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PIG, recensione

Nicolas Cage PIG

Ebbene, oggi recensiamo il sorprendente e struggente Pig, film della durata di un’ora e trentadue minuti decisamente trascinanti che ci hanno fortemente emozionato, intenerito, ripetiamo, vivamente commosso e oltremodo stupito, in quanto Pig, opera prima del finora quasi sconosciuto Michael Sarnoski, è difatti firmato da un regista apparentemente proveniente dal nulla, sebbene avesse diretto alcuni interessanti cortometraggi ed episodi della serie tv Olympia. Che con tale sua opus ed esordio alla regia (ovviamente, intendiamo per un lungometraggio cinematografico), in modo clamoroso, ha lasciato positivamente senza parola la Critica mondiale. La quale, infatti, ha incensato Pig di commenti entusiastici, sperticandolo di lodi senza pari.

Addirittura, non pochi opinionisti, statunitensi e non, hanno gridato al capolavoro. Ecco, forse la parola capolavoro ci pare, sinceramente, un po’ esagerata, va detto altresì certamente che Pig è un film molto bello e, ribadiamo, altamente emozionante. Ed è interpretato, da protagonista assoluto, onnipresente dalla prima all’ultimissima scena, da un Nicolas Cage che, nuovamente, dopo tante prove cosiddette alimentari in film oggettivamente inguardabili e/o addirittura impresentabili, azzecca un’altra prova attoriale veramente gigantesca e notevole.

Andando, così facendo, ad alimentare puntualmente la sua fama oramai d’attore qualitativamente inclassificabile. Poiché alterna, con facilità incredibile, performance eccellenti, anzi eccezionali e memorabili, ad altre oltremodo scadenti, anzi eufemisticamente imbarazzanti. Sì, imbarazzanti è un eufemismo se accostiamo tale aggettivo alla sua penosa, fiacca recitazione in robaccia mostruosa come, per esempio, Jiu Jitsu o 2030 – Fuga per il futuro, film, quest’ultimo, forse visto da tre persone sul Pianeta Terra, eh eh.

Insomma, che razza di attore è, in ogni senso, il grande Nic Cage? Per l’appunto, un oggetto non ben identificato e più indecifrabile d’una allucinante, aliena navicella spaziale.

Ma la pazzia interpretativa di Cage ci garba un sacco e ne andiamo, a nostra volta, matti.

Tornando a Pig, scritto dallo stesso Sarnoski assieme alla sceneggiatrice Vanessa Block, eccone stringatamente la trama: Rob (Cage) è un barbuto eremita cacciatore di tartufi che vive, in una capanna fatiscente, solitariamente nell’Oregon più selvaggio e boschivo. Standosene, solo soletto, nella sua decrepita e scricchiolante abitazione ai piedi di secolari querce forestali. All’improvviso, torna nella sua natia Portland, mettendosi alla ricerca del suo amatissimo maiale scomparso, anzi, più precisamente rapito.

Straordinaria fotografia magistrale di forte impatto e di suggestiva atmosfera a cura di Patrick Scola (accreditato soltanto come Pat) e incantevoli musiche firmate da Alexis Grapsas & Philip Klein.

Pig ha una trama all’apparenza risibile e molto scarna a livello di risvolti narrativi praticamente inesistenti. Eppur travolge dall’inizio alla fine in modo meravigliosamente toccante.

In quanto, sorretto da un magnetico Cage datosi anima e corpo al personaggio da lui qui egregiamente incarnato, diretto da un Sarnoski ispirato e illuminato, com’appena sopra dettovi, da toni fotografici ipnotici, basa molto del suo fascino sull’impianto visivo, oniricamente trascendente.

Come se Pig fosse, più che un film vero e proprio, una strepitosa ode melanconica visualizzata in immagini risuonanti, nei nostri cuori, di vivido e corposo, grandioso impatto emotivo dei più soavemente inconsci. Un’opera delicata, stupenda con un Cage che, per l’ennesima volta, spiazza chiunque, smentendo soprattutto i suoi ostinati detrattori. I quali, volenti o nolenti, dinanzi a questa sua prova, non potranno oramai più negare l’evidenza. Cioè semplicemente questa: Nicolas Cage è una leggenda vivente.

Così è, non si discute. Il resto sono futili, stolte chiacchiere da bar e sciocchezze dette ingenerosamente da gente che di Cinema non capisce niente.

Pig non è per tutti, anzi, è per pochissimi. Echeggiante atmosferiche suggestioni à la Terrence Malick, malickiane se preferite, in alcuni tratti assomiglia a un’altra pellicola con Nicolas Cage stesso, ovvero Joe. Quindi, incede in lunghe zoomate e panoramiche assai lente che ai più potranno apparire soporifere e indigeste.

Ma va ammesso incontrovertibilmente che, malgrado la prima mezz’ora abbastanza ostica per via, appunto, del suo ritmo fin troppo blando, verso gli ultimi quarantacinque minuti prende il volo sensibilmente e s’impenna ancor più liricamente, toccando alte vette di poesia di gran quota.

Spiazzandoci con una serie di twist inaspettati.

Se non sopportate un Cage con la recitazione in sordina ma amate il Nic scatenato in overacting, ovviamente Pig non fa per voi. Soprattutto, se adorate i film d’azione dinamici e scoppiettanti e non guardate di buon occhio i film dalla trama praticamente ridotta all’osso, basati quasi esclusivamente sulle suggestioni, lasciate perdere.

Nel cast, co-protagonista Alex Wolff e Adam Arkin (A Serious Man), quest’ultimo nei panni del padre del personaggio di Wolff.

Nicolascagepig

di Stefano Falotico

 

MEDIUM, recensione

MediumEbbene oggi recensiamo Mediumopus n. 2, in termini di lungometraggio, del promettente e/o volenteroso Massimo Paolucci, fattosi notare, perlomeno per gli aficionado degli horror molto sui generis nostrani, con la pellicola Photoshock del 2017. Dunque, sbagliano in tanti ad affermare che Medium è la sua opera prima.

Già produttore, peraltro, del Dracula di Dario Argento e di Hard Night Falling di Giorgio Bruno col mitico Dolph Lundgren. Quest’ultimo, inoltre, dovrebbe presto e quanto prima rincontrare il nostro Paolucci per il progetto top secret dal titolo Malevolence. In tal caso, le parti però s’invertiranno, diciamo, e Lundgren ne sarà regista, mentre Paolucci comparirà come producer.

