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FACE/OFF, recensione

Travolta Cage Face Off poster

Ebbene oggi, per il nostro consueto appuntamento coi Racconti di Cinema, disamineremo Face/Off, sottotitolato Due facce di un assassino e firmato dal grande John Woo (The Killer), qui alla sua vertiginosa ed entusiasmante terza regia in terra statunitense dopo l’interessante Senza tregua con Jean-Claude Van Damme e Nome in codice: Broken Arrow con Christian Slater e uno dei coprotagonisti della pellicola da noi presa in questione, ovvero John Travolta. Che qui meravigliosamente duetta con Nicolas Cage. Face/Off, film della durata considerevole di un’ora e tredici minuti, uscito sui grandi schermi mondiali nel ‘97 e divenuto, all’istante, oltre che un campione d’incassi, un classico dell’action shakerata alla fantascienza thrilling più peculiare e agganciata, in tal caso, alla poliedrica eppur immediatamente riconoscibile poetica cineastica di Woo. A tutt’oggi, peraltro, può vantare la sacrosanta e alta media recensoria, su metacritic.com, del considerevole 82% di opinioni largamente favorevoli. Prodotto dal lungimirante Michael Douglas, scritto dalla premiata ditta formata dai valenti Mike Werb & Michael Colleary, Face/Off, pur rispettando appieno i canoni e gli stilemi, principalmente d’azione, così come sopra appena accennatovi, caratteristici di tal genere a cui è parzialmente ascrivibile, al contempo se ne dissocia, distinguendosi per l’inconfondibile cifra stilistica di Woo e, di conseguenza, elevandosi dalla media di questo tipo di pellicole, raggiungendo sublimi vette, osiamo dire apoteotiche, d’eccentricità geniale e mirabile. Trama, sinteticamente riferitavi per non sciuparvene la visione:

Sean Archer (un magnifico Travolta) è uno stacanovista e coriaceo agente dell’FBI che, oramai da una vita, dà la caccia spietata allo psicopatico criminale terrorista di nome Castor Troy (un Cage, parimenti al suo collega, straordinario e qui al top del suo, stavolta pertinente, proverbiale overacting imbattibile e carismatico). Troy, inoltre, ha involontariamente assassinato il figlio di Archer. Invero, voleva uccidere Archer ma, per sfortunose circostanze impreviste e avverse, giustappunto, ha trucidato il sangue del sangue del suo antagonista. Archer, dopo l’ennesimo suo inseguimento spericolato e una pirotecnica sparatoria micidiale, è riuscito a incastrare Troy. Troy, però, malgrado sia uscito sconfitto dal duello a fuoco contro Archer, non è morto, bensì, salvatosi per miracolo, è ora giustamente recluso in una prigione di massima sicurezza assieme a suo fratello Pollux (Alessandro Nivola, Wizard of Lies). Prima d’essere acciuffato dalla giustizia, Troy aveva piazzato una bomba ad orologeria all’interno d’un centro congressi, sì, un esplosivo ordigno programmato per deflagrare in modo detonante e omicida al fine di compiere una carneficina e un’impietosa strage sanguinaria. Per riuscire a carpire informazioni in merito alla bomba batteriologica innescata da Troy, Archer si sottopone a un rivoluzionario esperimento incredibile. Cioè, assume esattamente le sembianze di Troy in virtù d’una operazione chirurgica prodigiosa e avveniristica. Stessa cosa però dicasi per Troy. Il quale, presto, si trasforma in Archer, impossessandosi perfino della sua vita privata e sentimentale.

Secondo il giudizio critico del dizionario Morandini: «Woo ha tratto un film che, per la 1ª volta a Hollywood, gli appartiene, pur nel suo manierismo e pur accontentando le esigenze della committenza. I temi del sottotesto sono tanti tra cui, fondamentale, quello del bene che, per essere tale, deve conoscere veramente il male, e praticarlo. Conta, comunque, la scrittura, il virtuosismo della regia, a patto di cogliere quel filo di umorismo, se non di ironia, che attraversa il film come un fiume carsico, ora in superficie, ora sotterraneo».

Giudizio che ci trova concordi. Infatti, se accettiamo l’inverosimile eppur affascinante assunto della metamorfosi speculare dei due acerrimi rivali, Face/Off non solo non delude le aspettative, bensì si rivela esaltante, eccezionale ed emozionante al massimo grado. È un congegno filmico, girato magistralmente, d’azione purissima e strepitosa misto alla sciencefiction più avanguardistica in forma deliziosamente succulenta. Con due attori superbi e squisiti, una bravissima Joan Allen nei panni della moglie di Archer, una stupenda Dominique Swain in quelli della figlia e una sexy Gina Gershon. Bella fotografia di Oliver Wood.face off locandina

di Stefano Falotico

 

CON AIR, recensione

ConAir NicolasCage

CON AIR, Nicolas Cage, 1997. ©Buena Vista Pictures

CON AIR, Nicolas Cage, 1997. ©Buena Vista Pictures

Con Air locandina

Ebbene oggi, per i nostri racconti di Cinema, recensiremo Con Air. Ovvero, checché ne dica la seriosa e snobistica intellighenzia critica, assai vetusta e noiosa, uno dei migliori film action in assoluto degli anni novanta. Perché, sì, Con Air è certamente cialtronesco, rozzo e dozzinale, volgare e pasticciato, anzi, subito ci correggiamo e puntualizziamo, un folle, dissennato e smodato pastiche all’insegna del Cinema smargiasso più “blockbuster”, in linea coi confusi nineties, altresì è innegabilmente divertente oltremisura e smisuratamente geniale nella sua spettacolare sciatteria iperbolica, scalmanata ed esilarante.

Con Air segna l’esordio alla regia di Simon West (La figlia del generale, Lara Croft: Tomb Raider). Dunque ne è, in assoluto, la sua opera prima. Ora, volenti o nolenti, per quanto, ripetiamo, la sussiegosa “critica” ufficiale consideri West un cosiddetto e anonimo shooter, ovvero un modesto artigiano interscambiabile e bravino soltanto ad allestire hollywoodiani giocattoloni affidatigli su commissione, qui vogliamo immantinente sfatare queste tristi e patetiche nomee oramai superate, legate cioè, giustappunto, a una visione vecchia del Cinema, confutando fortemente tali appena suddette definizioni stupide e retrive, pedantemente e inutilmente classificatorie, soprattutto decisamente deleterie per il Cinema.

West, sotto l’egida produttiva del lungimirante Jerry Bruckheimer, con tale suo Con Air ci regalò un film positivamente poco pretenzioso, solamente incentrato sulla dinamicità visiva più giocosa e concepito unicamente per intrattenere in modo tanto “stolto”, pacchiano e rumoroso quanto sfizioso. Poiché, ancora evidenziamolo, Con Air fu pensato esclusivamente per essere puro entertainment senza fronzoli e/o ambizioni artistoidi.

