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LUPUS IN FABULA – Un mio film favolistico, ancestrale, metafisico, super figo, superbo, metaforico e onirico… buona visione

Guardate!

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Così come diceva il grande Enrico Ghezzi. Uomo oramai dimenticato in questa società grezza piena di bestie e di uomini che assomigliano all’orso grizzly. Siamo stati raggrinziti, metaforicamente parlando, dal tuttora imperante, iper-ammorbante COVID-19 che sempre di più ci sta terribilmente opprimendo e spaventosamente, lentamente alienando. Ogni nostro impulso vitale rallentando. Avviandoci a una tenebra sovrana che io combatterò con indomita forza leonina delle più potenti. Tutto ciò è aberrante!

Non tutto c’è chiaro in questa storia oscura ed ermetica, in effetti. Noi, puri, con calma appureremo per l’appunto le ragioni nere che, dall’alto probabilmente di nefasti, plebiscitari poteri occulti, c’hanno ottenebrati e incupiti in una vita da zombi, sbattendoci in un’interzona da sepolti vivi a casa, no, rendendoci spettri deambulanti, quasi da asettici ambulatori e ambulanze da carro funebre a causa di decreti legislativi a cui urliamo: ora basta!

Siamo stati per mesi assediati dai poteri forti, assillati e tediati nel mentale stato d’un dormiveglia all’apparenza figlio d’una sanitaria innocenza non del tutto innocua.

Mah… Il dubbio permane e aumentano le ubbie, miei uomini millenaristici oppure retrogradi. Dunque oscurantistici e sempre più, in viso, scuri. Siamo per caso a Gubbio? Non siamo nel medioevo e dunque basta con la caccia alle streghe. Per quanto sopporteremo un governo forse malevolo che vuole perennemente tenerci legati, segregarci e stregarci, sobillandoci con fake news terroristiche e allarmanti, alla nostra incolumità psicofisica subdolamente attentando in maniera scriteriata, sì, matta? Attenti, uomini e donne, rimanete svegli e tenete desta la soglia dell’attenzione.  Molte volpi si aggirano in quelle opache e impolverate, grigissime camere ove si complotta, non poco segretamente, in via d’un reset memore di ere fascistiche delle più nere… Ah, l’uomo nero, il babau della notte. La gente, in preda a incontenibili, (dis)umane rabbie cagnesche, tira fuori i canini e latra, sì, abbaia. Anzi, esagitata e vittima di scompensi psicologici bestiali, non poco ulula. Scambiando il Coronavirus per l’ebola, per la lebbra! È tutta una caccia spietata all’autore de I promessi sposi? No, lasciate stare il romanzo del Manzoni, qui non si dice la verità e abbondano i Don Abbondio. Che vigliaccheria! Mentre un altro tappabuchi, un infame burocratico, è identico ad Azzeccagarbugli. Il vero non può essere nominato, altrimenti anche su Facebook vieni bannato, dagli ignoranti mangiato vivo e mal etichettato, cioè biecamente censurato. Oserei dire bloccato, quasi evirato, nella libertà di pensiero castigato da signorotti cafoni come Don Rodrigo che vi vorranno schiavizzare, a mo’ della povera Lucia, affidandovi all’ambiguo Innominato. Al che, non saremo evirati né ricconi come gli emirati, non so se solo arabi, miei somari. Avremo i soli, no, i soldi per andare a Riccione? Il naso arricciamo, intanto, ma non chiudiamo un occhio solo. Evviva il Sole, però diamoci a virate nel fantasy più dark.

Non più per la beltà della vita ci s’allupa e, impigriti da una vita domestica, c’ubriachiamo mestamente, storditi da tanta lebbra, no, “ebbrezza” fradicia e funesta di leggi immonde e stomachevoli che fanno ribrezzo. Provocano il vomito! Vogliamo la rivolta! Ah ah. La gente non va più alle feste, bensì addomestica i fegati amari in prossimità della cirrosi epatica e dell’ulcera fulminante, tracannando birre a non finire nel rimanere sul vago e scalmanandosi invano, no, dormendosela sul divano. La birra si fa col lupo? No, col luppolo. Mentre Homer Simpson, da tempo immemorabile, non riesce più a cazzeggiare in salotto con in mano un bicchiere sano… Dio santo! In tale situazione di pericolosa emergenza, ecco che dal buio del suo passato da gobbo di Notre-Dame, invero da uomo altamente poetico come Salvatore Quasimodo, sì, il poeta maestro dell’ermetismo da non confondere col “disgraziato” nomen omen, no, omonimo nel cognome, il quale s’innamorò della zingara Esmeralda, sì, un uomo stanco delle zingarate e degli scherzacci da prete, vi salverà da tanto scontento. Che sconcerto, dobbiamo andare ai concerti! Che stanno concertando?

Falò è perlaceo, ovvero un uomo smerigliato, dagli occhi spesso tristi eppur non è più accigliato, bensì lucente e pregiato come il verde più smeraldo. Egli tiene viva la speranza in mezzo a un mondo su cui incomberà, ahinoi, una nuova tragica ordinanza. Egli è un uomo, sì, poetico ma al contempo caotico, in quanto adulatore, no, adoratore della seconda legge della termodinamica, un uomo entropico e ciclopico, oserei dire dalla cultura enciclopedica. Insomma, un tipo falotico, sinonimo di fantastico, un uomo mutevole da Eugenio Montale…

In questo mondo scolorito ricolmo di morti viventi, egli cita letteralmente e vanitosamente una magnifica poesia tratta da Ossi di seppia. Cioè codesta, uomini e donne assiepati negli assembramenti denunciati, no, addormentati e per l’appunto non più lesti né desti. Andate incitati. Dovete eccitarvi! Ah ah.

Ciò che di me sapeste

non fu che la scialbatura,

la tonaca che riveste

la nostra umana ventura.

Ed era forse oltre il telo

l’azzurro tranquillo;

vietava il limpido cielo

solo un sigillo.

O vero c’era il falòtico

mutarsi della mia vita,

lo schiudersi d’un’ignita

zolla che mai vedrò.

Restò così questa scorza

la vera mia sostanza;

il fuoco che non si smorza

per me si chiamò: l’ignoranza.

Se un’ombra scorgete, non è

un’ombra… ma quella io sono.

Potessi spiccarla da me,

offrirvela in dono.

