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SAG Awards 2023/2024, Nominations

From Deadline:de niro william hale flower moon

Outstanding Performance by a Male Actor in a Leading Role

BRADLEY COOPER / Leonard Bernstein – “MAESTRO”
COLMAN DOMINGO / Bayard Rustin – “RUSTIN”
PAUL GIAMATTI / Paul Hunham – “THE HOLDOVERS”
CILLIAN MURPHY / J. Robert Oppenheimer – “OPPENHEIMER”
JEFFREY WRIGHT / Thelonious “Monk” Ellison – “AMERICAN FICTION”

Outstanding Performance by a Female Actor in a Leading Role

ANNETTE BENING / Diana Nyad – “NYAD”
LILY GLADSTONE / Mollie Burkhart – “KILLERS OF THE FLOWER MOON”
CAREY MULLIGAN / Felicia Montealegre – “MAESTRO”
MARGOT ROBBIE / Barbie – “BARBIE”
EMMA STONE / Bella Baxter – “POOR THINGS”

Outstanding Performance by a Male Actor in a Supporting Role

STERLING K. BROWN / Clifford Ellison – “AMERICAN FICTION”
WILLEM DAFOE / Godwin Baxter – “POOR THINGS”
ROBERT DE NIRO / William Hale – “KILLERS OF THE FLOWER MOON”
ROBERT DOWNEY JR. / Lewis Strauss – “OPPENHEIMER”
RYAN GOSLING / Ken – “BARBIE”

Outstanding Performance by a Female Actor in a Supporting Role

EMILY BLUNT / Kitty Oppenheimer – “OPPENHEIMER” DANIELLE BROOKS / Sofia – “THE COLOR PURPLE”
PENÉLOPE CRUZ / Laura Ferrari – “FERRARI” JODIE FOSTER / Bonnie Stoll – “NYAD”
DA’VINE JOY RANDOLPH / Mary Lamb – “THE HOLDOVERS”

Outstanding Performance by a Cast in a Motion Picture

AMERICAN FICTION
ERIKA ALEXANDER / Coraline
ADAM BRODY / Wiley Valdespino
STERLING K. BROWN / Clifford Ellison
KEITH DAVID / Willy the Wonker
JOHN ORTIZ / Arthur
ISSA RAE / Sintara Golden
TRACEE ELLIS ROSS / Lisa Ellison
LESLIE UGGAMS / Agnes Ellison
JEFFREY WRIGHT / Thelonious “Monk” Ellison

BARBIE
MICHAEL CERA / Allan
WILL FERRELL / Mattel CEO
AMERICA FERRERA / Gloria
RYAN GOSLING / Ken
ARIANA GREENBLATT / Sasha
KATE MCKINNON / Barbie
HELEN MIRREN / Narrator
RHEA PERLMAN / Ruth
ISSA RAE / Barbie
MARGOT ROBBIE / Barbie

THE COLOR PURPLE
HALLE BAILEY / Young Nettie
FANTASIA BARRINO / Celie
JON BATISTE / Grady
DANIELLE BROOKS / Sofia
CIARA / Nettie
COLMAN DOMINGO / Mister
AUNJANUE ELLIS-TAYLOR / Mama
LOUIS GOSSETT, JR. / Ol’ Mister
COREY HAWKINS / Harpo
TARAJI P. HENSON / Shug Avery
PHYLICIA PEARL MPASI / Young Celie
GABRIELLA WILSON “H.E.R.” / Squeak

KILLERS OF THE FLOWER MOON
TANTOO CARDINAL / Lizzie Q
ROBERT DE NIRO / William Hale
LEONARDO DICAPRIO / Ernest Burkhart
BRENDAN FRASER / W.S. Hamilton
LILY GLADSTONE / Mollie Burkhart
JOHN LITHGOW / Prosecutor Peter Leaward
JESSE PLEMONS / Tom White

OPPENHEIMER
CASEY AFFLECK / Boris Pash
EMILY BLUNT / Kitty Oppenheimer
KENNETH BRANAGH / Niels Bohr
MATT DAMON / Leslie Groves
ROBERT DOWNEY JR. / Lewis Strauss
JOSH HARTNETT / Ernest Lawrence
RAMI MALEK / David Hill
CILLIAN MURPHY / J. Robert Oppenheimer
FLORENCE PUGH / Jean Tatlock

Poi quelle televisive al link sopra immessovi.
 

GOLDEN GLOBE(s) Winners

Best Motion Picture – Drama
Oppenheimer (Universal Pictures)

Best Performance by a Female Actor in a Motion Picture – Drama
Lily Gladstone (Killers of the Flower Moon)

Best Motion Picture – Musical or Comedy
Poor Things (Searchlight Pictures)

Best Performance by a Male Actor in a Motion Picture – Musical or Comedy
Paul Giamatti (The Holdovers)

Best Television Series – Drama
Succession (HBO | Max)

Best Performance by a Female Actor in a Television Series – Drama
Sarah Snook (Succession)

Best Television Series – Musical or Comedy
The Bear (FX)

Best Television Limited Series, Anthology Series or Motion Picture Made For Television
Beef (Netflix)

Cinematic and Box Office Achievement
Barbie (Warner Bros. Pictures)

Best Original Song – Motion Picture
“What Was I Made For?” — Barbie
Music & Lyrics By: Billie Eilish O’Connell, Finneas O’Connell

Best Original Score – Motion Picture
Ludwig Göransson (Oppenheimer)

Best Performance by a Male Actor in a Motion Picture – Drama
Cillian Murphy (Oppenheimer)

Best Performance by a Female Actor in a Motion Picture – Musical or Comedy
Emma Stone (Poor Things)

Best Director – Motion Picture
Christopher Nolan (Oppenheimer)

Best Motion Picture – Animated
The Boy and the Heron (Gkids)

Best Performance by a Male Actor in a Television Series – Drama
Kieran Culkin (Succession)

Best Performance by a Female Actor in a Television Series – Musical or Comedy
Ayo Edebiri (The Bear)

Best Motion Picture – Non-English Language
Anatomy of a Fall (Neon) – France

Best Performance in Stand-Up Comedy On Television
Ricky Gervais (Ricky Gervais: Armageddon)

Best Performance by a Male Actor in a Television Series – Musical or Comedy
Jeremy Allen White (The Bear)

Best Screenplay – Motion Picture
Justine Triet, Arthur Harari (Anatomy of a Fall)

Best Performance by a Male Actor in a Supporting Role On Television
Matthew Macfadyen (Succession)

Best Performance by a Female Actor in a Supporting Role On Television
Elizabeth Debicki (The Crown)

Best Performance by a Male Actor in a Limited Series, Anthology Series, or a Motion Picture Made For Television
Steven Yeun (Beef)

Best Performance by a Female Actor in a Limited Series, Anthology Series, or a Motion Picture Made For Television
Ali Wong (Beef)

Best Performance by a Male Actor in a Supporting Role in Any Motion Picture
Robert Downey Jr. (Oppenheimer)

Best Performance by a Female Actor in a Supporting Role in Any Motion Picture
Da’vine Joy Randolph (The Holdovers)

 

La battaglia di Hacksaw Ridge, recensione

HacksawRidge AndrewGarfield

Puntualizzo subito: Gibson non è australiano ma ha vissuto, da piccolo, tantissimi anni nella terra dei canguri. È dunque newyorkese? Eh eh. È nato a Peekskill.

