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The Irishman di Scorsese sarà presentato alla Festa del Cinema di Roma

irishmanEbbene, notizia straordinaria da mandare in solluchero ogni fiero appassionato della Settima Arte…

The Irishman di Martin Scorsese, col cast delle meraviglie formato dai premi Oscar Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci, verrà presentato alla prossima Festa Internazionale del Cinema di Roma il 21 Ottobre. A darne l’annuncio è stato il direttore artistico Antonio Monda. Il quale, estremamente lusingato dell’opportunità offertagli di poter ospitare una pellicola così importante, ha testualmente dichiarato:

 “La partecipazione di The Irishman è un grande onore per me e per tutti coloro che lavorano al Roma Film Fest. The Irishman è il film più atteso dell’anno e vanta un cast eccezionale. Il fatto di poterlo presentare alla nostra manifestazione rappresenta l’ennesima riprova di come il nostro festival si sia prestigiosamente accresciuto nel corso del tempo”.

Vi ricordiamo che The Irishman, tratto dal libro inchiesta di Charles Brandt, I Heard You Paint Houses e sceneggiato da Steven Zaillian, avrà la sua anteprima mondiale all’imminente New York Film Festival. Successivamente, riceverà l’europea première al London Film a metà Ottobre prima di essere distribuito, in limited theatrical release, il primo Novembre per poi approdare a livello mondiale su Netflix nel giorno 27 dello stesso mese.

Perciò, prima della sua presentazione alla Festa del Cinema di Roma, sapremo già cosa ne penserà la Critica.

Ma ciò è sostanzialmente irrilevante. L’importante è che The Irishman, per l’appunto, anche qui in Italia, critici e spettatori comuni possano vederlo in anticipo rispetto alla sua uscita cinematografica.

 

di Stefano Falotico

 

JOKER, la première del Toronto International Film Festival col cast al completo, quasi

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Sì, Todd Phillips in prima linea col suo affascinante look davvero elegante, altro che i radicalchic, i quali si credono, appunto, acculturati ma si vede lontano un miglio che sono ignoranti, soprattutto nell’anima.

Coi loro sguardi malfidati da eterni sospettosi infingardi, con quella puzza sotto il naso addolcita in profumi e dopobarba comprati nella bottega dei loro pantaloni sempre aperta da chiacchieroni e da stolti bracaloni.

Ecco Joaquin Phoenix, omaggiato alla carriera, meno brizzolato rispetto a Venezia e con un aspetto lupesco dal contagioso, acchiappante, suadente charme esuberante.

Ecco Frances Conroy, una donna meno vecchia di quel che possa sembrare a prima vista. Onestamente, a giudicarla dalle sue rughe, dal suo viso smunto e cadaverico, dalle sue occhiaie profondissime, non solo pare che abbia ottant’anni quando invece, essendo nata nel 1953, è più giovane di Bob De Niro, ma dà l’impressione che sia una donna malata di mente…

Quindi, proprio Bob, con un po’ di pancetta ma ci sta, appunto, considerando la sua età. Un Bob meraviglioso nella sua discreta andatura da uomo che sa caricarsi il peso del suo eterno, immarcescibile magnetismo. Avvolto dal minimalismo del suo abbigliamento che non vuole dar a vedere d’essere un mito di risma.

Un De Niro in sordina, diciamo, poco esibizionista, discreto, pacato, indubbiamente stagionato eppur ancora straordinariamente carismatico.

Autoironico come abitualmente è da una ventina d’anni a questa parte. Notate Joaquin Phoenix come lo ammira, come rimane piacevolmente incantato dalla sobria allure di Bob. Sì, stagionato, perfino un po’ trasandato, dinoccolato ma ancora capace, dopo la separazione da Grace Hightower, di ammiccare a una nera molto, molto, molto più gnocca e giovane. Visto che cosce che ha Zazie? E Bob, con sguardo malandrino, lancia occhiatine furbette. Eh sì.

Sì, Zazie Beetz. Una che nel film sembra una sfigata e invece qui, in passerella e in questa conferenza, c’appar(v)e, di gonna così a lucido tirata, onestamente una figona magnifica ed esagerata. Dio mio…

Quindi pure il produttore Bradley Cooper, stupendo volpone.

Già si sono scatenate le polemiche! Basta!

Non se ne può più di questi moralismi pedagogici. Di questi pistolotti.

Joker viene infatti accusato dagli statunitensi repubblicani, fautori del fascismo di Trump, di essere un film pericoloso e sovversivo poiché, a loro detta, glorificherebbe un disadattato, elevandolo a eroe nazionale.

