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Mr. sabato sera, recensione

Mr. Saturday Night

Ebbene, oggi per il nostro consueto, speriamo apprezzato appuntamento coi Racconti di Cinema, ripeschiamo una piccola perla del 1992, ovvero l’affascinante e assai divertente, sebbene forse non riuscito completamente, Mr. sabato sera (Mr. Saturday Night), film che segnò l’esordio registico dello strepitoso Billy Crystal che ne è anche il protagonista, mattatore assoluto, oltre che autore della sceneggiatura firmata assieme a Babaloo Mandel & Lowell Ganz.

Mr. sabato sera dura centodiciannove minuti netti, cioè, arrotondando, pressoché 2h, ed uscì sui nostri grandi schermi con leggero ritardo rispetto alla distribuzione statunitense. Qui da noi, Mr. sabato sera è una pellicola quasi misconosciuta e ampiamente, a tutt’oggi, sottovalutata, invece molto apprezzata, fin dalla sua primissima release, giustappunto, oltreoceano. Ove riscosse immantinente larghi ed entusiastici apprezzamenti da parte dell’intellighenzia critica.

Trama:

In maniera spassosa, scanzonata, altresì melodrammatica, vengono narrate ed esposteci le rocambolesche, balzane, esilaranti disavventure e peripezie bislacche dello standup comedian Buddy Young Jr. Del quale ne seguiamo l’excursus esistenziale-professionale, oltreché concernente la sua vita privata e sentimentale, ovvero la sua esplosiva e mirabolante, inaudita nascita come artista e comico di cabaret sin ad arrivare al suo tramonto, sì, allo sfacelo e alla sua patetica e melanconica, quasi tragica, ineluttabile disfatta penosa e impietosa. In un alternarsi funambolico di flashback e salti avanti nel tempo, ne ripercorriamo la carriera e ne viviamo, appassionatamente, le vicende personali. Cosicché, visualizziamo il rapporto barcamenante fra lui e il fratello Stan (David Paymer), fedele e inseparabile consigliere, e assistiamo al primo incontro romantico fra il giovane, all’apice del successo, Buddy e la futura, incantevole ed avvenente moglie Elaine (Julie Warner), fin ad arrivare all’entrata in scena di Annie Wells (Helen Hunt) che offrirà a Buddy, oramai invecchiato tristemente e da tutti abbandonato, una seconda, forse tardiva chance

E qui ci fermiamo, ovviamente, per non sciuparvene le sorprese.

Crystal è doppiato dal compianto e bravissimo Tonino Accolla, fotografia chiaroscurale di bell’impatto a cura di Don Peterman (Flashdance, Splash – Una sirena a Manhattan) e pertinenti, sebbene non eccezionali, musiche di Marc Shaiman (Il presidente – Una storia d’amore, Harry, ti presento Sally...) per una commedia garbata, briosa ed emotivamente, potremmo dire, sia sofisticata che, in molti punti, sfilacciata e troppo prolissa. Ciononostante, Mr. sabato sera funziona egregiamente e intrattiene con tatto e leggiadria in quanto Crystal è campione di armonia e magnifica (auto)ironia. Conosce perfettamente i giusti tempi comici, così come direbbero gli americani, il “timing” preciso in cui sfoderare le sue battute e le sue fenomenali freddure chirurgiche, elargendocele e distillandole con indubbia classe e maestria d’alta scuola da superbo commediante veramente bravo ed elegante, giammai volgare, tantomeno irritante anche laddove indubbiamente esagera nel suo one man show a tratti fin troppo compiaciuto.

In pochi sanno fare intrattenimento di classe, Crystal n’è conoscitore provetto e arguto da tempo immemorabile e, ancora oggi, indiscusso campione incommensurabile.

Titoli di testa firmati dal duo delle meraviglie Elaine & Saul Bass e, ahinoi, pessimo makeup per le molte scene in cui Buddy, il quale dovrebbe apparirci molto anziano, è malamente coperto da un latex vistoso e poco efficace.

Nel cast, oltre agli attori naturalmente già sopra citati, Ron Silver, Jason Marsden, (Buddy adolescente), Jerry Orbach e un fulminante, velocissimo cammeo di nientepopodimeno che il mitico Jerry Lewis.

Da confrontare col successivo, inspiegabilmente inedito qui da noi, The Comedian di Taylor Hackford con Robert De Niro e la partecipazione straordinaria dello stesso Billy Crystal.

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di Stefano Falotico

 

PINOCCHIO di Robert Zemeckis con TOM HANKS, recensione

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Ebbene, oggi recensiamo l’ultima e attesissima opus di Robert Zemeckis (Ritorno al futuro, Benvenuti a Marwen, Flight), ovvero Pinocchio, targato Disney+ e disponibile, dall’8 Settembre mondialmente, su Amazon Prime.

Tratto e liberamente adattato, naturalmente, dal celeberrimo, numerosissime volte trasposto, Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino di Carlo Collodi, favola arcinota che non necessita di ulteriori presentazioni pleonastiche, il Pinocchio zemeckesiano, nelle prossime righe da noi disaminato, non è stato accolto positivamente dalla critica internazionale. In quanto, a nostro avviso erroneamente, così come presto vi spiegheremo, è stato stroncato apertamente in modo plateale e ingiustificato. Probabilmente esagerato, riscuotendo, giustappunto, un magrissimo e deludente 33% di media recensoria sul sito aggregatore Rotten Tomatoes e rivelandosi, dunque, agli occhi dell’intellighenzia, un sonoro flop di proporzioni titaniche.

Come poc’anzi accennatovi, noi invece, pur ovviamente non reputandolo un capolavoro, neppure un film memorabile, abbiamo apprezzato il Pinocchio di Zemeckis e non v’abbiamo scorto né visto nulla di così particolarmente disdicevole e/o disprezzabile, a differenza peraltro, non soltanto della Critica quasi in toto, bensì di gran parte dello stesso pubblico che, in maniera parimenti lapidaria e piuttosto uniforme, altresì superficiale e omologata a un banale pensiero comune che sta attecchendo in modo omogeneamente triste e agghiacciante per maligno sentito dire, per pregiudizi contagiosi e vergognosi, a causa  della faciloneria più imbarazzante e stolta, impietosamente lo sta ingiuriando pesantemente. Un pubblico prevenuto che lo sta in massa subissando di offese riprovevoli. Offese, riteniamo, impertinenti e, ripetiamo, fallaci e troppo astiose. Sinceramente, non ci capacitiamo di tale screanzato accanimento eccessivo, piatto e scontato, stupendoci oltremodo di quest’irriguardoso atteggiamento idiosincratico nei confronti di Pinocchio, invece amabile.

