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ROBERT DE NIRO, the specter of my heart – Hermetic, mellifluous and evocative medium-length film

De Niro Taxi Driver

Un lavoro enigmatico, agganciato alla mia anima morbosa. Chi vorrà trascinarsi in tale viaggio criptico, oh sì, si abbandoni liberamente alla visione, abbandonando ogni possibile raziocinio in tal caso inutile e psicologicamente pericoloso. Sì, lasciatevi, miei prodi e cinefili uomini impavidi, invece andare sofficemente e al contempo cupamente nel salire a bordo di questo breve ma falotico filmato costruito di puro stream of consciousness onirico e sanamente cervellotico. Mi trastullo a ricordare, in modo mnemonico, De Niro e la mia passione inestinguibile e inesausta per lui, attore strepitoso e immensamente camaleontico, mutevole e straordinariamente vertiginoso. Noi siamo Ronin, siamo feroci e ribaldi spiriti dei giorni nostri più radiosi e armoniosi, quindi sprofondiamo nelle più nere angosce delle notti più torbide e misteriose. Amen, così sia. Parola di dio, cioè De Niro.

Queso il testo da me scritto e contenuto, da me recitato nel filmato dal sottoscritto realizzato(vi):

Robert De Niro, lo spettro del mio cuore

Ebbene, con immane spudoratezza, sì, senz’alcun pudore o pavore che dir si voglia, debbo ammettere con franchezza obiettiva che Robert De Niro mi entrò immantinente nel cuore. Avendomi lui, anni e anni or sono, folgorato in maniera fulminea e perentoria.

Prima però di narrarvi del mio immergermi, trasfondermi e in lui trasfigurarmi a livello simbiotico, perfino osmotico, devo altresì confessarvi che sono un uomo cattivo? No, caotico, forse solamente, mentalmente ciclopico e spesso confuso in tale caravanserraglio di uomini e donne ignoranti che non conoscono le leggi entropiche sanamente vive e, vivaddio, giuste delle inviolabili emozioni altrui. Che a loro volta sono soventemente morbose, straordinariamente ondose, meravigliosamente funamboliche, persino giustamente, tetramente sacrosante. Sono, lo dichiaro onestamente, un uomo spesso insopportabile, soprattutto per me stesso. In quanto, appena sento puzza di bruciato, m’eclisso solitariamente nella notte dei miei pensieri più torbidi, lasciando che il manto stellato d’una delicata notte luminosa, ove rifulge un candido plenilunio fievole eppur morbidamente lucente, caldamente m’avviluppi nella melanconia apparentemente più atroce, invero prodiga di lietezza sovrana e giocondamente marmorea. Cosicché, mi rannicchio nel mio appartamento spoglio, desolato. Il cui ligneo mobilio, ridotto all’osso, rispecchia il mio viso scarno e magro, specularmente quindi si allinea e incorpora, metaforicamente, ai miei tratti somatici assai spigolosi da uomo perennemente teso e, a livello prettamente umorale, nervoso e irritabile oltremodo.

Sono al contempo però meno scheletrico, fisicamente parlando, rispetto a un tempo oramai per me remoto oppure più stranamente, paradossalmente vicino di quel che io stesso possa pensare. Tempo cupissimo e assai nero, emotivamente parlando, nel quale fantasmaticamente vagai da zombi in un mondo funereo, fintamente allegro, invero lugubre più d’un terrificante cimitero.

Oh, la mia vita è un mistero…

Camminando con aria attonita fra mille e più idioti affamati soltanto di sesso mendace, cioè feroci contrabbandieri delle loro porcellesche anime unte e bisunte, lerce e più sudicie d’una montagna contenente, all’interno della voragine dei suoi meandri inesplorati, puzzolenta immondizia vomitosa poi vulcanicamente espulsa dalle sue mostruose fauci con incontenibile furia magmatica delle più velenose e turbinose. Parimenti, le viscere e le interiora della maggior parte della gente sono impregnate di merda. Da questa gente poi sputata in deflagranti volgarità inesauste. La maggior parte del mondo è formata infatti perlopiù da uomini e donne contraffattisi, sporcamente corrotti e prostratisi al dio danaro da cui s’origina ogni desiderio più biecamente, immondamente lussurioso. Sì, si genuflettono all’impudicizia della loro porca mercanzia, per l’appunto si danno alla più disumana, stomachevole sporcizia. Deglutiscono fin dalla nascita e dalla più tenera loro età, inizialmente innocente, assorbono mefiticamente nelle loro intestina il male profondo e indelebile di questo mondo abietto, sin dagli albori delle sue più preistoriche origini, prostituitosi alla carnalità per l’appunto più puttanesca, purulenta e sozza. Quindi, dopo aver mangiato il diavolo dell’abominevole loro essersi, incoscientemente, inchinati in forma inesausta e insaziabile alla più indigeribile pestilenza mortifera di tale mondo consacratosi a Lucifero, ti sputano in viso ogni loro mal di pancia con inimmaginabile crudeltà aberrante.

De Niro Ronin De Niro Ronin FrankenheimerDeNiro Ronin

di Stefano Falotico

 

Café Society, recensione

café society storaroEbbene, finalmente lo scorso 6 maggio è uscita, nei cinema italiani, l’ultima opus di Woody Allen. Ovvero Rifkin’s Festival. Ora, stando a IMDb, l’immarcescibile monsieur Woody Allen (newyorchese ebreo nato all’anagrafe come Allan Stewart Konigsberg, classe ‘35), può vantare, nel suo carnet e nel suo impressionante, perlaceo excursus cineastico, cinquantuno pellicole da regista.

Mentre per Paolo Mereghetti, Rifkin’s Festival segnerebbe la sua quarantottesima prova dietro la macchina da presa, tralasciando forse l’episodio di New York Stories e un paio di regie per la tv…

Ebbene, tornando indietro leggermente con la memoria, andiamo a ripescare il sottovalutato e magnifico Café Society del 2016. Opera invero alquanto apprezzata, ai tempi della sua uscita, dalla Critica cinematografica statunitense, invece piuttosto snobbata da noi. Ed erroneamente reputata minore, forse perfino dallo stesso Mereghetti, il quale l’apprezzò moderatamente, assegnandole due stellette e mezzo lusinghiere ma probabilmente sminuenti il suo pieno valore ben più stimabile. In tal caso, infatti e a nostro parere personalissimo, Mereghetti recensì la bellissima opera di Allen in modo troppo moderato, poco avveduto e dunque anche lui un po’ la sottostimò in maniera sbadata, peranco sbagliata.