In questo mondo senza sole, uomini e donne, non siete soli, non abbiate paura né timore. Basta con le povere anime obnubilatesi nei pavori, basta col timido pallore, volevo dire vile cuore. Ci vuole furore, ci voleva finalmente, bella o cattiva gente, uomini e donne fetenti, un pavone, sì, un falò di enorme valore! Eccolo qua. Egli è un “mostro”, sì, appartiene alla Monster Universe, non lo sapevate? Un uomo Universal, un uomo redivivo come Dracula, un uomo che vollero sfigurare come la creatura di Frankenstein affinché diventasse una Mummia.

Ognuno sta solo sul cuor della terra,

trafitto da un raggio di sole (l’accento mettetevelo, no, potete anche ometterlo e metterlo, miei ometti, a vostro piacimento, sì, una sola…)

ed è subito sera.

Invece, e fu giorno e fu mattino ed è subito WOLFMAN! Capolavoro!

di Stefano Falotico

 

 

 

POTERE ASSOLUTO, recensione

eastwood potere assoluto

Ebbene, oggi recensiamo un altro straordinario film del nostro amatissimo Clint Eastwood, ovvero Potere assoluto (Absolute Power).

Strepitoso, adrenalinico ed emozionatissimo crimedrama della durata di due ore nette uscito sui nostri grandi schermi a fine maggio del ‘97. Sceneggiato dal grande William Goldman (Tutti gli uomini del presidente, Butch Cassidy, Papillon, Il maratoneta, Misery non deve morire, eccetera eccetera e chi più ne ha più ne metta) che, per l’occasione, adatta l’omonimo romanzo di David Baldacci, Potere assoluto, considerata erroneamente un’opera minore di Eastwood, è invece, come detto, una pellicola magnifica.

L’ennesima requisitoria eastwoodiana, calibratissima e palpitante, diretta magistralmente, da Clint intelaiata in una tesissima storia al cardiopalma grondante suspense coinvolgente, dipanata in una torbida vicenda contorta ricolma d’intrighi morbosi e scabrosi dall’intreccio irresistibile e avvincente, un thriller avventuroso.

Trama: il ladro Luther Whitney (Eastwood) entra di soppiatto nella lussuosa villa del ricchissimo e anziano magnate Walter Sullivan (E.G. Marshall, morto il 24 agosto del 1998, cioè a circa un anno di distanza, neanche a farlo apposta, dalla release italiana di Potere assoluto, qui alla sua ultima, monumentale prova per il Cinema, tralasciando due immediati, successivi tv movie distribuiti negli States). Il furto, studiato come sempre nei minimi dettagli e congegnato millimetricamente dall’esperto e veterano Whitney, va in frantumi in modo del tutto imprevisto. Con suo sommo, eclatante stupore, difatti nell’abitazione di Sullivan fa inaspettatamente irruzione nientepopodimeno che il Presidente in carica degli Stati Uniti. Il quale, in tale fenomenale, intricata storia fantapolitica inquietante e, solo a tratti, complottistica, assume il fittizio, sì, immaginario nome di Alan Richmond (probabilmente, per non creare involontarie, eventuali analogie spiacevoli oppure solamente sgradite con persone realmente esistite, saggiamente, Eastwood ha preferito glissare nella sua chiara allusione a Nixon, da cui l’assonante Richmond). Richmond, incarnato dal mitico Gene Hackman.

Ora, vi sarà un necessario spoiler. Dunque, vedete voi se proseguire nella lettura delle prossime righe o saltarle e passare oltre.

Trovatosi dentro la camera blindata, dietro un falso specchio mediante il quale può vedere chi si trova nella stanza dirimpetto a lui senza essere visto, Whitney impotentemente assiste al macabro e brutale omicidio di una bellissima donna molto sensuale, Christy (la conturbante Melora Hardin, qui all’apice del suo notevole sex appeal impagabile). Christy è la giovanissima sposa del vecchio Sullivan e lo stava tradendo col Presidente. Apparentemente amico fedelissimo, si fa per dire, di Sullivan stesso. Christy è stata assassinata dagli uomini dei servizi segreti.  A questo punto, Whitney, essendo stato unico testimone oculare di un assassinio non ordito né premeditato però perpetrato per mano dell’incauto, troppo precipitoso e irresponsabile Presidente, cosa potrà fare? Inoltre, in quanto ladro ricercato, chi mai potrà dare credito alla sua versione senza che possa finire in seri guai? Non ha attendibilità poiché lui stesso è il nemico pubblico numero uno delle istituzioni e del potere costituito. Per di più, per ragioni comprensibili, non è in buoni rapporti con la sua unica figlia, Kate (Laura Linney).

Cast stellare in cui, oltre a un perfetto Eastwood, svetta il solito bravissimo Hackman, riluce la beltà della superba Melora Hardin e l’ottima Linney mostra la sua indiscussa bravura. In cui anche i cosiddetti comprimari non sono loro da meno. Menzioniamo quindi l’impeccabile Ed Harris, Richard Jenkins, Judy Davis e Scott Glenn.

Potere assoluto, musicato da Lennie Niehaus, montato egregiamente da Joel Cox e splendidamente fotografato da Jack N. Green (Mezzanotte nel giardino del bene e del male), è un film compatto, dalla sceneggiatura a incastri encomiabile, possiede un ritmo eccelso e privo di sbavature, è un sofisticato, grandemente orchestrato giallo particolare che pone non pochi dubbi spettrali sui tetri apparati governativi dai contorni indefiniti e scuri, sulle menzogne che gelidamente si celano dietro le false facciate di chi, invero, dovrebbe rappresentare la giustezza più alta nel personificare la moralità più remota da ogni scheletro nell’armadio e ogni criminoso atto e grave peccato dissimulato, per l’appunto, dietro la menzognera maschera della fatua legge e del sistema giammai fallace.

Forse non è un capolavoro ma Potere assoluto, sicuramente, è un altro granitico filmone firmato da colui che indubbiamente è inconfutabilmente uno dei massimi registi, vivaddio, viventi della nostra epoca.

Eastwood, Clint Eastwood.