Scritto brillantemente da Scott Rosenberg, eccone la trama sinteticamente ridotta all’osso e, ribadiamo, congegnata al solo scopo d’innescare il motore propulsivo, scattante e dinamitardo dell’azione più spericolata e furibonda:

Cameron Poe (un Nicolas Cage in forma fisica e attoriale veramente smagliante) è un ranger medagliato e decorato che torna da sua moglie Tricia (la bella Monica Potter). Dopo aver festeggiato con lei in un locale, dei bulli aggressivi compiono delle sfrontate avances poco carine e assai scortesi nei riguardi di Tricia, provocando la giusta suscettibilità di Poe e la sua istintiva reazione furiosa. Accidentalmente, in seguito alla confusione della violenta colluttazione avvenuta, a sera tarda, sotto la pioggia battente, Poe uccide uno degli aggressori, frantumandogli il naso con un tremendo cazzotto sferratogli per legittima difesa. Viene processato e condannato a otto anni di carcere duro in quanto ritenuto colpevole di omicidio preterintenzionale. Nella malinconica e triste, interminabile attesa di poter riabbracciare sua moglie, nel frattempo aspettando trepidantemente il remoto giorno della sua liberazione, Poe, in prigione, continua ad allenare fortemente il suo fisico muscoloso, scrivendo lettere profondamente romantiche alla moglie. Finalmente, scocca il giorno tanto agognato in cui può meravigliosamente respirare il profumo della libertà. Ora è solo questione di ore prima che Poe possa rivedere e riamare sua moglie dal vivo. Parimenti e ovviamente, lei, enormemente e comprensibilmente emozionata, non sta più nella pelle e lo sta aspettando febbrilmente e impazientemente. Però, a bordo dell’aereo che condurrà Poe a destinazione, salgono, oltre a Poe, alcuni dei criminali più temibili d’America, fra cui lo spietato ergastolano, psicopatico e sadico, di nome Cyrus Grissom (un John Malkovich granguignolesco e al massimo del suo istrionismo piacevolmente sopra le righe). Il quale, assieme alla sua folle compagnia di criminosi suoi affiliati, dirotterà pericolosamente l’aereo. Rischiando, non poco, di scombussolare ogni imminente gioia amorosa di Poe.

A tentare di sventare l’operazione di dirottamento e il piano atrocemente delinquenziale e sanguinario di Cyrus, oltre all’intraprendenza eroica di Poe, interverrà il soccorso, forse non prodigioso, certamente però solidale, primario e provvidenziale, dello U.S. Marshal Vince Larkin (un John Cusack in grande spolvero e assai simpatico).

Riuscirà il temerario e sfortunato, altresì grintoso, Poe a ritrovare la serenità perduta, soprattutto ad agguantare i nemici ostili e a riacciuffare la sua romantica vita interrotta per colpa del fato avverso e dei nefandi, imprevisti eventi frappostigli contro?

Scoppiettante, pirotecnico, girato con un senso del ritmo vertiginoso, Con Air è un eccellente film d’intrattenimento purissimo, con una dolcissima e ottima canzone, How Do I Live, candidata all’Oscar, che fa da colonna sonora portante ed emozionante al finale, sì, sdolcinato e pateticamente mieloso, al contempo cinematograficamente melodioso.

Inoltre, oltre al perfetto terzetto affiatato di Cage-Malkovich-Cusack, brilla un eterogeneo e pazzesco cast di comprimari da leccarsi i baffi, fra cui Danny Trejo (Machete), Rachel Ticotin (Atto di forza), Mykelti Wlliamson (Heat), Ving Rhames (Al di là della vita), Colm Meaney e uno Steve Buscemi imperdibile che parodia, in modo sublime, Hannibal Lecter.

Con Air è il classico guilty pleasure innegabile che, qualitativamente, forse non vola molto alto ma, a livello prettamente inerente la questione del semplice divertimento non pretenzioso, funziona alla stragrande.

E sarebbe un delitto non ammetterlo sinceramente e spudoratamente.

di Stefano Falotico

 

RICCARDO III – Un uomo, un re (Looking for Richard), recensione

Aidan Quinn Pacino Looking for Richard Looking for Richard Pacino Penelope Allen

Ebbene oggi, per i nostri racconti di Cinema, abbiamo optato per un film molto particolare, ovvero Riccardo III, sottotitolato Un uomo, un re. Opus del ‘96, presentata alla rinomata sezione Un Certain Regard del 49° Festival di Cannes, sezione spesso riservata alle pellicole, giustappunto, peculiari e spesso sperimentali. Infatti, Riccardo III, recitato appassionatamente e diretto, oltre che scritto (assieme a Frederic Kimball), dal grande Al Pacino, è un’opera della durata consistente, mai noiosa, bensì avvincente e appassionante in senso toutcourt, di un’ora e cinquantadue minuti soltanto, potremmo dire, parzialmente cinematografica nella sua accezione più letterale.

In quanto, così come tutti i film diretti da Al Pacino, dopo l’inedito The Local Stigmatic e prima di Chinese Coffee (un kammerspiel teatrale messo in scena in modo filmico) e Wilde Salomé, conosciuto anche come Salomé, rappresenta, per certi versi, un unicum irripetibile, in quanto è una sorta di “fiction” documentaristica mescolata alla Settima Arte più sottilmente egregia e lodabile, soprattutto coraggiosa e speciale.

D’altronde, il suo titolo originale, cioè Looking for Richard, esemplifica più nettamente ed enuncia meglio, potremmo dire, il significante di quest’ardita, ambiziosa, eccentrica e meravigliosa opera seconda di Pacino. Poiché Riccardo III non è un vero e proprio film, così come dapprima accennatovi, bensì un’immersione all’interno dei meandri dell’omonimo capolavoro scespiriano, vale a dire naturalmente di William Shakespeare, palesandosi, in particolar modo, come un sofisticato, affascinante e itinerante peregrinarvi, in senso lato, irrinunciabile. Ci spieghiamo più precisamente. È un atipico e irresistibile documentario, filmato in maniera cronachistica e, diciamo, indagatoria e personalissima, riguardante un immaginario adattamento, ça va sans dire, della succitata e celeberrima opera del Bardo. Ove Al Pacino, nei panni di sé stesso e dell’ipotetico Re Riccardo, suo cavallo di battaglia, già peraltro, con enorme successo, da lui precedentemente e numerose volte portato sulla scena a teatro, si filma, un po’ gigionescamente ma in modo sublime, mentre intervista e colloquia animosamente con esponenti molto attendibili e rinomati intellettuali esperti di Shakespeare, provinando possibili futuri interpreti e attori famosi, specializzati in merito, nell’alternanza fascinosa e ipnotica di spezzoni di repertorio e d’un sincopato montaggio in cui lui stesso, in distinti frangenti temporali intercorsi fra il concepire, ideare, allestire tale suo Riccardo III, procederne nella realizzazione ultimata e, solamente dopo tre anni dal suo inizio, appieno concretizzatasi, s’omaggia attraverso un fantasmagorico excursus brillante ed emotivamente ricolmo di furente pathos superbo e spettacolare.

Pacino, sì, proverbialmente, nel suo carismatico stile recitativo inconfondibile e impari, giocosamente si pavoneggia e gigioneggia con far sopraffino, catalizzando sempre il nostro sguardo su di lui, impressionante e affascinante, vivificando il suo Riccardo in modo straordinario, in quanto Al è capace, per natura e vivido istinto istrionico incommensurabile, d’imprimere vivace, pugnace, sanguigno vigore e corrosiva, feroce armonia a ogni parola da lui recitata con abrasivo fervore e illimitata passione ammirevole davvero sconfinata. Regalandoci un Riccardo III tutto suo e giammai visto sin ad ora, debordante sussultante cuore da uomo tanto splendidamente teatrante, perfino nella vita privata, quanto cinematograficamente entusiasmante.

Al che, nel film vediamo sfilare, come dettovi, una sterminata compagnia di attori più o meno importanti, nel cui parterre compaiono e sono senza dubbio da citare, fra i tanti, John Gielgud, Kevin Conway, F. Murray Abraham, Alec Baldwin, Aidan Quinn, Kevin Spacey, Richard Cox, Estelle Parsons, Kevin Kline, Vanessa Redgrave, James Earl Jones, Derek Jacobi, Kenneth Branagh, Winona Ryder e Penelope Allen. Quest’ultima, amica di Pacino, la quale recitò con lui ne Lo spaventapasseri (anche se, in questo film, non recitano mai a tu per tu, cioè visàvis) e in Quel pomeriggio di un giorno da cani. Penelope Allen, da non confondere con l’ex di Pacino, Penelope Ann Miller (Risvegli), la magnifica Gail di Carlito’s Way e co-protagonista del sopra citato The Local Stigmatic.

