No tweets to display


C’ERA UNA VOLTA IN MESSICO, recensione

Ebbene oggi, per il nostro consueto appuntamento immancabile, speriamo apprezzato, coi Racconti di Cinema, disamineremo C’era una volta in Messico (Once Upon a Time in Mexico), distribuito nelle sale nel 2003 e firmato da Robert Rodriguez (Spy Kids, Machete).Cera una volta Messico locandina

Ascrivibile, in forma dizionaristica e puramente classificatoria, in forma generalista, alla cosiddetta trilogia del Mariachi, facente parte d’un terzetto insorto e generatosi per casualità all’interno dell’excursus filmografico di matrice rodrigueziana, inaugurato giustappunto dalla pellicola cult El Mariachi del ’92 con Carlos Gallardo (qui in vesti, esclusivamente, di produttore), poi trasfusosi in Antonio Banderas che ne ereditò il ruolo in salsa hollywoodiana con Desperado nell’anno 1995, C’era una volta in Messico, così come per il capostipite poc’anzi citatovi e il suo secondo episodio, è un film, oltre che diretto, scritto e prodotto dal regista di Dal tramonto all’alba e dura, scorrevolmente, un’ora e quarantadue minuti netti, sanguigni, perfino sanguinari, adrenalinici, suggestivi e corposi. Sebbene, premettiamo subito, C’era una volta in Messico non possiamo di certo definirlo un capolavoro, in quanto non è un’opus eccelso e perfetto, bensì semplicemente spassoso e, in molti punti, inventivamente divertente e, a tratti, appassionante dalla discreta amalgama che mixa, con gusto e sapida ironia, scanzonato entertainment da pastiche guascone all’action secco e violento. Alternando momenti leggeri d’ilarità ad altri più orientati al melò più romantico eppur mai serioso né banale e/o convenzionale.

Trama:

Stavolta, il Mariachi (Banderas) è richiamato in servizio da un losco, seppur bellissimo e affascinante, misterioso agente, sotto copertura, della CIA (Johnny Depp), al fine di sabotare un complotto e l’assassinio pianificato e ordito ai danni del Presidente messicano.

In questa temeraria e assai pericolosa impresa intrepida, non priva di sorprese, sarà affiancato da due fidi scudieri (Marco Leonardi & Enrique Iglesias), alla pari di lui, chitarristi di pregio.

Secondo le testuali parole del dizionario Morandini, dal quale trarremo, sottostante, un breve estratto… Banderas Once Upon Mexico

Rodriguez dice che il progetto è nato dal suo amore per Sergio Leone e dagli incoraggiamenti dell’amico Q. Tarantino. L’omaggio al grande maestro del western lo apprezziamo e sull’amicizia non si discute. Ma lui l’ha scritto, prodotto, diretto, fotografato e montato, e ne ha fatto uno scoppiettante, frenetico, chiassoso, furibondo mix di azione, western, pulp, hard boiled, all’insegna di un Kitsch sfrenato e di effetti speciali in alta definizione. La cosa migliore: J. Depp, irresistibile quando uccide un cuoco che ha cucinato l’arrosto di maiale che non gli piace, memorabile quando si aggira con gli occhi che grondano sangue, moderno Tiresia cinico e bellissimo. Gli altri sono solo nomi prestigiosi per figurine di un innocuo videogioco.

Concordiamo appieno col sintetico ma preciso giudizio citatovi e da Morandini espresso, però citando (perdonateci per la voluta ripetizione e il gioco di parole), perlomeno, il carisma e la bravura d’un Willem Dafoe e di un Mickey Rourke, entrambi villain, in grande spolvero e magnetici.

Puerile, sciocco, volontariamente esagerato e mai pretenzioso, con un bell’incipit ridondante e un finale romantico decisamente roboante, C’era una volta in Messico, qualche volta, annoia, sovente gira a vuoto ma si lascia vedere con piacere, intrattenendo al contempo con molti spunti simpatici e guizzi registici d’alta scuola e collaudata maestria.

Insomma, il regista di Sin City non volle realizzare un film indimenticabile né paragonarsi a Leone. Bensì, ispiratosene, desiderò soltanto creare un burlesco e scoppiettante fumettone, ripieno di citazioni e forti echi cinematografici, da mandar giù in un sol boccone senza troppa presunzione.

Ovviamente, ritorna la sensualissima Salma Hayek e assistiamo alla folgorante new entry di Eva Mendes.Johnny Depp una volta in messico Johnny Depp Once Upon Time Mexico Dafoe Rourke Mexico Rodriguez Salma Hayek Banderas Messico Leonardi Iglesias Once Mexico Eva Mendes Cera una volta Mexico

di Stefano Falotico

 

A CHRISTMAS CAROL, recensione

Christmas Carol CarreyEbbene oggi, per il nostro consueto appuntamento coi Racconti di Cinema, in pieno periodo prenatalizio, recensiremo uno dei film a tutt’oggi più sottovalutati all’interno del mirabolante, creativo e impressionante excursus registico del grande, sebbene altalenante e non sempre convincente, Robert Zemeckis (Benvenuti a Marwen, Pinocchio, Ritorno al futuro), ovvero A Christmas Carol. Ovviamente, l’ennesima e, in tal caso, bella e commovente, trasposizione cinematografica dell’immarcescibile e celeberrimo Racconto di Natale (altresì conosciuto come Canto di Natale) firmato dallo scrittore Charles Dickens. A Christmas Carol, uscito nei cinema mondiali poco più d’una decade orsono, cioè nel 2009, film della durata snella e godibile di un’ora e trentasei minuti scorrevolissimi, adattato, oltre che diretto, come sopra dettovi, dallo stesso Zemeckis, attingendo a piene mani e reiventando funambolicamente, in versione originale 3D, la dolce e poetica favola dickensiana, fu controversamente accolto dall’intellighenzia critica dell’epoca e, al momento, a distanza giustappunto di oltre dieci anni dalla sua ufficiale, primissima distribuzione nelle sale, riscontra un decoroso ma non certamente eccezionale 55% di opinioni positive sul sito aggregatore di medie recensorie, metacritic.com. Crediamo noi, a ragion veduta, erronea e distorsiva rispetto al vero valore del film, soprattutto avendolo rivisto con maggiore sottigliezza e più “indagatoria” oculatezza, insomma col senno di poi, una complessiva valutazione troppo superficiale, specialmente immeritata. In quanto, in questo melanconico e sublime viaggio tridimensionale straordinariamente allestito in live action d’alta scuola magistrale, Zemeckis riesce ad emozionarci notevolmente pur avvalendosi fortemente d’effetti avanguardistici alle volte leziosi e fin troppo sperimentali, arrivando magicamente a toccarci nel profondo malgrado un impianto, potremmo dire, avveniristico pedantemente ricercato. Per cui, a prima vista, l’opus di Zemeckis, apparentemente sol preoccupato dei minimi dettagli tecnici a sfavore, inizialmente, della narrazione e del pathos emotivo, potrebbe risultare stucchevole e artefatta. Niente di più falso e insensato. Ma, con calma, disaminiamo concisamente A Christmas Carol. Estraendovi letteralmente la stringata sinossi da IMDb, in questa pellicola incentrata, naturalmente, su un avaro dell’era vittoriana che intraprende un viaggio di auto-redenzione, grazie a diverse misteriose apparizioni natalizie, il protagonista principale del romanzo e di tale adattamento zemeckesiano, ovvero il famoso Ebenezer Scrooge (un grande Jim Carrey che, malgrado il pesantissimo trucco e la “trasformazione” digitale in computer graphics del volto e del suo corpo, riesce mimeticamente ad eccellere, personalizzando il personaggio incarnatovi con assoluta riconoscibilità inimitabile), nelle mani e nella poetica del regista di Forrest Gump, Flight & Contact, diviene la trasmutazione meta-cinematografica e la variazione tematica, precisamente, del suo epocale e portante Back to the Future. Cosicché, A Christmas Carol, assurge a totemica, nuova sua opera speranzosa, torreggiando come una riflessione importante sul tempo ritrovato, sulle emozioni perse, obliate o rimosse, miracolosamente recuperate ed estaticamente resuscitate in modo clamoroso e apoteotico. Scrooge, infatti, diventa una sorta di George McFly/Crispin Glover ante litteram e i fantasmi del passato non son altro e altri che suo figlio Marty/Michael J. Fox in ambito diverso, eccentrico ed inventivo in forma toutcourt e in senso (a)lato.