Tornando invece al film da noi, in questa sede, preso in questione, ovvero Medium, trattasi di una pellicola della scorrevole e non molto lunga durata di un’ora e mezza, scritta da Lorenzo De Luca. Sceneggiatore, fra gli altri e fra l’altro, di Jonathan degli orsi di Enzo G. Castellari con Franco Nero e di Bastardi, sempre con Nero e, nel suo ricco cast, Giancarlo Giannini e addirittura Don Johnson. Prossimamente, per la regia dello stesso Franco Nero, De Luca firmerà, in veste di writer, anche l’attesissimo L’uomo che disegnò dio. Film che segnerà, per di più, il ritorno sul grande schermo di Kevin Spacey. Il quale, come sappiamo, è stato estromesso da Hollywood per motivi discutibili, ahinoi, scandalosamente noti. E non aggiungiamo altro in merito al puritanesimo bigotto e fuori tempo massimo d’una grande Mecca alquanto ipocrita e ingrata. Velatamente, sottintendendo la nostra chiara opinione in merito.

La trama di Medium è la seguente, riassunta brevemente per evitare inutili spoiler di sorta: due ragazzi mascherati, oltre che scapestrati e ladri un po’ improvvisati, Walter (Emilio Franchini) e Ivan (Pierfrancesco Ceccanei), compiono una rapina in un bar periferico. Ad aspettarli in macchina, un’avvenente girl

I due non tanto provetti malavitosi, fin da subito, nell’incipit di Medium, entrano in contatto con un personaggio misterioso, nei loro riguardi alquanto altezzoso e sprezzante, eppur magnanimo. Scopriremo che costui si chiama, anzi, s’auto-battezza Cagliostro (Tony Sperandeo). Nome decisamente roboante, echeggiante di fastose leggende ammantate di torbida malvagità nefasta.

Ebbene, Cagliostro, malgrado i due ragazzi succitati fossero per l’appunto celati dietro delle maschere, scopre presto la loro identità. Pura coincidenza, fatalità del destino dallo stesso Cagliostro forse profetizzato per ragioni divinatorie o d’altra natura sovrannaturale? Oppure per semplici coincidenze appartenenti alla stranezza della vita quotidiana nella sua rutilante carambola imprevedibile e al contempo angosciosa e perturbante?

Cagliostro ricatta la piccola banda dettavi, cioè questo terzetto formato dai due boys, forse criminali da strapazzo, più la ragazza sopra menzionatavi di nome Patrizia (Martina Marotta).

Quello di Cagliostro è un ricatto sin a un certo punto, in quanto pecuniariamente si palesa assai allettante. Cagliostro lascia infatti ai nostri cosiddetti ladri la piccola refurtiva a lui derubatagli, essendo Cagliostro il proprietario del bar svaligiato da tale trio elencatovi, dicendo al gruppetto dei ragazzi “mariuoli” di considerarla un acconto affinché possano presto invece compiere, su sua commissione, un ladrocinio ben più remunerativo, anzi, milionario. Cioè svaligiare la villa di un cinese, situata sui colli romani. Per meglio dire, sottrarre da quest’abitazione una preziosissima gemma dall’economico valore inestimabile.

Cagliostro ha scelto casualmente loro perché incensurati? Dunque, in caso di sfortunosi posti di blocco, non preventivati, attuati dall’eventuale polizia lungo il tragitto dalla loro casa a quella del ricco cinese, essendo per l’appunto costoro non ancora schedati, passerebbero inosservati, a differenza degli altri ben più preparati sgherri di Cagliostro, probabilmente molto più esperti di loro, per l’appunto, in materia dei grossi colpi rapinatori, ma già segnalati e di conseguenza tenuti d’occhio costantemente dalle forze dell’ordine che su di essi vigilano vita natural durante, molto attentamente.

A questo punto, ci fermiamo qua, cosa succederà?

I ragazzi cercano una giada luminosa, capace di donare poteri salvifici e forse miracolosi? Chi è Sofia (Martina Angelucci), figlia del proprietario della magione (Hal Yamanouchi/Hung)? Chi sono, rispettivamente, Asia (Dafne Barbieri), la sensuale ex di Walter, la conturbante Barbara (Barbara Bacci) e il silenzioso giardiniere Bruno (Bruno Bilotta)?

Medium, fotografato da Matteo de Angelis, non si può dire un film riuscito ma il suo inizio, in stile alla Stefano Calvagna, è abbastanza divertente e recitato ottimamente dal veterano Tony Sperandeo (Johnny StecchinoLa scortaMery per sempre) nei panni del mefistofelico Cagliostro. Poi il film diventa un cialtronesco concentrato, imbarazzante, di heist movie e giallo all’amatriciana con ridicole venature grottescamente orrifiche, gigantescamente risapute e molto orride.

Che alterna scene girate con ritmo a soluzioni registiche incomprensibili che non sanno se copiare il miglior Michele Soavi o scegliere confusamente una ricerca d’una originalità kitsch mortifera più d’un nebbioso cimitero di zombi viventi, stavolta intesa sul piano metaforico di una sterile, assai arida natura prettamente estetica.

Comunque sia, Medium si lascia guardare. È un piccolo gioiello, paradossalmente, nel suo essere uno scult movie di matrice trash con elementi visivi non sempre banali. E lascia il segno. Nel bene e nel male.

Idolatrare e iper-venerare il nuovo, grande film di Ridley Scott e poi guardare questa roba, è qualcosa di diabolico. Ma io sono un critico a 360° gradi anche se, a un occhio, mi mancano alcune diottrie. Non ho dottrina, ma son uomo di acuità e acume, la mia vita non rispetta le simmetrie.

Son uomo di fantasia, simpatia e anche antipatia.

di Stefano Falotico

 

THE LAST DUEL, recensione

Ebbene, oggi recensiamo l’attesissima nuova opus di Ridley Scott, vale a dire The Last Duel.jodie comer last duel

The Last Duel è un film dalla corposa, incalzante e avvincente durata considerevole di due ore e trentadue minuti netti che scorrono assai piacevolmente ove Ridley Scott, regista ovviamente da noi molto amato e che non necessita d’ulteriori presentazioni superflue, avendo infatti lui firmato, durante la sua brillantissima carriera mirabile, a prescindere dal suo stesso excursus cineastico qualitativamente altalenante e non poche volte difettoso e zoppicante, opere dal valore ineguagliabile e altamente addirittura seminali, cinematograficamente parlando, quali I duellantiAlien e Blade Runner. Oltre a, ça va sans dire, inutile e quasi pleonastico rimarcarlo, un profluvio infinito e densissimo di opere più o meno riuscite ma, comunque sia, assai importanti e senza dubbio perfino epocali come Il gladiatoreBlack RainBlack Hawk Down, solo per citarne alcune. Ridley Scott l’infermabile, stacanovista nato, immarcescibile director inarrestabile e creativamente ipertrofico a livelli spaziali. Il quale, alla veneranda e ottimamente stagionata età di 83 primavere (ottantaquattro, il prossimo e imminente 30 Novembre), egregiamente indossate con stile e inoppugnabile eleganza non soltanto registica, continua imperterritamente a sfornare film a tutt’andare e senza soluzione di continuità. Ciò ha dell’impressionante. Difatti, prestissimo, quasi in contemporanea con The Last Duel, uscirà nei cinema mondiali anche il suo affascinante, sebbene a prima vista forse troppo commerciale e marchettaro, biopic House of Gucci con Lady Gaga.

