No tweets to display


La marginalità e la misantropia, due “pregi” che hanno sempre caratterizzato il mio (non) modus vivendi

Warriors

Da molti anni a questa parte, sono amante della solitudine. Ogni qualvolta mi approccio al prossimo per cercare d’instaurare un contatto vengo travolto da sentimenti di sfiducia nei confronti dell’umanità, e giustamente mi accascio, perché non val la pena investire su chi tradirà le tue emozioni, le rosicchierà e, rubandoti l’anima, deluderà soltanto la tua visione pacifica della realtà. Sì, la gente comune è sempre presa dalle proprie stronze ambizioni e s’illude in chimere, invero vi dico, assai facete. Eppure avanzano, zombi, insozzando i cuori altrui e il mio altrove. Sì, non rimpiango le mie scelte, sebbene tutti abbiano tentato, nei più svariati modi, violenti perfino, ricattatori, “abusivi”, arbitrari e cinici, di depistarmi dal mio innato intendimento: cioè allontanarmi dal mondo e isolarmi. Molti dicono che non siamo nati per essere isole felici, appagati di noi stessi. Infatti, sbagliano. Io sostengo che bisogna crearsi la propria isola e se è invece infelice tanto meglio. Sprona alla creatività. E alla folle lucidità! Basti pensare a Philip K. Dick o a Edgar Allan Poe, non avevano amici, se ne stavano per fatti loro ed erano anche abbastanza suscettibili se si parlava loro di sesso e feste. Sì, oggi sono tutti ossessionati dalla socialità e, anche se non hanno nessun talento, si sbracciano e azzuffano pur di ottenere i loro 15 minuti di celebrità. Ma sono “minuti” nell’anima e c’insudiciano soltanto con le loro velleitarie azioni, tese solo al soddisfacimento effimero, estremamente passeggero e vacuo, della loro frivolezza bellamente, dunque bruttamente, esposta. Per questa fiera delle vanità. E caduchi stan già imputridendo nel corrompersi e svendersi, offrendo immagini di sé alquanto abiette, moralmente discutibili, oscenamente appunto impresentabili.

Allora, tanto vale mandare a fanculo il mondo, riguardare I guerrieri della notte e ascoltare Spare Parts di Springsteen.

Sì, con buona pace di chi ha tentato orrendamente di cambiarmi, posso “rassicurarli”. Sono ancora, grazie alle loro patetiche insistenze e pressioni, più “depresso” e distante di prima, freddo e romanticamente amante della mia mente. Nelle notti contro la futilità e le altrui opprimenti nebbie.

E ne son contento, alla faccia di chi mi dice che gli arreco “tristezza”.

di Stefano FaloticoSpringsteen

 

Racconti di Cinema: L’incredibile vita di Norman con uno strabiliante Richard Gere

Norman Richard Gere

A fine dello scorso anno, a passo felpato, potremmo dire, dopo gli apprezzamenti entusiasti della Critica americana, è uscito da noi questo film, L’incredibile vita di Norman, anche se il titolo originale, Norman: The Moderate Rise and Tragic Fall of a New York Fixer, sintetizza decisamente meglio la parabola balzana dell’imprevista ascensione ambiziosa del piccolo, insignificante uomo qualunque della vicenda, i cui sogni vanno in frantumi in una progressiva discesa all’inferno.

Questo film è bellissimo, e ancora una volta la lungimirante Sony Pictures Classics si rivela prodigiosa nel saper scegliere magnificamente le sue pellicole. Una perla demodé rispetto al Cinema convulso, oggi imperante, dalle atmosfere rarefatte, buie, claustrofobiche, illuminato da invenzioni registiche graziose, con squarci di delicata poesia quotidiana, sorretto da un Richard Gere splendido, trafelato, imbruttito, con una coppola impresentabile a incorniciargli i capelli bianchissimi e dal brutto taglio, un personaggio che potrebbe ricordare tante “macchiette” di Alberto Sordi, un uomo che gironzola per una fredda New York invernale, e tra goffaggini, gaffe e indisponente smania di volersi ritagliare un ruolo importante nella società, dopo tanti tentativi falliti di una vita anonima, riuscirà ad avvicinare un politico israeliano e ne diverrà il consulente speciale, il consigliere di fiducia, il suo prezioso confidente. Sì, lo pedina dopo una conferenza, lo guarda entrare in un negozio di dolci e in modo sgradevolmente ruffiano, come il cioccolato più appiccicaticcio, ne diventa amico. Quel politico farà strada, molto, arriverà a occupare il vertice più alto della scala gerarchica, come dice lui, il posto migliore della ruota panoramica della vita, di questa nostra giostra altalenante.

