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Omaggio Oscar 2014 – La grande bellezza della mia città, purtroppo…, vista dall’alto in basso, e la trivellazione da speleologo della mia anima con topografia alla mia grandezza

Ammiriamo, delusi

Ammiriamo, delusi

di Stefano Falotico

L’eternità è un incommensurabile attimo di lucida vanità

In questo 2 Marzo domenicale, m’accingo a riflettere, saggio e monumentale, sulla mia esistenza…

Mi son svegliato di cattivo umore, forse cagionato dalla digestione turbolenta mal metabolizzata d’un sabato burrascoso, nel quale ho strisciato da solito inguaribile pagliaccio. Ma del mio clown vado fiero, ed è gastrica, sempiterna, ribollente vivacità che mi rincuora… l’assaporare la freschezza del mio sorriso turbante, spesso accigliato, grottesco, arguto a cornice di mie smorfie decadenti, offerte in sacrificio per voi ché, lustrandomi giocondamente fra l’assalente, imbattibile noia che vi domina e da cui rifuggite, orrendamente impauriti, dietro risa di putrida ordinanza, rafforza invero la mia libera, imprendibile anima addolorata, così lontana dalla buona società ruffiana, ah ah, la mia anima temuta, sorvegliata, oh sì, sorvegliata a vista dalle vostre stesse ipocrisie e dal rinnegarvi in dolci raggiri, tanto illusi d’esser felici e contenti, ma solamente, intimamente più soli.

Al sistema becero e qualunquista (as)soldati in maniche finto eleganti da brillanti manichini di bel garbo…

Invece io, sgarbatamente, un po’ cosciente Pinocchio, un po’ Jep Gambardella, un po’ fabbricante di emozioni contro i vostri impietriti visi da adulti legnosi e delusi come un rimbambito Geppetto, svierò sempre on the road del mio cuore, sbandandovi allegramente perché son l’incarnazione gioiosa, spericolata e iridescente, mai a domarmi nell’emozionalità viva e pulsante, scevra da tutti i freni e dal vostro patetico frignare ingannevole, nel godere illimitatamente e d’infinità mai schiava dei vostri obblighi da viventi subalterni, dunque da morti dementi, immolato a totale, disarmante anima eterna. Anche soffrendola pericolosamente.

Così, abbacchiato da tanto non stupirmi più oramai delle vostre accidiose carnalità laide da bravi umani, ah ah che imbellettati animali, posso permettermi il lusso di punzecchiarvi e, con grazia, suprema maestria, spirito giovanissimo e ribaldo, in quanto virtuoso io immortale, perfino ferirmi dentro a detonazione fiammeggiante, sull’affamato addentar spietato la mia vita ancora oscillante, opaca ieri e domani luminescente, in remissione dei vostri peccati consapevoli. Eppur, mentendo a voi stessi, tumefatti dalle castiganti inibizioni soffocanti, che voi stessi v’infliggete d’ora in ore e orge morenti in (s)gelate pose, perpetraste l’angariarmi inusitato ma otteneste da me soltanto altro riso sfacciato a sbugiardare, di mio corrosivo, sfrontato blandirvi e morbidamente accarezzarvi, i vostri festeggiamenti ilari. In verità, vi dico…, in fondo in fondo solo oscenamente inguardabili, tristi e amari.

No, in verità non vi amate.

Così, pensando a ciò, appena il canto del gallo in tal alba di domenica scoccò, destandomi ancora di tutto mio cuor, sebben proprio, dalle vostre inedie pseudo effervescenti, amareggiato un po’, su strascichi del baccano d’(i)eri già in nuovo stamane, brindai di prim’appunto mattina con dello schiumoso champagne. Dunque, miei cari uomini…, mi cucinai pancetta e uovo… sodo. Rendendomi, così bagnato di liquore, a voi inauditamente odioso. Lo so… e me ne vanto, sbellicandomene… da pellicano.