Musiche sontuose dell’habitué per antonomasia di Zemeckis, vale a dire Alan Silvestri, e un rinomato parterre d’attori da leccarsi in baffi in cui, oltre al primeggiante e svettante Carrey, il quale, oltre a caratterizzare Scrooge, è financo i tre fantasmi, cioè del Presente, del Passato e del Natale Futuro, spiccano le presenze del sempre superbo Gary Oldman, che si triplica, in modo trasformista, in Bob Cratchit, Jacob Marley & Piccolo Tim, Colin Firth nei panni del nipote di Scrooge, ovvero Fred, Bob Hoskins in un doppio ruolo, alias Nigel Fezziwig e il vecchio Joe, Cary Elwes (Robin Hood – Un uomo in calzamaglia) e Fionnula Flanagan. Sì, A Christmas Carol è hollywoodiano, quindi spesso retorico, dolciastro e furbetto, altresì grandemente stupefacente, la versione moderna e in CGI de La vita è meravigliosa di Frank Capra, intrecciata all’incontrovertibile arte cineastica assai mirabile di Zemeckis.
Il quale, alla sua massima ispirazione, è un regista impari e davvero innovativo e affascinante al più sublime grado.

Left to right: Ghost of Christmas Present, Ebenezer Scrooge (JIM CARREY)

Left to right: Ghost of Christmas Present, Ebenezer Scrooge (JIM CARREY)

di Stefano Falotico

 

LA CALIFORNIA, recensione

California Bomoli film La California poster California film Bomoli California Nina Zilli

Ebbene, oggi recensiamo il nuovo opus della valente e sempre più promettente Cinzia Bomoli, ovvero La California, nuova sua incursione dietro la macchina da presa a distanza di dieci anni dalla sua ultima regia per un lungometraggio, avvenuta con Balla con noi – Let’s Dance, quest’ultimo antecedente il suo intermezzo documentaristico di Niños Maya (2020). Presentato con successo e buon riscontro critico all’ultima, recente edizione della Festa del Cinema di Roma, La California è un film della durata di un’ora e quaranta minuti, sceneggiato dalla stessa Bomoli assieme a Christian Poli e alla compianta Piera Degli Esposti, quest’ultima anche in veste di voce narrante con le sue proverbiali cadenze pregne di passione recitativa.

Opera garbata, piacevole e interessante, sebbene irrisolta, nient’affatto però irrisoria, altresì perfino velleitaria e non pienamente soddisfacente, La California è un film che potremmo genericamente ascrivere al filone delle cosiddette pellicole denominate intimistiche e di matrice formativa, a loro volta classificabili nell’espressione “racconto di formazione”, in quanto vi si narrano le vicende di due gemelle omozigote di nome Ester ed Alice, rispettivamente incarnate dalle talentuose ed esordienti Le Donatella, alias Silvia e Giulia Provvedi (da bambine, invece, hanno i volti di Celeste e Bianca Cecconi) nate e cresciute nella difficile e provinciale, realmente esistente e non immaginaria California, ovvero la piccolissima frazione assai limitrofa a Castelfranco Emilia, presso Modena (da non confondere con l’identica La California, altra frazioncina nel comune di Bibbona, vicino Livorno), località omonima alla ben più demograficamente nazione statunitense, ubicata a pochissimi chilometri di distanza, per l’esattezza solamente 7, dal comune appena succitato. Ester ed Alice, or belle adolescenti di grandi speranze, son alle prese coi primi lor vigorosi turbamenti esistenziali ed emotivi, non appagate dalla misera realtà quotidiana dell’asfittico e gretto ambiente in cui vivono, abitato infatti com’è da strampalati personaggi grotteschi, bazzicato da stralunati, non sempre positivi, perdigiorno miserrimi senz’alcuna prospettiva futura, da pensionati burberi e rancorosi e tristemente popolato da squallidi bifolchi viscidi e moralmente lerci.

Nella California, inoltre, grava pesantemente un’atmosfera velenosa e cinerea poiché l’aria che se ne respira, non sol in senso lato, umanamente ammorbante, è perniciosa a causa dell’inquinamento e dello smog provocato dagli scarichi industriali delle fabbriche vicine. Perlopiù ciminiere di proprietà del ricco e cinico, sbruffone imprenditore Gualtiero (Stefano Pesce), colpito però anch’egli dalla prematura morte tragica della sua consorte. La sua ex moglie è morta in circostanze sospette, è stata uccisa e da chi? Domanda lecita e inquietante. Ester ed Alice desiderano, quindi, fuggire via da quel glaciale, fetido e pestilenziale microcosmo giornaliero psicologicamente e atmosfericamente claustrofobico, speranzosamente sognando d’involarsi oltreoceano alla volta della vera, forse più rosea, luminosa o soltanto utopica, sebbene sol idealizzata e mitizzata, eppur interminabilmente, perennemente ghermita e romanticamente, idealisticamente e accoratamente inseguita, sopra dettavi, California. Meta idilliaca, paradiso fantasticato e lontano che, al momento, le due gemelle possono ammirare sol in cartolina, vagheggiandone i tramonti rossi e infuocati. Il loro sogno di fuga e di gloria è realistico e si concretizzerà davvero oppure è solamente e semplicemente illusorio, rappresentando, invero, solamente un effimero, passeggero e astratto meccanismo di difesa lor interiore e di conseguenza consolatorio, eretto nelle loro anime per sopperire al disagio della loro confusa e ancora non determinata età acerba in balia dei loro selvaggi cuori grezzi eppur innocentemente soavi e puri?

Naturalmente, per non rovinarvi le sorprese, non vi sveleremo il finale né quello che effettivamente, nel corso del film, accadrà irreversibilmente e nefastamente. Per incuriosirvi e spronarvene la visione, ci limitiamo ad accennarvi che, forse, gli eventi assumeranno una piega inaspettata e fatale.

Bar Dolci California film Andrea Roncato La California

Su belle e ipnotiche musiche di Silvia Leonetti e una funzionale, chiaroscurale fotografia di Maura Morales Bergmann, La California scorre piacevolmente, emozionando in molti frangenti, esilaranti soprattutto nel deflagrare ridanciano ed esilarante della modenese-felsinea parlata gergale, toccanti e ben girati, alternandosi fra toni melanconici e poetici e momenti più briosi e scanzonati, sorretto dalle ottime performance delle sorelle Provvedi e impreziosito da un eterogeneo cast notevole.

Parterre d’eccezione in cui spiccano le incisive presenze d’un carismatico Andrea Roncato nei panni di nonno Abner, saggio e maturo, attempato consigliere di vita ed ex partigiano amareggiato e sconsolato, della deliziosa e fotogenica Nina Zilli nelle vesti della barista disillusa di un rustico, polveroso locale scalcinato e scalcagnato, chiamato Dolci, sovente frequentato da balordi e gentaglia del posto, del già menzionato e navigato Stefano Pesce, della stupenda Paola Lavini, di Alfredo Castro, Orfeo Orlando, Riccardo Frascari, Vito ed Eleonora Giovanardi, intrattenendo e persino commuovendo, inducendo a riflessioni non banali sul tempo che scorre e sull’inevitabile “panta rei” malinconico, eccedendo però in retorica e abusandone a dismisura.

Eppure, malgrado sia un film che si guarda volentieri, riflessivo e giammai tedioso o pretenzioso, nella sua non sempre compatta amalgama, fascinosa ma non omogeneamente corposa, di commedia atipica con punte addirittura nel torbido, scandito dal santino di Kurt Cobain, custode angelo protettore, mentre impera il fantasma del Berlusconi anni novanta che imperversa e aleggia in tv in modo sinistro e quasi minaccioso, La California non colpisce a fondo e per molti versi delude, in quanto, ripetiamo, il già battuto mix, oramai non del tutto originale, di teen age movie e dramma comedy, oscillante fra storia adolescenziale, con le sue annesse e inesorabili problematiche, non sempre lucidamente sviscerate e introspettivamente analizzate nei dettagli, e intreccio sconnesso nei suoi vari segmenti, più che altro estemporanei sketch scollati e fra essi sbilanciati, non ci propone nulla di nuovo né particolarmente eversivo e/o memorabile. Palesandosi perciò, ai nostri occhi, come un’opera godibile ma sostanzialmente innocua, a tratti addirittura fastidiosamente estetizzante nella sua messa in scena inutilmente sofisticata in maniera, sia emozionalmente che cinematografica, fine a sé stessa, non vuota né sterile ma non proficua in toto.

Particolarmente bravo è Lodo Guenzi de Lo Stato Sociale, troppo giovane anagraficamente per risultare totalmente credibile come padre delle due ragazze, nonostante il suo look da punk fuori tempo massimo, il quale però al contempo caratterizza con estrema verve sentita il suo character, infondendovi pulsante eccentricità degna di nota e robusta personalità distinta.

