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È stata la mano di dio – The Hand of God, il trailer: Paolo Sorrentino è un genio, un cretino, ha firmato un nuovo capolavoro di Grande Bellezza? I

mano di dio poster sorrentino

A me piace Paolo. Mi piace la sua napoletanità, sebbene debba ammettere che a me i partenopei non piacciano particolarmente. Odio infatti ogni forma di cannibalismo, no, di campanilismo melodrammatico e i nazionalismi esasperati di gente italiana tutta che, paradossalmente, non sapendo uscire dai propri mentali confini, nella più triste esterofilia modaiola si trincera, confinata com’è nella propria mentalità retriva, retorica, campagnola e meschina, sbandierando ai quattro venti la great beauty soltanto d’una finta e artefatta grandeur retorica del Cinema a stelle e strisce più inutile.

Sono stanco dei miti imposti e dei cosiddetti mostri sacri intoccabili. Però mi piaceva da matti Maradona come calciatore ma l’odiai a morte quando a Napoli, al vecchio stadio San Paolo, oggi ribattezzato col suo nome, in onore della sua morte e del suo immortale mito calcistico da indimenticabile campione, su uscita a vuoto di Walter Zenga, nella semifinale di Coppa del Mondo d’Italia 90, il suo amico (credo anche di Coca…, forse quella di Vasco Rossi, forse no, io no, io no, io non ti dimenticherò, ah ah) Claudio Caniggia pareggiò i conti dopo il goal storico di Totò. No, non il napoletano principe della risata per antonomasia, ovvero Antonio de Curtis, bensì Schillaci. Erano altri tempi, ragazzi, quando si potevano mangiare anche le fragole… quando, ben prima della vittoria di Roberto Mancini ai recentissimi Europei, Mancini stesso col suo inseparabile amico Gianluca Vialli, il quale era all’epoca l’amante segreto di Alba Parietti, appena invece separatasi da Franco Oppini, forse sì, forse no, esultava per i trionfi della Sampdoria ma pianse dinanzi alla bomba di Ronald Reagan? No, di Ronald Koeman. Mi piace Sorrentino, malgrado non abbia mai finito di vedere interamente Il divo. Oggi forse sono L’uomo in più oppure l’idolo… delle folle. Fui, credetemi, vi giuro, non sto mentendovi, una grande ala destra ma mi spaccai la testa e persi ogni brocca e palla per molto tempo. Che brocco! Che tristo, così come dicono a Bologna. Che bidone! Ah ah. Ma io sono come Best, sì, l’ex calciatore incorreggibile, altresì impareggiabile e testardo più di un mulo. Ho sempre vissuto al motto di o tutto o niente. A proposito di Maradona, Diego Armando giocò anche nel Barcelona. E il Barcelona di Romario, allenato dal grande Johan Cruyff, fu distrutto dal Milan di Capello & Berlusconi. Cruyff era un genio del giuoco del pallone, così come lo fu Marco Van Basten. Mentre Berlusconi, anche trent’anni fa, non sapeva nemmeno pronunciare, in inglese corretto, la parola Google

Capito, è stato il premierLoro… lo votaste voi. Voi sapete. Abbiamo visto. Eh eh.

Nella mia vita, non calcolai mai Le conseguenze dell’amore e, da quando ricominciai ad innamorarmi delle donne, dopo molti giochi balistici in solitaria, in cui dribblai perfino me stesso e la mia coscienza che si salvò però sempre in corner, dopo molte balle raccontate alla gente per non ammettere di essere solamente un onanista e un amante non della Parietti e dei suoi sgabelli, bensì di Holly e Benji, divenni un fuoriclasse impari sempre più bello. Sì, in passato non ero classificabile, ah ah. Perennemente mi auto-ubicai fuori da ogni categoria a causa della mia impertinenza immoderata, della mia ingovernabile attitudine ai colpi di testa non però da bomber supercannoniere e da centravanti alto di statura, miei filibustieri… Giocai anche una vita da mediano alla Luciano Ligabue, in tutti i sensi. Sono sempre stato timido e poi spericolato come Johnny Utah/Keanu Reeves di Point Break. Spesso, ancora oggi, gli uomini boomer come Gary Busey di Un mercoledì da leoni, eh già, sparlano di me, pensando che io sia un coglione come pochi.

E dicono: – Mi hanno affiancato, al lavoro, un centromediano di merda.

Tanti anni fa, con una tizia andai a vedere L’amico di famiglia. Lei era convinta, già prima che lo acclamassi, che questo film mi sarebbe piaciuto alla grande, anzi, lei diceva di brutto. Difficile, comunque, essere più brutti di Geremia De Geremei, cari fratelli miei. Ah ah. A lei piacevo ma non capii perché quando, sullo schermo, io vidi Laura Chiatti, lei capì che Laura più di lei mi piaceva e mi diede un calcio sapete bene dove. Soventemente, sono un pagliaccio come Sean Penn di This Must Be the Place.

È meglio non provocarmi. L’altra sera, per esempio, quattro scugnizzi di Imola, sì, non dei quartieri spagnoli, bensì della piadina, no, pianura emiliano-romagnola, mi presero in giro, scambiandomi per uno che, dalla vita, vuole solo la pummarola! E mi urlarono: fallito, non sai manco dare un calcio a una palla! Ma ce l’hai… o no?

Al che, io risposi con educazione signorile e gentilmente domandai loro discretamente: – Posso unirmi a voi e scendere in campo?

Ho purtroppo, la scorsa sera, rovinato la vita di questi ragazzi. Erano cresciuti nel mito di Maradona, Pelé e Messi. Ho sconvolto ogni loro certezza. La realtà è scadente. Tutti i napoletani sono “pazzi”, tutti i napoletano sono dei geni, dei grandi fantasisti. Molti sono, in realtà, disoccupati.

