste

di Stefano Falotico

 

Il grande match (GRUDGE MATCH), review again

Ebbene oggi, per il nostro consueto, speriamo apprezzato, appuntamento coi Racconti di Cinema, torneremo indietro nel tempo sin a qualche anno fa, cioè nel 2013, anno dell’uscita del film, giustappunto, da noi preso in questione e disaminato, ovvero Il grande match (Grudge Match), opus di puro e non pretenzioso intrattenimento, firmato da Peter Segal (Terapia d’urto).Stallone De Niro Hart Grydge Match Stallone De Niro grande match Basinger Grudge Match locandina grande match stallonedeniro

Il grande match è una commedia di natura vagamente sportiva della durata consistente e, a tratti esilarante e godibile, di centotredici minuti, prodotta dal regista Mark Steven Johnson (Daredevil, Killing Season) e sceneggiata dal terzetto formato da Tim Kelleher, Rodney Rothman & Doug Ellin.

Il grande match vede fronteggiare, non solo sul ring da pugilatori decisamente âgée, diciamo così eufemisticamente per non definirli un po’ pateticamente senili eppur al contempo assai autoironici e anche, permetteteci di ironizzare a nostra volta, grottescamente auto-iconici e parodistici, mr. Rocky Balboa, alias Sylvester Stallone, e il sig. Jake LaMotta di Toro Scatenato, ça va sans dire, Robert De Niro.

Stallone e De Niro nuovamente assieme sul grande schermo dopo essersi incontrati magnificamente nel ben più superiore e oggettivamente migliore, qualitativamente più corposo e importante, Cop Land di James Mangold.

Il grande match, a differenza del film appena succitato, non è sicuramente memorabile, tantomeno paragonabile ai migliori lungometraggi rispettivamente con Stallone e De Niro. Chiariamoci però immantinente in merito, non intende essere ricordato per il suo valore né ambisce volutamente a essere un film degno di nota nel senso letterale della parola, bensì si palesa, senza fronzoli, come un’innocua sciocchezzuola apprezzabile unicamente in quanto girata al solo scopo, ribadiamo, d’enunciarsi e mostrarsi per quel che semplicemente è, ovverosia un divertissement spensierato e, a suo modo, nostalgico in quanto, giustappunto, creante e concretizzante l’occasione agognata da molti cinefili aficionados di Stallone e De Niro. Cioè quella di assistere alla materializzazione avvenuta, in forma di celluloide, di veder combattere, due boxer storici e leggendari della settima arte pregiata. Occasione non disdicevole ed appieno realizzatasi, sebbene probabilmente rivelatasi inefficace e sprecata, forse buttata leggermente via, poiché il Grande Match altri non è che, come appena dettovi, solamente un filmetto senz’arte né parte, e l’operazione è stata realizzata con sciatteria e maldestrezza, se non inusitate, perlomeno ampiamente criticabili. Infatti, rimarchiamo ancora, di contraltare, le aspettative fantasiose rese realtà non hanno condotto ad esiti propriamente felicissimi e combacianti positivamente con le idealizzate e bramate aspettative più prelibate e segretamente ghermite gustosamente dai fan dei loro e nostri amatissimi beniamini giammai dimenticati… Trama, sinteticamente e testualmente riportatavi da IMDb:

Una coppia di vecchi rivali di pugilato abbandonano il loro pensionamento per combattere in un ultimo incontro, trent’anni dopo la loro ultima partita.Robert De Niro Bernthal Stallone Kim Basinger Alan Arkin Grande Match

Più che partita, potremmo denominarla disfida, aggiungiamo noi, specificandovi che gli antagonisti sono Henry Sharp, detto Razor (Stallone), e Billy McDonnen, il cui nomignolo è invece The Kid (De Niro).

