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When They See Us, recensione

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Ebbene, dal 31 Maggio, è disponibile su Netflix la miniserie in 4 episodi di circa un’ora ciascuno, ideata, scritta e diretta da Ava DuVernay (Selma – La strada per la libertàNelle pieghe del tempo), ovvero When They See Us.

When They See Us è la cronistoria dettagliatamente certosina, inquietante e spaventevole di uno dei casi giudiziari più scabrosi di sempre. È infatti incentrata sul tristemente celebre caso della jogger di Central Park, accaduto nel 1989.

Vale a dire lo stupro e le sevizie orripilanti subite da una donna di nome Trisha Meil nel parco più grande e famoso di New York a sera inoltrata.

Ingiustamente, di tale barbaro crimine furono accusati cinque teenager invero incolpevoli e assolutamente innocenti che furono beccati da quelle parti per pura, tragica fatalità.

Una serie di circostanze a loro estremamente sfavorevoli infatti indussero gli inquirenti e la polizia a sospettare immediatamente dei cinque suddetti giovani. I quali, follemente attanagliati dalla giudiziaria morsa caudina d’un sistema legale frettolosissimamente burocratico, si trovarono nell’assurda, confusionaria, allucinata situazione di raccontare bugie perfino a loro stessi poiché, inizialmente, colti dal panico e dall’inesperienza della loro giovanissima età, terrorizzati mentirono agli indagatori, accusandosi da soli dell’osceno reato. Ingenerando un equivoco giuridico pazzesco.

Soltanto dopo atroci, raccapriccianti, robustissimi dibattiti interminabili nelle aule del tribunale, furono scagionati e assolti. O meglio, i cinque scontarono lunghi e durissimi anni di carcere. Una volta rilasciati, ebbero molte difficoltà a reintegrarsi a una vita normale. Emarginati e visti con sospetto da tutti. Sino a quando, qualcuno finalmente confessò di essere stato lui, molti anni addietro, il responsabile dello stupro commesso ai danni di Trisha.

Però, appunto, i migliori anni della vita di questi incolpevoli giovani vennero abominevolmente bruciati, essiccati criminosamente da una legge spietatamente folle e assai crudelmente svelta a condannarli malgrado, sin dapprincipio, sussistessero pochissime prove tangibili ed evidenti del loro mai perpetrato misfatto.

Uno scandalo di proporzioni ciclopiche, un tetrissimo caso di cronaca nera restituitoci con emozionante schiettezza analitica da un’Ava DuVernay mai così brava a mostrarcelo in tutta la sua pusillanime, meschina mostruosità.

Finanziariamente sostenuta in questa sua mirabile, antropologica, lodevolissima missione oltre che dal patrocinio economico-distributivo di Netflix, dalla TriBeCa Productions di Jane Rosenthal e Robert De Niro che figurano infatti tra i produttori esecutivi, da nientepopodimeno che Opray Winfrey. Ava DuVernay si è avvalsa dei talenti recitativi in fiore di un cast di promesse di rilievo fra cui Jovan Adepo, Asante Blackk e Chris Chalk, affiancati dalle oramai veterane Felicity Huffman, Famke Janssen e Vera Farmiga, dal sempre puntuale, bravissimo John Leguizamo, da Joshua Jackson e da Michael Kenneth Williams nella parte del padre di uno dei ragazzi accusati, Bobby McCray. In un ruolo per certi versi accostabile, simile e allo stesso tempo antitetico rispetto al suo Freddy Knight del capolavoro The Night Of di Steven Zaillian.

La DuVernay sceneggia When They See Us con Attica Locke, Robin Swicord e Michael Starrburry. Ottimamente servita in questo suo viaggio all’inferno, in questo spettrale incubo a occhi aperti, dalla fotografia spesso cupamente, claustrofobicamente virata al blu, dell’acclamato direttore della fotografia Bradford Young (Arrival1981: Indagine a New York), già cinematographer per la DuVernay del succitato Selma. Capace di regalare e infondere alle immagini un tono di atmosferica gelidezza mortifera in linea col clima macabro e quasi horror della vicenda.