Di mio, ammetto di essere un peccatore. Commisi falli di mano plateali, l’arbitro non se n’accorse e convalidò la rete. Non credo nella confessione e quindi, per perdonare me stesso, faccio il due a 1 allo stesso modo di Diego contro la povera Inghilterra. Ché non vince mai. Così come quasi tutti i napoletani.
Gente ruspante e verace, di troppa vita così vorace da venire poi inghiottita da delusioni più abissali del loro immenso mare, del loro sterminato cuore e del loro credere ingenuamente che, nel 2021, ai tempi di Instagram e porcate varie/affini, possa esistere ancora la parola amore.

Qualche volta, a proposito di riscendere in campo, ecco che spunta Bud Spencer de Lo chiamavano Bulldozer. E, dinanzi a tutti i cattivi e ai figli di buona mamma, alla domanda: – Non avevi giurato di non giocare più? – risponde…

MA QUESTA NON è una partita, amico.

Infine, all’ennesima provocazione del villain ostinato, cioè questa:

– Tanto non lo segnerete mai quel punto, Bulldozer.

Bud, Carlo Pedersoli, dice e fa qualcosa di epico:

– E allora preparati perché adesso segno.

Sì, sono infantile, a quarant’anni mi piacciono ancora i film con Bud.

E ho lo stesso fisico, la stessa agilità di una lince, cioè di Terence Hill dei tempi d’oro.

D’altronde, Lo chiamavano Trinità. Ah ah.

Chi pensava di avere capito tutto di me, dandomi per spacciato, rivedendomi così, pensa… non è possibile, non è umanamente concepibile.

E io rispondo: è stata la mano di dio.

Dio però non esiste, esisto io. E questa è la mia vita, nessuno più la sporcherà.

Paolo Sorrentino è il più grande regista italiano. Teniamocelo stretto. E, ai prossimi Oscar, ancora tutti uniti come durante la finale degli Europei: vincere e vinceremo!

 

di Stefano Falotico

 

NON APRITE QUELLA PORTA by Marcus Nispel, recensione

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Ebbene, dopo il capostipite e irraggiungibile Non aprite quella porta di Tobe Hooper, da noi precedentemente già opportunamente recensito, stavolta vogliamo occuparci del suo rifacimento o remake che dir si voglia, datato anno 2003 e firmato, forse rozzamente forse invece sorprendentemente, chissà, da Marcus Nispel, regista oramai specializzatosi nel rovinare e sciupare, vivificare o comunque rigenerare, a prescindere dai risultati ottenuti, perciò conseguentemente dalla loro qualità cinematografica, vecchi e indimenticabili classici del Cinema horror e non.

Infatti, Nispel, regista tedesco naturalizzato statunitense e classe ‘63, ben memore delle pellicole che devono aver inciso non poco durante la sua adolescenza, tralasciando l’opinabile fatto per cui risulta se non del tutto inviso, perlomeno non particolarmente amato e rispettato da molti cinefili e intransigenti puristi nei suoi riguardi aspramente critici e offensivamente durissimi, è colui che ha diretto, oltre al film da noi in questa sede preso in questione, cioè ovviamente Non aprite quella porta, anche i remake di Venerdì 13 e di Conan the Barbarian (titolo così lasciato immutato anche qui da noi in Italia e non tradotto letteralmente in Conan il barbaro proprio per distinguerlo dall’appena citatovi omonimo capolavoro immortale di John Milius di cui n’è, per l’appunto, una moderna rivisitazione, peraltro molto contestata).

Non aprite quella porta di Nispel dura quasi quanto esattamente quello di Hooper, vale a dire novantotto minuti e, ispirandosi naturalmente al soggetto dello stesso Hooper e dello sceneggiatore Kim Henkel che fu alla base del suo, potremmo dire per evitare ripetizioni, antesignano storico, per l’occasione rivisitato e parzialmente reinventato, più che altro ammodernato dal writer Scott Kosar, della pellicola epocale e seminale di Hooper ne ricalca, a grandi linee, la trama. Apportandovi però, com’accennatovi, alcune modifiche rilevanti, se non addirittura eccentricamente personali e, qua e là, geniali. E, per tale nostra affermazione, non ce ne vogliano, per l’appunto, i suoi ostinati detrattori assai numerosi e irriducibili.

In quanto, immediatamente chiariamoci, a noi questo Non aprite quella porta di Nispel non dispiace affatto. Certamente, non può reggere il confronto con l’originale, come dettovi, a nostro avviso e a detta dei più, ineguagliabile. Ma ha, eccome, la sua forte valenza e sa, durante la sua ora e mezza di durata, stupirci e godibilmente terrorizzarci in maniera null’affatto sottostimabile o disdicevole.

Trama: siamo nella contea di Travis in Texas, nell’agosto del ‘73. Anche se l’abbigliamento e il gergo utilizzato paiono quelli di un film ambientato ai giorni nostri. Quattro ragazzi, due uomini e due donne, rispettivamente fidanzati, stanno tornando da una vacanza da loro trascorsa in Messico. Fra loro, spicca l’avvenente e sensuale bellezza rappresentata, meravigliosamente incantevole e incarnata da colei che si rivelerà la più coraggiosa del gruppo, cioè Erin (Jessica Biel, al solito più bella che brava ma emanante, con la sua camicetta striminzita che le scopre piacevolmente l’ombelico e i suoi jeans molto attillati, una carica erotica potentissima). Dopo pochi minuti e dopo aver assistito ad alcune goliardiche scaramucce fra i componenti dell’allegro quartetto, i quattro danno un passaggio a una ragazza che pare uno zombi, cioè una ragazza che sembra una morta vivente, avendo costei lo sguardo perso nel vuoto. La quale, appena entrata nel loro furgoncino, consiglia loro di svoltare e cambiare direzione in quanto, secondo lei, se continueranno nella direzione che stanno seguendo, s’imbatteranno in un uomo molto, molto cattivo e crudelmente impietoso. Al che, dopo aver mostrato ai ragazzi le sue gambe insanguinate e atrocemente scorticate, la donna estrae una pistola dalla sua gonna e, puntandosela alla bocca, si suicida immantinente, fracassandosi il cranio in modo tremendo e scioccante. I ragazzi, sconvolti dall’imponderabile avvenimento assolutamente imprevisto e nefasto, si fermano a una stazione di servizio, in cerca dello sceriffo, al fine di denunciare quanto prima il macabro e allucinante accaduto. Qui, fanno la conoscenza di una vecchia signora burbera e dai modi ambigui che, alle loro domande, risponde in modo maliziosamente evasivo e minaccioso.