Ebbene, mi approccio subito con tal “ebbene” di tono confidenziale a voi, amici e (a)nemici, eh eh, fratelli e sorelle della congrega falotica… Persi questo film al Cinema e lo “agguantai” solamente ieri, vedendolo su Netflix ove, da un bel po’, staziona prima d’essere tolto chissà quando, però… Eh eh. Film del 2016, targato da un Mel Gibson cazzuto che, in pompa magna e con barba da talebano che anticipò il suo canuto look da Santa Claus, propostoci recentemente, presentò questo suo controverso, magniloquente, sanguinolento e veramente corposo opus irresistibile, forse sol in senso lato “irrefrenabile”, diciamo, alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, vale a dire più comunemente Festival di Venezia, ove ricevette un’interminabile, forse esagerata, un po’ immeritata, standing ovation in Sala Grande alla presenza di quasi tutto il cast. Capeggiato da un Andrew Garfield straordinario, nei panni non del capitano Glover, invece incarnato da Sam Worthington, (Wikipedia links a seguire) bensì del primo obiettore di coscienza dell’Esercito degli Stati Uniti a ricevere la medaglia d’onore, alias Desmond Doss. Sposatosi con l’altrettanto veramente esistita Dorothy Schutte, ivi interpretata dall’avvenente e angelica Teresa Palmer. Garfield che fu giustamente candidato all’Oscar come miglior attore protagonista nello stesso anno in cui, giocando di raffronti e parallelismi, uscì nei cinema mondiali con un altro character, per molti versi, analogo, ovverosia Padre Sebastião di Silence. La battaglia di Hacksaw Ridge (Hacksaw Ridge e basta in originale), costato relativamente poco, incassò cifre da capogiro e, oltre a riscontrare i favori del pubblico internazionale, ottenne quasi unanimemente i plausi di gran parte dell’intellighenzia critica. Piacque molto ai membri dell’Academy e, oltre alla nomination succitata di Garfield (sconfitto da Casey Affleck di Manchester by the Sea), vinse nella categoria di Miglior Montaggio e Miglior Sonoro, perdendo invece per il miglior montaggio… sonoro, aggiudicandosi inoltre le candidature per Best Picture & Best Director. Non raggiunse dunque i fasti di Braveheart – Cuore impavido ma vi andò vicino. Hacksaw Ridge rappresenta al momento la quinta regia di Gibson dopo L’uomo senza volto, l’appena menzionatovi Braveheart, La passione di Cristo e Apocalypto. Ancora per pochissimo però in quanto Gibson è appena tornato dietro la macchina da presa per Flight Risk con Mark Wahlberg. Chiarisco immantinente, Hacksaw Ridge è un bel film ma non un capolavoro, anzi, tutt’altro. È mainstream purissimo con tutti i suoi grossi pregi, altresì coi suoi inevitabili difetti grondanti pomposità retorica a fiumi e fasulla esaltazione a stelle e strisce con annessa distorsione compiaciuta della veridicità storica. Gibson non è statunitense, ovviamente, sappiamo tutti che è australiano ma è oramai “naturalizzatosi”, da tempo immemorabile, anche mentalmente, nella visione occidentale, americana nel senso di USA totale, imperialista e reazionaria, fascista e capitalistica? Mah… è davvero il nuovo Eastwood della minchia, no, m. da p.? Vince Vaughn gli è amico ed è alto da morire, quasi due metri, forse come attore è perfino più bravo di Mel e lo sovrasta. Ma che c’entra? Vaughn ivi giganteggia pur interpretando un personaggio “secondario”, il dispotico, indisponente, di statura giustappunto imponente Sergente Howell. La versione, perlomeno inizialmente, simile al sergente maggiore Hartman/R. Lee Ermey di Full Metal Jacket. Che poi, pian piano, scopriremo esser invero uno “stronzo” di cuore e dall’animo più tenero e sensibile di quanto, di primo acchito, potessimo aver sospettato, anzi, creduto. Vaughn è un attore incredibile, immensamente sottovalutato. Destinato a crescere ancor più vertiginosamente. Ancora di più d’altezza in senso letterale e di cm? Eh eh. Basti, anzi, vi basterà (ri)vederlo in True Detective 2 e in Freaky, per esempio e per rendervene conto, oltre che nelle sue prove dirette da S. Craig Zahler, fra cui, ça va sans dire, Dragged Across Concrete – Poliziotti al limite in cui duetta con lo stesso Gibson.Mel Gibson Hacksaw Ridge

Trama, secondo IMDb, riportatavi fedelmente:

Il medico dell’esercito americano della Seconda Guerra Mondiale Desmond T. Doss, che ha prestato servizio durante la Battaglia di Okinawa, si rifiuta di uccidere le persone e diventa il primo uomo della storia americana a ricevere la Medaglia d’Onore senza aver sparato neanche un colpo.teresapalmer hacksawridge Palmer Garfield battaglia HacksawRidge

Teso, vibrante, violento oltre il dovuto, chiaramente fazioso, “distorsivo”, gibsoniano in tutto, anche nel peggio! Gibson è avvezzo ad essere enfatico, a riproporci ad libitum gambe mozzate e corpi “fuori di testa”. Perverso!

Sceneggiatura non di Randall Wallace, habitué di Gibson, bensì di Andrew Knight and Robert Schenkkan.

Fotografia di Simon Duggan, musiche tonitruanti, insistite, leggermente nauseanti e pedanti, sin allo sfinimento ripetute nei momenti topici, di Rupert Gregson-Williams, da non confondere con John Williams, collaboratore invece inscindibile di Steven Spielberg. E ho detto tutto! A proposito, Schindler’s List e Salvate il soldato Ryan sono dei capolavori da paragonare al film in questione di Gibson?

Sono un “archivista” folle come Sean Penn de Il professore e il pazzo?

E quindi?

Voto al film? 7 e mezzo, non di più.

Non è il Cinema che prediligo ma non posso riconoscere a Gibson il coraggio di voler essere un megalomane e un violento, non solo con l’ex moglie.

Da citare, infine, Hugo Weaving!

vincevaughn hacksawridge

di Stefano Falotico

 

NOSTALGIA, recensione

martone favino nostalgia pierfrancesco favino nostalgia

Libero da vincoli editoriali e da asfissianti regole pedanti, ancor influenzato, altresì tanto raffreddato quanto ironico e scevro da ogni virus intestinale, no, ammaliante, no, sol ammalante influencer ammorbante e solamente appariscente-deficiente, quest’ultimo bravo, per modo di dire, sol ad essere lui stesso febbricitante di maieutica a buon mercato rionale o da Rione Sanità, ivi recensirò Nostalgia. Da me visionato ieri, in data primo gennaio di tal 2024, anno appena iniziato che si spera meno cagionevole, non solo di salute, bensì anche in senso metaforico, di quello appeno trascorso. Attenendoci, ivi utilizzando il plurale maiestatico, alle prime righe della trama riportataci da Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Nostalgia_(film_2022)

Dopo quarant’anni vissuti tra il Libano, il Sudafrica e l’Egitto, Felice Lasco torna nel luogo dov’è nato, il rione Sanità di Napoli, richiamato da un oscuro passato. Qui ritrova la madre ormai anziana e cieca, di cui si prende cura nelle ultime fasi della sua vita. Dopo la morte della donna, Felice confida a Raffaele, un vecchio fornitore di pelli e spasimante della madre, che da adolescente aveva un caro amico, Oreste Spasiano, che negli ultimi giorni gli ha fatto bruciare la motocicletta e intimare di andarsene. Raffaele gli rivela che Oreste, noto come ‘o’ Mal’omm, è il più pericoloso boss camorrista della Sanità, e lo invita paternamente a tornare in Egitto, dove è rimasta la moglie.

Martone, partenopeo di origine controllata, quando ambienterà un suo film, che ne so, a Bologna, mia città natia, malgrado non mi piaccia e non possegga origini felsinee? Mai. È chiaro. Così come è chiaro che, dopo una fase creativa altalenante, Martone sta cominciando a girare pellicole a tutt’andare in quanto non vuole estinguersi come il Vesuvio, bensì essere vesuviano, no, vulcanico ed eruttivo in fase “ultimi fuochi” da San Silvestro? Quante cartucce ha ancora da sparare prima di spararsi alla pari d’un gangster inchiappettato e all’ergastolo condannato a Poggioreale? No, ah ah, scherzo. Martone sa come usare i peti, no, petardi cinematografici e i suoi film sono botti di Capodanno, no, botte allo stomaco in competizione con Paolo Sorrentino, ovviamente, altro napoletano verace e amante delle vongole non solo veraci. Martone conobbe Toni Servillo, naturalmente amico e compagno fidato di Totò, no, Sorrentino, e vi lavorò per Qui rido io. È tutto un magna magna, parafrasando il Bettino Craxi di Pierfrancesco Favino in Hammamet by Gianni Amelio. Martone sa, alla stessa maniera di Filippo Scotti/Fabietto Schisa di È stata la mano di dio, che da Napoli nessune fugge veramente mai. Napoli t’imprigiona non solo in una cultura e mentalità oramai, per sempre, aderenti al substrato inconscio in te formatosi, bensì, anche quando te ne vai per molto tempo come Favino/Felice Lasco, senza di “lei” diventi infelice poiché la patria di Pulcinella t’incarcera nella sausade. Sì, quell’analogo sentimento brasiliano, agrodolce e melanconico di nostalgica voglia di ritornare e sprofondare, in ogni senso, nelle viscere delle tue irrinunciabili origini. Sceneggiato dallo stesso Martone ed Ippolita Di Majo a partire dall’omonimo romanzo di Ermanno Rea, Nostalgia è l’ennesimo film su Napoli, giustappunto, d’un regista che, anche quando girò il suo biopic su Giacomo Leopardi, nato a Recanati, intitolato Il giovane favoloso con Elio Germano, doveva andare a parare su Luisa Ranieri, no, Massimo Ranieri, no, Antonio Ranieri, celeberrimo amante dell’autore de L’infinito… Per dirla à la Peppino De Filippo, campeggiante ivi in uno storico graffito, e ho detto tutto…

Nostalgia è un bel film, non un capolavoro ma non aveva, onestamente, nessuna possibilità di entrare nella cinquina dei film candidati all’Oscar come Best Foreign Language. Perché Martone non è paraculo come Sorrentino, la sua Napoli non è ruffiana e quasi mai da cartolina malgrado le soffici e fascinose luci del direttore della fotografia Paolo Camera. Cinematographer, peraltro, di quell’Io capitano di Mario Martone, no, Matteo Garrone, che è invece, a dircela francamente, un romanaccio volpone! Ché, dopo la nomination ai Golden Globes, potrebbe perfino spuntarla agli Oscar… chiamalo coglione… Favino se la cava egregiamente ma la vera sorpresa è Tommaso Ragno. Appena poco prima, lo vedemmo ingrassato in Tre piani, mentre qua il vero De Niro italiano è lui, altro che Servillo. Per incarnare O’ Malommo adottò lo stesso metodo “Max Cady”…  È eccelso e fa ribrezzo il suo character, al contempo è affascinante da morire, è l’uomo di merda che nessuno, tutti vorrebbero essere.Francesco Di Leva Nostalgia

di Stefano Falotico

 

TOP GUN: MAVERICK, recensione

Recensione dissacrante, ironica, perfino anti-ero(t)ica alla purissimo, forse non tanto, Falò scatenato.