Café Society è un film straordinario, privo delle benché minime sbavature.

Sennonché noi invece qui la rivaluteremo ampiamente come giustamente merita. Poiché Café Society è certamente il film più altamente incompreso, seducente e qualitativamente raffinato, ammaliante e addirittura maggiormente commovente e sincero dell’ultima decade alleniana.

Una dolcissima silloge poetica espressa elegantissimamente in celluloide profumata di magici effluvi toccanti, una perfetta e linda materia cinematografica purissima, un gioiello illuminato da una turgida e suggestiva fotografia d’atmosfera firmata da un ritrovato Vittorio Storaro (qui alla sua prima collaborazione storica con Allen) assai ispirato e precisamente intonato a un Allen ipnotico.

Uno Storaro prodigioso che, pur avvalendosi d’una color correction continua, non eccede in pigmentazioni esagerate a mo’ de La ruota delle meraviglie, cioè non sovrabbonda, a dispetto del film appena citatovi con Kate Winslet, di trucchi ed espedienti tecnici in sede post-produttiva, forgiando invece con levità delicatissima le sue pittoriche e pittoresche immagini fantasmagoriche, impregnandole di sobria, liquida beltà fiammeggiante di monumentale scuola magistrale e inondandole con gusto sopraffino senza mai essere ridondante, giocando in maniera sublime con sottili, abbacinanti scale cromatiche davvero inarrivabili ed encomiabili.

Trama: siamo nella rutilante e multietnica New York degli anni trenta. Anche se l’anno esatto non viene specificato ma lo deduciamo facilmente e inquadriamo non approssimativamente poiché, durante il film, i due protagonisti della storia si recano al cinema a vedere, per la prima volta proiettato sui grandi schermi, l’epocale The Woman in Red con la gloriosa e leggendaria Barbara Stanwyck.

Il giovane, ambizioso e intraprendente tuttofare Bobby Dorfman (un bravissimo Jesse Eisenberg, perfetto alter ego in miniatura, come sovente accade nei film di Allen, di Allen stesso) abbandona la sua città natia e s’invola alla volta della Mecca, fabbrica dei sogni, di nome Hollywood in quel di Los Angeles.

Poiché, attanagliato da una famiglia in cui si sente stretto e soffocato, vuole fare carriera nel mondo dello spettacolo e delle grandi star della settima arte più altisonante, chiedendo aiuto al suo potente zio Phil Stern (Steve Carell), stimato produttore sempre indaffarato, affinché quest’ultimo possa in qualche modo istradarlo al succitato mondo dorato. Presto, Bobby s’innamora della segretaria di suo zio, l’incantevole sognatrice Vonnie (Kristen Stewart), ragazza semplice che a sua volta viene folgorata, di classico colpo di fulmine impetuosamente romantico, dal tenero Bobby.

Ma forse Vonnie ha un altro uomo, forse costui è uno di famiglia?

Poi arriverà, nella vita di Bobby, un’altra donna di nome Veronica. Anche lei detta Vonnie, interpretata da Blake Lively.

Cammeo di Laura Palmer/Sheryl Lee, Parker Posey, Ken Stott e Corey Stoll nella parte del fratello di Bobby, di professione gangster. Ah ah. Senza dimenticare la bellissima ed esilarante particina di Anna Camp/Candy.

Ma un nome, oltre a quello di Eisenberg, della Stewart e di Carell, spicca come sempre di classe recitativa immensa, ovvero quello della veterana, esteticamente orrenda ma carismaticamente gigantesca, Jeannie Berlin.

Vale a dire colei che interpretò la tostissima e cattivissima, intransigente avvocatessa penalista Helen Wiess nella serie HBO capolavoro The Night Of.

Peccato che, contro di lei, donna leguleia mostruosamente rapace e capace, stronza come poche, vi fosse il mitico John Stone, alias John Turturro (inizialmente la parte, pensata per James Gandolfini, morto però infartuato, fu accettata da De Niro che poi declinò per sopravvenuti impegni inconciliabili)

Un personaggio inarrendevole questo cazzo di Stone.

Un personaggio alla Falotico.

Uno che vuole vederci sempre chiaro e non si attiene alle cazzate di Anna Camp, no, di Bill camp.

Bill Camp, colui che dà la caccia a Joker, cioè Joaquin Phoenix di Vizio di forma con la Berlin?

Ah ah, ma sono veramente un geniuspop cinefilo, autodidatta in psichiatria e in Legge come Travis Bickle e Rupert Pupkin, rispettivamente di Taxi Driver & Re per una notte?

Macché, Falotico è il Max Cady/De Niro di Cape Fear – Il promontorio della paura?

Colui che non abbisognò di laurearsi a qualche Alma Mater Studiorum ma partì da Le avventure di Max il leprotto per costruirsi, da solo, un curriculum vitae degno di Sutter Cane de Il seme della follia?

Sì, ne sono la versione buona e filantropica, pedagoga e lontana da ogni religione pendente dalle labbra di sinagoghe o affini stronzate varie.

Qui sotto è tutto editorialmente attestato, scrivo peraltro per due riviste di Cinema online, vere giornalistiche testate del mio prendere tutti i testardi, i quali si credono sani adulti sapientoni, in quanto malati di resipiscenza e cronico solipsismo assai limitato, al fine finissimo di educarli intellettualmente e lietamente condurli al teatro Testoni di Bologna e pure all’Arena del Sole.

Fra l’altro, non vorrei imbrodarmi, ma sono più bravo di De Niro.

O no?

Su questa freddura finale alla Falò, vi auguro buona domenica e statem’ bon’.

Ah ah. Comunque, ricordate: la voce narrante nel film di Allen è del grande Leo Gullotta! Ah ah.

E Joe Pesci di The Irishman e di Mio cugino Vincenzo lo sa. Ah ah

https://www.ibs.it/libri/autori/stefano-falotico

allen cafe society eisenberg stewartcafe society dissolvenza incrociata finale

di Stefano Falotico

 

American Traitor: The Trial of Axis Sally – TRAILER with AL PACINO

american traitor pacinoBased on the true story, AMERICAN TRAITOR: THE TRIAL OF AXIS SALLY follows the life of American woman Mildred Gillars (Meadow Williams) and her lawyer (Al Pacino), who struggles to redeem her reputation. Dubbed “Axis Sally” for broadcasting Nazi propaganda to American troops during World War II, Mildred’s story exposes the dark underbelly of the Third Reich’s hate-filled propaganda machine, her eventual capture in Berlin, and subsequent trial for treason against the United States after the war. Starring: Meadow Williams, Thomas Kretschmann, Al Pacino Directed by: Michael Polish Release Date: In Theaters and VOD 5/28/21

 

BENEDETTA, il trailer della nuova opus di Paul Verhoeven con la stupenda, irraggiungibile, sensualmente ipnotica VIRGINIE EFIRA

Benedetta Virginie Efira

Ebbene, dopo i notevoli disagi cagionatici mondialmente dal pandemico COVID-19, il Cinema sta veramente, finalmente riaprendo i battenti alla pari delle nostre vite più libere e aperte…

Dunque, nelle scorse ore è stato rilasciato ufficialmente il primo trailer originale della nuova, attesissima opus del maestro Paul Verhoeven (Basic Instinct, RoboCop), ovvero Benedetta.

