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MANK, speciale David Fincher

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Mank

Ebbene, oggi recensiamo lo stupendo Mank di David Fincher.

Regista già estremamente affermato che, ovviamente, non necessita di presentazioni. Autore, comunque ribadiamolo, di opere che, nel bene o nel male, a prescindere che possiate apprezzarle o no, hanno quasi sempre segnato e contraddistinto rimarchevolmente un’epoca, rimodellando o perlomeno circoscrivendo eventi o fenomenologie socio-culturali, istanze e/o mode appartenenti al momento in cui impazzarono. Pensiamo per esempio a Fight Club. Film forse sopravvalutato ma che, per l’appunto, nell’anno in cui uscì, assurse a totemico modello peranco esistenziale e paradigmatico di uno stile di vita avvertito necessario da una generazione dei nineties che, alla pari di quella odierna, dopo anni di asservimento a valori probabilmente erronei e distorsivi, fintamente formativi, e a demagogiche direttive ipocrite redatte dai loro padri fake, si riconobbe nelle rabbie enunciate, espresse, esternate con furore, più o meno efficace o velleitariamente chimerico, da Tuler Durden/Brad Pitt & company.

Oppure, torniamo indietro nella memoria e riflettiamo sull’importanza dell’imprescindibile, per l’appunto epocale, anche questo generazionale, The Social Network.

Instant movie” già classic, prendendo in prestito espressioni americane assolutamente calzanti. Ora, Fincher è approdato su Netflix con questo strepitoso Mank. Scritto da suo padre defunto, inerente le vicissitudini, vere o presunte oppure grottescamente romanzate, fantasiosamente e forse allegoricamente filtrate dal clinico occhio del regista di Gone Girl e Seven.

Che, per l’occasione, adatta per l’appunto a suo modo la “visione” e la versione scritta da suo padre concernente la lavorazione, per meglio dire l’allestimento della sceneggiatura di Quarto potere di Orson Welles, (re)inventandosi la storia secondo cui il vero creatore, anzi, l’unico padre indivisibile dello script di Citizen Kane sia e fosse stato solamente Herman J. Mankiewicz (un Gary Oldman in profumo, giustamente, di Oscar).

Mankiewicz, detto Mank. Ubriaco a letto, ingessato a una gamba, inflaccidito da troppe delusioni patite su cui, sorseggiandole metaforicamente con levità effervescente e satirica, deglutendone ogni conseguente ed assorbita amarezza inestinguibile, sdrammatizza con ironia, burlandosi sapidamente della triste, inevitabile condizione umana tragica e al contempo comica. Anzi, cosmica…

Mank viene incaricato da Orson Welles in persona (Tom Burke) di scrivere, in sessanta giorni, la sceneggiatura di quello che è stato più e più volte ribattezzato il più bel film del mondo.

Scalzato ultimamente, nelle classifiche sui best movies di tutti i tempi, soltanto da La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock.

Dunque Mank, pensereste voi, è una sorta di behind the scenes personalissimo di un capolavoro intoccabile della storia del Cinema?

No, quasi niente di tutto questo. È il ritratto di un uomo auto-esiliatosi da Hollywood malgrado continuasse assiduamente a bazzicarla, è il character study di un perdente che non scese mai a compromessi con nessuno e alla fine, a causa della sua integrità morale, per via del suo carattere ostico e quasi masochisticamente persuasosi di voler rimanere un uomo normale, vinse paradossalmente l’Oscar in modo inaspettato e stupefacente.

Entrando nel mito involontariamente e prendendosi gioco del falso mondo dorato della grande Mecca e di sé stesso, “giullare di corte” in una società di pagliacci, di donne romantiche come Marion Davies (Amanda Seyfried), incapaci però di non sposarsi a un uomo sbagliato, stupido ma ricco e potente come William Randolph Hearst (Charles Dance), una società di manichini nella cui dolce vita felliniana pare sacrosanto viaggiare melanconicamente come in un film di Woody Allen.

Musiche di Trent Reznor e Atticus Ross, fotografia meravigliosa in bianco e nero suadente di Erik Messerschmidt.

 

IL FANTASMA EVANGELICO PENTECOSTALE – Un mio mediometraggio che cita Manzoni, solfeggia in Dante Alighieri e vive di angosce infernali forse da Acheronte mist(ic)o à la The Sixth Sense

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Nelle intenzioni originali, il mediometraggio doveva intitolarsi così. A seguire il testo da me stesso scritto e ovviamente recitato:

Il fantasma evangelico pentecostale di Ca’ Bianca

Durante il cammino liturgico di un autunno ammantato di abbacinante candore, di soave torpore illanguidito nella bellezza rinata d’un restaurato cuore nuovamente armonioso, alle pendici d’una degradata periferia fatiscente, una risorgimentale rinascenza letiziosa illuminò di fulgore un’anima forgiatasi nella più rocciosa, pietrificante e mortificante tenebra sigillante il suo eclissato amore, una cupa anima anneritasi nella precoce decadenza d’una triste senescenza marmorea.

Nel bel mezzo d’un mattino in fiore, come per magia, tal anima deturpatasi e oscuratasi, spentasi nel suo primigenio ed originario, più fresco, dolce, senziente ed umano sapore, si ridestò immantinente, destando negli uomini forte ed allucinante preoccupazione.

Anima scomparsa, l’anima d’un fantasma, d’uno strano ectoplasma bizzarramente defunto, risorto dal buio esistenziale della sua nerissima tetraggine oggi rinnovatasi nella venustà evangelica del Cristo e di suo Padre che generò il Creato, rimodellandosi a immagine e somiglianza del suo destino nuovamente statuario e splendidamente ammodernato.

Incantevolmente, ancora resuscitato.

Chapter 1

La Pentecoste

Madre de’ Santi, immagine
Della città superna;
Del Sangue incorruttibile
Conservatrice eterna;
Tu che, da tanti secoli,
Soffri, combatti e preghi,
Che le tue tende spieghi
Dall’uno all’altro mar;

Campo di quei che sperano;
Chiesa del Dio vivente;
Dov’eri mai? qual angolo
Ti raccogliea nascente,
Quando il tuo Re, dai perfidi
Tratto a morir sul colle
Imporporò le zolle
Del suo sublime altar?

E allor che dalle tenebre
La diva spoglia uscita,
Mise il potente anelito
Della seconda vita;
E quando, in man recandosi
Il prezzo del perdono,
Da questa polve al trono
Del Genitor salì;

Compagna del suo gemito,
Conscia de’ suoi misteri,
Tu, della sua vittoria
Figlia immortal, dov’eri?

In tuo terror sol vigile.
Sol nell’obblio secura,
Stavi in riposte mura
Fino a quel sacro dì

Rinasci vita mia dimenticata, rinasci, vita mia smarrita, rinasci, anima adombratasi ed arrabbiatasi, adontatasi in tante crepuscolari, buie ansietà malate, rinasci, amore perpetuo del mio cuore selvaggio ancora scalpitante e d’estasi affamato.

Riscoccano le fiamme del mio amore obnubilato, screpolatosi nell’infame e turpe peccato, amore che, incenerito da molto lacrimoso dolore, oggi sorride dirimpetto al suo fato meschino ed infausto.

Fatalmente, oggi la mia vita è miracolosamente riesplosa nel battito cardiaco della mia beltà rinnovatasi.

Tetri e pigri esseri asservitivi al malessere. Sprofondati nei giacigli silenti di bare omertose. Foste intimiditi da una realtà sovrana e fosca che legiferò sopra di voi ed amputò le vostre viscere, scuoiando progressivamente le arterie vitali, occludendo il libero flusso sanguigno emozionale dei vostri slanci più euforici.

E, nella recrudescenza d’un torpore indottovi da un ingannevole dolore perpetratovi a vostra succuba sottomissione, poltriste nella cenere di sogni vostri perduti, sul nascere già estinti.

Modellandovi a cere fantasmatiche e passeggiando soltanto zampettando da zombi ermeticamente asfissiati nell’antro dei vostri assopiti, giammai riesumati meandri.

Patendo l’inferno dell’incorporarvi a un credo assai falso.

Prostrati in adorazione del peccato. Partorito da un dio creato a immagine e somiglianza delle vostre perpetue viltà addolcite nel consolatorio buonismo di massa assai ruffiano.

Marciando, oh sì, marcescenti, educati alla senescenza, figli d’una mostruosa scienza che vi plagiò a creato del deformarvi, distorcendo le vostre anime e reprimendole pian piano orribilmente, spegnendole lentamente.

Da tempo, anzi dalla nascita, la mia casa è attorniata da un parchetto che d’estate rifiorisce di variopinti alberi che si stagliano alti nella prominenza del mio svettare di nuovo armonico in tale mondo distorto. Io stesso, infatti, durante l’inverno m’innevo nel gelo dei miei pensieri imbrunitisi nell’autunno del mio crepuscolo freddo, patendo lo strazio del mio intirizzito intorpidirmi nel buio silente di mezzanotti illuminate dalla fluorescenza solamente del mio brindare, nella mia anima solitaria, allegramente di emozioni colorate nell’appaiato ed appartato mio essere… dannatamente senziente.