When They See Us, come detto, consta di soli quattro episodi (standard alquanto anomalo per una miniserie, di solito infatti anche le miniserie durano mediamente almeno il doppio) ma, nella sua concisa eppur sfumata stringatezza, nonostante un certo moralismo di fondo e qualche didascalica parentesi troppo descrittiva, è già certamente uno dei migliori prodotti del 2019.

di Stefano Falotico

 

Racconti di Cinema – Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar con Johnny Depp e Javier Bardem

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Ebbene, a quasi solo due anni dalla sua uscita sui nostri schermi, avvenuta precisamente il 24 Maggio del 2017, voglio parlarvi dell’ultimo capitolo del celeberrimo franchise Pirates of the Caribbean. Cioè Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar.

Saga inaugurata con strepitoso successo nel 2003 con La maledizione della prima luna (Pirates of the Caribbean: The Curse of the Black Pearl).

Sì, nel 2003, sotto l’egida del discutibile ma lungimirante produttore Jerry Bruckheimer e la funambolica, spassosa e colorata regia di Gore Verbinski, prendevano ufficialmente il via le rocambolesche avventure piratesche di Jack Sparrow, interpretato con goliardico spirito camp e genialmente cialtronesco da un Johnny Depp raramente così ispirato. Un personaggio flamboyant, guascone e irriverente ricalcato a sua volta, nelle movenze e nel trucco sopraccigliare, perfino nella sua natura decisamente sopra le righe e burlesca, sulla figura del famosamente controverso chitarrista storico dei Rolling Stones, Keith Richards.

Un’interpretazione, quella di Depp, amatissima dal pubblico e assai lodata dalla Critica. Tant’è vero che La maledizione della prima luna segnò, pensate, la prima nomination all’Oscar per Depp, nonostante già una carriera alle spalle decisamente egregia. Nell’anno di Lost in Translation e di un altro mirabile clown malinconicamente sui generis, ovvero Bill Murray del succitato film di Sofia Coppola, l’Oscar andò però a Sean Penn di Mystic River. Ma è un altro discorso.

La maledizione della prima, divertente mistura di fantasy, di peripezie picaresche mescolate al sovrannaturale, alla magia stregonesca e alle intrepide adventure stories dei grandi romanzieri di quest’irresistibile genere, a sua volta era stata una sorta di rielaborazione cinematografica molto fantasiosa di un omonimo parco giochi di Disneyland.

La maledizione della prima fu un tale successo planetario a livello d’incassi tale da indurre immediatamente produttori & company ad allestire i vari, più o meno riusciti, mosci, altrettanto efficaci o fiacchi sequel che tutti noi conosciamo. Vedendo l’avvicendarsi in regia, dopo le prime tre pellicole a opera appunto di Verbinski, perfino di Rob Marshall.

Per questo quinto capitolo, Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar, si decise di affidare la macchina da presa ai norvegesi, amici sin dall’infanzia, Joachim Rønning e Espen Sandberg.

E il galeone coraggioso di Jack Sparrow, che per tanti anni ha solcato in maniera liscia come l’olio gli oceani dei più redditizi box office, è colato a picco. Non in termini però remunerativi perché il film ha incassato lo stesso alla grandissima, bensì in termini qualitativi.

Ora, va detto che già prima di questo film, il barcone, anzi il baraccone… aveva mostrato segni di forte cedimento. E le paratie strutturali della messa in scena, del divertimento e della compiutezza appassionante, perlomeno dei primi tre capitoli, erano già state erose. E la nave-super scafo di Jack Sparrow, anziché sventolare bandiera orgogliosamente battente imbattibilità travolgente e inscalfibile, appunto, stava prematuramente sprofondando nel melmoso mare degli abissi gorgoglianti di storie che facevano acqua da tutte le parti, annegando in un risucchio vorticosamente sterile e asfissiante.

Noia purissima come l’H2O più imbevibile. Sì, l’alchemica formula chimicamente vincente dei primi episodi si era già corrotta di celluloide noiosamente avvelenata alla base da una tronfia ripetitività indigesta.

Detto ciò, no, Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar non è proprio brutto, come gli altri suoi predecessori si lascia anche guardare abbastanza volentieri, malgrado la lunghezza eccessiva e qualche consequenziale nostro sbadiglio di troppo.