Prodotto da Paul Weitz (About a Boy, Vi presento i nostri, Being Flynn), sceneggiato da suo fratello Chris & e dallo stesso Robert Zemeckis con non poche licenze poetiche, accorciamenti, reinvenzioni e limature, queste sì, soventemente non necessarie e distorsive rispetto alla celebre storia originale di matrice collodiana, Pinocchio dura centocinque minuti netti che scorrono via tutti d’un fiato e, nella loro intima, scorrevole, carezzevole essenza anacronistica e naïf, si lasciano gustare con godibilità ineludibile e piacevolissima.

Trama, da tutti conosciuta ma è comunque importante enunciarla sinteticamente:

Nel suo malinconico incipit, visivamente strabiliante e poetico, osiamo dire incantevole, assistiamo al Grillo Parlante (voce originale di Joseph Gordon-Levitt) che entra di soppiatto in casa dell’anziano Geppetto (un grande Tom Hanks come sempre). Un uomo che sta immensamente soffrendo per la recente, tragica scomparsa del figlio, e vive in un’angusta tavernetta, diciamo, rustica e polverosa, in compagnia solamente d’una pesciolina di colore giallo di nome Cleo e del suo fido gatto Figaro. Da tempo è intento a creare meticolosamente un burattino di legno di nome Pinocchio nell’apparentemente vana e illusoria speranza che quest’ultimo, cioè la marionetta di nostra conoscenza, possa consolare e alleviare il suo lutto incolmabile e tremendo. Al che, porge gli occhi al cielo stellato e illuminato e, avvistando lassù la baluginante Stella dei Desideri, per l’appunto, le esprime un desiderio, ovvero che Pinocchio possa trasformarsi in un vero e proprio bambino in carne e ossa. Dunque, come per miracolo, La Fata Turchina (Cynthia Erivo) rende possibile l’inimmaginabile più utopistico e incredibile. Il resto della storia la sapete… fra il Gatto e la Volpe, Mangiafuoco (interpretato dal nostro Giuseppe Battiston) e Lucignolo (Lewin Lloyd).

Nitida e splendida fotografia inappuntabile di Don Burgess e appropriate musiche di Alan Silvestri, due immancabili habitué di Zemeckis, a comporre, da Forrest Gump in poi, lo stesso quartetto e a rinnovare l’intramontabile reunion col duo storico Zemeckis ed Hanks (Cast Away, Polar Express).

Attesi, presto, con un’altra pellicola, Here, scritta peraltro dallo stesso sceneggiatore di Forrest Gump, cioè Eric Roth, e con la sua stessa co-protagonista, Robin Wright.

Pinocchio non è bellissimo, non è neanche forse bello ma, di certo, non è affatto brutto.

L’animazione live action e il connubio fra riprese reali dei pittoreschi borghi toscani e gli attori funzionano egregiamente e Zemeckis n’è maestro oramai indiscusso, anche laddove, vedi La leggenda di Beowulf, come in questo caso, non s’accorda a una sceneggiatura originale, tantomeno efficace. In quanto, i dialoghi stentano e scricchiolano grandemente, il buonismo e il politically correct abbondano a dismisura e alcune situazioni sono, incontrovertibilmente, scarsamente plausibili e finanche imbarazzanti.

Eppur il Pinocchio di Zemeckis basa molta della sua forza, persino emotiva, su un lirismo d’antan affascinante, su soavi atmosfere favolistiche e sulla caratura recitativa di Hanks, eccezionale e commovente, tant’è vero che compare lui, in primissimo piano, sebbene di profilo, nella locandina originale. Ha dei momenti indubbiamente criticabili e addirittura ridicoli. Ciononostante, è perfettamente coerente col percorso artistico di Zemeckis e totalmente ascrivibile alla sua stupefacente poetica cineastica, vogliosa di sperimentare interminabilmente e in modo instancabile. Poiché a Zemeckis non interessa più realizzare capolavori o film importanti che passeranno alla storia all’istante, bensì desidera soltanto mettersi in gioco, “ingenuamente” sbagliando clamorosamente oppure solo venialmente, alla stregua di un moderno Pinocchio della settima arte che si diverte da matti nel suo luccicante e ammirabile giostrarsi, più o meno bene, nel gran Paese dei Balocchi ove tutto gli è concesso senza correre il rischio di passare per asino come Lucignolo poiché non ha niente da dimostrare e rimane, rimarrà eternamente l’autore di due perle insuperabili come Back to the Future e Chi ha incastrato Roger Rabbit.

Il Pinocchio di Zemeckis non toglie né aggiunge nulla a ciò che abbiamo visto e letto sin ad ora. Dunque, se siete stanchi dell’ennesima sua versione (attenzione, a Natale uscirà anche quella di Guillermo del Toro), peraltro non molto originale né personale, del burattino di legno creato dalla penna di Collodi, lasciate perdere subito.

Postiglione è incarnato da Luke Evans mentre la gabbianella Sofia è doppiata da Lorraine Bracco (Quei bravi ragazzi).

In conclusione: Stranamente, son il primo a recensire ivi questo film. In tarda serata di tale 14 Settembre 2022. Cioè, un giorno dopo il mio compleanno, quasi due dì dopo. In quanto, dopo la mezzanotte, Cenerentola. Ah no, scusate, eh eh, confondevo le fiabe. Io sono il lupus in fabula.