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Ebbene, perdonatemi per il tono confidenziale dell’ebbene che, secondo il galateo della buona scrittura non sta bene e non sa di bon ton, e dovete scusarmi se tale film schifai, distinguendomi, perciò, a ragion veduta, forse solo giusta, rispetto alla maggior parte della gente e a differenza della pressoché unanimità dell’intellighenzia critica, entrambe lodanti infatti inspiegabilmente tale pellicola inguardabile, osannata oltre il dovuto e ingiustificabilmente subissata di apprezzamenti sperticati, sommersa di applausi scroscianti e à gogo. Top Gun: Maverick, in verità, è un concentrato di luoghi comuni in uniforme, no, in (uni)formato mainstream per la massa becera e caciarona ove perfino le donne avvenenti giocano in battaglia, con la bottiglia in mano e la battuta fulminea a mo’ di presa pel culo che fa woman maschiaccio.

Una storia a base d’un gruppo di aviatori dell’aeronautica anale, no, aero-navale, forse portuale, con annessi e connessi cameratismi di teste di c… o coi “testicoli” e dunque simili a gigolò (non) tutti attempati, alcuni stempiati, altri con gli addominali più piatti dell’encefalogramma del teschio ambulante incarnato da Ed Harris. Qui, stronzo e al contempo idiota come non mai, probabilmente uno che ha fatto carriera da figlio di puttana, motherfucker irredento, specializzato in produzioni Jerry Bruckheimer tra un film d’autore e il suo porco di Snowpiercer. Inoltre, abbiamo una sfilata in passerella di gran passere, no, una marcia funebre di figoni omoni col surriscaldato ormone perennemente pronto all’uso, men USA e getta. Uomini in marcetta, no, tutti muscolosi col muscolo principale, fra le gambe, sempre in tiro come una divisa in ghingheri più bianca d’una arancia spermatica, uomini marcescenti dal boccale facile che però non si sciacquano mai la bocca, sognando un altro boc… ino d’una bona bambolina. Sono anche buone forchette in mezzo alle porchette. Carne di maiale vera, nuda più del prosciutto crudo! Una marcia tetrissima di zombi viventi veramente deprimenti, per voi, invece divertenti e più allegri degli ubriachi del maschilista disco-pub(e) I Monelli di Ozzano dell’Emilia, ubicato in via Fratelli Cervi, ove potrete “gustare” battute sessiste e tamarri che si credono Maverick in quanto sono “cestisti” che infilano le palle in buca come i giocatori di basket che, là vicino, nel palazzetto sportivo limitrofo, si esibiscono più dello stesso esibizionista Cruise, il quale, immediatamente, in apertura di film, ci tiene a mostrarci il suo torace scolpito. Ma torniamo ai duri in cerca di topa, no, di Top Gun… che, fra una lezione di volo e l’altra, “sborrano” di cameratismi militareschi per allentare la noia o la naja sui generis. Dei degenerati, molto debosciati con le palle, no, pelle più depilata d’una pornoattrice di Naughty America. Tracannando birra servita loro dalla bella barista ammiccante Penny Benjamin, alias Jennifer Connelly, dimagrita, un po’ sciupata ma sempre pronta… e disponibile d’occhiolino invogliante il testosterone del coglione arrapato, super allupato e del maschio che deve chiedergliela subito nel suo locale simile a Gigi il troione, non pagandole il coito ma a cui non tornano i conti, parimenti a Tom Cruise che, nell’incipit, accetta di scendere di grado, no, vede eccome di buon grado, forse gradazione sballata da occhi sgranati fuori dalle orbite, le regole della serva serve, per dirla alla Totò. Al che, dopo la porcata edonista reaganiana di Tony Scott a cui tale film è dedicato (forse resusciterà perché disonorato, oltre che defunto e sopravvalutato), Tom riuscì ad aprire le sue pupille alla Jerry Maguire, no, per Tom & Jerry, no, Jenny/Connelly, no, a convincere il suo pupillo Joseph Kosinski a dirigere quest’opus della min… hia, con in più l’altro suo leccaculo Christopher McQuarrie in cabina di volo, no, di produzione per tale nuova avventura incentrata sulle erezioni, no, sull’aviazione del capitano-comandante di vascello, di uccelli… Pete Mitchell! Questa la trama riportataci da Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Top_Gun:_Maverick

Miles Teller Top Gun Maverickjon hamm top gun maverick

Abbiamo anche Jon Hamm che non sa, al solito, recitare ma è un bel vedere per il gentil sesso di donne più semen, no, più sceme di Olivia Wilde in Richard Jewell. Capito l’eccitazione, no, non poco allusiva citazione? Si fa notare (dagli uomini?) anche la peperina Monica Barbaro che, quest’anno, abbiamo visto, perfino seminuda, nella serie tv Fubar con Arnold Schwarzenegger, celeberrimo ex di lei, no, Conan the Barbarian.

Tom Cruise, a sessant’anni suonati, anche se le riprese, più volte interrotte a causa della pandemia Covid-19, si svolsero quando ne aveva 59, fa ancora il piacione con sguardo da… ehi tu, donna, voglio subito leccartela, levandoti la Connelly, no, la gonna. Scegli tu se preferisci un preliminare di 69 o passiamo subito a metterti a novanta. Sai, sono un uomo da eighties, sì, divenuto formoso, non solo famoso, negli ottanta. Sono stagionato eppur bellamente palestrato, son vecchio… stampo e voglio francobollarti tosto.

D’altronde, me lo posso e me la posso permettere, posso ancora non solo sognarti ma averti e, non solamente in cartolina, come si suol dire, vederti. Sono franco. Bollo? Dai, dammela, tu sei bonissima, anche io (non) schizzo, no, non scherzo.

E lei lo guarda da burina carina che fa “finta” (è frigida e simula l’orgasmo come Meg Ryan del capostipite o di Harry ti presento Sally?): – Ah, bono! Stamm’ buono! Non scaldarti troppo, più della mia… contemporaneamente bagnata alla pari del Mar Nero. Non sei un negro e forse non sei molto dotato ma chi se ne fotte. Hai però un bel faccino da culo. Ah sì, fai lo strafottente? Fottiti! No, che aspetti a fottermi? Fottiamoci e fottiamocene. Fuck the World!

Poi alza il dito medio ai cosiddetti… sfigati e, assieme al suo “uomo”, urla loro contro:

– Prendetevelo in quel posto, merdacce! Noi, sì, che abbiamo sedere. Fra l’altro, il mio Tom/Mitchell… visto che lato b risaltato dai jeans attillati? Sembra quasi grosso e sodo come il mio. Noi siamo uomini e donne da orgia di Eyes Wide Shut, mica un medichino del film stesso di Kubrick. Oppure un impiegatino alla Fantozzi! Ca… zo! Abbasso le casalinghe, no, “casalingue!”.

Attenzione, orsù e orsi, miei proci, porci e orsi, al Falò. Posso distruggervi più di come posso far saltare in aria un missile? No, tale film che non è affatto una bomba. Sexy? Eh eh.

Sono trascorsi trentasei anni dall’uscita nelle sale del primo… e oggi, mentre sto vergando tale pezzo, è Natale. Giornata buonista in cui ogni persona fake festeggia la nascita dell’uomo che morì a trentatré primavere, ah, che poveri cristi farisaici. Ah, i farisei. Anzi, i filistei. In questo periodo, peraltro, la gente “buona” gioca a tombola e riguarda il film 47 morto che parla con Totò. Rilegge alcuni passi della Bibbia e adora Sansone, oltre a Dalila(h) Di Lazzaro… alzati e cammina? No, al boomer, da sempre segreto spasimante di Dalila, falso mito erotico degli anni settanta, ancora si alza? A stento riesce a camminare, costui, sì, deambula e chiama regolarmente l’ambulanza a sirene… dell’Odissea, no, a luci rosse di pene… sue patite e continui attacchi cardiaci dinanzi alle ragazzine discinte di Instagram, no, d’acciacchi perpetui, momentaneamente curati eppur ritornanti puntualmente più lacrimosi dell’Immacolata addolorata, dai giudeo-cristiani venerata però meno di Louise Veronica Ciccone, in “arte” Madonna!

