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HOUSE OF GUCCI, il trailer ufficiale

Gucci Lady Gaga posterEbbene, dopo averci allietato con The Last Duel, perlomeno col suo primo filmato assai suggestivo, ecco già pronta la nuova boiata di Ridley Scott.House of Gucci is inspired by the shocking true story of the family empire behind the Italian fashion house of Gucci. Spanning three decades of love, betrayal, decadence, revenge, and ultimately murder, we see what a name means, what it’s worth, and how far a family will go for control. Base on the book by: Sara Gay Forden Directed by: Ridley Scott Story by: Becky Johnston Screenplay by: Becky Johnston and Roberto Bentivegna Cast: Lady Gaga, Adam Driver, Al Pacino, Jared Leto, Salma Hayek, Camille Cottin, Jack Huston, Jeremy Irons, Mãdãlina Ghenea, Reeve Carney, and Youssef Kerkour.

 

The Card Counter, il trailer del nuovo film di Paul Schader con Oscar Isaac, Willem Dafoe e una magnetica, sexy Tiffany Haddish

 

card counter scorsese schrader

Ebbene, la rinomata Focus Features, poche ore fa ha finalmente rilasciato, sul suo canale ufficiale YouTube, il trailer nuovo di zecca della nuova, attesissima opus di Paul Schrader, ovvero The Card Counter.

The Card Counter, com’evidenziato dallo stupendo, ammaliante e suggestivo filmato mostratoci e che qui vi mostriamo, gareggerà in Concorso alla prossima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

Le aspettative attorno a questa pellicola di Schrader, patrocinata da nientepopodimeno che dal regista di Taxi Driver (di cui Schrader, come sapete benissimo, fu l’autore del magnifico script), cioè il grande Martin Scorsese, vanta nel cast la presenza del sempre più carismatico Oscar Isaac (al lido veneziano, presente anche con Dune di Denis Villeneuve), della qui conturbante e sensualissima Tiffany Haddish e dell’immancabile attore feticcio schraderiano per eccellenza, ovvero Willem Dafoe.

Secondo l’ufficiale sinossi diramata, in descrizione, dalla Focus Features, questa sarà sinteticamente la trama di The Card Counter. La redenzione è il “lungo gioco” in THE CARD COUNTER di Paul Schrader. Raccontato con l’intensità cinematografica tipica di Schrader, il thriller di vendetta racconta la storia di un ex interrogatore militare diventato giocatore d’azzardo perseguitato dai fantasmi delle sue decisioni passate e presenta le avvincenti esibizioni delle star Oscar Isaac, Tiffany Haddish, Tye Sheridan e Willem Dafoe.

 