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di Stefano Falotico

 

Tutti i vincitori, i winners, del 79° Venice Film Festival

From Deadline:

VENICE 79
Golden Lion
All the Beauty and the Bloodshed, dir: Laura Poitras

Silver Lion Grand Jury Prize
Saint Omer; dir: Alice Diop

Silver Lion Best Director
Luca Guadagnino, Bones and All

Special Jury Prize
No Bears, dir: Jafar Panahi

Best Screenplay
Martin McDonagh, The Banshees of Inisherin

Best Actress
Cate Blanchett, Tar

Best Actor
Colin Farrell, The Banshees of Inisherin

Marcello Mastroianni Award for for Best New Young Actor or Actress
Taylor Russell, Bones And All

HORIZONS
Best Film
World War III; dir: Houman Seyidi

Best Director
Vera; dirs: Tizza Covi, Rainer Frimmel

Special Jury Prize
Bread and Salt; dir: Damian Kocur

Best Actress
Vera Gemma, Vera

Best Actor
Mohsen Tanabandeh, World War III

Best Screenplay
Fernando Guzzoni, Blanquita

Best Short Film
Snow In September; dir: Lkhagvadulam Purev-Ochir

Lion of the Future – Luigi De Laurentiis Award for a Debut Film
Saint Omer; dir: Alice Diop

HORIZONS EXTRA
Audience Award
Nezouh, dir: Soudade Kaadan

VENICE CLASSICS
Best Documentary
Fragments of Paradise; dir: KD Davison

Best Restored Film
Branded To Kill

VENICE IMMERSIVE
Best Experience
The Man Who Couldn’t Leave; dir: Chen Singing

Grand Jury Prize
From the Main Square; dir: Pedro Harres

Special Jury Prize
Eggscape; dir: German Heller

 

SECRET WINDOW, recensione

SECRET WINDOW, Johnny Depp, 2004, (c) Columbia

SECRET WINDOW, Johnny Depp, 2004, (c) Columbia

Ebbene, oggi, salteremo un po’ indietro nel tempo, arrivando a attraccando al 2004, anno dell’uscita del film da noi, nelle prossime righe, disaminato, ovvero Secret WindowSecret Window segna la terza incursione, dietro la macchina da presa, di David Koepp (sceneggiatore di tante pellicole, così come esplicheremo a fine recensione, e della “triade” di Brian De Palma rappresentata da Mission: ImpossibleCarlito’s Way & Omicidio in diretta). Il quale, dopo i suoi interessanti Effetto black out, con una splendida e sensualissima Elisabeth Shue, ed Echi mortali con Kevin Bacon, trascurando il suo cortometraggio Suspicious, come dettovi, nell’anno sopra indicatovi, adattò lui stesso e traspose per il grande schermo un inquietante e bel racconto di Stephen King, intitolato qui da noi Finestra segreta, giardino segreto, a sua volta tratto dalla raccolta antologica, ad opera ovviamente del maestro del brivido succitato, Quattro dopo mezzanotte (Four Past Midnight). Film della breve ma piacevole, assai scorrevole durata di un’ora e trentasei minuti netti (anche meno, se naturalmente, tralasciamo i titoli di coda), Secret Window, chiariamoci immediatamente, non è un grande film, certamente. Eppur ha un suo rimarchevole perché. Infatti, a scanso di equivoci, specifichiamolo nuovamente e marcatamente, si lascia vedere e gustare che è davvero un piacere. In quanto, tale terza opus registica, la migliore a tutt’oggi nell’excursus filmografico di Koepp, pur essendo soltanto la terza in ordine temporale, questa strana pellicola con un Johnny Depp alquanto, autoironico, inedito e carismatico (Koepp e Depp si sarebbero successivamente, purtroppo, rincontrati per il fallimentare Mortdecai), non è pretenziosa ed è puro entertainment godibile, altresì intelligente.

Trama:

Morton Rainey (Johnny Depp versione platinata), detto Mort, è uno scrittore di successo di racconti e novelle horror e di gialli psicologici. Una sera scopre, in motel, sua moglie Amy (Maria Bello) a letto con un altro (Timothy Hutton). Ne chiede immantinente il divorzio e decide di recarsi, in totale solitudine, in una casa nel bosco. Qui, presto bussa alla sua porta uno strano figuro ambiguo e sinistro, John Shooter (John Turturro). Quest’ultimo minaccia Mort, accusandolo di plagio letterario, cioè di avergli rubato un suo scritto. È vero o trattasi semplicemente di capziosa intimidazione oppure è soltanto immaginazione? Di chi? Come andrà a finire?

Teso, compatto, orchestrato con ingegno e tatto, con un’ottima fotografia di Fred Murphy e una partitura musicale efficace a cura di Philip Glass e Geoff Zanelli (non accreditato), Secret Window non è nulla di trascendentale o indimenticabile eppur ammalia e appassiona dal primo all’ultimo minuto in virtù del suo ritmo vertiginoso e incalzante. Soprattutto per via della sua scorrevolezza piacevolissima. Koepp dirige con sobrietà ed eleganza una vicenda all’apparenza lineare dall’andamento inizialmente lento che poi diviene fascinosamente contorta e introspettivamente ricolma di risvolti perfino scioccanti. Intrattenendoci e, a tratti, finanche impaurendoci e le nostre certezze spesso destabilizzando con stile sottile. Koepp, classe ‘63, ahinoi, un nome quasi mai citato dai cosiddetti cinefili, a torto. Poiché, malgrado numerosi passi falsi e un’ipertrofica produzione che, senz’ombra di dubbio, include, come detto, non pochi titoli meno qualitativi rispetto ad altri sicuramente più elevati cinematograficamente, può vantare un carnet di tutto pregio indiscusso. Giusto per elencare qualche titolo di film, se non sempre ragguardevoli, perlomeno noti e/o incisivi, oltre alle pellicole depalmiane sopra scrittevi, ci par doveroso annoverare Cattive compagnie di Curtis Hanson, La morte ti fa bella di Robert Zemeckis, Spider-Man di Sam Raimi, Jurassic Park e il suo sequel Il mondo perdutoLa guerra dei mondi e Indiana Jones e il regno del teschio di cristalloca va sans dire, di Steven Spielberg, L’uomo senza ombra di Paul Verhoeven, Angeli e demoni ed Inferno di Ron Howard. Insomma, forse non un regista eccelso o un impeccabile sceneggiatore perfetto o senza sbavature, di certo però un nome onnipresente e immarcescibile di Hollywood, ripetiamo, quasi mai menzionato dagli stessi “addetti ai lavori” assai superficiali e ignari del suo valore e della sua vasta creatività feconda e illimitata.