The Last Duel, presentato in pompa magna e buona accoglienza dalla Critica (sul sito aggregatore recensorio metacritic.com ha ottenuto la lusinghiera, sebbene forse non eccelsa, media valutativa equivalente al 65% di giudizi positivi), nella sezione Fuori Concorso alla recentissima 78.a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è un colossal (un tempo, soprattutto e più precisamente nei nineties, l’avremmo definito un dispendioso blockbuster) dal budget faraonico, ambientato nel Medioevo.

La cui potente trama, nelle seguenti righe, sintetizzata in maniera molto stringata per non sciuparvi le molte inaudite sorprese del suo sapido intreccio diegeticamente distillateci attraverso un ritmo di robusto piglio narrativo appassionante, v’enunceremo in forma saliente: nella rutilante e oscurantistica Francia del XIV secolo, una misteriosa, conturbante e fascinosa donna chiamata Marguerite de Thibouville (la brava e bellissima, fotogenica Jodie Comer), denuncia pubblicamente di essere stata violentata dal miglior amico di suo marito. Suo marito è lo sfregiato in viso Jean de Carrouges (Matt Damon) mentre l’amico, imputato dalla donna dello stupro avvenuto a suo danno, è lo scudiero Jacques Le Gris (un mellifluo, ambiguo e qui molto convincente Adam Driver). La donna, per tale sua accusa infamante, potrebbe essere bruciata sul rogo. Al che, in questa torbida storia di vendetta, ricerca della giustizia e disfide all’ultimo sangue, specialmente per combattere i demoni metaforici d’anime perennemente combattute e combattive, entra in ballo anche l’arcigno conte Pierre d’Alençon (un Ben Affleck inedito e platinato).

Film grintoso, violentissimo, sanguigno e sanguinario, passionale oltre ogni dire e dall’afflato epico d’altri tempi, fotografato vertiginosamente da un ispirato Dariusz Wolski (oramai il cinematographer designato, potremmo dire, vita natural durante, da Ridley Scott, perlomeno da Prometheus in poi, dopo aver lavorato, fra gli altri e fra l’altro, dapprima col compianto fratello di Ridley, Tony, per Allarme rosso e The Fan), The Last Duel, oltre che essere interpretato da Matt Damon e Ben Affleck, è stato da loro stessi sceneggiato assieme a Nicole Holofcener, che hanno per l’occasione adattato The Last Duel: A True Story of Trial by Combat in Medieval France, da noi edito col titolo L’ultimo duello. La storia vera di un crimine, uno scandalo e una prova per combattimento nella Francia medievale, firmato da Eric Jager.

Dunque, a differenza dell’Oscar, ottenuto da Affleck & Damon per la loro sceneggiatura originale di Will Hunting – Genio ribelle, stavolta i nostri colleghi amiconi inseparabili dai tempi del liceo, hanno, sì, scritto sempre di loro pugno lo script di The Last Duel ma, in tal caso preciso, si sono “limitati” a romanzare una storia già scritta. Liberamente, come si suol dire, adattandola a loro gusto.

The Last Duel, così come avvenuto per altri film storici di Scott, vedasi Il gladiatore, anche gli anacronismi e le molte licenze più o meno opinabili, persino ridicole, di Tutti i soldi del mondo, è stato già accusato da più fronti e fonti, diciamo, di essere, sì, alquanto verosimigliante nella ricostruzione della vicenda letteraria narrataci da Jager, però  al contempo inattendibile, per l’appunto, sul versante della realistica veridicità di molti elementi storicamente ritenuti improponibili.

Malgrado la sua lunghezza un po’ spropositata e qualche scena dispersiva, girata probabilmente con troppa enfatica retorica secondo gli stilemi consueti, soventemente eccessivi ed estetizzanti di Scott, a dispetto di alcuni dialoghi tirati per le lunghe e non sempre centranti il bersaglio, The Last Duel ammalia e possiede un fascino e un respiro notevoli.

Se, a prescindere da tutto, ripudiate però a priori un Ben Affleck nei panni d’un nobile imbarazzante, esteticamente, con la chioma bionda, eppur, ammettiamolo, anche qui bravo e capace da un punto di vista invece prettamente attoriale e interpretativo, soprattutto assai perfetto per il ruolo da lui stesso cucitosi addosso genialmente, se odiate i film in costume con castelli, imbroglioni, doppi giochi, complotti, tradimenti e annessi, inevitabili inganni, se mal digerite le vicende incentrate su fate damigelle bellissime donne spacciate per bugiarde, ripiene di estenuanti lotte all’ultimo sangue a fiotti, The Last Duel non fa di certo per voi, e statene dunque naturalmente lontani e alla larga.

Curiosità: nel 2006, l’adattamento di The Last Duel, da trasporre registicamente per il grande schermo, suscitò un fortissimo interessamento da parte di Martin Scorsese. Che, allora, sembrò assai prossimo a dirigerlo per la major Paramount.

Poi, tale progetto cadde nel dimenticatoio e Scorsese, come sappiamo, si diede ad altro. The Last Duel, quindi, ora è un film di Ridley Scott, a tutti gli effetti. Anzi, più esattamente un film di Scott con Matt Damon ed Affleck, non solamente protagonisti e, come detto, principali artefici e sceneggiatori. Bensì, insieme allo stesso Scott, in prima linea produttori.

Inoltre, la montatrice di The Last Duel, vale a dire Claire Simpson, che lo è anche del succitato House of Gucci, professionalmente affiliatasi, diciamo, a Scott molti anni addietro per Chi protegge il testimone (1987), poi abbandonata da Scott medesimo e ritrovata, anzi richiamata soltanto da quest’ultimo recentemente per Tutti i soldi del mondo, lavorò anche con suo fratello Tony per il sopra menzionato The Fan – il mito.

The Last Duel incede, da più prospettive, troppo insistentemente sulla scena dello stupro, disgustosa e brutale. Mostrandocela completamente più volte e avremmo preferito non guardarla. Non per moralismo, bensì perché Scott dovrebbe sapere benissimo che è molto più perturbante il suggerito dallo spiattellatoci in faccia ripetutamente e volgarmente.

Detto questo, The Last Duel, dopo una parte centrale tediosa e forse non necessaria, spicca il volo negli ultimi trenta minuti, diventando grandioso nel finale palpitante e struggente. Da pelle d’oca.