Ecco allora il cambio di prospettiva nella sua vita, la vita di Norman Oppenheimer, la sua strategia untuosa si è rivelata inaspettatamente vincente, e la sua esistenza, sin ad allora passata quasi a tutti inosservata, mirabolante si riscatta in un sussulto di dignità ritrovata. Un uomo dal profilo basso, che discretamente, in maniera untuosa e sottilmente viscida, agguanta la sua celebrità da sempre vanamente inseguita.

Ma non è tutto oro quel che luccica e allora assisteremo all’inesorabile sua disfatta, perché c’è stato qualcosa di losco e corrotto nella sua ascesa. I conti non tornano e scoppia lo scandalo. È lui l’uomo di affari venuto dal nulla che ha contribuito in modo assolutamente sospetto alla realizzazione dei sogni di quel politico, ora tanto fanfarone ed esaltato, intoccabile.

Sì, film di sogni, di vite invisibili in cui si riaccende la luce, film di attori perfetti, del solito impagabile Buscemi, di una sempre più emaciata e inquietante Charlotte Gainsbourg, del serpentesco Michael Sheen, folgorato dall’apparizione ambigua di Hank Azaria, in un cameo fulminante e rivelatorio, ma soprattutto dominato, ripetiamo, da un Gere invecchiato, inedito, straordinario, a cui fa da spalla gigantesca un bravissimo Lior Ashkenazi.

E l’israeliano Joseph Cedar dirige e scrive un gioiellino da vedere e rivedere, confermandosi talento da tenere perennemente d’occhio, dopo le nomination a Miglior Film Straniero delle sue pellicole precedenti.

Che graziata, delicata concordanze di armonici volti intagliati in questa fascinosa pellicola, mistura leggiadrissima di colori, dialoghi scritti da dio, e un ritmo sapiente, orchestrato fra giuste lentezze, “riflessioni” caute della macchina da presa, furtiva e spiona delle più apparentemente ordinarie espressioni, e una New York “ebraica” raramente descritta con tale finezza ed eleganza formale.

 

 

di Stefano Falotico


 

 

 

 

Dogman, le prime foto del nuovo film di Matteo Garrone

dogman-prime-foto-garrone-01 dogman-prime-foto-garrone-copertina-660x330Ebbene, direttamente dal Festival di Berlino, attualmente in corso, la rivista Variety ha rilasciato in esclusiva le primissime foto del nuovo, attesissimo film di Matteo Garrone, Dogman, incentrato sull’oscura, macabra ed efferata vicenda del Canaro della Magliana.

Per chi non conoscesse questa storia, Wikipedia ce la illustra in questo modo:

Pietro De Negri, detto il Canaro della Magliana (in romanesco: er Canaro; Calasetta, 28 settembre 1956), è un criminale italiano.

Deve il soprannome alla sua originaria attività di toelettatore di cani della zona popolare di Pian due Torri, comunemente chiamata Magliana a Roma, nel quartiere Portuense. Salì alla ribalta della cronaca nera per il brutale omicidio dell’ex pugile dilettante Giancarlo Ricci. Il fatto, noto alle cronache come delitto del Canaro, colpì l’opinione pubblica per la sua particolare efferatezza, poiché la vittima, stando almeno a quanto dichiarò l’assassino, sarebbe stata torturata a lungo e mutilata a più riprese prima d’essere finita.

Stando al materiale promozionale, la pellicola sarà una sorta di western urbano ambientato in un non luogo tra la metropoli e la terra selvaggia.

Un’avida, terribile, agghiacciante storia di vendetta.

Garrone ha rivelato poco della trama ma ha dichiarato quanto segue: potrebbe sembrare un film di vendetta, ma penso che Dogman sia anche un film sul disperato bisogno di dignità in un mondo dove la legge del più forte prevale e la violenza sembra essere l’unica via d’uscita.

Il film è prodotto dalla Archimede Films e finanziato da RAI Cinema e la francese Le Pacte.