Ecco, la dovremmo finire, alle soglie del 2024, con questa finta san(t)ità (mentale o da dementi abissali?), no, con questa cazzata del Natale, festa pagana, altro che cristiana, protesa soltanto a far sì che la gente, più povera dei pastorelli di Betlemme, possa sputtanare i pochissimi soldi che ha in regali da elargire a chi è ancor meno regale di loro. Che persone perbene. Poveretti! E la propaganda promozionale ancora funziona! Cosicché, assistiamo a un Esodo, no, a un’esosa, no, penosa gente che, per tutto l’anno, si lamenta di non arrivare a fine mese ma, come per miracolo (della moltiplicazione del pane e dei pesci?), non si sa perché, secondo quale mistero di Fatima, all’improvviso trova il “money” da sputtanare, no, per festeggiare di congratulazioni, no, reciproche felicitazioni. Per di più, paga regolarmente l’abbonamento Netflix, non versione Basic (Instinct?), bensì Premium HD, ove in questi giorni, giustappunto, è stato immesso, a distanza di quasi Soldati – 365 all’alba, no, soltanto 365 giorni (sì, il 2023 non è stato bisestile, eh eh), l’idolatrato Top Gun: Maverick, da me ivi disaminato, più che altro sanamente sputtanato. La gente parla della guerra in Ucraina e considera Putin più “troia” di Juliette Binoche di Mary. Eppur combatte sol in trincea.

Di contraltare, no, d’altro canto, va morbosamente, perversamente matta per il sangue a fiotti de La passione… di Mel Gibson ma per l’eterna Malèna/Maddalena Scordia, solamente Maddalena nell’appena citato film di Gibson, pur di averla, venderebbe l’anima al diavolo di The Last Temptation of Christ!

Lady Gaga non è una prostituta, in fondo… ha una gran voce di gola profonda! Hold My Hand! Che la pace sia con te e con il tuo spirito. Scambiatevi un segno di pace. Sì, anche voi, scambisti che tradite le mogli con una birra, no, bionda parruccona, da parrocchia o con la parrucca?

La Bellucci ha la sua età ma ancora ci può stare… non è la Contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare. Si può, eccome, ancora godibilissimamente scopare.

Ma torniamo al torello… Tom Cruise. Anche lui, ripeto, ha il suo perché. Ecco, perché… girare questa cagata pazzesca?

Perché Tom, ribadisco, è un uomo pasquale. Lui vuole sempre risorgere e dimostrarci che è un dio anche col lifting. La Connelly, invece, fu ed è una goddess? Adesso serve al bancone del bar, lavora di straccio e ramazza, non è affatto una stracciona, neppure una stangona ma, tutto sommato, rimane una figona! E fa la sua porca… fig(ur)a, appunto!

Ma andate tutti quanti a darlo sulla Salaria, salami e donnette in cerca del salame…

Ancora con ‘sta roba di Top Gun? In cui, anche il bravo Miles Teller ha il mustacchio e cammina come una bella statuina del presepe dei fessi che riempiono di lodi e soldi Cruise.

Morale della fav(ol)a: tutto è pene, no, bene quel che finisce bene. Tom/Mitchell se l’inchiappettò, i cattivi da fumetti vennero… inchiappettati e auguri e figli, naturalmente, maschi!

In buona sostanza, Mitchell “Maverick” è un brav’uomo, è un guerrafondaio ma se le bomba tutte. Lui, sì, che ha i coglioni… come voi.

Eppure la retorica, pomposa più delle musiche indigeste di Hans Zimmer, a loro volta più indigeribili di un Tartufone Motta, fa sempre scuola… da Full Metal Jacket?

Tom Cruise/Maverick non è un pezzo di merda. Nooo! È culturista, belloccio, gli piacciono le femminili bocce, non è mai stato bocciato e l’amore, per modo di dire, con Penny/Connelly (come direbbero a Bologna, una gran “penna”) è risbocciato. Tom, sei un lupo di mare e terra, gli uomini e le donne ti applaudono dagli Appennini alle Ande, hai lo sguardo languido e allo stesso tempo da marpione molto volpone, credi nei valori… Sei un grande, Tom! Ma vai, ma vieni, MAVERICK! Buon Natale!

Il Falò, cari Giuda che non siete altro. Il Falò, un uovo di Pasqua, no, un “uomo” vero.

Un puro, anche se si dà agli atti impuri, che vale il prezzo del biglietto. Sì, per il treno alla Destinazione Paradiso di Gianluca Grignani. E ho detto tutto. Sul vagone, a mo’ di Carlo Verdone/Pasquale Amitrano di Bianco, rosso e verdone, canterà la mitica hit immarcescibile di Claudio Villa, cioè Binario…

Triste e solitario,

Tu che portasti via col treno dell’amore

La giovinezza mia

Odo ancora lo stringere del freno

Ora vedo allontanarsi il treno

Con lei che se ne va

Binario, fredde parallele della vita

Per me è finita!

Monica Barbaro Top Gun Maverick
A proposito, hanno ancora bloccato i voli per Mosca? Pensavo di trasferirmi lì.

Ora, a parte le esagerazioni e i voli pindarici della mia scrittura supersonica, entriamo nel vivo, alla fine, della recensione. Joseph Kosinski recupera Val Kilmer/Ice e lo uccide di cancro prima del tempo, della serie, l’immaginazione supera la realtà. Cattiva questa. Eh già. Kilmer accettò (mal)volentieri. Così, se presto morirà, vuole essere ricordato come un eroe-“ammiraglio”. Aggiungo io, mirabile, che coraggio, ha gli attributi! Peraltro, è l’unico uomo col cancro da una vita, oramai, a non essere guarito come Michael Douglas, quest’ultimo suo “amico” che fu il primo a rendere pubblico, di gaffe incredibile, il male impietoso che colpì lui stesso e Val. Le malelingue sostennero che Douglas fu affetto dal tumore alla gola perché leccò troppe topoline. Dunque, Kilmer, famoso sciupafemmine, lo prese in quel posto, metaforicamente parlando, non davvero in quel foro “sacro”, in quanto non omosessuale passivo e anche lui amante, chissà se bilingue, di Cindy Crawford quando ancora ufficialmente stava con Richard Gere?!

Ah, resuscitate Mia Martini, morta a soli 47 anni per un tumore al seno? No, stando alla biografia, no, all’autopsia, morì d’attacco cardiaco per overdose, sì, d’infarto perché, di crepacuore causato dalla gelosia tremenda, vide sua sorella, Loredana Bertè a letto con Björn Borg, da lei cornificato a iosa, no, con una moltitudine d’uomini simili allo stesso Borg, cioè simili d’aspetto fi(si)co a Glen Powell. Uomini biondi con gli occhi azzurri e non da gomito del tennista… Ah ah. In quanto, il principe “azzurro” è l’uomo alfa che non canterà mai la canzone… Gli uomini non cambiano.

Forse io sono l’incarnazione, in senso lato, non b, del ritornello… tu, tu che sei diverso, almeno tu nell’universo e quindi non posso amare Tom Cruise poiché non sono “gaio”, non sono uno alla Tom Cruise, cazzuto, e neppure posso adorare universalmente Top Gun: Maverick poiché ho gusti differenti dagli uomini e donne alla Maria De Filippi. Tony Scott viene imitato da Kosinski in quanto ivi il direttore della fotografia è l’ex tecnico delle luci dello stesso Tony, ovverosia Claudio Miranda. Il rapporto paternalistico fra il personaggio di Cruise e quello di Teller è in zona L’ultimo boy scout – Missione: sopravvivere. In attesa del nuovo Mission: Impossible del McQuarrie, in questo Maverick, però abbiamo anche il negrone Charles Parnell, sì, capo NERO, no, NRO, di Mission: Impossible – Dead Reckoning – Parte uno. Probabilmente, Tom & Charles se lo danno nel c… lo.

La Connelly inoltre emula Madeleine Stowe di Revenge, fuori tempo massimo, pur non indossando mai la minigonna e Lewis Pullman non è di certo Kevin Costner dei tempi d’oro, ah ah. Le riprese aeree sono “fantascientifiche”, roba di un altro pianeta da Oblivion. Ma stiamo coi piedi per terra, suvvia. Stiamo parlando, comunque sia, d’un film ove, ripeto, Tom Cruise deve dimostrare di avere ancora un fisico statuario come un ragazzo di trent’anni. E dunque ha preteso di essere ripreso in spiaggia, mezzo ignudo, assieme ai suoi ragazzi spogliati in quanto è il “team leader”. Allucinante però che un film così macho e patriarcale, maschilista da vomitare, non presenti una sola scena in cui Monica Barbaro, anche lei invece presente in riva al mare nella scene della partitella di rugby, ci offra il suo bikini d’una certa topa, no, certo tipo. La Critica mondiale l’ha definito un quasi capolavoro. Il mondo sta volando molto basso, a bassissima quota. Ah, su Netflix hanno inserito un “film” sul comico “volgare” Ricky Gervais.  Be’, gli assomiglio molto. Io sono camaleontico, in passato assomigliai, pensate, anche a Roberto Gervaso. Mi piacevano anche le recensioni di Mauro Gervasini. Per tutta la vita, infine, debbo esservi onesto, i ragazzi e le ragazze mi chiavavano, no, chiamavano Stefanino a mo’ di presa per il culino. Come per dirmi… sei piccolino, devi crescere. Se avessero saputo cosa pensavano di me i miei coetanei quando insieme a loro, allora, facevo la doccia ai tempi in cui giocai a Calcio, avrebbero pensato:

– Se avessi una roba così, come il Falò, fra le gambe, non mi tirerei seghe, in ogni senso, sui film.