Morale: Ridley Scott firma il suo miglior film da tempo immemorabile a questa parte. Forse dura troppo e il film perde molti colpi per via della brutalità della scena, diciamo, incriminata e chiave. Eh eh. Ma questo è un film che emoziona, da leccarsi i baffi, non quelli di Driver, si spera, eh eh.

di Stefano Falotico

 

IL GIOCO DI GERALD, recensione

gioco gerald carla gugino greenwood

Ebbene, oggi recensiamo un film piuttosto recente, cioè Il gioco di Gerald.

Firmato dal regista di Doctor Sleep, ovvero Mike Flanagan.

Il gioco di Gerald (Gerald’s Game) è un film targato Netflix. Distribuito, da tale appena dettavi piattaforma, nell’anno 2017. Ed è il libero adattamento, vale a dire la trasposizione cinematografica, con alcune licenze e inevitabili modifiche in sede di sceneggiatura, realizzata dallo stesso Flanagan e dal writer Jeff Howard, dell’omonimo e celeberrimo capolavoro letterario di Stephen King. Un thriller psicologico con venature orrifiche di natura puramente ancestrale delle più macabre e inquietanti.

La trama è molto semplice e scarnificata, eh eh, no, scarna:

Gerald Burlingame (Bruce Greenwood, RamboIndian – La grande sfidaThirteen Days e lo stesso su citato e successivo Doctor Sleep) e l’avvenente, seducente moglie, Jessie (Carla Gugino, Sfida senza regoleOmicidio in direttaWatchmen) sono, per l’appunto, una coppia di coniugi già in crisi matrimoniale. Gerald e Jessie decidono di trascorrere un weekend diverso dal solito. Il loro diversivo, se così possiamo definirlo, sarà recarsi nella loro casa vicina a un lago per godersi spensieratamente e “ludicamente” il fine settimana. Al che Gerald ha la balzana, un po’ perversa idea di sperimentare dei torbidi, irruenti e leggermente sadici e trasgressivi giochi d’adulti con la sua consorte. Ammanettandola al letto per gustare irruentemente con lei, lascivamente e inizialmente giocosa e consenziente, passionalmente e probabilmente in modo troppo arditamente sessuale, una giornata a base di sano divertimento piccante dei più stuzzicanti e morbosi. Osiamo dire, in maniera spinta e osé, al limite della fantasia proibita d’uno stupro inscenato per piacere sensualmente ludico. Dunque, all’improvviso, Gerald subisce un infarto, sì, un letale arresto cardiaco fulmineo e fulminante. Accasciandosi sul colpo e stramazzando al suolo, inerme.

Jessie, all’inizio, crede che lui stia scherzando. Poi, dopo pochi istanti, s’accorge invece che suo marito è morto sul serio. Poiché avvista immantinente il suo sangue fuoriuscirgli dal cranio.

Jessie si trova dunque legata agli stipiti del letto, mezz’ignuda, infreddolita nel calare impietoso della notte più spettrale delle sue solitarie angosce destinate, purtroppo per lei, a materializzarsi in un incubo a occhi aperti da cui pare non esservi via di scampo e da cui sembra non possa uscirne incolume mentre perfino un cane lupo solitario e affamato di carne fresca, spaventevolmente, le fa inaspettata visita.

Jessie, in preda al terrore e all’incalzante panico, non riesce più a distinguere la realtà oggettiva e umanamente sensoriale dall’immaginazione più allucinatoria, crollando lentamente eppur in modo crescentemente allarmante dentro la tetra, soffocante e ansiosa spirale d’una spasmodica angustia emotiva e doglianza percettiva via via più devastante.

Il gioco di Gerald, parimenti al romanzo di King, di cui tutto sommato è una fedele elaborazione efficace che smentisce quindi coloro che non pensavano fosse possibile trasferire visivamente l’opus suddetta di King, in quanto quest’ultima era allestita quasi esclusivamente sulle dinamiche, potremmo dire metaforicamente, atmosferiche dell’animo umano perturbato da infernali frangenti imponderabili e, in forma raccapricciante, in tal caso, dell’impaurita e incolpevole, povera Jessie, le cui emozioni, nel corso della sua tremenda avventura scioccante, cangiavano in modo precipitevolmente preoccupante, è un film più che meritevole della nostra attenzione e sostanzialmente più che decoroso, perciò abbastanza encomiabile.

Innanzitutto, com’appena scrittovi, non era facile rendere in immagini un libro che, a eccezion fatta del suo incipit, è pressoché privo di dialoghi, inoltre Flanagan (Il terrore del silenzio) dimostra di saper maneggiare con ottimo ritmo la narrazione onirica e al contempo sfuggente d’un materiale così, ripetiamo, a prima vista intraducibile e difficilissimamente intelligibile in chiave filmica.

Giostrandosi fra intelligenti trovate registiche di valente efficacia, perfino suggestivamente rilevanti. Infatti, Flanagan ricevette addirittura il plauso di nientepopodimeno che lo stesso Stephen King in carne e ossa, eh eh, il quale infatti spese molte parole d’elogio per tale da lui ammirato Il gioco di Gerald, in quanto lo definì perfettamente riuscito e ipnotico.

Molto del merito, comunque, della sua effettiva riuscita va alla performance d’una Carla Gugino a sua volta magnetica, bravissima e consuetamente, fisicamente stupenda e sensualissima, oltre che morbidamente, fascinosamente brillante, in senso attoriale parlando.

Il gioco di Gerald non è un grande film ma è un film figlio d’un regista ben conscio di non essere Stanley Kubrick (l’allusione comparativa, ovviamente, non è casuale). Il quale, ribadiamo, non ambendo per l’appunto a pretenziosità autoriali da incorniciare nei cinematografici annali della settima arte più memorabile, si limita distintamente a confezionare un buon prodotto d’entertainment con alcuni picchi immaginifici per niente malvagi…

Un buon film checché ne dicano molti incompetenti. Il film talvolta spaventa e rabbrividiamo dinanzi non tanto al lupo cattivo, bensì dirimpetto alla solita procace e arrapante Carla Gugino, una donna talmente bona da stimolare appetiti succulenti veramente piccanti. Eh eh. Non amo i lupi, sono una volpe. Ricordate: la volpe ottiene l’uva.

 

di Stefano Falotico

 

L’età dell’innocenza (The Age of Innocence), recensione

michelle pfeiffer age of innocencebellezza day lewis

Uno dei film più emozionanti di sempre, uno dei finali più tristi e al contempo più romantici di sempre. Un capolavoro senza tempo. Scorsese, un genio immenso, Daniel Day-Lewis, impareggiabile, Michelle Pfeiffer oltre il concetto umano di bellezza paradisiaca. Siamo di fronte a un film gigantesco. Titanico!