SECRET WINDOW, Maria Bello, 2004, (c) Columbia

SECRET WINDOW, Maria Bello, 2004, (c) Columbia

SECRET WINDOW, Johnny Depp, 2004, (c) Columbia

SECRET WINDOW, Johnny Depp, 2004, (c) Columbia

John Turturro Secret Window

SECRET WINDOW, Johnny Depp. 2004, (c) Columbia

SECRET WINDOW, Johnny Depp. 2004, (c) Columbia

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di Stefano Falotico

 

UN COUPLE, recensione

nathalie Boutefeu Un Couple

Ebbene, dalla 79.a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, recensiamo il grandioso e sofisticato Un Couple, diretto dal veterano, classe ‘30, Frederick Wiseman. Regista statunitense, nato a Boston, da non confondere, ovviamente, col suo conterraneo e ben più giovane omonimo, perlomeno per quanto concerne il cognome, ex marito della bellissima Kate Beckinsale, vale a dire Len Wiseman, director invece del remake di Atto di forza con Colin Farrell e del franchise Underworld con la sua, ripetiamo, ex consorte appena succitata. Anche perché stiamo parlando, capirete bene immediatamente, di due registi non soltanto assai distanti all’anagrafe, bensì completamente agli antipodi e antitetici per quanto riguarda gli stili filmici, decisamente differenti e posizionati su due distinti campionati, potremmo dire, remoti anni luce e oppostamente intangibili diametralmente.

Un Couple, in Concorso alla kermesse, è un lungometraggio alquanto breve che, per l’esattezza, dura giustappunto solamente sessantatré minuti scarsi che, a nostro avviso, son estasianti superbamente ed impressionanti, impressionistici, pittoricamente magnifici, fulgidamente innervati d’uno sguardo autoriale coraggiosamente demodé, a metà strada fra la settima arte più naturalistica e bellamente finto-documentaristica e quello che, una volta, veniva definito cinéma vérité.

Un Couple ha una sola attrice protagonista e nessun altro interprete, ovvero Nathalie Boutefeu, anche totale autrice d’una sceneggiatura decisamente inusuale. La Boutefeu incarna Sophia, cioè nientepopodimeno che l’ex moglie del celeberrimo scrittore Lev Tolstoj. La quale, dopo l’incipit a lume di candela in una stanza angusta, illuminata soltanto in modo fioco, viene poi ripresa, spesso in primissimo piano, in mezzo a una natura incontaminata che profonde melanconia a pelle, emanante cangevoli e potenti tinte crepuscolari. Sophia sta recitando, combattuta e provata, fra sentimenti ondeggianti e stati d’animo riflessivi e altri perfino irosi e/o pensierosi, imprigionata, quasi in modo sognante, in un eterno struggimento amoroso dei più romantici e al contempo nostalgici, un’infinita e sterminatamente delicata lettera pregna di vita vissuta assieme al suo compagno. Lettera che, a sua volta, raccoglie il rapporto epistolare e diaristico avuto con suo marito. Cosicché, languidamente persane nel ricordo, nella sua mente, nel suo cuore e nel candore scintillante d’un interminabile vagheggiarne la travagliata passione altalenante eppur indimenticabile, senziente vaga lungo un’isola della Gran Bretagna, sfogandosi morbidamente in un monologo che coincide perfettamente, esclusi i titoli di testa e di coda di Un Couple, con la durata del film stesso nella sua intoccata interezza marmorea e calda, sinuosa e avvolgente, sobria e incantevole…

Film umanistico, anzi, romanticamente umanissimo e splendidamente anacronistico sotto ogni punto di vista dei più positivi, Un Couple è il film adatto a chi, per l’appunto, è stanco delle cosiddette americanate commerciali e standardizzate, plastificate à la Wiseman di Total Recall.

È un sentito e commovente atto d’amore universale non tanto incentrato sulla turbolenta, storica e ruggente, struggente, apparentemente imperitura eppur ineluttabilmente caduca e fuggevole love story fra Sophia e Tolstoj, bensì verso l’Arte pura.

Gli snob obietteranno in merito al valore, in verità, molto importante di Un Couple, liquidandolo superficialmente e tronfiamente come un fanatico, mero esercizio di stile fine a sé stesso e non necessario. Sbagliando, secondo noi, clamorosamente.

Si astengano dalla sua visione, sicuramente, coloro che, ignari della beltà cinematografica più sperimentalmente affascinante, lontanissima da ogni estetica mainstream e moda ruffiana, legata a logiche esclusivamente, tipicamente hollywoodiane delle più mercantilistiche e/o marchettare, potrebbero pazzescamente addirittura credere che Un Couple non sia Cinema vero e stupendo, anzi, viceversa…

Un Couple

di Stefano Falotico

 

 

BONES & ALL, recensione

Ebbene, direttamente dalla 79.a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, attualmente in corso, ivi recensiamo Bones & All, firmato da Luca Guadagnino (Io sono l’amore, Chiamami col tuo nome).Bones All poster

Bones & All, in Concorso nella selezione ufficiale della kermesse, film horror-sentimentale e, così come direbbero gli statunitensi, pellicola di matrice coming of age, ovvero una storia di formazione innestata sul percorso esistenziale e di crescita di due giovani teenager, accolta grandiosamente dall’intellighenzia critica mondiale che l’ha subissata d’applausi scroscianti alla fine della sua presentazione in Sala Grande, è una corposa, romantica opus appassionante e allo stesso tempo inquietante, rabbrividente ed emotivamente coinvolgente, forse la migliore sin ad ora di Guadagnino, della durata di centotrenta minuti netti e suadenti, avvincenti e perfino terrificanti, letteralmente parlando.