Quindi, afferrai il volante della mia macchina, nel subbuglio del mio mai digerirvi, e perlustrai le vie, ancor appannate dai raggi leggeri di tal nebbiosa città di Bologna, dai sabati sera lussuriosi e dunque opachi, per esplorare… la città in ogni vicolo cieco, ad apertura della mia anima mai tramontante.

Bologna

Bologna è una città antica dai verdi fasti medievali. Ma ora, adattata al porcile di massa nazionale, a sua volta globalizzato di anali pasti mondiali, è decaduta nell’università che fu(ma) la (siga)retta più nelle anime bruciate.

Oggi è Domenica e stanotte, a Los Angeles, consegneranno gli Oscar.

Ma è presto per prepararmi a tal celeberrimo, annuale avvenimento. Ho tempo per tosarmi, osare e sfottere su mio pallore rosato.

Posso ancora per un po’ russare.

Girovagare prima di docciarmi, ché anch’io all’anal(e)vento dovrò, prima del calar… di tutto…, brindare!

Così, ho deciso… che oggi pomeriggio mi recherò in Piazza del Nettuno ove, da decadi oramai immemorabili, il rocker attempato di strada Beppe Maniglia, icona cittadina d’ogni ribelle, canterà a squarciagola con in mano la sua chitarrina.

Quindi, dopo essermene allietato, ammirerò  la basilica di San Petronio, seconda per enormità dell’atrio solo a quella di Roma, San Pietro appunto, e sarò imprigionato, vicino alla Standa, dalla sindrome di Stendhal, nel godere la bellezza delle miniature in bassorilievo, incise nella roccia da Jacopo della Quercia.

Sì, mentre voi, dopo aver lautamente pranzato, ancor ridendo sotto i baffi, forse da vostra suocera a cui avete rubato un altro mangiar a sbafo, mentre voi, sì, miei signori posati, stravaccati (s)comodi sul (di)vano, sul water…, ancora sarete presi da possenti dolori di stomaco a causa del marcio amaretto, io a casa tornerò.

E ancora, nel frattempo, mediterò. Mediterò sulla mia città e sui vostri fegati, miei fritti vili tanto coraggiosi così dalle frivole e golose fitte afflitti. Alla tenitrice del bordello avete pagato l’affitto?

Dai, continua a mangiar la frittella e non pensare, ché la figa in padella ti rende duro, ah ah, ma anche di denaro lordo… ohibò! Questa è Bologna!

Ché proprio non mi sopportate e mi ripudiate col vostro modo finto di fare… fare in senso anche sessuale, infatti vostra moglie finge. Tranne con me.

Mi fermerò a un bar e ordinerò un cremoso cornetto, alla faccia delle vostre nuziali torte… e dei cornuti!

Osservandomi così indaffarato, ah ah, un ragazzino sputerà nel piattino in cui mangio, perché mi vorrà rinfacciare che non vado bene a questo mondo pesante di pene…, e mi denuncerà solo perché gli appaio malinconico. Sì, gli provoco irritazione per colpa di quel che percepisce come tristezza.

Al che, prima di rincasare e potermi gustare… la notte degli Oscar, una foto, da me scattata nel pomeriggio, di “grazie” gli porgerò.

E cioè la Genesi della Porta Magna di Jacopo, che lui ha (detto per) inciso, anni e ani fa, a facciata di Bologna.

Questa città di tromboni e dottori Balanzoni da tutto fumo e troppo arrosto. Di tortellini e prosciuttare goliardie. Socmel… che gnocca!

E, bevendomelo in un boccone d’acqua piovana, essendo Bologna sempre umida, lo digerirò col suono onomatopeico del mio più “gentile” pet(t)o in suo pollo, gnam gnam.

Ah ah.

Io non m’inserisco… io fuori ve lo caccio!