L’anziana signora, inoltre, dice loro che lo sceriffo è momentaneamente assente. I ragazzi proseguono quindi incoscientemente nel loro viaggio e presto si fermano a pochi metri da un fatiscente, enorme casolare all’apparenza abbandonato. Qui però ci fermiamo noi e non andiamo avanti nello svelarvi altro. Poiché, se non avete visto il film, vi guasteremmo senza dubbio la visione, rivelandovi troppo.

Che dire? La fotografia è ottima ed è firmata da Daniel Pearl (Mom and Dad). Non aprite quella porta si lascia vedere volentieri e, ai nostri occhi, palesandosi fin dapprincipio come una chiarissima operazione commerciale senza qualsivoglia artistica pretenziosità che, in tal caso, sarebbe risultata oltre che immotivata, fortemente erronea, non è niente di che ma anche niente di male.

Non aprite quella porta comincia veramente a carburare e a farci sussultare appena entra in scena Leatherface (Andrew Bryniarski). Inutile rimarcarlo… È un film grezzo a dismisura ove le battute sono scarsissime e ove abbondano le grossolanità più cinematograficamente oscene e impresentabili. Però, a dispetto del suo impianto tamarro, nonostante sia stato evidentemente realizzato per essere indirizzato a un pubblico di teenager con pochissime pretese, per l’appunto, riesce sostanzialmente a ottemperare al suo primario intento. Cioè quello d’intrattenere in modo stupido ma comunque divertente e, nelle scene sue più gore, splatter ed esageratamente violente, non si può dire che non adempia semplicemente a rispettare gli abusati eppur sempre funzionali e funzionanti classici meccanismi dei film di paura più volutamente prevedibili, altresì efficaci.

Nispel sa il fatto suo, non è, a differenza di ciò che sostengono a spada tratta i suoi haters agguerriti, il primo arrivato. Sa soprattutto che, al di là della tematica horror da lui visivamente qui enucleata in maniera più che discreta e accettabile, il suo Non aprite quella porta basa la sua maggiore attrattiva sulla beltà sconfinatamente ipnotica della sua immensamente provocante protagonista Jessica Biel, donna dal sex appeal bestiale, saggiamente messa in contrasto con la spietatezza efferata del mostro Leatherface.

Sì, Non aprite quella porta è, a conti fatti, un film più che guardabile e per niente disprezzabile. Se a ciò, per l’appunto, aggiungiamo la grandiosa presenza dell’insuperabile, apoteotica venustà portentosa della Biel, donna che, come si suol dire, a ogni inquadratura buca lo schermo in modo adorabilmente imbarazzante e impressionante, capite bene che il film merita di essere visto alla grande.

Dunque, in sintesi: non sono stato apposta troppo duro contro questo film e non ho voluto stroncarlo e segarlo a mo’ di Leatherface. Anche perché, per un’ora e quaranta minuti circa, vedendo continuamente Jessica Biel, ce l’ho avuto durissimo. Finisco con una freddura: mi raccomando, teste di cazzo, Jessica Biel non va segata. Non mi piacciono le seghe, anche elettriche. Anche se, a esservi franco, la vedo dura farmela… sotto? Sì, Jessica Biel è bella da far paura. Pure Leatherface, infatti, trovandosi dinanzi a lei, dubitò della sua psicopatica durezza e, sinceramente, desiderò buttare via ogni sega e offrirle non solo una carezza ma qualcosa di più amorevolmente ficcante, non so se leggermente tagliente e sanguinante. Sì, Leatherface, si sa, non ci va delicatissimo. Però vorrei dargli un consiglio: caro coniglio di Leatherface, lei non ha mai fatto sesso con una donna. Come uomo, è risaputo, non vale una beneamata minchia. Quindi sappia che la prima volta potrebbe un po’ farle male… Lei, caro Leatherface, la dovrebbe finire di ammazzare le persone. Dovrebbe essere più dolce. Stasera, innanzitutto, mangi tre gelati e li lecchi con gusto. Deve partire dal gelato all’amarena se vuole farsi leccare quello alla crema.

Io sono l’antitesi di Leatherface. In una sola coscia, no, cosa, gli somiglio anche se soltanto a livello metaforico. Lui scarnifica le persone, io denudo la realtà degli ipocriti. Ed è per questo che non ho mai capito perché un uomo e una donna, prima di amoreggiare (tanto per essere eufemistici ed eleganti), debbano passare orge, no, ore, giornate e mesi, perfino anni, corteggiandosi e leccandosi il culo per arrivare al sodo e al liquido.

Sì, sono uguale a Woody Allen. Volete ammazzarmi e farmi a pezzi, poveri pazzi? Sì, certo, continuate a parlare, me ne fotto…

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di Stefano Falotico

 

JACKIE BROWN, recensione

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Oggi, saltiamo ancora una volta repentinamente e intrepidamente indietro nel tempo e nelle nostre memorie cinefile più dorate e giammai dimenticate, in quanto recensiremo un magnifico film perlaceo uscito nelle nostre sale nell’oramai lontano anno 1997, ovvero Jackie Brown, scritto e diretto da un consuetamente prodigioso Quentin Tarantino, qui allo zenit della sua indiscussa bravura cineastica dalla rinomatissima scuola profumata di classicismo d’annata.

Jackie Brown uscì quasi in concomitanza, anzi, praticamente in contemporanea, con Il grande Lebowski dei fratelli Coen. Non citiamo quest’ultimo film a caso.