Insomma, altra perla imperdibile di Eastwood. Ovviamente da me vista ai tempi della sua uscita in sala. Varrebbe il prezzo del biglietto, a prescindere dalla sua impareggiabile qualità, anche solo per la redhead Melora Hardin. Donna esagerata. Donna da specchi hitchcockiani, donna dal fascino lynchiano, diciamocela, una gnocca fottuta. Capirete perché. Clint vede tutto, voi invece una così la vedrete col binocolo. Non potete farla, no, farcela. Mica siete Kennedy con Marilyn Monroe. E ho detto tutto.

di Stefano Falotico

 

MEZZANOTTE NEL GIARDINO DEL BENE E DEL MALE, recensione

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Ebbene, in attesa di vedere (Covid-19 permettendo) Cry Macho, nuova opus di Clint Eastwood attualmente in post-produzione e girata in tempi record, esattamente alla fine dello scorso anno, in pieno periodo pandemico, oggi vogliamo recensire forse una delle pellicole più ingiustamente sottovalutate, comunque relativamente, della registica filmografia del nostro Clint. Chi, sennò?

Ovvero lo splendido, torbido, estremamente suggestivo Mezzanotte nel giardino del bene e del male (Midnight in the Garden of Good and Evil), un film oltremodo affascinante e probabilmente, ripetiamo, altamente incompreso ai tempi della sua uscita, avvenuta ovvero nel lontano anno 1997.

La Critica, infatti, rimase alquanto spiazzata da Mezzanotte nel giardino del bene e del male e, purtroppo, a tutt’oggi l’intellighenzia statunitense, stando all’ancora attuale, mediocre media recensoria riportata da metacritic.com, vale a dire il buono ma non appieno soddisfacente 52% di parziali opinioni positive, a nostro avviso, non giudicò tale opera di Eastwood ottimamente come invece ampiamente avrebbe meritato. In quanto, Mezzanotte nel giardino del bene e del male è, sì, un film spiazzante, forse leggermente lungo, essendo la sua durata notevole, cioè l’equivalente di due ore e cinquantacinque minuti, un film apparentemente noioso e monocorde. Invero, guardato attentamente, è una pellicola straordinaria, del tutto imprescindibile all’interno del travolgente, diversificato e irresistibilmente conturbante excursus cineastico di Eastwood.

Un’ennesima sua storia di detection assai stratificata e peculiare, perfettamente alla sua riconoscibile e crepuscolare poetica agganciata in modo strabiliante e coerente, raffrontabile a due opere da lui dirette successivamente, Fino a prova contraria e Debito di sangue.

Mezzanotte nel giardino del bene e del male, sceneggiato da John Lee Hancock (Highwaymen – L’ultima imboscataFino all’ultimo indizioThe Founder, già writer per Eastwood del magnifico Un mondo perfetto), da quest’ultimo adattato, partendo dal libro omonimo di John Berendt, è un viaggio spettrale e al contempo incantevolmente avvincente nei meandri d’un sottobosco metropolitano tanto elegante quanto glacialmente perverso, osiamo dire perfino lussurioso, peccaminoso e scabroso.

Trama:

siamo nell’ammaliante e seducentemente, apparentemente radiosa, invero assai cupa Savannah, nel 1981.

Città patria del voodoo, popolata da molti personaggi pittoreschi. A Savannah, giunge l’ambizioso, volitivo scrittore e cronista John Kelso (John Cusack). Arrivatovi per redigere un articolo, a sua volta, vivace e colorito riguardo la consueta, fastosa festa di Natale organizzata dal ricchissimo Jim Williams (Kevin Spacey). Un antiquario di mezz’età, nato in verità da una famiglia non molto agiata, divenuto facoltoso in modo un po’ misterioso, se non sospetto, forse. Williams è un distinto gentleman molto colto, di fine gusto nel vestire e galante nei suoi modi altoborghesi da uomo, per l’appunto, oramai asceso nell’empireo dei miliardari possidenti più in vista di Savannah e dintorni.

Nel bel mezzo della festa, fa irruzione nel suo studio, alla presenza dello stesso Williams e di Kelso, la “marchetta” Billy (un giovanissimo Jude Law), ragazzo sbandato e spostato, ubriaco e soventemente assai drogato e sballato. Anzi, diciamo decisamente fuori posto in un ambiente lussuoso, frequentato perlopiù da uomini e donne di spicco (?) della società più elitaria e “chic”. Un ambiente poco consono e non in linea rispetto all’esuberante, diciamo variopinta, verve incontenibile di Billy.

Terminata la festa e congedati tutti gli invitati, Billy viene trovato morto nella villa di Williams. Quest’ultimo viene subito indagato dalla polizia poiché ammette immantinente e sinceramente di essere stato lui ad ammazzare Billy per legittima difesa in seguito all’ennesimo diverbio violento avvenuto fra i due.

La storia dunque s’ingarbuglia, l’intreccio si complica, le verità date per assodate si mischiano alle bugie bianche e ai sotterfugi più reconditi, i contorni sfumano, serpeggiano nel frattempo strampalati tipi simpatici o solo poco raccomandabili, sfilano angelicamente delle ladies attraenti e impazza il travestito carismatico di nome Lady Chablis. Mentre, nell’esoterica tetraggine notturna di cimiteri periferici, ove sono sepolti i neri del luogo, aleggia l’ombra del maligno, striscia vicino ai loculi dei morti e degli spiriti defunti una fattucchiera di colore forse invasata, forse soltanto magicamente profetica, una donna dotata di sana spiritosaggine dal dark humor inquietante e dalla lingua biforcuta ben tagliente. Esperta di chiromanzia e di magia nera, di occultismo od occultatrice semplicemente dei segreti torpidi che, da tempo immemorabile, si celano negli scheletri dell’armadio e nelle profondità viscerali di una folle città da studio socio-antropologico.

In quanto, come detto, Savannah è abitata da uomini e donne strampalati o solamente angoscianti. Anzi, siamo più precisi, perturbanti.

Superba fotografia di Jack N. Green (I ponti di Madison County), montaggio inappuntabile di Joel Cox, un magistrale Kevin Spacey che, per pura coincidenza, pare immedesimarsi nell’autobiografico ritratto agghiacciante del suo profondersi e sprofondare anzitempo nell’angusta realtà stritolante delle sue terribili vicissitudini personali. Sì, nello scandalo e nelle inevitabili conseguenze, tragiche per la sua carriera, da lui vissute tormentosamente in prima persona, uno scandalo che scandalo non è se non siete bigotti puritani e credenti… alla libertà sessuale.

Eastwood con Mezzanotte nel giardino del bene e del male non lesina, neanche a farlo apposta, a compiere una perigliosa e certosina indagine coraggiosa tra gli anfratti delle nostre paure più intimamente zittite e inconsce, altresì indagando sui delicati rapporti sociali e gli ambigui moventi che ne possono derivare, addentrandosi nei metaforici momenti psichici del complicato, intricatissimo labirinto emotivo dei nostri demoni che, oceanici e irrequieti, riecheggiano e pulsano dalla nudità dei nostri abissi umani più insospettabili e mostruosi.