Sono stato (s)fortunato. Le donne desiderano l’uomo alla Jon Hamm, gli uomini stupidi vogliono dunque essere Jon Hamm. Hamm è un “cazzone” che non mi (ri)guarda.Connelly Cruise Top Gun Top Gun Maverick

JENNIFER CONNELLY PLAYS PENNY BENJAMIN IN TOP GUN: MAVERICK FROM PARAMOUNT PICTURES, SKYDANCE AND JERRY BRUCKHEIMER FILMS.

JENNIFER CONNELLY PLAYS PENNY BENJAMIN IN TOP GUN: MAVERICK FROM PARAMOUNT PICTURES, SKYDANCE AND JERRY BRUCKHEIMER FILMS.

 

di Stefano Falotico

 

WONKA, recensione

Oggi recensiamo l’attesissimo e già acclamato dall’intellighenzia critica internazionale, Wonka, firmato dal regista di Paddington, ovverosia Paul King, ivi anche sceneggiatore assieme a Simon Farnaby (Rogue One).

King & Farnaby, per questo prequel del celeberrimo romanzo di Roald Dahl, (La meravigliosa storia di Henry Sugar) La fabbrica di cioccolato, già portato sul schermo da Mel Stuart con l’omonima trasposizione famosa con Gene Wilder, nel ‘71, e nel 2005 da Tim Burton per la sua controversa versione con Johnny Depp (Donnie Brasco), hanno, di purissima e lodevole fantasia proficua, inventato una storia del tutto originale, profondamente innovativa e ripiena di strabilianti invenzioni scenografico-visive abbacinanti per lo sguardo, donando nuova e scoppiettante linfa vitale all’opera originaria del suddetto Dahl e conferendogli altresì una brillante connotazione personale, a nostro avviso, stimolante e degna di nota. Trovando, per l’occasione, nell’eccellente e al solito magnetico Timothée Chalamet (Bones & All, Dune), peraltro, candidato giustamente al Golden Globe nella categoria di miglior attore comedy/musical, l’interprete ideale a incarnare, giustappunto, gli eccentrici panni del protagonista che dà il titolo a tale godibilissimo opus contagiosamente benefico e squisitamente allineato al lieto clima natalizio.

Pellicola della corposa eppur mai noiosa, avvincente e, ribadiamo, assai piacevole durata di centosedici minuti netti, Wonka, così come maggiormente più avanti esplicheremo con più sottigliezza, approfondendo in merito, brilla di luce propria e non poche volte incanta e strabilia, ipnotizzandoci alla sua visione e al contempo parecchio divertendoci con gusto e raffinatezza.

Trama, notevolmente sintetizzatavi e dunque concisa per non rovinarvene la visione e rivelarvi le belle sorprese amabili:

Il giovane e un po’ scapestrato, inesperto, analfabeta eppur ottimista e di buon cuore orfano Willy Wonka (Chalamet), il quale in tenerissima età perse la madre (Sally Hawkins) che, a sua volta, prima di lasciarlo lo incitò a un atteggiamento positivo e dolce nei riguardi della vita, dopo una lunga traversata marina, scende baldanzoso dalla nave e giunge in una città straniera per coronare il suo atavico sogno di aprire una raffinata cioccolateria nell’elegante Galeries Gourmet. Tale suo intimo desiderio vien però subito osteggiato e messo a dura prova dalla polizia locale che non lo vede di buon occhio.

Inoltre, Wonka, il quale aveva preso sistemazione “alberghiera” in un confortevole, pittoresco, sebbene un po’ sinistro, caseggiato del luogo, subisce un capzioso raggiro malevolo da parte dell’apparentemente gentile e premurosa, invero perfida proprietaria dello stabile, la signora Scrubbit (un’Olivia Colman al solito bravissima sebbene leggermente irriconoscibile in quanto fortemente truccata e “conciata per le feste”) che, giustappunto, in combutta col marito bifolco di nome Bleacher (Tom Davis), parimenti furbacchione e losco, è specializzata nel plagiare i suoi clienti. I quali, avendo firmato delle clausole pressoché invisibili a occhio nudo, prima di prendere alloggio nel suo locale, non potendo poi sostenerne le assai esose spese, son obbligati a divenirne schiavi e a lavorare duramente alle sue ferree dipendenze nel lavatoio sotterraneo. Qui, Wonka conosce però la coetanea e avvenente Noodle (Calah Lane) e se innamora perdutamente, prestamente ricambiato. Wonka, fra mille peripezie e più o meno rocambolesche disavventure adrenaliniche, entra in contatto con un curioso nano Umpa Lumpa (uno strepitoso Hugh Grant digitalmente rimpicciolito) che gli confida di averlo in passato frodato ma che, a modo proprio, è suo fan sfegatato. Ci fermiamo qui col narrarvi la vicenda, lasciandovela gustare tutta d’un fiato, in quanto è prelibata come un cioccolatino succulento e, ancor evidenziamo, non abbiamo intenzione naturalmente di sciuparvene il piacevolissimo gusto che, speriamo, vogliate assaggiare.

Wonka Chalamet Wonka Wonka TimotheeChalamet

Soprattutto nel suo incipit, Wonka assomiglia non poco, per ambientazione e romantiche, languide atmosfere evocative, al bellissimo Hugo Cabret di Scorsese e perfino al sottovalutato Pinocchio di Robert Zemeckis. La regia di King è accorta e sensibile, in alcuni momenti, specialmente quelli cantati, sensazionale e incantevole, ben coadiuvata da una fastosa scenografia impeccabile mirabilmente curata da Nathan Crowley, frequente collaboratore di Christopher Nolan (da Insomnia sin a Tenet) e autore di lavori altrettanto importanti in pellicole come Nemico pubblico di Michael Mann e First Man di Damien Chazelle.  Ma a farla da padrone assoluto della pellicola è, ribadiamo, uno Chalamet in totale stato di grazia, impressionante per forza espressiva in ogni singola inquadratura, per di più ottimamente affiancato, nel suo assolo e one man show ampiamente meritevole d’applausi scroscianti a scena aperta, da un cast egualmente superbo in cui, oltre alle già succitate presenze della Colman e di Grant, son altresì certamente da annotare gli apporti recitativi di Jim Carter, Paterson Joseph nel ruolo di Arthur Slugworth, di Matt Lucas e d’un irresistibile Rowan Atkinson (Mr. Bean) in versione prete.

Wonka ha forse soltanto un’evidente e clamorosa pecca. Ovvero, se dal punto di vista formale e prettamente musicale è indiscutibilmente fantasmagorico, cioè una perlacea meraviglia, e suggestivamente coreografato, risulta invece molto carente e alquanto banale nei dialoghi e abbastanza scarno nell’intreccio in sé, in verità, troppo semplicistico e scontato. La caratterizzazione psicologica, infine, dei cattivi è, come si suol dire, tagliata con l’accetta e quindi manichea. Però sono debolezze perdonabili anche perché Wonka, fondamentalmente, si rivolge a un pubblico principalmente formato da bambini e dunque è accettabile, datone il tono fiabesco e infantile, che non sia complicato e troppo sfaccettato a livello intrinsecamente narrativo, psicologico e dialogico. Perdonateci per il seguente gioco di parole, la sua “ingenuità” ci par funzionale e logica.

Piccola curiosità: veramente incredibile la coincidenza, chissà se fortuita, per cui sia in Wonka che in Buon Natale da Candy Lane, odierne pellicole natalizie pressoché uscite in contemporanea, entrambi i protagonisti, rispettivamente incarnati da Chalamet e Eddie Murphy, si trovano inguaiati finanziariamente per aver firmato erroneamente e “sbadatamente” delle condizioni scritte in minuscolo.

TimothéeChalamet

di Stefano Falotico

 

JEANNE DU BARRY – La favorita del re, recensione forse sanamente volgare o solo gelosa, no, golosa-goliardica, osé, oso dire sfiziosa

Maiwenn Depp

Allora, premessa importante (dopo messa… a novanta?, non vi può essere la confessione ché andava fatta… prima, ah ah): sarà una recensione giullaresca, impari, impareggiabile o sol alla pari d’un Joker per quel pagliaccio di King Charles/Carlo d’Inghilterra. Si sa, l’eterno contenzioso fra il Regno Unito, no, soltanto la Gran Bretagna, cioè la stessa Corsica, no, cosa, e la Francia è ancora aperto dai tempi di Napoleon, attualmente nelle sale, eh eh. Comunque, alla Germania, no, all’Alemannia, detta altresì Alamagna, preferisco la mia natia Bologna, chiamata, in gergo dialettale, Bulåggna, mentre alle aule magne degli studenti e professori universitari, prediligo le lasagne. D’altronde, se Franco Battiato, nella sua celeberrima Bandiera bianca, cantò… A Beethoven e Sinatra preferisco l’insalata, a Vivaldi l’uva passa che mi dà più calorie, perché io non posso preferire la passera che mi dà più calore e, al motto della Marsigliese, prediligere la fav(ol)a della volpe e l’uva, no, metterlo fra le gambe in moto quando una donna ragna, no, cagna si mette a garrese per pigliarlo nell’ano?