Sia Jackie Brown che Il grande Lebowski, difatti, sono due hardboiled molto sui generis, entrambi sono dei capolavori straordinari ma tutt’e due furono ampiamente sottovalutati ai tempi, per l’appunto, della loro ufficiale release sui grandi schermi. Insomma, furono in gran parte decisamente snobbati e, soltanto col passare degli anni, valutati in maniera più oggettivamente distaccata ed esatta. Crescendo infatti progressivamente presso i favori dell’intellighenzia critica e assurgendo, a tutt’oggi, a vette irraggiungibili del loro genere cinematografico, a sua volta mescolato a molteplici sotto-trame, a coltissimi citazionismi e a variegati generi centrifugati in forma di rispettivi lungometraggi strabilianti.

Se Il grande Lebowski è una geniale rivisitazione farsesca e in chiave irresistibilmente grottesca, corroborata d’humor nero esilarante e al contempo tagliente di molte opere della Hollywood degli anni cinquanta e dei seventies, se è un sapido potpourri di matrice visivo-narrativa, ricolmo di chiarissime allusioni a Raymond Chandler, con un folle McGuffin a giustificare la sua trama apparentemente lontana dalle atmosfere tipiche del noir à la Il grande sonnoJackie Brown gli è parzialmente similare nella sua diegetica speculare ed è un’arguta e sofisticata mistura stratificata di poliziesco, potremmo dire, anacronistico e volutamente, piacevolmente fuori moda, un thriller a combustione lenta, ottimamente congegnato e a orologeria, è perfino un film pulp che omaggia la blaxploitation e la regina di molti suoi b movies, Pam Grier, qui protagonista assoluta, venerata e da Tarantino glorificata, ed è soprattutto una potente storia d’amore che lascia esterrefatti ed emozionalmente tramortiti per l’immensa e struggente malinconia che languidamente emana. Jackie Brown dura due ore e trentaquattro minuti avvincenti e rocamboleschi che scorrono tutti d’un fiato ed è l’unica opus di Tarantino, come sopra dettovi, sì, scritta da Quentin stesso ma tratta da un romanzo, vale a dire Punch al rum di Elmore Leonard.

Il saggio e compianto Morando Morandini fu uno dei pochi critici italiani a vedervi lungo, assegnando in tempi non sospetti tre stellette e mezza assai lungimiranti a Jackie Brown. Captandone immediatamente i pregi che, come poc’anzi accennatovi, passarono in passato alquanto inosservati. Estrapolandovi dunque la sua ammirabile recensione, concisa e assai precisa, quanto mai perfettamente sintetica e del tutto centrata, non magnificheremo affatto Jackie Brown, soltanto pigramente associandoci all’alto giudizio a riguardo da lui espresso ed emessovi, semplicemente ce ne rispecchiamo indiscutibilmente, riconoscendoci in esso pienamente:

A Los Angeles, il mercante d’armi Ordell (Samuel L. Jackson) vuole ritirarsi dagli affari, ma non prima di venire in possesso di un’ingente somma depositata in Messico. Dovrebbero aiutarlo l’amico Louis Gara (Robert De Niro), appena uscito di prigione, l’amante Melanie (Bridget Fonda) e la ex socia (Grier) arrestata per colpa sua. Max Cherry (Robert Forster) la fa uscire di prigione, pagando una grossa cauzione a nome di Ordell, ma s’innamora di lei e la aiuta a impossessarsi del malloppo, ingannando tutti. Al suo 3° traguardo, Tarantino spiazza tutti, gli entusiasti e i detrattori diffidenti, con un film lineare, tradizionale, “prudente e maturo, scaltro nell’evitare lo scoglio del déjà vu, prigioniero della sua cautela nel tenere a distanza l’umorismo cruento, lo stravolgimento dei generi, il sensazionale in una parola” (P. Cherchi Usai), gli ingredienti che avevano creato la folata modaiola del tarantinismo.

Dal romanzo Rum Punch di Elmore Leonard, sceneggiato con poche e significative libertà, ha cavato un film molto riuscito e poco innovativo che sa fare aspettare: puntiglio nel disegno dei personaggi, inquadrature equilibrate, pochi movimenti di macchina e sempre funzionali, nessun effetto speciale, nessun esibizionismo. Tarantino va controcorrente: a modo suo, è già un classico.

Morandini ci trova assolutamente concordi.

Fotografia di Guillermo Navarro, colonna sonora da urlo, messinscena che non sbaglia un colpo e non “stecca” un solo fotogramma, attori uno più bravo dell’altro, per un capolavoro irripetibile difficilmente eguagliabile.

Il film meno sanguinolento di Tarantino, il più inaspettato, forse il più bello, di certo il più commovente.
Nel cast, anche Michael Keaton, Michael Bowen & Chris Tucker.

Ora, la palla e le palle passano a voi. Ah ah, non siete Tarantino e non siete il Falotico, perciò non siete capaci di scrivere e dirigere capolavori.

Al massimo, potete pulire i cessi, anche delle vostre mogli. E coltivare le cicorie, aspettando tiepidamente la morte, credendovi uomini e donne di valore. In verità, siete tragicomici e, per allentare la tensione del quotidiano stress rompiballe, sapete solo fare carnascialesca baldoria senza gusto né piacevole, equilibrato umore e amore. Siete putridi e cinici, avete perduto ogni sano pudore, non sapete nulla di poesia, della grandiosa fantasia e del vivido, pittoresco, bizzarro folclore.

Di mio, bevo un White Russian come Lebowski e so che la vita è fatta di gioie e poi di dolori, di tanto malincuore ma anche di un falò nella notte che sa inebriarvi di lucida follia piena di colore e calore. Ah ah.

A dircela tutta, inutile poetizzare e romanzare, è stato un sabato sera moscio come pochi.

Vado a prepararmi un frappè ma in cucina non incontrerò Melanie con gli shorts. Alla pari di John Travolta di Pulp Fiction, mi darò al fai da te, berrò un tè e poi un caffè.