Ebbene, oggi recensiamo uno dei grandi capolavori di Martin Scorsese, ahinoi, ancora oggi da più parti sottovalutato, ovvero il magnifico, romanticissimo, struggente e perfino avvincente L’età dell’innocenza (The Age of Innocence).

L’età dell’innocenza è un melodramma dalla beltà insuperabile della consistente, giammai annoiante durata, in crescendo emotivo incalzante e per l’appunto toccante, di due ore e venti minuti circa, uscito nelle sale nei primi anni novanta, con più esattezza nel ‘93. Aggiudicandosi giustamente molte nominations alle ambite statuette, cosiddette Oscar, ma vincendo soltanto un Academy Award, cioè Migliori Costumi (Gabriella Pescucci).

L’età dell’innocenza, film all’epoca, ribadiamo, al di là delle candidature agli Oscar, peraltro andate, come detto, praticamente tutte a vuoto, perdonateci il voluto e divertito gioco sapido di parole similari eppur pregne di sottili significanti intrinsechi, è una pellicola inoltre d’epoca accuratissima in ogni pregiatissimo suo superlativo dettaglio mirabile, cioè è insindacabilmente magistrale nella forma e nei colori mirabolanti, a partire dai soavi, turgidi, cangianti e iper-cromatici titoli di testa di Elaine & Saul Bass, impeccabile per l’appunto nell’uso finissimo del decor e altamente pregiato nel suo intarsio molto più che decoroso, in quanto è un capolavoro grandioso inestimabile. Fra l’altro, emozionalmente intriso di pathos strappalacrime mai ricattatorio e furbescamente sdolcinato, bensì passionalmente viscerale in modo apoteotico e trascinante.

Scritto da Jay Cocks (Strange Days), abituale collaboratore per Scorsese, suoi infatti gli script di Silence e Gangs of New York, che per l’occasione traspose in sceneggiatura-adattamento l’omonimo, celebre romanzo di Edith Wharton, con la supervisione e collaborazione di Scorsese stesso, da quest’ultimo addirittura sofisticamente reinventato attraverso volutamente anacronistiche licenze poetiche originali e visivamente prodigiose, L’età dell’innocenza, sotto la scorza e la fatua, perfino implicitamente capziosa, in senso buono del termine, parvenza di pellicola in costume ambientata nella New York ottocentesca a prima vista demodé in senso metaforico, cioè di primo acchito lontana dal nostro stile di vita sol illusoriamente, modernamente contemporaneo e dunque falsamente emancipato, così come perfettamente osservato dal critico Paolo Mereghetti nel suo famoso Dizionario dei film, il quale gli assegna la votazione massima, cioè quattro stellette, di cui vi estrapoleremo la sua disamina nelle righe seguenti, altri non è che l’ennesima, superba riflessione scorsesiana sulla società e i relativi, alterati, anzi adulterati rapporti interpersonali che, a seconda delle convenzioni da essa estemporaneamente adottate e anche subdolamente imposte in base alle usanze del tempo suo contingente, ne scaturiscono perfino in modo violentemente subliminale, psicologicamente parlando.

Prima però della recensione mereghettiana, spenderemo qui noi due parole, sintetiche ma argute ed esaustive, sulla trama. Delineandovela nei suoi tratti più salienti. Sebbene infatti segua un andamento piuttosto lineare, è comunque ramificata e complessa, non tanto nell’intreccio quanto nel suo substrato non soltanto filmico/diegetico: siamo, come poc’anzi accennatovi, nella New York della seconda metà dell’Ottocento. Più precisamente, la vicenda, egregiamente da Scorsese narrataci e da lui espostaci in immagini estasianti da mozzare il fiato, inizia nel 1870. Newland Archer (Daniel Day-Lewis), affascinante uomo di grandi speranze e gentleman avvocato di risma della buona società aristocratica però molto ipocrita e superficiale, è fidanzato e promesso sposo dell’avvenente, civettuola e forse un po’ sempliciotta eppur pura e di buon cuore, May Welland (Winona Ryder). Al che, presto arriva in città la ricca cugina di quest’ultima, la conturbante e misteriosa contessa Ellen Olenska. La quale, dopo un matrimonio fallimentare, è tornata nella Grande Mela per tentare di placare la forte inquietudine angosciante derivatale dalla separazione dal suo ex marito polacco. Che, vergognandosi dello scandalo del divorzio, l’ha seppellita viva nella solitudine più terrificante, rovinandole da infame vile la reputazione e mortificandola tristissimamente. Archer incontra Olenska a teatro, assistendo a un’opera lirica. Fra Archer e Olenska scoccherà immediatamente il classico colpo di fulmine improvviso e fatale.

Ora, ecco la bella opinione del Mereghetti a cui seguiranno le nostre precise considerazioni…

«… La prima opera in costume di Scorsese è solo in apparenza spuria rispetto alla sua filmografia: anche il bel mondo newyorchese del secolo scorso si regge su un’organizzazione tribale spietata come quello dei Goodfellas, anche qui c’è un individuo animato da un impulso libertario che cerca di sottrarsi all’oppressione sociale e, se questa volta non deflagra la violenza metropolitana, esplode però – più sottile e perfida -. Con uno stile più impressionista che viscontiano, il regista scompone la luce ingannevole di un mondo che ha perduto la sua innocenza nell’accumulo di status symbol, e naturalmente dichiara a ogni inquadratura la sua simpatia senza riserve per la contessa Olenska, vittima di un American Dream che sembra non essere mai nemmeno cominciato…».

L’età dell’innocenza non è solamente eccelso tecnicamente, sontuoso nel suo apparato prettamente formale (scenografie di Dante Ferretti, musiche di Elmer Bernstein, fotografia inarrivabile di Michael Ballhaus) ed eccezionalmente interpretato da un terzetto d’attori in forma smagliante, tutti e tre peraltro fotogenicamente impressionanti, soprattutto una Michelle Pfeiffer allo zenit della sua venustà magneticamente accecante, bensì è una spettacolare opus imbattibile e incredibilmente commovente che sa coniugare all’aspetto e al suo scenario, per l’appunto, elegantemente maestosi, una maestria cineastica davvero encomiabile nella sua concezione più assoluta.

Scorsese, qui, incanta e ammalia, ci stordisce a livello figurativo ma, al contempo, filma e firma un inaspettato, forse sorprendente, film intimista e umanista dei più bellamente strazianti.

Regalandoci uno dei finali più devastanti di tutti i tempi. Mastodontico e malinconicamente immane.

Nello strabiliante cast, fra gli altri, Geraldine Chaplin, Jonathan Pryce, Mary Beth Hurt, Robert Sean Leonard, Norman Lloyd, Michael Gough, Miriam Margoyles, Alec McCowen, Stuart Wilson e Richard E. Grant.