Ramificato in eterni, esistenziali tormenti strazianti, soffro il tempo infinito del mio incupirmi nella rifrangenza emotivamente perturbante di sensazioni umorali assai ondivaghe. Oscillanti fra la più innocente, linda melanconia e stati alterati della mia coscienza innervata, anzi innevata, oh sì, nella più afflittiva vita mai davvero nata.

Marinaio delle mie emozioni grandiose come un oceano in burrasca, passeggio placidamente nei meandri ventricolari del mio cuore affetto da tachicardia passionale che, in tali frangenti, piange in silenzio e nella mia cupa intimità la vastità del mio cuore deprivato d’ogni solare e viva speranza mordace. Scevra d’ogni slanciata, spontanea vitalità verace.

Rinnalzandosi poi in primavera con potenza fieramente risorta nell’abbacinare il mio stesso cuore appannatosi nell’apparente decadenza mia perversamente mortale ed ambiguamente morale.

Io, tenebra vivente, tenerezza sussultante della mia esistenza ancor indomita.

E, in tale parco poco distante dalla mia abitazione misteriosa, alla fine del suo lungo viale alberato, è intagliata nel cielo la guglia di una casa, forse maledetta, da sempre disabitata.

Una spettrale villa che emana fortissimi sentimenti di pura paura. E, da tempo immemorabile, mi spaventa in modo lancinante ed abissale.

Nell’aurora dei miei ritrovati bagliori, ausculto la levità del mio giammai morto, strano cuore.

Movimenti traballanti, oscillanti del mio cuore arenatosi od ibernatosi nello scosceso saliscendi d’emozioni instabili che, alla pari di una soggettiva turbinosa di camera a mano smossa dal vento dei miei polmoni strozzatisi nel brutto tempo dei miei innumerevoli, strangolanti turbamenti perfino accidiosi, ondeggiò frastornando lo spettatore di me stesso, impassibile sognatore confuso in questo mondo di vagabondi sbattuti qui alla rinfusa.

Uomo io nervoso, nevoso e or iroso, ancora morbidamente caloroso malgrado i travagliati miei trascorsi morbosi. Circumnavigo la vita e la costeggio, serpeggiando languidamente nel terremoto ondoso delle mie emozioni arrugginitesi e ancora farraginose, forse solamente illuminate da un sole focoso che s’oscurò nelle lunari mie opalescenze allucinatesi nel tetro o forse cupo mio sparire ignoto, le colpe altrui espiando nel mio perdonare chicchessia con giullaresca clemenza e sana pietà offerta a chi ancora, imperdonabilmente, mi apparirà odioso, dunque giustamente gli preferirò essere scontroso.

Applauso, ah ah. E che sia come dico io e non so se dio, scosciante. La donna, in prima fila, mi attizzza poiché applaude in modo scosciato. Ah ah.

In un mondo ove la gente, fagocitata da fake news concernenti il Covid-19, si lascia travolgere da angosce ciclopiche di natura terribilmente atavica, un uomo caotico, cioè entropico, vale a dire il Falotico auto-ribattezzatosi Falò e purtroppo benedetto dal peccato originale in quanto catechista metodista d’insegnamenti capziosamente cattolici figli d’una malsana cultura giudeo-cristiana impartitagli durante l’infanzia partorita dalla pastorizia o forse dalla catechesi afflitta da insanabile, orrida tristizia, essendo asceso ad ateo convinto con squisita sanità e non furbizia, sarà crocefisso in maniera bieca dalla pusillanimità bastarda dei nuovi, spietati ed efferati, intransigenti Ponzio Pilato che se ne laveranno le mani con malignità tristissima? Gettandolo ancora in pasto al porcile di massa che, giocoforza, lo trascinerà negli esibizionistici deliri solipsistici di Instagram elevati alla celebrazione ridicola dell’egoismo più edonista? Affinché cresca in modo distorto, apparentemente da toro, improntandosi alle poco virginali e retrograde idiozie collettive d’uno status quo etico-estetico di matrice cannibalistica, fallacemente e (in)felicemente innestato ai culti più oscenamente competitivi e menefreghisti?

Perciò, dopo essere stato ingannevolmente iscritto all’abluzione per colpa di una tramandata, tradizionalista stolta cultura relativista, verrà obliato nella cupezza mortifera degli zombi viventi che credono… di essere senzienti, modellandosi alla carnalità più losca e sporca, mentendo in cuor suo dinanzi alla sua inalienabile verità esistenziale al fine di abiurare alle maldicenze e ai Credo impostigli dei poveri cristi, di chi sodomizza le coscienze vive, piegandole in modo aberrante al buonismo ricattatorio della vita intesa come meritocratica scala gerarchica sopprimente ogni pensiero più cristallino e soprattutto libero?

Allorché, genuflettendosi distrutto da Andrew Garfield da Silence al potere precostituito dell’abdicare contro la sua volontà, anzi, obbligato alla pari di ogni non pen(s)ante animale ad abiurare per quieto vivere fintamente fiero di propugnare la più stucchevole, dolciastra mansuetudine pseudo-lavorativa, farisea e sociale solamente illusoria, rinnegherà in tronco la fantasia e lo spirito suo innato più lunare e lunatico, proteso invece magnificamente alla più dolce, questa sì, fine e leggiadrissima poesia sublime, ammalandosi nuovamente e mostruosamente di melanconia in quanto inadatto a un mondo stupidamente euforico, superficiale e assai poco analitico le anime purtroppo castigate dall’essere perennemente pedagogizzate in base ad ottusi parametri di giustezza effimera? Parametri schisosi in modo sesquipedale!

Il Falò non ricusa la patologia di cui è superbamente affetto fin dalla sua nascita più primordiale, oserei dire ancestrale. Ovvero la sua lucidissima follia creativa, eh sì, miei cretini. Creatori del nulla più cosmico, anzi, tragicamente ed involontariamente comico. Estroso, peranco astruso, giustamente il Falò non crede all’oroscopo e alle scempiaggini dei credo astrali e non nacque a Betlemme, bensì nello stesso giorno di Mauro Biglino, “indagato” esperto di everismo, chissà se di verismo alla Verga, uomo probabilmente misterico e malato di esoterismo, praticante assiduo ed irredento (ir)ridente ed irriverente del fare luce sul religioso creazionismo non a mo(n)do per i suoi accaniti detrattori molto odiosi, declamatore, il Biglino, non della palestra, luogo pieno di gente esaltata, oziosa e viziosa, permalosa e stupidamente ricolma di maschioni sbaciucchiati da ninfette, forse in(f)ette, definite squallidamente morose. Il Biglino, filosofo affascinante sicuramente non da sinagoghe né cattedratico, però certamente influente, cultore della paleoastronautica e comunque molto colto. Mica un comune, bigotto culturista del ca… zo. Oh, mio dio, eh, Gesù! Orsù!

Il Falò spesso gli assomiglia, rinnega fedelmente tutte le fedi, forse anche nuziali o di stupido fidanzamento. Qui dice il Ver(b)o? È ovvero, non soltanto durante l’inverno gelido, un uomo vero e al contempo, in tali tempi oscurantistici in cui la gente si affida alla divina provvidenza di primitivi templi, uno strambo personaggio ectoplasmatico e bellissimamente evanescente. Diciamocela, lindo. Alla faccia di tutta questa bella gente che vive di mendaci, ignobili apparenze da porci orchi molto luridi e stronzi.

Il Falò è ai più ignoto, in passato spesso dormì solo di notte, rimanendo più sveglio di tanti ciechi innamorati solamente di sé stessi, anzi, già dentro morti e spenti, oserei dire tristemente, innatamente incupitisi e stesi in maniera immota, anzi, immonda.

Il Falò, uomo insopportabile, autocentrato nel suo Sole, adoratore di Galileo Galilei di cui estrae questo passo imprescindibile contro ogni cul(t)o monoteista da nazi-fascisti irriducibili:

«La filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto».

Io, sì, mi credo al centro dell’universo poiché questa è la mia vita e non è quella di un altro. Quindi se l’altro, inevitabilmente diverso da me, non può essere me, perché mai io non dovrei pensare che io voglia essergli antipatico e anti-empatico? Lui mi dirà: ah, mi fai pena ma mi stai simpatico.

Si dia alla madonna.

Comunque, il Falò non verrà giammai corrotto e nella sua integrità scalfito né esacerbato, perennemente oscillerà nella sua anima universale. Sì, un uomo al di là di ogni confine spazio-temporale, perfino corporale.

Ricordando a chicchessia, soprattutto alla Chiesa e alla sua indottrinata borghesia, che Teorema di Pasolini è un capolavoro, un pugno allo stomaco devastante scagliato contro ogni ipocrisia, riversato con furia immane contro ogni stomachevole idea concettuale di vomitevole idea natalizia soggiogata alla più scema letizia.