Apprezzandone l’impegno e la passione, assai sentita e profusavi, va altresì detto che il Riccardo III di e con Al Pacino non è di certo esente da difetti, perfino grossolani.

Infatti, in tale profluvio, talvolta disturbante, d’immagini sparateci a raffica, Pacino spesso va sopra le righe in modo non sempre pertinente, ammiccando, troppo compiaciutamente, laddove non sarebbe richiesto e necessario. Tant’è che, durante la visione, spesso si può essere colti dal dubbio, non amletico, per cui probabilmente Pacino, più che omaggiare Shakespeare, abbia narcisisticamente e vanitosamente voluto, non poco velatamente, adorare soltanto sé stesso, auto-magnificandosi oltre il lecito accettabile, attorniandosi d’attori suoi amici che, parimenti, hanno voluto semplicemente divertirsi, tirandosela da intellettuali fra l’annoiato e il retorico più smodato in senso metaforico.

Nella sua parte centrale, indubbiamente, il film perde decisamente quota e s’affloscia, divenendo estremamente soporifero e, ripetiamo, eccessivamente “studiato a tavolino”. Riprendendosi però negli ultimi minuti finali grazie a virtuose impennate registiche decisamente non malvagie.

Musiche d’atmosfera di Howard Shore (Crimes of the Future).

In conclusione:

Un bellissimo film documentario però fine a sé stesso. Si prefiggeva lo scopo di farci conoscere meglio uno dei capolavori più trasposti di Shakespeare, forse il più ostico. Ma, alla fin fine, ne sappiamo quanto prima, forse addirittura meno, data la natura arabesca di questa pellicola pacinesca.Richard Riccardo Pacino Kevin Spacey Winona Ryder Pacino Looking for Richard Riccardo III Al Pacino Alec Baldwin

di Stefano Falotico

 

OMICIDIO IN DIRETTA (Snake Eyes), recensione

Cage Snake Eyes poster

Ebbene oggi, per il nostro consueto appuntamento coi Racconti di Cinema, disamineremo Omicidio in diretta (Snake Eyes) firmato da Brian De Palma (Gli intoccabili, Black Dahlia). Opus della durata tanto adrenalinica e assai scorrevole quanto relativamente breve nella sua veloce andatura di soltanto novantacinque minuti netti, scanditi ininterrottamente da una corposa suspense al cardiopalma (permetteteci il gioco di parole col cognome del grande Brian) senza un sol attimo di tregua, Omicidio in diretta uscì sui grandi schermi mondiali nel ’97, deludendo parzialmente le aspettative al boxoffice, cioè rivelandosi quasi un mezzo flop a livello commerciale, altresì ricevendo, di contraltare, recensioni positive, se non unanimemente, perlomeno generalmente lusinghiere da parte, giustappunto, dell’intellighenzia critica. Anzi, per correttezza, precisiamo che, così come soventemente è sempre accaduto con De Palma, i critici si spaccarono fra coloro che, pur lodandone le indubbie e vertiginose qualità tecniche impressionanti, obiettarono in merito alla pochezza della trama, a lor avviso inconsistente e futile, e chi invece, appieno, dinanzi a Omicidio in diretta s’estasiò, acclamandolo totalmente.

Scritto da David Koepp, regista di Secret Window e già sceneggiatore per De Palma dell’immortale e splendido, oramai leggendario Carlito’s Way e di Mission: Impossible.

Trama:

Siamo nella rutilante Atlantic City e veniamo immersi immantinente, con uno strepitoso piano sequenza lunghissimo, interminabile e prodigioso, al suo interno, seguendo il frenetico saltellare e parlare concitato d’un irrefrenabile sbirro di nome Rick Santoro (un Nicolas Cage in forma smagliante e ammirevolmente sopra le righe in modo sublime e sterminato) che veste un abito sgargiante e variopinto, il quale, in preda a un’incontenibile verve euforica sconfinata, schiamazza e si destreggia lungo i suoi corridoi, sin ad arrivare in platea per assistere a un importante incontro di pugilato. Si siede a fianco del suo fido amico inseparabile, il comandante di polizia Kevin Dunne (un altrettanto eccellente Gary Sinise con la sordina). A pochi minuti dall’inizio del match tra i due sfidanti pugilatori, si ode qualcuno urlare e poi, immediatamente dopo, assistiamo all’assassinio del Ministro della Difesa. Che cosa è successo nel giro di pochissimi, infinitesimali istanti impercettibili e devastanti? La gente, lì dapprima assiepata, terrorizzata, è fuggita n preda al panico mentre lo smarrito Santoro, in balia della confusione più metaforicamente accecante, prova disperatamente a riordinare le idee per far, come si suol dire, mente locale. Al che, forse non casualmente, incontra l’avvenente Julia Costello (Carla Gugino, sensuale come non mai). La quale, segretamente, gli confida che, dietro l’omicidio del ministro suddetto, v’è a suo avviso un complotto a largo raggio. Forse ha ragione lei o qualcuno, oppure molte persone, infidamente, dapprima messesi viscidamente d’accordo in maniera occulta, hanno criminosamente cospirato, congiungendo unitamente le forze affinché avvenisse quanto tragicamente successo in modo funesto?

Riuscirà il nostro eroe Santoro, uomo peraltro dalla dubbia morale, dunque non propriamente integerrimo e con molti scheletri nell’armadio, a vederci chiaro e a sbrogliare l’intricata matassa, redimendo sé stesso e acciuffando forse la verità più insospettabile e agghiacciante?

Impreziosito da una bella, nitida e funzionale fotografia cristallina di Stephen H. Burum (Rusty il selvaggio e habitué di De Palma), sorretto dal titanico tour de force recitativo d’un carismatico Nicolas Cage irripetibile, stavolta giustamente in overacting e perfetto per la parte, tecnicamente ineccepibile, teso, mozzafiato, appassionante dal primo all’ultimo minuto, Omicidio in diretta è una pellicola magistrale e sensazionale, quanto prima da rivalutare ampiamente e riportare in auge sicuramente, malgrado il suo finale debole e troppo affrettato. Infatti, De Palma girò originariamente un finale assai differente e da noi mai visto che poi, a causa dei produttori, dovette rigirare e sostituire con quello attuale e definitivo. Ciò però non inficia le qualità indiscutibili e nette d’un film spettacolare sotto ogni punto di vista. Probabilmente, non un capolavoro paragonabile alle opere maggiori di De Palma ma, di certo, un film imprescindibile, importante e intramontabile, innegabilmente.

Musiche di Ryūichi Sakamoto.

Fra le immancabili curiosità del film, ve ne citiamo alcune senza dubbio rilevanti:

1) L’apotetotico piano sequenza d’apertura non è stato, in verità, filmato integralmente, cioè nella sua interezza da cima a fondo. Bensì, grazie a un accorgimento digitale, praticamente invisibile, è stato compiuto in due spezzoni filmati distintamente e poi, per l’appunto, uniti assieme in modo tale che l’occhio dello spettatore non se ne possa accorgere. Esattamente, il piccolo stacco avviene quando Nic Cage/Santoro svolta nella scalinata.

2) La parte andata a Sinise era stata pensata per Al Pacino (naturalmente, il protagonista dei depalmiani Scarface e del succitato Carlito’s Way) ma Pacino, non accettando di non esserne il protagonista, di conseguenza, gentilmente declinò la gentile offerta propostagli.

3) Come detto, Sinise interpreta il personaggio chiamato Kevin Dunne. Da non confondere con un altro attore presente nel cast di Omicidio in diretta, vale a dire Kevin Dunn.

4) Nei panni, invece, di Gilbert Powell vi è John Heard (Il bacio della pantera), famoso barista nel meraviglioso Fuori orario di Martin Scorsese con Dunne, sì, però Griffin Dunne, eh eh.