C’ERA UNA VOLTA IN AMERICA, recensione

once upon a time america locandina

Ebbene, prima o poi dovevamo imbatterci nella recensione di uno dei film più amati, venerati e al contempo più odiati, apertamente contestati di tutti i tempi, ovvero l’ultima opus di Sergio Leone, cioè C’era una volta in America (Once Upon a Time in America). Pellicola dalla durata spropositata della quale, nel corso degli anni, in seguito a numerosi restauri, aggiunta di scene eliminate e poi recuperate nella postuma director’s cut, furono approntate varie versioni. Ed è dunque pressoché, oramai impossibile stabilire con certezza quale sia la versione definitiva col minutaggio, potremmo dire, giusto e precisamente allineato al volere di Leone. Il quale, all’epoca dell’uscita nelle sale statunitensi di C’era una volta in America, peraltro scese a un grave compromesso col produttore Arnon Milchan. Quest’ultimo, difatti, per il mercato nordamericano, erroneamente convinto che, nella sua versione di circa quattro ore di durata, C’era una volta in America si sarebbe gigantescamente rivelata una pellicola improponibile per le esigenze del grande pubblico, ne ridusse il minutaggio drasticamente, dimezzandolo. La sua scelta, sbagliata in modo titanico, poco avveduta, decisamente avventata e campata per aria, sortì nocivamente e paradossalmente l’effetto contrario e, a dispetto dei suoi calcoli e delle sue insane aspettative poco previdenti e scarsamente lungimiranti, basatesi per l’appunto sulle sue frettolose deduzioni fallimentari, fece sì che C’era una volta in America incorresse in un flop devastante. Poiché, malgrado a tutt’oggi sia reputata una pellicola eccelsa, adorata da una moltitudine di cinefili dei più pregiati, ai tempi della sua ufficiale releaseC’era una volta in America fu largamente snobbato al botteghino e non piacque molto alla Critica. Tanto da venir ignorato completamente agli Oscar. Però, a essere più precisi e come sopra da noi già leggermente accennatovi, non molti sono tuttora concordi unanimemente sull’intoccabile valore effettivo, da noi invece ritenuto altissimo, di C’era una volta in AmericaIn primis, il critico Paolo Mereghetti, irriducibilmente sicuro che tale opera di Leone non sia assolutamente il capolavoro epico, magnificente e artisticamente mastodontico che molti credono. Mereghetti discosta in maniera diametralmente opposta rispetto invece allo scomparso Morando Morandini che, nel suo dizionario dei film, or ereditato dalle figlie, assegnò a C’era una volta in America la valutazione, in stellette, massima. Cioè 5. Valutazione lasciata inalterata. Attenendoci fedelmente alla sua sintetica eppur estremamente centrata ed esaustiva disamina recensoria, perfettamente sintetizzatrice della sua ingarbugliata e, sinceramente, indescrivibile trama pluristratificata ed enormemente complessa, ve la estrarremo qui sotto. Poiché ci pare del tutto pertinente e totalmente aderente al nostro giudizio che reputiamo identico al suo. Di cui sottoscriviamo pienamente, senza il minimo dubbio in merito, ogni sua singola parola elogiativa, giustamente: «Dal romanzo Mano armata (1983) di Harry Grey. L’ultimo film di Leone ha la struttura narrativa di un labirinto alla Borges, un giardino dai sentieri incrociati, una nuova confutazione del tempo. La sua vicenda abbraccia un arco di quasi mezzo secolo, diviso in 3 momenti: 1922-23, i protagonisti sono ragazzini, angeli dalla faccia sporca alla dura scuola della strada nel Lower East Side di New York; 1932-33, sono diventati una banda di giovani gangster; 1968, Noodles (De Niro), come emergendo dalla nebbia del passato, ritorna a New York alla ricerca del tempo perduto. Se il 1922 e il 1932 sono flashback rispetto al 1968, il 1968 è un flashforward rispetto al 1933: il Noodles anziano è una proiezione di quel che Noodles, allucinato dall’oppio, ha sognato nella fumeria. Il presente non esiste: è una sfilata di fantasmi nello spazio incantato della memoria. Alle sconnessioni temporali, corrispondono le dilatazioni dello spazio: con sapienti incastri tra esterni autentici ed esterni ricostruiti in teatro, Leone accompagna lo spettatore in un viaggio attraverso l’America metropolitana (e la storia del cinema su quell’America) che è reale e favoloso, archeologico e rituale. Sono spazi dilatati e trasfigurati dalla cinepresa; spazi anche sonori e musicali, riempiti dalla musica di E. Morricone e da motivi famosi: “Amapola”, “Summertime”, “Night and Day”, “Yesterday”. È un film di morte, iniquità, violenza, piombo, sangue, paura, amicizia virile, tradimenti. E di sesso. In questa fiaba di maschi violenti, le donne sono maltrattate; la pulsione sessuale è legata all’analità, alla golosità, alla morte, soprattutto alla violenza. È l’America vista come un mondo di bambini.

Piccolo gangster senza gloria, Noodles diventa vero protagonista nell’epilogo quando si rifiuta di uccidere l’ex amico Max. Soltanto allora, ormai vecchio, è diventato uomo».

Recensione bellissima e, come detto, a nostro avviso straordinaria e inappuntabile, da contrapporre a quella parallelamente antitetica del suo ostinato detrattore Mereghetti: «Leone, che da tredici anni pensava a questo film, l’ultimo che poté dirigere, intendeva celebrare da europeo l’immaginario del cinema classico americano, approdando a un finale cupio dissolvi carico di malinconia per i sogni perduti. Ma lo sforzo di sei sceneggiatori non ha prodotto un solo personaggio coerente e la durata spropositata non basta ad evitare buchi nel racconto. Come sempre a Leone riesce bene la trasfigurazione lirica del triviale: rende epica una mano che mescola lo zucchero in una tazzina e struggente il ricordo di uno stupro tanto gratuito quanto repellente. Ma lo stile non basta: per quanto le singole scene siano dirette magistralmente, c’è troppo autocompiacimento, oltre ad un’aridità di sentimento che lascia perplessi in un film che vorrebbe essere anche una grande elegia romantica».

