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IMAGO MORTIS, recensione

imago mortis

Ebbene, oggi recensiremo un film purtroppo misconosciuto ai più. Ovvero l’inquietante, enigmatico, osiamo dire perturbante e profondamente angosciante Imago mortis.

Assai interessante opera prima di Stefano Bessoni in un lungometraggio per il grande schermo. Classe ‘65, Bessoni, in tal caso, cimentatosi egregiamente dietro la macchina da presa in veste di director, come sopra scrittovi, dopo rinomati e finissimi studi in quel della sua amata Roma natia, dopo essersi specializzato come animatore di stopmotion ed aver affinato, rifinito la sua arte fotografica, divenendo peraltro cinematographer di non trascurabile valore e gusto peculiare per le immagini più ammalianti ed elegantemente ammantate, potremmo dire, di tetro, mortifero, visivo fulgore attraente, dopo aver fruttuosamente collaborato con Pupi Avati as curatore degli effetti speciali e creatore degli storyboard de La via degli angeli e dell’ambizioso, sebbene irrisolto, probabilmente pasticciato e disorganico, anzi sicuramente disomogeneo e interminabilmente indigesto, forsanche stucchevolmente noioso I cavalieri che fecero l’impresa, motivato da un’innata intraprendenza fecondamente fantasiosa congenitamente a lui immaginativa, attingendo dalle atmosfere morbosamente affascinanti del primo Dario Argento più perturbativo, intuitivo e strepitosamente ingegnoso, orrifico e al contempo inventivo, in maniera derivativa del cinema, da lui rivisto in forma elaborativa del suo ispiratore, artistico padre putativo, vale a dire nientepopodimeno che l’appena menzionatovi maestro Avati, nel 2009 esordì con questo piccolo capolavoro, cioè Imago mortis.

A distanza di dieci anni pressoché esatti dall’uscita nelle sale d’Imago mortis (distribuito infatti in Italia nel gennaio del 2009, sebbene Wikipedia l’accrediti appartenente al 2008) l’anno scorso, un altro regista italiano su cui nutriamo già forti aspettative per il futuro, vale a dire Roberto De Feo, presentò il suo notevole The Nest (Il nido).  

Horror dalle atmosfere nitidamente misteriche, osiamo dire mesmeriche che, in modo concettualmente, specularmente coincidente, similarmente appaiabile allo stesso Imago mortis, non poco ci ricordò il succitato, insuperato Dario Argento dei tempi d’oro, vale a dire il tenebroso, magnifico Dario di SuspiriaInferno e Profondo rosso.

Ci siamo permessi, usiamo pure il plurale maiestatico senza paura, essendo questo un film del brivido, eh eh, di anticiparvi la trama d’Imago mortis con tale nostro breve prologo ché vi sia leggermente esauriente al fine che possiate meglio apprezzare appieno l’opus n.1 di Bessoni. Un thriller assai suggestivo e ricolmo di suspense congegnata con glaciale sofisticatezza d’alta scuola ermetica. Un film suadentemente metafisico.

Un film davvero amabile sebbene criptico, sì, volutamente indecifrabile e, ripetiamo, sottilmente e seducentemente intrigante. Curiosamente avvenente nel suo concatenarsi d’immagini apparentemente insensate, a ben vedere, invero sobriamente attorcigliate (mal)sanamente a una tenera e contemporaneamente, figurativamente armoniosa giostra caleidoscopica di frame sostenuti assieme da un fluidissimo ritmo filmico eccezionalmente impaginante, diciamo, fotogrammi stessi delicatamente intarsiati e in modo surreale disposti a mo’ di diapositive ipnotiche. Accenniamone la trama, brevemente:

d’analessi scioccante coagulata in uno spaventevole incipit non poco allucinante, potremmo dire, retrospettivamente illustrante i macabri avvenimenti poi, durante la narrazione, mostratici, veniamo immersi in modo funereo in un 1600 caliginoso. Ove il saggio o forse folle, semi-scienziato pazzo Girolamo Fumagalli fu ossessionato dal desiderio d’immortalare immagini che echeggiassero, memorabilmente, nell’eternità. Fumagalli, prelevando la retina d’una persona morta ammazzata, fu convinto che essa contenesse, quasi a mo’ di reliquia, l’ultima immagine captata e vista dal soggetto assassinato nell’attimo immantinente antecedente il suo ultimo sospiro prima di morire. Fumagalli denominò questa sua spettrale, mostruosa tecnica fotografia nell’auto-coniarla col termine tanatografia (da thanatos…).

Spostandosi poi vertiginosamente alla nostra epoca, seguiamo le vicende di un timido studente di Cinema che frequenta un’accademia ove s’insegna la Settima Arte che, onestamente, più che sembrare una scuola, pare un istituto psichiatrico, sì, una struttura dall’aspetto manicomiale ove gli studenti c’appaiono, chi più chi meno, dei ragazzi e delle ragazze malati mentali, qui internati.

Bruno (Alberto Amarilla) è, peraltro, tormentato da visioni distorsive della realtà, a prima vista, allarmanti.