Ma la trama è ingarbugliata, confusa, insomma, non si capisce niente a dispetto dell’apparente semplicità della storia stessa. Che, a conti fatti, è sostanzialmente questa:

il giovanissimo e impavido Henry Turner (Brenton Thwaites) s’imbarca sull’Olandese volante ove, in una notte cupa come la luna più infingarda e malefica, incontra il fantasma di suo padre redivivo, Will (Orlando Bloom). Il quale gli dice che, per liberarlo dalla maledizione che l’affligge e condanna alla dannazione, deve trovare il Tridente del Poseidone.

Per riuscire in questa difficilissima impresa, dovrà avvalersi dell’aiuto del nostro rintronato condottiero Jack Sparrow (Johnny Depp) e di una ragazza accusata di essere una strega, Carina (Kaya Scodelario). Che altri non è forse che la figlia di Barbossa (Geoffrey Rush).

A mettere un po’ a soqquadro il già ostico piano quasi impossibile, ci penserà perfino il temibile spettro dell’ex capitano spagnolo Armando Salazar (Javier Bardem).

Ma, come sempre, i nemici saranno sconfitti e padre Will resusciterà, riabbracciando l’amore magnifico di tutta la sua vita, Elizabeth Swann (Keira Knightley).

Avrete capito bene che nel film abbiamo anche i cammei di Orlando Bloom e di Keira Knightley, oltre a quello (inutile e decorativo) di Paul McCartney.

Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar è pacchiano oltre ogni dire, pomposo ed eccessivamente cretino e bambinesco, così come le battute imbarazzanti che Johnny Depp, per esigenze di copione e soprattutto per via dello stratosferico cachet, è costretto a recitare in maniera, stavolta, poco convincente e monotona.

Se il film del tutto non affonda è grazie forse solo alla presenza indubbiamente carismatica del grande Bardem, qui ancora più inquietante e “mostruoso” del solito, grazie allo splendido, tetro trucco digitale.

Grandi effetti di CGI anche per ringiovanire il volto di Johnny Depp nella lunga scena di flashback dello scontro giovanile, appunto, fra il suo Sparrow e Salazar/Bardem.

Il film è davvero, comunque, ridicolo e sciocco.

Ma se non lo stronco del tutto è perché sono fan, come credo che lo siate voi, de L’isola del tesoro di Robert Louis Stevenson, di James Fenimore Cooper, di Jules Verne, di Emilio Salgari col suo spericolato Sandokan e delle sue tigri di Mompracem.

Chi non conosce Emilio di Roccabruna signore di Ventimiglia detto Il corsaro nero?

E chi della nostra generazione non ha mai giocato a The Curse of Monkey Island?

Ma, ovviamente, se amate i mostri marini, il Leviatano e le balene bianche, datevi al magistrale Herman Melville col suo Moby Dick.

Se invece disprezzate i film infantili ma amate i capolavori e basta, che ve lo dico a fare?

Riguardate Master & Commander – Sfida ai confini del mare e state zitti. Sì, come diceva Robin Williams ne L’attimo fuggente, ragazzi, amate Walt Whitman…

O Capitano! mio Capitano! il nostro viaggio tremendo è terminato…

Non risponde il mio Capitano, le sue labbra sono pallide e immobili;

non sente il padre mio il mio braccio, non ha più energia né volontà;

la nave è all’ancora sana e salva, il suo viaggio concluso, finito;

la nave vittoriosa è tornata dal viaggio tremendo, la meta è raggiunta;

esultate, coste, e suonate, campane!


mentre io con funebre passo

percorro il ponte dove giace il mio Capitano,

caduto, gelido, morto.pirati-dei-caraibi-la-vendetta-di-salazar-01 pirati-dei-caraibi-la-vendetta-di-salazar-03 racconti-di-cinema-vendetta-salazar-copertina-660x330

di Stefano Falotico

 

Snowpiercer, recensione

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Come un fenomeno cataclismatico e un elettrico fulmine a ciel sereno, è piombato giù dalle nuvole finalmente uno come Bong Joon-ho che spacca tutto e lo rompe ai farabutti e a tutte le donne brutte ma a quelle bellissime soprattutto

Dopo la sua vittoria a Cannes ho deciso di farmi una cultura su questo regista coreano, il primo ad aver vinto la Palma d’oro della sua nazione.