JeanneduBarry

Ebbene (sì, non si dovrebbe mai aprire un pazzo, no, pezzo con tale intestazione confidenziale e prosaica, invece io lo faccio perché delle convenzioni, anche linguistiche d’un presunto galateo stilistico, in verità vetusto, me ne sbatto in modo giusto), finalmente l’altra sera vidi questo film di e con Maïwenn, ex celebre svergognata, no, cortigiana, no, minorenne “scandalosamente” sedotta e abbandonata da Luc Besson, forse viceversa seduttrice conclamata di natura puttanesca, tal bella donna atipica già donante lui le sue grazie da simpatica amica-topa, dall’ancora non trentenne regista di DogMan furbescamente corteggiata e sinceramente scopata fottutamente, in piena sua adolescenza problematica, forse peccaminosa, per l’appunto precocemente svezzata, sverginata, no, deflorata, usurpata, mi auguro non stuprata, di certo invisa ai benpensanti moralisti e agli ipocriti mai visti, invero persone che vedo ogni giorno e vorrei invece che dal mondo scomparissero, sì, bramo follemente, no, sol ardentemente che certa gente, abietta, farisaica miseramente, miserabile di cuore e bugiarda a tutte le ore, ecco dicevo… costei ostracizzata e marchiata, come una strega medioevalistica oscenamente stigmatizzata da chi sadicamente, in seguito alla sua relazione proibita e malvista con Besson, sperò che la sua carriera bruciasse istantaneamente, tale pellicola, coi busti, no, dai robusti e non poco allusivi elementi autobiografici, realizzò coraggiosamente, fregandosene altamente dei susseguenti, inevitabili giudizi, perlopiù facinorosi e contrari, d’una cosiddetta intellighenzia critica assai obsoleta e non poco tristemente osé, no, demodé, ah, mi son perso in un anacoluto forse non voluto o soltanto in involute frasi contro gli oscurantisti poco aperti mentalmente e privi di cuore in quanto emblema scabroso della pusillanimità più abiettamente sconcia e, paradossalmente, (im)moralmente lercia. Nuovamente ridico… dicevo… La signora lupesca, no, Le Besco, vero cognome di Maïwenn all’anale, no, anagrafe, girò questo biopic degenerato, (da) non porca, no, non poco sui generis e molto personalizzato sulla realmente esistita, parimenti sgradita e (dis)graziata, Marie-Jeanne Bécu, contessa du Barry. Che, nella lussuriosa, forse sol lussuosa, eh già, non son un moralista schizzinoso, rugiadoso e ignominioso, reggia di Versailles, nell’opulenta Francia del XVIII secolo, perlomeno per i nobili ricchi dell’epoca che sfruttarono l’impressionabile popolino, timorato di dio e indottrinato dall’italico, confinante regime del lurido papato, poi ghigliottinando e “scomunicando” le loro stesse vite strangolate in tribali e aristocratici tabù asfissianti e castiganti ogni maudit à la Johnny Depp di The Libertine (film molto speculare e analogo a codesto) a mo’ de L’età dell’innocenza scorsesiana, divenne la favorita del re, così come esplicitamente dichiaratoci nel sottotitolo di tal opus per il volere insindacabile della Notorious Pictures, nostrana casa di distribuzione che, nel Belpaese, dell’opera di Maïwenn detenne, detiene, non so se in futuro deterrà, i diritti, diciamo, l’erezione, no, pardon, erogazione del suo smercio naturalmente anche in home video. Io visionai il film in questione, ovverosia, anzi ça va sans dire, Jeanne du Barry, su Streaming Community in alta risoluzione, aggirando ogni “copyright” bigotto e più stronzo d’una whore alla Valeria Golino/Jeanne de Luynes di La putain du roi. Piaciuta l’eccitazione, no, citazione di quest’ultima pellicola raffrontabile, alla stessa maniera del succitato The Libertine, alla pellicola di di Maïwenn? Ah, non capite la mia cinefilia e la mia ironia alla Louis de Funès. Nevvero?

JohnnyDeppduBarry

Ma andiamo nel didietro notevole della Golino, no, avanti con una bonazza, no, procediamo con bon ton, recensendo questo film a mio avviso buono che, a dispetto di tantissimi giudizi lapidari e cattivi in merito da parte di gente, secondo me, tutt’altro che emerita, anzi, gente che nulla merita, forse specialmente formata da frustrate suore da convento ottocentesco prostituitesi, no, prestatesi ai “voti” della Critica cinematografica, dunque con nessun marito, no, con nessuna regale e reale, in senso di corte, no, toutcourt, onorevole credenziale davvero autorevole, a me non è dispiaciuto per niente. Sebbene debba ammettere che nella prima ora è molto lento, soporifero sin allo sfinimento, quasi inconsistente e vaporoso come le acconciature cotonate dei vari damerini e damigelle ivi presenti, oh ih. Se voleste leggerne, pedissequamente, la trama esposta da Wikipedia, eccovene sottostante il link appioppatovi: https://it.wikipedia.org/wiki/Jeanne_du_Barry_-_La_favorita_del_re

Secondo la sinossi riportata invece da IMDb: La vita di Jeanne Bécu che nacque come figlia illegittima di una sarta povera nel 1743 e passò alla corte di Luigi XV fino a diventare la sua ultima amante ufficiale.

Il re è ovviamente incarnato da Depp, qui esponente un pallidissimo carnato e un viso gonfio, un po’ sciupato per via del tempo suo da uomo certamente non sfigato, però non più figo come una volta e visibilmente stagionato a causa, anche giudiziaria, soprattutto dell’appena conclusasi relazione burrascosa con Amber Heard, a sua volta terminata con la sua vittoria non piena e non apertamente, diciamo, unanime, cioè equivalente, sebbene grossolanamente e arrotando per difetto, non fisico, bensì matematico, soltanto al 90% circa. Mentre Jeanne è Maïwenn. Al loro fianco, tutto un egregio, no, sol grigio e non sempre convincente “parterre de rois” d’interpreti d’eccezione o solamente non eccezionali, di comparse ridicole ed è il caso, non da tribunale e forse futura Corte… d’appello, di dirlo in maniera dura eppur non offensiva al fine d’ovviare, mi par ovvio, ad eventuali querele, eh eh, e di conseguenza non incorrere in guai penali dalla pericolosa natura poco “aurea”. Pericolosa? In realtà, assolutamente no poiché, per esempio, Pierre Richard nei panni del Duca di Richelieu, Melvil Poupaud as Jean-Baptiste du Barry, Diego Le Fur/Il Delfino & Benjamin Lavernhe/Jean-Benjamin de La Borde, solo per limitarmi alla maschile compagine attoriale, peraltro poco carismatica ma affiatata, penso sinceramente che non leggerà mai una mia recensione. Lusinghiera o, per l’appunto, poco lor lodevole che sia. Belle musiche evocative e romantiche di Stephen Warbeck ma fotografia decisamente scialba, tranne rari momenti indubbiamente soavi cromaticamente, firmata da Laurent Dailland, per un melodramma storico-sentimentale molto romanzato e edulcorato, altresì abbastanza puntuale nella ricostruzione storico-scenografica ma al contempo imbalsamato e troppo “imbellettato” come questo Depp/Re che spiccica pochissime parole, non ha nessuna scena madre e, tranne verso il finale, non sembra mai pienamente ispirato, tantomeno innamorato della sua bella o della parte assegnatagli? Luigi XV morì in quanto contrasse il vaiolo mentre John Wilmot, II conte di Rochester, alias Depp del sopra dettovi The Libertine, crepò di sifilide alla stessa età della morte di Gesù Cristo. Lo stesso Cristo che costrinse il credente e “povero” diavolo Luigi XV a rinunziare all’angelica-diabolica Jeanne in punto di morte, allontanandola dalla sua reggia paradisiaca e relegandola, giocoforza, a monarca, no, monaca di clausura per un anno intero, poiché ebbe paura di finire all’inferno. Cosicché, al prete, chissà se figlio di puttana, giunto al suo capezzale per dargli l’estrema unzione, elargendogli la definitiva confessione protesa all’infinita salvazione e concessa anche a ogni comunissimo mortale per depurarlo d’ogni “colpa”, confidò lo “scandalo” per regalarsi il regno di Francia, no, dei cieli. Brav’uomo, andava e va compreso umanamente, ah ah, infatti non volle che, in caso di nuova chiamata in giudizio da parte di Amber Heard, no, in caso di Giudizio Universale, se mai Dio l’avesse dapprima accolto a prescindere dalla sua “birichinata” umanissima, fosse poi sputtanato in particolar mo(n)do dal suo popolo d’idioti non atei, bensì ossequiosi il suo “Altissimo Onnipotente” per sempre “immor(t)ale”. Che “uomo!”. Il Re è morto, Carlo d’Inghilterra quando morirà? Serve a qualcosa costui? Lady Diana, ora lassù assieme alla Madonna, sa… Mentre Camilla beve ancora la camomilla all’ora del tè, il Re Charles, di nascosto, fotte la principessa “sul pisello” Kate Middleton, moglie di suo figlio William? No, Carlo è potentissimo od onestamente, oggettivamente impotente? La seconda che ho chiesto/detto.

jeannedubarrymaiwenndepp

di Stefano Falotico

 