Ora, premettiamo col dire che Mereghetti non ha mai simpatizzato troppo per il grandissimo Leone, e non ne capiamo il perché, ribadendo dunque fermamente quanto avrete già intuito sia il nostro pensiero a riguardo. Vale a dire, Mereghetti profondamente equivocò la natura favolistica, al contempo terribilmente e volutamente maschilista che sottende la strepitosa operazione di Leone. C’era una volta in America non è un film per niente, marcatamente misogino, rappresenta invero semplicemente l’epifania mnemonica, proustiana di un malavitoso forse tardivamente redentosi, la cui visione del mondo altri non fu che accorpata e simbioticamente strutturata secondo la distorta educazione inconsciamente ricevuta e in lui infusasi per via della frequentazione del suo originario ambiente di provenienza, trucido e squallidamente virile, e per via dei suoi similari sgherri luridamente sessisti, violenti e puerilmente narcisisti che, per quasi tutta la sua esistenza, criminosamente bazzicò impunemente e impudicamente. Non è difficile da capire, no? C’era una volta in America è un capolavoro immortale ed è essenzialmente racchiudibile personalmente in queste poche ma indelebili, lapidariamente sacrosante frasi nostre che ne sanciscono, sanamente sacramentano la sua enormità infinita e apoteotica: adattato, dal romanzo sopra menzionatovi, dalle penne Leonardo BenvenutiPiero De BernardiEnrico MedioliFranco ArcalliFranco FerriniSergio Leone e del non accreditato Ernesto Gastaldi (di cui Mereghetti s’era dimenticato) con dialoghi aggiunti di Stuart Kaminsky, il film, raccontato inizialmente in analessi, parte con due ragazzini teppistelli, Noodles e Max (Robert De Niro & James Woods da adulti) che, dopo tanti furtarelli e marachelle più o meno gravi, dopo svariati crimini, dopo l’arresto di Noodles, nuovamente e amicalmente in maniera fraterna incroceranno per lunghissimi anni la loro vita spericolata, collaborando di nuovo in maniera delinquenziale e brutale, dandosi da duri a efferate rapine a mano armata e a feroci assassinii a sangue freddo. Entrambi innamorati, sin dall’infanzia, di Deborah (Jennifer Connelly da giovane, Elizabeth McGovern da grande), se la contenderanno per sempre appassionatamente, vivendo nel frattempo anche un’inestirpabile e indomabile competitività allucinante, litigheranno e si perderanno per strada forse eternamente o, chissà, immaginariamente? In quanto il finale corrisponde alla verità oggettiva dei fatti così come realmente accaddero o è soltanto il confuso sogno e il delirio fantasioso di un Noodles frastornato dall’oppio? Forse uno dei due tradì gli accordi, forse è stato sol un amaro e stupendo, inafferrabile rimpianto, il visualizzato, fantasmagorico e allegorico disincanto di un uomo stanco e drogato. Il film va inteso in questo senso e così inquadrato. È vero, molte scene sono scollate e a volte incompatte, la pellicola è dispersiva in molti punti e, a un certo punto, oltre a essere poco coesa, risulta slabbrata, alcuni siparietti, di natura volutamente goliardica e machista, possono apparire, a prima vista, fuori luogo, cioè inutili digressioni per allungare il brodo e C’era una volta in America risente, qua e là, d’un montaggio non sempre intonato e bilanciato con l’andatura del racconto. Ma è una sapiente amalgama da ascrivere all’ottica d’un film delirante e creato appositamente come un mosaico e uno scatenato, ininterrotto, emozionale stream of conscioussness filmico-visivo. Come tale va percepito e visceralmente goduto.

Cast portentoso in cui, oltre ai succitati De Niro e Woods (i quali, in maniera però diversa, gareggeranno e rivaleggeranno ancora, in Casinò, per un’altra donna al centro dei loro antagonistici desideri impossibili, Ginger/Sharon Stone), McGovern e Connelly, sfilano una galleria di facce caratteristiche, anche in vesti d’impagabili caratteristi, fra cui William Forsythe (Colpevole d’omicidio), Treat Williams, Joe Pesci in un cammeo d.o.c. così come quello di Burt Young, il compianto Danny Aiello, fanno capolino le apparizioni fulminee dello stesso produttore Milchan e di Mario Brega, e svettano le due damigelle d’onore nelle vesti ingrate di due donne dai facili costumi, Tuesday Weld e la defunta, ahinoi, bellissima e indimenticabile Darlanne Fluegel (accreditata qui come Fleugel, poi interprete di Sorvegliato speciale con Sylvester Stallone).

Fotografia funzionale di Tonino Delli Colli. Musiche, evidenziamolo ancora, di Ennio Morricone.

Insomma, chi non ritiene questo film un capolavoro, è meglio che cambi mestiere e vada a coltivare le cicorie.

di Stefano Falotico

 

NON APRITE QUELLA PORTA, recensione

texaschainsawmassacretexas chain saw massacre

Un capolavoro o una chiavica sopravvalutata in modo spaventoso? Un film fighissimo o era più figa Teri McMinn/Pam, antesignana di ogni donna moderna con gli shorts striminziti da urlo?! Sì, ne realizzerò un altro rifacimento, intitolato Non aprite quella. E basta. Terribile! Ah ah!

Ebbene, prima o poi dovevamo recensire Non aprite quella porta (The Texas Chain Saw Massacre), opera magna e capitale, centrale nella filmografia dell’anfitrione cineastico, ahinoi scomparso, Tobe Hooper (Poltergeist). Opera entrata di diritto nell’immaginario collettivo, soprattutto degli amanti dei fortissimi, sconvolgenti thriller ad altissime e vertiginose, raccapriccianti e truculente tinte a loro volta intinte di sangue spaventoso e suggestività paurose delle più tremende e scioccanti, quasi traumaticamente morbose delle più perverse e maligne.