Nicolas Cage, Gary Sinise, John Heard, Carla Gugino, Stan Shaw

Nicolas Cage, Gary Sinise, John Heard, Carla Gugino, Stan Shaw

di Stefano Falotico

 

 

IL TALENTO di Mr. C, recensione

Ebbene, oggi recensiamo l’esilarante, scoppiettante e geniale, anche se non del tutto riuscito, Il talento di Mr. C, film distribuito in Bluray 4K dal 4 agosto dopo essere stato presentato, limitatamente, dalla Eagle Pictures dallo scorso 23 giugno e attualmente disponibile in streaming.Nicolas Cage Pedro Pascal Massive Talent

Il talento dii Mr. C, il cui titolo originale è The Unbearable Weight of Massive Talent che, tradotto letteralmente, significa Il peso insopportabile di un enorme talento.

Diretto da Tom Gormican e da lui stesso brillantemente, seppur con qualche grossolana pecca, scritto assieme allo sceneggiatore Kevin Etten, naturalmente interpretato, in maniera strepitosamente autoironica, da un redivivo Nicolas Cage (qui, volutamente accreditato col suo vero nome all’anagrafe, cioè Nicolas Kim Coppola) en pleine forme recitativa. Il quale, deliziosamente, sa prendersi in giro in maniera altamente stimabile, oltreché ovviamente simpatica e divertente al massimo… Forse, azzardiamo a dire, oltremodo auto-agiografica, talvolta patetica.

Film della durata di centosette minuti, Il talento di Mr. C è una garbata, intelligentissima (soprattutto nella prima mezz’ora) commedia con scene d’azione pirotecniche ben congegnate, altamente spericolate e dirette con sapido gusto spettacolare. Un film sorprendente, fresco e originale, soprattutto leggero e assai godibile.

Trama:

Il vero Nicolas Cage in carne e ossa è “auto-biograficamente” in crisi esistenziale a causa d’una sfilza interminabile di pellicole sbagliate da lui interpretate. Vivamente, s’augura di poter rilanciare la sua carriera in caduta libera, acciuffando l’ambito e prestigioso ruolo dell’assoluto protagonista nella nuova opus di David Gordon Green (il quale compare in un cammeo e ricordiamo che diresse Nic in Joe) in fase di pre-produzione. Nick ha da poco divorziato dalla sua ex affettuosa e piacente ex moglie Olivia (Sharon Horgan). Inoltre, sostiene svogliatamente, assieme alla sua incasinata figlia adolescente Addy (Lily Mo Sheen), dei tristi e sterili colloqui con una severa psicologa, e, in modo nostalgicamente patetico, sa soltanto crogiolarsi nel controproducente ricordo penoso, apparentemente esaltante, invero molto amaro e falsamente consolatorio, dei suoi tempi gloriosi oramai irrecuperabili e andati. Decantando la magnificenza dello stupendo ma al contempo sin troppo antico, certamente demodé e leggermente anacronistico Il gabinetto del dottor Caligari. Un film indubbiamente meraviglioso ma ben poco attinente alla contemporaneità e alla situazione attuale di Nick. Il quale, spesso, in maniera allucinatoria, vede materializzarsi, dinanzi a sé allibito, il fantasmatico e inquietante suo alter ego Nicky (la versione deep fake e caricaturale di Cage stesso ai tempi del suo essere stato un fuori di testa cuore selvaggio).

Annoiato, soprattutto rancoroso nei confronti del mondo, specialmente hollywoodiano, che malinconicamente pare averlo accantonato, non avendo più sinceramente nulla da perdere, per svagarsi un po’ e allentare le gravi tensioni giornaliere, su proposta del suo fidato agente Richard Fink (Neil Patrick Harris), Nick accetta di prendere l’aereo e involarsi alla volta dell’incantevole isola di Maiorca per incontrare il ricchissimo Javi Gutierrez (un favoloso Pedro Pascal). Quest’ultimo, infatti, pur di poter a sua volta finalmente conoscere dal vivo tal divo e suo beniamino di sempre, ovviamente, nientepopodimeno che il nostro Nick, ha promesso allo stesso Nick la cospicua somma di denaro equivalente a un milione di dollari affinché Nick possa alloggiare nella sua villa lussuosa per festeggiarne il compleanno, trascorrendovi qualche lieto giorno spensierato, vacanziero e piacevolmente amicale. Per di più, Javi, tempo addietro spedì a Nick una sceneggiatura da lui scritta e concepita su misura del suo eroe ed eterna star per lui giammai tramontata, bensì imperterritamente idolatrata alla follia più smisurata …

Al che, ne succedono delle belle e interviene, forse maldestramente o sbadatamente, ridicolmente la CIA.

Nicolas Cage as Nic Cage in The Unbearable Weight of Massive Talent. Photo Credit: Katalin Vermes/Lionsgate

Nicolas Cage as Nic Cage in The Unbearable Weight of Massive Talent. Photo Credit: Katalin Vermes/Lionsgate

Javi chi è, in realtà? È veramente un affabile e onesto nababbo mattacchione e buono che sogna, da una vita, semplicemente di lavorare con Nick, oppure è il pericoloso capo di una terribile organizzazione criminale che nasconde, in una tetra camera degli orrori e dei segreti più raccapriccianti e torpidi, un’innocente ragazza rapita e torturata?

Pochade scanzonata, comedy degli equivoci a non finire, sardonica e grottesca, ripiena d’auto-omaggi celebrativi a non finire nei riguardi, naturalmente, dello stesso Cage e del suo altalenante, entusiasmante e balzano, inconfondibile excursus filmografico senza pari, a partire dal suo incipit in cui assistiamo al finale romantico di Con Air, fin ad arrivare a Face/Off con tanto di statua in calce, a Il mandolino del capitano Corelli e a Cara, insopportabile Tess, per proseguire con Il mistero dei templari e The Rock e chi più ne ha più ne metta, Il talento di Mr. C parte in quinta e diverte, intrattiene alla grandissima, perlomeno nei suoi primi tre quarti d’ora buffoneschi, eccentrici come Cage stesso e all’insegna del cialtronesco più goliardico, sanamente innocuo e godibile. Accartocciandosi poi in un macchinoso intreccio che, lentamente, perde sensibilmente quota e gira su sé stesso, smarrendosi in battute poco ficcanti e situazioni assai scontate. Denunciando tutti i suoi limiti di b movie espanso al mainstream per la presenza di Cage.Alessandra Mastronardi talento mr c

Nel cast, la nostra Alessandra Mastronardi, imbarazzante, nei panni della consorte di Javi/Pascal, Paco León che incarna Lucas, il cugino villain di Javi, Tiffany Haddish e un’istantanea apparizione della rifatta, irriconoscibile Demi Moore per un filmetto che, ripetiamo, si lascia vedere tanto volentieri e in modo scorrevole quanto scordare in modo altrettanto veloce.

Ce ne dispiacciamo perché, potenzialmente e per quello che inizialmente aveva lasciato meta-cinematograficamente vedere, poteva offrire molto di più.

Però, il volenteroso e giovane suo regista Tom Gormican, qui alla sua seconda pellicola, non si dimostra all’altezza di gente come Spike Jonze (Il ladro di orchidee) e Michel Gondry.

Cosicché, a conti fatti, Il talento di Mr. C rimane sol una gradevole, dilettevole e graziosa sciocchezzuola e una birbantesca, dolce cafonata senz’arte né parte, prestissimamente dimenticabile e cestinabile seduta stante.

di Stefano Falotico

 

L’ASSASSINIO di JESSE JAMES per mano del codardo Robert Ford, recensione

Jesse James Brad Pitt Casey Affleck

Ebbene, oggi disamineremo lo splendido, ahinoi, ancora a tutt’oggi ampiamente sottovalutato L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford (The Assassination of Jesse James by the Coward Robert Ford). Seconda e strepitosa, perlomeno a nostro avviso, opus del cineasta Andrew Dominik dopo il controverso Chopper dell’anno 2000. Film della ragguardevole e lunga, eppur ipnotica durata di centosessanta minuti netti, cioè quasi 3h piene, L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford uscì sui grandi schermi mondiali nel 2007 dopo essere stato presentato, in Concorso, alla 64.a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia ove, purtroppo, fu apertamente snobbato dal pubblico, quest’ultimo probabilmente tediato dalla sua eccessiva durata e dalla sua apparente lentezza, incapace a quei tempi di coglierne le sofisticatissime finezze eccellenti, ricevendo peraltro un’accoglienza critica piuttosto freddina, malgrado il suo meraviglioso interprete e produttore (assieme a Ridley Scott), Brad Pitt, all’appena suddetta kermesse veneziana vinse la Coppa Volpi come miglior interprete maschile.