Il Falò va matto della sua ipocondria, della sana malizia, non tollera i consigli paternalistici, non crede al Padreterno ma vive della sua eternità in quanto etereo. È malato di onnipotenza. È megalomane? Sì, e allora? A te disturba? Vuoi, tu, punirlo in quanto ti credi dio? Tu non sei nessuno e Falò non è niente, non essendo noi tutti degli dei.

E così sia, parola di Cristo, forse di San Francesco.

Buon Natale, a prescindere da quanto appena il suo Spirito ivi vi disse.

Chi ha orecchie per intendere, intenda.

Chi non ama M. Night Shyamalan non può essere Jim Morrison.

Il re Lucertola dei maledetti.

Sono Strange Days, eh sì. Ma siamo precipitati in un album caleidoscopico dei Doors o in un film di Kathryn Bigelow omonimo? Nomen Omen, andate in pace del Signore, pecorelle. Il Signore vi mette a pecora.

Io sono un angelo, oggi, domani un diavolo. Il nostro domani è ambiguo e incerto, forse torneremo davvero tutti a essere sinceri, forse solo cenere.

Poiché come illuminatamente, dannatamente declamò il grande Bob De Niro di Cape Fear, citando vanagloriosamente e vendicativamente Angelus Silecius:

Sono grande come Dio, egli è piccolo come me; Di me non può esser più alto, né io di lui più basso…

Il Falò vi dice: non è ancora giunta l’ora per essere un uomo normale, cioè un idiota. È sempre invece l’ora di pranzo? No, di essere pazzo come iddio mi creò a sua immagine e somiglianza. Dio, dunque, chi è? Ah ah.

di Stefano Falotico

 

CONSTANTINE, recensione

locandina constantine

Ebbene, oggi recensiamo Constantine. Film del 2005 che segna brillantemente l’esordio alla regia di Francis Lawrence. Regista nato a Vienna, dunque austriaco, relativamente giovane, essendo infatti classe ‘71. Un director piuttosto anomalo nel panorama contemporaneo che, recentemente, ha ottenuto larga popolarità col franchise Hunger Games. Il cui excursus ci ricorda Mark Pellington, regista di Arlington Road – L’inganno e di The Mothman Prophecies – Voci dall’ombra. Quest’ultimo però stranamente smarritosi lungo la cineastica strada…

Infatti alla pari di Pellington, con Constantine, come detto, Lawrence esordì dietro la macchina da presa per un lungometraggio destinato al grande schermo dopo una collaudata ed apprezzata carriera da celebrato direttore di videoclip a loro modo importanti e, per i tempi in cui per l’appunto li diresse, epocali e piuttosto notevoli per gli standard convenzionali della pubblica fruizione superficiale destinata, perlopiù, ad infoiati teenager ibridamente persi nei solipsistici deliri della loro scombussolata, delirante età acerba alquanto immatura ai limiti dell’ebefrenia più ridicola. Basti pensare al variopinto e fantasioso I’m Like a Bird per Nelly Furtado, al dinamico I Don’t Want Miss a Thing per gli Aerosmith, al volgare ma comunque efficace Waiting for Tonight per Jennifer Lopez, collaborando inoltre, a fasi alterne, con Enrique Iglesias e Ricky Martin, coi Backstreet Boys, con i Green Day & Alanis Morissette e con altri nomi più o meno noti del panorama poprock di quel periodo convulso, confusionario, creativamente eccentrico, peranco stupido e scioccamente consumista che va dal finire dei nineties al sopraggiungere di questi anni duemila e passa forse ancora più modaioli ed industrializzati, corrottisi al più becero ed indiscriminato, persino contaminato e frastornante, utilizzo smodato delle arti visive e/o figurative più superflue ed imbarazzanti. Intervallando, nel frattempo, le sue popolari regie cinematografiche a nuove esperienze, in ambito prettamente inerente i video musicali, con celeberrimi artisti della scena musicale, fra cui Britney Spears e la grande Lady Gaga (Bad Romance).

Dirigendo, per il Cinema, Will Smith in Io sono leggenda e Robert Pattinson in Come l’acqua per gli elefanti.

Arriviamo però, senza dilungarci in ridondanti, dizionaristiche e “wikipediane” disamine prolisse riguardanti il suo curriculum vitae da regista, a Constantine. Film targato Warner Bros della durata netta di centoventuno minuti e dal consistente, anzi, davvero ragguardevole budget di 100 milioni di dollari. Cifra esosa per un cosiddetto esordiente… Un cospicuo budget concessogli in virtù, per l’appunto, della sua già appurata esperienza commerciale assai corposa…

Ecco, senza perderci in chiacchiere ed inutili digressioni, sintetizzeremo qui la trama di Constantine, condensandola in poche righe al fine di non rivelarvi snodi narrativi che inevitabilmente, se ve li riepilogassimo, ve ne sciuperebbero la visione.

Tratto dalla bellissima serie di fumetti Hellblazer della Vertigo, tale versione cinematografica di Constantine si avvale di un attore somaticamente differente dall’immaginario personaggio entratoci nell’immaginario, permetteteci il gioco di parole, che presso i fan fumettistici riscosse grande successo. La sua caratterizzazione (in tal caso, invece, riportiamo l’estratto di Wikipedia) è lapidariamente sommaria e assai bene lo inquadra: «Io sono quello che esce dall’ombra, strafigo e arrogante con soprabito e sigaretta, pronto ad affrontare la follia. Ah, penso io a tutto. Posso salvarvi. Dovesse anche costarvi fino all’ultima goccia del vostro sangue, scaccerò i vostri demoni. Li prenderò a calci nei coglioni. Sputerò loro addosso mentre sono a terra e poi sparirò di nuovo nell’ombra, lasciandomi dietro solo un cenno, una strizzata d’occhio e una battuta sagace. Cammino da solo… Chi mai vorrebbe camminare con me?»

Un personaggio che nella serie a fumetti era biondo e bisessuale e qui viene interpretato dal moro, scarno, nient’affatto amorfo, sempre immensamente carismatico e affascinante Keanu Reeves. Bisex conclamato del quale però, nel film, non viene ben specificato il suo orientamento sessuale.

Sebbene, possa ricordare ampiamente il Dylan Dog partorito dalla penna di Tiziano Sclavi, sì, il celeberrimo indagatore dell’incubo ricalcato sui tratti fisionomici del “gay” Rupert Everett. Fumatore incallito con un cancro ai polmoni, in una Los Angeles spettrale, lugubre, immersa, anzi sommersa frequentemente nella voragine tetra di torrenziali piogge di natura biblica, forsanche ancestrale, appaiabile per cromatismi fotografici (il cinematographer è Philippe Rousselot) alle suggestive, chiaroscurali atmosfere mortifere immortalate da Darius Khondji per Seven di David Fincher, Constantine (Reeves) è una sorta di esorcista sui generis, un cacciatore di demoni, un uomo misterico e appartato forse auto-segregato nel suo segreto passato onirico, avvolto dall’aura magnetica dell’inquietante mistero esistenziale che lo tormenta. Cioè, demonizzare a sua volta la maledizione che lo affligge fin dalla sua primissima infanzia in cui s’accorse di possedere doti paranormali. Scusateci se abbiamo leggermente poetizzato ma l’esoterico, roboante, emanatoci clima dantesco che si respira lungo tutto l’arco della visione di Constantine, c’ha indotto liricamente e ritmicamente a potenti, tonanti e stentoree parole forse sanamente pregne di barocche, ricche figure retoriche…

Per una serie di fortuite circostanze, Constantine indagherà sulla perturbante morte, avvenuta in circostanze misteriose e forse frettolosamente liquidata come normale suicidio, di una giovane ed avvenente ragazza malata di mente, Isabel Dodson (Rachel Weisz), internata in un ospedale psichiatrico, gemella omozigote di Angela. Anzi, per essere più precisi, è quest’ultima a contattare Constantine, esperto dell’occulto di tale Angel City, affinché possa verificare se, per l’appunto, Isabel si sia veramente uccisa in quanto gravemente depressa oppure qualcuno o qualcosa l’abbia istigata a un sacrilego gesto che la estrometterà eternamente dall’aldilà omeostaticamente idilliaco, costringendola al patibolo allucinante e terribilmente luciferino della più dolorosa e mostruosa dannazione estrema senz’alcuna possibilità di salvazione e reversibile remissione del suo peccato mortale, il suicidio, inesorabilmente perciò venendo sepolta e martoriata per sempre, remotamente lontana dalla condizione che possa un giorno venirle offerta la grazia divina del perdono e della conseguente ascensione in Paradiso. C’entra il diavolo, per meglio dire Lucifero stesso (Peter Stormare), in questa storia criptica di angeli e demoni, di creature malefiche e di repellenti, brutali bestie figlie forse di Mefisto o rinnegate da Cristo ove compare anche l’asessuato Arcangelo Gabriele (Tilda Swinton) con le ali angelicamente sataniche in senso (a)lato?