E verrà distribuito dalla 01.

di Stefano Falotico

 

Ore 15:17 – Attacco al treno, recensione

Attacco al treno

Opus n.36 da regista per il quasi ottantottenne Eastwood. Compirà infatti 88 primavere il prossimo, vicinissimo 31 Maggio, e improvvisamente questo diventa clamorosamente il suo film “peggiore”, massacrato dalla Critica mondiale. Un buco nell’acqua clamoroso, incomprensibile, un passo falso assolutamente inaspettato, che ci lascia storditi? E via tutti ad attaccarlo, quasi frontalmente, coprendolo dei peggiori appellativi, ingiuriandolo e addivenendo alla triste constatazione che il buon Clint appunto, così come si presuppone avvenga per tutti quelli che sono molto in là con gli anni, si sia inesorabilmente rincoglionito. E i suoi detrattori ostinati, che l’hanno sempre accusato di essere reazionario, destrorso e propugnatore della guerra, un “belligerante”, sopravvalutato uomo di propaganda militaresca e patriottica, non vedevano quasi l’ora che uscisse un film così. Ma il film è proprio così? Questa è la domanda che ci dobbiamo porre e, se non ve la ponete o non ve la siete posta, siete indubbiamente spettatori pigri, superficiali, che guardano i film senza interpretarli, senza volerli, oserei dire, sviscerare, e non vi sforzate un minimo di cercar d’entrare nella poetica, altro che politica che c’entra ben poco, del suo autore.

Eastwood non ha mai avuto velleità “artistiche”, o perlomeno non è mai stato questo il suo principale intento, e sinceramente preferirò mille volte di più il suo Cinema “artigianale” a tante opere hipster e arty. Eastwood è semplicemente un narratore di storie, e traduce in immagini il libro scritto dai suoi eroi del film, eleggendoli ad attori principali, sì, sono proprio coloro che vissero realmente la vicenda raccontata a entrare nel corpo “documentaristico” della trama.

Il libro è da noi edito dalla Rizzoli e la sinossi è questa, testuale, al di là dei possibili fraintendimenti. Mi pare tutto così ovvio…

Nelle prime ore della sera del 21 agosto 2015, il mondo assiste stupefatto alla notizia di un attacco terroristico sul treno Thalys n. 9364 diretto a Parigi, sventato da tre giovani americani in viaggio attraverso l’Europa. Spencer Stone, sergente dell’Air Force, Alek Skarlatos, soldato della Guardia nazionale dell’Oregon reduce da una missione in Afghanistan, e Anthony Sadler: tre amici con la fissazione per la storia militare cresciuti insieme, che proprio in una vita di lealtà e di sostegno reciproco hanno trovato il coraggio di agire in quei momenti fatali. Le intenzioni di Ayoub El-Khazzani, marocchino di ventisei anni, erano chiare: aveva con sé un Kalashnikov AK-47, una pistola, un taglierino e una quantità sufficiente di munizioni per uccidere tutti i passeggeri a bordo. L’ISIS era pronto a colpire ancora una volta. “Non appena realizza ciò che succede sul treno, Anthony sente il suo corpo cambiare. Rilascio di sostanze chimiche, vasocostrizione, sospensione dei sistemi non essenziali. Gli zuccheri affluiscono dove necessario: la sua sensazione è quella di poter disporre di un’energia sovrumana. Il suo corpo si sta alleggerendo dei sensi che non sono coinvolti nel compito che deve affrontare. È una cosa difficile da spiegare: i loro corpi si trasformano”. A quel punto i tre ragazzi “fanno solo il loro dovere”, come ripetono quasi ossessivamente nelle interviste dei giorni successivi. La storia che raccontano in questo libro dimostra come gli eroi non siano che uomini normali, che fanno la migliore delle cose nella peggiore delle circostanze.