Quindi, secondo questi qua sarebbe un film diseducativo. E potrebbe invogliare i giovani incoscienti a emulare le gesta prodemente negative di Arthur Fleck.

Ma finiamola. Taxi Driver è un capolavoro. Anche in questo caso, infatti Joker n’è una rielaborazione moderna e aggiornata alla contemporaneità, soltanto gli idioti possono fraintendere il messaggio scorsesiano alla base della poetica del film.

Un film che svelò le ipocrisie di un’America che non è tanto dissimile da quella di oggi.

È un problema generazionale che, così come ben profetizzò Pasolini, è destinato a riverberarsi puntualmente, è storico.

Il giovane, dopo essere stato attanagliato da dogmatici indottrinamenti scolastici, tesi unicamente a soddisfare i doveri impostogli da genitori piccolo-borghesi, a loro volta smaniosi che il figlio allegramente si sistemasse, socialmente s’emancipasse, dunque ottenesse soltanto i requisiti formali (leggi diploma e laurea) utili a un migliore collocamento lavorativo, a un maggiore riconoscimento remunerativo, anziché preoccuparsi della felicità, appunto, del loro pargolo adolescente, se ne lavarono le mani, domandando unicamente ai professori del sangue del loro sangue se il loro scavezzacollo, in modo compito, avesse svolto bravamente i compitini.

Che stolti.

Pensare che la felicità possa nascere dall’inserimento più o meno economicamente (in)valido.

Genitori superficiali, retrivi e conformisti. Per questo si trovarono figli scissi fra le istruttive loro direttive e l’insita, incommensurabile, intima voglia di ribellione.

Cosicché avemmo una generazione di nerd appassionati della rivista The Games Machine, idolatri dei Simpson, amanti del folle Kurt Cobain, malati di Tupac.

Che cazzo c’entrava Tupac Shakur con le vostre rabbie?

Sì, al massimo le vostre rabbie furono da ricondurre al fatto che sbavaste, segretamente torpidi, per la mulatta della quinta superiore ma, essendo un po’ razzisti, non voleste confidare ai vostri amici, più intolleranti di voi, che quella bella nera v’attizzava più delle gambe di Halle Berry.

Sì, sembra che io non sappia nulla. Io so tutto, ricordatelo la prossima volta che farete gli stronzi.

Adesso, scusate, vado al bar.

Questa foto di Zazie, comunque, ce la salviamo subito. Questa è più bona di Alicia Keys.

E ho detto tutto.

Arthur Fleck non sa che farsene delle sceme.

È uno che compì, poco compitamente, una metamorfosi impressionante e, sotto la luna piena, si recò dalla sua bella, Zazie, e se l’ingroppò di brutto. Senza trucchi e senz’inganni.

Che lupo! Che oca!

Un uomo saccente, sapiente, irriverente e giustamente strafottente, molto ficcante.

Ah ah.

di Stefano Falotico

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JOKER, recensione

Joker Poster

Ebbene, ieri mattina abbiamo visto per voi, in Sala Grande alla 76.a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, uno dei titoli senz’altro più attesi di quest’imminente stagione cinematografica, ovvero il già chiacchieratissimo Joker di Todd Phillips con Joaquin Phoenix.

Passiamo ora al passato remoto poiché Joker è già ascrivibile alla storia…

Alla fine della proiezione stampa, le luci lentamente si accesero nel fiammeggiare roboante d’applausi scroscianti, sì, come per divinatoria magia scattò in automatico un’ovazione interminabile a celebrare Joker, una pellicola che chi scrive questo pezzo considera già un micidiale capolavoro indimenticabile della storia del Cinema, un dark masterpiece eretto in gloria magnificente dal suo protagonista maestoso, inarrivabile, superlativo e prodigiosamente terrificante per bravura, potenza espressiva e spaventosa mimica impressionante, vale a dire Joaquin Phoenix. Il quale, con questa sua monumentale prova immensa, posso affermarlo in maniera sacrosanta e sentenziosamente indiscutibile, ha già altresì fornito una performance leggendaria, paragonabile per immediata, virulenta caratura magnetica a quelle che io reputo le interpretazioni assolutamente più intoccabili e ipnotiche della più suadente, perlacea arte attoriale.

Sì, a mio avviso, il Cinema è stracolmo d’interpretazioni attoriali superbe ma sono pochissime quelle così tanto immanentemente così potenti da estasiare in modo tanto istantaneo, accecante e ad entrare sfolgoranti nell’immaginario collettivo con subitanea dirompenza e grandiosa, vividissima prepotenza.