Tratto dal romanzo omonimo di Camille DeAngelis, opportunamente sceneggiato con classe e qualche inevitabile licenza poetica da David Kajganich (già collaboratore e writer per Guadagnino per il Suspiria di quest’ultimo), Bones & All, come poc’anzi accennatovi, ha immantinente riscontrato un enorme favore da parte della stampa e anche del pubblico. Appieno ne concordiamo e, senza falsi panegirici irritanti o sofismi evitabili, dunque da noi rinunziati, testé affermiamo, senz’esserne eccessivamente incensanti, semplicemente sinceri, che Bones & All è veramente un grande film scioccante finanche in senso lato e, sulla base di tale nostra forte, apodittica frase consacratoria, altresì attestiamo che i giudizi, perlopiù unanimemente ricevutine a riguardo, sono sacrosanti. Trama, qui da noi ridotta all’osso, giocando di parole col significato, tradotto in italiano, del titolo e delle vicende narrateci: Maren Yearly (un’ipnotica e avvenente, dolcissima Taylor Russell) è una graziosa ragazzina sbandata in cerca del suo posto del mondo che vaga, senza precisa direzione, di qua e di là lungo le strade e le scure città paurose degli States più allucinanti e misteriosi. Ha scoperto, con suo sommo, ributtante raccapriccio e ribrezzo mortificante, di essere inevitabilmente cannibale e, per colpa della sua diversità spiccata e repellente, naturalmente viene percepita dagli altri comuni mortali non antropofagi come una pericolosa freak agghiacciante, inseguita perciò giorno e notte, perennemente ricercata dalle persone normali che vorrebbero mangiarsela viva, divorandole l’anima e scarnificandole il suo innocente cuore di ninfa vergine alla vita e forse desiderosa soltanto di carne umana? No, di lieto e morbido amore prelibato e succulento per il palato della sua bellezza interiore. Incontra, lungo il suo nero cammino al contempo speranzoso, uno strano uomo uguale a lei per via del fatto che entrambi sono accomunati dal macabro “dono” del cannibalismo, un uomo molto più grande di lei, interpretato da un sinistro e luciferino, mortifero e sanguinario, anzi, sanguigno Mark Rylance. Dopo un pranzo luculliano, assai peculiare, avuto assieme a lui, Maren ne fugge terrorizzata e, in tale meraviglioso, spaventoso suo peregrinare on the road in cerca soprattutto del suo centro di gravità permanente, inteso metaforicamente e vitalmente, s’innamora, ricambiata quasi istantaneamente, d’un suo coetaneo parimenti “malato” e disperato di nome Lee (un Timothée Chalamet apoteotico e magnetico). Sia Marvin che Lee sono due diversi in modo toutcourt, due ragazzi giovanissimi che, affetti da un’incurabile e infermabile mostruosità cannibalistica delle più disumane, sono probabilmente e paradossalmente molto più umani degli aberranti orchi veri e propri, uomini soltanto nell’aspetto e nei comportamenti “nutrizionali”, e d’una apparente società perfetta e linda, invero psicologicamente famelica e ferina, belluina e orrida. Sono due puri alla scoperta di sé stessi in un mondo ostile e cinico che par aver perduto la beltà del vivere ed amare con leggiadria e armonico piacere persino carnale…

Musicato da Trent Reznor & Atticus Ross, con inserti dei Kiss e canzoni melodiche davvero struggenti, Bones & All è un metafisico film memorabile e toccante come pochi. Sotto la cupa coltre e la parvenza del film orrifico, Bones & All è semplicemente una metafora spettrale e abissalmente tanto atroce quanto candidamente venusta e lirica, sulla complicatezza della giovinezza e sulla sua tormentosa, magnifica e fragile levità nitida e intensa.

Nel cast, il regista David Gordon Green (Joe), Jessica Harper, Michael Stuhlbarg e Chloë Sevigny.Russell Chalamet Bones and All

Bones and All Guadagnino Chalamet poster

In conclusione:

Non vi piace la carne, anche umana? Siete vegani? Non vi piacciono le donne? Siete ancora vergini, impotenti, nani od omosessuali convinti? Non vi piace neppure la cellulite? Donne, avete ragione!

Non amate la celluloide? Ma che campate allora a fare? Per sbranarvi, in forma figurativamente cannibalistica? Ah ah.

 

di Stefano Falotico

 

Tár, recensione

Ebbene, direttamente dalla 79.a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, recensiamo Tár, firmato da Todd Field e interpretato da una strepitosa e luminosa Cate Blanchett in forma smagliante, la quale, grazie alla sua bellezza magnetica e alla sua impari bravura recitativa, regge da sola un film che, pur avendo ricevuto una lunga standing ovation e potendo già vantare altissime medie recensorie, a noi non ha convinto totalmente. In quanto Tár, nelle sue due ore e trentotto minuti, fascinosi e spesso perturbanti, eppur parimenti dispersivi ed eccessivi, non c’è parsa sinceramente una pellicola indimenticabile e impeccabile, anzi, tutt’altro.Tar Cate Blanchett

Todd Field, dopo aver incantato la Critica mondiale col suo esordio registico, ovvero In the Bedroom, avvenuto nell’oramai lontano 2001, cioè quasi un ventennio or sono, dopo Little Children (2006) e molti ruoli in veste d’attore, fra cui quello piuttosto famoso di Nick Nightingale in Eyes Wide Shut, ecco che torna a cimentarsi dietro la macchina da presa per raccontarci, secondo il suo punto di vista personalissimo, un biopic fittizio e assai particolare, sovente sfuggente e ricolmo d’atmosfere rarefatte, vertente su una prestigiosa e pluripremiata direttrice d’orchestra sinfonica di nome, giustappunto,  Lydia Tár (Blanchett). Ne seguiamo l’excursus che inizia, incalzante, dopo il suo lento ma originale incipit in cui, per circa mezz’ora, assistiamo, come se ci trovassimo dinanzi a un video-panel di YouTube in altissima definizione, a un’intervista “documentaristica” con Lydia protagonista e in primissimo piano che, con intelligenza sopraffina, rinomata compostezza e savoirfaire mirabile, risponde alle puntuali domande del presentatore adorante. Al che, l’azione finalmente si sposta e veniamo immersi nella vita di tutti i giorni, professionale, lavorativa e sentimentale, di Lydia. Fra colpi di scena imprevisti, una tragedia irreparabile particolarmente potente che influirà notevolmente sullo stato d’animo, apparentemente assai stabile, di Lydia, incontri, più o meno rilevanti oppure trascurabili, di quest’ultima con amici e amanti, forse dello stesso sesso…

Tár è un giallo dell’anima, un viaggio introspettivo nel coriaceo cuore passionale e indomito, al contempo fragile e sensibile, d’una donna complicata e caratterialmente difficile che, specialmente nella parte centrale, assume perfettamente i connotati d’un thriller vero e proprio, con annessa parentesi filmica, realizzata in forma investigativa con inclusi echi finanche bergmaniani, forse addirittura non voluti.