Nel cast, in uno dei suoi primissimi ruoli, Shia LaBeouf, Djimon Hounsou e Pruitt Taylor Vince.

Constantine viene divinizzato e idolatrato, a mo’ di reliquia intoccabile, dai fanatici degli horrorthriller a forti tinte action increspate a loro volta in venature e sfumature memori del seminale L’esorcista di William Friedkin e di tutti i suoi derivativi epigoni esorcistici, appunto, basati su credenze e superstizioni pagane di matrice fintamente cristiana. Indirizzati a un pubblico beone, credulone e di poche pretese. Mentre è disprezzato fortissimamente da chi, a torto, lo reputa solamente e superficialmente un’indigesta accozzaglia pasticciata di becere, pedisseque pacchianerie a buon mercato affastellate molto alla buona. Constantine, sì, abbonda mal dosatamente di computer graphics pacchiana e fin troppo popolarescamente, diciamo, confezionata in modo grossolano per il popolo di spettatori ignoranti in merito alla finezza grafica più sottilmente elegante, sbanda più d’una volta, incespica nella sceneggiatura traballante, affogando in luoghi comuni piuttosto prevedibili perfino sulla psichiatria, incedendo soventemente nel compiacimento estetizzante di manieristiche riprese esageratamente naïf, ricordandoci spesso il peggior Tarsem Singh. Ma non è un film assolutamente malvagio, anzi, pur essendo la prima opera di Francis Lawrence, a tutt’oggi rimane il suo lavoro migliore. Decisamente superiore alla sua trilogia di Hunger Hames e a Red Sparrow con la bella ma non a lui apparentata, a differenza di ciò che si potrebbe supporre per via dell’identico cognome, Jennifer Lawrence. Intanto, proprio in questi giorni, riferendoci ovviamente a Constantine, si sta parlando di un più che probabile sequel attualmente, a quanto pare, già segretamente in lavorazione…

Naturalmente, specifichiamo meglio, il primo Hunger Games è di Gary Ross.

constantine

di Stefano Falotico

 

88 MINUTI, recensione

Pacino 88 Minutes poster

Oggi, recensiamo un film piuttosto sconosciuto e passato inosservato, direttamente distribuito da noi, in Italia, in home video. Ovvero 88 Minuti, diretto da Jon Avnet. La cui opera migliore rimane e probabilmente rimarrà Pomodori verdi fritta alla fermata del treno.

Un mestierante, Avnet, come si suol dire. Ultimamente smarritosi, cinematograficamente parlando, dissipando forse il suo talento “artigianale”, essendo stato assoldato soltanto per dirigere episodi televisivi di film e serie abbastanza trascurabili.

Eppure la sua carriera, certamente non entusiasmante ma interessante, era partita ottimamente e, nel suo carnet filmografico da director cosiddetto anonimo, infatti sono ravvisabili pellicole di un certo pregio e qualitativo decoro.

Film non eccezionali, nemmeno però malvagi. Pensiamo al sottovalutato The War con Kevin Costner, al dolce Qualcosa di personale con la splendida coppia Robert Redford-Michelle Pfeiffer, oppure al mediocre, più che altro convenzionale, ma al contempo appassionante thriller L’angolo rosso col solito ottimo Richard Gere.

Per finire con la sua ultima regia per il Cinema, vale a dire Sfida senza regole (Righteous Kill) con la coppia storica formata dai divi di The Irishman, cioè i mostri sacri Al Pacino e Robert De Niro.

Film, quest’ultimo, stroncato più del dovuto e anch’esso poco apprezzato. Sceneggiato, ricordiamolo, da Russell Gewirtz, autore dello script del magnifico Inside Man di Spike Lee.

Ebbene, prima dell’appena citatovi ed esageratamente linciato dalla Critica, Sfida senza regole, da non confondere ovviamente con Heat – La sfida, avente per protagonisti sempre Pacino & De Niro, Avnet diresse per l’appunto il film da noi qui preso in questione, 88 Minutes.

Inizialmente, a dirigerlo doveva esservi James Foley. Che, con Pacino, aveva già collaborato per Americani e il dimenticabile Un giorno da ricordare.

Trama:

Siamo a Seattle, negli Stati Uniti. Lo psichiatra forense Jack Gramm (un Pacino con un taglio di capelli abbastanza improponibile e alquanto pacchiano) insegna la sua materia all’università.

E collabora, in maniera assidua, con l’FBI. Così come spesso avviene, per esempio, nella nostrana CTU.

In seguito, infatti, a una sua schiacciante ed importante perizia psichiatrica, un uomo di nome Jon Forster (Neal McDonough) fu indiziato e accusato di aver in passato seviziato molte ragazze, uccidendole e impiccandole poi nell’appenderle efferatamente a testa in giù.

Secondo l’indagine psichiatrica condotta da Gramm, insomma, Forster sarebbe stato un omicida seriale e uno stupratore irredimibile. In base alla sua impietosa diagnosi, atta a reputarlo un individuo gravissimamente pericoloso oltre che un imperdonabile, miserabile serial killer da internare e da detenere all’ergastolo nel braccio più duro della morte, Forster è dunque impotentemente or in prigione e attende solamente di essere giustiziato immantinente.

Al che, durante la sera antecedente la sua esecuzione, accadono una serie di osceni reati macabri eseguiti nella stessa modalità che si presunse, forse erroneamente, essere figlia del “metodo” adottato da Forster.

Dunque, il colpevole dei passati crimini per cui Forster fu incarcerato, invero, non fu mai e non è Forster stesso? Si trattò di un madornale equivoco giudiziario atto a scatenare un’escalation vendicativa, sottilmente perfida, pianificata da Forster per essere risarcito dell’immane danno arbitrariamente perpetratogli?

Oppure vide giusto Gramm? Chi si nasconde perciò dietro i nuovi, mostruosi reati che stanno imperversando per le strade violente?

Nel frattempo, Gramm riceve sul suo cellulare una chiamata assai misteriosa. Una voce irriconoscibile gli annuncia che avrà soltanto 88 minuti per salvarsi la vita.

Bella fotografia di Denis Lenoir e bella prova di Al Pacino. Il quale, malgrado il look, come dettovi, ridicolmente appariscente, recita come sempre con egregia impeccabilità indiscutibile.

E, al di là di qualche tesa scena d’inseguimento e un buon twist finale, rappresenta naturalmente l’elemento migliore all’interno di 88 Minuti. Ripetiamo, comunque, non così disprezzabile come si disse quando uscì (in cassetta…).

Risalta inoltre l’energia istrionicamente grintosa della rossa Alicia Witt e la superba bellezza imbarazzante dell’eternamente sexy Amy Brenneman (Amici & vicini). L

Curiosità: nel già succitato Heat di Michael Mann, Amy Brenneman recitò la parte della giovane amante del personaggio interpretato da De Niro. Mentre qui assiste Pacino.

All’inizio, in Sfida senza regole, il detective “amico” di Turk (De Niro) doveva essere interpretato da un attore più giovane di De Niro. Ma, su suggerimento di De Niro stesso, fornito a Jon Avnet, si optò per affiancarlo al suo compagno ed amicale rivale, sul grande schermo, di tutta una meravigliosa vita, non solo professionale.

Che ve lo dico a fare? Al Pacino.

Nel cast, Leelee Sobieski (Eyes Wide Shut), Deborah Kara Unger (Crash) e William Forsythe (C’era una volta in AmericaColpevole d’omicidio).

di Stefano Falotico. Detto altresì la, no, il Jodie Foster de Il silenzio degli innocenti.
Ho detto Foster, non Forster.
Comunque, assomiglio anche a Scoprendo Forrester.

Che vi piaccia o no, Sean Connery è purtroppo morto. Io invece sono vivo e vegeto. E non sono Forster, nemmeno più solo.
Chiamatemi Jimmy Malone.

Va detta anche questa verità: Jodie Foster è stupenda ma è lesbica.

Sì, se conoscete una donna bella come Amy Brenneman che non voglia amoreggiare con me appena mi vede, significa che non è eterosessuale? No, è scema e più pazza di Buffalo Bill.

E questo è quanto.

Se siete invidiosi, vi spediamo al primo centro di salute mentale.

Un luogo ove sarebbe, a mio avviso, da deportare Fabrizio Corona. Un bell’uomo, certo.

Ma col cervello di una gallina. Cioè, un cervello microscopico come quello delle pseudo-donne che furono e sono così lobotomizzate da essere state ammaliate e sedotte, amate (si fa per dire) da Fabrizio.

So io dove dovrebbero andare…pacino brenneman 88 minutes

 

Mi spiace che De Niro non lavorerà con Ridley Scott per il biopic Gucci, rimpiazzato da Irons ma, in fondo, Scott non è un granché ed evviva Pablito!