Benedetta è entrato, da quanto apprendiamo tramite Deadline, in Concorso al prossimo Festival di Cannes che si svolgerà però tardivamente rispetto al solito. Difatti, normalmente la kermesse cannense si sarebbe dovuta svolgere a breve, invece quest’anno è stata posticipata dal 6 al 17 Luglio per comprensibili ragioni evidentemente deducibili e comunque sopra spiegatevi.

Già precedentemente annunciato da una locandina, diciamo, pruriginosa nella sua versione non censurata, Benedetta infatti sarà l’ennesima opera provocatoria, virtuosamente scandalosa e al contempo sottilmente enigmatica e sofisticata di Verhoeven.

Scritto dallo stesso Verhoeven assieme allo sceneggiatore David Birke, così come già avvenuto per l’acclamato Elle, tratto da una storia vera a sua volta qui adattata dal romanzo di Judith C. Brown, Benedetta è ambientato nell’Italia del 1700 nel quale l’omonima suora (Virginie Efira) soffre di disturbanti ed erotiche visioni forse allucinatorie. Nel frattempo, sviluppa un rapporto via via più morboso e sensualmente scabroso con una compagna…

Benedetta è incarnata dalla splendida attrice belga, classe ‘77, Virginie Efira. Destinata ad accrescere, con quest’imminente film di Verhoeven, la sua fama d’interprete oltre che bravissima, estremamente magnetica e ipnoticamente meravigliosa.

Una bellezza impressionante e abbacinante quella dell’Efira, qui accompagnata da un cast altrettanto straordinario formato da Charlotte Rampling, Daphné Patakia, Lambert Wilson e Olivier Rabourdin

Gustiamoci dunque le primissime, calde, torbide ed eleganti immagini di questo trailer davvero interessante…di Stefano FaloticoBenedetta Efira Verhoeven poster scandalo capezzoli

 

Rifkin’s Festival, recensione

rifkin festival wallace shawn

Ebbene, spero di essere libero di scatenarmi sull’ultima opus di Woody Allen, qui alla sua 48° prova dietro la macchina da presa. Ancora una volta purtroppo, così come accaduto nell’ultima decade, ahinoi, semi-fallimentare e deprimente nell’accezione di quest’ultimo termine peggiore.

Ecco, se soffrite semmai di disistima, se siete malati patologici di depressione, bipolare o meno, se siete inclini a vivere in maniera angosciosa la vostra vita, in quanto da tempo immemorabile imprigionati nel vostro solipsismo per l’appunto à la Woody Allen psichiatricamente incurabile, il quale da sempre, avendo preso coscienza assai precocemente di non poterla buttare sul sex appeal irresistibile alla Alain Delon dei tempi d’oro, anziché suicidarsi, è stato ed è enormemente stimabile perché, pur probabilmente abusando di psicofarmaci e/o neurolettici, perlomeno sicuramente di tranquillanti, più o meno blandi o assai pesanti, atti a inibire e sedare le sue rabbie ataviche cagionategli dalla sua immagine non certo esaltante dinanzi allo specchio, ha trasformato l’incarnazione vivente della sfiga fatta persona, da lui esemplificata nel suo sgorbio vivente, sensualmente inaccettabile, traslandola in Arte cinematografica per darsi la spinta vitale forse consolatoria e personalmente ricattatoria, ecco… avete capito.

Woody non sta comunque messo così male. Pensiamo per esempio a molte donne (soprattutto contemporanee) che, per resistere alle frustrazioni quotidiane, ascoltano Gianna Nannini oppure si danno, da dannate, alla meditazione trascendentale, sapendo di non essere molto sexy, diciamocela apertamente. Eh sì, sono le classiche donne che sanno trascendere, eccome, ah ah, che sbavano segretamente per ogni maschio che incontrano per strada, poi s’intrufolano in qualche amena tavola calda, più che altro paninerie dominate da presenze maschili simili alle combriccole virili, anzi vili, di Sotto accusa con Jodie Foster (e ho detto tutto…). E, senza sprezzo del pericolo, represse al massimo, approcciano il primo troglodita che capiti loro a/sotto tiro…, offrendogli una vodka liscia per movimentare un po’ la sporca faccenda delle loro inguaribili, perenni e avvilenti mortificazioni giornaliere da insoddisfatte insopprimibili poiché son deluse da inestinguibili, lacrimose, invincibili e madornali auto-costernazioni veramente degradanti delle più atroci e impagabili da eterne inappagate eppur convinte di farcela, fra le mutande certamente, ah ah, almeno una volta per 15 minuti di celebrità non tanto warholiana, detta altresì sveltina nel bagno puzzolente frequentato da uomini che, in tempi odierni di COVID-19, non solo come loro solito non si lavano le mani dopo la minzione, bensì non usano nemmeno il gel igienizzante per sterilizzare quello esibito da Cameron Diaz in Tutti pazzi per Mary. Uomini da Mery per sempre, veri Ragazzi fuori a cui queste donne senza dignità, per l’appunto, pur di ottenere una promozione (promozione?), pagherebbero addirittura anche Harvey Weinstein in carcere al fine di agguantare almeno un cammeo in uno spot pubblicitario assai buonista del Mulino Bianco o della torta Cameo con protagonista, fra l’altro, l’ex figa o racchia fascinosa, no, ex schermitrice Valentina Vezzali.

La quale, dopo essere stata testimone dello sposo, no, testimonial dei Kinder Cereali, da dura spadaccina tricolore dell’orgoglio femminile MeToo, adesso milita come sottosegretaria di Stato alla Presidenza delle conigliette, no, del Consiglio dei Ministri. Sì, Valentina è in piena zona Mara Carfagna ante litteram, è donna che emana una sensualità da signorina Silvani di Fantozzi. Ah ah. Ma non cazzeggiamo, dai, non siamo in un film di chiappe e spade. No, scusate, in un cappa e spada come I duellanti, Valentina ha molte frecce al suo arco da femminea Errol Flynn di Robin Hood mista alla Ginevra dell’Excalibur di John Boorman, e personifica di certo la versione muliebre di Douglas Fairbanks con tanto di Scaramouche.