Detto ciò, non ce ne voglia l’appassionata e volitiva regista e scrittrice Bomoli, La California, a conti fatti, a dispetto dei suoi bei e pittoreschi, ammalianti scorci paesaggistici dal forte e nitido, fiammeggiante impatto visivo, malgrado l’eccellente ambientazione borgatara ben filmata e ricercata, capace di ricreare ottimamente le sordide e notturne atmosfere periferiche d’una dimenticata provincia sperduta dell’inland emiliano-romagnolo più suggestivo e immerso, avvolto nella traslucida penombra di pleniluni misteriosi e torvi, ribadiamo, resta un film parzialmente riuscito che in fretta, purtroppo, si scorda e non rimane impresso a lungo nella memoria.

Partecipazione straordinaria e fulminea, brevissima del cantante vecchia gloria Andrea Mingardi.Lodo Guenzi La California Zilli California La California Provvedi

In conclusione: Visto in anteprima, niente di che e dimenticabile, però neanche così male. Tutto già visto, comunque. Però, per ravvivare la storia, forse perfino funebre nel finale, eh eh, perché non inserire in colonna sonora Samuele Bersani di Coccodrili col suo storico ritornello: nella provincia denuclearizzata! Ah ah.Stefano Pesce La California

di Stefano Falotico

 

Intervista ad Andrea Roncato, uno dei grandi e immancabili, carismatici volti del Cinema italiano

Don Tonino Roncato

Ebbene, in concomitanza con l’uscita di Diabolik – Ginko all’attacco!, abbiamo avuto il privilegio e l’enorme onore d’intervistare Andrea Roncato, presente nel ricco e variegato cast del film, targato Manetti Bros., appena succitato e da noi recentemente recensito.

Andrea Roncato, concittadino di chi ivi lo intervista, ovvero l’autore del seguente articolo. Entrambi infatti, sia io che Andrea, siamo bolognesi. Anzi, per l’esattezza, Andrea è nato, nel giorno del 7 marzo del ’47, in quel di San Lazzaro di Savena, amena cittadina pittoresca e ammaliante, assai limitrofa al felsineo capoluogo dell’Emilia-Romagna.

Emiliano di origine controllata, Andrea da tempo vive a Roma ma, naturalmente, spesso e volentieri fa ritorno, giustappunto, nella città che gli diede i natali. Chissà se ne recherà anche prossimamente, cioè a Natale, eh eh. A parte gli scherzi, Andrea Roncato, come poc’anzi dettovi, spicca nel parterre di Diabolik – Ginko all’attacco!, mentre il prossimo anno lo vedremo nella serie tv di Sky intitolata Un amore di Francesco Lagi con Stefano Accorsi (ça va sans dire, anch’egli figlio di tale amata città dotta e florida) e Micaela Ramazzotti, e sarà fra i principali protagonisti di molte pellicole importanti e a venire delle quali lui stesso, nelle righe a seguire, ci parlerà più dettagliatamente, fornendoci ed esponendovi in esclusiva delle succose anticipazioni veramente imperdibili.

1) Buongiorno, Andrea. Instancabile, sin dai primissimi anni ottanta, a tutt’oggi con più di 80 credits (perlomeno, stando sol ad IMDb, invero sono molti di più) all’attivo e un carnet filmografico, in veste d’attore, di tutto rispetto e soprattutto eterogeneo, ha recitato, sia per il grande schermo che per la televisione, in tantissimi, sterminati film e sceneggiati, in ruoli dei più diversificati e più o meno corposi/e o consistenti. Alternandosi, con forte versatilità e riconoscibile personalità, fra pellicole d’autore dirette da famosi registi di risma, quali per esempio Pupi Avati (Il cuore grande delle ragazze, Il signor Diavolo), Gabriele Muccino (Ricordati di me) e Paolo Virzì (Notti magiche), al contempo giammai disdegnando film più disimpegnati e comunque pregevoli, passando con disinvoltura da ruoli prettamente drammatici ad altri più leggeri, burleschi, goliardici e perfino guasconi e trasgressivi.

Nell’immaginario collettivo di molti di noi, è iconico per il suo ruolo di Loris Batacchi in Fantozzi subisce ancora con Paolo Villaggio, per il mitico Bergonzoni de L’allenatore nel pallone (1984) con Lino Banfi di Sergio Martino e, naturalmente, per il suo storico affiatamento, anche a livello professionale, col suo eterno amico Gigi Sammarchi con cui ha duettato dai tempi de I camionisti e Acapulco, prima spiaggia… a sinistra (sempre per la regia di Martino e dell’83, cioè antecedente sol di un anno a L’allenatore nel pallone), proseguendo con Mezzo destro mezzo sinistro, Il lupo di mare e tante altre pellicole successive.

Nel corso degli anni, altresì ha sviluppato un suo attoriale percorso unico e camaleontico. Adesso, è in sala con Diabolik 2… Ci vuole parlare del suo ruolo in questo film?

– Sinceramente, mi innervosisce molto, Stefano, il tuo approccio in quanto, stimandoti, penso seriamente che le tue domande coincidano esattamente e banalmente con quelle che mi pongono quasi tutti, cioè vertenti unicamente sui miei esordi e inerenti un periodo, in verità, assai circoscritto e solamente iniziale della mia carriera ché è, come ben sai e sei perfettamente a conoscenza, molto più ampia e stratificata. Dunque, da te, pretendo maggiore originalità. Comunque, in Diabolik – Ginko all’attacco!, subito dopo l’incipit, appaio in un bar di periferia nei panni di un arzillo signore che stravede per le donne e viene scambiato per un boomer affetto da allucinazione visiva quando, di punto in bianco, appaiono, nel bel mezzo d’una notte apparentemente identica alle altre e assai noiose, delle ballerine sensualissime e arrapanti.

– Hai ragione e non posso darti torto. Vediamo allora un po’, utilizzando un tono colloquiale, di parlare di tuoi ruoli importanti, forse misconosciuti alle nuove generazioni di Instagram e dei social. Per esempio, io mi ricordo assai bene della serie tv Don Tonino che fu trasmessa su Italia 1 sul finire degli anni ottanta e, ancora oggi, viene riproposta, su alcune emittenti televisive, di repliche che riscontrano buona audience.

– In Don Tonino, girata assieme al mio amico Gigi Sammarchi, interpretavo un parroco che, in ogni episodio, indagava su più o meno rilevanti casi da risolvere. Il mio personaggio era abbastanza serio, in controtendenza rispetto alle mie interpretazioni del passato, più farsesche e comiche, e fu un piacere e una sfida decisamente vinta l’aver sperimentato toni più drammatici, perfino noir. Sono felice che Don Tonino, all’epoca e ancora adesso, piacque e piace molto.

2) Tornando invece or brevemente agli eighties, cioè a quella mitica, forse mitizzata decade che la vide protagonista di molti film e commedie scanzonate delle più svariate, fra cui molte pellicole in cui condivise il set con capisaldi della purissima comicità, diciamo, all’italiana, cosa ricorda con più piacere di quel periodo?

Andrea, ti posso dare del tu? Cosa ricordi di quel tempo e delle tue amicizie col compianto, grande Villaggio, con Gigi e con Lino?

Di ognuno di questi amici-attori e colleghi, ci racconteresti qualche aneddoto curioso, eccentrico oppure inedito e singolarmente li potresti gentilmente definire con tre aggettivi? Sì, tre aggettivi per ciascuno di loro.

– Stefano, no. Perdonami, comprendo la tua curiosità ma, ripeto, ho già parlato fin troppo dei carissimi Gigi, Villaggio e Banfi. Dei grandissimi per cui spendere ulteriori parole sarebbe superfluo. Propenderei per qualcosa di più interessante e meno scontato.

3) Ok, capisco. Fra la miriade di film e fiction da te interpretati, in veste di protagonista, comprimario e non, qual ì il titolo di cui vai più fiero e di quali tue interpretazioni sei più orgoglioso?

– Ho interpretato, dici esattamente, tantissimi film e serie tv di spicco e, in enorme franchezza, con spudorata schiettezza, ovviamente non tutto ciò a cui ho preso parte m’inorgoglisce, anzi. Detto ciò, al di là dei miei notevoli lavori con Avati, il quale instancabilmente, dopo Dante, ha già iniziato le riprese d’un film al momento “top secret” e, verso primavera, darà per di più il via ai ciak d’un thriller vero e proprio, dissimile dalla atmosfere orrifiche de La casa dalle finestre che ridono e invece totalmente improntato alla detection più cristallina, con forte fierezza, voglio a sorpresa menzionare I carabinieri. Miniserie tv, a mio avviso, bellissima e constante di sette stagioni e circa venticinque episodi ciascuna per cui recitai con impegno assoluto. Il mio personaggio era centrale e caratterizzato al massimo.