Sì, Spencer Stone, Alek Skarlatos ed Anthony Sadler sono tre amici inseparabili fin dalla primissima infanzia. Bullizzati a scuola, cresciuti col mito delle armi. Che c’è di strano? Appartengono a quel tipo di cultura e formazione. Ma Eastwood non è guerrafondaio, affatto, tant’è che agli attenti osservatori non saranno sfuggiti i poster di Full Metal Jacket e del suo “anacronistico” Lettere da Iwo Jima in casa del bimbo grassottello Stone. E questi sono due capolavori lontani anni luce dall’essere fanaticamente, ottusamente sostenitori della war. Ma la guerra alle volte c’è, è brutale, violenta, fa parte di questo mondo, ed Eastwood è fra quelli che mai vorrebbe vedere i suoi ragazzi andare al fronte, rischiando di essere trucidati, ma sa anche che le utopie pacifiste, laddove non possono esistere mediazioni per colpa d’irrimediabili integralismi invincibili, è comunque necessaria. Non la pensiamo probabilmente allo stesso modo, ma lui è non è Gunny? E chi ha visto quel film sa bene invero quale sia la filosofia che lo sottende. È assertore della pace a tutti i costi? Ma che ve lo dico a fare, tanto se volete vedervi altro, non posso convincervi del contrario.

Quindi, sfatiamo subito la falsissima idea che il film sia una pubblicità, neanche tanto subliminale, per diffondere questo presunto, discutibile messaggio. Il Cinema di Eastwood non vuole educare a un bel nulla, non vuole né sensibilizzare né far riflettere. Vuole narrare. In maniera forte, appassionante o meno che sia, in forma più o meno empatica rispetto ai fatti. Desidera esclusivamente narrare l’eccezionalità di un gesto quasi miracoloso, e qui il film si riaggancia a Sully e alla sua impresa sull’Hudson. Eh, ma questo è un parere mio, non credo neanche sia una qualsivoglia conclusione filmografica della sua trilogia sull’eroismo della gente comune, come tutti hanno detto. Queste son “cose” che servono ai critici impiegatizi per livellare le filmografie, per cercarne fili conduttori laddove in verità non esistono, perché Eastwood è uno che fa i film che sente di voler fare. Quando e come gli pare. Non ha certo in mente di effettuare la “semantica” del suo onesto metteur en scène.

Credo di essere stato chiaro con questa mia lunga disamina, potrei dire, e parentesi lapalissianamente esegetica quel tanto per ribadire un concetto che dal mio punto di vista, e forse anche dall’angolo prospettico di Eastwood, era un assunto indispensabile, a quanto pare equivocato, per poter avvicinarsi con più oculatezza e discrezione a quest’opera.

Il film ha tanti difetti, le scene “selfie” sono troppo da cartolina, e ci sono battutine che si potevano evitare. Roma è sempre Roma con la Fontana di Trevi e San Pietro, Stone al Colosseo cita Il gladiatore. E come biasimarlo? Lui, la capitale dell’impero che faceva tremar la Terra, ha imparato a percepirla attraverso uno dei peplum che andava per la maggiore quando era adolescente. Venezia è pertanto così come la vedrebbero turisti americani per la prima volta in Italia, Amsterdam è la città dello sballo, delle discoteche e della musica che pompa a tutto volume. Da ragazzi sfrenati delle notti trasgressive, ove ci si lascia andare volentieri, ubriacandosi e ballando con delle olandesine discinte. Volete forse venirci a dire che non è in questo modo che abbiamo imparato a classificare queste metropoli? Venezia, la rarità per eccellenza, che dondola sul mare, piena di traghetti e belle cinesine, Amsterdam è un “bordello” da sbronze e birra a volontà! Che male c’è in questa scelta registica? Eastwood non è Visconti, non le trasfigura come avrebbe fatto, che ne so, un regista visionario come Lynch, non è un esistenzialista come Angelopoulos. E aveva sinceramente, sì, questo a me è trasparso, tanta voglia di cazzeggiare, senza invece fare il troll pretenzioso (come l’ultimo, insopportabile Malick), con dei giovincelli cattolici, un po’ tonti e comunque tanto buoni e puri.

Se volete sempre che un autore vi giri il film che avreste girato voi, allora il film, per Dio, giratelo voi.

Sì, i dialoghi sono alle volte imbarazzanti, la sceneggiatura di Dorothy Blyskal, al suo primo script per un lungometraggio vero e proprio, si regge a stento, è scarna, abbastanza piatta, senza grossi sussulti, roba che avrebbe potuto scrivere chiunque dopo la prima ora…

E la scena dell’attentato è così “sbrigativa”, affrettata, di breve durata, istantanea. Allora dite che non c’è pathos, che non si respira la tensione della classica, scandita suspense distillata di sapiente dosaggio. Ma se Eastwood l’avesse inutilmente dilatata con digressioni superflue o l’avesse spettacolarizzata secondo, questi sì, programmatici standard hollywoodiani, allo stesso modo l’avreste denigrato/a.