Penso a Marlon Brando/Terry Malloy di Fronte del porto, a Robert Mitchum/Harry Powell de La morte corre sul fiume, a Christoph Waltz/Hans Landa di Bastardi senza gloria e ovviamente a Robert De Niro/Travis Bickle di Taxi Driver.

Che, come sapete, in questo Joker interpreta la parte minore ma assolutamente imprescindibile e (luci)ferina, abbastanza ripugnante e volgarmente odiosa di Murray Franklin, conduttore televisivo d’un satirico, acidissimo show televisivo destinato al triviale, superficiale, conformistico pubblico di massa statunitense. Murray sarà uno dei principali, involontari responsabili della rovinosa degenerazione della mental illness di Arthur Fleck/Joaquin Phoenix. Il quale, abbattuto infatti da una vergognosa irriverenza imperdonabile di Franklin, assistendo alla messa in onda d’un suo spettacolo imbarazzante da standup comedian patetico, a sua insaputa ripreso dalle videocamere del locale in cui ingenuamente s’esibì, in cui fu violentemente deriso e trasmesso in diretta nazionale per essere dato in pasto al crudele ludibrio dello scellerato popolo americano, impazzirà definitivamente.

Trasformandosi nel tenebroso, spettrale, raccapricciante principe del crimine per antonomasia di Gotham City.

Ora, penserete voi… allora Joker di Todd Phillips è davvero un cinecomic a tutti gli effetti e questa è la storia romanzata, riveduta e corretta, fantasticata e personalmente rielaborata d’una delle icone villain più famose dei fumetti, cioè Joker è un film incentrato sulle sue origins che si attiene piuttosto fedelmente, così come fu inizialmente detto, a Batman: The Killing Joke?

O è invece esattamente un omaggio alle atmosfere tetre e cimiteriali, malinconiche e pessimistiche del succitato Taxi Driver, ne è una perpetua citazione meta-cinematografica associata alla profetica disillusione sardonicamente beffarda di un altro emblematico, gemellato, immortale capolavoro scorsesiano, ovverosia Re per una notte?

Joker è un geniale mix di queste due opere magne di Scorsese, certo, difatti reminiscenze di tali pellicole, oserei dire, oracolistiche e ammonitrici di Scorsese si ravvisano durante tutte le 2h e due minuti del film, si respirano nelle taglienti battute scritte da Scott Silver, permeate perennemente d’un denso sapore amaramente canzonatorio e profondamente impietoso nei riguardi dell’attuale società folle, grottesca e paurosa in cui noi tutti, chi più chi meno, siamo precipitati in maniera allarmante, forse irreversibilmente tragicomica, patibolare e funerea.

Ma Joker è soprattutto un allucinante e allucinato horror mascherato da cine-fumetto sui generis ove Arthur Fleck probabilmente altri non è che il fantasma malato di Eric Draven/Brandon Lee de Il corvo, un uomo creaturale e romantico bruciato nell’anima da un mondo spietatamente efferato che, oscurandogli l’amor proprio sin dalla nascita, lo condannò inesorabilmente immisericordioso alla cupezza più glaciale, catacombale e mortifera, ardendolo e soffocandolo nel buio perpetuo della sua infernale, esiziale, oscena, pestilenziale, tremenda, incalzante, sempre più orridamente crescente follia e vivida tenebra magmatica furentemente poi rinascente nella bestialità d’un lupo mannaro furibondo e travolgente, ruggente come un leone ora sbranante la disumana incoscienza di tutti i criminali benpensanti che scalfirono la sua innata e al contempo disperata innocenza, un uomo risorto, indomabilmente agguerrito come un condottiero cheguevariano schierato ferocemente in battaglia a difesa di tutti gli umiliati, di tutte le cosiddette anime considerate ingiustamente deboli e vigliacche, elevatosi a paladino infrangibile, a totemico, ghignante, beffardo e demoniaco babau delle notti più macabre.

Al fine di combattere per sempre contro colui che apparentemente sarà la sua nemesi o semplicemente potrebbe essere il suo amatissimo-odiato fratello, Batman?