L’età dell’innocenza non è sol un capolavoro inoppugnabile e uno dei migliori film di Scorsese di sempre.

Non esageriamo se lo definiamo, rivisto col senno di poi, uno dei film più belli della storia del Cinema?

Sì, lo è. Perlomeno, per chi ha scritto quanto avete letto.

Dialoghi meravigliosi, scritti e recitati divinamente.

Quanto alla follia con madame Olenska, Archer s’abituò a pensarvi come all’ultimo dei suoi esperimenti. Ella rimaneva nei suoi ricordi semplicemente come il più malinconico e intenso d’una schiera di fantasmi.

– Deve essere bella, lo era?

– Bella? Non lo so, era diversa.winona ryder age innocence scorsesefoto

 

di Stefano Falotico

 

THE GUILTY, recensione

Antoine Fuqua, bravo. Ma il film è di Gyllenhaal al 100% di origine controllata anche se il suo personaggio rischia di andare out of control. Quasi seduta stante. Eh eh.the guilty poster netflix

Ebbene, oggi recensiamo un film nuovo e freschissimo di zecca, cioè appena distribuito mondialmente sulla piattaforma di streaming Netflix, ovvero The Guilty. Film “remake” dell’omonima pellicola danese, perlomeno nella nostra traduzione, con annesso Il colpevole, (in originale Den skyldige), per la regia di Gustav Möller, in tal caso diretto dal valente, anzi polivalente Antoine Fuqua. Regista, per l’appunto, versatile e capace di cimentarsi, con risultati lusinghieri, perlomeno nient’affatto disprezzabili, in molteplici generi cinematografici, autore di film di estremo interesse e rilievo meritevole quali Training Day, il non poco sottovalutato Brooklyn’s Finest con Ethan Hawke e un meraviglioso Richard Gere e, fra gli altri, il dittico The Equalizer con Denzel Washington, uno dei suoi attori feticcio per antonomasia (vedasi, a tal proposito, anche un altro rifacimento, cioè I magnifici 7.

Assieme a Denzel Washington ed Ethan Hawke, un altro degli attori preferiti da Fuqua è ovviamente Jake Gyllenhaal, per l’appunto, protagonista di tale The Guilty, dramma poliziesco molto sui generis della breve ma adrenalinica, furente durata di un’ora e quaranta minuti circa, scritto da Nic Pizzolatto (True Detective).

Gyllenhaal, in forma recitativa davvero strepitosa, d’altronde come quasi sempre, torna dunque a lavorare con Fuqua dopo Southpaw – L’ultima sfida.

Semplicemente copia-incollandovi la secchissima, iper-concisa sinossi da IMDb, questa è essenzialmente la trama di The Guilty: Un agente di polizia (Joe Baylor/Gyllenhaal), retrocesso assegnato a un ufficio di smistamento chiamate, è (per meglio dire, entra) in conflitto quando riceve una telefonata di emergenza da una donna rapita (Emily, di cui non vediamo mai il volto ma la cui voce è dell’attrice Riley Keough).

The Guilty è praticamente un kammerspiel assai particolare che, illuminato dalla potente e al contempo cupa fotografia traslucida di Maz Makhani, sorretto nella palpabile ed emozionante tensione crescente dall’incalzante musica di Marcelo Zarvos (Barriere), montato perfettamente da un precisissimo, inappuntabile e certosino Jason Ballantine (Il grande Gatsby di Baz Luhrmann, It di Andy Muschietti), per poco meno di due ore, come sopra dettovi, si concentra pressoché esclusivamente sul volto di Gyllenhaal, onnipresente dalla primissima all’ultima, finale e ambigua inquadratura. Recitando da dio solamente con la forza magnetica del suo sguardo e delle sue cangianti espressioni che, parossisticamente, mutano a velocità rapidissima a seconda del frenetico, repentino precipitare emozionale furibondo degli eventi terribilmente spaventevoli a cui “assiste”, diciamo, sol ascoltandoli e a cui tenta disperatamente, comunque sia energicamente, di porre rimedio. Ovviando, con la sua forza di volontà impressionante, alla grave e allarmante situazione incresciosa occorsagli e soprattutto riguardante la donna da soccorrere…

The Guilty è un thriller di alta scuola forse non eccezionale ma girato con maestria impeccabile, compatto, gustosissimo e che scorre tutto d’un fiato in un ascendere maestoso di suspense al cardiopalma veramente da pelle d’oca. Verso la parte centrale, The Guilty perde però qualche colpo e, come si suol dire, gira leggermente a vuoto, aggrovigliandosi su sé stesso. Nell’accavallarsi di voci “sincopate” che udiamo nel rimbombare metaforico dei fatti virulentemente narratici, quelle di Paul Dano, Peter Sarsgaard e, naturalmente, eh eh, di Ethan Hawke.

Joe riuscirà a salvare la donna e suo figlio…? Perché Joe è stato declassato? Lo scoprirete solo alla fine.

Riuscirà, insomma, a redimersi? Basta, nella vita, la catarsi per perdonarsi da madornali colpe scurissime che t’avvinghiano nell’inferno d’un luttuoso complesso di colpa inestirpabile?

Il film s’apre con una citazione speranzosa di Giovanni 8:32, E la verità vi farà liberi (And the truth shall make you free), concludendosi con un’altra frase lapidaria ma salvifica e ottimistica, cioè Chi soffre salva chi soffre.

di Stefano Falotico

 

CRY MACHO – Ritorno a casa di e con CLINT EASTWOOD, finalmente il Trailer italiano