Ma questa sarà subito la nostra primaria questione: Non aprite quella porta, venerato oltre ogni dire e inimmaginabilmente in modo incommensurabile dai suoi sempre irriducibili fan, via via peraltro crescenti di generazione in generazione, è veramente quel mirabile capolavoro emozionalmente terrificante e repellente, bellissimamente mostruoso di cui si narra epicamente e del quale ogni ammiratore dell’horror purissimo si riempie continuamente la bocca, parlandocene sin allo sfinimento, perfino noiosamente e ripetitivamente in modo oramai indigesto?

Forse, non ce ne vogliano i suoi sterminati fanatici, Non aprite quella porta è vagamente datato, addirittura forse eccessivamente lodato. Poiché, alla fin fine, non è un granché? No, ci mancherebbe. Altresì però, probabilmente, non è niente di così eccezionale, orrifico ed epocale irripetibilmente. Stiamo bestemmiando in senso lato, cinematograficamente parlando, siamo blasfemi e ne disconosciamo parzialmente l’immane valore artistico e “seminale?”. No, non crediamo… che Non aprite quella porta sia quell’intoccabile pietra miliare di cui, come appena sopra dettovi, chiunque non osa proferire parole dubbiose in merito alla sua qualità e importanza da lui reputate inviolabili. È un film decisamente, sotto molti aspetti, rilevante e principale all’interno del suo genere e, inutile ribadirlo, rappresenta un passaggio chiave imprescindibile per il futuro e odierno modo di concepire la stessa parola paura e il genere stesso a esso appartenente, ovviamente.

Però è oltremodo sopravvalutato? Chissà…

Trama, ridotta all’osso: cinque ragazzi, a bordo di un furgoncino, decidono spensieratamente e ingenuamente di trascorrere una felice vacanza in Texas. Inoltrandosi nell’arido e afoso suo entroterra turistico apparentemente allettante e verdeggiante. Dell’allegra, giovanissima combriccola fanno parte anche l’invalido e cicciottello Franklin (Paul A. Partain, texano nato ad Austin nel giorno del 22 novembre del ‘46 e morto, all’età di cinquantotto anni, sempre nella sua città natia) e l’avvenente, sexy Pam (Teri McMinn). Il ragazzo di Pam, di nome Kirk (William Vail), senza sprezzo del pericolo, s’avventura all’interno d’una bianchissima villa abbandonata, attorniata da una foltissima vegetazione e contornata da rampicanti erbe rupestri. Chi si cela in tale mansueta abitazione silenziosa? Forse Leatherface (il compianto Gunnar Hansen), un uomo mascherato in maniera raccapricciante che indossa una tutina da macellaio e a cui piace azionare una motosega infermabile? I cinque boys, inoltre, durante il loro tragitto, diedero il passaggio a un autostoppista picchiatello e autolesionista (Edwin Neal). Chi è costui, in verità? È, per caso, apparentato con Leatherface? Invece qual è la vera identità che si cela dietro le fattezze, all’apparenza rispettabilissime e innocue, perfino tonte, del gestore di una stazione di servizio situata a poche centinaia di metri dalla casa succitata e a sua volta ubicata ai piedi del tetro boschetto?

Sceneggiato dallo stesso Tobe Hooper e Kim Henkel, i quali subito dichiararono all’inizio del film di essersi ispirati a un macabro e pazzescamente fatto efferato realmente accaduto, Non aprite quella porta costò pochissimo e dura solamente ottantaquattro minuti nella sua edizione integrale, mentre addirittura, in quella per lungo tempo circolata, ancora meno. Cioè un’ora e tredici.

Lungamente boicottato per via della sua perturbante violenza mostrataci senza molti filtri, censurato più e più volte non solo ai tempi della sua releaseNon aprite quella porta, col passare degli anni, è divenuto un fenomeno di culto non solo presso i cinefili e gli aficionado delle pellicole, per l’appunto, di matrice slasher delle più emotivamente devastanti.

Ispirando seguiti e imitazioni a non finire, il remake di Marcus Nispel del 2003, videogiochi, serie televisive e quant’altro. Insomma, chi più ne ha, più ne metta, come si suol dire.

Magnifica, spettrale e atmosferica fotografia spazialmente bellissima, abrasiva e aderente perfettamente al clima stratosfericamente inquietante emanatoci da Hooper, a firma di Daniel Pearl.

Il film mette veramente i brividi, alcune scene, specialmente quella del pre-finale della famigerata e celeberrima cena cannibalistica della famiglia di psicopatici riuniti attorno a uno sgangherato, consunto tavolo imbandito per celebrare uno dei più schifosi orrori mai visti durante un’interminabile nottata che aspetta la sua timida e fievole alba speranzosa, eh già, accappona la pelle ed eternamente, visceralmente ci segnerà profondamente.

Ma Non aprite quella porta, al di là di tutto, col senno di poi, non pensate che sia onestamente prevedibile e banale dal suo primo minuto all’ultimo? Non credete che Leatherface, con la sua ridicola corsa quasi da paraplegico e da goffo, sesquipedale imbranato ritardato, sì, tanto agghiacciante e temibile quanto involontariamente, incoscientemente imbecille, più che la pura incarnazione del male per eccellenza, sinistro e orrendamente innocente, sia sostanzialmente sol un povero deficiente tragicomico dei più insostenibili e incredibili?