Joker, un uomo malato, scheletrico, pazzamente emarginato, un’anima incantevole sbudellata dall’irruente, cruenta società smidollata, un angelo tramutatosi in satana, un pagliaccio grandguignolesco gridante tutta la sua funesta ira per troppo tempo repressa, castigata e ibernatasi nel silenzio poco savio trasmessogli cattivamente addosso da un mondo incurabilmente malsano, un uomo che perse tutto per colpa dell’ignoranza e dell’altrui supponente demenza più boriosa e strafottente ma adesso, oramai distrutto, trafitto eternamente, insanabilmente danneggiato nell’anima mangiatagli viva dalle bestie camuffate da uomini, si diverte come un matto a ululare nell’urlo selvaggio della sua parimenti impietosa disumanità immonda. Turpemente trasfigurato nella metamorfosi da agnellino macellato dalle atrocità d’una bastarda, agghiacciante società ipocrita a lupo mannaro delle notti più profonde. Poiché, dopo essere stato con viltà e sbrigativo pregiudizio scarnificato e deprivato della rosea sua congenita, felice e inoffensiva schiettezza, della sua adamantina, illusa tenerezza, dopo essere stato spogliato d’ogni più autentica, soave candidezza, se dapprima per tempo immemorabile, pietosamente, si protesse alla bell’è meglio, celandosi negli effimeri, chiaroscurali bagliori intermittenti della sua infinita, stoica, emotiva resilienza, alla fine soccombette sbriciolato e impotente dirimpetto a tanta smisurata malignità invincibilmente a lui tremendamente ledente.

Assurgendo lui stesso a maligno per eccellenza, a diavolo ribelle e fulgente d’un mondo forse giammai completamente cristallino e sinceramente luccicante. Invero, perfidissimo e meschino, falso e belluino.

Joaquin Phoenix ha saputo sontuosamente donare al suo Joker ogni attimo di tutto questo nostro indelebile, imperdonabile e inguaribile, costernante dolore scioccante.

Phoenix è stato dio e Joker è un capolavoro di giusta forza rabbiosa tonante.

Aspettiamo soltanto la Coppa Volpi per Phoenix e, perché no, il Leone d’oro.

di Stefano Falotico

 

Americani, recensione

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Oggi, per la nostra consueta rubrica Racconti di Cinema, vi parlerò di Americani (Glengarry Glen Ross), firmato da James Foley (A distanza ravvicinata, House of Cards, Confidence – La truffa perfetta).

Un film purtroppo obliato dalla dimenticanza odierna del cinefilo o pseudo-tale contemporaneo che, ossessionato dai cinecomic e dalla celluloide rocambolesca di tale spettrale modernità quasi oscurantistica, si è ampiamente scordato di tale perla uscita sui nostri grandi schermi nell’oramai lontano 1992.

Interpretata da un impressionante cast in stato di grazia, ovvero Al Pacino, Jack Lemmon, Alec Baldwin, Kevin Spacey, Jonathan Pryce, Ed Harris e Alan Arkin.

Americani rimane, a tutt’oggi, la migliore pellicola in assoluta di Foley, regista di mestiere robusto che però, ultimamente, ha perso non poco la bussola, facendosi coinvolgere perfino dietro la macchina da presa per dirigere gli abominevoli Cinquanta sfumature di nero… e di rosso, sequel piuttosto trascurabili del già velleitario, anzi annerabile, soprattutto macchiato d’onta indelebile marchiante, Fifty Shades of Grey, impresentabile, vergognoso originario capostipite d’una delle saghe editoriali-cinematografiche più squallidamente mercantilistiche e volgarmente edonistiche dell’ultima decade.

Detto ciò, ribadisco e marcatamente, appunto, sottolineo ed evidenzio a lettere cubitali, simili al font della locandina italiana, che Americani è un signor film.

Anzi, per meglio dire, un film che film a tutti gli effetti non è. Poiché, essendo tratto da una celeberrima pièce théâtrale dell’esimio David Mamet, premio Pulitzer del 1984 come miglior opera drammaturgica, sto parlando di una pellicola che, come si suol dire, è perfettamente ascrivibile a quel sottogenere definito Cinema parlato, dunque Teatro filmato che l’esperto metteur en scène James Foley, grazie alle carrellate scattanti e poi pacate, avvolgenti e lievi, morbidissime dell’ottimo direttore della fotografia Juan Ruiz Anchía, in virtù delle sue languide, soffici riprese acquatiche, giocate su intensi primi piani d’inquadrature che gelidamente si fissano maniacalmente sugli sguardi in apnea, amletici, dubbiosi, permalosi e incazzati dei suoi magnifici, inappuntabili interpreti, ammanta d’un fascino stupendamente rètro, seducendoci e coinvolgendoci appassionatamente per tutta la sua durata di un’ora e quaranta minuti, non lasciandoci un attimo di tregua e di respiro.