Interminabile ma non noioso, con alcuni momenti considerevoli e decisamente apprezzabili, Tár è un’opus certamente non per tutti i gusti. Sicuramente, è ammaliante, come dettovi, in vari punti e l’eccezionale talento della Blanchett (favoritissima per aggiudicarsi la Coppa Volpi come miglior attrice del Festival e papabile d’ovvia nomination ai prossimi Oscar) qui si palesa in tutta la sua magnificenza. La Blanchett, infatti, oltre a rifulgere ivi d’una beltà sconfinata e mastodontica, per circa 3h illumina lo schermo con una recitazione prodigiosa e sensazionale che lascia sbalorditi.

Ciononostante, possiamo comprendere che possa aver entusiasmato molta intellighenzia presente al lido veneziano. Poiché possiede ed emana, innegabilmente, attrattiva intellettuale assai robusta che piace, a prescindere, a coloro che, dirimpetto a film artistoidi come questo, vanno presto in brodo di giuggiole. Non avvedendosi, invece, di aver guardato probabilmente e soltanto un buon film, altresì lezioso e furbo, invero lontano anni luce dal potersi definire capolavoro indiscusso.

Nel bel cast, oltre alla grandiosa Blanchett, Mark Strong, Noémie Merlant, Nina Hoss, Allan Corduner e Julian Glover.

Musiche di gran classe composte, ovviamente non dalla Tár, bensì da Hildur Guðnadóttir (Joker).

 

di Stefano Falotico

 

 

AMLETO (Hamlet) di Franco Zeffirelli con Mel Gibson & Glenn Close, recensione

Alan Bates Glenn Close Hamlet Amleto locandina Gibson Amleto Zeffirelli Gibson

HAMLET, Helena Bonham Carter, Mel Gibson, 1990

HAMLET, Helena Bonham Carter, Mel Gibson, 1990

HAMLET, Glenn Close, 1990

HAMLET, Glenn Close, 1990

Ebbene oggi, per i nostri racconti di Cinema, vi parleremo di Amleto (Hamlet) firmato dal compianto, sebbene discusso e discutibile, Franco Zeffirelli. Un regista scomparso, come sappiamo, nel 2019, tanto celebrato quanto spesso inviso a molta intellighenzia critica che sempre ne criticò aspramente, non poco velatamente, il suo stile, da molti considerato infatti pedante, didascalico e lezioso oltremodo. Altresì elegante e inconfutabilmente affascinante. Amleto, uscito nei cinema mondiali nel ‘90, oltre a essere ovviamente una rappresentazione, per meglio dire, una cinematografica riduzione, in senso anche letterale, in quanto non integrale e molto personale (sceneggiatura a cura dello stesso Zeffirelli assieme a Christopher De Vore), dell’omonima e celeberrima tragedia di William Shakespeare, per il grande schermo rappresenta la quarta trasposizione cronologica, cioè avvenuta ovviamente in ordine di tempo, di un’opera del Bardo a cura di Zeffirelli, dopo La bisbetica domata (1967), il suo famoso Romeo e Giulietta (1968) e Otello (1986).

Stavolta, Zeffirelli affidò curiosamente, molto coraggiosamente, forse in modo vincente, il ruolo di Amleto a nientepopodimeno che all’australiano Mel Gibson, attore non propriamente teatrale e/o scespiriano. Forse Zeffirelli, memore del noto personaggio, follemente lucido, incarnato giustappunto da Gibson in Arma letale, optò per Gibson in quanto folgorato dal magnetismo carismatico di quest’ultimo, il quale ha sempre mescolato, nel suo mood attoriale, un portentoso istrionismo indomabile unito in modo alchemico all’irruenza grintosa e rabbiosa della sua peculiare recitazione sia istintiva che altamente professionale e feroce. Amleto, infatti, si presta bene alle fattezze fisiche di Gibson che, col potere iridescente dei suoi accesi occhi limpidamente azzurri e cangevoli, emana ipnotiche sensazioni di candore, purezza e al contempo di sana pazzia minacciosa e irosa. Il suo è un Amleto, in effetti, “ginnico” e atletico, vivace e poi cupo, melanconico ma anche estemporaneamente euforico, dal bel portamento, di bell’aspetto indubbio e, soprattutto, violentemente guascone, irriverente e con l’anima del menestrello giullare imprevedibile e matterello…

Trama, da chiunque conosciuta ma è necessario e imprescindibile riferirvela nella sua saliente essenza e in poche righe distintive:

Amleto è il principe di Danimarca e, nell’incipit, assiste addolorato, al funerale del re, cioè suo padre. Sua madre Gertrude (Glenn Close), egualmente, ne piange, apparentemente disperata e straziata, la morte funesta. Costei presto sposerà il nuovo re, ovvero il fratello del re defunto di nome Claudio (Alan Bates). Di lì a poco, Amleto, durante una buia notte gelida, presso la sommità del castello sua dimora, fra le guglie di tal fortilizio sfarzoso, vedrà allucinato, sia meravigliato che profondamente turbato e sgomento, il fantasma del padre (Paul Scofield). Il quale gli rivelerà che non morì per caso, bensì fu avvelenato dal fratello che, in combutta con Gertrude, l’assassinò in gran segreto a tradimento, dunque in maniera ancor più criminosa e turpe, per usurpargli il trono e sposarne lussuriosamente la moglie e giacerne carnalmente in modo incestuoso. Al che Amleto, innamorato della fascinosa Ofelia (Helena Bonham Carter), viene reputato pazzo da Polonio (Ian Holm), consigliere del re e padre di Ofelia stessa. Amleto è pazzo davvero oppure sta volutamente inscenando la sua finta follia per appurare la verità e meglio scoprire il torbido intrigo complottistico che fu alla base del sacrilego e scellerato assassinio perpetrato a danno del padre morto ammazzato?