Chi l’ha visto a Cannes definisce Parasite un film stupefacente.

Allora, sono partito da quello che è uno dei suoi film più apprezzati a livello critico, ovvero Snowpiercer. Nonché incazzati.

Prima pellicola di Joon-ho con un cast internazionale: Mr. Captain America/Chris Evans, la sempre inquietante, androgina, asessuata Tilda Swinton, Billy Elliot/Jamie Bell, Octavia Spencer, Elephant Man/John Hurt e il solito magistrale Ed Harris nel finale.

Non credo che Snowpiercer sia un capolavoro, a differenza di coloro che l’osannano in gloria senza voler sentir ragioni.

Ma è un film stordente, figlio di un autore del quale mi pare ovvio che sentiremo molto parlare negli anni a venire, giustamente.

Permettetemi il gioco di parole, un regista avveniristico. Sul quale, ripeto, parlo ancora da mezzo profano ma su cui posso già comunque esprimermi in maniera entusiastica. Siamo di fronte a un cineasta di enormi prospettive, su questo non v’è alcun dubbio.

Snowpiercer è un film sull’eterna lotta di classe, un film di fantascienza fumettistica che, invero, camuffandosi da movie distopico e post-apocalittico, riflette sulla condizione sociale quanto mai attuale del mondo odierno.

Ove le disparità classiste stanno assumendo contorni horror mai visti.

Il mondo si è ghiacciato non solo di smottamenti tettonici e forse nuove orogenesi alpine, avvolta com’è la nostra Terra da un perenne, immutabile, antartico gelo polare, bensì si è polarizzato sempre più di più fra ricconi violenti e perdenti deprimenti.

I sopravvissuti sono convogliati in un treno ripartito appunto per classi. Nella classe più bassa alloggiano i poveretti, la gente reietta angariata dai potenti, trucidata dalla barbarie aristocratica di chi plagia le coscienze a suo insindacabile volere e fa di queste sue oscene plaghe materia raccapricciante di sangue che fuoriesce dai corpi smembrati e annichiliti dei più sfigati in un’interminabile, mortificante, morta ammazzata valle di lacrime esagerata.

In cima alla carrozza vive il bastardo per antonomasia, ovvero Wilford, avido puttanone interpretato da quel vivente teschio ambulante di Ed Harris.

Un viso scavato nella roccia montagnosa dei canyon delle sue rughe impressionanti. Il ritratto spaventevole dell’uomo macilento stronzo dentro.

Un uomo purulento, Man in Black di Westworld. Insomma, l’incarnazione melliflua della schifezza più belluina mascherata dietro la parvenza e i gesti fini di un elegante, azzimato figlio di puttana aitante.

Questo non è un capolavoro ma rimane un pugno allo stomaco girato da dio, eh già, sì.

E, alla fine, dal cucuzzolo innevato, l’orso polare occhieggia e pare sussurrare alla donna e al bambino rimasti vivi, sì, cazzo, che avete combinato idioti di (dis)umani?

Fissa il bimbo nella palla di neve, no, degli occhi e animalescamente in modo purissimo e bianco come il suo pelo morbido e selvaggio che non deve allisciare nessuno, lo mette in guardia dalle racchie frigide e dai dottori dal grosso portafogli che in verità gli bruceranno solo il cuore nella fornace: figliolo, meglio fare lo Yeti da grande piuttosto che dar retta a questi uomini grizzly.

Questi vogliono invogliarti alla bestialità travestita da raffinatezza e vorranno convogliarti soltanto nei loro ripetitivi, burocratici, macchinosi binari.

Sii un uccello libero. Non farti ingabbiare, mi raccomando, da donne come la Swinton. Sai, ragazzo, è una grandissima attrice, adesso ricchissima, ma siamo uomini o siamo Orlando?

Noi non andremmo mai a letto con una così nemmeno se ci dessero l’Oscar per Michael Clayton. O no?

Sinceramente, al di là della sua straordinaria professionalità e dell’impari classe recitativa, fa schifo al cazzo.

Sai figliolo, ora sto qui al Polo Nord, forse anche in quello Sud, perché sia le nordiste che le terrone mi avevano rotto solo i coglioni.