Dalla Warner Bros. Pictures, è in arrivo il nuovo intenso film drammatico del regista/produttore Clint Eastwood, “Cry Macho – Ritorno a casa”. Eastwood è anche protagonista del film, nel ruolo di Mike Milo, ex stella del rodeo e ora allevatore di cavalli in declino, che nel 1979 accettò l’incarico di un ex boss di riportare a casa il figlio dal Messico. Costretto a percorrere strade secondarie nel loro viaggio verso il Texas, l’improbabile coppia affronta un viaggio inaspettatamente arduo, durante il quale l’allevatore di cavalli, ormai stanco di tutto, trova dei legami imprevisti oltre che il suo senso di riscatto. Del film fanno parte anche Eduardo Minett nel ruolo del ragazzo, Rafo, al suo debutto cinematografico, Natalia Traven (“Collateral Damage”, “Soulmates” per la TV) in quello di Marta, Dwight Yoakam (“Logan Lucky”, “Sling Blade”) interpreta l’ex impiegato di Mike, Howard Polk. Il cast include inoltre Fernanda Urrejola (“Blue Miracle”, “Narcos: Mexico” per Netflix) nel ruolo di Leta e Horacio Garcia-Rojas (“Narcos: Mexico” per Netflix, “La querida del Centauro” per la TV) in quello di Aurelio. Il premio Oscar® Eastwood, ha diretto il film da una sceneggiatura di Nick Schenk e N. Richard Nash, ispirata al romanzo di Nash. Eastwood, Albert S. Ruddy, Tim Moore e Jessica Meier sono i produttori del film, con David M. Bernstein come produttore esecutivo. Il team dietro la macchina da presa include il direttore della fotografia nominato ai premi BAFTA, Ben Davis (“Three Billboards Outside Ebbing, Missouri”, “Captain Marvel”), lo scenografo Ron Reiss (arredatore in, “Richard Jewell” e “The Mule”), il montatore premio Oscar® Joel Cox (“Unforgiven”), che ha editato moltissimi film del regista, il montatore David Cox (“Den of Thieves”, assistente al montaggio in “Richard Jewell” e “The Mule”), e la costumista, sua collaboratrice di lungo corso, Deborah Hopper. Le musiche sono di Mark Mancina (“Oceania”). La Warner Bros. Pictures presenta una produzione Malpaso/Albert S. Ruddy, “Cry Macho – Ritorno a casa”. Il film sarà distribuito in tutto il mondo dalla Warner Bros. Pictures. L’uscita nelle sale italiane è prevista per il 2 dicembre 2021.

Cry macho Eastwood

 

TRE PIANI, recensione

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Dopo qualche anno di assenza dal grande schermo e dopo i rimandi dovuti al Covid, Nanni Moretti (Habemus Papam) sbarca di nuovo sui grandi schermi col suo atteso Tre pianiTre piani è stato presentato in Concorso allo scorso, ultimo Festival di Cannes, ove ha ricevuto una lunga standing ovation, così come mostratoci orgogliosamente all’incipit del trailer della 01 Distribution, altresì scontentando però gran parte della Critica, lì presente. La quale, a differenza di qualche caso isolato (vedi Paolo Mereghetti che invece l’ha esaltato e di lodi incensato), n’è rimasta piuttosto indifferente. Anzi, a essere più precisi, i critici hanno mantenuto quasi uniformemente una reazione alquanto fredda dinanzi a Tre piani, stroncandolo impietosamente e accusando Moretti di essere spaventosamente e tristemente invecchiato prematuramente e non soltanto cinematograficamente.

In quanto Tre piani, libero adattamento dell’omonimo romanzo dell’israeliano Eshkol Nevo, spostando la vicenda da Tel Aviv alla Roma contemporanea, sceneggiato consuetamente dallo stesso Moretti assieme a Federica Pontremoli e Valia Santella, è stato reputato un film atrocemente sbagliato, senile, stanco. Figlio d’un Moretti oramai troppo imborghesitosi, a detta dell’intellighenzia, adagiatosi sin troppo pacatamente e con sterile morigeratezza, in stile fiction televisiva innocua, in un mood filmico e recitativo giudicato da più parti patetico e poco incisivo, addirittura penoso.

E, come dettovi appena sopra, Tre piani, peraltro escluso da ogni premio alla kermesse cannense poc’anzi succitata in cui era in competizione, venendo dunque anche snobbato dalla Giuria che l’ha escluso totalmente dal Palmarès, a differenza perciò di quanto avvenuto con La stanza del figlio, pellicola che invece s’aggiudicò la tanto ambita e prestigiosissima Palme d’Or, è apparso un film fallimentare sotto molteplici punti di vista. Tre piani è stato ritenuto, difatti, un film privo d’ogni qualsivoglia verve corrosiva, ironicamente caustica e al contempo genialmente, sanamente polemica, cioè una pellicola, a dircela tutta, non morettiana. Una pellicola che non pare e non è parsa, cioè, di Nanni Moretti. Celeberrimo invece per le sue giovanili invettive giustamente irose ma al contempo prodigiose e coraggiose à la Io sono un autarchico, una pellicola perfino scevra di quella sua eccezionale, grintosa e lucidamente ribelle poetica scanzonatamente allegra ma comunque intrisa, imperterritamente e fortemente, del suo lucido sguardo pungente e bellamente, contemporaneamente malinconico, dolcemente amarognolo, rabbioso certamente ma elegantemente anche sottile e radicalmente potente contro una società ingiusta e spesso stupida a cui si può opporre solamente, e non è poco però, la cauta leggerezza sarcastica di provocazioni erosive eppur esilaranti alla Caro diario.

Ma è davvero brutto Tre piani? No, non lo è affatto o forse sì. E la stolta Critica che troppo frettolosamente l’ha superficialmente liquidato con disdegno pusillanime, di tale suo atteggiamento scortese, oltremodo irriguardoso, assolutamente ingrato nei riguardi d’un Moretti forse non eccelso, comunque sia apprezzabilmente personale, se ne dovrebbe prestamente vergognare, recitando tostamente un sano mea culpa immediato? Poiché Tre piani, è vero, non è un grande film ma è un’opus assai interessante e di certo non banale? Vi poniamo queste domande e, nelle seguenti righe, cercheremo noi stessi di rispondervi lapidariamente.

Questa la trama secondo la sua sinossi ufficiale: al primo piano di una palazzina, vivono Lucio (Riccardo Scamarcio), Sara (Elena Lietti) e la loro bambina di sette anni, Francesca. Nell’appartamento accanto ci sono Giovanna (Anna Bonaiuto) e Renato (Paolo Graziosi), che spesso fanno da babysitter alla bambina. Una sera, Renato, a cui è stata affidata Francesca, scompare con la bambina per molte ore. Quando finalmente i due vengono ritrovati, Lucio teme che a sua figlia sia accaduto qualcosa di terribile. La sua paura si trasforma in una vera e propria ossessione. Al secondo piano vive Monica (Alba Rohrwacher), alle prese con la prima esperienza di maternità. Suo marito Giorgio (Adriano Giannini) è un ingegnere e trascorre lunghi periodi all’estero per lavoro. Monica combatte una silenziosa battaglia contro la solitudine e la paura di diventare un giorno come sua madre, ricoverata in clinica per disturbi mentali.

Giorgio capisce che non potrà più allontanarsi da sua moglie e sua figlia. Forse però è troppo tardi. Dora (Margherita Buy) è una giudice, come suo marito Vittorio (Nanni Moretti). Abitano all’ultimo piano insieme al figlio di vent’anni, Andrea (Alessandro Sperduti). Una notte il ragazzo, ubriaco, investe e uccide una donna. Sconvolto, chiede ai genitori di fargli evitare il carcere. Vittorio pensa che suo figlio debba essere giudicato e condannato per quello che ha fatto. La tensione tra padre e figlio esplode, fino a creare una frattura definitiva tra i due. Vittorio costringe Dora a una scelta dolorosa: o lui o il figlio.