Opera invece, ribadiamo, dal fascino magnetico, con voluti echi visivo-fotografici e figurativi à la miglior Terrence Malick dei tempi dorati, L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford è attualmente reputata una pellicola notevole. Infatti, riscontra un’ottima media recensoria assai lusinghiera sul sito aggregatore metacritic.com, equivalente per l’esattezza al 68% di opinioni altamente favorevoli. Eppur, come poc’anzi scrittovi, ai tempi della sua uscita passò alquanto inosservata in maniera ingiusta e sbagliata. Andrew Dominik è un regista d’immenso talento indubbio, potete vivamente scommetterci, la cui prossima opera cinematografica, ovviamente, è l’attesissimo Blonde, cioè il suo biopic su Marilyn Monroe, incarnata da un’avvenente e alquanto somigliante, speriamo convincente, Ana de Armas (The Gray Man), film che sarà, giustappunto, nuovamente presentato, in assoluta anteprima mondiale, al prossimo Festival di Venezia imminente e del quale Netflix ha da poco rilasciato il nuovissimo trailer integrale, disponibile sul canale ufficiale YouTube della suddetta e oramai imprescindibile piattaforma di streaming arcinota. L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford è tratto dall’’omonima novella dello scrittore Ron Hansen, per l’occasione adattata e sceneggiata dallo stesso Dominik.

Questa la sua trama, assai sintetizzata, secondo IMDb: Robert Ford (Casey Affleck), che nutre una profonda ammirazione per Jesse James (Brad Pitt) sin da quando era bambino, cerca con tutte le sue forze di entrare a far parte della gang del fuorilegge del Missouri, ma diventa sempre più amareggiato nei confronti del bandito.

A cui, sinceramente, in tal caso ci par opportuno non aggiungervi altro. In quanto, in effetti, malgrado le sue quasi tre ore corpose di minutaggio, L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford possiede una trama alquanto, a prima vista, banale e insignificante. È un film, come detto, infatti che certamente non vive d’originalità narrativa, se così possiamo dire, bensì rifulge di magiche atmosfere oniriche ripiene di trascendenza nitida. È un film, insomma, in cui sembra che non succeda nulla di rilevante ai fini dell’intreccio e della storia narratici. Eppur, vertiginosamente incanta e cresce per come, nelle sottili dinamiche psicologiche che s’innescano fra i personaggi espostici, in relazione fra loro, e l’evolversi lentamente spasmodico della tragedia annunciata, si arriva, estasiati, alla sua conclusione amara, glaciale e spietata. Illuminato dalla mastodontica e suggestiva fotografia chiaroscurale di Roger Deakins, sorretto da una prova altamente carismatica e al contempo fascinosamente inquietante d’un Pitt inedito e bravissimo, attorniato da un cast di non protagonisti parimenti eccezionali e perfettamente in parte, fra cui un agghiacciante, imberbe Casey Affleck impressionante, il veterano e compianto Sam Shepard, Brooklynn Proulx, Mary Louise Parker, Zooey Deschanel, Paul Schneider e i giovani Jeremy Renner & Sam Rockwell, musicato dal grande Nick Cave, L’assassinio di Jesse James per mano del codardo Robert Ford è uno dei western più anomali, belli e stilisticamente raffinati degli ultimi trent’anni. Anche se qualche critico stolto e sciocco l’ha accusato di peccare di calligrafico manierismo estetizzante e inutile.

assassinio jesse james brad pitt

di Stefano Falotico

 

THE GRAY MAN, recensione

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Ebbene, oggi recensiamo The Gray Man, firmato dagli ipertrofici e instancabili, mirabolanti fratelli Joe & Anthony Russo, ovvero i registi di Avengers: infinity War e Avengers: Endgame. I quali, per la prima volta in assoluto, nella loro carriera, lavorano per l’occasione con Netflix, realizzando, peraltro (dettaglio di primaria importanza nient’affatto trascurabile), con The Gray Man, avvalendosi di un faraonico budget stratosferico, equivalente per l’esattezza a duecento milioni di dollari mastodontici, la pellicola attualmente più costosa mai prodotta dall’appena succitata piattaforma di streaming più famosa al mondo.

The Gray Man è stato distribuito, limitatamente, in 51 sale italiane, una settimana or sono e or è approdato, giustappunto, su Netflix per poter essere fruito da chiunque ne sia abbonato.

Tratto dal romanzo omonimo di Mark Greaney, The Gray Man è stato sceneggiato e adattato dallo stesso Joe Russo, da Christopher Markus e Stephen McFeely, e dura due ore e due minuti netti, adrenalinici, scoppiettanti che non lasciano un sol attimo di tregua, inchiodandoci allo schermo per tutta l’interezza del suo corposo eppur mai noioso minutaggio travolgente.

Sebbene, dichiariamo subito, senz’alcun infingimento di sorta, che The Gray Man, pur essendo scorrevole e piacevole, non è certamente un grande film. Successivamente ve ne spiegheremo le ragioni.

Trama, secondo IMDb:

Quando l’agente più abile della CIA (Ryan Gosling nei panni di Six), la cui vera identità è sconosciuta, scopre accidentalmente gli oscuri segreti dell’agenzia, un ex collega demente (Chris Evans/Llloyd Hansen) gli mette una taglia in testa, arruolando assassini internazionali per dargli la caccia.Chris Evans Gosling Gray Man

Aggiungiamo noi, a tale brevissima sinossi a sua volta ridotta all’osso, che fra i due litiganti il terzo gode? No, una donna molto avvenente ed estremamente sexy, ovvero Dani Miranda (Ana de Armas), completa un bel terzetto ed entra in scena già nell’incipit, visivamente variopinto e rutilante, ma con chi dei due contendenti sta giocando, forse furbescamente? Cosa sta effettivamente cercando o chi sta adescando, seducendo e forse ingannando con sottile malizia insospettabile? Forse, sta sicuramente dalla parte del buono. Oppure è il serafico e misterioso Fitzroy (Billy Bob Thronton), cioè colui che ha assoldato Six per commutargli la pena, scarcerandolo al fine che lavorasse per i suoi servizi segreti, l’uomo che non la racconta giusta? Oppure è chiarissimo che anche lui è semplicemente e soltanto vittima d’occulti poteri ingovernabili e al di sopra perfino della legge? Fitzroy ha una figlia teenager di nome Claire (Julia Butters) che soffre di cuore.

Fotografia funzionale, sebbene non eccelsa e troppo vividamente, esageratamente saturata di Stephen F. Windon, vale a dire il cinematographer par excellence degli ultimi episodi della saga di Fast & Furious, musiche incalzanti di Henry Jackman (Captain Phillips – Attacco in mare aperto e compositore preferito di Matthew Vaughn, regista, come sappiamo, di Stardust e del nuovo franchise degli X-Men, però, neanche a farlo apposta, senza il celeberrimo e omonimo Jackman/Wolverine).