Torniamo alla questione Woody Allen. Ebbene, pur essendo sempre stato costui un Allan Stewart Konigsberg ebreo anche in senso, come detto, sfigato… no, figurato, non è mai finito socialmente sfigurato e arso vivo. Poiché, grazie al suo genio da bruttone coglione con un non so che di volpone, è riuscito per anni a portarsi a letto perfino la protagonista de Il dormiglione, ovvero Diane Keaton. Insomma, un donnone.

Sì, riuscì a circuirla e a plagiarla, persuadendola di essere un genio comico oltre che cosmico. Anche se il suo rapporto afasico e altalenante con Diane, privatamente e cinematograficamente, visse d’alti e bassi tipici dell’andamento ciclico non dell’ovulazione, bensì della più nera depressione e chissà… anche soventemente di mancanza d’ere… one.

Io e AnnieManhattanAmore e guerraInteriors…, ah, filmoni, con tanto d’intermezzo di Al Pacino, fiamma giammai spenta nel cuore di Diane, a rompere i marroni e le uova nel paniere, con tanto di Mia Farrow a rovinargli la reputazione, nonostante le ottime recensioni avute per i tanti film da lui scritti e diretti con l’interprete principale di Rosemary’s Baby.

Insomma, va detta la verità, caro Woody. Hai sempre saputo di non essere bono come Henry Cavill di Basta che funzioni, hai preso presto cosce, no, coscienza di non emanare una carnalità mascolina da homo eroticus per eccellenza, ovvero da Jean-Paul Belmondo di Fino all’ultimo respiro, sei sempre stato conscio di non essere nemmeno Richard Gere del non deprecabile remake All’ultimo respiro. Eppure, malgrado tu non sia neppure Louis Garrel di tale tuo Rifkin’s Festival, ecciti… no, citi nella tua ultima pellicola persino Tom Hardy e Ryan Gosling.

Scegliendo stavolta come tuo alter ego un attore bravissimo, vale a dire Wallace Shawn. Il quale però è pressoché identico al compianto Paolo Villaggio e non è ovviamente una sexy beast con la sua lei (Gina Gershon) alla pari di mr. Mi dà gusto mangiare la patataalias Nicolas Cage/Castor Troy di Face/Off.

Al che, in questo film ove omaggi Luis Buñuel, inserisci attrici belle-non belle da Cinema di Pedro Almodóvar come Elena Anaya e connazionali spagnoleggianti in tutti i sensi. Perlomeno, lo furono ai tempi di Una relazione privata. Sì, Lui (si chiama, per modo di dire, proprio così in questo succitato, eccitante film scandalo di Frédéric Fonteyne, con Nathalie Baye), cioè Sergi López. Piccoli affari sporchi docet…

Qui, Sergi è Paco, pittore dadaista-surrealista alla Wassily Kandinsky, una sorta di Pablo Picasso dell’affrescare ogni amante bella quand’è ignuda come Valérie Kaprisky. Ci mancava soltanto che citassi pure Emmanuelle Beart, ça va sans direLa bella scontrosa (La Belle Noiseuse) di Jacques Rivette.

Piaciuto l’ammiccamento? No, non l’occhiolino da Javier Bardem di Vicky Cristina Barcelona. Mi rifaccio… al rifacimento di Breathless.

Cosicché, Woody dai libero sfogo qui alle tue manie da cinefilo di razza e d’eccezione…, tirando in ballo Quarto potere, Godard, Truffaut, Federico Fellini e il tuo immancabile, adorato Bergman.

Non siamo però dalle parti di Un’altra donna e Settembre. Inoltre, la fotografia non è di Sven Nykvist. Anche perché Sven è Mort come il nome del character interpretato da Shawn?

No, è morto e ora, Woody, ti sei affidato a Vittorio Storaro. Il quale fotografa il tuo film in maniera smorta.

Rifkin’s Festival, su metacritic.com, ha una scarsa media recensoria, vale a dire un mediocrissimo 43% di critiche positive. Giustamente perché, sebbene qua in Europa i critici continuino ad acclamarti, questa tua ultima operina è davvero poverina. Fa pena come Mort.

Lagnosa, penosa, patetica, una cantilena indigesta di scenette e battutine trite e ritrite in cui fai il verso al Woody che fosti.

L’unico che ancora crede in te, Woody, è Paolo Mereghetti.

Che, nel suo editoriale del Corriere della Sera, afferma che il tuo film non è che sia effettivamente il massimo ma in alcuni momenti tira come se avesse assunto un Viagra in formato celluloide.

Ecco le sue testuali parole lapidarie del Paolino che non ti assegna il suo celeberrimo, vuoto pallino:

«Cos’ha da dirmi dopo tutto quello che le ho raccontato?». È la domanda con cui Mort Rifkin (Wallace Shawn) si rivolge al suo analista, dopo aver raccontato — a lui e allo spettatore — quel che ha vissuto accompagnando Sue (Gina Gershon), la moglie publicist, al festival di San Sebastián. Ma la domanda con cui finisce «Rifkin’s Festival» è come se Woody Allen la rivolgesse al pubblico e a se stesso: cosa abbiamo visto? cosa ne pensiamo?

E allora, tirato direttamente in ballo, arrischio anch’io la mia personale risposta: ho visto l’ennesima dimostrazione dell’intelligenza cinematografica di Woody Allen, della sua idea di cinema come divertimento, come piacere, come gioco ma anche come riflessione e nostalgia. Il rimpianto per un cinema e un mondo diversi, che fanno del regista e del suo alter ego sullo schermo (impossibile anche solo dubitare che non ci sia un’identificazione totale) due sopravvissuti, decisi però — e qui sta forse il vero «messaggio» del film — a non volersi arrendere nel riempire di piaceri una vita cui si fatica sempre a trovare un senso.