Se pensate di no, allora Non aprite quella porta è inconfutabilmente un capolavoro insindacabile.

Se invece pensate di sì, se pensate cioè che Leatherface, tutto sommato, non sia questo storico villain formidabile e indimenticabile, bensì solamente un biasimevole poveraccio e un penoso, maledetto disgraziato, Non aprite quella porta, soprattutto verso la sua metà, potrebbe ai vostri occhi palesarsi come un film dell’orrore fantozziano e demenziale.

Leatherface, nella sua assoluta inconsapevolezza di psichica malattia straziante, è gigantesco esattamente per questa ragione assurda?

Anche se l’ombra del Bruce Campbell a venire, de La casa e de L’armata delle tenebre, pare concretizzarsi, nella nostra memoria, da un momento all’altro. Porgendo a Leatherface un sorrisino beffardo di compassione infinita, elargendogli pietisticamente un’atroce smorfia irridente delle più invincibilmente e grandiosamente, giustamente strafottenti.

E ho detto tutto…

di Stefano Falotico

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QUEL POMERIGGIO DI UN GIORNO DA CANI, recensione

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Ebbene, oggi voliamo all’indietro nel lontano anno 1975, anno d’uscita di uno dei capisaldi per antonomasia della New Hollywood, ovvero l’imbattibile ed epocale, a tutt’oggi insuperato nel suo genere, Quel pomeriggio di un giorno da cani (Dog Day Afternoon), firmato con egregia maestria dal compianto Sidney Lumet e interpretato da un Al Pacino allo zenit del suo espressivo e carismatico, talentuoso istrionismo d’antologia portentoso.

Film della corposa, potentissima e appassionante durata di due ore e cinque minuti, vietato ai minori di 14 anni, Quel pomeriggio di un giorno da cani fu sceneggiato da Frank Pierson (Cat BallouNick mano fredda) che, tornando a lavorare per Lumet dopo il precedente Rapina record a New York del ‘72, per l’occasione si basò su una storia vera, da lui romanzata e genialmente adattata in forma particolare, inventiva e avvincente, molto spettacolarizzata ma non in forma troppo irritantemente sensazionalistica a sfondo puramente retorico, bensì semplicemente sensazionale ed emozionalmente trascinante, traendo ispirazione nel soggetto da un articolo di P.F. Kluge e Thomas Moore, intitolato, The Boys in the Bank, comparso su Life. La trama, seccamente qui riassunta in pochissime righe però pertinentissime e chirurgicamente precise: nella calda giornata del 22 Agosto del 1972, tre uomini disperati assaltano una banca immediatamente dopo il suo orario di chiusura, nella speranza di derubarne il bottino conservato nella cassaforte. Niente, forse, andrà secondo i loro piani. Innanzitutto, il membro più giovane del terzetto, arrivato al dunque, non se la sentirà di proseguire nel ladrocinio e, intimorito, fuggirà vigliaccamente. Mentre gli altri due, Sonny Wortzik (Al Pacino) e il suo fido compare imbranato, anch’egli terrorizzato a morte dal precipitare degli eventi che subitaneamente incorreranno loro imprevedibilmente, cioè Salvatore Naturale (John Cazale), si troveranno presto, per l’appunto, in un mare di guai. Poiché, con loro sommo e sgradito stupore scioccante, in cassaforte sono rimasti pochissimi soldi. Sonny e Salvatore, malgrado la scarsissima somma depositata nel caveau, equivalente solamente a un migliaio di dollari (cifra certamente non esigua però assolutamente insufficiente rispetto alle loro erronee ed ardite, clamorosamente fallimentari previsioni), decideranno ugualmente di sottrarla. Ma, quando staranno per svignarsela col malloppo, si accorgeranno che, all’esterno dell’edificio bancario, vi è già la polizia, schierata agguerritamente in battaglia. Cosicché, per extrema ratio, Sonny e Salvatore prenderanno in ostaggio i clienti della banca. Questo stratagemma funzionerà oppure il mastino inamovibilmente ferreo, Eugene Moretti (Charles Durning), darà ai due gaglioffi, improvvisatisi criminali, forse da strapazzo, durissimo filo da torcere?

Premio Oscar meritatissimo alla sceneggiatura, ritmo elevatissimo che non lascia un sol attimo di respiro e di tregua, un Cazale ottimo e un Pacino titanico che si carica di tutto il peso di questo psicodramma magistrale e maestoso, con tanto di sotto-plot commovente, vivificando tale immane pellicola gigantesca, diretta da Lumet con mirabile destrezza imprendibile.

In quanto, Quel pomeriggio di un giorno da cani è diventato un film, oltre che qualitativamente ineccepibile (montaggio asciutto e allo stesso tempo frenetico di Dede Allen, fotografia eccelsamente funzionale di un ispirato Victor Kemper), assurto in modo totemico a modello ispiratore di tantissime altre pellicole similari nella tematica.