The Gray Man parte molto bene e, come si suol dire, in quinta. Dopo la sua breve prefazione introduttiva e lo scorrimento veloce dei titoli di testa, veniamo immantinente immersi nel bel mezzo dell’azione. Ma, fin dalle prime inquadrature, prendiamo coscienza che stiamo assistendo a una sorta di clone di John Wick con Gosling al posto di Keanu Reeves. Rimanendo in ambito Netflix, alcuni segmenti assomigliano addirittura al superiore Tyler Rake. E non ce ne vogliano i brothers Russo e lo stesso Gosling ma le scene di combattimento, presenti in The Gray Man, non reggono assolutamente il confronto con la saga, giustappunto, appena menzionatavi col protagonista di Point Break. Per l’appunto, John Wick, di cui, nei prossimi giorni, peraltro è atteso il nuovissimo trailer del cap. 4.

Ryan Gosling è bravo, carismatico e, per il ruolo ivi incarnato, indubbiamente è calzante. Sfoderando un fisico notevole e una possanza e prestanza atletica invidiabili, sebbene, ripetiamo, al contempo si riveli assai più impacciato del magnifico e perfetto Reeves succitato. Chris Evans, coi baffetti e nell’inusuale ruolo del villain tanto psicopatico quanto stupido, tagliato con l’accetta e dallo spessore inesistente, interpreta la sua parte con giusta aderenza al personaggio, la de Armas, al solito, è molto bella e Thornton sa il fatto suo.

Eppure, in questo concentrato spericolato di action frenetico e vertiginose riprese, spesso digitalizzate, tecnicamente ineccepibili, in questa pellicola dal ritmo convulso, tralasciando la magistrale e superbamente congegnata, lunga scena della sparatoria in quel di Praga, qualcosa non funziona. Tutto, infatti, sa di risaputo e noiosamente già visto. La storia espostaci, purtroppo, è scontata e banalissima. A tratti, perfino soporifera. Infine, The Gray Man è spropositatamente manicheo in modo stucchevolmente indigesto.

Dunque, se dal lato prettamente riguardante l’intrattenimento senza pretese, The Gray Man scorre alla grande, sul versante della singolarità, dei risvolti narrativi e della caratterizzazione dei personaggi, pecca e fallisce clamorosamente. Non avvincendoci, assolutamente.

Però, se amate i begli attori maschili dai fisici perfetti e muscolosi, se siete amanti della sempre più in ascesa Ana de Armas, ex di Ben Affleck e presto sui nostri grandi schermi nell’attesissimo Blonde di Andrew Dominik, nei panni di Marilyn Monroe, The Gray Man è esteticamente, forse soltanto metaforicamente e sensualmente, potremmo dire, un godibile bel vedere imperdibile.

Inoltre (concludiamo qui), i fratelli Russo hanno enormemente difettato in fatto di originalità, persino meta-cinematografica e figurativa. Le atmosfere iniziali e la fotografia stroboscopica, infatti, specialmente della prima mezz’ora, ricordano notevolmente, anzi, sono ricalcate identicamente da Blade Runner 2049. Ove la “coppia” Gosling-de Armas, inequivocabilmente, pareva più affiatata e simpatica.TheGrayManGosling

di Stefano Falotico

 

IL GIGANTE (Giant), recensione

Ebbene, in occasione della sua esclusiva e pregiata uscita in Blu-ray 4K, recensiamo Il gigante (Giant).Dean Taylor Giant Giant Liz Taylor James Dean Gigante Hudson James Dean Gigante Hudson Taylor giganten James Dean Taylor Il gigante Giant

Il gigante, opus mastodontica, soprattutto in termini di durata, in quanto il suo minutaggio integrale consta di duecentouno minuti netti, uscita sui grandi schermi mondiali nel ‘56, firmata da George Stevens e, al di là delle sue più o meno opinabili considerazioni qualitative a riguardo, specialmente ricordata dai cultori della settima arte per essere stata l’ultima interpretazione del mitico James Dean. Morto, come sappiamo, tragicamente in un fatale incidente stradale maledetto a pochi giorni dalla fine delle riprese.

Il quale, dopo i primi suoi piccoli ruoli in pellicole di scarso conto e rilevanza, dopo essere, celermente e in modo apoteotico, asceso all’empireo del divismo con soltanto due interpretazioni spiccate, ovvero quelle ne La valle dell’Eden di Elia Kazan e Gioventù bruciata di Nicholas Ray, due recitative prove immediatamente ascritte alla leggendarietà e all’epicità più adamantine per cui simbolizzò iconicamente il ribelle per antonomasia della puritana società americana dell’epoca, divenne, per l’appunto, in un lasso di tempo velocissimo, l’incarnazione hollywoodiana del maudit par excellence e al contempo del giovane “rebel without a cause” (tale, infatti, il titolo originale del film, appena citatovi, di Ray), scavezzacollo, problematico, inquieto eppur al contempo strepitosamente ipnotico, fascinoso e magneticamente enigmatico, in virtù, peraltro, della sua indiscutibile e angelica, ambigua ed efebica bellezza purissima. Anche se, per giustezza e dovere di cronaca, ci par giusto ribadire in modo importante che tale etichetta di bello e dannato “sfortunato”, dunque mitizzato, gli fu appioppata dopo il suo decesso.

Detto ciò, ecco la trama de Il gigante. Riassunta in poche righe a sintesi d’un film che, come detto, è spropositatamente lungo e, nelle sue tre ore e venti minuti, malgrado la sua grandeur indiscutibile e rinomata, a dispetto del fascino visivo magniloquente di panorami mozzafiato e primi piani intensi, non è sempre coeso in una narrazione perfetta e ben amalgamata. In quanto, il film, malgrado l’eccellente media recensoria tuttora presente sul sito aggregatore metacritic.com, equivalente all’84% di opinioni altamente positive, non poche volte perde quota e si sfilaccia sensibilmente, annodandosi in dialoghi estenuanti e adagiandosi, compiaciutamente, in un ritmo molto lento:

Jordan Benedict Jr., detto Bick (Rock Hudson) è un ricco tycoon e allevatore di bestiame del Texas che sposa l’affascinante, giovane e sensuale Leslie Lynnton (Elizabeth Taylor) del Maryland. Di Leslie è follemente innamorato anche Jett (James Dean), bracciante però squattrinato, il quale, struggendosi per Leslie ma non potendo averla, ne soffre immensamente. Jett eredita un appezzamento di terreno in base al testamento della defunta sorella di Bick e ne scopre un giacimento petrolifero che lo renderà ricco. A questo punto, persevererà nell’assiduo, mai vinto né domato corteggiamento nei riguardi di Leslie.

Secondo le testuali, sottostanti e quanto mai pertinenti parole del dizionario Morandini, estrattevi:

«Da un romanzo di Edna Ferber un Via col vento alla texana. Saga familiare, affresco storico-sociale, melodramma con tanti temi al fuoco: razzismo, matrimoni misti, bigottismo, conflitti tra generazioni, ossessioni psicoanalitiche. Dean ruba il film alla coppia Hudson-Taylor e ha almeno due scene memorabili. 10 nomination e un Oscar per la regia. Scritto da Fred Guiol e Ivan Moffat».

Taylor Giant

Fotografato meravigliosamente da William C. Mellor, Il gigante, pur rimanendo una miliare pietra immarcescibile del Cinema, oggi come oggi, appare molto datato. Sebbene, è indubbio che sia altresì rimarchevole per molteplici aspetti, a partire innanzitutto, come già ampiamente dettovi, dalla prova carismatica di James Dean. Che, con la sua ricercata, perfino leziosa e manieristica posa dinoccolata e lo sguardo languido, eternamente sospeso fra il tormentato con l’espressione corrucciata e il sentimentale, perennemente, sensualmente ammiccante, entrò nell’immaginario collettivo, seduta stante.

Nelle sue quasi tre ore e mezzo di durata, inoltre, non pochi sono i momenti lirici altamente deliziosi e squisiti a livello prettamente formale, oltre che attoriale e fotografico.