Il ragazzo sta accusando dei segnali di squilibrio psicologico preoccupanti, è cioè pazzo oppure è un ragazzo speciale dotato d’una sensibilità talmente spiccata da essere l’unico in grado, con la sua capacità, anziché paranoica, bensì illuminata di paranormale, preveggente intuizione precognitiva, a svelare tanti assurdi e agghiaccianti misteri che si celano dietro la facciata all’apparenza impeccabile della sua scuola?

Nel cast, sia Geraldine Chaplin che sua figlia, la bellissima e magra Oona Chaplin.

Ecco, sia The Nest che tal bel Imago mortis sarebbero da mostrare a chi sostiene, a torto, che il Cinema mystery italiano sia morto.

Cominciamo a svecchiare l’idiozia, semmai, del Cinema sciatto, volgarissimo e pecoreccio di cui è ammorbata, purtroppo a tutt’oggi, la nostra Italietta di pagliacci e saltimbanchi, di comici ridicoli che non fanno ridere, di aspiranti attori e attrici degli stivali, da festival da cazzoni e degli stivaletti che, anziché essere interpreti di valore, al massimo sono dei modelli e delle modelle da Instagram per due leccate di culo in più. Per l’amor di dio, diamo ampio spazio a gente come De Feo e Bessoni.

Due registi che, sebbene non abbiano sfoderato dei capidopera, sanno il fatto loro, rischiano e, come si suol dire, mettendovi sfrontatamente la faccia. Senza avere paura di nulla.

Soprattutto di affrontare un genere che va rivivificato, quanto prima, in modo genialmente pauroso.

Per quanto riguardi invece il sottoscritto, alcuni anni fa, in seguito a vicissitudini ingiustamente aberranti avvenutemi, in seguito a fatti terribilmente scabrosi, conobbi uno psichiatra dal cognome De Feo, “portatore” del mio stesso nome, identico per l’appunto a quello di Bessoni.

Inizialmente, mi considerò pazzo, sì, matto da legare.

Dopo tre pagine di un libro che gli feci leggere, un mio libro, estasiato, urlò di benevolo terrore!

Perché io non ho capito, infatti, una cosa.

Se abbiamo avuto Argento, Avati, se abbiamo Bessoni e De Feo, perché non possiamo avere anche un Falotico?

Sto allestendo, assieme a degli amici fidati, questo… ve ne do un assaggio.

Dunque, sul passato angoscioso stendiamo un velo pietoso. Poiché, per piacere, quando il Maestro sale in cattedra, cala un silenzio vergognoso. Quello di molte persone stolte, bigotte, malate di oscurantismo e abbisognanti, assolutamente e rapidissimamente, di culturale catechesi potente.

Il Falò è vivo, il Falò ne sa una più del diavolo. Ora, c’è solo una persona che ne sappia una più del diavolo. Cioè Dio. E, su questa freddura, sparisco nella notte, ascendendo nuovamente al settimo cielo in forma paradisiaca. Statemi buoni e che (d)io vi benedica. Ah ah.

Per finire, diciamocela: Oona Chaplin non credo che sia vergine come la Madonna ma è più bona della Ciccone.

Voi dite di no? Ah no? Fa veramente spavento da quanto è dolce e bella. Da gustare tutta ignuda al plenilunio. Ululate, uomini arrapati. Fra le sue cosce avviluppatelo, sviluppatelo. Galoppate!

Donna da fottere assolutamente, direi assiduamente. In modo prepotente. Oddio, tenetemi (in)fermo, sto impazzendo come il protagonista del film, ah ah. Invero, non sono malato di mente, cioè demente, cari deficienti e impotenti. sono san(t)issimo. Se siete uomini eterosessuali e non desiderate scopare Oona, predisporrò per voi un TSO immediato. Non siete normali. Andate curati subito. Mentre Oona va inculata quanto prima.

Mi metteranno all’inferno ma, come detto, Inferno è un film che sa di vivissimo argent(e)o purissimo. Non voglio l’aureola dorata né essere adorato. Sono maledetto e dunque pretendo di essere interdetto. Ah ah.

di Stefano Falotico

 

Lilith’s Hell, recensione

lilith hell petrarolo

Ebbene, circa due anni fa, in data precisa 18 Settembre 2018, uscì una mia intervista per Daruma View Cinema a Vincenzo Petrarolo, ovvero la seguente: http://darumaview.it/2018/intervista-vincenzo-petrarolo-follower

Intervista, potrei dire, minuziosamente dettagliata e innestata su domande sobrie al fine d’indagare soprattutto nell’animo di un regista italiano, espatriato spesso all’Estero, nel nostro Belpaese ritornato, certamente pugnace. Che è pur sempre meglio d’incapace.

Mentre, pressappoco 16 ore fa, sul suo canale YouTube, sotto il filmato del trailer del suo particolare Lilith’s Hell, inserii smodatamente, quasi immoderatamente, di certo coraggiosamente, oserei dire, tale mio commento assai sincero, scevro d’ogni possibile ruffianeria disdicevole malgrado, così come a seguire vi narrerò, fra me e Vincenzo recentemente non corse buon sangue e il sottoscritto si lasciò andare ad esternazioni un po’ riprovevoli, probabilmente anche perdonabili, eh eh.