 

Growing Up, le sette perle

Youth without Youth

Youth without Youth

Growing Up, il “dolore” della crescita, dall’adolescenza all’età adulta… si spera matura, sette film capolavoro che ritraggono questo periodo complicato di transizione

di Stefano Falotico

Prefazione “biopic”, la biografia di tutti, prima o poi ti tocca!

Ora, a un quarto del cammin della mia vita, parafrasando il nostro esimio Alighieri Dante, avvertii un dolore profumato di “apnea”. Sì, la definirei così. Una sorta di soffocamento respiratorio, dolce e (im)pertinente, ad avvolgermi in una voragine infernale da urlo di Munch. Allucinanti tremori e un pallore, raschiante i miei polmoni spensierati d’aria libera e giovanissima, attanagliarono… la mia gola, recidendo il mio respiro. Ma non per strozzarmi, sebbene questa fosse la sensazione iniziale, bensì per far sì che il mio sospirar, in questa m’auguro ancor lunga (r)esistenza, allev(i)asse il mio p(l)ett(r)o sanguigno nell’incarnarlo a (in)naturale processo evolutivo. Quello stato mentale, flebile ma quasi sublime nel docile torturarti a fin di bene perché tu cambi e forse, più intonato al reale in te attorno sociale, potessi e “dovessi” meglio cantare l’infinito della non finita, appena ripartita tappa, la crescita.
Non è bello crescere e non è neppure un obbligo della “sovranità popolare”, eh eh. Non cresci perché, altrimenti, ti emarginano, ti taglian spietatamente fuori, cresci nel senso normale delle cose. Lo sei. Anche se aborrirei il termine… crescere, poiché è appunto una (ri)partenza, un salto di qualità che, volente o nolente, nonostante dapprincipio sarai inevitabilmente recalcitrante, dovrai proprio prima di tutto affrontare nella “realtà” del tuo specchio. Nell’attimo allucinatorio, un po’ quasi spettrale, amaro ma anche salvifico ed ergente ad albe più esperte, più esigenti, in cui sperimenterai, nel riflesso del tuo volto, la pelle cambiata e gli accenni di qualche (im)percettibile ruga da (li)mare…, speriamo da limitare e si limitino qui, eh eh, non vorrei adottar il lifting se troppi solchi mi deturperanno, ah ah, sia mai il ritocco, Iddio dell’elisir di eterna giovinezza me ne scampi, nell’istante (ri)frangente, di riflessione a ritroso per guardar comunque avanti, in cui comprendi che, non solo il tuo aspetto esteriore è già mutato in un’espressione fisionomica parvente la tanto respinta e al contempo anelata maturità, quanto persin la tua anima s’è “trasfigurata” in un altro da quel che eri, ancora sei perché non vuoi invecchiare, eppur non sarai mai più come quel che non c’è più.

La giovinezza non è finita, badate bene, s’è evoluta.

Ed è un momento da far male, da paura… da brividi freddi e anche contemporaneamente caldi a rincuorarti che nuove vie del viaggio vitale si stan biforcando affinché tu possa intraprendere, dai, coraggio, nuove strade. Alcune saran tortuose e ti faran soffrire come un cane, altre semmai ne imboccherai (s)fortunato, sarà a prescindere, ad ascendere o di “discesa”, eh eh, un nuovo s(ucc)esso.
Sì, l’amore acerbo si fa carne più oculata, peni le pene… non con meno sofferenza ma con una prospettiva diversa, il che non vuol dire di non provare più nulla o essersi inariditi.
Orbene, alcuni purtroppo si spengono, raffreddano le loro emozioni per timor ancora di sentir la vita pulsante scorrere in loro ardentemente dentro, altri placano la fame, le fiamme, in ogni sen(s)o. Dipende dal grado, appunto, di maturità che ognuno ha respirato, esperito, di come s’è “spiato” nell’animo per guardar(si), per filtrarla e come concepisce il flirt.

Non sarà un’avventura… cantava a squarciagola Battisti…

Sapete, ho superato questo periodo da tempo, eppur rimembro.