4) Oltre a Diabolik 2, attualmente in sala, e alla sopra menzionata serie tv con Accorsi, ti abbiamo visto di recente, ribadiamolo ancora, in molti lungometraggi fra cui Vecchie canaglie di Chiara Sani in cui, per di più, sei tornato a lavorare con Lino Banfi.

Dopo il suo passaggio, molto applaudito, all’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma, prossimamente ti ammireremo ne La California di Cinzia Bomoli con la compianta Piera Degli Esposti in veste di voce narrante.

Ce li vorresti, cortesemente, illustrare meglio? Inoltre, hai altre “preview(s)” da confidarci?

– Be’, Vecchie canaglie è oramai già uscito da un nel po’. Ivi interpreto un piccolo ruolo, quello del Professor Palazzo. La mia partecipazione è puramente amicale mentre ben più corposa e consistente è la mia performance nello stupendo La california. Un filmone elettrizzante con attrici meravigliose come Eleonora Giovanardi, Silvia e Giulia Provvedi, Paola Lavini, la cantante Nina Zilli ed attori quali Lodo Guenzi, Stefano Pesce ed Alfredo Castro. Una storia di coraggio e volitiva determinazione, una storia potente di rinascita in cui io sono Abner.

Presto, inoltre, mi vedrete con Violante Placido in Evelyn tra le nuvole per la regia di Anna Di Francisca. Un altro film, a mio avviso, da non perdere.

Tornando invece alla serie tv, attualmente in lavorazione, con Stefano Accorsi e Micaela Ramazzotti, cioè Un amore, trattasi di un progetto pensato da Stefano, da lui proposto con esiti straordinariamente, immediatamente positivi, in cui incarno il personaggio del miglior amico di quello interpretato da Stefano. Nel cast, anche la grande Ottavia Piccolo. È una storia romantica, molto delicata e diretta con garbo e sobrietà. Il mio ruolo è scritto con gusto e sono onorato di esserne fra i protagonisti.

Grazie per quest’intervista, Andrea, e per questa piacevolissima chiacchierata.

Naturalmente, ci rivedremo presto e soprattutto ti vedremo con estremo piacere, quanto prima, in nuove e mirabolanti, sorprendenti avventure cinematografiche.

In bocca al lupo, stavolta non di mare, eh eh, caro Andrea.Carabinieri Andrea Roncato

di Stefano Falotico

 

DIABOLIK – Ginko all’attacco!, recensione

Ebbene, oggi recensiamo l’attesissimo Diabolik – Ginko all’attacco!, prodotto da Mompracem e Rai Cinema, targato 01 Distribution, uscito in sala lo scorso 17 novembre e diretto nuovamente, dopo il capostipite Diabolik (2021), dai Manetti Bros. (Ammore e malavita), alias i fratelli Marco & Antonio.Diabolik 2 Giacomo Gianniotti

Dopo il buon successo, non eccezionale eppur soddisfacente, giustappunto di Diabolik, a distanza solamente di un anno dal capitolo originario, i Manetti tornano sul luogo, metaforicamente parlando, del “delitto” ma stavolta il celeberrimo ladro imprendibile che indossa spesso una maschera in volto che misteriosamente ne cela l’identità, partorito dalla fervida immaginazione fantasiosa e fumettistica delle sorelle Angela e Luciana Giussani, non ha più il corpo e le fattezze di Luca Marinelli, bensì è stato sostituito dal più prestante, perlomeno fisicamente, attore nostrano naturalizzato canadese, Giacomo Gianniotti (Grey’s Anatomy, La bomba di Giulio Base). Confermate invece le inossidabili presenze immancabili e principali della sexy Miriam Leone e ovviamente di Valerio Mastandrea che è per l’appunto il coriaceo ispettore tutto d’un pezzo, integerrimo e incorruttibile, dal fiuto da tartufo, di nome Ginko. Inoltre, in Diabolik – Ginko all’attacco!, v’è la new entry sensualissima e carismatica della sempiterna, bellissimamente eterea Monica Bellucci nei panni della fascinosa, torbida Altea di Vallemberg, nobildonna fidanzata con Ginko.

Sceneggiato dagli stessi Manetti in collaborazione col compianto Michelangelo La Neve, girato quasi esclusivamente a Bologna durante lo scorso inverno, una Bologna tetra e plumbea “spacciata” genialmente per l’avveniristica, immaginaria Clerville, ovvero il luogo in cui è ambientato il graphic novel omonimo e figlio delle succitate Giussani, Diabolik – Ginko all’attacco! dura poco meno di 2h consistenti e, malgrado le sue difettosità marcate ed evidenti che noi sottolineeremo onestamente, in questo paio d’ore, godibilmente piacevoli e gustose, palesandosi come una pura, non pretenziosa pellicola d’intrattenimento volutamente “artigianale” e giocosamente demodé, emana un’autenticità naïf che, sensibilmente, non guasta e dona leggiadra beltà a tale operazione d’antan, a suo modo, speciale e particolarissima, sebbene altamente insufficiente.

Trama:

Siamo alle solite, cioè Diabolik, inafferrabile e furbissimo, genio del crimine infallibile, è ancora a piede libero e in circolazione all’apparenza indisturbato. Pare, infatti, che nessuno possa fermarlo tranne l’inarrendevole Ginko che è perennemente sulle sue tracce e che, in continuazione, desidera stanarlo, arrestarlo e consegnarlo finalmente alla giustizia, costi quel che costi, come si suol dire.

D’altronde, lapidarie sono le sue parole, in merito, assai emblematiche e inequivocabili che risuonano furenti peraltro nel trailer ufficiale della pellicola, vale a dire le seguenti, nette, concise e molto severe: Niente viene prima di Diabolik e della sua cattura. Niente.

Diabolik, intanto, sta pianificando un altro grandissimo colpo criminale, forse spaventevole e scioccante, soprattutto spiazzante, in associazione con l’oramai sua inseparabile “crime partner” e affiatata compagna nella sua vita privata, la splendida e incantevole femme fatale e, al contempo, suadente e notevolmente attraente, torbida e magnetica Eva Kant. Un po’ dark lady un po’ fata incantata dagli occhi stordenti.

Che cosa succederà, chi la spunterà, Diabolik o l’ispettore a catturare Diabolik ce la farà?

Se nel primo Diabolik, il ladro criminale omonimo era molto glaciale, apparentemente privo di sentimenti e imparava ad amare soltanto dopo aver incontrato Eva Kant, disgelando pian piano il suo cuore di ghiaccio e da sempre pietrificato, in Diabolik – Ginko all’attacco! assistiamo all’emotiva evoluzione, anche caratteriale, del personaggio, come detto, qui incarnato da Gianniotti.

Mastandrea Bellucci Diabolik 2 Miriam Leone Diabolik Ginko

Eva & Diabolik si amano in modo consolidato appassionatamente ma, essendo due personaggi decisamente, eufemisticamente “borderline”, che agiscono nell’ambito della più sfrenata criminalità, essendo ricercati dalla legge, non potendo mostrare in volto, figurativamente parlando, la loro passione amorosa, in quanto attanagliati e giudicati dai pregiudizi falsamente perbenistici della società, soprattutto altoborghese, a cui loro comunque paradossalmente appartengono poiché, privatamente, vivono sfarzosamente e in una villa lussuosissima, sono obbligati giocoforza a usare delle “maschere”. E non diciamo altro per non rovinarvi le sorprese, ci limitiamo a dirvi che le maschere, probabilmente, sono anche riproduzioni in calce delle sembianze fisionomiche delle loro vittime…

Cosicché Diabolik e la sua compagna Kant ivi assumono una dimensione più psicologicamente ampia e i fratelli Manetti, su tale cambiamento e approfondimento prospettico, hanno lavorato con indubbia finezza, cesellando meglio le anime e i lineamenti interiori dei due nostri antieroi, donandovi maggiori e armoniche sfaccettature dettagliate e precise.