JERRY MAGUIRE, recensione

JERRY MAGUIRE, Kelly Preston, 1996, (c)TriStar Pictures

JERRY MAGUIRE, Kelly Preston, 1996, (c)TriStar Pictures

JERRY MAGUIRE, Renee Zellweger, 1996

JERRY MAGUIRE, Renee Zellweger, 1996

JERRY MAGUIRE, Tom Cruise, Cuba Gooding Jr., 1996, (c)TriStar Pictures

JERRY MAGUIRE, Tom Cruise, Cuba Gooding Jr., 1996, (c)TriStar Pictures

Libero, fortunatamente e vivamente, da vincoli editoriali e da coatte regole asfissianti il mio libero arbitrio di natura non so se solo recensoria, disamino ivi uno dei film più brutti, no, solamente godibili, no, imbevibili e indigeribili dell’intera storia del Cinema. Se di Cinema, con la “c” maiuscola (tra virgolette in minuscolo), in tal caso esemplare d’imperialismo stolto, statunitense di mainstream becero, si può parlare. Vidi quest’obbrobrioso example di propagandistico giocattolo fake di celluloide improntata al buonismo più lezioso, quando uscì nei cinema italiani, dunque circa tre decadi fa. Poiché fui trascinato a vederlo da una compagnia di liceali del Minghetti bolognese, scuola/etta per figli di papà minchioni e inetti, fetenti e strafottenti Gremlins (non) viventi, nerd irredimibili e dementi, str… etti ancor irredenti, sempre ridenti e carnascialeschi, sporchi nell’animo veramente, specialmente incurabilmente, frequentata da ragazzine pubescenti, anzi, già adolescenti putrescenti, in calore “florido”, con tanto di batterica flora intestinale assai prematura e mestruazioni più annessi assorbenti da teenager vogliose di qualcosa di libidinoso che, dopo essere andate in brodo di giuggiole con “toccamenti” vari per Patrick Swayze di Dirty Dancing, non poco in modo pulito e proibito sognavano di copulare con mr. perfettino Tom Cruise, all’epoca l’incarnazione dell’edonismo reaganiano post Top Gun e faccia da culo imbattibile, soprattutto insopportabile. Qualcosa di tremendamente micidiale, dovete credermi. Paolo Mereghetti, nel suo discutibile, peraltro, Dizionario dei Film, fu però sin troppo buono nei riguardi di tal porcume “firmato” da Cameron Crowe. Assegnandogli infatti due stellette piene, sin troppo lusinghiere. Tale filmaccio è sol un concentrato di banalità a buon mercato e luoghi comuni protesi al fanatismo del culto virile, mascherato da storia d’amore più finta di Renée Zellweger. Se voleste leggerne la trama, dettagliata e al contempo sommaria, cari somari che credete alle stronzate a stelle di Mereghetti, no, a stelle e strisce, e alle sciocchezze di Wikipedia, eccovene il link, copia-incollatovi da tale generalista enciclopedia online adatta a Qui, Quo, Qua da Manuale delle giovani mignotte, no, marmotte: https://it.wikipedia.org/wiki/Jerry_Maguire

Jerry Maguire, profluvio sterminato di scempiaggini a iosa, della durata netta e interminabile, per l’appunto, di centoquaranta minuti sfiancanti a dismisura, paradossalmente tenuta in piedi soltanto da un Tom Cruise che fa la sua porca figa, incarnata da Kelly Preston, no, figura, talmente incredibile, in senso toutcourt e anche più grottesco del termine in senso figurato, giammai in volto sfigurato, no, perennemente “figo” anche nelle scene in cui, disperato, dovrebbe essere in viso sciupato e che, prima di scrivere la sua “acculturata” relazione programmatica incentrata sul cambiamento socio-professionale, si mostra semi-culturista a torso nudo impeccabilmente scolpito e addome più piatto di quello del Cuba Gooding Jr., quest’ultimo ingiustamente oscarizzato perché all’Academy fece simpatia tal ex ballerino neretto più meritevole, a lor avviso macroscopicamente erroneo in maniera mostruosa, di Ed Norton di Schegge di paura (https://it.wikipedia.org/wiki/Premi_Oscar_1997) Un’imperdonabile svista clamorosa, scandalosa in modo ignominioso davvero inglorioso. In colonna sonora, da ruffiano pre-Almost Famous, aggiungo e ho detto tutto riguardo questo miserabile leccaculo dei ragazzini più cretini di (cog)nome Crowe, una (sara)banda d’imbecilli cantanti neo-melodici falsamente trasgressivi dell’internazionale scena pop rock di quei tempi di me… rda, ovverosia l’handicappato Jerry Cantrell degli sdolcinati Alice in Chains, il quale compare addirittura di cameo oltre a donnette deficienti impresentabili e odiose in modo sesquipedale, cioè le vere ex dello stesso Tom Cruise, ma non Mimi Rogers e Rebecca De Mornay, ah ah. Produce James L. Brooks (Voglia di tenerezzaQualcosa è cambiato), fotografa l’artefatto cinematographer per antonomasia di Steven Spielberg, alias Janusz Kaminski. Che, assieme allo stesso Spielberg & Cruise, poco dopo avrebbe diretto la fotografia di Minority Report e La guerra dei mondi, altri due film abbastanza immondi. Diciamocela! Se all’epoca il film mi fece schifo e lo considerai alla pari d’una diarrea terribile, rivedere questa pazzesca ca… ta m’indusse al voltastomaco immediato e incontenibile. Per fortuna, due pastiglie di Pursennid, famoso “stimolante” e diuretico efficace, m’aiutarono a digerirlo e smerdarlo giustamente e catarticamente.

JERRY MAGUIRE, Renee Zellweger, Tom Cruise, 1996, (c) TriStar

JERRY MAGUIRE, Renee Zellweger, Tom Cruise, 1996, (c) TriStar

JERRY MAGUIRE, Cuba Gooding Jr., 1996

JERRY MAGUIRE, Cuba Gooding Jr., 1996

In conclusione: Una cagata pazzesca, marrone come Cuba!

di Stefano Falotico

 

NAPOLEON, recensione

Ebbene, oggi recensiamo in forma stringata, speriamo altresì esaustiva e secca, l’atteso biopic firmato da Ridley Scott (I duellanti, Blade Runner, Il genio della truffa), dedicato alla celeberrima e al contempo controversa figura monumentale di Napoleone Bonaparte, ça va sans dire, Napoleon.Napoleon Scott Phoenix

Titolo originale lasciato immutato mondialmente, film della consistente e granitica, sebbene un po’ narrativamente sfilacciata, così come esplicheremo più avanti, spiegandovi perché, durata di centocinquantotto minuti netti, sovente appassionanti ma, a nostro avviso, non sempre convincenti e compiuti pienamente. Il prolifico, instancabile Scott, alla veneranda età di ottantacinque primavere, vicinissimo peraltro alla soglia degli 86 anni che compirà immantinente, ovvero il prossimo 30 novembre, par non accusare il trascorrere del tempo, bensì giovanilmente, in ottima vigoria psicofisica e, ripetiamo, invidiabile volontà immarcescibile, continua a sfornare pellicole a tutt’andare, per di più realizzando opuses ad altissimo budget e dunque ad elevato tasso impegnativo nel senso più prettamente produttivo.

Napoleon, infatti, è costato circa 200 milioni di dollari, cifra fortemente considerevole che s’evince totalmente durante la sua visione, in quanto è facilmente ravvisabile la grandeur visivo-scenografica che, in modo indubbio, deve aver richiesto uno sforzo notevole. Ciononostante, al di là del suo impianto faraonico e della sua magniloquenza abbacinante, elementi sui quali Scott è indiscusso maestro sin dai suoi esordi cineastici, se dal punto di vista formale è perciò ineccepibile, Napoleon ci è parso inerte sul piano puramente emozionale, apparendoci infatti disorganico e amorfo.