Ora, premesso, attestato, oserei dire, acclarato quanto sopra scrissi e riportai con cura estrema e un po’ d’orgoglio da nuovo Gianni Minà dell’underground giornalistico, debbo onestamente anche asserire e testé, sì, tostamente e ivi riferirvi che io e Vincenzo, qualche giorno fa, diciamo che litigammo accesamente, scambiandoci vocali alquanto feroci su WhatsApp e, per l’appunto, via dicendo. Voluta ripetizione mia del verbo dire coniugato personalmente al plurale di presente che fu oramai oggi anneritosi. Ah ah.

Potremmo, per l’appunto, dire che io e Vincenzo, conosciutici attraverso l’intervista succitata a voi qui mostratavi, chissà se mai dal vivo vistici, bisticciammo.

E ciò me ne dispiace. Spesso, amici, si litiga per nulla di che, per moti d’orgoglio di sicuro non belli. Si litiga a causa di prese di posizione radicali difficilmente sanabili.

Fatto sta che, trascrivendovi e copia-incollandovi qua il commento da me (e)messo sul suo canale, non rinnego affatto le mie parole dedicategli:

Petrarolo è un regista che proviene da una cultura forse oggigiorno persasi. Ispirandosi dichiaratamente, fra gli altri, al grande Dario Argento, come per sua stessa ammissione, non lesina nel rischiare, investendo personalmente nei film in cui crede. Come chiunque, trova difficoltà a prospettare i suoi progetti. Poiché i registi coraggiosi, in Italia, sono senza dubbio affossati, spesso, da un sistema catto-borghese legato a logiche produttive e commerciali ove s’investe, paradossalmente, ancora meno rispetto agli anni settanta su chi parzialmente è ancora “sconosciuto” mentre prima, per l’appunto, cineasti stoici come Dario Argento trovavano i soldi necessari per portare avanti i loro sogni. Oggi, invece, malgrado lo spopolare di Netflix, la diffusione mondiale dei social e la libera circolazione delle idee internettiana/e, ci si è chiusi anacronisticamente più di prima. Petrarolo ha molto da dire e, ripeto, non ha paura di niente. Le sue prime opere, forse, non sono esenti da difetti e prive di errori, non sono insomma perfette. Perlomeno, Petrarolo ci mette la faccia e affronta temi, come l’horror, affastellando le sue conoscenze cinematografiche in maniera non banale. I suoi film sono certamente interessanti. Gliene va dato sicuramente atto. Personalmente, non mi riconosco in alcuni suoi stilemi e “fisse” come le troppe citazioni, per l’appunto, alle pellicole del passato e dei maestri del thriller e della suspense che l’hanno profondamente ispirato, segnato e da cui attinge a piene mani. E preferirei che fosse totalmente personale. Ma, ribadisco, di questi tempi in cui abbondano le banalità a buon mercato e in cui s’è persa memoria proprio del passato, cinematografico e non solo, ci va già grassa assistere a film come Lilith’s Hell che, malgrado le loro “incertezze”, sono dei guilty pleasure che fanno, eccome, la loro porca figura.

Dunque, guardate questo suo film. Difficile trovarlo ma lo rintraccerete. Fidatevi.

Per quanto mi concerne, ho terminato l’editing del mio prossimo romanzo in stream of consciousness, intitolato La leggenda dei lucenti temerari.

La prefazione, curata da D. Stanzione, critico per Best Movie, dovrebbe essermi consegnata nei giorni susseguenti a quello odierno, cioè la prossima settimana.

Ricordate, il Falotico ne sa una più del diavolo. Sembra che s(t)ia sempre sul punto di morire, invece dispone di molte frecce al suo arco.

Anche quando interpreta, in modo volutamente demenziale, la parte dell’uomo in calzamaglia a mo’ di Robin Hood di Mel Brooks.

Adesso, se vogliamo scherzare, sono disposto allo scherzo. Dunque, datemi pure tutte le patenti di sfigato, disgraziato e demente di sor(ra)ta.

Se vogliamo dircela tutta, un Falotico rigenerato è un uomo che conosce benissimo Il Falò… delle vanità (https://www.youtube.com/watch?v=5taE7Os02hQ).

Persino il Petrarolo.

E questo è quanto.

Ne vedrete delle belle, insomma.

Di mio, mi accontento della mia lei, è più bella di tutte. E non vi sto raccontando una balla, mie bei bulli.

Sì, di me vi beaste ma ora belate.

 

di Stefano Falotico

 

 

DE PALMA, recensione

fantasmade palma blu ray

Oggi, recensiremo non un film, bensì un documentario (se così genericamente possiamo definirlo poiché è molto altro e il limitativo termine documentario poco gli si addice) straordinario, ovvero De Palma.

