Mindhunter, prime impressioni

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Ora, ci troviamo di fronte al capolavoro che la Critica, in maniera unanime, sta acclamando?

Oppure di fronte all’ennesima furbata di Fincher? Capitemi bene, ho in auge Fincher, e credo che la sua filmografia sia emblematica della sua “scienza comportamentale” da regista oramai ascritto alla sua peculiarità, da cui credo farà fatica a distaccarsene. Da Seven a Zodiac, quest’uomo ha descritto in maniera appassionante la figura del serial killer, se n’è addentrata con precisione millimetrica, e ha sviscerato emozioni cinematografiche di perlacea potenza. Se nel primo si “limitava” a un thriller al cardiopalma che ha fatto scuola, nel suo susseguirsi di colpi di scena, nella “mannaia” dell’omicida luciferino di Spacey che inanellava crimini brutali seguendo con maniacalità i peccati capitali, da lui filtrati secondo la sua perversione oscena, nel secondo stupiva e spiazzava tutti, spostando decisamente l’azione, quindi la non azione, sulla pura detection, scovando nelle anime degli investigatori e, dopo la mezz’ora iniziale, che lasciava presagire che ci trovassimo di fronte a un altro lineare film sull’omicida seriale, detronizzava le nostre aspettative, concentrandosi quasi esclusivamente, come detto, sulla storia dell’indagine. Non badando molto ad altro, un film a suo modo unico, proprio in virtù del fatto che la sua principale e originale virtù è stata lo scrupolo con cui Fincher ha indagato egli stesso fra le pieghe emozionali degl’investigatori. A mio avviso, la sua opera migliore, così stupendamente imperfetta da lasciar allibiti per la sua formalità morbida, quelle notti lugubri, da lupi, “bevute” in inquadrature studiatissime, meticolose come la puntigliosità degli omicidi stessi.

Fincher arriva con questa serie, ed è clamore. Parlo ancora da profano, avendo visto solo la prima puntata. Siamo decisamente agli inizi, tutto è da compiersi, ma veniamo preparati come quegli studenti acerbi che si vedono qui e che gironzolano spaesati. Al che, fa capolino Quel pomeriggio di un giorno da cani, e rifulge quel Pacino criminale che tanto criminale non è, perché da lì, da questo Sidney Lumet si parte per spiegare, semplicisticamente obietterà qualcuno, ciò che scatena non solo il facile movente, ma la ragione umanissima che induce chi studia criminologia a voler razionalizzare la cosiddetta “devianza”.

Il nostro agente federale è un idealista, che pretende di capire i criminali e non capisce invece la sua fidanzata, quindi è all’apparenza un ingenuo, ma è animato da una voglia di conoscenza da rendere onore alla sua borghese divisa da uomo “normale”.

Nel finale, si affianca a un tipo tosto, rude nei modi, fumatore incallito, disilluso e ancor però sorseggiante, come il nostro golden boy, il desiderio di far chiarezza sui meandri della psiche umana.

David Lynch avrebbe scelto una strada delirante, e la serie sarebbe stata un rebus onirico d’immane suggestione filosofica. Avrebbe trasceso le più mere, scolastiche spiegazioni per allestire un “gioco” di specchi labirintico basato tutto sulle suggestioni. Ma Fincher non è Lynch, non vuole esserlo, è uno che non vuole rivoluzionare nulla, o forse sì, e allora insiste con dialoghi verbosi, con interni perfettamente bilanciati nella macchina da presa di una sceneggiatura che spiega tutto e al contempo non (si) dà spiegazioni. Che incede insinuando dubbi, accumulando in un’ora domande dostoevskijane così incognitamente affascinanti che si possono realizzare tutte le stagioni che vuoi, e giocarci intorno.

di Stefano Falotico

 

Una risposta

  1. Ottimo pezzo, soprattutto per la descrizione di “Seven” e “Zodiac” e quindi di un autore che i cinefili, oltre ai critici, attendono sempre con trepidazione.
    Visto che sei fermo al primo episodio, che hai sviscerato secondo me alla perfezione, non ti voglio togliere in alcun modo il gusto del seguito (sono al sesto) ma, come tu stesso hai scritto, deve ancora entrare nella carne viva, nei confronti tra i due agenti e la lucidità spiazzante dei killer seriali (e il pensiero non può che tornare a “Il silenzio degli innocenti” con i tesissimi “face to face” tra Hannibal Lecter e Clarice).
    Sguardo sempre analitico, anche senza Fincher alla regia, con dialoghi strettissimi che non mollano mai la presa ed entrano nel campo della manipolazione con sottili, quanto inquietanti, equilibri di potere (la lucidità del male ferisce ed è ricreata con lo stesso metro).
    Tutto affascinante, ma non entusiasmante (al momento starei sulle 3,5 stelle), in un certo senso penso che sia implicito alle scelte dispositive che non concedono una virgola oltre al dovuto, ma, visto il progetto che vedrebbe – almeno potenzialmente – profilarsi all’orizzonte cinque stagioni, per quanto sia un’inutile balzello mentale, mi chiedo già che tipo di orizzonte potrebbe mai profilarsi su una tratta così lunga, senza che, come scrivi in fondo, non si faccia altro che girarci intorno (immagino che potrebbero focalizzare l’attenzione su singoli casi, mentre qui alcune soluzioni arrivano in tempi realmente stretti).
    Va beh, avremo modo di riparlarne, almeno a fine stagione, quando forse sarà tutto più chiaro.

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