Stavo diventando La cosa di John Carpenter.

Allora ho pensato, eh sì, meglio farmi una passeggiata nella natura al mattino con le rugiade cristalline piuttosto che mettermi assieme a delle morte viventi di nome Giada, con delle done castoro o con delle cerbiatte Bambi, con delle bambine.

Lontano da quelle all’apparenza dolci e carine, invero zoccoline.

Lontano da tutti gli uomini babbuini.

Meglio il bambù, meglio guidare una Panda.

Fidati.

Spingi finché puoi, non raffreddarti per colpa dei finti amori calorosi della borghesia in realtà cinica e arida.

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di Stefano Falotico

 

Stefano Falotico, il sottoscritto, intervista Federico Frusciante

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61208526_10213718631102895_6169584099657777152_n federico fruscianteBuongiorno Federico,

si accomodi ben volentieri. Anzi, accomodati.

Vuole, anzi, vuoi un caffè?

– Non dico mai di no a un caffè.

Ebbene, che aria tira a Livorno?

– Di elezioni anche perché, essendo candidato, le sento più vicine.

  • Ma è proprio vera la leggenda metropolitana secondo cui, in uno dei must della mia infanzia, ovvero Bomber con Bud Spencer, fra gli spalti del palazzetto sportivo ove è stata filmata la scena dell’incontro finale contro Rosco Dunn, tu eri fra gli spettatori? Quanti anni avevi?

– Ero sugli spalti e mi si vede di sfuggita anche in un paio di inquadrature.

  • Quali sono i titoli da te più attesi della prossima stagione cinematografica? Per quanto riguarda The Irishman e C’era una volta… a Hollywood, ti sei già espresso, amando tu enormemente Scorsese e Tarantino. Come d’altronde li amo io, anche se sugli ultimi due tre film di Tarantino io abbia delle riserve.

– Questi due li aspetto anche io con ansia. Aspetto anche il nuovo Woody Allen. Aspetto i grandi registi, non tanto i titoli.

  • Hai fiducia invece in Gemini Man di Ang Lee? Cosa ne pensi di Lee in generale?

– Lee ha fatto delle cose belle ma anche roba minore. Staremo a vedere.

  • Una volta, in un tuo video monografico, non ricordo quale, perdonami se non so indicarti quale esattamente, hai detto che non realizzerai mai una monografia su un attore. Perché sono i registi gli artisti e gli artefici di un grande film. E dunque non si può ragionare per attori. Ma, se non sbaglio, no, la memoria non mi tradisce, avevi anche affermato che, se proprio fossi costretto, al massimo ne allestiresti una su Christopher Walken perché, a conti fatti, la sua filmografia appunto attoriale, in qualche modo, rispecchia una sua linea conduttrice molto coerente. Tanto coerente, a parte qualche inevitabile scivolone, da poter parlare, caso assai raro, di attore anche in un certo senso autore. Hai cambiato idea?

– Per me un attore, anche se meraviglioso (amo Volonté, Brando, Walken, De Niro, Pacino, Nicholson, Driver e altri…), non merita una mia particolare attenzione. Perché tanto il pubblico generalmente segue proprio le star. Walken è un grande ma non farei una mono manco su di lui. Al limite, forse proprio su Volonté.

  • A tal proposito, tornando a parlare di attori, hai ovviamente discusso spesso di grandi interpretazioni ma, se dovessi scegliere, anche se so, per lo stesso discorso fatto poc’anzi, cioè che non ragioni per attori, quali sarebbero e forse sono i tuoi dieci attori preferiti della storia del Cinema? Cioè quegli attori che, se non fossero mai nati, probabilmente il Cinema stesso ne avrebbe sofferto immensamente? E che hanno avuto un impatto sulla Settima Arte stessa?

– Volonté, Brando, De Niro, Nicholson, James Stewart, Robert Mitchum, Orson Welles, Lance Henriksen, Walken e Pacino. Anche von Sydow, Chaplin, Buster Keaton, Bela Lugosi. Eh, ce ne sono.