Presentato fuori concorso alla 72.a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, co-diretto dal valente e sempre più amato Noah Baumbach (Storia di un matrimonio) e dal fratello minore di Gwyneth Paltrow, vale a dire Jake Paltrow (Young Ones – L’ultima generazione), De Palma è semplicemente una perla preziosa, un bellissimo e necessario documentary omaggiante, ovviamente, la carriera di uno dei principali geni cineastici di sempre. Ça va sans dire, l’incommensurabile, immenso, insuperabile, purtroppo assai spesso sottostimato Brian De Palma.

Un regista che non ha certamente bisogno di presentazioni, l’autore di film impressionantemente mastodontici e qualitativamente imbattibili quali Carlito’s Way o Gli intoccabili.

Insomma, un genio toutcourt, uno dei massimi esponenti della New Hollywood.

Il documentario, attraverso un’amabile conversazione con De Palma (chi, sennò?), il quale si lascia piacevolmente intervistare, parlando a briglia sciolta e mostrandosi in maniera desueta rispetto al suo proverbiale aplomb, perciò smentendo la sua nomea di persona schiva ed estremamente riservata, poco disposta a sbottonarsi e a lasciarsi andare, ripercorre finemente tutta la sua carriera sin dai primissimi esordi, sviscerandone l’intero, entusiasmante, mirabolante excursus.

Esplorandone, dettagliatamente, ogni tappa prominente mediante i suoi aneddoti e gli squisiti racconti narratici in prima persona nientepopodimeno che da Brian stesso ripreso ossessivamente in giocoso primo piano adorante il suo buffo, divertito e rubicondo faccione estremamente simpatico.

Al che, Brian, disinibito e a suo agio come non mai, fra risate autoironiche con cui, burlandosi giocondamente egli stesso con leggerezza di alcune sue disavventure e sventure, sdrammatizza sulle innumerevoli, tragicomiche, sfortunate vicissitudini riscontrate duramente nel suo altalenante, spesso complicato e assai faticoso rapporto conflittuale fra lui e i vari produttori avvicendatisi a finanziarne le pellicole, svelandoci inoltre gli affascinanti dietro le quinte incredibili non soltanto delle sue pellicole, bensì delle sue tante importanti amicizie con colleghi e attori che, in modo più o meno fortuito, fortunoso o rocambolesco, incrociarono la sua vita professionale, lavorativa e perfino privata.

Partendo dal celeberrimo, fruttuoso e stimolante Movie Brats del quale fu esponente assieme a Spielberg, Lucas, Coppola e Scorsese, addentrandosi poi, con spirito dissacrante e ammirabile, all’interno delle sue relazioni con donne storiche fra le quali la dolcissima sua ex compagna di vita Nancy Allen.

De Palma definisce Sean Penn un brooklyn macho man caratterialmente ostico col quale però, alla fine della lavorazione di Vittime di guerra, porse i suoi più sinceri e doverosi complimenti. Richiamandolo immediatamente, di reunion artistica epocale, per il magnifico Carlito…

Film che lui definisce, in assoluto, la sua opera migliore. Per cui si spiacque enormemente che, all’epoca, avesse infatti ricevuto stranamente critiche contrastanti, negativamente stupendosi e parecchio rattristandosi che, al termine della proiezione a Berlino, venne addirittura da non pochi critici apertamente snobbato e fischiato.

Al che, De Palma ci parla della sua amicizia sempre più consolidata negli anni con Al Pacino, un’amicizia già nata prima di Scarface e cementatasi, per l’appunto, col succitato Carlito…

Ci racconta del suo affiatamento con John Travolta e De Niro, di cui si vanta di aver “scoperto” i loro inauditi talenti, dunque spende parole lusinghiere e di commosso elogio su altri iper-carismatici, leggendari fenomeni attoriali da lui diretti come il mitico James Bond par excellence, ovvero Sean Connery.

Illustrandoci, con burlesca verve e intelligenza sopraffina, i più rilevanti punti salienti della sua filmografia prodigiosa.

Signore e signori, un documentario che è una perla da vedere e da avere in dvd. Siamo difatti rattristati non poco che, in Italia, non ne esista una versione home video.

De Palma è un documentario stupendo che ogni cinefilo, non soltanto fan di Brian, dovrebbe vedere almeno una volta in vita sua. Per amare Brian e il suo Cinema ancora maggiormente, per comprendere cosa sia appieno, in ogni suo “backstage”, inteso anche in senso figurato, la Settima Arte.

Stiamo parlando del regista di Carrie – Lo sguardo di Santana, de Il fantasma del palcoscenicodegli Intoccabili, di Blow Out, di Omicidio a luci rosse e Omicidio in diretta. Del regista di Black Dahlia, di Mission: Impossible e Mission to Mars.

Il regista degli sfortunati Domino e Passion, il regista più controverso forse degli ultimi quarant’anni.

Un genio scandalosamente mai candidato all’Oscar poiché, alla pari di uno dei suoi massimi maestri ispiratori, Alfred Hitchcock, non si piegò mai del tutto e furbescamente alle bieche ed opportunistiche logiche commerciali di Hollywood.

Nemmeno quando dovette, quasi giocoforza, dirigere alcuni film su commissione, neppure quando cedette quasi totalmente alle oppressive richieste feroci della Warner Bros per il “disastro” Il falò delle vanità.