Citato perfino nel primo episodio di Mindhunter, nel quale diviene addirittura oggetto di studio per “profilazioni” di matrice criminologa-lombrosiana, praticamente copiato da cima a fondo in John Q.

Se un film, a distanza di quarantasei anni dalla sua release, è stato capace di compiere prodigiosamente tutto ciò e di risultare ancora così attualmente fascinoso e irresistibile, significa che Quel pomeriggio di un giorno da cani è un capolavoro impari dei più alti e lungimiranti. Nonostante tutto, raramente imitabile. Al massimo, seminale per film semmai molto belli, comunque sia non a esso equiparabili.

Insomma, Pacino, insomma, Falotico quando vuole, eh già, scrive da dio.

Voglio approfittare di questa mia recensione per dedicare questo film alla memoria del cugino di mia madre, cioè mio cugino di secondo grado. Unico medico del suo paese e di quello di mia madre, omaggiato dal sindaco della sua città natia. Morto purtroppo ieri per un cancro mal curato e scoperto in maniera tardiva. Ricordo ancora quando ero un ragazzino e Michele, vedendomi giocare a Calcio nel campetto sotto casa di mia nonna, diceva a tutti: sì, De Niro e Pacino sono grandi attori ma questo mio nipote è un fenomeno. Avete visto che roba? Sembra Jean-Claude Van Damme nel finale di Lionheart. Erano altri tempi, era un altro mondo, era un grande uomo.

https://www.materanews.net/matera-in-provincia-il-triste-addio-al-caro-michele-musillo-il-dottore-di-tutti/

di Stefano Falotico

 

SCARFACE, recensione

pacino Scarface Tony Montana

Ebbene, oggi recensiamo un film entrato oramai di diritto nell’empireo della Settima Arte più indiscutibile, una pellicola imprescindibile e vertiginosa, titanica e apoteotica, facente parte indissolubilmente del nostro collettivo immaginario più glorioso, ovvero Scarface, firmato dal geniaccio Brian De Palma.

Scarface, come sappiamo noi cinefili assidui e irriducibili, dura la mastodontica eppur mai annoiante bellezza di due ore e cinquanta minuti netti, assolutamente meravigliosa, irresistibile, magnifica e inconfutabilmente epocale e storica, iconica e mitica. Osiamo dire, leggendaria.

Scarface è dichiaratamente il rifacimento sui generis, personalissimo e fenomenale, del classico omonimo di Howard Hawks con Paul Muni. Stavolta, come sopra appena dettovi, diretto con magistrale personalità da un Brian De Palma che lo reinventò in maniera sensazionale.

Scritto da Oliver Stone (regista ovviamente conclamato che certamente non abbisogna di ulteriori e pleonastiche, superflue presentazioni, però forse non poco sopravvalutato e, con ogni probabilità, oltremisura pluripremiato e oscarizzato, director peraltro successivamente di Ogni maledetta domenica, precedentemente già notevole writer del superbo, sebbene imperfetto, Fuga di Mezzanotte girato da un ispirato Alan Parker, di Conan il barbaro di John Milus e dell’irraggiungibile, epico L’anno del dragone del compianto, immenso Michael Cimino), Scarface, ai tempi della sua uscita nelle sale, stranamente e, in tutta franchezza, inconcepibilmente, fu accolto dall’intellighenzia critica mondiale piuttosto freddamente.

Tant’è vero che, identicamente a tutte le opere di De Palma, scandalosamente mai candidato agli Academy Awards, il che ha dello scabrosamente vergognoso, essendo De Palma uno dei massimi cineasti non solo viventi, bensì di tutti i tempi, Scarface non fu per l’appunto nominato a nessuna statuetta dorata, rimanendo in ogni categoria assurdamente ignorato e snobbato. Davvero scioccante. Oltre che, come poc’anzi scrittovi, dalla svergognata e, oserei dire, impreparata Critica dell’epoca, quasi unanimemente stroncato in maniera tremenda e micidiale.

Ciò, col senno di poi, è infatti e in effetti pazzesco e, nei riguardi del magistrale De Palma, rappresenta a tutt’oggi un affronto dei più scellerati e screanzati.

In quanto, checché se ne dica, malgrado pur odiernamente anche molta Critica “moderna” avanzi ancora nei suoi confronti qualche ridicola e pretestuosa riserva, Scarface è, parimenti all’originale, un capolavoro monumentale e abissale. Sì, lo è e non ha nulla da invidiare al suo capostipite.