Detto questo, Diabolik – Ginko all’attacco!, preso, come sopra detto, per un oggetto strano realizzato e concepito fuori tempo massimo, è ugualmente datato eppur potrebbe piacervi in quanto l’impianto scenografico è palesemente fake e forzato, dunque ridicolmente grottesco e dozzinale, a suo modo delizioso e bellamente antiquato. Qui si calca maggiormente la mano sul citazionismo hitchcockiano, non sol ovviamente di Caccia al ladro, poiché l’Eva Kant della Leone, più che assomigliare all’elegantissima Grace Kelly, con le sue movenze feline, con le sue iridi leonine, da ex fulva di capelli naturali, qui tinti di biondo platino appariscente, appare come una pantera catanese peperina, emigrata a Roma, trasfusasi in maniera borgatara in una Kim Novak, più magra e dal lato b sempre in bella vista, de La donna che visse due volte con mise aderente da Catwoman/Michelle Pfeiffer del burtoniano Batman – Il ritorno.

Gianniotti è una scelta enormemente sbagliata come sostituto di Marinelli. Marinelli, sia chiaro, non eccelse né caratterizzò bene il personaggio delineatogli, in quel caso malamente dai Manetti, Gianniotti però è spaesato in modo sesquipedale, poco carismatico e, nelle scene con la Leone, non molte a dir il vero, fra il suo Diabolik e lei s’avverte scarsissima chimica. Come se la love story fra Diabolik e la Kant fosse finta e più artefatta d’uno smeraldo patacca. Inoltre, stranamente, Mastandrea è, se non svogliato, veramente troppo ingessato, non soltanto perché vestito in doppiopetto. Il suo Ginko è monocorde e banale. Il suo Ginko par sempre di più un allocco. L’unica a uscirne vincente è la Bellucci. In quanto il suo personaggio di Altea è talmente irreale, con tanto di penoso accento russo da donna dell’est, da calzare a pennello alla recitazione, oramai proverbiale, con tanto di dizione traballante, della Monica (inter)nazionale. Dunque, le sue innate inflessioni e cadenze vocali, fra il risibile e il lezioso ricercato a sua volta fra l’insopportabile e l’irresistibile, ben si sposano, paradossalmente, e perfettamente s’amalgamano scioltamente al bizzarro accento inascoltabile di Altea, donna algida d’aspetto ma di buon cuore forse sempliciotto che recita la parte della donna inarrivabile, in verità desiderosa soltanto d’un amore, con Ginko e col mondo, ingenuo e genuino, non camuffato dalle ipocrisie d’una società meschina, corrotta e viscida. Sì, anche Ginko ed Altea, non solo Diabolik ed Eva, indossano delle maschere. Quelle però tristi di coloro che devono nascondere le loro anime e mentire non perché criminali, bensì perché il loro amore impossibile, l’amore tra un normale funzionario di polizia e una donna economicamente e socialmente in antitesi, cioè assai facoltosa e dalle nobilissime origini, sarebbe malvisto dai benpensanti, sarebbe messo alla berlina, deprecato e giudicato scabroso dagli agghiaccianti farisei immondi. Quest’ultimi, invero, sono poi gli stessi che vorrebbero Diabolik in carcere ma al contempo, di doppia faccia metaforica, tifano segretamente in maniera proibita per lui e per Eva, la sua scandalosa amante, la ricca e antipatica regina del principe dei furti di Clerville.

Nel cast, Alessio Lapice, Linda Carici, Pier Giorgio Bellocchio e un’apparizione strepitosa dell’immarcescibile e sempre grande Andrea Roncato.Bellucci Diabolik Mastandrea

di Stefano Falotico

 

WYATT EARP, recensione

WYATT EARP, Gene Hackman, 1994, (c) Warner Brothers

WYATT EARP, Gene Hackman, 1994, (c) Warner Brothers

Wyatt Earp poster locandina

WYATT EARP, from left, Gene Hackman, Mare Winningham, Kevin Costner, 1994, ©Warner Bros.

WYATT EARP, from left, Gene Hackman, Mare Winningham, Kevin Costner, 1994, ©Warner Bros. (Qui, il copia incolla automatico della foto inserita, rinominata, dà per errore un nome sbagliato, non è la Winningham, bensì la Gish).

Ebbene oggi, per il nostro consueto, speriamo apprezzato, appuntamento settimanale coi Racconti di Cinema, torneremo indietro nel tempo, cinematograficamente parlando, ovviamente, sino a metà degli anni novanta, più precisamente nel ‘94, anno d’uscita nelle sale mondiali del film da noi seguentemente disaminato e preso in questione, vale a dire Wyatt Earp, scritto (assieme a Dan Gordon) e diretto da Lawrence Kasdan (Il grande freddo, Silverado). Pellicola della più che corposa, osiamo dire decisamente eccessiva, spesso noiosa e soporifera, durata di tre ore e undici minuti abbondanti, Wyatt Earp è un western malinconico e crepuscolare che, all’epoca, fu quasi unanimemente mal accolto dalla Critica e in gran parte snobbato dal pubblico. A tutt’oggi riscontra, sul sito aggregatore di medie recensorie metacritic.com, una discreta eppure non appieno sufficiente valutazione, in percentuale, del 47% di opinioni positive. Considerato quindi, quasi da chiunque, come un colossal(e) flop, su ogni fronte, di proporzioni bibliche e ciclopiche, Wyatt Earp, a prescindere dalle sue lentezze e da indubbie tediosità facilmente percettibili ed evincibili specialmente nella sua parte centrale, prolissa e forse addirittura inutile ai fini dell’intreccio espostoci e dell’economia narrativa del racconto da Kasdan allestitoci e proposto, è davvero così brutto e disdicevole come generalmente, giustappunto, si dice in modo qualunquistico e frettoloso? Decisamente no. In quanto, a nostro avviso, è invece tutt’altro che un film sbagliato, è un film fascinoso e sontuoso, fotografato in modo meraviglioso, perfino elegantemente pittorico, da Owen Roizman (Quinto potere, Vigilato speciale e assiduo, frequente collaboratore di Kasdan, vedasi per esempio French Kiss) con soavi e vertiginosi elementi poetici d’alta scuola e maestria cineastica impari e deliziosa. Un film, dunque, ampiamente da rivalutare quanto prima e da rivedere presto con più oculatezza e saggia giustezza in modo tale da smentire immediatamente molte dicerie a riguardo, vetuste e superficiali in modo ingiusto, che a loro volta sarebbero indubbiamente da ravvedere seduta stante in maniera netta e subitanea.

Trama: Siamo in piena Guerra Civile Americana e, dopo il folgorante e spasmodico incipit che ci anticipa, di salto in avanti temporale, il duello finale e la mitica sfida all’O.K. Corral, avvenuta a Tombstone, che vedremo verso la fine, veniamo poi catapultati, di rapidissimo flashback sui titoli di testa fluenti, in una fattoria sperduta nella natura brulla dell’Illinois, Monmouth, ove vive, abbastanza fastosamente, una ricca famiglia patriarcale capeggiata dal burbero ma al contempo previdente Nicholas Earp (un titanico e carismatico, come di consueto, Gene Hackman), padre di tre figli, rispettivamente di nome Wyatt (da bambino interpretato da Ian Bohen, da grande da Kevin Costner), Morgan (Linden Ashby) e Virgil (Michael Madsen). Questi ultimi due, maggiori d’età rispetto a Wyatt, partiranno per il fronte. Successivamente, assistiamo a Wyatt cresciuto e pasciuto che, dopo essersi cimentato, giocoforza e contro la sua volontà, in uno scontro all’interno d’un impolverato e malfamato saloon avvenuto nei riguardi del bifolco e violento Ed Ross (Martin Kove, sì, Sensei John Kreese di Karate Kid e Cobra Kai), ritorna nella sua patria natia per dichiarare romanticamente il suo eterno e languido amore alla sua indimenticata ragazza dei suoi anni infantili, l’avvenente Urilla Sutherland (una commovente Annabeth Gish). Wyatt la sposa ma, tragicamente, di lì a poco, la dolce Urilla si ammalerà di tifo, morendo fra le braccia dell’inconsolabile Wyatt. Il quale, distrutto dal dolore, col cuore spezzato, affranto terribilmente, vagherà in stato pietoso, trascinandosi da ubriacone lungo le più lerce e maleodoranti strade notturne del vecchio West più disumano e fatiscente… Diverrà un ladro di cavalli ma suo padre lo salverà, evitandogli la forca, cioè la pena di morte con conseguente, inevitabile e atroce impiccagione annessa ma raccomandandogli di fuggire lontano e di non mettere più piede in quel posto spietato. Wyatt, da bandito fuorilegge, per un suo atto eroico, diverrà prima vicesceriffo e poi sceriffo della burrascosa Dodge City ove incontrerà lo strampalato ex dentista, divenuto a sua volta giocatore d’azzardo incallito, Doc Holliday (un grande, gigionesco in modo sublime, Dennis Quaid forse nella sua migliore interpretazione in assoluto della sua carriera).