Questa la trama a grandi linee:

in un’azienda immobiliare di New York, fa irruzione l’arrogantissimo, bullistico e autoritario Blake (Alec Baldwin), un riccone gagliardo iper-ambizioso a capo di molte filiali della medesima. Il quale, esasperato dai continui fallimenti economici dei suoi dipendenti, incapaci a suo dire di riuscire a vendere soddisfacentemente le loro azioni ai futuri compratori, pone a essi un insindacabile aut aut.

Soltanto chi, nel giro di poche ore, sarà in grado di vendere maggiormente, continuerà a lavorare e non perderà il posto. Al venditore più bravo, Blake promette come regalo una Cadillac, al secondo classificato di tale competitiva gara, da lui imperativamente indetta, una misera collezione di coltelli da bistecca, a tutti gli altri purtroppo soltanto l’immediato licenziamento.

Ciò provoca una faida, persino truffaldina e sporca, fra tutti i dipendenti che, dalla sera al mattino successivo, vivranno momenti infernali fatti di meschine rivalse, di reciproche viltà e stronzi, vicendevoli sgambetti.

Cioè, a causa dell’inappellabile scelta drastica di Blake, fra tutti i colleghi dell’agenzia si scatenerà un delirio collettivo di rabbie e gelosie vigliacchissime.

Tutti, pur di non perdere il proprio lavoro, si daranno filo da torcere senz’esclusione di colpi bassi.

Musiche di James Newton Howard e montaggio a orologeria di Howard Smith per questo kammerspiel sui generis che ci tiene magneticamente incollati dall’inizio alla fine in un vertiginoso crescendo di colpi di scena e dialoghi al vetriolo scritti dallo stesso Mamet, autore infatti anche della sceneggiatura (come sopra scritto, based on the play by...).

Attori tutti impeccabili con particolare menzione di merito ad Al Pacino (candidato all’Oscar) nei panni dello scafato, virile e nevrotico Ricky Roma e al compianto Jack Lemmon che tratteggia magistralmente, a metà fra il patetico, il commovente e il laido, la figura del tragicamente ridicolo “commesso viaggiatore” Shelley Levene.

Imperdibili i titoli di coda sulle note musicali di Al Jarreau.

di Stefano Falotico

 

Datemi una grande colonna sonora e vi dirò chi siete

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Sì, lo splendido canale YouTube HD FILM TRIBUTES, aperto non da tantissimo, sta stilando e allestendo tutta una serie di gemme e spettacolari tributi immaginifici ai migliori film della nostra vita.

Clip nelle quali sprofondare di passione intensa per respirare il profumo pulsante delle nostre anime giammai corrotte, dunque intonse, themes immortali in cui riannodarci a emozioni perdute e ritrovate, colonne sonore portanti del firmamento nostro emozionale al fine risorgimentale d’approdare allo scroscio singhiozzante delle nostre lacrime nella pioggia… giammai infrante.

Dalla lunga lista, sceglierò i seguenti video.

Sono le colonne sonore che più mi (di)struggono.

Ecco, ascoltatele, anzi auscultatemi, immedesimatevi in me attraverso questi filmati video-sonori altissimamente rimembranti l’odore della pelle della mia anima senziente e capirete chi sono.

Se continuerete a fraintendermi, allora siete come al solito dei deficienti.

E dire, cazzo, che è impossibile sbagliare sul mio conto dopo aver visto e sentito tutto ciò, poveri stronzi.

Sì, abbattiamo ogni etichetta. Oggi, va di moda la cattiva tendenza d’affibbiare patenti al prossimo per inquadrarlo sbrigativamente dentro un compartimento psico-biologico. Dunque stagno.

Ma fottetevi. La mia anima non la vendono al supermercato. Al massimo, posso vendervi un Blu-ray per 10 Euro. Va bene? Così, potrò anche fumarmi, coi soldi da voi elargitimi, un sigarone.

Sì, sono talvolta un coglione, quindi un omone, poi un bambinone, in effetti sono un cervellone con un superbo c… e.

Vola e s’invola, sebbene sovente o solo nel vento la mia anima sia stata perennemente violata, oh sì, signore e signori, è ancora pregna d’emozioni voraci, perlacee, sono un unicorno, un combattente lanceolato, a volte uno stronzo patentato, spesso un romantico inculato eppur rimango ovviamente Superman, uomo alato, altissimo. In quanto mio padre è Marlon Brando o forse Nicolas Cage? Ah ah. Sì, il figlio di Cage si chiama Kal-El, avevo un amico di nome Gabriele e suo padre guidava gli autobus ove salivano spesso dei Ghost Rider.