Forse incontrerò me stesso, cioè il diavolo di Paranormal Activity.

Su questa stronzata, vi lascio con una faccia da Marilyn Mason dei poveri e vi auguro buone mignotte, no, solamente buonanotte.

P.S.: non moti lo sanno ma sono Michael Keaton di Birdman.

Ora, come il Michael di questo film nel finale, mi lancerò giù dal balcone e non morirò.

Sapete perché? Sono anche Batman di Tim Burton, ho le ali da pipistrello. Inoltre, secondo me, Ed Norton de L’incredibile Hulk avrebbe fatto pena sia a Naomi Watts che a Stone di John Curran, no, ad Emma Stone.

Se voi doveste incontrare il vero Joker per strada, ragazzo disturbato dalla doppia personalità da Edward Norton di Fight Club, ditegli che ci sono anche i film 4 pazzi in libertà e Mi sdoppio in 4.

Dunque, deve ancora mangiare molti panini e guardare tanti altri film prima di fare la fine di Michael Keaton di Fuori dal tunnel.

Se invece io incontrassi Tarantino, Quentin mi direbbe: non farti più vedere, testa di cazzo. La gente non deve sapere che c’è uno più bravo di me.

bridget fonda jackie brownSamuel Jackson Jackie Brown

di Stefano Falotico

 

GLI ULTIMI FUOCHI, recensione

The Last Tycoon posterde niro theresa russell last tycoon

Ebbene, oggi sinteticamente, speriamo esaustivamente, vi parleremo de Gli ultimi fuochi (The Last Tycoon), ultima e, ahinoi, ancora sottovalutata, quasi del tutto dimenticata e quasi mai da nessuno menzionata, opera del compianto Elia Kazan. Regista apripista d’una Hollywood dorata, autore di film indimenticabili e oramai ascritti indissolubilmente alla storia del Cinema più leggendario, quali Fronte del porto, Un tram che si chiama desiderio, La valle dell’Eden. Regista però, al contempo, assai controverso e, per molti anni, non poco osteggiato dalla grande Mecca che non lo perdonò mai per quella brutta e spiacevolissima vicenda torbida e oscurantistica del maccartismo, della caccia alle streghe e delle liste nere comuniste per cui e in cui Kazan rivestì un ruolo gravemente molto influente. Denunciando infatti molta gente per salvarsi la pelle e garantirsi la professione. Ma questo, per l’appunto, è un oscuro e scabroso, assai delicato e particolare episodio nefando e non del tutto chiaro che, in occasione della nostra recensione de Gli ultimi fuochi, dimenticheremo e per un po’ accantoneremo. Lasciando a voi e ai posteri ogni giudizio, positivo o negativo, a riguardo. Non siamo dio e non ci permettiamo perciò, specialmente in questa sede, di emettere contro Kazan qualsivoglia morale giudizio recensorio (potremmo dire, lasciateci passare la metafora quanto mai pertinente) non la sua intoccabile carriera cineastica assai pregiata, bensì le sue più o meno integerrime qualità di uomo impeccabile o forse imperdonabilmente colpevole. Concordiamo invece, inappellabilmente e in forma del tutto irreversibile, con la valutazione riguardante Gli ultimi fuochi, espressa da Morando Morandini. Che, a tale superba, compatta, sebbene imperfetta e forse leggermente datata opus di Kazan, assegnò tre stellette e mezza assai lusinghiere e sacrosante. Morandini scrisse quanto segue in merito: Negli anni ‘30, Monroe Stahr (De Niro), carismatico e dispotico capo della produzione di una grande società hollywoodiana, entra in crisi quando incontra una ragazza che gli ricorda la moglie defunta. Dal romanzo incompiuto The Last Tycoon (1941) di Francis Scott Fitzgerald. Con Harold Pinter sceneggiatore e Kazan regista, è un bel tris che diventa un poker con De Niro protagonista, ottimo in un personaggio modellato su Irving Thalberg (1899-1936), genius della M-G-M. I momenti belli non mancano (l’apparizione di Kathleen Moore dopo il terremoto), ma c’è attrito tra la cronaca hollywoodiana e i tempi allentati della storia d’amore, tra la scrittura di Pinter e il linguaggio di Kazan.

In effetti, Gli ultimi fuochi, nelle sue due ore e tre minuti precise di durata, si lascia seguire volentieri, sa in più punti notevolmente incantarci, ci meraviglia per la strepitosa scena del nichelino in cui Stahr/De Niro, dinanzi a un perplesso eppur meravigliato e attonito Boxley/Donald Pleasence, spiega a lui e a noi, spettatori increduli e ipnotizzati al contempo, la sottile, impalpabile e onirica magia del grande schermo, sa avvolgerci in atmosfere d’antan amabili e sognanti, gustosamente demodé e altamente prelibate. Ammaliandoci con la stupenda fotografia chiaroscurale, molto virante a toni cupi e a colori saturi, d’un ispirato Victor Kemper. Regalandoci una grande prova d’un De Niro che, nello stesso anno degli Ultimi fuochi, usciva nei cinema anche con Taxi Driver, essendo entrambe queste rispettive pellicole del 1976.

A differenza però del dizionario dei film Morandini, il suo rivale Mereghetti, pur riconoscendo le qualità del film di Kazan, lo accusa di eccessiva lentezza e ne critica puntigliosamente la troppa verbosità.

Quello che possiamo dire noi è che Gli ultimi fuochi, nonostante indubbiamente risenta della corrosione del tempo, rivelandosi a tratti datato e d’impianto teatrale, sebbene è vero che sovrabbondi di dialoghi spesso estenuanti e i personaggi sembrino malati di logorrea alquanto poco plausibile, è comunque un film assai considerevole e sa restituirci intattamente il fascino maliardo del Cinema purissimo.

Cast immane: oltre a De Niro e il succitato Pleasence, Jack Nicholson (De Niro e il grande Jack non s’incontreranno mai più, cinematograficamente parlando, che peccato), Ingrid Boulting, Jeanne Moreau, Robert Mitchum, Theresa Russell, Seymour Cassel, Anjelica Huston, Ray Milland, Tony Curtis e chi più ne ha più ne metta.