Sceneggiato nuovamente, dopo Tutti i soldi del mondo, dal suo “fido scudiero” sceneggiatore David Scarpa, autore inoltre del venturo Il gladiatore 2 a cui l’infermabile Scott, terminato lo sciopero di Hollywood che ne ha bloccato per sette mesi abbondanti le riprese, si sta già dedicando al fine di completarne gli ultimi ciak, Napoleon, in forma romanzata e personalmente inquadrata nell’ottica poetica e concettuale di Scott, ci racconta l’excursus del celebre condottiero, imperatore e stratega Bonaparte (incarnato da un sulfureo Joaquin Phoenix), partendo naturalmente dalla sua inarrestabile ascesa e arrivando alla sua auto-incoronazione storica e arcinota, proseguendo poi coi suoi esili dapprima nell’Isola d’Elba e poi a Sant’Elena, contemporaneamente narrandoci, in un flusso d’immagini sinuose e vertiginosamente pindariche, attraverso un fascinoso eppur contorto, non perfettamente omogeneo, dunque sbilanciato e sol a tratti ben orchestrato, intreccio a base di magmatico tourbillon tanto suggestivo quanto leggermente sterile sul piano psicologico,  la sua passionale, altresì tormentata love story con Giuseppina (Vanessa Kirby), a sua volta intervallata e ordita da famosi episodi ritraenti le sue battaglie più notorie, in particolar modo quelle  di Austerlitz e della lapidaria Waterloo.napoleon phoenix

Meraviglioso e impeccabile sul piano estetico (fotografia, al solito, dell’habitué di Scott, Dariusz Wolski) sorretto da una buona prova, forse però non del tutto eccellente, d’un Phoenix bravo ma di certo, paradossalmente, poco calzante nei panni di Bonaparte, meno efficace e carismatico rispetto a sue superiori prove in ruoli di personaggi “minori” e anonimi, a differenza invece d’una Kirby strepitosa, Napoleon incanta e strabilia per splendore, giustappunto, immaginifico, lasciando invece alquanto a desiderare sul versante, come sopra già dettovi e nelle righe seguenti presto rimarcatovi, della potenza della storia in sé, ovviamente intesa in senso lato e inerente, ovviamente e unicamente, il mood discutibile, anzi, scarsamente emozionante, con cui Scott l’ha solipsisticamente filmata e adattata, filtrata dal suo sguardo. Secondo noi, metaforicamente opaco e vetusto, tristemente senile, sostanzialmente superficiale, troppo attento ai dettagli e ai particolari della messa in scena ma, di contraltare, distratto dal renderla vivamente corposa e degna d’interesse pulsante. Poiché noi spettatori, durante le sue due ore e mezza di minutaggio roboante e maestoso fotograficamente ma povero di pathos vivido, non siamo quasi mai avvinti da ciò che ci viene mostrato oltre la sua lussuosa confezione luccicante. In quanto Scott non sa rendercene partecipi e si concentra quasi esclusivamente sulla bellezza figurativa.

Gli sprazzi di grande Cinema ci sono, eccome, parimenti non mancano gli “spruzzi” cromatici d’un Wolski ispirato e la turbinosa e torbida, infedele storia d’amore fra Napoleone e Giuseppina è sia inquietante e straziante che, in alcuni momenti, toccante. Ma, nella sua interezza, Napoleon è inconsistente, meramente estetizzante e, alla pari dell’incapacità di Giuseppina di procreare, è cinematograficamente infecondo e non vitalistico.

Un Cinema, insomma, molto bello da vedere, perfino stavolta, a differenza di altri film storici di Scott, poco sbagliato storiograficamente, a dispetto sia chiaro d’indubbie e inaccettabili licenze poetiche, ma vuoto, purtroppo, mortifero e figlio d’un regista oramai perso nella sua ipertrofica megalomania inutile e patetica.

Bellissimo visivamente, emozionalmente inesistente. Una creatura mal partorita da uno Scott più sterile della cara e stronza Joséphine. Bravino Joaquin ma questo film rimane una cagatina colossal? Eh già.
Scott, sei proprio cott(o). Ti prendo a sculacciate! Ah ah.Phoenix Kirby Napoleon

di Stefano Falotico

 

SIGNS, recensione

Gibson Culkin Signs night shyamalan

Oggi parliamo, us(and)o il plurale maiestatico, libero io da vincoli editoriali e da costrizioni dettate dal linguaggio SEO, del miglior film, incompreso peraltro e assai sottovalutato a tutt’oggi, di M. Night Shyamalan, ovverosia Signs, uno dei suoi massimi capolavori assieme a tutti gli altri opuses di tal regista magnifico, eh già, checché ne dicano o suoi accaniti detrattori e i suoi sciocchi, superficiali, grandissimi ignorantoni, detti altresì haters, cioè odiatori. Questi, sì, poco mirabili e perfino lontani anni luce dall’essere mirabolanti. Chissà in quale galassia della scemenza abitano e stazionano, anzi, stagnano da alienati totali nei riguardi della più stellata e stellare settima arte spaziale. Shyamalan è galattico, ermetico, visionario, in una parola-aggettivo, un “buco nero” giustamente indecifrabile, altresì inarrivabile per tali esseri terragni. Pragmaticamente, tristemente terrestri, forse, parafrasando Lino Banfi di al Bar dello sport, extra-terroni. Non sono razzista ma bisogna far razzia non dei meridionali e della gente italica del sud più arretrato, bensì, ribadisco, dell’umanità tutta concernente la “critica” troppo remota rispetto al pianeta poetico di M. Night… uomo fantasmagorico. Io invece sono Falotico che di fantastico è sinonimo, ah ah.

Pellicola sfaccettata, impregnata d’un misticismo new age, perlomeno, in forma estremamente erronea, secondo i dettami catto-borghesi a loro volta irreggimentati all’interno delle paratie stagne dello stagnante sistema politically correct ideologico, o semplicemente innervata, secondo una filosofia e un cristallino, commovente sguardo personalissimi, ai confini della realtà, no, ai consolidati, indelebili, assai be(ll)i canoni stilistici d’un director tanto contestato, ridicolizzato e spesso dagli “intelligentoni” snobbato quanto, giustappunto, inderogabilmente peculiare e inimitabile, uno dei pochissimi cineasti degli ultimi trent’anni ad avere un occhio perfettamente autentico e non corruttibile, malgrado Hollywood volesse incorporarlo, snaturarlo e imbrigliarlo in opere ad altissimo budget mainstream spersonalizzanti la sua “artigianale” idea di Cinema indissolubile, positivamente irredimibile e perpetuamente propria. Viaggiante su livelli ultra-planetari supersonici.

Hollywood agì in modo improprio e Shyamalan, sottopostosi controvoglia, forse solamente allettato dai ricchi cachet riservatigli, ne incappò “peccaminosamente”, “sputtanando” sé stesso in un paio di film girati meramente e biecamente per soldi e privi, perlopiù, della sua autenticità marmorea.

Ciononostante, par essere ritornato in gran forma e, dopo un momentaneo appannamento e un’inevitabile emarginazione dal cosiddetto giro che conta, eccolo di nuovo prolifico come una volta, dato che, dati alla mano di IMDb (e perdonate il volto gioco di parole), dopo l’ottimo Bussano alla porta, sta preparando altri due film da filmare uno dietro l’altro instancabilmente per un registico tour de force veramente invidiabile. Chapeau!

Ma ora saltiamo indietro nel tempo, arrivando per l’appunto a Signs, datato 2002 ma non datato nel senso d’invecchiato, anzi, sempiterno e accresciuto nel tempo, perfino di concezione alla Albert Einstein. Film che consta, no, riscontra su metacritic.com, al momento, a distanza di oltre due decenni dalla sua uscita ufficiale nelle sale mondiali, sol una mediocre media recensoria, equivalente al 59% di opinioni favorevoli, quindi di poco insufficienti nel loro generale conteggio. Vade Retro Satana, alias l’intellighenzia critica dei bigotti, dei miopi senza “telescopio”, soprattutto degli stronzi ciclopici.

Se vole(s)te leggerne la trama a mo’ di papiro, tanto dettagliato quanto paradosso spazio-temporale da fisica quantistica, no, paradossalmente sommaria, cari somari, uomini primitivi, specialmente di conoscenze privi, e uomini di Neanderthal o sol retrivi, sottostante v’appioppo il link dell’universale e superficie terrestre, no, superficiale in modo co(s)mico, Wikipedia, brava soltanto a puntualizzare l’ovvio e giammai approfondente i veri misteri dell’universo, no, i bei e appassionanti, oso dire, misterici anfratti visivo-emozionali che si celano nei film firmati dai galattici registri, no, registi, categoria alla quale Shyamalan appartiene in maniera univoca e incontrovertibile.

https://it.wikipedia.org/wiki/Signs

phoenix signs SignsJoaquinPhoenix Breslin Gibson cherryjonessigns

Gibson è eccezionale, sfumatamente ambiguo, la sua recitazione sovente diviene straniata e affascinante come un visitor dagli occhi blu dipinto di blu alla Domenico Modugno che ben s’intonano alle ipnotiche iridi d’uno strepitoso, altrettanto variegato Joaquin Phoenix che fa pena, no, appena post-Gladiator e ancora considerato un mezzo scemo di The Village… venuto dopo.

Il giovanissimo, praticamente bambino fratello del celeberrimo bimbo Macaulay di Mamma, ho perso l’aereo, ovvero Rory Culkin, è bravissimo ma sua sorella, nel film, Abigail Breslin molto di più. Fa paura per bravura e terrorizza per precocissimo talento alieno. All’epoca, come si suol dire, enfant prodige “marziana”.

La “sceriffa”, sì, sceriffo donna, anzi, ufficiale di polizia Cherry Jones/Paski ha degli occhi parimenti da creatura aliena ed è magnetica.

Fotografia crepuscolare, languida, impeccabile del geniale Tak Fujimoto e musiche strabilianti, da pelle d’oca, del superbo James Newton Howard… e il destino del mondo? Eh eh.

Signs, capolavoro dal ritmo volutamente soporifero che carbura a fuoco lento come una navicella della NASA e poi s’innalza gloriosamente per cieli apoteotici, film toccante che tocca e agguanta vette profumatissime del Cinema più idilliaco e magnificente, bellissimamente distante dalla mediocrità, sfuggente, grandioso veramente.signs gibson phoenix

di Stefano Falotico

 
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