Piaceri che poi sono sempre quelli che conosciamo, gli stessi che ha raccontato nei suoi film e che ci ha ricordato in «Una giornata di pioggia a New York» (le passeggiate per Central Park, i caffè dove puoi mangiare un buon hamburger, una pausa sui grandini del Metropolitan a farsi scaldare dal sole primaverile) oppure in «Midnight in Paris» (l’irresistibile fascino di boulevard Saint Michel sotto la pioggia). Piccole madelaine di un personalissimo bagaglio di ricordi, in perfetta sintonia con un uomo metodico e agé come appunto è Woody Allen, a cui si aggiunge in questo film una più esplicita dichiarazione d’amore cinefilo. I nomi sono sempre quelli (Fellini, Bergman, Welles, Truffaut cui si aggiungono un po’ a sorpresa Godard, Lelouch e Buñuel) ma rivisitati in un giochino citazionista che diventa una delle ragioni del divertimento.

Raccontando infatti all’analista il suo soggiorno spagnolo, durante il quale trovano concretezza i dubbi sulla fedeltà della moglie, fin troppo coinvolta dal suo giovane cliente — Philippe (Louis Garrel), un regista post Nouvelle Vague pomposo e vanesio — Mort si concentra soprattutto sui sogni dove il processo onirico sembra divertirsi a mescolare accadimenti della vita con scene celeberrime. Eliminando il colore con cui Vittorio Storaro immortala i caldi pomeriggi baschi per passare a un mimetico bianco e nero, ecco che «Quarto potere» diventa il mezzo per raccontare l’infanzia di Mort e il suo amore perduto, la scena alle terme di «8 ½» ironizza sui suoi tentativi di scrivere un romanzo, «Jules e Jim» di Truffaut e «Fino all’ultimo respiro» di Godard servono per drammatizzare le sue sbandate matrimoniali, «Un uomo e una donna» di Lelouch per dar forma al sogno di una possibile avventura con la bella dottoressa Rojas (Elena Ayana)…

Perché non dobbiamo mai dimenticare che siamo in un film di Woody Allen, dove l’ipocondria e le malattie più o meno immaginarie hanno un ruolo determinante, per esempio per introdurre il personaggio di una dottoressa sentimentalmente infelice ma perfetta per accendere una riflessione sul senso della vita, su quello dell’amore e della fedeltà. E interpretare forse il più divertente dei sogni, dove l’ammirazione per Bergman (e nel caso specifico per «Persona») porta lei e Sue a parlare in svedese.

Certo, dopo un po’ il gioco diventa scoperto e ripetitivo, anche se la sorpresa per i modi in cui vita privata e immaginario cinematografico si intrecciano riservano sempre delle belle sorprese, specie nell’inevitabile incontro con la morte del «Settimo sigillo», qui con la faccia sorniona di Christoph Waltz, meno vendicativo di quello originale. Ma se ne può fare una gran colpa a Woody? Al suo 48° lungometraggio (senza contare film per la tv ed episodi), Allen ricama sulla trama che conosce, quella dell’educato rimpianto per un mondo e quindi per un cinema di cui non vede più equivalenti e di cui si sforza di ricordarci i valori e la bellezza. E su cui risulta francamente difficile dargli torto.

A prescindere dal Mereghetti, il quale è sul moscio forte, che vi piaccia o no, dopo Mediterranea, pure quest’anno Irama spaccherà col tormentone La genesi del tuo colore.

Be’, a essere sinceri, dopo la mia tetrissima adolescenza in cui allentai la noia depressiva, recandomi alla videoteca Balboni di Bologna per noleggiare tutti i film di Woody Allen, compresi naturalmente Radio Days e Alice, nessuno si sarebbe aspettato che fossi un tipo non da Monza, bensì da Autodromo di Imola.

Purtroppo, mi spiace deludere i miei trattori, no, detrattori da Gigi il troione fantozziano.

Non ho una voce da rincoglionito come Maurizio Costanzo e non sono un personaggio modaiolo da Maria De Filippi, cioè Fanti Maria Filippo.

Che io ricordi, il mio sogno non era scrivere capolavori letterari come quelli di Joyce e Dostoevskij, oppure parlare dalla mattina alla sera di Cinema alla maniera di Pasolini con Bertolucci.

Ho sempre sognato di essere Chris Hemsworth di Rush.

Sono più basso di Chris ma non sono un povero Christ.

Diciamo che sono un maledetto come Walken Christopher con carisma da Ayrton Senna.

Sì, voglio morire bruciato anche in viso come Niki Lauda.

Ma è la mia vita e sono troppo giovane per giocare a scacchi con Max von Sydow o Christoph Waltz.

Vero?

Quindi, ci sarà un motivo perché ho guadagnato il tesserino da Critico di Cinema ai maggiori festival ma, a differenza dei soliti critici, cioè i barbogi rottami, impiego soltanto un’ora e mezza in macchina per percorrere il tratto Bologna-Venezia (qua, vi è il trattino, ah ah). I critici normali vanno istradati, alle kermesse si recano in treno e sono lenti a capire tutto.

Contempliamo la bellezza. Il raggio dardeggiante del Sole a primavera che, mesto, si posa sul cammino di noi, uomini da Umberto Saba o da omonimo Eco, esperto di ermeneutica, di esegesi-esegetica e diegetica, però non tanto di dieta, siam agnelli in mezzo ai lupi di tale vita dura ché la vita è dolore, travaglio e sofferenza, quindi amore e passione, sacrificio e resurrezione.

Sì, roba da maestrine frustrate.

O no?

Mi schianterò? E chi se ne frega.

Giudizio finale e sintetico: un Allen al minimo storico, comunque carino. Carino, a livello fisico, Allen non lo è mai stato. La verità della vita è solo una. Cioè, si diventa artisti per sublimare i malesseri esistenziali e la bruttezza estetica. Se si è sexy come Belmondo, è giusto vedere un bel mondo.garrel rifkin festival

di Stefano Falotico

 

UNO DI NOI (Let Him Go), recensione & Trailer

let him go costner diane lane

Ebbene, oggi recensiamo lo strepitoso e sorprendente Uno di noi (Let Him Go), scritto e diretto da Thomas Bezucha. Che, per l’occasione, ha ottimamente adattato l’omonimo romanzo di Larry Watson.

Uno di noi è un crepuscolare, dolente, malinconico e soprattutto bellissimo neowestern che c’ha stupito ed emozionato in modo inaspettato. Dura un’ora e cinquantatré minuti che scorrono piacevolmente e, dopo un inizio forse leggermente farraginoso, s’invola verso lidi mansueti di poesia lievissima e alta poetica cinematografica dallo sguardo cristallino assai bilanciato in una fluida narrazione appassionante, perfino toccante.

Attenzione, dunque, a Bezucha. Presto sceneggiatore di The Good House con Sigourney Weaver e Kevin Kline.