In sintesi! Un ottimo film e un ottimo Kazan, non vi è due senza tre, quindi perfino un ottimo De Niro anche se immaturo. Gli è preferibile, in quanto meno ingessato e forse anche più bravo, Jack Nicholson.

di Stefano Falotico

The Last Tycoon locandina

 

Scappo dalla città – La vita, l’amore e le vacche, recensione

city slickers crystalscappo città locandina

Ebbene, andiamo a ripescare una straordinaria pellicola, a molti oggi purtroppo misconosciuta, diretta da Ron Underwood, ovvero Scappo dalla città (City Slickers, in originale), a cui la distribuzione italiana della Penta Film affibbiò il curioso e spassoso sottotitolo La vita, l’amore e le vacche. Underwood, regista di genere e di robusto mestiere, come si suol dire, sapido artigiano però assai altalenante che, soprattutto negli anni novanta, comunque sia imbeccò due film meravigliosi. Cioè, il suddetto film qui, nelle prossime righe, da noi preso in questione e disaminato in forma stringatamente recensoria, Scappo dalla città, e quella perla di b movie esaltante che è Tremors.

Scappo dalla città, prodotto dalla Castle Rock Entertainment, è una strepitosa e geniale commedia brillante con venature addirittura di matrice vagamente western, uscita sui grandi schermi nel ‘91. In Italia non incassò tanto e fu, all’epoca della nostrana release, alquanto disdegnato dalla Critica, mentre negli Stati Uniti ricevette un’accoglienza di pubblico mastodontica e grandiosa, inaspettatamente superando di gran lunga ogni più rosea aspettativa, ricevendo lodi entusiastiche, piazzandosi addirittura al secondo posto del box office d’oltreoceano, subito dopo gli inarrivabili e stratosferici incassi di Terminator 2. Non male assolutamente per un film per cui, con ogni probabilità, secondo le intenzioni originarie, fu concepito per essere solamente una commedia, per l’appunto, scanzonata e leggerissima a base di puro entertainment senza troppe ambizioni artistiche e ideata a prescindere da qualsivoglia pretenziosità “seriosa”. Scritto dal duo formato da Lowell Ganz & Babaloo Mandel, Scappo dalla città dura un’ora e cinquantatré minuti e a tutt’oggi, come facilmente presumibile, per via del fatto che il suo valore s’è perfino accresciuto negli anni, su Metascore, può vantare l’assai lodevole e lusinghiera media recensoria del 70% di opinioni largamente positive. Scappo dalla città, malgrado qualche inopportuna caduta nel pecoreccio e nella comicità di grana grossa in alcuni punti, soprattutto nella parte centrale, è un film garbato e girato da Underwood con brio arguto, con piglio registico sobriamente pregiato, con ferma mano illuminata da grazia e delicatissima levità profumata d’intelligenza divertente delle più mirabili e gustose. Non pensiate che lo stiamo oltremodo sopravvalutando o eccessivamente magnificando, Scappo dalla città è veramente un ottimo film che, evidenziamolo, molti critici italiani dovrebbero quanto prima rivalutare alla grande. Questa la sua scorrevolissima trama scoppiettante e ricolma di colpi di scena farsescamente eccellenti: tre scalcagnati e un po’ sfigati amici depressi cronici, trovandosi nel bel mezzo, potremmo dire, d’una irrisolvibile e triste crisi di mezz’età inesorabile e sempre più incalzantemente incipiente, i quali rispondono ai nomi di Mitch (Billy Crystal), Phil (Daniel Stern) e Ed (il compianto Bruno Kirby), straziati e afflitti, angosciati e martoriati dalle loro rispettive mogli rompiballe, le stanno utopisticamente tentando tutte pur di ritrovare la felicità perduta d’una oramai lontana e rimpianta loro giovinezza inevitabilmente tramontata e inattingibile. Al che, dopo essersi avventurati spericolatamente lungo le frenetiche e pericolosissime strade di Pamplona, cimentandosi assai rischiosamente nella corsa del celeberrimo avvenimento della rutilante festa di San Firmino, e sperimentando dunque il brivido di poter essere scornati da dei tori scatenati, optano per una vacanza distensiva e scacciapensieri. Scegliendo come meta incarnante la ricerca del loro tempo perduto, non più come una volta spensierato, il nuovo Messico. Improvvisandosi capi mandria di mucche in transumanza. Guidati dal burbero, vecchiaccio e irascibile, ambiguo e pittoresco, intransigente e severissimo, temibile Curly (Jack Palance) i nostri tre amigos riusciranno nell’ardua impresa di compiere la loro mission?

Inoltre, Mitch stringe un’amicizia molto romantica con una donna incontrata lungo il picaresco tragitto, ovvero la sensuale e affascinante, dolcissima Bonnie Rayburn (Helen Slater, qui sexy al massimo).

Billy Crystal ricevette la nomination ai Golden Globe mentre Jack Palance vinse l’Oscar come miglior attore non protagonista. Fotografia di Dean Semler (Balla coi lupi, Apocalypto), musiche di Marc Shaiman (Insonnia d’amore). Nel film, è presente anche un Jake Gyllenhaal giovanissimo alla sua prima apparizione.

Dunque, a proposito del titolo appena messovi fra parentesi. Come si suol dire, appunto, fra parentesi diciamo…

Ah, insonnia d’amore. Poveri cazzoni e finti stalloni… se, durante le vostre notti in bianco in cui contate le pecorine, no, il vostro essere dei pecoroni, no, le smarrite pecorelle, non prendeste sonno, ci sono io ad allettarvi con le mie micidiali puttanate godibilissime. Come la sottostante a seguire, seguitemi, cavalchiamo!