Ricordo quel dietro ché mi par ancor presente.

Guardo gli occhi di mio padre, stanco, assorto in contemplazione, ha capito da molto il mio cambiamento.
Eppur si muove…
Sette grandi film sul tempo, sul forever young, sulla youth, la gioventù.
Ed è nostalgia, ed è poesia, è ancora vita.
Tu sei mia, tu sei mia, fin a quando gli occhi miei avran luce per guardare gli occhi tuoi…
Innamorato sempre di più, in fondo all’anima per sempre tu, perché non è una promessa ma è quel che sarà, domani e sempre, sempre vivrà, sempre vivrà…

  1. Rusty il selvaggio (1983)
    Mickey, il ragazzo vivo eternamente su due ruote, nel suo “binario”, non ce la fa…
  2. Gioventù bruciata (1955)
    Il mito di James Dean, un gigante più adulto degli adulti manichini ma già arso nel vento.
  3. Peggy Sue si è sposata (1985)
    Ancora Coppola, i rimpianti, la prima volta, quello sbagliato, quello “dritto”, le scelte, la casa, l’ordine, la pulizia, la correttezza, le correzioni, il “coma”… apri ancora gli occhi.
  4. Highlander. L’ultimo immortale (1986)
    Ne rimarrà soltanto uno… quello che (r)esiste, essere o non essere (super)uomini.
  5. Hook. Capitan Uncino (1991)Guarda che non è poi così brutto mantenersi giovani nell’anima. Butta quel cellulare per teste di cazzo.
  6. Un’altra giovinezza (2007)
    Sempre Coppola, per sempre.
  7. Dracula di Bram Stoker (1992)
    Forever mine, Mina dell’immane Francis…

 

 

David Cronenberg si è davvero innamorato di Robert Pattinson, tanto da permettergli di scoparsi sua figlia Caitlin

Morale della favola: il padre è cotanto e anche abbastanza aitante, età permettendo, la figlia è un cesso senza girarci attorno troppo, una brutta topa che io mai intonerò al mio Stall Tom. Pattinson chiari, amicizia lunga, sì, posso offrirti solo un’amicizia e buona zona morta, la tua in mezzo alle gambe, a tutti. Il vestito nero fa lutto!

Morale della favola: il padre è cotanto e anche abbastanza aitante, età permettendo, la figlia è un cesso senza girarci attorno troppo, una brutta topa che io mai intonerò al mio Stall Tom. Pattinson chiari, amicizia lunga, sì, posso offrirti solo un’amicizia e buona zona morta, la tua in mezzo alle gambe, a tutti.
Il vestito nero fa lutto! Fidatevi, meglio Falotico!

 

di Stefano Falotico

 

David alla von Trier di “nuova carne” fra onde del destino e ninfomanie da fan

Ora, che la famiglia Cronenberg sia sempre stata pervasa da una stranezza superiore a ogni favola gotica-dark di Tim Burton, è noto. Dunque, è per questo che David ha dichiarato di non amare Shining, perché gli ricorda la sua casa degli Usher da genietto alla Edgar Allan Poe.

Fu certamente per effetto di una forte raffica di vento, ma fuori della porta stava in piedi, avvolta nel sudario, la figura amata di lady Madeline Usher.

  I suoi bianchi abiti erano macchiati di sangue e i segni di un’aspra lotta erano visibili su tutto il suo corpo emaciato. Per un attimo rimase tremante, barcollante sulla soglia, poi con un lungo e terribile gemito sommesso, cadde pesantemente sul corpo del fratello, e nei supremi e violentissimi, ultimi, spasimi della agonia lo trascinò sul pavimento, cadavere e vittima dei terrori che lui stesso aveva anticipato.

  Da quella stanza e da quella casa fuggii terrorizzato.