WYATT EARP, Kevin Costner, Joanna Going, 1994, (c) Warner Bros.

WYATT EARP, Kevin Costner, Joanna Going, 1994, (c) Warner Bros.

Secondo il dizionario dei film Morandini, dal quale testualmente estraiamo la sinossi scrittavi e il giudizio espressovi, Wyatt Earp è soltanto erroneamente, miseramente questo: …di impianto revisionista… è un western inetto… il verismo l’uccide l’aura, il colore del contorno confonde il ritratto, il dettaglio studiato della quotidianità… appartiene alla condanna del kolossal… (Silvio Danese). K. Costner recita come se Earp fosse un dirigente della middleclass, surclassato dal Doc Holliday di D. Quaid. La musica di James Newton Howard ridonda.

Una critica troppo impietosa, questa mostratavi di Morandini, da svecchiare e scalzare in quanto Wyatt Earp è, sì, disomogeneo lungo le sue 3h di durata, sbilanciato, sfilacciato e farraginoso in alcuni punti, altresì è struggente, specie all’inizio, pregno di pathos non trascurabile e con un finale che, nel salendo palpitante della tensione, riesce efficacemente a sopperire alle sue carenze, palesandosi come un film vincente sotto numerosi aspetti. Non è inoltre, peraltro, vero che Costner reciti qui come se fosse un anonimo impiegato WASP, di certo non eccelle eppur è molto convincente e la sua performance risulta sfaccettata, sentita, dolente e sofferta, contemporaneamente grintosa e potente.

Cast infinito e incredibile ove oltre ai nomi di Costner, Hackman e Quaid, ai sopra citati Madsen e la Gish, s’aggiunge una lunghissima lista che comprende, fra i tantissimi nomi, Tom Sizemore (Indiziato di reato), Joanna Going, Catherine O’Hara, JoBeth Williams (Poltergeist – Demoniache presenze), Jeff Fahey, Isabella Rossellini, Bill Pullman, Adam Baldwin, James Caviezel e Mare Winningham.

WYATT EARP, Kevin Costner, 1994, (c) Warner Brothers

WYATT EARP, Kevin Costner, 1994, (c) Warner Brothers

WYATT EARP, Kevin Costner, Gene Hackman, 1994, ©Warner Bros.

WYATT EARP, Kevin Costner, Gene Hackman, 1994, ©Warner Bros.

WYATT EARP, Dennis Quaid, 1994, (c) Warner Brothers

WYATT EARP, Dennis Quaid, 1994, (c) Warner Brothers

WYATT EARP, Dennis Quaid, Kevin Costner, 1994, ©Warner Bros.

WYATT EARP, Dennis Quaid, Kevin Costner, 1994, ©Warner Bros.

WYATT EARP, Michael Madsen, Kevin Costner, 1994, ©Warner Bros.

WYATT EARP, Michael Madsen, Kevin Costner, 1994, ©Warner Bros.

WYATT EARP, Kevin Costner, 1994, (c) Warner Brothers

WYATT EARP, Kevin Costner, 1994, (c) Warner Brothers

di Stefano Falotico

 

Il commissario Falò chi è?

Il commissario Falò – Un giallo torbido e trasgressivo, un noir introspettivo, cinematografico e oniricoShutter Island DiCaprio

 

Oggi, l’autore del saggio monografico intitolato John Carpenter – Prince of Darkness, ovvero il sottoscritto, vuole presentarvi il suo ultimo opus letterario e poliedrico, visionario e al contempo scanzonato, romantico e perfino irriverente, guascone e all’unisono hardboiled, al solito peculiarmente attinente alla Settima Arte più svariata e agganciato, di reminiscenze e profondi ricordi intimi, intrecciati a variopinte citazioni bizzarre, a squisiti film da lui ritenuti importanti e imprescindibili all’interno del suo excursus professionale e artistico più personale.

Il libro in questione è Il commissario Falò, storia di detection assai sui generis, cioè un giallo vero e proprio in stile Agatha Christie e contemporaneamente un lisergico e pindarico, balzano e romantico viaggio mentale, sinuosamente avvinghiante nelle sue pagine poetiche, speriamo avvincente, finanche divertente, attraverso gli anfratti mnemonici del protagonista che forse altri non è che l’autore stesso di tale romanzo assolutamente differente dalla norma. Falò è il suo simpatico e affascinante nomignolo, probabilmente l’immagine speculare e amletica di un alter ego eccentrico à la Hercule Poirot, il quale compirà un’indagine e un’introspezione vividissima, similmente al Mickey Rourke di Angel Heart – Ascensore per l’inferno e a Leonardo DiCaprio di Shutter Island, in merito a un caso irrisolto molto complicato, inerente una sparizione misteriosa e macabra, psicologicamente contorta, chissà se agghiacciante oppure semplicemente, magicamente rivelatoria e profeticamente miracolosa, catarticamente radiosa.

Eccone l’ufficiale sinossi che compare in quarta di copertina, nelle righe sottostanti, trascrittavi testualmente:

Il commissario Falò, uomo integerrimo la cui intransigente, coriacea, ferrea volontà morale di natura abissale e ancestrale, una volontà illesa e duramente intatta, da nessuno demoralizzata, tantomeno infranta, fluttua morbida nella spirale avvolgente, delirante e al contempo affascinante, misterica e cabalistica della sua fervida mente alla perenne, infrangibile ricerca immarcescibile delle verità più pure, nitidamente e nudamente cristalline in modo suadente, verità grandiosamente splendenti. Un uomo senza macchia e senza paura che indagherà all’interno e all’inferno della sua anima che, per tempo immemorabile, immalinconitasi in modo inusitato, fu appannata dalla mortifera tetraggine più scura, una mente opacizzatasi ma, com’illuminata per magia da estatici e miracolosi, prodigiosi, incantevoli e poderosi bagliori luminosi e ferocemente accecanti, ammantati di lucidità abbagliante e lungimirante, con chiarezza fenomenale è or pronta a tuffarsi e inabissarsi dentro i vicoli non solo di periferie malfamate, bensì dei suoi vitali, veggenti neuroni nuovamente lucenti al fine d’esplorare le atrocità che s’annidano dietro un inquietante enigma macabro ed eticamente cimiteriale, giammai svelato, forse soltanto imprecisato e non ancora risolto. Da lui finalmente, con introspettiva, profonda oculatezza mirabile e certosina, sviscerato? Il commissario Falò, un uomo certamente non sprovveduto, bensì fortemente risoluto e avveduto, talvolta offuscato dal frastagliato e ondivago, tormentoso scorrere morboso dei suoi mille e più pensieri nervosi, un uomo mai domo in un mondo di dormienti, uno scandagliatore superbo dell’ignoto suo e nostro più mostruoso e angelicamente luciferino, languidamente tanto morboso quanto sopraffino.

Un noir con punte persino notevolmente erotiche e piccanti che si districa e dipana in maniera sinuosa e morbida, goliardica e contemporaneamente severa, potremmo dire, fra apparizioni di cantanti di risma e delitti spettrali, a volte immaginari, a volte veritieri e soprattutto umani.BasicInstinctStone Branagh Poirot

di Stefano Falotico,

ovviamente, elementare Watson?