Earthquake+Bird+World+Premiere+63rd+BFI+London+6FXwUJg4J5Xl

Sì, Robert De Niro, inizialmente voluto, corteggiato e contattato da Ridley Scott per essere uno dei personaggi chiave del suo biopic sulla famiglia Gucci, per meglio dire incentrato sulla tragica, assai misteriosa, nefasta vicenda omicida, scabrosa ed efferatamente “gelosa”, no, delittuosa di cui fu artefice la moglie del patron Gucci stesso, che sarà interpretata dall’inarrivabile, meravigliosa, sensualissima e torbidamente irresistibile Lady Gaga, donna voluttuosa, difficile e scontrosa, sessualmente turbinosa e poderosa, morbida e burrosa, nei panni per l’appunto della strega Patrizia Reggiani, alla fine pare che sia stato sostituito dall’altrettanto attempato Jeremy Irons. Spesso interprete di personaggi perversi ed odiosi. Il ruolo gli calza dunque a pennello.

Irons, nei suoi lineamenti spigolosi, racchiude la virilità più perversa fatta persona. Non ho mai, per esempio, sostenuto il suo sguardo in Inseparabili. Uno sguardo chirurgico, anzi, ginecologico. Ah ah. Doppio, da persona “affetta” dall’essere gemellata, di sue scavate gote, in una sfaccettata identità ambigua da omozigote che non la racconta giusta. Dunque double face, una faccia un po’ angelica e un po’ diabolica. Irons è sempre piaciuto molto alle donne per via, appunto, dei suoi occhi penetranti e sottilmente evocanti qualcosa di torvamente pruriginoso…

Mah, contente le donne, contento lui. In Inland Empire è un regista un po’ troppo pretenzioso. Non vi vidi comunque niente di male nel suo voler tirare fuori il meglio da Laura Dern. Vi riuscì meglio Nic Cage di Cuore selvaggio ma questo è un altro discorso… non spingiamoci in qualcosa di lynchianamente morboso.

De Niro e Irons, quest’ultimo suo compagno di set, anche di liti furibonde dovute a divergenze caratteriali e ad inconciliabili stili di recitazione agli antipodi, per Mission.

Irons che recitò con Al Pacino nel bruttino Il mercante di Venezia. Versione all’acqua di rose di uno dei tanti capolavori del Bardo, messo in scena, di cinematografico compitino assai sciapito, da Michael Radford, regista de Il postino. Quello con Troisi e non di e con Kevin Costner, The Postman, neppure quello che suona due volte, miei suonati e rintronati.

Ah, perché mai il grande Orson Welles non completò mai il suo merchant? Disponiamo soltanto di uno short movie arrabattato e a posteriori montato. A Bologna, direbbero “ciabattato”. Espressione felsinea tipica atta a designare qualcosa “girato” con la mano sinistra, qualcosa di sciatto e buttato lì, come si suol dir’. Ah ah.

Al Pacino incontrerà nuovamente Irons per Gucci. In quanto Al sarà presente nel cast del film di Scott appena succitato. Effettivamente, in tempi non sospetti, cioè mesi addietro quando la notizia del coinvolgimento di De Niro nel cast fu annunciato da Variety e compagnia bella, non poco dubitai che la presenza di Bob venisse poi confermata.

Infatti e in effetti mi chiesi fin dapprincipio, Covid-19 permettendo e pallose quarantene annesse, come avrebbe potuto Bob conciliare Gucci con altri due (mica uno solo, eh) film importantissimi per cui già firmò. Ovvero il già più volte rimandato Killers of the Flower Moon di Martin Scorsese con Leo DiCaprio, la cui data d’inizio riprese è adesso prevista, dopo essere stata per l’appunto posticipata a causa dei vari lockdown “imprevisti”, per fine Febbraio dell’anno imminente a venire, e Armageddon Time di James Gray. Pellicola peraltro in forse…

Caso emblematico che smentisce e sfata il proverbio discutibilissimo… non c’è due senza tre.

Insomma, Bob non farà parte della partita e non sarà nella parte del padre di Maurizio Gucci (Adam Driver). Ma come? Il suo nome fu Roberto…

Lo (de)cantò anche la Germanotta/Gaga nella sua celeberrima Alejandro… Fernando, Roberto…

A proposito, nel videoclip di Alejandro, Lady Gaga vestì Armani come De Niro negli Intoccabili e in Quei bravi ragazzi, Versace assassinato oppure ora ama un uomo alla Valentino?

Chi, Rodolfo o lo stilista di moda? Oppure Rocco Barocco, uomo certamente più elegante di Siffredi Rocco? Mah.

Dovrebbe indagarvi Roman Polanski. Di suo, la Gaga viene “indagata” in ogni intimità dal suo attuale compagno, tale Michael Polansky. Puro bad romance…

Un bell’uomo? Mah, a me pare un tronista della De Filippi.

Non perdiamoci in cazzate, dai. Andiamo avanti.

A coiti fatti, no, a conti fatti, è meglio così. Ridley Scott, da tempo immemorabile, è rincoglionito.

Con buona pace dell’immenso regista de I duellanti, Alien e Blade Runner, debbo concordare col “buon” Paolo Mereghetti. Il quale, nell’ultima edizione del suo celebre Dizionario dei film oppure delle castronerie più illeggibili, stronca quasi tutti i film di Ridley Scott appartenenti agli ultimi vent’anni.

Esaltando solamente, forse esageratamente, American Gangster e apprezzando giustamente il bellissimo Il genio della truffa. Con un Nicolas Cage uguale al sottoscritto di una decade fa. Insomma, un Nic ossessivo-compulsivo, malato d’igiene non solo intima, che lustra i vetri della sua casa da cima a fondo.

Mentre Scott “dà la cera e toglie la cera”, così come insegnò il Maestro Nariyoshi Miyagi di Karate Kid, a Ralph Macchio, alla sua Facio. Come si suol dire, alla faccia…

Eh sì, Scott “macchia” la sua Giannina Facio e, da un lustro, la rigira a letto ma non gira più pellicole qualitativamente dilettevoli. Come Mosè, in verità vi dico che filma polpettoni peggiori di quelli cucinati da vostra madre.

Ci vorrebbe Diego Abatantuono… uhm, che profumino. Che avete cucinato di buono oggi, pulpett’ di m… rd’?

Un grande, il Diego… de I fichissimi: lo sai che non mi piace che vai in giro di notte, la città pullula di malviventi, teste di cuccudrillo… zitta, torna dietro il furnello… il tuo ambiente “naturalo”, il tuo piccolo monto antico…

Ne vogliamo parlare inoltre di Diego in Viuuulentemente mia? Nella parte di Achille… Chi, quello di Omero oppure Achille Cotone che vuole fare con l’Antonelli che fu, oh sì, l’amore?

Un uomo forse misogino che avrebbe però, arrapato al massimo e col capello cotonato, amoreggiato con una donna più eccitante di Sigourney Weaver di Alien. Cioè, la Weaver al top della top’. Mentre nutro i miei forti dubbi che Diego avrebbe fatto all’amore con la Weaver di Exodus.

Eh sì, Sigourney non è più come la compianta, super sexy Laura Antonelli dei bei templi, no, tempi. Il suo viso non emana più letiziosa e stuzzicante sensualità a mo’ di Malizia…

E Ridley Scott, di contraltare, pare più rimbambito di Abatantuono al giorno d’oggi.

Ne vogliamo parlare di Tutti i soldi del mondo? Parlatene voi. Io non l’ho visto. Chissà mai se lo vedrò.

Censurare Kevin Spacey a riprese terminate, infilarlo nel primissimo trailer originale e poi rimpiazzarlo col pur grande Christopher Plummer, cavolo, grida vendetta da Massimo Decimo Meridio…

Nel film, il ragazzo tristemente preso in ostaggio, John Paul Getty III, viene interpretato da Charlie Plummer. Il vero nipote di Christopher? No.

Mentre, in Ransom – Il riscatto, Sean Mullen ebbe/ha a che vedere non Nick Nolte? Be’, direi di sì. Essendo stato incarnato da Brawley Nolte, figlio di Nick.

Sì, Russell Crowe de Il gladiatore fu fatto schiavo da dei terroristi? E, prima di rigodere Un’ottima annata, dovette fare all’amore con Meg Ryan di Proof of Life?

Marion Cotillard invecchia intanto come il buon vino. Donna d’annatissima ottima, donna bella in modo dannato.

Mentre Russell, dopo A Good Year, sì, buonissimo con questa super bona, ingrassò nel mediocrissimo Body of Lies, adeguandosi al metodo Stanislavskij a mo’ della sua prova in Insider o fece già le prove naturalissime per diventare come il suo idolo Marlon Brando?

Sì, Ridley Scott annunciò di voler girare il sequel de Il gladiatore.

Ah ah. Con Russell che, assieme a Giannina Facio e col bambino de La vita è bella, oggi cresciuto e forse anche lui con la panza, nei campi Elisi od Eliseo celebra la vita paradisiaca con un prosecchino e un fisico non tanto rinsecchito, immaginando di tornare sulla terra per picchiare Denzel Washington che gli rubò l’Oscar che Russell avrebbe meritato per A Beautiful Mind?