  L’uragano infuriava ancora con forza, mentre attraversavo l’antico sentiero. Improvvisamente rifulse una stranissima luce. Mi volsi per capire da dove poteva venire, se dietro di me c’erano soltanto l’immensa casa e le sue ombre. Erano i raggi della luna piena che stava tramontando, rossa come sangue, che d’improvviso splendevano vividamente attraverso quella crepa nel muro della casa di cui ho già parlato, che attraversava a zig zag tutta la facciata, dal tetto alla base. Mentre la guardavo, la crepa si allargò rapidamente, l’aria turbinava impazzita, credetti di cogliere l’intera orbita del satellite, il mio cervello vacillò mentre vedevo le possenti mura spalancarsi. Sentii un lungo tumultuante rumore simile al frastuono di mille acque e il profondo stagno nero ai miei piedi si chiuse, cupo e silenzioso, su quello che restava della casa Usher…

Ora, dal finale di questo celeberrimo racconto, non molti lo sanno, ma Kubrick ha tratto ispirazione per il suo capolavoro. Stephen King aveva e ha ragione a infervorarsi nel non riconoscere l’opera di Stanley, perché essa infatti non discende dal suo maestro del brivido bensì da The Master per antonomasia della suspense, Poe il supremo, appunto.

Ora, al prossimo Festival di Cannes, David dovrebbe presentare la sua mappa delle star, e non molti sanno ancora una volta che il personaggio, interpretato da Pattinson, sarà videodromicamente autobiografico di pasto nudo vicendevole, ove Cronenberg indagherà in Robert, e Pattinson, a sua volta, se lo mangerà con sua figlia, adesso sua fidanzata, per un Crash allucinante da demoni sotto la pelle.

Sarà una “scopata” malefica, eppur vidi bene in quella gatta ci cova di Pattinson da parte di David.

Insomma, David è un genio ma, dopo aver presentato Pattinson a sua figlia, fanatica di Twilight, seppe da subito che la cicogna dell’unione avrebbe portato a un rapporto regista-attore da A Dangerous Method.

Comunque, Cogne è una storia dell’horror.

Il resto sono io che batto Cronenberg di scacco matto, indossando solo una giacchetta senza scacchi.

 

 

I soliti ignoti, recensione

Rubare è un mestiere impegnativo, ci vuole gente seria, mica come voi! Voi, al massimo... potete andare a lavorare!

Rubare è un mestiere impegnativo, ci vuole gente seria, mica come voi! Voi, al massimo… potete andare a lavorare!

 

di Stefano Falotico

 

Arrangiandoci, abbiam guadagnato un “buono pasto” di fagioli nella pastina del pasticciaccio, da furto nella pasticceria di Calvino… non (s)cavandocela


Film capolavoro della commedia all’italiana, inserito tra i 100 film da preservare e custodire, immacolati e perennemente restaurati, dentro una intoccabile cassaforte… ove serbar le migliori perle.

 

Mario Monicelli al suo apogeo! Deflagrante, unico, irraggiungibile, inventore perfino del genere caper movie, cioè i film corali incentrati su una rapina con scasso, roba da far invidia allo statunitense, eppur enormemente sottovalutato The Score col trio delle meraviglie d’Actor’s Studio, De Niro-Brando-Norton. Non cito a caso questo film, ripeto assai trascurato, perché è un esempio lampante di onesta pellicola naïf che ci “rapisce” nel gioco attoriale, ove il mentore passa le chiavi della consegna al miglior allievo, assurgendo a modello istruttivo e putativo di diversi eppur affini stili recitativi generazionali. Un “transfert” del “metodo”.