Firmando sia un giallo sui generis che un mystery thriller compassato, volutamente soporifero, uno sleeper di grandiosa cifra stilistica.

Cioè un’altra opera indimenticabile e bellissima. Meravigliosamente rétro, fascinosamente decadentistica.

di Stefano Falotico

 

I PONTI DI MADISON COUNTY, recensione

THE BRIDGES OF MADISON COUNTY, Clint Eastwood, 1995

THE BRIDGES OF MADISON COUNTY, Clint Eastwood, 1995

Ebbene, oggi recensiamo il sempreverde e bellissimo, struggente I ponti di Madison County.

Intramontabile, grande film neo-romantico, toccante e memorabile del mitico Clint Eastwood, I ponti di Madison County uscì sui nostri grandi schermi circa un trentennio or sono, ovvero nel lontano oramai ‘95.

Film della notevole, eppur mai noiosa, lunga durata di due ore e quindici minuti, tratto dall’omonima novella di Robert James Waller, I ponti di Madison County è sceneggiato, in maniera impeccabile, da un ispirato e finissimo Richard LaGravenese (La leggenda del re pescatore, L’uomo che sussurrava ai cavalli, The Comedian) ed è messo in scena, con cineastica e raffinata classe impareggiabile, da un Eastwood, al solito, in rinomato spolvero dietro e davanti la macchina da presa.

I ponti di Madison County, malgrado il ragguardevole favore dei pubblico mondiale, all’epoca della sua release, fu amato solo parzialmente dalla Critica. Che rimase alquanto interdetta e non poco perplessa dinanzi all’inaspettata incursione, all’apparenza remota dalla sua usuale poetica, di Eastwood nel genere drammatico e dolcemente intimistico, cioè romance.

Trama:

l’attempato ma ancora affascinante, prestante e aitante fotografo freelance del National Geographic, Robert Kincaid (Eastwood), irrompe fatalmente nella vita della casalinga Francesca (Meryl Streep), donna di mezz’età originaria di Bari, emigrata negli States dopo aver conosciuto il suo attuale marito di nome Richard Johnson (Jim Haynie), ex soldato al fronte, nella nostra penisola.

Francesca è rimasta sola, nella sua casa dello Iowa, per quattro giorni in seguito alla momentanea assenza del suo consorte e dei suoi due figli adolescenti. Al che, in una rigogliosa mattinata solare, nei pressi della sua abitazione viene approcciata da Kincaid. Il quale, gentilmente e galantemente, le chiede informazioni riguardo il tragitto da compiere per poter raggiungere, quanto prima, il suggestivo Ponte di Roseman. Che sarà presto oggetto del suo nuovo, fotografico servizio da reporter.

Fra i due sarà e scatterà stupendo amore a prima vista, scoccherà cioè il cosiddetto, classico colpo di fulmine folgorante. Francesca e Robert vivranno quattro giorni assai intensi di passione amorosa, un amour fou fuggevolissimo ma, al contempo, indimenticabile e vivissimo.

Che Francesca narrerà ai suoi figli nei suoi intimi e privati diari consegnati loro dopo la sua morte e custoditi gelosamente a forma testimoniante di delicato testamento del suo incolpevole, suadente eppur brevissimo segreto personale, fino a tale momento, celato soltanto nel suo cuore perdutamente e imperituramente legato a quegli ardenti, focosi, fuggenti attimi romantici per lei e Robert giammai dimenticati e dunque metaforicamente immortali.

Film meraviglioso, I ponti di Madison County, ove Eastwood dirige la Streep in modo fenomenale. Una Streep candidata giustamente all’Oscar, sconfitta forse immeritatamente da Susan Sarandon di Dead Man Walking. Quest’ultima molto brava ma probabilmente meno, per l’appunto, in tal caso della Streep. Dichiaratamente ispiratasi, per la sua prova sofferta e assai emozionante, ad Anna Magnani.

Mai dolciastro o banale ma semplicemente poetico e lievissimo, I ponti di Madison County, superbamente fotografato da Jack N. Green (Gli spietati), rimane a tutt’oggi un film insuperabilmente magistrale, semplice ma forte e soave.

Capace di toccare potentemente le corde del cuore con autentica sensibilità d’alta scuola liricamente stilistica.

 

di Stefano Falotico

 

THE BRIDGES OF MADISON COUNTY, Meryl Streep, 1995

THE BRIDGES OF MADISON COUNTY, Meryl Streep, 1995

 

MILLION DOLLAR BABY, recensione

millionfalotico

Ebbene, oggi recensiamo uno dei grandi film firmato Clint Eastwood, ovvero l’oramai celeberrimo Million Dollar Baby.

Film della durata di due ore e dodici minuti, uscito sui nostri schermi nel 2005, esattamente il 18 Febbraio.

Sceneggiato da Paul Haggis (Crash) e vincitore incontrastato, nella manifestazione degli Academy Awards della suddetta annata, di quattro Oscar assolutamente meritati, prestigiosi e sacrosanti, ovvero quelli per miglior film, miglior regista, miglior attrice protagonista e miglior attore non protagonista, Million Dollar Baby è un film avvincente, emozionante e oltre ogni dire struggente.

Million Dollar Baby, nella competizione appena menzionatavi, per l’appunto stravinse. Sbaragliando una concorrenza agguerrita formata, fra gli altri, dal considerevole The Aviator di Martin Scorsese e dal bel Ray di Taylor Hackford.

Permettendo a Eastwood di replicare la sua vittoria, nella categoria di best director, dopo l’indimenticabile e immortale suo trionfo avvenuto, circa una decade prima, con Gli spietati.

Scritto, come dettovi, da Haggis e tratto liberamente da un soggetto di F.X. Toole, pseudonimo in verità dell’ex boxeur e poi coach di pugilato Jerry Boyd, il quale per l’occasione rielaborò i suoi racconti raccolti nell’antologia da lui intitolata Rope Burns, Million Dollar Baby è uno di quegli instant classic entrati immantinente nel cuore di chiunque, imponendosi peraltro immediatamente come caposaldo intoccabile della sterminatamente pregiata filmografia stellare del mitico, immarcescibile Eastwood.