Non molti giorni fa, esattamente l’11 Settembre, Brian De Palma compì ottanta primavere.

Eh sì, l’11 Settembre non deve essere ricordato soltanto per essere stato un giorno nefasto per gli Stati Uniti, il giorno tristissimamente noto dell’attentato terroristico alle Twin Towers, l’11 Settembre è anche il compleanno di un uomo e regista illuminato che a sua volta c’illuminò e ci illuminerà probabilmente di nuovo superlativamente, rendendo l’umanità e il Cinema qualcosa di meraviglioso per cui valse la pena vivere, per cui vale la pena credere, per cui vale la pena fortemente, eternamente sognare.

Evviva Brian De Palma, lunga vita a uno dei più grandi registi viventi, uno dei più stupefacenti, visionari, avanguardistici, coraggiosi e fiammeggianti, passionali e brillanti director di tutti i tempi.

di Stefano Falotico

 

LE STRADE DEL MALE by Antonio Campos, recensione

tom holland devill all the time

Ebbene, oggi recensiamo un film molto atteso e, da un paio di giorni, (precisamente il 16 Settembre) uscito su Netflix, ovvero Le strade del male (The Devil All the Time).

Le strade del male è diretto da Antonio Campos (Afterschool, Simon Killer e l’episodio della stagione uno di The Punisher, Cold Steel). Qui anche autore della sceneggiatura e del conseguente adattamento, sì, trasposizione dell’omonimo romanzo di Donald Ray Pollock (based on the novel by…). Le strade del male si avvale di un corale cast ove primeggia il nome oramai rinomato di Robert Pattinson, affiancato da un parterre di attori e attrici eterogenei e di pregiato valore, diciamo indie, da leccarsi i baffi, vale a dire il co-protagonista Tom Holland, il quale ai più è comunemente noto per essere Spider Man/Peter Parker della saga-reboot inaugurata, nel 2017, da Jon Watts con… Homecoming, Bill Skarsgård (ovviamente, l’inquietante clown di Pennywise dell’It di Andy Muschietti), Haley Bennett, l’onnipresente, impegnatissima e bellissima Riley Keough (Hold the Dark, La casa di Jack, Paterno), Sebastian Stan, Mia Masikowska (Maps to the Stars, Alice in Wonderland), Harry Melling (The Old Guard), Abby Glover (la giovane, peperina, conturbante, birbantesca ragazza esuberante senza nome di Stranger Things), Jason Clarke (John Connor adulto di Terminator Genisys, Everest) e chi più ne ha più ne metta.

A dispetto delle opinioni piuttosto freddine ricevute dall’intellighenzia d’oltreoceano per cui Le strade del male ha totalizzato, su metacritic.com, un discreto ma certamente non eccelso 50% di media recensoria, a noi il film è piaciuto. Aggiungiamo, con le dovute riserve. Sì, ammettiamolo subito senz’infingimenti o panegirici di sorta, anche a noi non ha particolarmente entusiasmato. Anzi, a tratti, perfino c’ha lasciati indifferenti e un po’ delusi. Premesso ciò, ripetiamo nuovamente che Le strade del male non è affatto male e perdonateci il voluto o forse involontario gioco di parole che, probabilmente, non piacerà invece a chi non è amante delle letterarie figure retoriche, della litote, delle omofonie o dei diversi significa(nt)i attribuiti a una stessa parola o, in tal caso, al valore di un film che può risultare dunque buono o cattivo a seconda dei gusti più o meno sofisticati di chi l’amerà o totalmente lo snobberà.

Ora, dopo questa doverosa prefazione linguistica, cinematografica e non, invece arriviamo celermente alla vera e propria recensione. Secca e nettissima. Sintetizzeremo, per l’appunto, brevissimamente la trama per evitarvi spiacevoli spoilers. Ci pare difatti giusto, nei riguardi dei futuri spettatori de Le strade del male, ancora perciò ignari dei vari risvolti complicati presenti nell’arzigogolata narrazione di tale pellicola, come detto, non del tutto dalla Critica statunitense amata, estremamente necessario glissare in merito alle variegate e intersecanti strade stesse d’un intreccio contorto e più dedalico (forse solo confuso) delle tortuose circonvallazioni della labirintica Los Angeles.

Fra la Prima guerra mondiale e quella del Vietnam, attorno al reduce Arvin Russell (Holland), in un modo o nell’altro e per stranissime circostanze del fato, gravitano e circolano svariati personaggi più o meno pericolosi, bizzarri e, ognuno alla sua maniera, rispettivamente legatisi alla sua esistenza. Dai sicari Carl (Clarke) e Sandy Henderson (Keough) al reverendo Preston (Pattinson) e via dicendo…

Perché guardare Le strade del male

Il film si avvale di una bella fotografia di Lol Crawley (Vox Lux) e, malgrado la lunga durata, tiene abbastanza incollati allo schermo grazie anche a un gruppo di attori bravissimi e molto affiatati. Tom Holland e Pattinson se la cavano egregiamente, sebbene quest’ultimo, in non poche scene, carichi troppo il suo personaggio e, nella parte del predicatore ambiguo e perennemente accigliato, forse non risulti completamente convincente.

 
robert pattinson strade del male

Perché non guardare Le strade del male

Da molti critici, la pellicola è stata accusata di adottare addirittura uno sguardo pornografico sulla violenza, cioè di soffermarsi in maniera esageratamente compiaciuta e gratuita su molte scene sanguinarie senza che la sovrabbondanza d’immagini, per l’appunto assai violente, sia giustificata da alcunché.