Tre piani è un film corale, constante di microstorie quotidiane fra di loro argutamente esposteci, metaforicamente, diciamo, a livello architettonico di natura esistenziale, in maniera intersecante nel suo intreccio volutamente ingarbugliato. I “tre piani” sono quelli di una palazzina romana in cui vivono varie famiglie, ognuna delle quali sta esperendo, diciamo, una propria problematica più o meno importante, e in cui si muovono animosamente diversi personaggi le cui esistenze, fatalmente, saranno destinate a incrociarsi a congiunzione delle loro vite, per l’appunto, pian piano (perdonate il nostro ammiccante gioco di parole allusivo e molto eloquente) accomunatesi per via d’imponderabili coincidenze all’inizio dolorose, poi probabilmente catartiche.

tre piani sono anche la rappresentataci metafora, personalmente e fantasiosamente morettiana, delle tre celebri istanze della personalità freudiana, cioè l’Io, l’Es e il Super-Io.

Tre piani è sbilanciato, sì, ha un andamento lento, un’impostazione registica d’impronta vagamente televisiva ed è un film che, per quasi tutta la sua lunga durata di circa due ore, emana pessimistica malinconia. Non associandola e alternandola, a differenza invece di quanto sovente accade, anzi oramai accadde, col Cinema di Moretti, alla levità d’un sottofondo allegramente umoristico e ottimistico che ne stemperi la cupa drammaticità insistita. Ma è un film, comunque sia, che ha stile, recitato molto bene, misurato e girato con maestria? Altra domanda potente postavi qui tostamente.

È soprattutto filmato da un Moretti indubbiamente più “anziano” ma non per questo meno bravo? Forse solamente più saggio ed equilibrato, meno corrosivo ma languidamente esistenzialistico, perciò ugualmente apprezzabile?

Ogni film di Nanni Moretti possiede un’indiscutibile peculiarità. È un film d’autore e, così come succede per ogni autore che si rispetti, è riconoscibile immediatamente dopo poche immagini. Inoltre, perché mai, per esempio, la nostrana Critica esterofila continua ad amare e osannare giustamente il Cinema intimistico e “televisivo” di Pedro Almodóvar, girato perlopiù in interni di palazzine, più o meno borghesi, invece attaccando, perfino rifiutando quello d’un analogo Moretti che ha deciso di cambiare registro, abbandonando le sue requisitorie post-adolescenziali e “sessantottine”, abbracciando la sua maturità non soltanto anagrafica?

È una domanda, stavolta senza punto interrogativo e senza risposta, da rivolgere a molta italiana Critica imbecille, perennemente attratta, ripetiamolo, dalla cinematografia straniera, anche bellissima come nel caso succitato di Pedro Almodóvar, ma miope e inutilmente cinica dinanzi ai nostri grandi registi, ridotti, da tali critici assai limitati, a iconiche macchiette bidimensionali, per quanto in passato idolatrate, però adesso erroneamente storicizzati eternamente e in modo controproducente nell’essere visti solamente e unicamente dentro i confini angusti e tristissimi di frasi ed espressioni come… Nanni Moretti non è più quello d’un tempo e di una volta?

Be’, oggi è un uomo di quasi settanta primavere ed è dunque sacrosanto e comprensibile che sia or orientato a un tipo di Cinema più introspettivo, calmo e meditato, più melanconico, compassato e sobrio?

Se ciò per voi rappresenta un problema e, scioccamente, da Nanni Moretti volete e pretendete solamente e solipsisticamente che rimanga, nel vostro riduttivo immaginario, sol il vostro “santino” Nanni, non entrate in sala per vedere Tre piani.

Perché, di certo, vi deluderà e ne uscirete sconsolati, irrimediabilmente abbattuti, totalmente distrutti.

Onestamente, con tutta la simpatia che nutrimmo e possiamo ancora nutrire per Moretti, rispondendo adesso alle nostre stesse posteci domande, Tre piani non è il film migliore di Moretti e non è, purtroppo, un bel film. Amen.

Ogni altra parola sarebbe superflua.

Tre piani è un film che, almeno nella prima ora, è imbarazzante in quasi tutte le scene, poco credibile nello sviluppo dell’intreccio e infarcito di dialoghi alquanto improponibili.

Adesso, se volete interrompere la lettura, fate pure in quanto vi saranno alcuni spoilers.

Possibile difatti che un uomo saggio, anche a livello cinematografico, come Nanni Moretti, abbia scelto di scrivere e tratteggiare il personaggio da lui incarnato, tagliandolo con l’accetta in modo così maldestro? Un padre che non si redime mai ma, inspiegabilmente, viene amato dalla sua donna a cui proibisce di vedere suo figlio? E, se le sue consuete freddure, le scioccanti battute che qui si mette in bocca pazzescamente, sì, avevano un senso nei suoi film per l’appunto più scanzonati, in tal caso risultano fuori luogo e di cattivo gusto.

All’inizio, e non solo, si accenna a un episodio di possibile pedofilia ma la propostaci risoluzione finale, ahinoi, non sta anagraficamente, potremmo dire, in piedi.

Se vedrete il film, capirete il significato dell’appena sopra scrittavi frase.

Perché mai il personaggio della Buy, inoltre, con ingenuità incredibile, si fida di un quasi perfetto sconosciuto che la invita a intraprendere un lungo viaggio in macchina con lei solamente perché costui le riferisce di “mostrarle” una sorpresa? Incredibile!

Tre piani non lascia un barlume di speranza per quasi tutto il tempo. Poi, semplicisticamente e in maniera assurdamente buonista, retorica e stonata in modo macroscopico rispetto ai neri assunti precedenti, cambia morettianamente registro sol alla fine. Appianandosi in un finale patetico, sdolcinato e ipocritamente consolatorio.

Ci piange davvero il cuore doverlo ammettere. La Critica, a Cannes e non solo in Costa Azzurra, aveva ed ha pienamente ragione. Ne siamo concordi.

Tre piani è un film oggettivamente quasi inclassificabile.

Ha un solo pregio, se tale possiamo chiamarlo. Moretti, per la prima volta nella sua carriera registica, dunque trascurando la sua scena di sesso con Isabella Ferrari in Caos calmo, in una sua pellicola c’esibisce un generoso nudo frontale (di Denise Tantucci, alias Charlotte) e una relativa sequenza molto ardita abbastanza trasgressiva, desueta rispetto ai suoi canoni filmici, sessualmente contenuti, perfino castigati.

Ma è l’unica trasgressione d’un film fallimentare, concettualmente tremendo.

Quasi inguardabile.Nanni+Moretti+Tre+Piani+Three+Floors+Press+WcZdxmzlOzax

di Stefano Falotico

 
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