Henry è amico del suo inseparabile e arzillo personal trailer (Alan Arkin) ed è ancora innamorato dell’avvenente, nonostante anche lei in là con l’età, Sally (Kim Basinger), mentre Billy sta cercando disperatamente di riconciliarsi col figlio BJ (Jon Bernthal, The Punisher, L’uomo nell’ombra), dopo che con quest’ultimo non corse più buon sangue. Nel cast anche Kevin Hart e Barry Primus. Decisamente farsesco, scritto alla bell’è meglio ma recitato professionalmente, seppur con qualche goffaggine di troppo da parte di De Niro, diretto con piglio e perfino senso del ritmo in alcune scene, Il grande match, a dispetto del suo impianto insufficiente, delle sue grossolane banalità tremende e della sua inesistenza qualitativa abbastanza evidente e non perdonabile, si lascia comunque vedere con piacere.

di Stefano FaloticoJon Bernthal grudge match Peter Segal grudge Match Sly Stallone Alan Arkin De Niro grande grudge match

 

AUDITION, recensione

Audition poster

Ebbene oggi, in concomitanza con la sua distribuzione in versione restaurata che sarà riprogrammata nelle sale italiane nelle giornate del 23-24-25 Gennaio tramite Wanted, disamineremo il cult movie Audition (Ōdishon), opus del ‘99 firmato da Takashi Miike che fu presentato con forte clamore e fra l’agghiacciato stupore generale all’International Film Festival di Rotterdam. Ove, giustappunto, in virtù delle sue macabre e assai violente scene raccapriccianti ad alto tasso perturbante, terrorizzò e scioccò la platea ivi presente, suscitandovi reazioni inusitate delle più disparate. Audition divenne quasi istantaneamente una pellicola tanto venerata dai cultori del più sperimentale e trasgressivo horror moderno quanto disgustata, malvista e boicottata dai benpensanti più moralisti, inorriditi dinanzi alla sua scabrosità orrifica a lor avviso inaccettabile e oltremisura mostruosa sotto ogni punto di vista. Tratto dal romanzo omonimo ad opera d Ryū Murakami, Audition dura centoquindici minuti ed è stato sceneggiato da Daisuke Tengan.

Lodato da Quentin Tarantino e a tutt’oggi riscontrante una lusinghiera media recensoria di opinioni estremamente positive sul sito aggregatore metacritic.com, eccone la trama:

Ishibashi AuditionEihi Shiina Audition

Il signor Shigeharu Aoyama (Ryō Ishibashi, eccezionale) è rimasto vedovo da sette anni in seguito alla tragica morte della moglie, deceduta prematuramente. Vive con suo figlio Shigehiko (Tetsu Sawaki), il quale, vedendolo depresso e invecchiato, soprattutto nell’animo, gli consiglia di cercarsi una nuova compagna ed eventualmente risposarsi. Shigeharu vi riflette profondamente, dunque accetta di buon grado l’affettuoso suggerimento propostogli dal sangue del suo sangue. Al che, in un bar, l’uomo discute in merito con un suo amico, un valente e fidato produttore di cinema, Yasuhisa Yoshikawa (Jun Kunimura). Che, a sua volta, gli propone di selezionare trenta ragazze per una finta audizione riguardante un fantomatico, più che altro inesistente, progetto. Realizzata l’accurata selezione e visionato il materiale dei vari curriculum offertigli dall’amico appena dettovi, Shigeharu resta immediatamente folgorato dalla sensibile e avvenente, sebbene misteriosa, ex ballerina Asami Yamazaki (Eihi Shiina). Terminato il provino, ivi ancor più da lei rimastone ipnotizzato, l’uomo chiede d’incontrare quest’ultima, segretamente. Che cosa accadrà?