Gira questa scena quasi come io l’avrei filmata con la mia videocamerina Sony, ed è impalpabile la fotografia consueta di Tom Stern. Un docudrama che però non è una fiction né un video da telegiornale.

Un film secco, asciutto, senza retorica, diretto, brusco, lapidario.

Eastwood fa Cinema che si fa metacinema, che si fa cronaca spietata, senza epica, e allora richiama Hollande per rievocare la celebrazione che fu, e quindi è ancora, degli eroi americani. Dei suoi boys, dei suoi coglioncelli, di vite banalissime e quasi patetiche che hanno vissuto attimi di terrore straordinario, che hanno agito d’istinto, perché addestrati così, abituati a non pensare troppo, a prendere una scelta senza ponderarla, perché non c’era tempo, perché il loro DNA, quella loro vocina del cuore, li ha obbligati per loro natura a fare qualcosa di anormale e fuori dall’ordinario. Perché così hanno riscattato le umiliazioni subite fin dai tempi della scuola, il loro essere persone mediocri, come quasi tutti.

Sì, il film è sbagliato, qualcosa non va, non sappiamo con esattezza cosa ci sia di storto invero, forse perché da Eastwood il “serio” non ci aspettavamo la goliardata piccantina all’ostello, non pensavamo che un uomo maturo grande e grosso volesse “perdere” tempo con dei ragazzotti cresciuti a pane, religione e disciplina cazzuta e stronza.

Ma lasciamo stare le ideologie, per carità. Eastwood non è politicizzabile, che poi abbia votato Trump e appartenga da sempre al Partito Repubblicano non credo interessi al suo essere uno storyteller.

Incorrotto, schietto e leale coi suoi spettatori, senza prenderli in giro con sciocche furbizie e ricattatorie ruffianerie.

di Stefano Falotico

 

Joaquin Phoenix sarà il Joker per la regia di Todd Phillips

joaquin-phoenix-sara-il-joker-copertina

Ebbene, stando a Variety, che ha riportato la notizia in esclusiva, il pluri-candidato agli Oscar Joaquin Phoenix, attore amatissimo dai grandi autori, sarebbe agli accordi finali per interpretare il Joker nel nuovo, attesissimo standalone dedicato unicamente al suo personaggio per la regia di Todd Phillips, artefice della trilogia Una notte da leoni, in una pellicola che, come precedentemente annunciato, sarà prodotta dall’esimio Martin Scorsese. Non c’è ancora niente di ufficiale ma pare che la Warner e la DC siano vicinissime per strappare il sì di Phoenix e prestissimo potremmo avere l’ufficialità. Inizialmente, Leonardo DiCaprio era stato considerato per la parte ma il bel Leo fin da subito si è detto non interessato al progetto. Al che la “palla” è passata a Phoenix, a cui ora spetta la decisione ultima. Non è la prima volta, peraltro, che a Phoenix è stato offerto un ruolo importante in un cinecomic. Nel 2010 infatti fu preso in seria considerazione per interpretare Hulk negli Avengers, quindi si pensò a lui per la parte di Doctor Strange, infine gli fu stato proposto d’incarnare Lex Luthor nel Batman v Supermandi Zack Snyder ma, in tutti e tre i casi, Phoenix aveva gentilmente detto no. Adesso invece sembra che sia d’accordo ed entusiasta di quello che, sulla carta, dovrebbe assomigliare a un crimethriller dalle atmosfere cupe che, per ambientazioni e visionario realismo, attingerà persino a Taxi Driver, l’immortale capolavoro di Scorsese, per l’appunto, Palma d’oro a Cannes.

È un periodo particolarmente felice per Phoenix. Pochi giorni fa è stata presentata al Sundance una delle sue ultime pellicole interpretate, il ben accolto Don’t Worry, He Won’t Get Far on Foot di Gus Van Sant, e prossimamente lo vedremo anche in Maria Maddalena, ove sarà addirittura Gesù Cristo, in You Were Never Really Here e in Sister Brothers.