 

AMSTERDAM, recensione

Robbie Washington Bale Amsterdam

Ebbene, oggi recensiamo Amsterdam, nuovo opus dell’ambizioso, altalenante, forse non sempre convincente, eppur perennemente spiazzante, frizzante e creativo sorprendentemente, regista David O. Russell (The FighterIl lato positivoAmerican Hustle). Un director, autore di gioielli indiscutibili e indissolubili quali Three Kings, tanto acclamato e raffinato, da più parti stimato, in primis da Hollywood, quanto a molti inviso. Tale suo controverso Amsterdam è stato mal accolto dall’intellighenzia critica statunitense e, parimenti, subissato di fischi in quanto ha riscosso poco successo all’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma, ove ha ottenuto, perlopiù, pareri quasi interamente poco lusinghieri. Cosicché, O. Russell, assente dal grande schermo dal 2015, anno in cui uscì con l’altrettanto ampiamente discusso Joy, stavolta dissociandosi professionalmente, diciamo, dall’attrice sua ex prediletta della pellicola appena dettavi e dei suoi ultimi film, vale a dire la splendida Jennifer Lawrence, dopo il pasticciaccio brutto del caso Weinstein per cui, giocoforza, fu obbligato a sospendere la serie televisiva, targata Amazon, che doveva avere come assoluti protagonisti Robert De Niro (presente, ovviamente, in tale suo bistrattato, mal visto, in ogni senso, Amsterdam e oramai presenza fissa quasi immancabile delle sue opere) e Julianne Moore, giustappunto prodotta principalmente dall’ex tycoon adesso in disgrazia che fu a capo della rinomata e rovinata Miramax, come suo solito, cioè come avviene quasi sempre per i suoi film, per Amsterdam ne scrive il soggetto e la sceneggiatura, dirigendo questo corposo pastiche della durata consistente di due ore e quattordici minuti precisi, una durata senza dubbio eccessiva e dispersiva, troppo frammentaria e spesso tediosa per un risultato finale forse pasticciato eppur non privo di fascino e perfino, in molti momenti, illuminato da un’incantevole, mirabile grazia e fine delicatezza cineastica indubbiamente magistrale, sebbene, ripetiamo, poco incisiva se inquadrata sotto l’ottica dell’amalgama confusa e  sbilanciata del suo lavoro valutato nella sua completa interezza disomogenea. Ma è poi davvero così? Senza perderci in descrizioni futili, soprattutto inutili, semplicemente trascrivendovi letteralmente la sinossi di Amsterdam da IMDb, eccone la trama ridotta all’osso: Negli anni ‘30, tre amici assistono a un omicidio, vengono incastrati per questo e scoprono una delle trame più oltraggiose della storia americana.

Lo strano e sfortunato terzetto è composto rispettivamente dall’eccentrico, simpatico e non poco strampalato medico stralunato Burt Berendsen (uno strepitoso Christian Bale nella sua ennesima, eccellente prova mimetica e genialmente pregna di fregolismo), dalla misteriosa e figa, ex infermiera Valerie Voze (Margot Robbie, spiacevolmente, invece, un po’ fuori ruolo, bella ma non carismatica) e dal bislacco Harold Woodman (un insignificante, lui sì, John David Washington).

Ora, più per dovere di giustezza che di cronaca, dobbiamo sinceramente affermare che Amsterdam, ancor evidenziamo, atteso come uno degli imprescindibili eventi cinematografici della stagione corrente, ha deluso molti e s’è rivelato, in modo deleteriamente imprevisto, un colossale flop al botteghino, tant’è vero che la 20th Century è andata notevolmente in passivo rispetto ai costi, al contempo, asseriamo che non è affatto insulso e così brutto come, ingiustamente e superficialmente se ne dice in giro, sovente a sproposito e a causa dell’oramai funesto, terribile, cattivamente imperante, alquanto disgustoso, spirito modaiolo più insostenibile. Per cui tutti s’accodano al pensiero comune che va tristemente per la maggiore. Perdendo di vista la materia in questione e oscenamente liquidandola con faciloneria disarmante. Infatti, in questa contorta vicenda di sordidi imbrogli e grottesche macchinazioni incredibili ove i confini morali sfumano in forma sottile e inquietante, in questa labirintica vicenda complottistica in cui aleggia tremendamente finanche il fantasma hitleriano e furoreggia, serpentesco e malignamente maliardo, lo spettro, ahinoi, giammai vinto, del più angosciante nazismo, in questa storia ove, a parte i tre nostri beniamini e forse solo qualchedun altro, nessuno è moralmente intonso così come inizialmente potrebbe apparire, O. Russell dimostra di essere, a prescindere dai molti difetti di Amsterdam, un signor regista d’alta scuola che non merita quindi le esagerate critiche assai impietose e ingrate piombategli addosso con troppa precipitosità, a nostro avviso, stolta e qualunquistica.

Russell non è uno qualunque, perdonateci per il voluto gioco di parole, è un regista ricercato e speciale, forse solamente, frequentemente mette troppa carne al fuoco, come si suol dire, affastella troppi temi importanti mal diluendoli e agganciandoli in modo scarsamente coeso e non ficcante, perdendosi in voli pindarici, persino estetizzanti e superflui, appesantendo il tutto per colpa della sua voglia incontenibile, eppur comprensibile, di strafare.

Amsterdam non è malvagio, anzi, niente male su molti versanti. Innanzitutto, rimarchiamo che la fotografia, firmata dall’inarrivabile e tre volte premio Oscar Emmanuel Lubezki, è magnifica e ipnotica (ciò, dato il nome di Lubezski, era comunque altamente ipotizzabile, anzi, totalmente dato per assodato), la nutrita compagine attoriale, fra cui un De Niro sibillino in una parte centrale e rilevante, un bravissimo Rami Malek e un pazzesco parterre d’interpreti, tutti perfetti, che spaziano da Anya Taylor-Joy (The Witch) a Michael Shannon, da Mike Myers ad Andrea Riseborough (Black Mirror), da Matthias Schoenaerts (Le Fidèle – Una vita al massimo) ad Alessandro Nivola (Face/OffWizard of Lies), dalle bellissime Zoe Saldana a Taylor Swift, è ineccepibile.

Amsterdam è visivamente meraviglioso, con una prima mezz’ora indiscutibilmente fascinosa. Trasuda di eccentricità sgangherata da pelle d’oca in senso positivo. Cioè non fa accapponare la pelle e non fa assolutamente ribrezzo, anzi, tutt’altro. Le rarefatte scene specialmente notturne, plumbee e giocosamente colorate, trasudano di madida atmosfera grandiosamente straniante tra il fumettistico più stimolante e l’insolito più visivamente eccitante.

Inevitabilmente, Amsterdam, sì, si perde in maniera confusionaria nelle sue verbosità, fra grossolane ingenuità e dialoghi artefatti e raramente ficcanti, indeciso continuamente se imboccare la strada del thriller vero e proprio o quella d’una pellicola dramedy a tutti gli effetti, disperdendo quindi il suo esplosivo, notevole potenziale in una stucchevole sarabanda di telefonati colpi di scena che perciò tali non sono e non stupiscono più di tanto, afflosciandosi inoltre in un finale buonista e dolciastro che, date le premesse inziali, maggiormente ciniche e graffianti, lascia con l’amaro in bocca inconsolabilmente.

Comunque, non lo bocciamo, anzi, contraddicendo quanto appena detto, rinnegando i periodi soprastanti, lo promuoviamo appieno e alla grande, è un colpo di genio che non tutti possono capire, un film per pochissimi eletti, un concentrato superbamente grottesco e visionario, un caleidoscopico e buffo, assai gustoso e leggerissimo viaggio nei meandri dell’O.Russell purissimo che non punta agli Oscar, bensì vuole esplorare i confini della sua immaginazione più fervida, dolce e poetica, fluttuandovi e tuffandosene di tutto cuore e senza alcuna presunzione. Russell continua a piacerci perché sperimenta a costo di sbagliare ed è imprevedibile. Dote rara, oggigiorno, in una Hollywood sempre più appiattita che copia sé stessa e rifà quasi solamente i film del passato, resuscitandoli soventemente in malo modo consequelreboot pedestri e superflui.

Amsterdam è un capolavoro, quasi totale. Che e ché crescerà nell’animo dei veri e sopraffini cultori della Settima Arte maiuscola, libera da compromessi, è un film ove O. Russell si getta a capofitto nei suoi ventricoli più sanguignamente creativi e dà immane, assai stimabile, sfogo ai suoi capricci, ai suoi più intimi desideri cineastici stupendamente reconditi. Ammalia, incanta, si balocca e gira un film di poco più di due ore che è un bijou da capogiro. Questo è il Cinema che voglio, un Cinema che non vuole insegnare nulla, non è didattico o arrogante, è il Cinema magico, “ingenuo” e follemente arlecchinesco, guascone, mattacchione. Che film, cazzo, sì, cazzoni!

di Stefano Falotico

Rami Malek Margot Robbie Amsterdam Amsterdam cast O Russell Bale De Niro Robbie Malek JoyAmsterdam Christian Bale Margot Robbie John David Washington

 

JFK – Un caso ancora aperto, recensione

JFK poster Oliver Stone

JFK, Kevin Costner, 1991

JFK, Kevin Costner, 1991

JFK, Joe Pesci, 1991, (c)Warner Bros

JFK, Joe Pesci, 1991, (c)Warner Bros

JFK, Director Oliver Stone, 1991. (c) Warner Bros

JFK, Director Oliver Stone, 1991. (c) Warner Bros

Sissy Spacek JFK

JFK, Kevin Bacon, 1991

JFK, Kevin Bacon, 1991

Ebbene, oggi per il nostro consueto, ci auguriamo, apprezzato appuntamento coi Racconti di Cinema, disamineremo JFK, sottotitolato, qui da noi, Un caso ancora aperto, opus mastodontico, spropositatamente lungo, fascinoso eppur forse irrisolto, non irrisorio, anzi, notevole ma non privo di notevoli pecche, firmato da Oliver Stone (Nixon – Gli intrighi del potere).