Trama:

siamo nella Los Angeles dei primi anni del nuovo millennio. In una palestra un po’ diroccata, fatiscente e anche leggermente puzzolenta, vivacchia il vecchio, disilluso ex pugilatore Frankie Dunn (Clint Eastwood). Un duro però, come si suol dire per certi tipi che tradiscono presto la loro apparenza soltanto superficialmente, graniticamente burbera, dal cuore tenero.

In questo luogo un po’ dimenticato da dio, porto d’attracco di ragazzi spesso disperati che sperano ardentemente di emanciparsi socialmente, combattendo per le loro dignità attraverso i pugni dell’arte nobile, Frankie svolge stancamente la professione di talent scout. Allevando le grandi speranze di chi forse non avrà mai una chance nel duro, ostico e feroce ring della vita tosta.

Frankie ha un solo amico da tempo immemorabile, l’altrettanto attempato Scrap (Morgan Freeman).

Per pura fatalità, Frankie s’affeziona alla cameriera Maggie (Hilary Swank), ragazza dal cuore d’oro e dalle tenaci ambizioni pugilistiche…

Inutile osannare e giustamente incensare Million Dollar Baby o svelarvi il finale ad altissimo tasso di epica tragicità iper-toccante da pelle d’oca.

Come scritto, è un classico e dubitiamo che esistano ancora persone che non l’hanno ancora visto. Dunque, ogni altra parola di encomio, risulterebbe superflua, ridondante e pletorica. Oltremodo retorica.

Million Dollar Baby, inoltre, se vogliamo giocare di parole, sfiora la retorica in molti punti ma, grazie all’assai sottile e superbamente calibrata, magistrale classe cineastica di Eastwood, elude le trappole del Cinema emotivamente ricattatorio in virtù anche d’una messa in scena di rinomata scuola.

Impeccabile e decisamente suggestiva fotografia di Tom Stern (Changeling, Hereafter).

Questa è la mia recensione, secca e succinta ma esaustiva e incisiva. Se non vi sta bene, rivolgetevi a Instagram e godete di donne succinte che sperate di (non) mettere incinte.

 

di Stefano Falotico

 

NOTIZIE DAL MONDO, recensione

hanks notizie dal mondo

Ebbene, oggi recensiamo lo stupendo Notizie dal mondo (News of the World), ennesima prova registica assolutamente strepitosa del sempre più stupefacente e ispirato cineasta britannico Paul Greengrass.

Sì, il director di Green Zone con Matt Damon e, ovviamente, precedentemente in collaborazione con lo stesso Damon per il notevole trittico (termine più appropriato, in questo caso, rispetto a trilogia) formato da The Bourne Supremacy, The Bourne Ultimatum – Il ritorno dello sciacallo e Jason Bourne, susseguente al capostipite The Bourne Identity di Doug Liman.

Greengrass, con quest’apprezzatissimo Notizie dal mondo, ritorna invece a lavorare assai fruttuosamente col grande Tom Hanks dopo l’altrettanto acclamato Captain Phillips – Attacco in mare aperto. Hanks, peraltro (piccola coincidenza curiosa), incarna qui un personaggio che, nella versione originale, si chiama Captain Kidd. Notizie dal mondo dura un’ora e cinquantotto minuti ed è sceneggiato dallo stesso Greengrass assieme al writer Luke Davies, già candidato all’Oscar per Lion – La strada verso casa. Greengrass e Davies hanno, per l’occasione, adattato l’affascinante romanzo omonimo della scrittrice e attrice Paulette Jiles.

Notizie dal mondo è uscito a fine anno negli Stati Uniti ma, dopo soltanto due settimane, è stato distribuito on demand. Da noi, è uscito su Netflix poiché la Universal Pictures, a causa dei ritardi dovuti al pandemico Covid-19, ha preferito optare all’ultimo momento per lo streaming sulla succitata piattaforma in modo tale da evitare ulteriori rimandi causati eventualmente, a loro volta, da nuove ed estenuanti proroghe in merito alla riapertura delle sale cinematografiche.

Trama:

finita la Guerra di Secessione, per l’esattezza cinque anni dopo, il veterano e vedovo capitano Jefferson Kyle Kidd (Hanks), dopo aver combattuto tre estenuanti conflitti bellici, peregrina di città in città e, in forma di narratore quasi fiabesco, vagando di qua e di là senz’apparente meta, narra alle persone che incontra lungo il suo picaresco cammino di leggende e faide fratricide, di presidenti più o meno rinomati o decaduti, di castelli e regine, di storie spesso ai confini dell’immaginazione più seducentemente onirica e fantasiosa. In Texas, incontra per puro caso una bambina di nome Johanna (Helena Zengel), un’orfana allevata dalla tribù dei Kiowa. A dispetto della sua volontà, Johanna però deve essere riconsegnata ai suo zii naturali. Cosicché, il capitano Kidd s’impegnerà ad accompagnarla e a scortarla lungo il viaggio di ritorno a casa ma il viaggio sarà spesso intralciato da eventi imponderabili, perfino climaticamente catastrofici.

Perché guardare Notizie dal mondo

Innanzitutto per lui, Tom Hanks. Il quale, pur essendo stato snobbato ai Golden Globe e agli Screen Actors Guild Awards, sicuramente spera segretamente di poter entrare nella cinquina dei candidati, come migliori attori, ai prossimi Oscar. Infatti, già detentore di due statuette, peraltro ottenute consecutivamente in modo prodigioso per Philadelphia e Forrest Gump, eguagliando Spencer Tracy in tale record da entrambi solamente agguantato, se Hanks venisse candidato per la sua commovente, intensissima e potente prova in Notizie dal mondo, salirebbe al quinto posto degli attori con più nomination nella storia del Cinema.

Tom Hanks, però, non è l’unico pregio e motivo d’interesse di un film altissimo e assai emozionante. La giovanissima Zengel si dimostra, difatti, capace di reggere il confronto col titano Hanks, rubandogli perfino la scena non poche volte. La fotografia del solito encomiabile ed eccellente Dariusz Wolski è meravigliosamente fascinosa ed ipnotica, ottimamente accordata alla vellutata, sobria e delicata grazia registica di un Greengrass piacevolmente e sorprendentemente indulgente a visivo-narrativi squarci lirici di robusta qualità. Inoltre, le musiche di James Newton Howard sono un altro punto in suo favore.