Ma, nella sua interezza e complessità, Il gigante si perde fra dialoghi, così come sopra accennatovi, spesso poco ficcanti, annacquando in un ritmo troppo blando e dall’andamento estremamente soporifero, fra una Liz Taylor, in alcuni frangenti, un po’ svogliata e forse fuori parte, un Rock Hudson che, malgrado la candidatura all’Oscar, ottenuta assieme a James Dean (ovviamente, postuma) come miglior attore protagonista, risulta imbalsamato in più circostanze pur mantenendo, a sprazzi, questi, sì, sublimi, un contegno e un’altezza recitativa invece impari e mirabile.

Eppure, tralasciando tutto ciò, Il gigante, come si suol dire, è un bel vedere, si lascia ammirare volentieri e conserva intattamente, a distanza di più di mezzo secolo, il suo granitico, perfino misterioso fascino ammaliante. Forse, difetta in quanto, ripetiamolo sin allo sfinimento, si perde in lungaggini superflue, in sterili digressioni e tempi morti fra lo stucchevole e il patetico più irrisorio. Divenendo soventemente calligrafico e perfino didascalico. Nella sua voglia megalomane, eccessivamente ambiziosa e smisurata in forma esagerata, di voler accumulare molteplici tematiche mai singolarmente, però, approfondite e sviscerate veramente. Diciamo che affastella, così come sottolineato esattamente dal succitato Morandini, una vastità di temi improponibili per un singolo film. Giacché, pur durando abbondantemente, non può logisticamente svilupparli tutti coerentemente.

Primeggia, invece, sul versante figurativo per via della fotografia eccelsa di William C. Mellor, della sontuosa scenografia, soprattutto della reggia di Bick, realizzata da Boris Leven, e dell’ottimo montaggio a cura di William Hornbeck.

Musiche, pompose e un po’ noiose, di Dimitri Tiomkin.

Comunque, Il gigante rimane un film totemico e importante che si presta a variegate chiavi interpretative, soprattutto rimarchevoli a livello socio-cinematografico.
Vi è anche una piccola parte per un giovanissimo, irriconoscibile Dennis Hopper.

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di Stefano Falotico

 

CRIMES OF THE FUTURE, recensione

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Ebbene, oggi recensiamo, in anteprima, la nuova opus di David Cronenberg, cioè Crimes of the Future, presentata in concorso all’ultima kermesse cannense, ovvero la 75ª.

Come sappiamo, dal trailer italiano, negli scorsi giorni diramatoci e diffuso su YouTube e nella rete, Crimes of the Future, dopo l’ottima accoglienza critica, ricevuta al Festival di Cannes, malgrado, altresì affermiamo che non tutti i pareri dell’intellighenzia sono stati lusinghieri e/o favorevoli, da noi, verrà distribuito nelle sale a partire dal 24 agosto prossimo tramite la Lucky Red.

Dunque, presto, anche noi in Italia potremo visionare la seguente e, prossimamente, ivi disaminata, nuova opera cronenberghiana, esattamente nel mese venturo e a venire.

A distanza di circa una decade, cioè a 8 anni da Maps to The Stars (2014), Cronny, spiazzando un po’ tutti e perfino smentendo sé stesso, in quanto negli scorsi anni dichiarò che non avrebbe mai più girato un lungometraggio, perlomeno, per precisione di cronaca, testualmente asserì che nutrì non pochi dubbi in merito a un suo eventuale ritorno dietro la macchina da presa, ecco che or si presenta con tale affascinante progetto tanto leggermente inaspettato quanto già ampiamente apprezzato. Però non in modo unanime. Sottolineiamolo in modo importante.

E, nelle prossime righe, sarà naturalmente da noi recensito con puntiglio e, c’auguriamo, netta e sopraffina schiettezza il più possibile oggettiva. Giudicheremo Crimes of the Future senza cioè lasciarci suggestionare dal nome stesso del regista che di Crimes of the Future, giustappunto, porta la firma, Cronenberg, ça va sans dire.

Molti critici o improvvisatisi tali, infatti, per triste timore reverenziale nei riguardi dei grandi cineasti, a lor avviso intoccabili, dinanzi alle loro nuove opere divengono metaforicamente miopi. Cosicché, suggestionati dalla loro nomea autorevole, soprattutto autoriale o entrambe le cose all’unisono, di conseguenza son poco obiettivi nei confronti d’ogni loro opera(to). Abbagliati da una sorta di cecità recensoria abbastanza, osiamo dire, tetra e scioccamente puerile. Oltremodo ridicola.

Diciamo, anzi, senz’utilizzare ora il plurale maiestatico, dico tostamente ciò in quanto Crimes of the Future, a mio modesto parere, non è affatto un capolavoro. Forse, neppure un grande film. Lo declamo e sottolineo marcatamente. Non per puro, modaiolo spirito contradditorio e/o provocatorio, bensì perché lo penso davvero fortemente e, presto, ve ne spiegherò ed enuncerò le ragioni, la questione enucleandovi nei dettagli, avvalendomi d’un testo, sottostante, perfettamente citato in toto, comprese le virgole sbagliate e le inesattezze in esso presenti. Scandagliandolo… sì, tale bruttino, quasi orrido insulto al Cinema, no, filmetto insulso di Cronny. Fieramente io sostenendo tale tesi appena espressavi, appieno dichiarandola e sottoscrivendola pienamente o penosamente, sperando d’esporre il lutto, no, il tutto con sottigliezza e arguzia esatte e ineludibili. Al contempo, aggiungo che è un film, a suo modo, delirante, no, soprattutto rilevante e imprescindibile, per sconcezza e scemenza, all’interno del coerente, decisamente più maestoso e mastodontico excursus filmografico del regista di Videodrome, de La mosca, de Il pasto nudo e di tanti ben noti, specialmente ai suoi aficionados, capolavori imperdibili e, per ogni cinefilo che si rispetti, immancabili e totemici. Per dovere di sintesi, stavolta copio-incollo la trama riportata lapidariamente da IMDb. Che, comunque, nella sua striminzita brevità, riassume ottimamente quanto avviene nel film, vale a dire il cosmico niente totale più allucinante: Gli esseri umani si adattano a un ambiente sintetico, con nuove trasformazioni e mutazioni. Con il suo partner Caprice, Saul Tenser, artista performativo delle celebrità, mostra la metamorfosi dei suoi organi in spettacoli d’avanguardia.

Qualche anno or sono, Cronenberg obiettò in modo estremamente polemico su Kubrick, specialmente su Shining.

Queste furono le sue testuali parole, opportunamente, nella nostra lingua, tradotte:

«Credo di essere un regista molto più intimo e personale di Kubrick, per questo trovo che Shining non sia un grande film. Non credo che lui abbia mai capito veramente il genere horror. Non credo abbia capito fino in fondo cosa stava facendo. Il libro era pieno di immagini forti e suggestive ma non credo che lui le abbia sentite veramente. È una cosa strana, ma sebbene sia considerato un artista e un cineasta di altissimo livello, credo che Kubrick fosse molto “commerciale”, in cerca di progetti che potessero ottenere le reazioni giuste e quindi potessero essere adeguatamente finanziati. Credo fosse davvero ossessionato da questa cosa, al contrario mio. O di altri registi come Bergman e Fellini».

Benissimo, prosopopeiche frasi apodittiche, da Cronny pronunciate con immane protervia imbarazzante.

Non amo molto Shining, evidenzio invece io, lo trovo, sì, sopravvalutato ma, in confronto a Crimes of the Future, risulta eXistenZ, cioè an absolute masterpiece inconfutabile, vs qualsiasi filmaccio con Paola Cortellesi. Una che ha delle belle gambe, dei begli occhi ma è più antipatica del Falotico, ovvero me stesso, quando, anziché rivedere e idolatrare La promessa dell’assassino, pratica onanismo insistito, scellerato e furioso, contemplando la nuova, no, fresca carne (ora, mica tanto) di Deborah Kara Unger che fu di Crash. Intervallandola con quella di Highlander 3 e alle sue caviglie su tacchi a spillo vertiginosi e minigonna da cardiopalma e Femme Fatale da Brian De Palma, da me immortalate con tanto di zoom, quando sfilò in passerona, no, in passerella, al Festival di Venezia del 2002, in occasione della presentazione di Cuori estranei.