In effetti, non è del tutto sbagliato e certamente Antonio Campos non è Scorsese. Ovvero un cineasta il cui uso della violenza, spesso copiosa, è comunque sempre inserita all’interno d’una robusta poetica e visione della vita inerente la tematica trattata. Una violenza, la sua, finemente filmata e permeata, potremmo dire, da un gusto neorealistico che non stona rispetto al contesto e non lo snatura od adultera che dir si voglia.

Le strade del male tocca inoltre tantissimi temi, dai traumi personali al sesso, dalla religione manipolatrice vissuta e propugnata in maniera distorta ai complicatissimi rapporti interpersonali, ma rimane soventemente in superficie. Lambisce, cioè, un sacco di argomenti e sotto testi ad ampia portata filosofico-esistenziale ma non resta impresso né nel profondo tocca e colpisce.

Però, nei suoi eccessi e nei suoi molti difetti, Le strade del male è, secondo noi, un film affascinante che merita di essere visto e su cui si può curiosamente speculare, a prescindere dal giudizio che, a visione ultimata, ogni spettatore possa liberamente aver maturato.

di Stefano Falotico

 

PASSION PLAY, recensione

passion play poster

Ebbene, ieri è stato il compleanno delle settanta primavere di un genio attoriale. Sì, lo è. Ovvero Bill Murray. Su Facebook, la gente l’ha celebrato. Al solito, pateticamente.

Dato che il 90% delle persone non è un attore di Hollywood ed è invece costretta a vivere da fessi, mitizza le vite altrui, dimenticando la lezione che John Lennon volle impartire anche ai suoi fan più accaniti, vale a dire non proiettare le proprie aspirazioni su personaggi elevati a dei e dunque idealizzati in quanto in moltissimi sognano la loro vita ma risulta soltanto frustrante identificarsi virtualmente nei modelli presi a modello.

Semmai, idolatrando modelle inarrivabili a cui il maschio medio italiano s’appella da sfigato mai visto, vergando commenti penosi del tipo: wow, wow, wow, dio c’è, sei Giunone, giunonica, meravigliosa, superlativa, quando una è bella è bella.

Intanto, dietro queste ruffianerie dolciastre, più stucchevoli delle peggiori canzoni di Ed Sheeran, più false di Ghost, più ributtanti della comunque deliziosa Unchained Melody dei Righteous Brothers elevata alla massima potenza del saccarosio schifosamente mieloso, il maschio arrapato, più becero del film Arrapaho, cela i suoi sconci pensieri più mostruosamente proibiti dietro una leziosa facciata da santo lontano anni luce dal sincero Michael Fassbender di Shame.

Insomma, uno scemo più fake del viso rifatto di Mickey Rourke.

Poi, come se non bastasse la leccata di culo tremenda, l’uomo italico impunemente aggiunge: dinanzi a te, mi sento brutto, non sono bello ma per te io, sì, belo. Addolciscimi e ammansiscimi, sono una pecorina/ella smarrita.

Dai, su, torniamo a Bill Murray.

Nato come cabarettista e classico guitto d’avanspettacolo inizialmente non cagato da nessuno, Bill s’evolse in forma poliedrica, in maniera falotica. Aggettivo qui femminilizzato, diciamo, che significa bizzarro, balzano, fantastico.

Detto ciò, appurato che la mia vita fu un eterno déjà vu da Ricomincio da capo, essendomi andato a cacciare anzitempo in una situazione paradossale e (in)castrante ogni mio potenziale dirty dancing a causa della mia timidezza da Bob De Niro de Lo sbirro, il boss e la bionda, tale Passion Play rappresenta la prima e unica regia di Mitch Glazer in un lungometraggio. Prima e, fortunatamente, ultima. A meno che, a distanza di dieci anni da questa sua boiata, comunque dalla durata digeribile, soltanto novanta minuti circa di banalità a buon mercato, il buon, anzi pessimo Mitch non decida di ammorbarci con una seconda incursione devastante dietro la macchina da presa.

Mitch Glazer, grande amico di Bill da una vita. Vi basterà scorrere la sua filmografia come sceneggiatore e produttore per accorgervi che Mitch e Bill incrociarono svariate volte le loro vite artistiche.

Ecco, Passion Play è un film arty, cioè uno di quei film che, nel suo ridicolo tentativo di ammodernare 9 settimane e ½ negli anni duemila con un Rourke speranzoso di essere tornato quello di una volta dopo la nomination all’Oscar per The Wrestler, un Mickey che s’illuse addirittura, con mille chirurgie facciali e faccia da culo bestiale, di poter apparire appetibile agli occhi di Megan Fox, fallisce miseramente. Megan Fox, bagascia di terza categoria, qui nella parte improponibile e poco credibile della Donna Uccello.