Tornando invece a noi, anzi, perdonateci il gioco volontario di parole, a Uno di noi, ritorna qui professionalmente la splendida coppia de L’uomo d’acciaio, ovvero la sempiterna e affascinante Diane Lane e l’intramontabile Kevin Costner. Sì, abbiamo scritto bene, intramontabile ed è il caso di dirlo, in quanto Kevin è metaforicamente ritornato in sella alla grandissima, qualitativamente parlando, dopo alcuni anni di appannamento.

Insomma, il mitico Kevin, regista dell’indimenticabile Balla coi lupi e del magnifico Open Range – Terra di confine, alla faccia dei suoi invidiosi detrattori che, prematuramente, lo decretarono se non finito, perlomeno sul viale del tramonto, ultimamente ci sta nuovamente entusiasmando con prove attoriali davvero degne di nota.

Pensiamo ad esempio all’acclamata serie tv Yellowstone, per l’appunto, emblematico ritratto evidente d’una carriera tutt’altro che arrugginita, bensì ancora dorata, oppure al sottovalutato Highwaymen – L’ultima imboscata di John Lee Hancock (writer, fra l’altro, di Un mondo perfetto).

Avete notato, citando questi film, inoltre come l’excursus filmografico di Costner, tralasciando alcune sentimentali commedie insulse e, purtroppo, molti film sbagliati, mantenga una compatta coerenza ideologico-stilistica d’impeccabile stile, osiamo dire, analogamente cooperiana?

Costner è in effetti figlio del Cinema di John Ford, è un John Wayne contemporaneo dal fascino à la Gary Cooper, per l’appunto. Un uomo liberal e al contempo nipote artistico del dissimile però, allo stesso tempo, gemellare Clint Eastwood. Detto questo, accenniamo brevemente alla trama di Uno di noi:

La stagionata coppia di coniugi Blacklegde, formata dallo sceriffo ritiratosi a vita privata di nome George (Costner) e da sua moglie Margaret (Lane), abbandona momentaneamente la loro abitazione per avventurarsi alla ricerca del piccolo nipote.

Il bambino è però sotto le spietate grinfie d’una famiglia matriarcale retta dall’arcigna arpia Lesley Maniville (Il filo nascosto). I Blackledge hanno assistito alla tragica morte prematura del figlio, disarcionato da cavallo e morto col collo spezzato in circostanze misteriose e non ben chiare.

Finale struggente e al cardiopalma per uno straziante melodramma dalle tonalità autunnali, recitato egregiamente da tutto il cast che, oltre a Costner, Lane e Manville, comprende Jeffrey Donovan.lesley manville let him go

 

Il FILO NASCOSTO, recensione

il filo nascosto

Inizio con battuta ficcante da uomo, come Daniel, assai ammiccante e provocante: IL FILO NASCOSTO è la storia del figo Day-Lewis che si strugge per la sua lei che poi sfilò e subito se lo (in)filò.

Ecco, detto ciò, cioè dopo la freddura alla Falò, andiamo avanti oppure indietro e/o didietro, ovvero nel popò, ah ah.

Ebbene, dopo aver assistito alla sacrosanta e meritata disfatta di Laura Pausini agli Oscar, giustamente sconfitta, dopo aver azzeccato profeticamente tutti i vincitori degli Academy Awards, per l’appunto, centrando le vittorie, insperate dai più, della McDormand e di Anthony Hopkins, prima di passare a Phantom Thread, ovvero al film più sopravvalutato degli ultimi trent’anni, film venerato alla follia dai vecchiardi oramai alla frutta, ammalati di cinefilia senile delle più deleterie e radicalchic, e idolatrato, spaventosamente magnificato grottescamente dagli amanti del regista più esaltato di sempre, da sé stesso e specialmente dai suoi stessi succitati aficionado sofistici, falsamente sofisticati e autisticamente incapaci di giudicarlo con obiettività, dunque incensatori di Anderson per puro partito preso morbosamente pendente dalle metaforiche labbra sue studiatamente, meticolosamente e insopportabilmente in grado soltanto di sobillare, no, sibilare scialbe imitazioni kubrickiane e altmaniane più algide e fredde del Polo Nord, accenniamo ancora alla Pausini.

Colei che incarna la tragedia vivente della parola pietà incastonata nel suo viso da bugiardissima Santa Maria Goretti che, ultimamente, vorrebbe anche essere eccitante come Dua Lipa, esibendosi infatti in videoclip ove mostra generosamente le tornite gambe sode su occhio ammiccante il ricercare, in tal caso, cedrate e Lemonsoda in senso lato forse anche suo b da popolana sui viali, per essere eufemistici e non prosaici, divenendo perciò codesta un raccapricciante ibrido fra Raffaella Carrà, ovvero colei che a sua volta simbolizzò l’apoteosi storica dei quadricipiti grassottelli eppur perversamente sexy alla Valeria Marini, da me fin dai suoi esordi ribattezzata il cotechino di San Silvestro, e la signorina Silvani ante litteram, vale a dire una bruttona “mostruosamente” affascinante, come no, del panorama musicale tristissimo, ahinoi, odierno.

Scusate, Dua Lipa è bona ed è pure brava. Stenderei invece un velo pietoso per filo, no, perfino su una che per anni mieté applausi a scena aperta, l’abominevole Giorgia. Una cantante o forse un’adolescente senz’età, una tipa poco topa ma molto problematica, una disadattata cronica e un’anoressica irreversibile, stimabile almeno perché urlò la sua sincera pazzia onestamente al motto di vivi, vivi davvero. Siamo sicuri che non sia seguita, a tutt’oggi, da qualche centro di salute mentale ove, fra un’hit e l’altra, le prescrivono del Topexan, soffrendo lei di acne tardo-adolescenziale inguaribile, e 100 milligrammi di dopamina?