Monicelli aveva “inventato” anche questo, donare al “tramontante”, dunque immortale, immenso patrimonio attoriale del suo grande pupillo, Totò, il “lascito” ben (in)augurante da dar ai ben più giovani, e da lì presto a diventar eguali mostri sacri, Mastroianni e Gassman, scegliendo, ed è un altro merito primario, irrinunciabile, strepitoso e d’intuito fenomenale, dei comprimari perfetti, fra cui svetta(ro)no Murgia, Salvatori e la damigella d’onore Claudia Cardinale. Anche lei destinata, nel giro brevissimo d’un lasso di tempo impercettibile, rapido come uno svelto battito di ciglia e rossetto sensualissimo, a fulmineo diventare fulgidamente una delle attrici più amate e richieste del Cinema italiano e non solo. Bella già lo era, seppur castigatissima. Eh eh.

 

Il film l’avete visto tutti. Mi stupirei solo invece se l’aveste visto una sola volta.

La trama è arcinota, anzi quasi da circolo ARCI, allineandomene di battuta gaglioffa, da “buffetto” e pacca sulle (s)palle… eh eh. Un gruppetto scalcagnato di attempati disoccupati, immarcescibili perdigiorno che campan di piccole truffe, semi-lavoretti in nero e il pigliarla come viene senza molto dolersene ma colmi di rimpianti, alle “direttive” dell’idea “geniale” del non tanto aquilotto, assai vecchietto Capannelle, si fan “forza” per un tutti per uno di “riscossa” col piano di riscuotere l’anelato malloppo. Ma sarà solo far (in)utile gruppetto Brancaleone da glup, appunto, da amaretto… groppo in gola, appena appena “addolcito” da una cena imprevista dall’effetto “digestivo”. Aromatizzante proprio il senso di (dis)fatta, eh eh, allev(i)ante la frittata della lor (in)curabile amarezza.

Un film d’adorare nelle notti in cui ci sentiamo come loro, soli, senza un soldo bucato, moschettieri delle nostre ambizioni fustigate, coi sogni in tasca, anche in pantofole, aspiranti di e a una vita migliore e più appagante. E, semmai, telefoniamo a tarda notte a un nostro caro amico per coinvolgerlo in qualche progetto da saltimbanchi. Dai, dai, sarà un colpaccio, sbancheremo! Lui stava dormendo, ci risponde assonnato e svogliato, perfin pigramente ci manda a quel paese e tartagliamo, indecisi se scusarci o prendercela, come un balbettante, insicuro, irascibile Gassman, qui stupefacente e già maturo.

 

Particolare menzione di merito però per Totò. E chi se non lui?

Principe della risata dolce-amara, appunto, già splendido protagonista, assieme ad Aldo Fabrizi, di quello che è il progenitore di cotanto parto più sottilmente architettato, cioè Guardie e ladri.

Invero, non compare per molti minuti ma gli basta la battuta di Fu Cimin e il suo devastante “Ah, uomo di lettere...”, rivolto beffardamente proprio al nostro Vittorio, per farci capire che “La prudenzia non è mai troppo…”.
Altrimenti, potrebbe essere una delusione da bagnar nella zuppa.

 

Ah ah.

 

 

 

Vera Farmiga, la donna veste rosso incandescente

La mia donna è vera

La mia donna è vera

Sogno da anni un film porno con Vera Farmiga, una che sembra una formica ma è solo indubbiamente figa

All’insegna (luminosa) della lubrificante giovinezza, avvinti all’immoralità libera dell’arbitrio a genio di nostro piacere edonista, palestrato, futurista, in fondo in fondo lì… fottutamente menefreghista…

Beata gioventù, tu signora vecchia non mi tocchi più e ti ammazzo col flit, a fionda di mio rasato e issato in gloria dentro tua fig(li)a