Film da rivedere sempre, con un Crystal eccezionale, un Jack Palance autoironico oltre ogni dire e una Helen Slater, qui, quasi più figa di Priscilla Ricart. Priscilla è castana ed è a mio avviso la donna più bella del mondo. Se non la conoscete, non rompetemi i coglioni. Amerei che mi cavalcasse a briglia sciolta. Ho detto tutto.

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di Stefano Falotico

 

Il ritorno di Clint Eastwood con CRY MACHO & il comeback grandioso di Brendan Fraser

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Era nell’aria, da un po’ di tempo, il gradito ritorno (comeback, direbbero gli americani) del mitico e, a nostro avviso, anche bravissimo Brendan Fraser, alla settima arte più rinomata e di qualità. Perlomeno, sperammo che avvenisse e così, a quanto pare, è stato.

Dopo i molti problemi di salute, infatti, accusati da Fraser negli ultimi anni, dopo molte sue scelte professionali maldestre, indegne e poco allineate a quelle che furono le forti e indubbiamente convincenti interpretazioni vigorose e possenti da lui forniteci a cavallo tra la fine degli anni novanta e l’inoltrarsi, diciamo pur avvento del nuovo millennio, Fraser pareva oramai amaramente destinato a un futuro hollywoodiano decisamente poco luminoso. Anzi, del tutto oscurato, completamente obnubilato e ridicolizzato nel meme vivente che stava tristemente diventando inesorabilmente. Sembravano, difatti, lontani e irrimediabilmente sbiaditi, per sempre tramontati e persi, quei suoi indimenticabili (soprattutto per noi, cinefili di razza purissima e di ottima memoria dotati) giorni gloriosi e indimenticati, per l’appunto, in cui Brendan, a tamburo battente, inanellava notevoli performance in pellicole di tutto rispetto, a volte anche pregiatissime in film altrettanto emeriti di plausi quali Demoni e dei di Bill Condon con Ian McKellen o The Quiet American di Philip Noyce con Michael Caine. Pellicole in cui Fraser svettò a livello recitativo, reggendo alla grandissima il già maturo confronto con due titanici veterani della recitazione come i succitati Caine e McKellen.

Furono, in entrambi i casi però, questi ultimi a essere candidati all’Oscar.

Mentre Fraser, malgrado le sperticali lodi e i robusti apprezzamenti della Critica, fu ingiustamente snobbato e, a tutt’oggi, è forse uno dei pochissimi attori del jet set a non essere stato mai nominato non solo agli Academy Awards, bensì perfino ai Golden Globe.

Questo ragazzone canadese naturalizzato statunitense, il quale si fece notare in commediole adolescenziali, raggiunse, come sappiamo, il successo planetario con George re della giungla…?, film per cui, da Tarzan ante litteram e Johnny Weissmuller moderno, si esibì in piroette e movenze acrobatiche da clap clap a scena aperta, dimostrandosi altresì molto autoironico e al contempo sfoderando un fisico pazzesco e assai muscoloso.

Cosicché, il nostro Fraser, celebre attore del franchise campione d’incassi al botteghino, ovvero La mummia, pian piano si perse in sciocchezze indicibili come Puzzole alla riscossa, ingrassando notevolmente e ricevendo i maggiori sfottò possibili e immaginabili. Brenda però, come sopra dettovi, non si è dato affatto per vinto.

Innanzitutto, lo vedremo nel nuovo film attesissimo di Darren Aronosfky, la cui trama è per Fraser parzialmente autobiografica.

Il film s’intitola The Whale e verterà su un insegnante reclusosi a vita privata e affetto da obesità che tenterà di riconciliarsi con la figlia per trovare la sua redenzione esistenziale.

Inoltre, lo vedremo affiancare Leonardo DiCaprio e Robert De Niro nella nuova fatica faraonica di Martin Scorsese, Killers of the Flower Moon.

Bentornato, dunque, Brendan! Brindiamo!brendan fraser

Cry Macho!

di Stefano Falotico

 

ACCORDI & DISACCORDI, recensione

SWEET AND LOWDOWN, Samantha Morton, Sean Penn, 1999, playing the guitar in bed

SWEET AND LOWDOWN, Samantha Morton, Sean Penn, 1999, playing the guitar in bed

 