Torniamo a Laura, Laura non c’è, è andata via…? Oddio, Nek. Ancora canta!? No, la solitudine sai cos’è? Per l’amor di dio! Laura Pausini, fortunatamente trombata agli Oscar. Ed è già un miracolo, veramente troppo che la sua melensa canzone Io sì, ricolma di motivetti più pletorici del peggior Cinema pomposo dell’altro campione di sovrabbondanze magniloquentemente insulse qual è quel cretino di Oliver Stone, abbia vinto il Golden Globe. Ora, se il fanatico medio di Fedez e di J-Ax è un disadattato coglionato da due ricconi, cioè quest’ultimi, che incassano i soldi di coloro, fra cui il poveretto loro ammiratore poc’anzi, per mia compassione, menzionatovi, il quale s’identifica nei gretti populismi di tali mentecatti che allestiscono scrofe, no, strofe a base di filastrocche meno fighe delle gnocche che parimenti ne sono, non solo sessualmente, parassite indecorose eppur perennemente, superbamente (s)vestite, rifilandoci fradicie e luride, ludre lyrics da quattro lire, orecchiabili per fessi depressi ignoranti in merito semmai alla Lirica, propinandoci canzonette enfaticamente oratorie ed elogiatrici delle sfighe clamorose delle irrecuperabili ruote del carrozzone rappresentate da questi miserabili cazzoni interminabilmente amareggiati, imperterriti però amanti soltanto di canzoni lodanti le loro disgrazie plateali da assistenza sociale ed elevate pateticamente in gloria dei/dai poveri cristi che non sono altro, ecco, Laura Pausini è l’emblema e il prototipo della nobildonna paracula che incassa monete dorate grazie alle sue lamentose, penose e patetiche song incoraggianti le femmine mai cresciute, probabilmente sciancate e disgraziate, da nessun maschio inculate e cagate, le quali dunque sperano di farseli, no, prima o poi di farcela e di rifarsi nella vita che a loro fu troia, vincendo solamente da totali vinte la loro deprimente, mi spiace per loro, incurabile incarnazione di Mariangela di Fantozzi da protezione animali del WWF delle racchie.

Che c’entra tutto ciò col Filo nascosto?

C’entra eccome.

Ora, se volete dire che Laura Pausini è una grande cantante e una grande donna perché vi piace per ignote ragioni irrazionali, forse però dovute al vostro plebeo fanatismo irriducibile o a qualche strana, mentale patologia difficilmente identificabile, fate(vela) voi. Non voglio starvi a sentire né ascoltarla.

Allo stesso modo, se volete affermare che Paul Thomas Anderson è un genio, più che amanti dei veri geni, siete tutt’al più similari agli ex di Pamela Anderson.

Non credo sinceramente che Tommy Lee o Stephen Dorff, difatti, farebbero attenta distinzione fra Arancia meccanica Barry Lindon.

Ora, prendiamo uno che odia Wes Anderson (e dire che l’inizio del Filo nascosto assomiglia parecchio a Castello Cavalcanti) e che confonde i primi piani in macchina di Malcolm McDowell di A Clockwork Orange, assieme ai suoi drughi e a non a Lebowski, copiati naturalmente da Paul Thomas Anderson nell’incipit del suo film osannato esageratamente in modo osceno, col bello stile non certo cinematografico né letterario della sua recensione manierata da fanatico cieco, per l’appunto, della Settima Arte furbona, fintamente raffinata e andersoniana, impersonalmente emulativa e derivativa di Kubrick. Robert Eggers sta già, al suo secondo film, facendo la stessa fine di Anderson, fra l’altro.

Ecco la classica review di chi scambia l’essere calligrafici ed estetizzanti con grandiosità impeccabile e magistrale! Ci salvi iddio da tale intellighenzia rimbambita sull’incartapecorito andante con piglio? No, con grigio:

«Immaginate tutto questo illustrato e narrato in termini cinematografici di stupefazione e incanto permanenti, in un bagno di immagini, colori, ambienti e coreografie cinetiche della macchina da presa (maneggiata dallo stesso regista, che ha preferito non accreditarsi come direttore della fotografia nei titoli) che irretisce e regala una costante sensazione di volo sospeso, con la complicità di un montaggio che scandisce a profusione dettagli di lusso, armonia e voluttà di ogni foggia e fattura, e di una colonna sonora curata da Jonny Greenwood che alterna le duttili sonorità tardo-novecentesche della propria partitura originale a brani e canzoni d’epoca e al geniale inserto del primo movimento del Trio op.100 di Schubert, in un gradito intreccio di omaggi cinefili (per Barry Lyndon, Kubrick ne aveva usato il movimento successivo, Andante con moto).

Opera-monumento di ricercata e personalissima autorialità, Phantom Thread, o Il filo nascosto (traduzione italiana letterale, ma piatta e poco evocativa, come il titolo di un romanzetto da vetusta biblioteca per fanciulle), conferma l’assoluta e preziosa rarità dell’occhio di un cineasta tra i maggiori viventi, espressione di una cultura occidentale che estrae da se stessa icone consolidate come ideali platonici da ri-conoscere (tra Rebecca e Vertigo, quanto Hitchcock si annida nella dorata magione di Woodcock…), ammantati di nuove e contemporanee inquietudini, nello splendore di un magistero formale che nasconde, tra le pieghe del dramma che mette in scena (come i messaggi segreti nascosti e cuciti negli abiti di Woodcock), la sua pelle, la sua carne, la sua stoffa, il suo dolore, e, forse, il segreto di una ritrovata felicità».

Tratta da Close-Up…

Trascurando altresì il boomer Paolo Mereghetti e le sue quattro stellette assegnate al Filo nascosto in quanto Paolo, essendo oramai sull… ettantina, non può certo passare i sabato sera con la Jennifer Lopez nostrana ma contemplare l’ermetica placidità del quieto vivere ammirante la noia spacciata per una bellezza come Lady Gaga, dimenticando persino i tromboni del sito spietati.it, personaggi che, allo stesso modo mereghettiano, credo che preferiscano la rossa timidina stronzetta e ambigua Vicky Kripes ai film con redhead come Ami Emerson, ora dico francamente la mia.

Il filo nascosto non è una cagata pazzesca ma non è neanche ‘sto capolavoro di cui tutti gli uomini colti, si fa per dire, si riempiono la bocca.

Trattasi di buon film, ripeto, scopiazzato a livello di stilemi visivo-narrativi da Robert Altman (e te pareva, dopo Boogie NightsMagnoliaInherent Vice e la prossima opus con Bradley Cooper, Anderson non perde proprio il suo Vizio di forma, ah ah) ove il protagonista è un incrocio fra Jack Torrance di Shining, Rodolfo Valentino e lo stilista omonimo, l’idiota Newland Archer de L’età dell’innocenza scorsesiano, un sociopatico ossessivo-compulsivo in cerca della perfezione alla pari del nevrotico regista di Ubriaco d’amore, un piacione maschione molto coglione e al contempo micione-bambinone-culone attempato con qualche smorfia da ricchione e slanci passionali e sanguigni da Nathaniel Occhio di Falco de L’ultimo dei Mohicani su pettinatura argentata-brizzolata che fa Jeremy Irons eternamente marpione nonostante sia adesso un vecchione. Mentre la co-protagonista, sua futura sposa, fu una cameriera da bar di via del Pratello a Bologna che possiede, però, uno sguardo malandrino da serva serve totoiana in grado di cucinare asparagi col burro leggermente piccanti e velenosi, capaci di movimentare un po’ la narrazione, ricevendo pene e donando pepe e prezzemolino, no, occhiolino figurato a un finale straniante e straziante, più che emozionante, in tutta sincerità, più incomprensibile di The Master.