Be’, non esageriamo.

No, non sono Superman e non sono neanche quel troione di David Carradine di Kill Bill.

Mi accontento di essere Clint Eastwood.

Ovviamente partiamo proprio con lui.

Firmato Stefano Falotico, forse anche Flash Gordon.


Ah ah!

 

Old Man & The Gun, recensione

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Ebbene, oggi vi parliamo di Old Man & The Gun. Ovvero dell’ultima pellicola in assoluto con Robert Redford, prima del suo addio definitivo dalle scene perlomeno attoriali.

Già questo basterebbe per poter affermare che Old Man & The Gun, a prescindere dalla sua qualità cinematografica, peraltro assai lodevole, infatti lo sottolineeremo nelle righe seguenti, sia una pellicola che, se vi siete persi al cinema, dovete recuperare quanto prima.

Questo film è uscito nelle nostre sale il 28 Dicembre dello scorso, distribuito dalla BIM.

Casa distributrice che ha preferito mantenere intatto il titolo originale senza tradurlo minimamente, togliendo soltanto l’iniziale articolo determinativo inglese. Infatti, il titolo originale è The Old Man & The Gun, da noi solo Old Man…

Film diretto dal valente e promettente David Lowery che, per l’occasione, oltre ad aver avuto la straordinaria opportunità dell’esserti fregiato di poter già affermare orgogliosamente che è stato l’ultimo cineasta ad aver lavorato al servizio di Robert Redford per quella che, come scrittovi sopra, rimarrà l’ultima performance di un mito del Cinema mondiale, si è di nuovo avvalso della presenza in tale sua pellicola del co-protagonista premio Oscar Casey Affleck. Dopo la loro precedente collaborazione per il lodato Storia di un fantasma.

Fregiandosi, come se non bastasse, anche di un cast di comprimari, come si diceva un tempo, assai di lusso.

Ovvero Sissy Spacek, Danny Glover, l’intramontabile Tom Waits e John David Washington.

Old Man & The Gun è tratto da un articolo, apparso sul New Yorker, di David Grann, sceneggiato dallo stesso Lowery.

Old Man & The Gun narra la rocambolesca, impavida vicenda reale di Forrest Tucker (Redford), ladro gentiluomo che evase da San Quentin e fu inseguito, sfrenatamente ricercato dalla polizia, capeggiata dal detective John Hunt (Affleck).

Hunt vuole arrestare Tucker, sì, è la sua professione che lo richiede ma, come tutta l’opinione pubblica, sebbene il suo lavoro lo obblighi al suo dovere professionale, rimane estremamente affascinato dalla figura carismatica di questo ladro provetto e imprendibile.

Tucker commette le sue rapine, avvalendosi dell’aiuto dei suoi due amici scagnozzi un po’ sfigati, il veterano Teller (Glover) e il furbastro ma imbranato Waller (Wiats).

Nel frattempo s’innamora anche di una donna di nome Jewel (Spacek).

Ecco, chiariamoci subito, Old Man & The Gun non è certamente un capolavoro e non sarà ricordato come una delle migliori pellicole aventi per protagonista Redford.

È semmai un palese, delicato omaggio, crepuscolare, toccante e romanticissimo, alle tante storie e agli innumerevoli personaggi leggendari incarnati da Redford nel corso della sua lucente carriera.

Un film di solo un’ora e 33 min che scorrono piacevolissimamente ove il grande Redford, senza strafare, ci regala la sua definitiva prova d’attore.

In punta di piedi, congedandosi signorilmente secondo il suo inappuntabile, invidiabile stile.

Scivolando nel vento del suo indimenticabile tramonto…

Salutandoci con l’aura del suo celeberrimo aplomb, divertito, liberal e scanzonato, malinconicamente ipnotico che l’ha reso celebre.

 

di Stefano Falotico

 

Arrivederci professore, recensione

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Oggi è uscito nelle nostre sale, distribuito dalla Notorious Pictures, il film Arrivederci professore con un Johnny Depp in forma smagliante, una pellicola scritta e diretta da Wayne Roberts, qui alla sua seconda prova dietro la macchina da presa dopo Katie Says Goodbye.

Arrivederci professore, intitolato in originale semplicemente The Professor, doveva infatti chiamarsi inizialmente Richard Says Goodbye, quasi a formare un dittico tematico, oserei dire semantico, perfino nel titolo, col film precedente di Roberts.