Non vi sveliamo, giustamente, altro se siete fra coloro che non hanno mai visto Audition. In quanto vi rovineremmo le sorprese scioccanti, rivelandovi giustappunto il seguito della trama e conseguentemente gli improvvisi risvolti spiazzanti e robustissimamente inquietanti mostratici e contenutivi. Devastante, vietato ai minori di diciott’anni, morboso ai massimi livelli più primordiali, forse leggermente sopravvalutato o sanamente incensato, anzi, addirittura inspiegabilmente misconosciuto a prescindere dai suoi cultori e dai fanatici di Miike, Audition va (ri)visto, lo affermiamo testé in modo imperioso. Poiché non ce ne si può esimere se si ama il Cinema a 360°. Dunque, si deve vedere, malgrado non sia obbligatorio, chiariamoci, amarlo e/o salirne a bordo oppure accettarlo e apprezzarlo o meno. È infatti necessario conoscerlo anche se qualcuno, a torto, secondo, potrebbe il suo valore disconoscere. Riteniamo basilare, rimarchiamo, guardare anche ciò che può raggelare e scuotere in maniera viscerale, ciò che non lascia indubbiamente impassibili. Un Cinema che può risultare rivoltante oppure eccitante, stimolante, un Cinema elettrizzante, un Cinema da pelle d’oca, un Cinema essenziale nella sua adamantina onestà persino volutamente esagerata e “malvagia”. Un cinema eccessivo e anormale, amorale, un Cinema inconsueto e tremendo, un Cinema purissimo. Fotografato meravigliosamente da Hideo Yamamoto (Hana-bi di Takeshi Kitano) e musicato altrettanto superbamente da Kôji Endô, Audition è un film immancabile per i patiti raffinati dei thriller psicologi. Inizia e prosegue per circa un’ora come un incalzante e struggente melò sentimentale con momenti romantici finissimi, ripieni di soffici frangenti melanconici grandemente poetici, in crescendo divenendo un incubo ad occhi aperti che sadicamente e al contempo soavemente abbaglia e incanta, atterrisce e il nostro cuore trafigge. Ciò a cui abbiamo assistito, attraverso repentini e inaspettati flashback vorticosi e taglienti le nostre certezze, nell’esplodere radente d’un uso massiccio e sconfinato della violenza, è soltanto la tetra e sconvolgente visualizzazione d’un terribile sogno ermetico che rimane impresso e indelebile anche alla fine della sua seducente, indimenticabile visione allucinante e immensamente potente?Audition Takashi Miike

di Stefano Falotico

 

THE PALE BLUE EYE – I delitti di West Point, recensione

Ebbene, oggi recensiamo l’affascinante e secondo noi soddisfacente, sebbene non eccellente, così come esplicheremo nelle righe a venire, The Pale Blue Eye, “sottotitolato” I delitti di West Point, opus di matrice mystery thriller firmato da Scott Cooper (Crazy Heart, Black Mass). Il quale, per l’occasione, adattando e sceneggiando lui stesso il romanzo omonimo di Louis Bayard, ritrova ivi uno dei suoi attori preferiti con cui è in massima sintonia e perfetto affiatamento artistico, ovvero Christian Bale. Che, a sua volta, per tale nuova reunion di The Pale Blue Eye, cementa il suo rapporto professionale, proficuo e altamente apprezzato, dopo i ben accolti Il fuoco della vendetta – Out of the Furnace & Hostiles – Ostili, col valente regista appena sopra nominatovi. Dimostrandosi pienamente e nuovamente uno degli interpreti più versatili e sorprendenti del panorama mondiale, regalandoci infatti, in The Pale Blue Eye, una performance di pregiata scuola recitativa davvero impari e di classe. Ma procediamo con calma, partendo innanzitutto dalla trama, successivamente eviscereremo meglio, esegeticamente, il film in questione e la prova attoriale di Bale, aggiungendovi maggiori dettagli…Christian Bale Timothy Spall Melling Pale Blue Eye

La vicenda è ambientata nel 1830. Il misterioso e fascinoso detective Augustus Landor (Bale), sebbene disilluso e leggermente affaticato, investiga in maniera ferrea e integerrima a riguardo d’alcuni crimini commessi in quel dell’accademia militare di West Point. Impattando però amaramente contro il muro d’omertà e la silente connivenza ipocrita di chi, per non compromettersi, peraltro nascondendo i propri stessi scheletri nell’armadio, in forma viscida e ipocrita, preferisce tacere in merito alle segrete e torbide verità indicibili e raccapriccianti accadute nel luogo e nei suoi tetri dintorni oscuri. Al che, Landor s’affilia a uno dei suoi cadetti al fine che quest’ultimo possa fornirgli quegli intuitivi aiuti necessari per la risoluzione del caso macabro. Riuscirà a portare a compimento le sue perigliose indagini? Il cadetto non è uno qualunque, bensì nientepopodimeno che il futuro scrittore Edgar Allan Poe (il solito bravissimo ma al contempo inquietante Harry Melling, però a volte non ben diretto e quindi sopra le righe ed eccessivamente melodrammatico, a differenza della sua impeccabile prova in Macbeth).