Sintetizziamone la trama in pochi ma essenziali, assai salienti tratti: due profughi cubani, scappati dal regime dittatoriale di Fidel Castro, vale a dire rispettivamente Tony Montana (Al Pacino) e il suo inseparabile compare amicone Manny Ribera (Steven Bauer), espatriano clandestinamente a Miami. Ove, dopo aver svolto lavoretti dei più umili ma soprattutto umilianti, pian piano ascenderanno nell’olimpo dei signori della droga. Grazie specialmente all’intraprendenza infermabile dell’inenarrabilmente ambizioso Tony. Il quale, a sua volta, in virtù dei suoi modi trasgressivi, invero poco virtuosi, da menefreghista e megalomane, di sapervi scaltramente fare, riesce a scalzare e ad assassinare dapprima il suo capo da lui mal sopportato, Frank Lopez (Robert Loggia), rubandogli la sua splendida moglie, Elvira (una bellissima, indimenticabile e bravissima Michelle Pfeiffer, qui al suo passo di qualità davvero rilevante, magneticamente folgorante e, per la sua futura, stellare carriera, irrinunciabile).

Tony forse esagererà, il suo impero si sgretolerà e lui, prima o poi, alla stessa velocità con cui salì nella scala gerarchica dei gangster ricchissimi, nababbi e potenti intoccabili, crollerà con una repentinità e un’agghiacciante tragicità altrettanto spaventosa e mostruosa? Chissà…

Ipnotiche musiche di Giorgio Moroder, fotografia di John A. Alonzo.

Quando un film come Scarface non stanca mai a ogni ennesima visione, anzi, continua in modo impressionante ad affascinare a distanza di circa un quarantennio dalla sua release ufficiale, significa che è un capolavoro, un film artisticamente miracoloso.

Al Pacino, inutile dircelo, glorioso. Forse, nel suo totale ruolo della vita. E stiamo parlando del sig. Michael Corleone della saga del Padrino, dell’interprete strepitoso di Cruising, di Jimmy Hoffa di The Irishman e, a proposito di Brian De Palma, di mrCarlito’s Way, solamente per citare un’infinitesimale porzione della sua interminabile galleria di personaggi memorabili.

Insomma, come direbbero gli americani, one of the greatest actors of all time.

Nel cast, anche Mary Elizabeth Mastrantonio e F. Murray Abraham. Dici poco…

Parafrasando il grande, salomonico giudice Sante Licheri del Forum che fu, è eternamente deciso: Scarface è un film quasi più figo ed eccitante di Michelle Pfeiffer in questo film e anche in Ladyhawke.

Se non vi piace Scarface, non significa che siete gay, io non sono omofobo ma voi, di sicuro, avete molti problemi al cervello. Che fa rima con quello.

Ah ah, ahuau, motto pacinesco par excellence.

Sì, sono un gigione come Al. Dunque, vi arreco dei problemi? Di mio, ho solo un problema nella vita, diciamocela senza peli sulla lingua.

Non ho una sorella, quindi non sono geloso come Tiberio Murgia/Michele Nicosia detto Ferribotte verso la sorella Claudia Cardinale/Carmelina Nicosia ne I soliti ignoti (però, andava compreso, stiamo parlando di una delle più ex grandi fighe della storia, per la Madonna!), non sono neanche geloso come Tony verso la Mastrantonio/Gina, quasi montata nel cesso dal buzzurro John Travolta dei poveri con tanto di gel da Tutti pazzi per Mary (ah ah), però mi fa sesso, no, mi sale spesso il sangue alla testa quando la mia lei balla con un altro. Poiché non voglio che il sangue di questo qua, un quaquaraquà, ah ah, riscaldi i suoi testicoli e la scaldi, non avendo costui nessuna qualità. Secondo me, neppure la quaglia…

Su questa freddura alla Falotico, ricordate, sono lo sfigato per antonomasia, no, lo sfregiato invincibile, in passato un fregato/fottuto, spacciato ma non spacciatore dei più ottusamente imbattibili, adesso me ne fotto in modo impagabile. Voi invece le pagate, eh, lo so, figli di una malafemmina!

Io non sono Sante Licheri, scambiato da Salvo de Il grande fratello per Dante Alighieri, ah ah, non sono Dante Cruciani/Totò del film succitato di Monicelli ma, obiettivamente, so Il Falò delle vanità, ah ah.

Sì, vi ho dato due freddure al posto di una. Che volete da me? Non sparatemi alle (s)palle a mo’ di Geno Silva.

Purtroppo, anche lui è morto così come il fantasma di Bob di Twin Peaksalias Frank Silva.

Di mio, sono come il mago Silvan.

Appaio e poi di nuovo sparisco. Alla mia lei dico, ecco, ora sta qua e, fra trenta secondi, sarà là. Ah ah.

Terza freddura, d’altronde non c’è due senza tre e, come dico io, non c’è freddura senza poi, per dirla da Totò de Un turco napoletano, la “stiratura”. Cos’è la stiratura? Provate a indovinare. Qualcosa che si sposa con fregatura o sfregatura sempre di qualcosa molto duro che entra con fare sicuro nella selva oscura… eh sì, il mio dritto non è smarrito, è teso e ancora penetrante in modo liscio.
Eh già, mie cazzoni, ah ah! Io arrivo al sodo da uomo che potentemente se la suda, forse dopo una Lemon Soda frizzante o ficcante!

di Stefano Falotico

 

VI PRESENTO I NOSTRI, recensione


vipresentoinostridenirolocandinaAndy Garcia è un sex symbol, Jessica Alba non è, tutto sommato, un granché. E questo film è sostenuto dal Sustengo. Come si suol dire, malgrado sia sozzo e sporcaccione, spinge in modo arzillo. Ah ah.