Perché non guardare Notizie dal mondo

Notizie dal mondo è suggestivo e molto bello, sì, indiscutibilmente. Ma, essendo essenzialmente una storia on the road di formazione, come tutti i film di matrice, potremmo dire, educativa, a tratti abbonda nella retorica e in alcuni dialoghi stenta in modo alquanto evidente. Talvolta, infatti, i teneri dialoghi fra Hanks e la Zengel funzionano a metà, non emanando il giusto, candido pathos, non brillando particolarmente in fatto, come direbbero gli americani, di timing. Cioè di avvincente ed empatica tempistica.

Notizie dal mondo è un western atipico, una dolce storia anche ironica e al contempo tragica sulla fatalità della vita.

Dunque, se non amate l’idea che un western possa essere reinventato in maniera moderna, non fa per voi.

Da parte nostra, possiamo garantirvi che sbagliereste, comunque, a perderlo.notizie dal mondo zengel

di Stefano Falotico

 

FREAKY, recensione

Questo film con Jodie Foster vi ricorda qualcosa?

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Comedy horror bellissimo/a. Landon sa il fatto suo, fidatevi. Non mancherà, in futuro, di stupirci e spaventarci, facendoci ancora molto ridere. Vince Vaughn è un grande. Non obiettate, altrimenti meritate le maschere di Jason e anche le mascherine di questo tremendo Covid che ci sta sfigurando, disossando, spolpando e macellando vivi.

Ebbene oggi recensiamo un piccolo gioiello, lo strepitoso, a noi piaciuto tantissimo, Freaky.

Film diretto e scritto dall’assai valente, sempre più promettente, originale e inventivo Christopher Landon (Auguri per la tua morte) assieme allo sceneggiatore Michael Kennedy.

Freaky (il cui titolo, tradotto letteralmente, significa bizzarro) è un’esilarante, godibilissima commedia quasi slapstick assai brillante, mascherata da grottesco horror pieno di colpi di scena spassosi e avvincenti.

Una geniale commistione di vari generi cinematografici, centrifugati in un’ora e quarantadue minuti eccezionali.

Freaky, distribuito in streaming negli Stati Uniti, lo scorso anno, doveva debuttare assai prima sui nostri grandi schermi italiani ma, come sappiamo, per la tuttora, incresciosamente vigente pandemia del Covid, è stato solamente adesso diffuso on demand.

Freaky ha ricevuto un’ottima valutazione da parte della Critica d’oltreoceano, potendo infatti vantare un più che lusinghiero 61% di media recensoria sul sito metacritic.com. Valutazione forse non eccelsa ma, al contempo, più che egregia per un film all’apparenza dalle pretese non troppo ambiziose.

Anzi, noi azzardiamo perfino a osare dire che la media riportata dal succitato sito aggregatore di opinioni critiche è addirittura bassa poiché Freaky, rimarchiamolo subito, è già un instant cult che non potete assolutamente perdervi.

Cioè è una folle, visionaria e burlesca mescolanza citazionistica di Tutto accadde un venerdì (Freaky Friday) e relativi, derivati rifacimenti, frullata in una personalissima revisione omaggiante indissolubili e intoccabili icone del Cinema orrifico e slasher più “seminale”, quali Venerdì 13, Halloween di John Carpenter, Scream di Wes Craven a loro volta shakerati e rigenerati in una moderna, mirabolante, coloratissima e caleidoscopica rielaborazione funambolica dei migliori e/o peggiori film sugli assassini seriali, rivisti secondo un’ottica, potremmo dire, inquietantemente parodistica e allo stesso tempo fermamente già ascrivibile all’immediata poetica, già definita, di Christopher Landon. Un regista apparentemente identico a mille altri. Che invece non è prematuro o precipitoso ascrivere immantinente a una precisa, collaudata autorialità di tutto rilievo.

Sì, Landon è a suo modo già un autore, non stiamo esagerando affatto e, nell’imminente futuro, siamo più che certi che di lui sentiremo parlare a lungo in termini entusiastici.

Trama:

Millie (Kathryn Newton) è una teenager sofferente acutamente di forte disistima in quanto, nella sua scuola, viene perennemente bullizzata, bersagliata sadicamente dalle sue coetanee compagne di classe e parimenti spesso derisa, a tamburo battente, da tutti i ragazzi che la mirano, si fa per dire, solamente per deriderla cattivamente. E qui Landon occhieggia, forse anche involontariamente oppure sottilmente o non molto velatamente, a Carrie – Lo sguardo di Satana di Brian De Palma.

Millie abita a Blissfield, amena cittadina su cui da tempo aleggia una famosa leggenda metropolitana. Per cui, secondo le dicerie popolari del folclore locale, da tempo immemorabile stazionerebbe in essa, nelle sue zone e nei suoi dintorni, un pericoloso serial killer denominato Il macellaio (Vince Vaughn).

Purtroppo, Millie avrà modo di appurare che non si tratta soltanto d’una superstizione esorcistica partorita, così come spesso succede, dalla noia di vivere d’un paese bigotto, bensì toccherà con mano, è il caso di dirlo, la furia omicida del macellaio. Che attenterà alla sua innocenza e, dopo averla spaventevolmente braccata, la colpirà con un pugnale azteco, senza pietà.

E qui ne accadono delle belle. Poiché Millie non muore. Anzi, prende coscienza che, strambamente e incredibilmente, si è trasfusa nel corpo e nelle membra del criminale lestofante. Forse il macellaio, inoltre, non è un mostro ma solo un povero uomo di mezz’età abbastanza sfigato di nome Barney Calvin Garris. Allo stesso tempo, però, il macellaio continua a mietere vittime sacrificali nonostante sia stato posseduto da Mille. La quale, a sua volta, pur essendo imprigionata nelle cavità del maniaco, dovrà riuscire nell’arduo compito di boicottargli altri sanguinari piani mortali.

Dunque, chi è il macellaio?

Perché guardare Freaky

Perché, innanzitutto, Vince Vaughn è davvero un grande. Un attore continuamente, purtroppo, sottovalutato sin dai suoi primi esordi e dal suo stupendo aver reinterpretato, con classe, il re dei pazzi cinematografici per antonomasia, vale a dire l’intramontabile progenitore di ogni Michael Myers di turno e affini, cioè Norman Bates/Anthony Perkins, grazie al relativo remake straordinario e incompreso di Psycho, firmato puristicamente da Gus Van Sant.

Ex storico di Jennifer Aniston, Vaughn ha dimostrato, specialmente negli ultimi anni, di essere dotato di estrema versatilità, giostrandosi con simpatica bravura in commedie scacciapensieri molto intelligenti, alternandosi a ruoli borderline da sciroccato qual è il suo personaggio in True Detective 2, splendendo di luce propria, valorizzata finemente da S- Craig Zahler, negli imperdibili Cell Block 99 – Nessuno può fermarmi e Dragged Across Concrete.