Pellicola, come appena dettovi, della durata assai considerevole, per l’esattezza constante di 189’, per quanto concernette o, se preferite, concernente, la versione per le sale cinematografiche, espansa addirittura a 206 minuti in director’s cut, quest’ultima disponibile esclusivamente in home video, tratta da un soggetto di Jim Garrison (il protagonista della vicenda narrataci, autore di Sulle tracce degli assassini) e di Jim Marrs, scrittore di Fuoco incrociato: Il complotto che ha ucciso Kennedy, sceneggiata, come consuetudine, dallo stesso Oliver Stone in collaborazione con Zachary Sklar, candidata a otto premi Oscar, fra cui quello, giustappunto, per il miglior adattamento, cioè per la migliore sceneggiatura non originale e per Miglior Film e Migliore Regia (Stone, quindi, non aggiudicandosi l’Academy Award, non raggiunse il terzetto di vittorie come director dopo il bis ottenuto per Platoon & Nato il quattro luglio), ne vinse solamente due, andati precisamente per la miglior fotografia, a cura di Robert Richardson (Casinò, Django Unchained), e per il miglior montaggio di Joe Hutshing e del nostro Pietro Scalia (Black Hawk Down).

Monumentale, impegnatissimo, adrenalinico e appassionante dal primo all’ultimo minuto, malgrado il suo taglio decisamente processuale apparentemente tedioso e sfiancante, finanche insistito compiaciutamente, non scevro altresì di forti cadute di tono non trascurabili e di momenti inevitabilmente prolissi e troppo didascalici, superflui e pedantemente cronachistici, JFK rimane, a prescindere dai suoi enunciativi e rimarchevoli difetti che, più avanti, maggiormente esporremo nei dettagli, a distanza di circa trent’anni dalla sua release, avvenuta a livello internazionale nel ’91, una pietra miliare del cosiddetto Cinema di denuncia e, a nostro avviso, una delle migliori opere di Oliver Stone. In quanto, a differenza di altre pellicole di Stone, probabilmente troppo pompose, filo patriottiche e scandalisticamente sensazionalistiche, pesantemente retoriche oltre la soglia dell’umana sopportabilità, sebbene qui la retorica, spesso e volentieri, parimenti esondi abbondantemente, non risulta mai veramente disturbante o stucchevole. In quanto, potremmo definire JFK una sorta di legal thriller del grande schermo, à la John Grisham in formato settima arte raffinata, sui generis d’alta scuola cineastica la cui forza emozionale consiste, principalmente, nell’essere volutamente enfatico, rabbiosamente declamatorio e polemicamente arrabbiato contro il sistema, non solo giudiziario, americano. Perciò, qui la proverbiale, spesso indigeribile retorica di Stone, ben s’appaia e non stona rispetto alla tematica da lui con cura delicata e tatto sofisticato eviscerata, maneggiata con sobrietà, perfettamente equilibrata rispetto alla potente, perfino struggente scabrosità dei fatti vergognosi da lui (d)enunciati a viva voce e con dura, corposa posizione ferrea, non rivelandosi eticamente falsa o moralistica.

Laddove, dapprima, Stone fu perennemente ambiguo e non pienamente credibile, qui invece trova la giusta amalgama, ben dosando e bilanciando i piani narrativi del racconto e della messa in scena, raccontandoci un sensazionale caso celeberrimo, ovvero quello riguardante l’uccisione di John Fitzgerald Kennedy, episodio mai davvero, neppure a tutt’oggi, appurato nei suoi moventi e in merito ai veri colpevoli complottistici dell’assassinio avvenutogli e torbidamente perpetratogli, dirigendo un film ideologicamente sincero e rigorosamente severo, radicale ed estremo.

Trama: Dopo i bei titoli di testa in B/N, nell’incipit glaciale ma toccante, assistiamo a ciò che accade, immediatamente dopo l’omicidio ai danni di John F. Kennedy, in quel di New Orleans, ove agisce il puntuale procuratore distrettuale Jim Garrison (un Kevin Costner legnoso ma bravo, con la sordina e leggermente brizzolato per invecchiarlo un po’).

Poche ore susseguenti al fattaccio, viene incriminato e arrestato Lee Harvey Oswald (un magnifico, inquietante Gary Oldman), ritenuto il responsabile del reato in questione, cioè l’unico cecchino che, secondo l’FBI, avrebbe sparato a Kennedy, appostatosi a una finestra affacciante sulle strade del corteo di Dallas del 22 novembre del 1963.

Oswald è invero un facile capro espiatorio?

Dopo i primi, burocratici e inconcludenti interrogatori, il caso viene archiviato… soltanto tre anni dopo, Garrison tornerà, in maniera assai scomoda e molto rischiosa, sul “luogo del delitto”, intraprendendo una personalissima, forse giustissima, indagine in cerca della verità, un viaggio nelle tenebre giudiziarie che, in gran parte, però non completamente, smaschererà un complotto di proporzioni ciclopiche e aberranti, ovvero una macchinazione che coinvolse non solamente i poteri forti, gli occulti apparati del sistema e la CIA, bensì persone all’apparenza insospettabili che celarono tantissimi oscuri scheletri nell’armadio veramente raccapriccianti.

In un cast strepitosamente corale ed eterogeneo, infinito come non mai, in cui svetta, diciamo capeggia e primeggia la figura importante e statuaria, incorruttibile di Garrison/Costner, sfila egregiamente un impeccabile e straordinario, irripetibile, esaltante parterre di nomi hollywoodiani da leccarsi i baffi. Nomi altisonanti fra cui uno smagliante Joe Pesci col parrucchino, il quale gigioneggia a briglia sciolta da mattatore indomabile, un eccellente Tommy Lee Jones, nominato all’Oscar come miglior attore non protagonista, un mellifluo e impagabile Donald Sutherland in un ruolo luciferino ma cruciale, Vincent D’Onofrio, Michael Rooker (Henry: Pioggia di sangue, Cliffhanger), Pruitt Taylor Vince (Identity), Jack Lemmon e Walter Matthau, qui in nessuna scena assieme, a differenza della loro celeberrima strana coppia di “svitati imbranati”, John Candy, Sissy Spacek, Frank Whaley (accreditato solo nella versione estesa), Laurie Metcalf, Kevin Bacon, Tomas Milian e, fra gli altri, anche il vero Jim Garrison in un istantaneo ruolo da comparsa.

Fotografia eccelsa e musiche di John Williams per un film titanico, seppur a tratti soporifero, soprattutto nella parte centrale che assomiglia, tranne nel segmento finale, a un giallo-detection ove Garrison, in stile ante litteram alla Eliot Ness di The Untouchables, più che apparirci come un procuratore, pare un leguleio con l’anima pura dell’investigatore privato inarrendevole e dalla stoica, coriacea morale integerrima da indagatore dei tetri e lerci imbrogli di un viscido e capzioso sistema intero che, per ammazzare Kennedy, citando testualmente le lapidarie ed emblematiche frasi pronunciategli dal messianico uomo “deus ex machina” incarnato da Sutherland, ovvero il personaggio innominato, denominato Mister X, agì a compartimenti stagni.

JFK è uno dei migliori film di Oliver Stone perché, a dispetto delle sdolcinate e forse non riuscite parentesi intimistiche legate ai duetti e ai litigi furiosi eppur amorevoli, fra Garrison/Costner e sua moglie Liz/Spacek, ruffiani e troppo accondiscendenti nei riguardi dell’ipocrita, conservatrice etica domestico-famigliare, nonostante non poco inceda ad elevare Kennedy a santino agiografico, descrivendocelo infatti unicamente come un rivoluzionario paladino pacifista e dedito ai diritti dei neri, malgrado il suo impianto prettamente documentaristico, come da noi evidenziato all’inizio, è teso e incalzante, sostenuto robustamente da una mano registica inappuntabile che sa donarvi grintoso ritmo indiscutibile.

JFK, Sissy Spacek, Kevin Costner, 1991

JFK, Sissy Spacek, Kevin Costner, 1991

Michael Rooker Tommy Lee Jones Costner JFK Jack Lemmon JFK Costner JFK John Fitzegerald Kennedy tomba Gary Oldman JFK

Kevin Costner Donald Sutherland JFK

di Stefano Falotico

 
credit