Sono cafone, maleducato, anche tamarro e ardentemente a cazzo tirato? Sì e ne vado pompantemente fiero, miei “dolci” poppanti perché tanto agognaste la mia rovina che sfinii la vostra finezza, a mia distruttiva raffinatezza. Sarò lo sgarbo a sgambettarvi, a immacolato amputar le gambe ai malinconici, a sfregio di fregiato mio maschio in total vostro malincuore.
Vado di notte con le scarpe tutte rotte a tappar le tope, esse si rattoppano infilandomelo nel buco e, imboccandole anche, inietto il mio robusto nettare d’arbusto tra fianchi lesti e fondoschiena di sciar mio sciabolante. Ah, che corsa campestre!
Sventolando lo schizzo mio anche incazzato, in senso (a)lato b e persin indaffarato per troppo esubero di cuciture, che io apro e chiudo di “lampo”. Zip e poi zac. Fra sarte e sorche, me ne frego dell’esistenzialismo di Sartre, e sempre fra le gonne arde. Sgocciola giocante con Vahina pi(lu)ccante, dalle tettone per far crescere il mio “bambino”, sin alla più consumata Monica Bellucci, una veneranda a cui offro l’orgoglioso “ciuccio” e ben “impostato” di “argomentazione” lo splendido tutto tutto ritto e inalberato di durezza secolare come la quercia conficcata nel seno enorme di Mariah Carey. Ah, che marea, sale e scende, altro che Mont Saint-Michel, so come mescolarlo in loro miscelanti. Sono colui che riempie i femminili vuoti pneumatici come la gomma dell’omino Michelin.
Sì, ho mesti, ah ah, ricordi di quando, sdraiato “a lucido” sul mio divano in pelle scamosciata, fra cuscini del mio dorso reclinato e del mio gioiosamente innalzato, masturbante andavo inondante, non tanto lemme eppur di diaframma sospirante, am(mir)ando le mie sognanti “rinomanze” dal vittorioso muscolo di manzo. Tutte, senz’eccezione alcuna, io desideravo e fantasticavo d’anno in ani, dalle più bruttine alle bellone non tanto acqua e sapone. E scivolava di cadenza danzante, basculante come il miglior tango col poi immaginar di chinarle su mio scrosciante di casqué “pericolante”. Era un gran c(r)o(l)lo. Il mio proteso in avanti su occhi chiusi mugolanti a sogno di lei miagolante tutta nel (di)dietro su eretta “diagonale” in sodomia del mio sodissimo, seppure virtuale, molto animato di mano a(r)mata. E fluttuava… frizzanti esplosioni pomeridiane di tutto (t)ergerlo, lavarlo e poi ancor sfrenatamente sfregarlo. Il mio fegato soffriva di un cancro maligno ma la mia prostata voleva solo le “crost(at)e”.
E più lo sbucciavo e più duro era ligneo.
Poi, vennero… le pornostar, di cui qui elenco i migliori culi del non averli avuti, né giammai avrò, semmai otterrò sol un loro beneamato (vaffan)culo. Eppur ne sono posseduto.
Rhiannon Bray, inglese di gambe vertiginose per lo “strapiombo” del mio tendente al plumbeo, tanto svaporava per troppo bollore.
Lei era la campionessa delle caviglie, a tatuaggio di mio sgusciarlo come una rossa conchiglia.
Ce ne sarebbero alt(r)e ma la più falsa è Vera Farmiga, perché ha la faccia di quella là ma fa sempre la parte della gatta morta che, in fondo, raschiante lo vuol sol lì.
E allora che il gattone la arruffi.
Ah, che stufato, che (stan)tuffo.

Plof, miei puffi.

E tu, mia prof., beccati il confettuccio e due fettuccine. Sei solo una cozza e non meriti un caz’.
Questa è prosa di metrica musicale a enormità del mio grosso di ambaradan e faremo un gran baccano.
Prosaico, mie frustrate (prosa)pie, sono proprio come il bambin Gesù nel presepio.
Ah ah, identico, più che asinello, le sfiato col mio bue.