In Arrivederci professore, a differenza di Katie Says Goodbye, ove la protagonista era una settantenne dal cuore spezzato che, con intrepidità esuberantemente vitalistica, si dava tardivamente alla prostituzione senza vergogna, siamo alle prese con un universitario docente di letteratura di nome Richard (Johnny Depp) a cui viene diagnosticato un cancro terminale.

Oramai il suo male è stato scoperto fuori tempo massimo e la sua vita è perciò insalvabile. Richard, peraltro, si rifiuta di accettare il trattamento propostogli dal medico curante che gli avrebbe, perlomeno, permesso di vivere circa un altro anno di vita. Cosicché, inesorabilmente preferisce accettare la fine incombente e impietosa che purtroppo il destino gli ha amaramente riserbato.

Richard è sposato con una donna che lo tradisce oramai da parecchio tempo, Veronica (Rosemarie DeWitt). Si è rassegnato dinanzi alle puntuali, immancabili infedeltà coniugali della sua donna una volta da lui amata appassionatamente. E oramai, dirimpetto alle continue scappatelle di sua moglie, vi scherza sopra e le prende, come si suol dire, perfino con giocosa filosofia.

Richard e Veronica probabilmente, in cuor loro, si amano dolcemente ancora sebbene il loro matrimonio stia probabilmente in piedi soltanto perché, se loro due divorziassero, incasinerebbero l’adolescenza, peraltro già turbolenta, fragile e problematica della figlia Olivia (Odessa Young).

Richard e Veronica sono di mentalità molto aperta e quando la figlia, a cena, confessa loro che è lesbica, entrambi non fanno una piega. Accogliendo il saffismo della figlia con signorile disinvoltura.

Richard ha anche un inseparabile amico del cuore, il collega Peter (Danny Huston).

Richard, malgrado il protrarsi implacabile, progressivamente sempre più doloroso della sua malattia, continua instancabilmente a insegnare ai suoi ragazzi. Non rinunciando affatto al suo proverbiale, anti-ortodosso, bizzarro e inconsueto, liberale metodo d’insegnamento all’insegna della più totale, pura joie de vivre.

È qui che Arrivederci professore, se da un lato, in questi suoi simpatici siparietti giovanilistici, vorrebbe essere scherzosamente goliardico e privo di retorica, mostra invero le sue maggiori pecche, lasciandosi andare a qualche volgarità piccante di troppo, scatologica e pecoreccia in pedestre stile da Nonno scatenato. Da cui forse anche la presenza, forse nient’affatto casuale, di Zoey Deutch nella parte dell’acerba, idealistica studentessa Claire in un ruolo, appunto, speculare e assai analogo a quello già da lei recitato nella succitata pellicola di Dan Mazer con Robert De Niro e Zac Efron.

Arrivederci professore vorrebbe essere una black comedy sui generis, leggera, divertita, scanzonata ma anche ponderosamente riflessiva, perennemente oscillante tra il serio e il faceto, sul valore della vita. Valore, ahinoi, disconosciuto dai più durante la loro miserrima esistenza frivola e cinicamente superficiale.

Sì, il suo regista Wayne Roberts, dietro la parvenza di un’apparentemente banale commediola di breve durata (il film dura soltanto un’ora e trenta minuti esatti, inclusi gli integrali titoli di coda), ha voluto lanciarci un preciso, profondo messaggio, ovvero quello secondo cui noi tutti, uomini e donne, forse arriviamo a comprendere davvero la nostra natura caduca e mortale in estremo ritardo quando siamo già inevitabilmente vicinissimi alla fine della nostra vita.

Arrivederci professore funziona infatti molto bene, nonostante qualche sdolcinato, ricattatorio piagnisteo eccessivo, negli ultimi trenta minuti quando, tangibilmente, noi spettatori percepiamo significativamente e realmente la tragica ineluttabilità dell’esistenza di Richard.

Grazie soprattutto alla solita bravura carismatica di un Johnny Depp che, finalmente dismessi i panni di Jack Sparrow della saga dei Pirati dei Caraibi, risolti i suoi recenti problemi giudiziari, ha qui azzeccato una performance impagabile.

Ma, a conti fatti, Arrivederci professore, a dispetto dei suoi lodevoli intenti, sì, si lascia vedere molto volentieri e commuove perfino ma rimane troppo in superficie.