Opus sbilanciata (definita, non a torto, scolastica da Paolo Mereghetti), scollata e con molte licenze poetiche, peraltro velleitarie e forzate, parecchio incentrata sul morboso rapporto edipico fra Amleto e Gertrude (infatti, Glenn Close non era e non è molto più vecchia, anagraficamente, di Gibson), con un’ottima prima ora visivamente d’impatto, con sontuose scenografie di Dante Ferretti e raffinati costumi di Maurizio Millenotti, pertinentemente musicata da un Ennio Morricone forse non particolarmente ispirato, comunque sicuramente efficace, l’Amleto di Zeffirelli non è memorabile ma neppure disprezzabile.

Gibson (doppiato da Giancarlo Giannini, bravissimo come al solito ma la cui voce, probabilmente, non era adatta per Gibson, malgrado Zeffirelli lo volle a ogni costo) è talvolta, sì, fuori parte e risulta un po’ a disagio nelle scene più prettamente, per l’appunto, teatralmente shakespeariane, eppur riesce lo stesso a essere convincente e trascinante in virtù della sua guizzante, folleggiante forza espressiva tipicamente sua e indiscutibile.

Splendida fotografia naturalistica di David Watkin.

Se volessimo divertirci con parallelismi e giocare sapidamente di meta-Cinema purissimo, perché non domandarci tale questione, non amletica, bensì semplicemente curiosa?

Gibson, alias per l’appunto Martin Riggs di Lethal Weapon, dopo l’Amleto di Zeffirelli, avrebbe interpretato altri due personaggi, in qualche modo, similari al suo Hamlet, ovvero Jerry Fletcher in Ipotesi di complotto (sempre firmato dal regista di Arma letale, Richard Donner) e Thomas Craven in Fuori controllo di Martin Campbell.

In conclusione:

I costumi sono davvero di Milena Canonero, così come riportato dal Mereghetti, qui peraltro citato? Mah. Se lo dice lui, ah ah.

Sol il Falò può darvi tali perle e fornirvi splendide curiosità. E voi, haters, vorreste persuadermi di essere pazzo come Amleto? Certo, infatti i vostri intrighi e le vostre tristi malefatte orribili sono state scoperte.Hamlet Mel Gibson Ian Holm Helena Bonham Carter Hamlet

HAMLET, Paul Scofield, 1990, (c)Warner Bros.

HAMLET, Paul Scofield, 1990, (c)Warner Bros.

HAMLET, Glenn Close, Alan Bates, 1990. ©Warner Bros./courtesy Everett

HAMLET, Glenn Close, Alan Bates, 1990. ©Warner Bros./courtesy Everett

di Stefano Falotico

 

ELVIS, recensione

Elvis Poster Luhrmann

Ebbene oggi, in concomitanza e speciale occasione dell’imminente uscita in Bluray 4K con molti contenuti speciali e versione estesa prevista, disamineremo, speriamo acutamente (sì, usiamo il plurale maiestatico), l’ultima e mirabolante opus di Baz Luhrmann (Il grande Gatsby, Australia), ovvero Elvis.

Elvis, ça va sans dire, fantasmagorico, ridondante, eccessivo, romanzato, retoricamente agiografico inevitabilmente, biopic, l’ennesimo ma probabilmente il migliore, sul re del Rock ‘n Roll per antonomasia, alias Elvis Aaron Presley, detto The Pelvis. Immarcescibile icona immortale ed epocale, ultra-generazionale e a tutt’oggi il cantante che detiene il record assoluto, tutt’ora imbattuto, dell’uomo i cui dischi son i più venduti di tutti i tempi.

Film della considerevole e quasi spropositata, sebbene appassionante e ipnotica, durata di due ore e quaranta minuti circa, Elvis andava accorciato ma, per la versione giustappunto home video, assisteremo addirittura a un minutaggio esteso di 4h ore. In cui ci saranno mostrate molte scene tagliate in fase di montaggio, d’editing originale ripristinato con edizione allungata per la versione uscita nei cinema mondiali. Quella da noi ivi presa in questione, naturalmente, ed analizzata.

Da un soggetto originale a cura dello stesso Luhrmann & di Jeremy Doner, sceneggiato da quest’ultimo e sempre dal suo regista in collaborazione col duo Sam Bromell-Craig Pearce, ecco la trama di Elvis, qui riassuntavi assai brevemente a grandi linee per non sciuparvene la visione e rovinarvi le belle sorprese in cui v’imbatterete durante la sua variopinta, kitsch, balzana e pindarica, caleidoscopica narrazione in tipico stile luhrmanniano perennemente inconfondibile:

È il 20 gennaio del ‘97. Corrispondente, esattamente, all’ultimo giorno di vita non di Elvis Presley (Austin Butler), bensì del suo eterno manager, cioè il colonnello Parker (uno strepitoso Tom Hanks con un pesante trucco ad appesantirlo con l’aggiunta posticcia d’un lungo naso adunco e pinocchiesco), il quale, infatti, decedette il dì seguente…

Parker, esausto e stremato, sul letto di morte in ospedale, ritrattoci poco prima d’esalare il suo ultimo respiro, dopo aver scialacquato e sperperato, follemente dissipato gli ultimi anni della sua esistenza a spendere e spandere, a Las Vegas e dintorni, il patrimonio estremamente danaroso e cospicuo accumulato ingentemente dall’aver ricavato il 50% netto dei guadagni ricavati da Elvis e, come sopra dettovi, dell’essere stato, oltre che un sapido e furbesco intrallazzatore, un geniale imbonitore alla ricerca d’attrazioni e fenomeni da baraccone, potremmo dire, circensi internazionalmente e da intendersi nell’accezione più variegata, specialmente figuratamente positiva, del termine, fu innanzitutto, ribadiamolo marcatamente, il “creatore”, per meglio dire forse, scopritore del nostro sensazionale Elvis. Sì, fu lui a crearne e scoprirne il mito eccezionale che sarebbe diventato Elvis molto prima che lo divenisse totalmente. Lui che, da tempo immemorabile, subito dopo la morte del suo pupillo, fu accusato di esserne stato, allo stesso tempo e paradossalmente, il suo malvagio distruttore. Considerato infatti come fu, dai suoi detrattori, l’artefice e il responsabile principale sia del successo straordinario di Elvis che del suo prematuro decesso dovuto al vorticoso circolo vizioso, piuttosto agghiacciante, della sua sciagura rovinosa, causata, a sua volta, dall’abuso eccessivo di psicofarmaci e sostanze letali per il suo corpo e la sua labile mente, già peraltro affetta da una fortissima depressione allarmante e latente.