Mediamente accolto dall’intellighenzia critica, soprattutto statunitense, forse un po’ sottovalutato ingiustificatamente e in modo troppo sbrigativo, The Pale Blue Eye è invero un ottimo giallo sui generis dai molteplici pregi, decisamente intrigante, volutamente demodé, oltre che finemente filmato e, ripetiamo, sostenuto da un Bale che vi recita magnificamente. Bilanciando assai bene il suo istrionismo a una lodevole sordina da attore che, en souplesse, magnetizza ogni inquadratura con lui presente in maniera armonicamente carismatica e talentuosa. Recitando quasi unicamente con lo sguardo, doppiato per la versione italiana dal suo habitué consolidato, cioè Adriano Giannini. La cui voce, roca, sottilmente cavernosa e secca ivi particolarmente gli si addice e naturalmente ci evoca immediatamente il “suo” Rust Cohle/Matthew McConaughey di True Detective. Forse non inappuntabile, qua e là persino soporifero e macchinoso, ingarbugliato nell’intreccio e a tratti irrisolto, con un finale affrettato e sensazionalistico che, seppur dai risvolti inquietanti e ribaltante sorprendentemente, all’ultimo minuto, le aspettative (perlomeno per chi non ha letto il libro originario e succitato), si rivela poco convincente e affastellato alla bell’è meglio,  The Pale Blue Eye s’avvale d’una splendida fotografia chiaroscurale realizzata da Masanobu Takayanagi (The Grey) e viene sorretto e puntellato da una suadente e melliflua partitura musicale di Howard Shore (Panic Room, Crimes of the Future). Inoltre, al di là dei perdonabili difetti enunciativi, appassiona e tiene col fiato sospeso, avvinghiandoci elegantemente nelle sue atmosfere di morte e terrore, aspirandoci nella sua morbosa spirale d’occulto, violenza e morale perdizione. Come però evidenziato, The Pale Blue Eye, trascurando la sua adamantina impeccabilità formale, risulta artefatto e non colpisce sin in fondo, incedendo eccessivamente in pedanti digressioni noiose e in parentesi estetizzanti poco emozionanti. Cast ricchissimo in cui, oltre ai primeggianti Bale e Melling, son d’annoverare le presenze di Toby Jones, Charlotte Gainsbourg, Gillian Anderson, della sensuale Lucy Boynton, di Timothy Spall e del grande Robert Duvall.Pale Blue Eye Lucy Boynton Robert Duvall delitti West Point

di Stefano Falotico

 

TULSA KING, recensione

Ebbene, oggi recensiremo Tulsa King, serie tv che è approdata, in streaming, su Paramount +, e ha debuttato con un record di spettatori e cifre, diciamo, di visualizzazioni sensazionali, superando le ben più rosee aspettative. N’è assoluto protagonista un Sylvester Stallone in grande spolvero che ivi trova un ruolo cucitogli su misura alla perfezione e che gli è, in effetti, congeniale. Sly ne calza, come si suol dire, a pennello e, in tale sorprendente, dinamico e scattante Tulsa King, egregiamente doppiato qui da noi da Massimo Corvo, alla veneranda età di settantasei primavere abbondanti, malgrado una sua fisicità inevitabilmente un po’ appesantita e alcune opinabili sue movenze statiche, riesce, ripetiamo, a farsi carico di questa bella e scorrevolissima serie televisiva di pregio, divertente e ricolma peraltro di scene d’azione da leccarsi i baffi.Lombardozzi Stallone Tulsa King Stallone Sly Tulsa King Stallone Tulsa King