Mortifero, lugubre, con deprimenti scene in periferia con tanto di murales e case diroccate à la via Molino di Pescarola, CAP. 40131, dell’inland felsineo più fetente e fatiscente, cioè il più marcio quartiere Lame, detto anche Navile, ove risiedette un mio ex “amico” delle scuole medie, il terribile V. Porro, con fotografia sporca all’Angela Cavagna, no, spesso da “cinema” lurido alla Stefano Calvagna, con un Mortensen in mise da morte de Il settimo sigillo dei poveri (cristi) e sguardo da Nosferatu con la tosse d’un fumatore di cinque pacchetti di sigarette Chesterfield al giorno, il quale, dio sia (Tiziana) Lodato de L’uomo delle stelle, no, per fortuna pare di questa terra, ravvivandosi, giustamente, e vivificandosi solamente nella scena in cui quella gran fi… a di Kristen Stewart lo bacia con la lingua e saliva + sfacciate avances da frustrata donnetta burocratica ma allo stesso tempo svergognata a mo’ del 90% delle donne oggi imperanti sui social.

Le quali, dopo dure giornate di lavoro da sottomesse sottopagate, la danno, si dannano, si danno, mezze smutandate, alla pazza gioia sul web, sfogandosi in selfie da Boss Magazine degli anni novanta. Quindi, per qualche pen… oso like di maschi più messi a pecora di loro, non la regalano logisticamente (come potrebbero, d’altronde, se non in una stanza su FB), ma, virtualmente, pare che elemosino approvazioni patetiche con domanda implicita su sguardi allusivi, imploranti la seguente offerta-domanda aberrante: te piaccio, so’ ancora bona? Visto che cosce? Che portamento? Non sono da buttare, vero? Me daresti della bottana, no, ‘na botta e una botte? Ce la facciamo una sveltina nel tinello e poi berremo un vinello? Sì, so che belo, no, so’ che son bella e tu sarai il mio vitello. Ordiniamo una sgarrupata camera d’albergo, sì, una cameretta d’ostello e diamoci dentro, dai, mio fringuello.crimesfuturefalotico

Ipse dixit il Pontiggia su Cinematografo: https://www.cinematografo.it/recensioni/crimes-of-the-future/

Si parte comodi, un infanticidio: la madre soffoca il figlio col cuscino, giacché ha mangiato plastica. E poi dentro nel body horror, tra registro nazionale degli organi, desktop surgery alla mercé di tutti, performance di chirurgia, “chirurgia è sesso”, “l’evoluzione umana potrebbe andare fuori controllo, nell’insurrezionale”, e poi autopsie, trapani che perforano crani. E una questione non differibile: la crescita tumorale, che catalizza la bellezza interiore, può essere considerata arte? E, ancora, la certezza: “La chirurgia è il nuovo sesso”.

È il nuovo film di David Cronenberg, il ritorno del maestro canadese al sottogenere che l’ha reso grande, il body-horror: Crimes of the Future il titolo, la competizione di Cannes 75 l’alveo.

Otto anni dopo Maps to the Stars (2014), trasforma un soggetto vecchio di due decenni, chiamando il sodale Viggo Mortensen, Léa Seydoux e Kristen Stewart a una nuova manipolazione organica, a un inedito spettacolo di inner beauty, con letti nutritivi, poltrone vertebrali, tagli chirurgici e allevamenti di organi tatuati dalle funzioni ignote. È la performance, che unisce Saul Tenser (Mortensen), un famoso body artist, a Caprice (Seydoux), nel mostrare la metamorfosi dei propri organi in spettacolo d’avanguardia, e affascina persino i preposti censori del Registro Nazionale degli Organi, Timlin (Stewart) e Wippet (Don McKellar); attira il padre del bambino (Scott Speedman) che propone a Saul un’autopsia showcase dello stesso pargolo; richiama “colleghi” quali il Dottor Nasatir (Yorgos Pirpassopoulos) e la socia Adrienne Berseau (Ephie Kantza).

Cronenberg ha girato ad Atene, sfruttando condizioni vantaggiose, e il setting distopico e postapocalittico non incanta ma nemmeno scontenta: a sapere di trovarsi nella capitale greca non si può non pensare alla recente crisi. E nemmeno scontentano gli attori, sebbene i ruoli non siano troppo premianti, un filo passivi insomma.
Ma i problemi sono altrove, e ben altri: tagliamo corto, Cronenberg ha dichiarato più volte, anche l’anno scorso a Matera, che “il cinema è morto” – l’ha detto in italiano al magazine Movie Mag di Rai Movie – e c’è da credergli, almeno per il cinema che lo riguarda.

Vi ricordate Il demone sotto la pelle (1975), Rabid (1977) e La mosca (1986), le pietre miliari del body horror? Mutazioni, contaminazioni e infezioni corporali erano istruite, informate e nutrite di cinema, e cinema tout court, a insinuare non solo provocazione ma disturbo, non solo perversione ma interrogazione per immagini in movimento?

Ebbene, riguardatevi quelli, perché il settantanovenne regista se li è dimenticati, almeno cinematicamente: Crimes of the Future ne è un sunto anodino, immoto, iperverbalizzato, che prende quelle premesse-promesse e le sterilizza, che prende Michel Foucault e ne fa un bignamino.

Difetta di interesse, latita di scandalo, le carni sono tagliate un tanto al chilo, gli organi rimossi con orgasmi fatui, rimane negli occhi e negli orecchi dello spettatore più che queste “trovate” la difficoltà di deglutizione di Viggo e le maniche tirate sulle mani, il nudo della Seydoux e, ancora di Viggo, la battuta: “Non sono molto bravo a fare il vecchio sesso”. Tutto il resto è plastica, reperto e residuo: no future.

Anale, no, analisi perfetta. Nient’altro da aggiungere. Anzi…

Cronny, alla sogliola, no, alla soglia degli ottant’anni, riesuma e resuscita il defunto sé stesso, no, l’abbandonato progetto Painkillers dapprima irrealizzato, soltanto idealizzato, che doveva avere per protagonista Nicolas Cage. Affidando, oggi come oggi, la parte al suo pupillo e forse amante mai pubblicamente rivelato, “solo” ficcato in 4 suoi film, Viggo. E aggiornandolo alla sua incurabile senilità galoppante. Comunque, credo che Cronny, eh già, scelse Robert Pattinson per Cosmopolis & Maps to the Stars semplicemente perché Robert fu per lui ciò che Ninetto Davoli fu per Pasolini. Soprattutto fu identico a Juliette Binoche e Julianne Moore quando rispettivamente vennero… sodomizzate da Pattinson nelle due pellicole eccitanti, no, su citate. Detta come va detta, Crimes of the Future è un pastrocchio senza capo né coda, un manifesto pubblicitario alla body art, spacciato per arte e filosofia teoretica. Di erotismo, non ce n’è. Il film prende molte strade e non ne imbocca mai veramente nessuna. Non inquieta, non disturba, risulta stomachevole solamente a livello d’impresentabilità filmico-narrativa. Sarà ricordato solo per il magnifico nudo della Seydoux. Per i suoi turgidi capezzoli splendidi e le sue vellutate gambe da accarezzare godibilmente. A meno che, lei, sì, Léa non ve la dia, il che è abbastanza ovvio e scontato, e perciò soffrirete di male atroce, praticandovi tagli per troppa escoriazione, causati dalla feroce, irruenta, smodata mast… one violenta e immesso, no, annesso sanguinamento per cattivo strofinamento cazzuto, sfigato e fottuto.

crimes future cronenberg poster

stewart mortensen crimes future

di Stefano Falotico

 
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