Denzel Washington è un grandissimo attore e fu molto bravo in Training Day. È molto camaleontico… il Denzel e, secondo me, potrebbe perfino calarsi nella “parte” del Tartufone Dolce Noir della Motta.

Sì, spero che Ridley Scott ritorni a girare qualcosa di decente. Sì, un bel filmone storico con Washington, semmai, nella parte di Nerone…

A parte gli scherzi, Ridley Scott è un grandioso regista ma, in tutta onestà, penso che abbia fatto il suo tempio. Scusate, volevo dire tempo.

Ha una certa età e non gliela fa più.

Gucci, un film tratto da un libro inchiesta di Roberto Bentivegna.

Mah, a mio avviso, parafrasando Stefano Accorsi di Radiofreccia, credo nelle rovesciate di Bonimba, cioè Roberto Boninsegna.

Nel frattempo, è morto Pablito, vale a dire Paolo Rossi. Non l’omonimo comico amico di Abatantuono Diego, bensì l’eroe del Mundial 82.

All’epoca ero un bimbino ma, già a tre anni, essendo io del ‘79, fui in vacanza coi miei ad Igea Marina e compresi, dalle urla infoiate degli adulti nostrani, che Pablito distrusse col suo genio l’apparentemente invincibile Brasile di Falcao e Zico. Sì, nel bel mezzo di un’estate nazional-popolare, arrivò Rossi a massacrare Zico & company.

Falcao, prima della partita, tronfiamente affermò che l’intera Italia avrebbe pianto l’eliminazione dai Mondiali.

Alla fine dei novanta minuti regolamentari, Falcao fu ricoverato al più vicino ospedale psichiatrico poiché, in preda allo shock, fu vicinissimo a diventare Al Pacino nel finale de Lo spaventapasseri.

E ho detto tutto…Paolo+Rossi+Italian+Football+Federation+Hall+Rb4s7UBJ4QblRobert+De+Niro+92nd+Annual+Academy+Awards+35w48_rRuaBl

di Stefano Falotico

 

MANK, recensione

MANK

Ebbene, oggi recensiamo uno dei film più attesi dell’anno, finalmente distribuito e dunque fruibile su Netflix a partire dallo scorso venerdì 4 Dicembre. Vale a dire lo straordinario Mank di David Fincher. Come tutti sappiamo, ahinoi, un 2020 funestato dall’imprevisto e tragico Covid-19 che, a tutt’oggi, non soltanto ha bloccato quasi tutte le uscite cinematografiche sul grande schermo, rallentando clamorosamente e funestamente la normale fruizione, per l’appunto, in sala dello spettacolo più bello del mondo, cioè il Cinema stesso, bensì ha negativamente influito sul normale svolgimento della vita di noi tutti, in fervida attesa di notizie presto confortanti riguardo la triste emergenza sanitaria purtroppo ancora in atto.

Detto ciò, passiamo a Mank.

L’estenuante attesa non è stata però vana e le alte aspettative in merito sono state ampiamente ripagate. Poiché concordiamo con la Critica d’oltreoceano, che ha subissato di lodi la pellicola di Fincher, nel rimarcarne gli assoluti pregi, entusiasticamente celebrando l’ennesima, strepitosa prova di uno dei massimi talenti attoriali viventi, nientepopodimeno che Gary Oldman. Sicuro candidato, grazie alla sua performance, ai prossimi Oscar.

Scritto dal padre di David Fincher, Jack (deceduto nel 2003), Mank è un biopic vagamente romanzato inerente le vicende personali di Herman J. Mankiewicz (Oldman), celeberrimo sceneggiatore del titanico Quarto potere (Citizen Kane) di Orson Welles. Concentrato, in particolar modo, sul rapporto burrascoso, creativamente conflittuale, a livello sia puramente ideologico che amicalmente difficile, intercorso fra lo stesso Mankiewicz e Welles stesso (Tom Burke).

Incipit: Mankiewicz, alcolizzato incurabile, acciaccato e ubriaco a letto, spesso farnetica in modo illusoriamente graffiante sul mondo, ironizzando con sapida amarezza sulla tragicommedia della nostra insanabile condizione umana su cui, per l’appunto, si può solo giocosamente infierire con sana strafottenza. Prendendo in giro noi stessi in quanto consapevoli dell’irrimediabilità d’un mondo ipocrita e stupido.

A Mankiewicz, il genio di New York, appena approdato a Hollywood, vale a dire Orson Welles, commissiona una sceneggiatura da scrivere in novanta giorni poi drasticamente ridotti a sessanta.

Cioè, in due mesi, fra alterchi coi suoi colleghi, divertite e al contempo tristi serate ai night frequentati dall’alta società dell’epoca, fra lievi incontri nell’oscurità con la damigella Marion Davies (Amanda Seyfried), suicidi inaspettati e l’imbalsamato magnate della stampa altezzoso ed affettato William Randolph Hearst (Charles Dance) assistito dalla sua paziente segretaria Rita Alexander (Lily Collins), affranto ma pur sempre candidamente innamorato della sua sposa Sarah (Tuppence Middleton), il “fallito” Mank porterà a termine lo screenplay di Quarto potere.

Illuminato dalla pregiata e suggestiva fotografia in b/n, cromaticamente assai elegante ed ipnotica, di Erik Messerschmidt, ritmicamente ed ottimamente montato dal maestro dell’editing del fido collaboratore di molte recenti opere di Fincher, Kirk Baxter (Gone Girl – L’amore bugiardo, The Social Network), musicato dal solito Trent Reznor in associazione con Atticus Ross, Mank rappresenta a nostro avviso l’opus migliore di Fincher in assoluto.

La sua vetta. Un capolavoro nel capolavoro stesso di Welles, reinventato e filtrato dall’inventiva fascinosamente ammaliante d’un Fincher ispiratissimo che ci stupisce puntualmente, rapendoci in esso, donandoci immagini fenomenali ed ammantandole di morbida, poetica malia brillante. Stratificando la complessa ed interpretativamente molteplice storia raccontataci nello spezzettarla e poi delinearla, genialmente, in sorprendenti analessi poderose e flashforward magneticamente turbinosi che lasciano a bocca aperta.

Incantandoci, quasi al detonare e risonare magnetico di ogni suo suadente frame, nel ricomporre i pezzi del puzzle della storia estremamente interessante, come detto, che stette alla base della complicata, non poco problematica, lavorazione e della compiuta realizzazione di un capolavoro imprescindibile della Settima Arte più rinomata.

Se non amate le filmate cosiddette “storie vere” che vere, invero, non lo sono mai, in quanto sono semplicemente la reinterpretazione personale d’un regista, in tal caso Fincher, al servizio del soggettivo cinematografarle a sua stessa filmica dialettica, adattando la fantomatica veridicità degli eventi realmente occorsi ai suoi espressivi codici di natura ineludibilmente fictional e ai suoi tipici, intimi stilemi di rilettura e della propria reinvenzione immaginativa, Mank non è ovviamente adatto a voi.

Per di più, Mank non è un banale biopic, bensì un’autobiografia liricamente e stilisticamente poliedrica, in molti punti arabesca, giostrata su sublimi, peranco subliminali, tocchi visivamente caleidoscopici, molto giocata su rarefatte e volutamente indecifrabili microstorie, a mo’ di matriosca, perfino autoironicamente grottesche e apparentemente effimere ai fini dell’impalpabile eppur robusta ed assai efficace sua tortuosa e pluristratificata, inintelligibile struttura narrativa decisamente avvolgente e allo stesso tempo torbida e sfuggente.

Scenografia magnifica di Donald Graham Burt (Il curioso caso di Benjamin Button).

di Stefano Falotico

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QUALCUNO SALVI IL NATALE 2, recensione

Ebbene, oggi brevemente recensiamo Qualcuno salvi il Natale 2 (The Christmas Chronicles 2), sequel del primo, fortunato film diretto da Clay Kaytis, qui sostituito da Chris Columbus (Harry Potter la pietra filosofale, Rent, Mamma, ho perso l’aereo). Ovviamente interpretato di nuovo dall’attore protagonista del capostipite, ovvero il mitico Kurt Russell.

Qualcuno salvi il Natale 2 è approdato su Netflix qualche giorno fa, vale a dire il 25 Novembre scorso. A distanza di un mese esatto, per l’appunto, dal giorno in cui i cristiani festeggiano l’anniversario della nascita di Gesù.

Riscuotendo presto ottime visualizzazioni e piazzandosi, fin dapprincipio, ai primissimi posti delle pellicole più guardate in questo periodo, ahinoi, funestato ancora dalle varie quarantene prescritteci mondialmente dagli stati governativi esageratamente oppressivi.

In tale momento di generale, preoccupante allarmismo internazionale, Qualcuno salvi il Natale 2 casca, come si suol dire, a fagiolo, armoniosamente e con fine letizia ritemprandoci, con dolcezza garbata risollevandoci, perlomeno in maniera estemporanea, dai nostri emotivi umori angosciati e terrorizzati, come detto, a causa degli eccessivi emendamenti impostici forse in modo esageratamente arbitrario e peranco abusivo.