  • Credi che il giorno in cui morirà John Carpenter sarà uno dei giorni più brutti della tua vita oppure no? Come dire, no, appunto, tanto prima o poi dobbiamo morire tutti e, comunque, i suoi capolavori stanno lì e nessuno li tocca. Naturalmente prima della fine del mondo o se qualche Jena Plissken dovesse premere il tasto del blackout

– Sarà terribile.

  • Hai visto Dumbo di Tim Burton? Tu di Burton sei un grande fan. Che ne pensi di questa sua ultima pellicola? Ha ricevuto critiche assai controverse.

– Bel film su commissione. Oramai sono abituato alle critiche a uno dei migliori registi degli ultimi trent’anni.

  • Hai letto il mio piccolo saggio monografico su Carpenter? Eh eh. Che ne pensi?

– Interessante e particolare. Non per tutti, però.

  • Hai realizzato una monografia su David Cronenberg in uno dei tuoi storici video. Ma ho notato che non ne parli mai tantissimo. Come se, correggimi se sbaglio, sì, lo considerassi un genio ma forse lo sentissi meno vicino rispetto ad altri registi da te molto amati.

– Non ne parlo un granché perché oramai parla solo di serie tv e non fa un bel film da un bel po’. Ma lo amo immensamente.

  • Sono uno dei pochi che non ha apprezzato e continua a non apprezzare The Wolf of Wall Street. Sebbene, come si sa, di Scorsese io sia un ammiratore pazzesco. Di Silence invece che ne pensi?

– No, per me The Wolf of Wall Street è invece un capolavoro di scrittura e di messa in scena.

  Silence è ottimo, ci mancherebbe, ma non è un capolavoro. I capolavori veri del maestro sono altri.

  • Infine, ultima domanda. Anche su un altro regista ti sei sempre espresso poco, detta sinceramente, ovvero Kenneth Branagh. Potrei sapere gentilmente che ne pensi?

– Ho amato i suoi inizi come Enrico V e le sue altre riduzioni per il grande schermo del Bardo, le sue commedie amare come Gli amici di Peter o i suoi gialli come L’altro delitto. Ha girato anche un Hamlet enorme. Però per me si è perso troppo a Hollywood.

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Grazie Fede!

A presto!

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John Wick – Capitolo 2, recensione

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Ebbene, in attesa dell’uscita oramai imminente nelle sale di John Wick 3, una recensione libera in puro mio stile falotico di aggettivo e di significato letterale del termine, ovvero stravagante.

Sganciata stavolta da ogni convenzione editoriale, allineata all’emozionalità più disinibita come questo strepitoso sequel del capostipite, probabilmente ancora più bello, appunto, del suo progenitore.

Torna in cabina di regia Chad Stahelski, qui non appaiato a David Leitch, il quale confeziona un’esperienza cinematografica di natura videoludica pari alle migliori trasposizioni dei fumetti di Alan Moore.

Una graphic novel di quasi due ore di durata che scorrono liscissime senza un solo attimo di tregua per un’altra avventura giammai esitante a spingere sull’acceleratore verso la più esuberante adrenalina appassionante.

Come da sinossi del Blu-ray, per il quale vige l’ordine inderogabile, miei collezionisti cinefili, di averlo seduta stante se ancora, colpevolmente, non l’avete acquistato, leggiamo brevemente sintetizzata la trama di questo film iper-stilizzato parimenti elegante come i fini, sartoriali abiti d’un Keanu Reeves ancora in forma super smagliante.

Torna il leggendario sicario John Wick, costretto a mettersi in gioco grazie a un ex socio che trama di prendere il controllo di un’oscura organizzazione internazionale. Vincolato da un giuramento di sangue, John decide di aiutarlo e si dirige a Roma dove affronterà alcuni dei più spietati killer al mondo.

Sì, il boss della camorra Santino D’Antonio (Riccardo Scamarcio) ricatta John Wick. Ché, anni prima, aveva stipulato con lui un pegno sanguigno. Chiedendogli di recarsi a Roma per assassinare la sua losca sorella Gianna (Claudia Gerini).

John inizialmente rifiuta in tronco, al che Santino gli fa esplodere la casa con un colpo tremendo di bazooka.

A quel punto, John Wick è costretto ad accettare.

Scende nella Città Eterna e, in una notte omicida tra i fori imperiali ove impazza una festa discotecara, fa piazza pulita d’ogni nemico crudelmente abissale.