Che dire? Chapeau!

di Stefano Falotico

 

Good Time, recensione

La prova di maturità di un eccellente Robert Pattinson in un thriller magnificamente avvincente

MV5BNGQ3Y2VjNmUtMDdiMC00YTE1LWI5NmUtZDIzMTJmODQyNDU4XkEyXkFqcGdeQXVyNTAzMTY4MDA@._V1_SY1000_CR0,0,675,1000_AL_

Ebbene, allo scorso Festival di Cannes, in Concorso è passato questo film… alla sua presentazione non riscosse, detta sinceramente, molti consensi e infatti fu snobbato e trascurato dai premi. È invece il classico, esemplare sleeper, uno di quei film che col tempo, e nel giro di pochi mesi, è salito vertiginosamente in auge presso i cinefili più esigenti e attenti, conquistandosi in un’immediatezza folgorante lo status di cult. Un’imperterrita, meritatissima ascesa per un film magnifico, veloce, lisergico, senza un attimo di noia, schietto, poetico, un viaggio immersivo al cardiopalma in una notte incendiaria tutta da gustare e bersi d’un fiato.

Una squallida rapina in banca, ad opera di due fratelli, finisce male. Uno è il personaggio di Pattinson, uno sbandato senz’arte né parte, che si “arrangia” con questi pericolosi espedienti, l’altro è un ragazzo con disturbi mentali. Ed è quest’ultimo a farsi incastrare dai poliziotti e finire in prigione.

Così, il fratello “sano”, disperatamente, in un crescendo di tensione palpitante e suspense geometrica, cercherà di escogitarle tutte per salvarlo, in una corsa contro il tempo di un’allucinante, tambureggiante odissea notturna, tra fughe rocambolesche, ospedali spettrali, clacson e sirene della polizia, sguinzagliando il suo ardore persino in un parco divertimenti “psichedelico” negli antri bui degl’imprevisti più assurdamente grotteschi, inaspettati, spiazzanti e dai risvolti incredibili.

Ecco allora che le musiche di una colonna sonora impazzita scandiscono l’escalation di questo gioiello cinematografico caratterizzato dalla stramberia, incastonato nel magrissimo volto apparentemente innocente di un Pattinson che calza a meraviglia, che per tutto il film ostenta una paradossale sicumera che non fa mai trasparire attimi di titubanza o turbamento, una sfinge impassibile di trepidazioni e spasmi “cardiaci impossibili” e contradditorie emotività scolpite nella fragilità della smunta nervatura della sua umana, commovente fragilità. Due solitudini consanguinee, la sua e quella del fratello ritardato, inseparabilmente in osmotica empatia. Nessuno dei due può fare a meno dell’altro e la pellicola, per certi aspetti, assomiglia a una tragica, delicata storia d’amore fra due figli di nessuno, in un mondo pervaso dal degrado urbano, assillato da tutori sociali, da psichiatri dai modi gentili e perfidamente invece mostruosi nel lapidare, infrangere le purezze, nel plastificarle e volerle rinchiudere in claustrofobiche dimensioni costrittive e violentissimamente subdole. Assassini delle coscienze mascherati da “medicatori” in una società allo sbando, allo sbaraglio, pronta a punire gli imperdonabili sbagl(iat)i.

La storia di un fuggitivo incosciente, preda della spericolatezza sfrontata e anche arrogante della sua anima in rotta di deragliamento perenne. Un’avventura tutta in una notte, memore di John Landis, con echi scorsesiani alla Fuori orario. Un after hours brutalmente, volutamente, insistentemente grezzo, caleidoscopico, illuminato a sprazzi da luci fluorescenti, che paiono afferrare in modo sincopato e dinamico la fuggevolezza e la frammentarietà eloquente d’istanti confusi, come in un continuo, appassionante videoclip acidamente intriso di temerarietà, inesorabilmente crudele, romanticamente tagliente come una poesia filmica dalle atmosfere voraci e vampiristiche.

Film col botto su due fratelli emarginati, diretto dagli intrepidi, coraggiosi e innovativi brothers Safdie, e proprio il fratello Benny interpreta sorprendentemente la parte del ragazzo ritardato.

Fotografia da paura, “sporca” e granulosa, al contempo nitidamente pulita dell’eccellente Sean Price Williams.

E un Pattinson sempre più bravo e impeccabile.

Siamo dalle parti del capolavoro.

 

di Stefano Falotico

 
credit