Tulsa King, constante di dieci episodi della durata cadauno di quarantacinque minuti circa, è frutto della fervida mente irrefrenabile del sempre più talentuoso e fruttifero Taylor Sheridan, regista de I segreti di Wind River, sceneggiatore di Sicario e del suo sequel Soldado con Benicio Del Toro e sia director che autore dello script di Yellowstone con Kevin Costner. Il quale, in piena pandemia, ebbe la brillante idea, per l’appunto, di congegnare e concepire Tulsa King, patrocinato, inventivamente e non solo, dall’altrettanto infermabile Terence Winter (The Wolf of Wall Street).

I primi due episodi sono diretti da Allen Coulter (Hollywoodland, I soprano) e la sua elegante mano si sente, eccome.

Sintetizzando parecchio la trama di Tulsa King

Dopo venticinque anni durissimi di carcere, il gangster tutto d’un pezzo, giammai redentosi e fiero di esserlo, di nome Dwight Manfredi (Stallone), ribattezzato col nomignolo The General, esce di prigione, ritornando a New York. Il suo boss lo spedisce a Tulsa per gestire un importante affare. È questa la sua discutibile e amara ricompensa, nonostante Dwight, dietro le sbarre, tenne il becco chiuso per coprire il capo e i suoi scagnozzi…

Malgrado l’iniziale titubanza e il suo comprensibile risentimento, giocoforza e certamente non di buon grado, Dwight accetta quest’ingrato incarico e tale affronto che, apparentemente, lo declassa. Eppure, in virtù del suo innato charme, della sua coriacea personalità carismatica e della sua feroce grinta immarcescibile, Dwight riuscirà a capovolgere la situazione a suo favore, forse ribaltando il gioco bastardo… Districandosi, con inaudito e fenomenale savoirfaire e molta violenta simpatia, in tante avventure rocambolesche e pericolose non prive di succosa follia.

Per ora, ci siamo volutamente e logisticamente limitati qui a disaminare, di veloce panoramica esegeticamente striminzita, i primi episodi di Tulsa King. Innanzitutto per non sciuparvene la visione, aspettando trepidantemente lo sviluppo dell’intreccio che promette molte godibili sorprese esilaranti e scoppiettanti.

Cast grandemente assortito ove, a fianco d’uno Stallone mattatore, spiccano le presenze parimenti efficaci del tassista e poi personale autista Tyson (Jay Will), dell’agente federale Stacy (Andrea Savage), della conturbante e incredibilmente attraente Margaret (la bellissima dollmilf Dana Delany che, superati abbondantemente i sessant’anni, stupisce per la sua presenza ancora sensualmente appetibile), di Bodhi/Martin Starr, Tina/Tatiana Zappardino, di Charles Ivernizzi/Domenick Lombardozzi (The Irishman) e tanti altri attori fra cui Annabella Sciorra. Stallone gigioneggia in modo sublime nella parte del duro che si prende giuoco del mondo, mitizzando sé stesso e al contempo ironizzandovi con classe tanto iconica quanto auto-parodica che lascia il segno.

Tulsa King è al momento promosso appieno.Dana Delany Tulsa KingSylvester Stallone Tulsa King

di Stefano Falotico

 

 