Quindi, approda nuovamente nella Grande Mela ma siamo soltanto all’inizio di altri massacri bestiali.

Nel film, verso il finale v’è anche una reunion matrixiana fra Keanu e Laurence Fishburne, Ian McShane gigioneggia con stile immenso, mentre il villain Scamarcio e l’altra nostrana Claudia decisamente sfigurano, sebbene Stahelski, grazie a riprese futuristiche, tra sfavillanti giochi di specchi spettacolosi e sparatorie coreografate in modo non plus ultra, tiene comunque alta la tensione e ci fa scordare di questi due incapaci totali.

Quasi capolavoro.

di Stefano Falotico

 

Ho rivisto John Wick, vedrò il terzo? Ancora intanto recensisco il primo

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Ebbene, come sappiamo, nei prossimi giorni uscirà nei cinema di tutto il mondo John Wick 3 – Parabellum, terzo capitolo di questa saga interpretata da uno smagliante Keanu Reeves, inaugurata appunto dal capostipite che prendiamo oggi in analisi.

Ora, stasera voglio allontanarmi da qualsiasi linea editoriale e scrivere una recensione falotica peraltro piuttosto concisa ma solida.

La trama la sapete tutti:

un ex sicario micidiale e invincibile, John Wick, si è ritirato da ogni attività criminale, rifugiandosi semi-eremitico nella sua lussuosa, appartata villa.

Gli è appena morta la moglie, afflitta da un impietoso male.

Sua moglie, prima di morire, aveva regalato a John una cagnolina. Che gli viene recapitata a casa sua, sotto forma nascosta di pacco misterioso da parte di un mittente sconosciuto, a pochi giorni di distanza dal suo decesso. John Wick apre la scatola e rinviene una gabbietta con dentro appunto la docile creatura. Scartando la lettera allegatavi che scopre essere firmata e inviatagli da sua moglie. La quale aveva scritto questa epistola commovente prima del suo trapasso. Presto, fanno irruzione a casa sua dei loschi figuri che, al buio nello scantinato, lo massacrano e gli ammazzano la piccola, indifesa cagna. Rubandogli perfino la sua macchina costosa e d’epoca. Costoro, ignari di chi fosse la persona che hanno aggredito, hanno appunto commesso un ingenuo, letale errore di valutazione. Perché la loro vittima altri non è che, come detto, John Wick, l’ex killer più combattivamente pazzesco sul mercato. Che, contro di loro e gli scagnozzi sferratigli contro dal capo malavitoso Viggo Tarasov (il compianto Michael Nyqvist), scatenerà una vendetta omicida senza pari.

A fargli da spalla vi sarà soltanto il suo amico Marcus (Willem Dafoe) che, agendo di sotterfugio, gli salverà la vita in più occasioni.

Che dire? Ottimo action e revenge movie, molto fumettistico, stilizzato quanto il look tirato a lucido di un Keanu Reeves che, a sorpresa, dopo tanti anni di appannamento attoriale, ritrova qui un ruolo a lui congeniale. Indossando perfettamente, anche dal punto di vista recitativo, la parte del bello e dannato, eterno piccolo Buddha. Un cavaliere tenebroso con tante macchie e la sua indistruttibile, enigmatica maschera ieratica con addosso nessuna paura, un revenant implacabile, un Terminator in abiti neri da sfilata di moda dei capi d’abbigliamento più eleganti e pregiati.

Infatti, l’esordiente Chad Stahelski, assistito dal non accreditato David Leitch, allestisce un adrenalinico, irresistibile film godibilissimo, strizzando l’occhio all’estetica videoclip quasi pubblicitaria da profumo di Giorgio Armani ma senza mai dare nell’occhio. Mantenendosi equilibrato anche quando calca troppo la mano su insistiti duelli a fuoco un po’ irrealistici e perfino ripetitivi. I primi tre quarti d’ora sono un bijou. Rarefatti e al contempo folli. Verso l’ultima mezz’ora però il film si ammoscia non poco e il finale è davvero fiacco.

John Wick è stato il classico sleeper. Cioè quel film a cui nessuno avrebbe dato una lira, come si diceva una volta, che si è però rivelato un ottimo successo di pubblico e Critica.