  1. Tra le nuvole (2009)
  2. The Departed. Il bene e il male (2006)
  3. Z la formica (1998)

 

 

La grande fuga, la fifa e la (s)figa di oggi, il mondo è paese

Il buscadero

Il buscadero

di Stefano Falotico

The Wolf of Wall Street non è un capolavoro, funziona ottimamente perché il mondo odierno, deluso da tutto, perso e svuotato di ogni valore, l’ha buttata al nichilismo…
E la gente vede nell’iconico Belfort tutto ciò che ha sempre sognato (non) essere…, purtroppo o per (s)fortuna.
La verità è una e una soltanto, inconfutabile. Il mondo è formato perlopiù da stronzi e, anche se li combatti, perdi già la guerra in partenza. Puoi dannarti ma le mentalità fasciste non cambieranno neanche sotto tortura. Al che, deve partire il piano b, fottersene. Solo in questo modo potremo sopravvivere. Il resto è retorica.
Mi guardo attorno, la gente se ne frega. Sì, perché alla fin fine adotta la stessa mia tattica. Ieri è stata tradita e non vuole più credere a nulla. Al che, dopo tanto aprirsi ed esser stati chiusi poi da persone povere di apertura mentale, molti maschi pen(s)ano solo alle cosce aperte e le donne, perfino le più erudite, così presumevo, amano soltanto adesso un sano cazzo che non arrechi loro, come dico io, gatte da pelare. La vita è difficile, allora perché non mandar a culo tutto?
Io sono realista.
Io so.
– Sa, la vedo giù, mi stia su, mi sta simpatico
– Ah, almeno lei mi vede. Gli altri non mi vedono, per questo e per questi non esisto, e per di più sto loro sul cazzo.
– La posso capire. Anche lei mi vede, nessun altro oltre a lei me lo dà.
– Io non le do nulla. A che vuole alludere?
– Me lo dia.
– No, grazie, prego, preferisco un porno.
– Vede? Anche lei preferisce non vedere… e farsele, non tanto.
– Ma io lo vedo, lei è qui in carne e ossa.
– La vedo, semmai. Io sono una donna.
– Ah, sì, è vero. L’avevo scambiata per un uomo. Sono un po’ maschilista.
– Spero che sia etero però.
– A lei che cazzo frega?
– Era per sapere i suoi gusti sessuali.
– Se ne fotta.
Ciao.

Scrivo una poesia a una donna, e un suo spasimante invidioso, infastidito, mi minaccia di morte e castrazione.
Con classe da signor si nasce, replico a tal att(r)acco, “sentitamente”, di buon augurio di condoglianze…
Per te, Francesco, dedico questo verso “altissimo”, leopardiano: sempre caro mi fu quest’erto maschio, che da tanta parte dell’ultimo degli ultimi, nel suo orizzonte limitato, il guardo esclude, ma sedendo e non ammirando, terminati spazi di là da “quella” e finiti silenzi neanche nel pensier fingi, in quanto falso, persin nella Silvia da te sognata e giammai avuta. Ove la frustrazione è alta, la vita piange. Ti piace Francesco? La dedico a te, se vuoi te la firmo e ti do un bacino sulla fronte da “Buongiorno, notte”. Ciao!

Ancora irritato, incazzato un pochino a morte, eccolo che prende le sue “palle da toro” al balzo e mi “spara”: io sarò un verme ma non inciampo, perché da viscido striscio, e mi vanto di essere un rigetto. Se non ti va bene, ti sputo in faccia.

Sempre con signorilità, eludo il suo “pugno” allo stomaco, ah ah, e lo riverisco di “fioretto”:
Ah, senza dubbio, chi striscia deve però stare attento al verme solitario del mal di fegato. A forza di rosicar di fame, in senso al(a)to, il vomito si può (s)posar a volto da solito ignoto.
Passa mezz’ora, e annuncia il suicidio.
Passa un’altra mezz’ora ed è ancora collegato.
Arriverà domani e starà sempre a cazzeggiare. Sì, fa bene, non val la pena morire quando ci sono merde peggio di lui.

  1. L’ultimo buscadero (1972)
  2. Wall Street. Il denaro non dorme mai (2010)
  3. Shutter Island (2009)
  4. I soliti ignoti (1958)
 
credit