Per di più, Freaky non è affatto un film trash. A differenza di quanto i primi responsi della vetusta intellighenzia italiana, in disaccordo rispetto a quella americana, ci vorrebbero far superficialmente credere.

Non è infatti da tutti resuscitare, anche se in maniera demenziale, il filone slasher movie (su cui è pressoché impossibile dire molto, oramai), approntandovi contemporanei tocchi umoristici di matrice grandguignolesca.

Landon vi è riuscito, bravissimo.

Perché non guardare Freaky

Ripetiamo, se ne siete prevenuti e pensate, fin dapprincipio, che sia il solito horrorino truculento con ridicoli echi à la Scary Movie destinato ad adolescenti imbecilli, che sia una patetica rievocazione pasticciata dei film di paura soprattutto degli anni ottanta, se nutrite insomma questi retrivi, stupidi pregiudizi, non sarete capaci d’immergervi in un divertissement freschissimo dal ritmo ilare e scoppiettante in cui, a farla da padrone, non è di certo un script ridotto all’osso e poco innovativo, bensì una fantasmagorica frenesia immaginativa e visiva da lasciarci piacevolmente morti stecchiti.

In Freaky, difatti, ci si spaventa ma si ride anche a crepapelle.

È questo il suo bello.

Pensate, noi vi abbiamo visto perfino rimandi a Fracchia la belva umana di Neri Parenti con Paolo Villaggio e Lino Banfi.

Con tutta probabilità, Landon non ha mai visto Fracchia The Human Beast, forse non ne conosce neppure l’esistenza.

Chissà, invece… Landon è un regista in gambissima, molto colto e cinefilo…

Da tenere d’occhio. Sì, teniamo gli occhi aperti. Il macellaio di Blissfield appartiene alla finzione e alla vivace fantasia di Landon, Landon è sempre più una certezza concreta, visibilissima a noi che guardiamo a fondo, non solo i film.freaky vaughn

di Stefano Falotico

 

NONNO, QUESTA VOLTA è GUERRA – Recensione

Prefazione del cazzo, eh sì, del cazzo.

Un De Niro in ritardo, invecchiato o solo girato prima di The Irishman, adesso tardivamente arrivato e distribuito in Italia, Paese di vecchietti anche ventenni? Uma Thurman è una milfona come Jane Seymour? A proposito, Stephanie Seymour è oggi ancora bona?

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Ebbene, oggi recensiamo Nonno, questa volta è guerra (War with Grandpa) per la regia di Tim Hill.

Regista, potremmo dire, orientato verso il cartoonish. Cioè specializzato soprattutto nell’animazione e la tecnica stopmotion. Avendo firmato e filmato Alvin Superstar, Garfield 2, I Muppets venuti dallo spazio, SpongeBob – Amici in fuga e Hop. Pellicole certamente non eccelse ed esenti da difetti ma, senza dubbio, divertenti e in particolar modo indirizzate a un pubblico di fascia d’età assai giovane.

In tal caso, Tim Hill si avvale, in sede di sceneggiatura, curata dal duo formato da Tom J. Astle e Matt Ember, dell’adattamento del famoso romanzo statunitense per l’infanzia, ovvero l’omonima novella di Robert Kimmel Smith, traendone una versione leggermente modificata e modernizzata.

Nonno, questa volta è guerra è stato girato in Canada addirittura prima di The Irishman, avente per protagonista, per l’appunto, Robert De Niro. Qui in veste di produttore (non accreditato) assieme alla sua lavorativa partner Jane Rosenthal e co-fondatrice della TriBeca.

Nonno, questa volta è guerra perché mai dunque, dopo essere stato distribuito già tardivamente, però con buon successo negli States alla fine dello scorso anno, viene mostrato solamente adesso a noi spettatori italiani? Cioè, a cosa è adducibile questo macroscopico ritardo apparentemente ingiustificato?

Semplicemente all’increscioso pasticciaccio per cui a finanziare il film vi fu la Dimension Films, succursale della Weinstein Company, gestita e patrocinata naturalmente dal celeberrimo tycoon, ex proprietario della Miramax, tristemente arrestato in seguito al suo riprovevole scandalo sessuale assai scabroso.

Sorvolando su tale triste accadimento, dopo mille e più rimandi, finalmente possiamo gustarci Nonno, questa volta è guerra comodamente in streaming. Originariamente, il film doveva essere distribuito sotto l’egida, diciamo, della Notorious Pictures. Ma è ragionevole pensare che si sia optato, appunto, per l’interattivo, internettiano VOD in quanto ancora imperano le limitanti, frustranti quarantene interminabili e, non solo per il Cinema, spossanti.

Trama:

Peter (Oakes Fegley), bambino di dieci anni, controvoglia ma per volontà inderogabile dei suoi genitori Arthur (Rob Riggle) e Sally (Uma Thurman), è costretto a lasciare la sua cameretta per ospitare suo nonno, il claudicante e burbero Ed (De Niro). Peter è parecchio insoddisfatto di questa dura scelta impostagli e, smaniosamente desideroso di riappropriarsi quanto prima della sua stanza, coi suoi amichetti architetta scherzetti e dispetti di discutibile gusto ai danni dell’arzillo Ed. Il quale, contrariato e di contraltare, provocato ripetutamente dal nipote, non gli sarà da meno, spalleggiato nella sua difesa e poi contrattacco dai suoi fidi compagni Danny (Cheech Marin) e l’altrettanto attempato ma non rintronato, furbissimo Jerry (Christopher Walken).

Perché guardare Nonno, questa volta è guerra

Commedia per famiglie ovviamente disprezzata da gran parte dell’intellighenzia critica d’oltreoceano, avendo totalizzato a malapena il poco lusinghiero e onorevole 34% risicato di medie recensorie su metacritic.com, Nonno, questa volta è guerra naturalmente non entrerà nella storia della Settima Arte ed è semplicemente un film scanzonato e leggerissimo dalle basse pretese che, come detto, si rivolge quasi esclusivamente a un target impubere, potremmo dire. Ora, acclarato e palesato ciò, accettando quest’indubbia e necessaria premessa, Nonno, questa volta è guerra, a dispetto delle sue scarsissime ambizioni e della sua “piccolezza” qualitativa, può vantare un cast altisonante nel quale si fanno notare, oltre ai già citati nomi rinomati di De Niro, dell’enfant prodige Fegley, della sempre conturbante e avvenente Uma Thurman e del grande Walken intramontabile, la sempreverde, anche se lei âgée, Jane Seymour e l’ambiziosa peperina Laura Marano, avvalendosi peraltro della morbida fotografia dai colori pastello di Greg Gardiner.