Ebbene, oggi andiamo a ripescare il magico e magnifico Accordi & disaccordi (Sweet and Lowdown), scritto e diretto da Woody Allen. Accordi e disaccordi (1999), a nostro avviso, rappresenta una delle opere migliori di Allen delle ultime decadi. Similmente a ogni pellicola di Allen, è un esilarante film dalla sobria vigoria incantevolmente melanconica, squisitamente ironica e parodica e si gusta in modo piacevole e pienamente, in modo assolutamente veloce, vista la stringatezza del suo minutaggio, vale a dire novantanove minuti netti di ritmo scoppiettante, dialoghi sapidamente taglienti ed estremamente divertenti, al contempo pregni d’esistenziale amarezza dolcissima. Ovvero gli arguti e irresistibili elementi tipici e cardine della poetica alleniana, la portante caratteristica principale su cui si basa il suo strepitoso modo di fare Cinema in maniera intelligente, parimenti leggera. Anzi, se vogliamo davvero essere sinceri, Accordi e disaccordi, per via dei suoi ineludibili stilemi à la Allen qui sapientemente dosati e shakerati, altrove invece nel suo excursus cineastico talvolta un po’ mal calibrati e riempiti di eccessiva pretenziosità stucchevole, ribadiamo, è una perla imperdibile non solo per gli aficionado incalliti del genio di Manhattan. Luogo, peraltro, ove è ambientata l’intera vicenda della rocambolesca sua trama funambolica e piena di colpi di scena e freddure d’annichilire chiunque in maniera sofficemente amabile. Accordi e disaccordi, se fossimo proprio costretti ad ascriverlo a un genere cinematografico preciso (compito quanto mai ardito e arduo quando si ha a che vedere, per l’appunto con un film di Allen, essendo i suoi film sfaccettati e stratificati), potremmo definirlo una lieta commedia dal retrogusto amarognolo, narrata a mo’ di mockumentary assai sui generis e volutamente anomalo. Nel quale si raccontano e vengono visivamente ricordati i folli e ridicoli, perfino tragicomici, stralunati accadimenti “falsamente” vissuti e successi a un immaginario, straordinario personaggio da Allen inventato di sana pianta, generato dalla corrosiva penna mordace di quest’ultimo e spacciato  invece, genialmente, per realmente esistito, cioè il fittizio, patetico e allo stesso tempo carismatico e fascinoso Emmet Ray (un inedito Sean Penn ispirato come non mai, candidato all’Oscar come miglior attore protagonista ma sconfitto, a nostro avviso ingiustamente, dal sopravvalutato Kevin Spacey di American Beauty). Ray, un chitarrista mattoide, affetto insanabilmente da un atavico complesso di Edipo e sofferente tanto di disistima impressionante quanto di vitalismo contagiosamente sfrenato e inarrendevole (altri tòpos caratteristici di quasi tutti i personaggi incarnati dallo stesso Allen o personificati dai suoi infiniti alter ego recitativi), adoratore feticista dei topi, sciupafemmine irredimibile e incorreggibile, musicista sopraffino e bravissimo, però sempre secondo rispetto al ben più consolidato, celebrato, da lui invidiato, ammirato e allo stesso tempo odiato, Django Reinhardt. Da lui così venerato che, alla sola vista, sviene. Emmet Ray, ladies and gentlemen, un mammone mai visto sempre perennemente in bolletta, cioè al verde, e un pasticcione dei più goffi che però piace follemente alle donne, anche alle più altolocate e fisicamente avvenenti fra cui la sensuale Blanche (una bellissima Uma Thurman), che sposerà. Un uomo però stranamente, inizialmente legato a una ragazza molto più piccola di lui, non propriamente molto sveglia, soprattutto muta, la timida Hattie (Samantha Morton, chiaramente ricalcata, per stessa ammissione di Allen, sulla Giulietta Masina de La strada).

Signore e signori, Accordi e disaccordi, vale a dire un Allen nient’affatto minore, bensì senza dubbio alcuno fra i suoi migliori. Fra gli altri attori del cast, Anthony La Paglia, il regista John Waters, la sexy Gretchen Mol, Allen stesso nei panni di sé stesso, così come Douglas McGrath. Scenografie di Santo Loquasto, musica di Dick Hyman, fotografia di Fei Zhao. Nelle scene della guitar solista, Penn è doppiato da Howard Alden. Accordi e disaccordi è una metafora sulla voce profonda e più visceralmente senziente dei nostri cuori. Che parla con gli occhi nel caso del personaggio della Morton, che renderà Ray quasi pari al suo idolatrato Django solamente quando riuscirà a non reprimere ogni sua dolenza, frustrazione, vivo e non rinnegato sentimento autentico e struggente che nella sua anima innatamente pulsava ma di cui si vergognava, celandosi dietro una scorza da finto duro. Solo quando la sua anima parlerà davvero senza più remore, Ray forse diverrà un genio. Un genio umano. sean penn sweet and lowdown

SWEET AND LOWDOWN, from left: Anthony LaPaglia, Sean Penn, 1999, © Sony Pictures Classics

SWEET AND LOWDOWN, from left: Anthony LaPaglia, Sean Penn, 1999, © Sony Pictures Classics

di Stefano Falotico

 

HOUSE OF GUCCI, il trailer ufficiale

Gucci Lady Gaga posterEbbene, dopo averci allietato con The Last Duel, perlomeno col suo primo filmato assai suggestivo, ecco già pronta la nuova boiata di Ridley Scott.House of Gucci is inspired by the shocking true story of the family empire behind the Italian fashion house of Gucci. Spanning three decades of love, betrayal, decadence, revenge, and ultimately murder, we see what a name means, what it’s worth, and how far a family will go for control. Base on the book by: Sara Gay Forden Directed by: Ridley Scott Story by: Becky Johnston Screenplay by: Becky Johnston and Roberto Bentivegna Cast: Lady Gaga, Adam Driver, Al Pacino, Jared Leto, Salma Hayek, Camille Cottin, Jack Huston, Jeremy Irons, Mãdãlina Ghenea, Reeve Carney, and Youssef Kerkour.

 

The Card Counter, il trailer del nuovo film di Paul Schader con Oscar Isaac, Willem Dafoe e una magnetica, sexy Tiffany Haddish

 

card counter scorsese schrader

Ebbene, la rinomata Focus Features, poche ore fa ha finalmente rilasciato, sul suo canale ufficiale YouTube, il trailer nuovo di zecca della nuova, attesissima opus di Paul Schrader, ovvero The Card Counter.

The Card Counter, com’evidenziato dallo stupendo, ammaliante e suggestivo filmato mostratoci e che qui vi mostriamo, gareggerà in Concorso alla prossima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Le aspettative attorno a questa pellicola di Schrader, patrocinata da nientepopodimeno che dal regista di Taxi Driver (di cui Schrader, come sapete benissimo, fu l’autore del magnifico script), cioè il grande Martin Scorsese, vanta nel cast la presenza del sempre più carismatico Oscar Isaac (al lido veneziano, presente anche con Dune di Denis Villeneuve), della qui conturbante e sensualissima Tiffany Haddish e dell’immancabile attore feticcio schraderiano per eccellenza, ovvero Willem Dafoe.

Secondo l’ufficiale sinossi diramata, in descrizione, dalla Focus Features, questa sarà sinteticamente la trama di The Card Counter. La redenzione è il “lungo gioco” in THE CARD COUNTER di Paul Schrader. Raccontato con l’intensità cinematografica tipica di Schrader, il thriller di vendetta racconta la storia di un ex interrogatore militare diventato giocatore d’azzardo perseguitato dai fantasmi delle sue decisioni passate e presenta le avvincenti esibizioni delle star Oscar Isaac, Tiffany Haddish, Tye Sheridan e Willem Dafoe.

 
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