Tanto da generare due seguiti.

È un grande film, insomma?

Grande film in senso strettamente cinematografico, no, ma la fotografia patinata eppur ammaliante di Jonathan Sela sa il fatto suo e questo guilty pleasure fa la sua porca figura. Anche se è stato indubbiamente sopravvalutato.

Il boogeyman JohnWick, siamo sicuri, che non si fermerà al terzo episodio.

di Stefano Falotico

 

Immortals, recensione

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Oggi recensiamo un film piuttosto sottovalutato ai tempi della sua uscita, avvenuta nell’anno 2011, ovvero Immortals di Tarsem, qui accreditato col suo completo nome all’anagrafe, Tarsem Singh Dhandwar.

In Italia è stata la 01 Distribution a fregiarsi della release.

Siamo nel tenebroso 1200 a.C. La Gregia è tenuta in scacco dal malvagio Re Iperione (Mickey Rourke) che, impossessandosi del potentissimo arco di Epiro, vorrebbe liberare i Titani, imprigionati da Zeus (Luke Evans), dalle profonde viscere del Monte Tartaro per scatenare un’ecatombe assai pericolosa.

Teseo (Henry Cavill), combattente valoroso dalle umili origini contadine, la cui madre è stata sanguinosamente assassinata da Iperione davanti ai suoi occhi, si schiererà in battaglia contro di lui per destituirlo e impedirgli di compiere la liberazione degli dei malvagi che sono, da tempo immemorabile, schiavi all’interno d’un roccioso antro segreto conficcato, come detto, nel Monte Tartaro ove or giacciono emozionalmente ibernati e addormentati nella più assoluta immobilità innocua. Ma che, al risveglio, potrebbero acquisire onnipotente ferocia distruttiva.

Nella sua impresa, sarà aiutato dalla sibilla Freda (Freida Pinto), nel frattempo divenuta sua amante, dal fiero condottiero divino Poseidone (Kellan Lutz) il mitologico re dei mari, e dal suo fido, scapestrato ma coraggioso amico Stavros (Stephen Dorff).

Il regista Tarsem, su sceneggiatura dei fratelli Vlas e Charles Parlapanides, allestisce un affascinante potpourri visivo che attinge a piene mani da 300 e di conseguenza dalla graphic novel di Frank Miller da cui era stato tratto il film di Zack Snyder, invigorendo e reiterando il suo stile oramai collaudato, infarcito di figurativismi barocchi e scenografie kitsch, maestose e luccicanti, permeando la sua pellicola di un’atmosfera caliginosa, angosciante e persino claustrofobica, riproponendo fortemente la sua estetica visiva dopo gli apprezzati ma comunque discutibili The Cell e The Fall, avvalendosi in quest’esplosiva pirotecnia fantasmagorica dei colori torbidamente ipersaturi della fotografia roboante e luccicante di Brendan Galvin.

Dopo una prima mezz’ora plumbea, notturna e molto lenta, il film comincia a carburare e la violenza abbonda a iosa, sebbene altamente stilizzata e dunque compressa in giocoso stile PlayStation.

Svetta il carismatico e qui animalesco Mickey Rourke in una delle sue ultime prove imponenti, mentre Henry Cavill, se da un lato possiede il muscoloso, slanciato e atletico physique du rôle perfettamente n linea con gli ellenici canoni di bellezza del suo epico re di Atene, d’altro canto è poco trascinante e la sua prova risulta molto anemica e fiacca.

Immortals è un film estremamente conturbante, visivamente parlando, che gioca molto bene coi contrasti cromatici delle lucide armature degli dei e dei cavalieri, con le loro taurine possanze impressionanti, miscelate a tramonti incendiari e a un’ottima computer graphics per nulla fastidiosa.

Ma manca di pathos, non emoziona, nonostante i suoi robusti attimi sfavillanti e furiosamente appassionanti, dura troppo, annoia non poco in molti punti e, a fine visione, è il classico film che, ahinoi, si dimentica subito.

Piccola curiosità: il compianto John Hurt interpreta qui la parte di un saggio vegliardo. Almeno all’apparenza. Guardate il film e capirete chi è davvero se vi dimostrerete fini spettatori assai attenti.

di Stefano Falotico

 
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