Donandoci un po’ di sano divertimento illuminante quest’annus, non solo cinematografico e non soltanto per i cinefili e per gli amanti della Settima Arte, veramente tragico e nefasto. Dunque oggettivamente horribilis.

Trama:

Kate Pierce (Darby Camp) è ora cresciuta ed è una smaliziata turbolenta teenager. Dovrà però fare pace con sé stessa e incontrare ancora una volta Santa Claus (Russell) al fine di unire con lui le forze per sconfiggere un elfo cattivo che vuole nuovamente cancellare la festa del santo Natale.

Santa Claus, stavolta, sarà appoggiato nella sua battaglia per la salvezza del Natale dalla sua compagna (Goldie Hawn).

Qualcuno salvi il Natale 2 dura un’ora e cinquantadue minuti. Una durata forse esagerata. Se consideriamo che si tratta di un prodotto destinato perlopiù ai bambini.

Il film ha un ottimo ritmo e, malgrado il suo impianto decisamente dolciastro, si lascia vedere volentieri.

Qualcuno salvi il Natale 2 è altresì ingenuo, naturalmente, deboluccio nei dialoghi e, così come accaduto per il primo capitolo, la CGI risulta parecchio sciatta e realizzata in modo alquanto pedestre. Cioè, gli effetti speciali visivi appaiono davvero posticci ed artefatti.

Inoltre, la dolce Goldie Hawn è invecchiata, non poco.

Contento Kurt, contenti tutti e buon Natale a tout le monde!

Complimenti, comunque a Kurt Russell. La dimostrazione vivente che si può continuare sul “selciato” di Babbo Natale, interpretando la parte del nonnetto canuto con carisma immutato.

D’altronde, prima di Carpenter e dei grandi action con cui s’è affermato, ricordiamo che esordì in molti film della Disney. Dunque, un ritorno alle origini, il suo, degno di stima.qualcuno-salvi-natale-2-recensione-kurt-russell

di Stefano Falotico

 

Intervista a Giulia Di Quilio in merito alla sua coraggiosa iniziativa INTIMATE CHALLENGE

Giulia Di Quilio Intimate ChallengeDomanda: ti seguo sui social ed ho notato un’interessante iniziativa che hai lanciato in questi giorni. Ce ne vuoi parlare?

Sì… Ho lanciato una “sfida”, la cosiddetta “challenge” dei social, diretta alle donne in vista della giornata contro la violenza di genere, il 25 novembre. Si chiama #intimatechallenge: intimate in inglese significa intimo e mi piaceva la doppia valenza di intimo come personale ma anche di intimo nel senso di biancheria intima. Infatti ho lanciato la “sfida” con un selfie davanti allo specchio, proprio in intimo, il tutto accompagnato da questo testo, abbastanza esplicativo:

Una donna è quasi sempre contestata e questo è radicato in quasi tutte le culture, ed è profondamente sintomatico di una misoginia persistente praticamente ovunque. La sensazione, dopo gli ultimi fatti di cronaca, è che si continui a colpevolizzare il corpo delle donne e la nostra sensualità. Per questo partecipo alla #intimatechallenge⁠ per ribadire che: il #corpo è mio, posso mostrarlo #quando #come e a #chi voglio io! Invadiamo le home coi nostri corpi, esibiti con #orgoglio e senza #paura. Copia Incolla Partecipa #noslutshaming #intimatechallen⁠ge #25novembre #feminism

Ho lanciato la #intimatechallenge con l’intento di liberare il nostro corpo di donne. È vero, i modelli ci condizionano. Aderiamo, più o meno consapevolmente, ad una serie di immagini omologate. E il corpo, il nostro corpo, ne diventa il calco, il marchio, il vettore concreto e sottilmente ideologico. Il fatto è che, però, ribellarsi a questi modelli sembra equivalga, per molti, a negare il corpo. Non a valorizzarlo e a trasformarlo in un altro modo ma solo a cancellarlo. Così, però, si fa il gioco di chi del corpo ha paura: ovvero, tutti!!! E noi per prime… Vivere il corpo, utilizzarlo consciamente e liberamente, secondo alcuni, vorrebbe dire fare il gioco della cosiddetta società dell’immagine. Ma, dietro a questa giustificazione sociologica, si nasconde il più inconfessabile e irriducibile moralismo.

Domanda: il riferimento arriva dalla vicenda della maestra licenziata vicino Torino dopo un video di revenge porn divenuto virale che le ha causato la perdita del posto di lavoro e la pubblica gogna?

Esattamente! Una vicenda in cui le peggiori qualità umane si sono trovate insieme, rivolte contro una donna che aveva come unica colpa quella di avere una vita sessuale, come tutti noi. Un caso di bigottismo intollerabile. Per fortuna lo squallore del revenge porn, finalmente, è considerato un reato e, quindi, perseguibile per legge ma la terribile conseguenza dello slut-shaming purtroppo ancora non lo è: e cioè far sentire una donna inferiore o colpevole per i propri desideri sessuali o per il proprio comportamento, compreso l’essere considerate desiderabili per via del corpo che si ha o dell’abbigliamento che si indossa.

È un meccanismo utilizzato sia da uomini che da donne indistintamente, e lo conosco bene: lo vivo sulla mia pelle, avendo scelto di lavorare col mio corpo, esponendolo.

Non tutti sanno che, oltre ad essere un’attrice, sei anche una performer di burlesque.

Sì faccio burlesque da 10 anni ormai e l’erotismo l’ho sempre vissuto come qualcosa di “innocente”, passami il termine, nel senso che non gli ho mai dato una valenza morbosa, torbida o da censurare, invece l’ho sempre percepita come un’energia solare, giocosa, piacevole… per questo il burlesque ha appagato la mia parte più istintiva molto più di quanto abbia fatto il mio percorso da attrice. Nel burlesque sono uscita dalla posizione di “oggetto”, sperimentata come modella, e mi sono riscoperta soggetto con dei gusti, delle precise scelte stilistiche e contenutistiche (nel burlesque siamo registe e autrici di noi stesse) e soprattutto mi sono ritrovata in un mondo fatto di donne, scoprendo così il valore del “femminismo” (una parola che prima faceva paura o sembrava appartenere al passato e che oggi ha assunto un senso nuovo, attivo, presente), tenuto a distanza in altri ambienti, dove il maschilismo la fa da padrone.

È stato un percorso in discesa quello nel burlesque?

No, nonostante avessi fatto l’attrice e la modella, esponendomi a(l) nudo, a volte anche integrale, non è stato per niente facile spogliarmi su un palco. Ho accompagnato quel percorso all’analisi freudiana ed ho scoperto che in me agivano, seppur indirettamente, gli insegnamenti moralistici di mia nonna, donna di provincia degli anni 20 del 900. Non lo avrei mai detto, mi sono sempre considerata anticonvenzionale, il mio percorso nell’ambiente artistico ne era una riprova, eppure….

Quanto agiscono i pregiudizi di cui siamo imbevuti?

Tantissimo! Tanto da non rendercene nemmeno conto. Così, da anni ormai, anche attraverso l’insegnamento, aiuto le donne a liberare il proprio corpo, a liberarsi dai pregiudizi, ma non solo, anche dai complessi che noi donne coltiviamo numerosi perché da sempre il corpo della donna è esposto ai giudizi altrui, indistintamente.

Così, dopo l’iniziativa delle psicologhe emiliane coi cartelli “noi facciamo sesso, licenziateci tutte”, ho pensato di lanciare una challenge che ci mettesse tutte a “nudo”, anche se di nudo non parliamo, visto che i social ci avrebbero bannate, ma chiedendo di esporre la propria sensualità; si sa che, se un comportamento è condiviso, cessa di essere stigmatizzato.

E come è andata?

Bene, tante donne stanno aderendo in queste ore ma non sono mancati i commenti che non ti aspetti o, almeno, io, con la mia visione delle cose, non comprendo…

E cioè?

Ci sono stati due tipi di reazioni, una prevedibile, perché conosco le paure femminili… molte donne, pur sposando la causa, temono ancora molto il giudizio, in primis sull’aspetto estetico: “non sono in forma, non sono come te, non sto bene in intimo…”, e queste sono donne che capisco perché, come dicevo, ci sono passata anche io.

Poi c’è stata anche qualcuna che ha ammesso che non poteva per via del posto di lavoro… e questo la dice lunga sul problema…

Poi ci sono quelle che mi hanno detto: “non credo nel principio di questa challenge”, “non è in linea col mio profilo”, “per carità”, e queste le capisco un po’ meno e rimpiango lo stile americano: quando si crede in una giusta causa ci si schiera in blocco.

Detto questo, viva la libertà che ci deve permettere di scegliere, ci mancherebbe.

Hai seguito il contributo alla vicenda da parte di Chiara Ferragni?