E ho detto tutto… Un film che vorrebbe anche assomigliare ad un  felliniano altamente delirante e fricchettone. Uno spettacolo immondo adatto a fenomeni da baraccone che, semmai come il sottoscritto, l’anno prima dell’uscita di Passion Play, furono obbligati da un amico freak ad andare a vedere Jennifer’s Body per rifarsi gli occhi su Megan. Un film neanche così brutto firmato da Karyn Kusama. Donna bruttina che diresse comunque qualche film più carino di Raoul Bova.

Ci rendiamo conto che, in Italia, diamo soldi a gente come Raoul Bova? Ci rendiamo conto che un idiota come Machine Gun Kelly è sposato a Megan Fox? La quale, a mio avviso, è meno affascinante d’una comune bella ragazza di tutti i giorni che passeggi(a) in centro ma, rispetto a codesta, guadagna molti più soldi, sì, miliardi perché nel mondo esistono i frustrati, sopra descrittivi, che la considerano una dea?

Ora, chiariamoci molto bene.

Mickey Rourke ha fatto il suo tempo ed è, oggi come oggi, soltanto un mezzo debosciato.

Di mio, potrei essere Stanley White de L’anno del dragone.

Combinatemi un’altra porcata e farete bene.

Sapete perché? Se, nella mia vita, gente imbecille non mi avesse bullizzato come un animale solamente perché all’epoca odiai la visione dell’amore da eterni bamboccioni, da spot dei Baci Perugina e altre amenità di sorca, no, di sor(ra)ta, oggi non sarei Stefano Falotico, bensì un povero coglione come quasi tutti.

Cioè persone che, così come ben sostenne il succitato Lennon, parlano, giudicano e rimangono però sostanzialmente passive, adorando le vite dei loro miti di cartapesta.

Vi do un consiglio: la vita è una sola, forse non esiste l’aldilà.

Risparmiate dunque il vostro tempo e non noleggiate mai questo film. Anche perché troverete difficoltà a trovarlo. Per nostra, vostra fortuna, non è mai stato distribuito in Italia.

Potete procacciarvelo, diciamo, in streaming in sub-ita.

Per quanto mi concerne, posso darvi un altro coniglio, no, consiglio.

I cosiddetti adulti faranno di tutto per distruggervi. Solitamente, in pochissimi di loro infatti posseggono la bellezza che fu di Mickey Rourke e la simpatia intelligentissima di Bill Murray.

Io sì, invece.

Potranno darmi del fallito poiché sono rancorosi e, nella loro vita misera e orribile, avrebbero desiderato avere una donna come Megan Fox.

La mia lei è più bella di Megan.

Quindi, ora, silenzio.

Sono squallido perché mi vanto di ciò?

No, non mi vanto di nulla. Di mio, non so neanche se domattina sarò ancora vivo.

E non m’importa svolgere una vita normale. Normalità per me si associa a propaganda pubblicitaria, alla peggiore estetica della vita puttana.

Ecco, se volete amare davvero, amate e non sognate, se voleste invece vedere due bei film d’amore, guardate Broken Flowers e Lost in Translation.

Amori tristi, amori malinconici, amori consumati, rimembrati, mai forse vissuti appieno, solamente meravigliosi. Surreali, puri. Amour fou, amore per te fu e non vi è più, chissà se sarà, intanto per me ora vi è.bill murray megan fox passion play

di Stefano Falotico

 

 