Il film si lascia vedere volentieri pur non essendo assolutamente un granché. Anzi, rasentando in molti punti il buonismo più dolciastro e melensamente retorico. Inanellando tutta una serie di sketch risaputi, stracchi e datati. Ma è comunque godibile, tralasciando quest’aspetto per alcuni, invece, imprescindibile e di primaria importanza.

D’altronde per stesse dichiarazioni, sotto a seguire testualmente, dei suoi produttori, Nonno, questa volta è guerra non ambisce né ambiva a essere un film impegnato, bensì vuol essere solo un film pieno di buoni sentimenti e ricolmo di leggiadria:

Nonno, questa volta è guerra è dedicato a tutta la famiglia e presenta una storia universale con un forte messaggio di fondo; dobbiamo rispettare le persone anziane e capire che il tempo che trascorriamo con loro è limitato. Dobbiamo imparare a goderci i momenti condivisi e imparare che gli affetti famigliari non sono mai superflui. La guerra tra Ed e Peter non è da esempio: i conflitti non portano mai a niente di buono, anche quando si tratta di difendere il proprio territorio. Non vale la pena combattere: si rischia di perdere qualcuno a cui vogliamo veramente bene.

Perché non guardare Nonno, questa volta è guerra

Ecco, se siete fra quegli intransigenti, poco elastici aficionado di De Niro che non tollerano per niente, anzi detestano completamente il Bob versione “comedy”, autoironico e parodico in zona Ti presento i miei, smorfioso e da voi giudicato patetico, se mal digerite che l’attore protagonista d’innumerevoli capolavori cinematografici, per l’ennesima volta, si sia buttato via vergognosamente e inspiegabilmente per ragioni prettamente commerciali e/o alimentari, come si suol dire, partecipando ancora una volta a un film non degno della statura recitativa e della sua prestigiosa nomea, lasciate subito perdere. Anzi, non avvicinatevene nemmeno e dimenticate immantinente che De Niro v’abbia preso parte poiché questa sua partecipazione per voi non rappresenta affatto un arricchimento all’interno della sua mirabolante, irripetibile e inimitabile galleria camaleontica di maschere e personaggi dei più disparati, bensì per voi ritrae solamente il lento ma inesorabile tramonto d’un mito che vi suscita immane tristezza quando s’asservisce al dio danaro, persino auto-finanziandosi, vendendosi in progetti microscopicamente rimarchevoli ed eufemisticamente poco ricordevoli.

 

di Stefano Falotico

 

NOMADLAND, recensione

Ebbene, oggi recensiamo l’acclamato Nomadland.

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Film della durata di un’ora e quarantotto minuti circa, vincitore del Leone d’oro alla 77ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, cioè la scorsa. Purtroppo funestata, ahinoi, dal tremendo Covid-19 che afflisse anche tale celebre, rinomata kermesse, impedendone appieno il suo normale svolgimento. Malgrado ciò, Nomadland, firmato dalla sensibile regista Chloé Zhao, nella suddetta manifestazione svettò e giustamente trionfò.

Nomadland sarà indubbiamente uno dei più agguerriti concorrenti della prossima edizione degli Oscar. Tant’è che gli esperti di previsioni, i cosiddetti allibratori in merito alle predictions inerenti le pellicole più papabili per aggiudicarsi il premio più ambito e importantissimo messo in palio, per l’appunto, dagli Academy Awards, ovvero la statuetta come Best Motion Picture dell’anno, non hanno alcun dubbio. Nomadland è attualmente, infatti, il film favorito per la vittoria finale. E anche la sua protagonista, la già due volte premio Oscar per Fargo e Tre manifesti a Ebbing, Missouri, cioè la sempre strepitosa e trascinante Frances McDormand, pare davvero in dirittura d’arrivo per aggiudicarsi addirittura, ancora una volta, l’agognata e prestigiosa nomination nella categoria best actress.

Sempre stando a ciò che fortemente si sostiene nell’ambiente di chi è specializzato ad azzardare ipotesi riguardo i probabili vincitori degli Oscar, sembra inoltre che soltanto l’altrettanto bravissima Vanessa Kirby di Pieces of a Woman, la quale s’aggiudicò la Coppa Volpi nella stessa edizione del festival di Venezia in cui sconfisse la “rivale” McDormand, sia l’unica al momento in grado poterne contendere lo scettro di miglior attrice.

Normadland, trama: tratto dall’omonimo libro inchiesta della giornalista Jessica Bruder, sceneggiato, co-prodotto e montato dalla stessa Zhao, Nomadland è la cronistoria, drammatica ed emozionalmente avvincente, della sessantenne Fern (McDormand). Che, dopo aver perso il suo lavoro, decide di tutto punto di viaggiare attraverso la parte occidentale degli States, venendo straordinariamente in contatto con una stravagante galleria di uomini e donne che, vivendo da nomadi, optando volontariamente e non per la scelta radicale di vivere al di fuori delle convenzionali regole sociali, hanno sviluppato una loro visione della vita remota dagli annichilenti, oppressivi ingranaggi del mondo capitalistico. Un film amaro e al contempo solare. Pieno di pathos e pregno di tenera sofferenza malinconicamente soave superbamente raffigurata dall’eccellente McDormand, espressiva come non mai a trasmetterci, anzi, ad emanarci sentitamente viscerali, pulsanti emozioni struggenti. Musicato bellissimamente da Ludovico Einaudi e illuminato dalla crepuscolare e assai suggestiva fotografia ipnotica di Joshua James Richards, Nomadland, all’interno dell’arido, odierno panorama asfaltato dal Covid, risplende come un miracolistico, illuminante fulmine a ciel sereno, non solo in ambito prettamente cinematografico, capace di donarci, con sobrie levità armoniche, vive speranze di vita e d’amore fulgide e quasi celestiali. Accarezzandoci l’anima con delicati cieli notturni e crepuscolari, addolcendoci nella sconfinata beltà di rosati tramonti ardenti che ci straziano piacevolmente con incanto magico e squisitamente sognante.

Un grande film con una McDormand grandissima.

Nel cast, David Strathairn (Good Night, and Good Luck).

di Stefano Falotico

 
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