La fotografia è inappuntabile come il miglior abito mai concepito e cucito dalle sartine di Sant’Agata Bolognese, no, di Giorgio Armani, la musica è suadente ma ripetitiva come le smorfie e i sorrisini sciocchini, peperini eppur dolcini di Alma, il character incarnato dalla sovreccitata, no, su citata Krieps, l’atmosfera è molto suggestiva ma indecisa se ricreare evocative sensazioni bergmaniane oppure semplicemente incorniciare la nostra rottura di palle allineata alla magrezza spettrale da fighetto sesquipedale del Day-Lewis più esteticamente dandy.

Ecco, se Il filo nascosto è un capolavoro, compratemi molto spazio d’archiviazione su Google Drive. Sì, non ho i soldi per acquistare, al momento, altra memoria. Mi basta un cellulare, però, della Samsung per girare meglio di Anderson.  Il problema è che il girato, appunto, peserà troppo e nell’hard disk mio non vi starà. Sì, non sto scherzando. Mi darete del megalomane. F. Frusciante mi disse che lo sono. Disse anche che chi non capisce Il filo nascosto… deve annà in pensione. In effetti, come dargli torto. Se si hanno circa cinquant’anni, a livello coniugale-emotivo si è apposto e l’unica preoccupazione nella vita è criticare i cinecomic, mi pare ovvio che, se Frusciante vede Il Filo nascosto, impazzisca, se invece guarda Tyler Rake, deve dire che è un film tamarro.

Ricordate: la cinefilia sbaglia. La psichiatria, no. Vi fornisco un esempio: a dieci anni eravate amanti dei film con Jean-Claude Van Damme. A sessanta li detestate perché siete cresciuti, anche cinematograficamente parlando? No, l’avete preso nel frattempo troppe volte in culo e dunque preferite un libro di Harold Pinter ad Alonna Shaw di Double Impact.  Sì, lo so, la mia non è una recensione, è una provocazione. Per questo, volete ammazzarmi come Wes Studi In The Last of the Mohicans? Non diciamo stronzate, suvvia. Sono molto più cattivo di lui, no? Sono Il petroliere. Be’, non esageriamo. Diciamo comunque che un certo fascino alla Day-Lewis di The Boxer ce l’ho. Sono molto più basso di Daniel. Ma, se mi tolgo non i boxer ma le mutande, Eddie Adams/Dirk Diggler mi fa un baffo da Bill Cutting di Gangs of New York.

Quindi, Il filo nascosto è un film da 7 e mezzo. Lasciamo stare i trenta centimetri… Film delicatissimo, film sensibilissimo, spesso pallosissimo e furbescamente preparato per il cinefilo che non ha più un cazzo da chiedere alla vita e alla figa, essendo vicino all’Alzheimer da Woody Allen contemporaneo.

Ricordate: contemplando la bellezza e basta, si rimane sul moscio malinconico abbastanza frustrato. Se volete ammazzarmi e farmi credere di essere finito e affogato, non sapete che uscirà Tyler Rake 2. E ho detto tutto…phantom thread

Fratellino, hai visto che cosce? Che caviglie? Che portamento?

Fratellino, hai visto che cosce? Che caviglie? Che portamento?

 

di Stefano Falotico

 

 

METAPHYSICAL Syndrome- Un cortometraggio forse medio, mediocrissimo o notevole?

metaphysical falotico

Per molto tempo, anzi mi correggo, da tutta una vita, la mia ovviamente, fui asfissiato nella claustrofobia fatale d’anguste e tetre voragini sconfinate d’uno spazio-tempo a me ignoto e forse remoto, vagando da vagabondo, mentalmente, a notte fonda fra i corridoi sinaptici della mia mente da me stesso celata in chissà quale nero anfratto spettrale.

Oggi, mi sento Il signore del male di memoria carpenteriana?

Un’incarnata e allo stesso tempo metafisica teca di cristallo ancora intatta nel conservare la mia purissima innocenza giammai infranta? Angelica, divina e al contempo diabolica?

Mentre sto filmando tali scorci pittoreschi d’un borgo rustico e medioevale, mentre sto qui, di mia voce narrante, a raccontarvi malinconicamente il mio essermi ottenebrato e incenerito nella polverosità della mia esistenza trasfusasi nella cupezza più profonda e recondita, nella visione di tale mio filmato particolare, state assistendo a riprese dalle inquadrature più o meno sghembe del mio peregrinare senza precisa meta lungo i dedali paesaggisticamente stradali di questa stessa cittadina antica e labirintica., da me or immortalata e da voi vista nitidamente attraverso la personalissima soggettiva dei miei occhi penetranti che la inquadrano a mo’ di vertiginosi piani sequenza emananti lieve acquiescenza movimentata del mio animo allineato a una poetica del mondo esoterica e stramba.

Scorrono sinuosi, in questi frame oscillanti e ondulanti, robuste torri senza precisa età, si scorgono vicoli serpenteschi dal ciottolato consunto e, annidati in essi, s’intravedono arrugginite vetrine annerite dal tempo che le sciupò oppure, usurandole con dolce lentezza interminabile, le forgiò nella beltà logorante eppur affascinante del tempo immortale e infinitamente, impercettibilmente letale che, alla pari d’una scala a chioccola sdrucciolevole, sale e scende nei suoi marmorei, imponderabili lineamenti mutevoli eppur insistenti, accordati universalmente al misterioso firmamento che, ribaldo lassù nel cielo, soprattutto durante il plenilunio più lucente, ognuno di noi barda coi suoi magnifici raggi sulfurei e risplende fantasticamente, avvolgendo la nostra piccola umanità decadente ed enigmatica nell’ammantarla di luminescenza soave e candida.

Illuminando flebilmente il nostro imperscrutabile, misterioso pianeta ancora strano forse in molte sue parti rimasto incontaminato, nel donarci un chiarore d’immacolata speranza eburnea e leggiadra.

Bagliori!

Ceruleo è il mio carnato, pallido fu il mio mortifero passato confuso da me trasfigurato.

Passeggio in modo fantasmatico in mezzo a una città forse senz’anima, orrifica e malefica, idilliaca o solamente deprimente, terribilmente… solitaria.

di Stefano Falotico

 
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