DUNE by Denis Villeneuve – Trailer ufficiale italiano

dune villeneuve

Il candidato all’Oscar® Denis Villeneuve (“Arrival”, “Blade Runner 2049”) dirige “Dune”, il film di Warner Bros. Pictures e Legendary Pictures, adattamento per il grande schermo dell’omonimo celebre best seller di Frank Herbert. “Dune”, un’epica avventura ricca di emozioni, narra la storia di Paul Atreides, un giovane brillante e talentuoso, nato con un grande destino che va ben oltre la sua comprensione, che dovrà viaggiare verso il pianeta più pericoloso dell’universo per assicurare un futuro alla sua famiglia e alla sua gente. Mentre forze maligne si fronteggiano in un conflitto per assicurarsi il controllo esclusivo della più preziosa risorsa esistente sul pianeta – una materia prima capace di sbloccare il più grande potenziale dell’umanità – solo coloro che vinceranno le proprie paure riusciranno a sopravvivere. Nel cast il candidato all’Oscar® Timothée Chalamet (“Call Me by Your Name”, “Piccole Donne”), Rebecca Ferguson (“Stephen King’s Doctor Sleep”, “Mission: Impossible – Fallout”), Oscar Isaac (i film di “Star Wars”), il candidato all’Oscar® Josh Brolin (“Milk”, “Avengers: Infinity War”), Stellan Skarsgård (“Chernobyl” di HBO, “Avengers: Age of Ultron”), Dave Bautista (la serie di film di “Guardiani della Galassia”, “Avengers: Endgame”), Zendaya (“Spider-Man: Homecoming”, “Euphoria” di HBO), Chen Chang (“Mr. Long”, “Crouching Tiger, Hidden Dragon”), David Dastmalchian (“Blade Runner 2049”, “The Dark Knight”), Sharon Duncan-Brewster (“Rogue One: A Star Wars Story”, “Sex Education”), con la candidata all’Oscar® Charlotte Rampling (“45 Years”, “Assassin’s Creed”), con Jason Momoa (“Aquaman”, “Il Trono di Spade” di HBO) e il premio Oscar® Javier Bardem (“No Country for Old Men”, “Skyfall”). Villeneuve dirige “Dune” da una sceneggiatura da lui scritta insieme a Jon Spaihts e Eric Roth, basata sull’omonimo romanzo di Frank Herbert. Villeneuve è anche produttore del film insieme a Mary Parent, Cale Boyter e Joe Caracciolo Jr. I produttori esecutivi sono Tanya Lapointe, Joshua Grode, Herbert W. Gains, Jon Spaihts, Thomas Tull, Brian Herbert, Byron Merritt e Kim Herbert. Dietro la macchina da presa, Villeneuve ritrova la scenografa due volte candidata all’Oscar® Patrice Vermette (“Arrival”, “Sicario”, “The Young Victoria”), il montatore due volte candidato all’Oscar® Joe Walker (“Blade Runner 2049”, “Arrival”, “12 Anni Schiavo”), il due volte premio Oscar® supervisore agli effetti visivi Paul Lambert (“First Man”, “Blade Runner 2049”) e il premio Oscar® per gli effetti speciali Gerd Nefzer (“Blade Runner 2049”). Villeneuve collabora per la prima volta con il direttore della fotografia candidato all’Oscar® Greig Fraser (“Lion”, “Zero Dark Thirty”, “Rogue One: A Star Wars Story”); la costumista tre volte candidata all’Oscar® Jacqueline West (“The Revenant”, “Il Curioso Caso di Benjamin Button”, “Quills – La penna dello scandalo”), il secondo costumista Bob Morgan e il coordinator delle controfigure Tom Struthers (la trilogia de “Il Cavaliere Oscuro”, “Inception”). Il compositore premio Oscar® Hans Zimmer (“Blade Runner 2049”, “Inception”, “Il Gladiatore”, “Il Re Leone”) ha realizzato la colonna sonora. “Dune”, girato in Ungheria e Giordania, arriverà nelle sale cinematografiche prossimamente, distibuito in tutto il mondo da Warner Bros. Pictures e Legendary.

 

Venezia 77: la lista di tutti i premiati e dell’intero palmarès

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 Ebbene, ieri sera sono stati assegnati tutti i premi della prestigiosa settantasettesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Svoltasi dal 2 al 12 Settembre.

Un’edizione, come sappiamo, ahinoi limitata e funestata dall’emergenza sanitaria, purtroppo imperante ancora in molti stati, del Covid-19. Che ha obbligato, giocoforza, la Biennale e il direttore del Festival, Alberto Barbera, a ridurre drasticamente il numero delle pellicole in gara.

Nomadland di Chloé Zhao, col due volte premio Oscar Frances McDormand, ha vinto il Leone d’Oro, svettando nel rush finale, essendo stata una delle pellicole presentate negli ultimi giorni della manifestazione. Nomadland ha sbaragliato la concorrenza ed è risultato il film maggiormente piaciuto alla Giuria presieduta dalla bellissima Cate Blanchett. I premi per le migliori interpretazioni attoriali, cioè le rinomate e ambite Coppe Volpi, sono andati rispettivamente al nostro sempre più lanciatissimo Pierfrancesco Favino per Padrenostro e alla magnifica e sexy Vanessa Kirby per Pieces of a Woman. La Kirby, con la sua carica sensualissima, inoltre, non soltanto ha infiammato le platee sul red carpet ma era presente al Lido, in Concorso, anche col bel film The World to Come di Mona Fastvold, da lei interpretato assieme a Casey Affleck e Katherine Waterston. Un’opera delicata ed eccentrica di cui risentirete certamente parlare presto, ammesso ovviamente che qualcuno si decida a distribuirla in Italia.

Noi abbiamo nutrito comunque una simpatia particolare per il divertente, sgangherato, irrisolto forse e leggermente moralistico ma assai apprezzabile Mainstream di Gia Coppola con Maya Hawke ed Andrew Garfield. Ma era fuori concorso e dunque non poteva concorrere per la vittoria.

Ecco la lista completa dei winners:

Golden Lion

Nomadland

Silver Lion Grand Jury Prize

Nuevo Orden; dir: Michel Franco

Silver Lion, Best Director

Kiyoshi Kurosawa, Wife Of A Spy

Volpi Cup, Best Actress

Vanessa Kirby, Pieces Of A Woman

Volpe Cup Best Actor

Pierfrancesco Favino, Padrenostro

Best Screenplay

Chaitanya Tamhane, The Disciple

Special Jury Prize

Dear Comrades, dir: Andrei Konchalovsky

Marcello Mastroianni Award for for Best New Young Actor or Actress

Roohollah Zamani, Sun Children

 
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