Cosicché, a tarda sera oramai inoltratasi nella notte più nera, nel buio d’una camera angusta e claustrofobica e in quello metaforicamente tetro della sua anima malinconica e incupitasi e nell’oscurità spettrale di tale lugubre stanza nosocomiale, illuminata soltanto a sprazzi dal colorato e vivace, antitetico tourbillon delle cangevoli luci fluorescenti emanate dai lampioni e dall’insegne al neon dei casinò della decadente città del vizio e del gioco d’azzardo par excellence, Parker sta aspettando di morire, ricordando il suo “bambino” diventato gigantesco, rammemorando il suo idolo, l’idolo di tutti e del mondo intero che non c’è più ma sempre vivrà nel cuore di chiunque, infinitamente.

Dunque, in flashback, dopo tale accennatovi incipit, sotto ogni punto di vista, mortifero e glaciale, ci son mostrati, in modo rutilante ed emozionalmente scoppiettante, i tantissimi ricordi avvenuti, l’excursus e la vertiginosa escalation reciprocamente e quasi simbioticamente, anzi, specularmente personali intercorsi, le entusiasmanti e strambe, non sempre felici però, vicende interpersonali e non, esposteci narrativamente, soprattutto visivamente, concernenti la “vera” storia di Parker e di Elvis, ovviamente. Due uomini i cui destini furono legati e intrecciati da un’amicizia profonda e indissolubile, checché ne abbiano detto le malelingue sospettose e cattive, due uomini così diversi, altresì simili e osmotici, malgrado il loro rapporto, amicale e professionale, non poche volte fu sul punto di franare rovinosamente per via d’inconciliabili e prevedibili differenze non solo caratteriali successe nell’arco e nel lasso di tempo riguardante l’inizio e la fine di Elvis stesso. Elvis, un uomo consacrato romanticamente, languidamente ed eternamente lassù nell’empireo dei musicali divi inamovibili e soprattutto immortali, ivi ancor divinizzato tramite un affascinante e fascinoso, perfino inquietante, processo di reminiscenza appartenente al colonnello Parker descrittoci finemente, finanche in modo roboante, da Luhrmann con stile magistrale e magniloquente, nonostante molte pacchianerie esagerate e alcune licenze poetiche sia patetiche che non necessarie ai fini della stessa trama e della veridicità dei fatti occorsi realmente.

Ciò che colpisce dell’Elvis di Luhrmann, a prescindere dai suoi molti ed evidenti difetti, dalle sue peccabilità discutibili e dalle numerose, spesso imperdonabili, sbavature e grossolanità perfino rimarchevoli, è la sua inconfutabile unicità, più o meno apprezzabile. A differenza, infatti, d’analoghi e musicali film biografici innestati e incentrati su miti, viventi e non, del panorama rocker storico, quali per esempio Bohemian Rhapsody o Rocketman ed affini, Elvis non è soltanto un film su Elvis. Bensì, come poc’anzi da noi suggerito e qui meglio specificato fortemente, è un film su Elvis ma anche sul colonnello Parker e viceversa nel saliscendi tumultuoso e potente d’un continuum andirivieni non solamente e cronologicamente spettacolare e incalzante. Quindi, mentre ci viene narrata la scoperta di Elvis e assistiamo alla sua progressiva, veloce trasformazione da esuberante, timido, vulnerabile, ingenuo ma al contempo coraggioso boy di strada e ragazzino camionista con una bella voce melodica che si esibiva, in modo carismatico, disinibito e già in abiti vistosi e sgargianti assai appariscenti, quasi clandestinamente, in balere e locali scalcagnati e fatiscenti, memore dell’essere cresciuto fra i neri amanti del gospel e del Rhythm and blues più sperimentali, nel crescendo rossiniano in cui visualizziamo e viviamo la sua amorevole, conflittuale, quasi edipica relazione affettuosa con la madre Gladys (Helen Thomson), per cui, addolorato, ne piangerà dirottamente la morte in maniera disperata, arrivando alla conoscenza, al matrimonio e alla separazione da sua moglie Priscilla (Olivia DeJonge), nell’esplodere sovente ingestibile ma elettrizzante dei suoi alti e bassi non solo inerenti la sua carriera, bensì riguardanti la sua sfera emotiva e intima, seguiamo in modo avvincente e contemporaneamente l’altrettanto sussultante e curiosa vita di Parker che se ne mescola e ne interagisce in modo preponderante e importante.

Magnetico, a dispetto, come detto, delle sue banalità e di molti cinematografici frangenti non propriamente indispensabili, superflui e perfino, così come quasi sempre accade in questi casi, pomposi e retoricamente “santificanti” la figura di Elvis oltremodo, Elvis è un film veramente molto bello con un Tom Hanks da Oscar e, parimenti, un Butler che, nonostante a prima vista sia scarsamente somigliante al vero Elvis, sa incarnarsene fulgidamente nell’animo, profondendovi sentita passione e partecipazione, immedesimandosene a fondo con una superba performance recitativa che la sua luce attoriale gli dona e lo rivivifica grandiosamente, permeandolo d’uno splendore tutto nuovo che c’era ignoto. Al che, il fantasma di Elvis Presley diventa magicamente un Austin Butler in forma smagliante, entratogli ed entratoci vividamente nel cuore che, alla fine, sa enormemente commuoverci e farci gridare quasi al capolavoro. Elvis è un grande film. Baz Luhrmann è un grande regista magnificamente lunatico e meraviglioso, Tom Hanks è un campione e sia lui che Austin Butler meritano di vincere ai prossimi Academy Awards.

Elvis Austin Butler Tom Hanks

di Stefano Falotico

 
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