Detto ciò, è comunque un film che vi consigliamo di vedere. E non siamo affatto d’accordo con la sbrigativa Critica statunitense che gli ha riservato, perlopiù, voti recensori bassissimi, decisamente immeritati.arrivederci-professore-recensione-del-film-johnny-depp-03arrivederci-professore-recensione-del-film-johnny-depp-02

di Stefano Falotico

 

When They See Us, recensione

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Ebbene, dal 31 Maggio, è disponibile su Netflix la miniserie in 4 episodi di circa un’ora ciascuno, ideata, scritta e diretta da Ava DuVernay (Selma – La strada per la libertàNelle pieghe del tempo), ovvero When They See Us.

When They See Us è la cronistoria dettagliatamente certosina, inquietante e spaventevole di uno dei casi giudiziari più scabrosi di sempre. È infatti incentrata sul tristemente celebre caso della jogger di Central Park, accaduto nel 1989.

Vale a dire lo stupro e le sevizie orripilanti subite da una donna di nome Trisha Meil nel parco più grande e famoso di New York a sera inoltrata.

Ingiustamente, di tale barbaro crimine furono accusati cinque teenager invero incolpevoli e assolutamente innocenti che furono beccati da quelle parti per pura, tragica fatalità.

Una serie di circostanze a loro estremamente sfavorevoli infatti indussero gli inquirenti e la polizia a sospettare immediatamente dei cinque suddetti giovani. I quali, follemente attanagliati dalla giudiziaria morsa caudina d’un sistema legale frettolosissimamente burocratico, si trovarono nell’assurda, confusionaria, allucinata situazione di raccontare bugie perfino a loro stessi poiché, inizialmente, colti dal panico e dall’inesperienza della loro giovanissima età, terrorizzati mentirono agli indagatori, accusandosi da soli dell’osceno reato. Ingenerando un equivoco giuridico pazzesco.

Soltanto dopo atroci, raccapriccianti, robustissimi dibattiti interminabili nelle aule del tribunale, furono scagionati e assolti. O meglio, i cinque scontarono lunghi e durissimi anni di carcere. Una volta rilasciati, ebbero molte difficoltà a reintegrarsi a una vita normale. Emarginati e visti con sospetto da tutti. Sino a quando, qualcuno finalmente confessò di essere stato lui, molti anni addietro, il responsabile dello stupro commesso ai danni di Trisha.

Però, appunto, i migliori anni della vita di questi incolpevoli giovani vennero abominevolmente bruciati, essiccati criminosamente da una legge spietatamente folle e assai crudelmente svelta a condannarli malgrado, sin dapprincipio, sussistessero pochissime prove tangibili ed evidenti del loro mai perpetrato misfatto.

Uno scandalo di proporzioni ciclopiche, un tetrissimo caso di cronaca nera restituitoci con emozionante schiettezza analitica da un’Ava DuVernay mai così brava a mostrarcelo in tutta la sua pusillanime, meschina mostruosità.

Finanziariamente sostenuta in questa sua mirabile, antropologica, lodevolissima missione oltre che dal patrocinio economico-distributivo di Netflix, dalla TriBeCa Productions di Jane Rosenthal e Robert De Niro che figurano infatti tra i produttori esecutivi, da nientepopodimeno che Opray Winfrey. Ava DuVernay si è avvalsa dei talenti recitativi in fiore di un cast di promesse di rilievo fra cui Jovan Adepo, Asante Blackk e Chris Chalk, affiancati dalle oramai veterane Felicity Huffman, Famke Janssen e Vera Farmiga, dal sempre puntuale, bravissimo John Leguizamo, da Joshua Jackson e da Michael Kenneth Williams nella parte del padre di uno dei ragazzi accusati, Bobby McCray. In un ruolo per certi versi accostabile, simile e allo stesso tempo antitetico rispetto al suo Freddy Knight del capolavoro The Night Of di Steven Zaillian.

La DuVernay sceneggia When They See Us con Attica Locke, Robin Swicord e Michael Starrburry. Ottimamente servita in questo suo viaggio all’inferno, in questo spettrale incubo a occhi aperti, dalla fotografia spesso cupamente, claustrofobicamente virata al blu, dell’acclamato direttore della fotografia Bradford Young (Arrival1981: Indagine a New York), già cinematographer per la DuVernay del succitato Selma. Capace di regalare e infondere alle immagini un tono di atmosferica gelidezza mortifera in linea col clima macabro e quasi horror della vicenda.

When They See Us, come detto, consta di soli quattro episodi (standard alquanto anomalo per una miniserie, di solito infatti anche le miniserie durano mediamente almeno il doppio) ma, nella sua concisa eppur sfumata stringatezza, nonostante un certo moralismo di fondo e qualche didascalica parentesi troppo descrittiva, è già certamente uno dei migliori prodotti del 2019.

di Stefano Falotico

 
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