BARDO, la cronaca falsa di alcune verità, recensione

Griselda Siciliani Bardo Bardo Inarritu poster

Ebbene, oggi recensiamo Bardo, la cronaca falsa di alcune verità (Bardo, falsa crónica de unas cuantas verdades), disponibile su Netflix e presentato, con esiti controversi, alla scorsa edizione della 79.a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia ove concorse per il Leone d’oro. Non agguantando però nessun riconoscimento ufficiale e scontentando molti. Secondo noi, però, a torto, così come esplicheremo più avanti. Firmato dal due volte premio Oscar Alejandro González Iñárritu, vincitore degli Academy Awards come miglior regista per due anni consecutivi, rispettivamente per Birdman – L’imprevedibile virtù dell’ignoranza con Michael Keaton e Revenant con Leonardo DiCaprio, Bardo è il primo film, dai tempi di Amores Perros, girato da Iñárritu in terra natia, ovvero il Messico, ed è completamente parlato in spagnolo come Biutiful con Javier Bardem, tranne in un paio di sequenze in inglese. Generalmente mal accolto dall’intellighenzia critica presente al Lido veneziano alla suddetta kermesse, Bardo ha poi riscosso pareri altamente contradditori, spaccando anche gli spettatori, indecisi se apprezzare tale opus molto personale, oltre che diretto, infatti totalmente sceneggiato dall’inizio alla fine dallo stesso Alejandro González Iñárritu assieme a Nicolás Giacobone, dalla durata assai consistente di centosettanta minuti netti, cioè quasi 3h, oppure favorevoli e ben disposti nei riguardi di tale bizzarria indubbiamente prolissa e ricolma di eccentricità perfino esagerate e un po’ indigeste, certamente notevole sul versante figurativo, fortemente suggestiva, suadente e fantasiosa, visivamente magniloquente ma non appieno convincente, magistralmente filmata eppur narrativamente slabbrata, difettosa e oltre i limiti d’un narcisismo che ivi tocca vette davvero stucchevoli e parossistiche.

Molti, infatti, hanno fin dapprincipio, ovvero dalla primissima visione lor avvenuta di Bardo, tostamente affermato che trattasi d’un felliniano in salsa, concedeteci di dirlo, inarrituiana, cioè d’una pellicola poeticamente “selfie” e insopportabile del regista in questione, il quale, lasciandosi prendere la mano da mitomane, non avrebbe raffrenato i suoi stilemi tendenti al manierismo fine a sé stesso in modo esponenziale. Amplificando al massimo grado intollerabile i suoi ombelicali, solipsistici ed estetizzanti istrionismi narcisistici. Hanno ragione tali detrattori oppure è un grande film forse preso sotto gamba e aprioristicamente sottovalutato in maniera ciclopica?

Trama, assai sinteticamente così espressaci testualmente da Wikipedia a cui, sinceramente, v’è poco d’aggiungere: Il film segue le bizzarre avventure di Silverio Gama, un documentarista messicano.

Silverio, onnipresente dalla prima all’ultima scena, nell’intrecciarsi e accavallarsi frenetico, tanto roboante quanto rutilante e contorto di onirici ricordi e riflessioni, è incarnato dal bravissimo Daniel Giménez Cacho, contornato da valenti attori giovani quali Ximena Lamadrid e Íker Sánchez Solano affiancati, a loro volta, dalla maliarda e statuaria bellezza e presenza preziosa della fotogenica, magnetica e sensualissima Griselda Siciliani che, nei panni di Lucia, cioè sua moglie nella pellicola, si esibisce in un paio di nudi clamorosi, e dall’ottimo Francisco Rubio in quelli dello spregiudicato, cinico e antagonista Luis, giornalista arrivista. Meravigliosamente fotografato dallo straordinario Darius Khondji (Seven, Midnight in Paris), con scenografie suggestive e fastose di Eugenio Caballero, Bardo, la cronaca falsa di alcune verità è un film che, dopo uno spiazzante e inaspettato incipit forse esagerato e perfino ridicolmente grottesco, dopo la sua prima mezz’ora molto confusionaria, tocca vette vertiginose di maestria e genialità per buona parte della sua durata, specialmente nel segmento centrale, con uno Iñárritu scatenato e inventivamente irrefrenabile che, fra spasmodici grandangoli smisurati, piani sequenza interminabili e complicati, talvolta eccede, indubbiamente, eppur al contempo ammalia e c’ipnotizza nel caotico flusso d’immagini a forte carica visionaria.

Comprendiamo però assai bene che Bardo non è un film per tutti e potrebbe addirittura, per via delle sue ambizioni spropositate, irritare molti e spazientire oltremodo.

di Stefano Falotico
 

 
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