La canzone della vita – Danny Collins, recensione

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Al Pacino invecchia da “mostro sacro”, mostruosamente impazzito di mani agganciate alla sua logorrea manieristica, “truccata” di sopracciglia nerissime, scuritosi nel tempo d’una “miticità” oramai trascorsa, mani inferme, oh mio Dio, sì, non stan mai un attimo calme, è tutto un esagitarsi di suoi “palmi” e dei capelli imparruccati (forse un “vistoso” parrucchino) “imbrillantinati” nella tintura fosco-corvina del suo Diavolo peperino. Stufa questa recitazione “stracca”, quasi un po’ svaccata come la pancetta/ona sempre dissimulata da sue pose “celanti” l’adipe della vecchiaia, stando seduto come in Carlito’s Way, spaparanzato cioè, tirandosi “goffamente” su i pantoloni a mo’ quasi fantozziano per (non) svelare una magrezza “incarnita”, no, incarnata solo nel suo viso asciutto, tirato a lucido, “abbronzato”, con qualche lampada a “forgiarlo” nella canuta, vegliarda somiglianza con un ischeletrito ex grande attore che cammina a passo lento, ove le sue gambe, anche loro “malate”, sembra che a ogni passo debbano farlo inciampare, sì, la sua è una tristissima camminata “sghemba”, affaticata, quasi claudicante, insomma sull’orlo dell’arteriosclerosi d’un corpo oramai decaduto.

Alcuni attori non vogliono mai ritirarsi e, “vizio” peggiore, pretendono ancora di essere dei divi e delle “rock star”. È qui che il meta-Cinema si fa citazionismo d’una carriera (s)fattasi. Danny Collins, cantante arricchitosi con canzonette d’avanspettacolo, buone oramai solo per “commuovere” le rincoglionite non in “prima figa” che mangiano a ogni ritornello le “calde” liquirizie. E lui “pasteggia” di labbro pendulo, d’occhi “ticchettanti” il nevrotico Al un po’, diciamocelo, rimbambito ch’è oggi. Girato nel 2014 questo film, quindi alla “veneranda” età di 74 lunghissime primavere, infarcite di capolavori e d’una filmografia, adesso ahinoi, precipitante nel picco d’un tramonto crepuscolare, in cui il buon Alfredo fa sfog(gi)o del suo “monstre” per pateticamente cercar d’acciuffare il tempo perduto. Dan Fogelman scrive dunque il film su di lui, e s’inventa la balzana idea della “storia” della lettera di John Lennon e Yoko Ono. Escamotage esilissimo per tentare di reggere un film che si regge, invero, sul niente. Accessoria la fugace, velleitarissima “storia d’amore normale” con la direttrice Bening dell’hotel Hilton, su per giù inutile. Ed ecco che spunta la coppia Cannavale-Garner incinta con figlia già “problematica” che ha bisogno d’una scuola speciale per “farcela”, ma il film ripeto non gliela fa a star su, con Bobby malato di leucemia di corpo taurino, robusto, simpatico, un duro dal cuore tenero, insomma.

Poi c’è la gloria Plummer, l’unico forse a mantenere la baracca, in senso “tramico” e in senso attoriale.

Il resto è un filmetto pieno di moralismo, intriso e imbevuto di retorica, da vedere in una sera malinconica per scacciare un po’ d’invadente noia.

Ma non basta.

 

di Stefano Falotico

 

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