Sì, la stimo e la seguo sempre e non è scontato che si spenda per delle cause importanti. Sta confermando di essere davvero una grande donna. E chiudo l’intervista proprio facendo riferimento al suo discorso: noi donne abbiamo bisogno adesso di fare rete, di unirci, per diventare più forti. Farci la guerra tra noi è solo un retaggio del patriarcato… guardiamo al futuro!

Dove ti vedremo?

Il 10 dicembre in diretta streaming al festival WOMEN’S ART INDIPENDENT FESTIVAL a parlare dell’immagine corporea della donna oggi… e poi, appena sarà possibile, tornerò al cinema: ho in uscita un film diretto da Marilù Manzini, IL QUADERNO NERO DELL’AMORE…

film ad alto tasso erotico, alla faccia del bigottismo!

 

La vita davanti a sé (THE LIFE AHEAD) di Edoardo Ponti con la grande Sophia Loren – Recensione

la vita davanti a sé Loren

Ebbene, oggi recensiamo La vita davanti a sé (The Life Ahead).

Film distribuito da Netflix lo scorso, recente 13 Novembre, che sta riscuotendo enorme successo, essendosi subito piazzato al 4° posto dei film più visti in questo periodo sulla suddetta piattaforma streaming più famosa internazionalmente.

La vita davanti a sé è diretto da Edoardo Ponti (Cuori estranei), ça va sans dire, figlio dell’esimia Sophia Loren, qui protagonista assoluta nel suo trionfale comeback che potrebbe addirittura condurla alla Notte delle Stelle, sì, Sophia è già in odore di nomination all’Oscar, stando alle critiche estremamente lusinghiere ricevute dal film soprattutto oltreoceano, avendo tale pellicola totalizzato sul sito aggregatore di medie recensorie, metacritic.com, l’ottimo 66% di pareri postivi, lodanti specialmente la sua appassionante prova molto sentita ed emozionante.

Tratto da un celebre ed acclamato, epocale romanzo di Romain Gary, già eccellentemente trasposto per il grande schermo, col titolo originale La vie devant soi, in una famosa versione del ‘77 con Simone Signoret, La vita davanti a sé di Ponti dura 1h e trentasei minuti ed è sceneggiato da Ugo Chiti, navigato writer collaboratore ultimamente inseparabile di Matteo Garrone (Il racconto dei racconti, Dogman, Gomorra) e, in passato, immancabile e graffiante penna soprattutto del corrosivo Francesco Nuti (Willy Signori e vengo da lontano, OcchioPinocchio, Donne con le gonne) e del suo goliardico amico Alessandro Benvenuti (Benvenuti in casa Gori), oltre che di Giovanni Veronesi (Italians e la trilogia di Manuale d’amore), in collaborazione con gli apporti dello stesso Ponti e di Fabio Natale, i quali hanno personalmente “revisionato” alcuni elementi dello script, inserendovi tocchi abbastanza rimarchevoli della loro personalità finemente congiunta a quella tagliente ed esplosivamente acuminata di Chiti.

La vicenda descritta ne La vita davanti a sé di Ponti ricalca piuttosto fedelmente la trama del romanzo omonimo di Gary, spostando però considerevolmente l’ambientazione dall’originaria Belleville parigina, quartiere della capitale francese assai noto per il suo variopinto e strambo melting pot ricolmo di etnie interraziali per l’appunto ruspanti e vivamente colorite, all’altrettanto pittoresca, forsanche più suggestiva e incantevolmente poetica, quasi pauperistica Bari vecchia.

Momo (Ibrahima Gueye) è un ragazzino senegalese di soli dodici anni abbandonato a sé stesso. Spaurito e spaesato in mezzo alla tentatrice, frenetica Bari suburbana, Momo è, potremmo dire, ulteriormente svantaggiato nell’adattarsi in un “paese straniero” per colpa del suo brusco, aggressivo carattere indomabilmente ribelle.

Su pressanti richieste del dottor Cohen (Renato Carpentieri), Momo trova ospitalità presso la decadente e al contempo rinomatamente inquietante e splendente magione gestita da Madame Rosa (Loren). Una vecchia ex prostituta di origini ebree scampata miracolosamente ai campi di concentramento di Auschwitz durante l’Olocausto.

Inizialmente, fra Momo e l’anziana signora Rosa non corre buon sangue. Viste le differenze anagrafiche, culturali e di background diametralmente opposte, difatti, avvengono immediatamente feroci litigi fra i due che culminano in furiose e turbolente incomprensioni che però, col passare del tempo, s’attenueranno e placheranno pacificamente, acchetandosi e sviluppandosi positivamente per di più in inaspettate affinità insospettabilmente elettive, diciamo anche rigenerative, cementandosi in una sorprendente, stupenda amicizia umanamente tenera e affettuosamente toccante.

Momo, nel frattempo, è andato a invischiarsi pericolosamente con dei concittadini malviventi, essendosi prestato per loro allo spaccio della droga.

Riuscirà Madame Rosa, con la sua forza da donna duramente resiliente alla tremenda vita da lei sofferentemente esperita, dunque col coraggio e la maturità derivatele dalla sua saggia, comprensiva, lottatrice anzianità ancora piena di vitalità inarrendevole, ad aiutare Momo nel suo difficile percorso della vita?

La vita davanti a sé non è certamente un capolavoro ma segna il ritorno della mitica Loren al Cinema.

Dopo Nine di Rob Marshall, le sue precedenti prove con lo stesso Ponti, fra cui il mediometraggio Voce umana e il succitato Between Strangers, dopo Peperoni ripieni e pesci in faccia di Lina Wertmüller, la signora Sofia Costanza Brigida Villani Scicolone, in arte Loren, Academy Award winner per La ciociara e Oscar alla Carriera, lascia ancora il segno.

Consegnandoci forse la sua ultima, ahinoi, prova per il grande schermo, piena di pathos ammantato di leggendarietà.

Il film vale quasi esclusivamente per lei, la Loren!

La vita davanti a sé assomiglia, purtroppo, spesso a una fiction di matrice ecumenica da prima serata tv di Rai Uno, cioè un feel good movie godibile, sicuramente non memorabile, furbamente ma anche dolcemente costruito a mo’ di delicato, un po’ dolciastro eppur efficace racconto di formazione adatto specialmente a una visione in famiglia per una buonista letizia pre-natalizia, un film piacevole anche se talvolta mielosamente insopportabile, supportato dalle notevoli scenografie ambientalistiche e paesaggistiche del bravo Maurizio Sabatini, aficionado di Roberto Benigni, e sostenuto dall’onnipresente, soprattutto nei titoli di coda, retorica, “marchettara” ma impattante canzone della nostra cantante più venduta al mondo, cioè Laura Pausini, Io sì, a far da traino alla corsa verso gli Oscar della strepitosa Loren.

Vai Sophia, tifiamo naturalmente per te.

Grande Sophia!

Uomini, alle prossime erezioni, votate il Genius, in Arte il Falotico! Vota Antonio? No, vota il Principe non de Curtis, bensì totoiano a suo modo di vedere il mondo, un uomo non corto di cervello ma “lungimirante” di qualcos’altro. Un uomo straordinario che promette faville e fave, insomma, La vita è bella e, come disse Benigni, dove lo trovate uno più bello di me? Un uomo che è una vivente favola eccitante. Un uomo che non si prostituirà mai al sistema ove la gente, disoccupata, pur di arrivare a fine mese, scommette alla SNAI di sistemi. Gente diseredata che, nella vita, aveste poco sedere, non sputtanate i vostri risparmi nel prendere tutto a culo. A prenderlo in questo posto e a prendere non sberlone, metafora di sgnacchere e passerone, bensì a venire presi per coglioni.

Ribellatevi, sprigionate voi stessi! Scatenatevi lontani da ogni catena. Di Sant’Antonio? In quanto il governo ci ha chiuso in quarantena come se fossimo nelle case chiuse. Un uomo vivo, il Falò, un uomo rinnovato ma dal rovinoso passato, un uomo cioè rovinato. Un uomo psicologicamente distrutto che combatte però stoicamente con grinta e sana ira affinché tutti possano godere in maniera egualitaria, forse anche in galera, dei frutti della figa, no, vita. Un uomo pregno di sua immane restaurazione che promette agli esercenti rovinati dal Covid-19, sì, una felice ristorazione. Poiché, restaurandoci e ristorandoci tutti assieme appassionatamente o demoralizzati in modo iper-potente, andremo a brindare in trattoria oppure finiremo a troie. Un uomo ritornato, il Falò, come Ulisse a Troia.

E allora, evviva L’oro di Napoli e Totò Tarzan, evviva il Parmacotto e quest’uomo cottissimo, oserei dire bollito ma sempre in ebollizione. Il Falotico, un uomo bioetico dall’imbattibile etica e sempre con la voglia di qualcosa di etilico per rallegrare l’ubriaca compagnia di questa vita fradicia e puttana.

Accattatevelo! E votatelo!

di Stefano Falotico

 
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