Ebbene oggi, per il nostro consueto e particolare appuntamento settimanale coi Racconti di Cinema, andiamo a ripescare un film, a nostro avviso, leggermente bistrattato e ingiustamente sottovalutato, ovvero Vi presento i nostri (Little Fockers), terzo e ultimo capitolo della trilogia inaugurata da Jay Roach (Trumbo) con Ti presento i miei e Mi presenti i tuoi?, il quale qui compare soltanto in veste di produttore assieme alla TriBeca patrocinata da mr. De Niro & Jane Rosenthal, avendo lasciato la cabina di regia a Paul Weitz (About a Boy). Che prosegue tale pochade del succitato franchise di matrice tipicamente statunitense con questa pellicola boccaccesca e sanamente frivola e triviale con forti e perentorie, immancabili allusioni sessuali perfino abbastanza spinte, premendo sul pedale dell’acceleratore d’una comicità di grana grossa eppur mai veramente disturbante, spesso scontata e banale, perdendosi in molte gag che girano a vuoto ma, al contempo, in alcuni punti decisamente scacciapensieri ed esilaranti, portando comunque a casa un film che, malgrado molti scivoloni e numerose battute addirittura superate, sì, anacronistiche e pedestri, riesce nel suo non pretenzioso, bensì letizioso e a suo modo armonioso, compitino decoroso di commedia brillante da bersi tutta d’un fiato, lasciando immantinente e ovviamente da parte ogni artistica ambizione in tal caso poco pertinente.

Semplicemente, Vi presento i nostri è dichiaratamente, volgarmente, goliardicamente, innocentemente divertente e, per l’appunto, non pretende di passare alla storia del Cinema come pellicola indimenticabile, qualitativamente. Vi presento i nostri, inoltre, dura poco. Cioè solamente un’ora e trentotto minuti, titoli di coda esclusi, mostranti una canzone rap molto sui generis (negli extra, gli imbarazzanti e contemporaneamente buffi errori dal set, eliminati naturalmente in fase del montaggio finale).

Trama, all’insegna della più ricercata spensieratezza a mo’ di family comedy farsesca e cialtronesca, congegnata secondo pura contaminazione a continuazione leggiadra dei due capitoli antesignani altrettanto stupidi, altresì godibilmente adorabili: il pater familias Jack Byrnes (Robert De Niro), deluso dal dr. Bob (Tom McCarthy), che ha tradito il suo celeberrimo cerchio della fiducia, mettendo le corna a una delle sue figlie, cioè Debbie, ripiega e ripone allora in Gaylord Myron “Greg” Fotter (Ben Stiller) ogni sua rosea aspettativa. Greg e la figlia di Jack, Pam (Teri Polo) sono oramai sposati da anni e hanno adesso due gemellini che vogliono iscrivere a una rivoluzionaria scuola per piccoli fenomeni, gestita e diretta dall’avvenente e persuasiva Prudence (Laura Dern). Jack però, nel frattempo, viene insospettito da molti comportamenti equivoci, anzi a suo modo inequivocabili e assai compromettenti l’onore della famiglia, tenuti da parte di Greg. Il quale, essendo adesso a capo di un’importante industria farmaceutica, ha accettato di pubblicizzare il Sustengo, un farmaco simile al Viagra. A sua volta sostenuto e duramente pubblicizzato da Andi Garcia (Jessica Alba). Una bomba sexy e maliziosetta donna in carriera il cui nome, tolta la i al posto della y, è pressoché identico a quello del noto interprete cubano, naturalizzato statunitense, de Il padrino – Parte III. Riuscirà Greg, in questa pagliaccesca commedia per l’appunto degli equivoci, giocata quasi esclusivamente sui doppi sensi a sfondo marcatamente sessuale, a risolvere i gravi fraintendimenti, conquistando pienamente il titolo assai “ambito” di Don Fotter?

Garbato, a dispetto delle sue cadute nel pecoreccio, Vi presento i nostri si palesa immediatamente e giustamente ai nostri occhi per quello che è. Vale a dire un film che, come detto, non vuole assolutamente assurgere a vetta totemica della cinematografia mondiale. Bensì vuole solo intrattenere con scempiaggini a loro modo godibili. Cioè è un guilty pleasure facilissimamente dimenticabile ma guardabile, eccome. Nel cast, oltre al ritorno di Owen Wilson e Blythe Danner, Kevin Hart, Barbra Streisand e Dustin Hoffman, questi ultimi in due cammei squisiti, Harvey Keitel (Taxi Driver) nella parte d’un rozzo capo cantiere parecchio deficiente. Robert De Niro e Paul Weitz, dopo Vi presento i nostri, avrebbero presto lavorato assieme nel ben superiore e più impegnato Being Flynn.

di Stefano Falotico

 
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