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Racconti di Cinema – Il seme della follia di John Carpenter

Il seme della follia locandina

Ed eccoci con Il seme della follia, pellicola uscita sugli schermi italiani il 4 Maggio del 1995, ma che viene unanimemente considerata dell’anno prima, e infatti proprio in Italia fu presentata in esclusiva al Noir in Festival il 10 Dicembre del ’94.

Terzo e conclusivo capitolo della Trilogia dell’Apocalisse carpenteriana, dopo La cosa e Il signore del male, e ancora una volta, come nel caso dei due film appena citati, un altro emblematico capolavoro esemplare e imbattibile, vetta assoluta della summa poetica di John.

Film dalla durata snella e compatta, fluidissima di un’ora e trentacinque minuti netti, scritto da Michael De Luca.

E interpretato da Sam Neill in quella che considero la performance della sua vita. Perché in questo film titanicamente s’impossessa del miglior personaggio offertogli nella sua altalenante, discontinua eppur brillante carriera d’attore, aderendovi ineccepibilmente con classe impari e infondendogli un’ambiguità sulfurea da pregiato interprete capace di mille sfumature espressive.

Trama…

John Trent (Neill), investigatore privato specializzato in truffe contro le assicurazioni, viene internato in manicomio. Ove, legato da una stretta camicia di forza e tenuto fermi dagli infermieri, arriva in pieno stato delirante.

Ma è pazzo davvero? A uno psichiatra, che vuole aiutarlo, giunto nella clinica psichiatrica per fornirgli udienza e soccorso, in un lunghissimo flashback ininterrotto racconta la folle vicenda che gli è capitata, che lui naturalmente sostiene essere vera e non figlia della sua mente malata.

Considerato il miglior detective sulla piazza per il suo fiuto infallibile nello smascherare gli imbroglioni, Trent era stato assunto dalla casa editrice che pubblica lo scrittore più letto al mondo, Sutter Cane (Jurgen Prochnow), uno i cui libri vendono più di Stephen King, affinché si mettesse alla ricerca proprio dello stesso Cane, sparito nel nulla.

Prima di entrare nel vivo delle indagini, Trent comincia a leggere alcuni libri di Cane. Molto scettico riguardo alla valenza delle opere di Cane, che invece letteralmente fanno impazzire i suoi appassionati, le sfoglia inizialmente sbuffando, con grande noia e supponenza ma poi, sebbene continui a sminuirne il valore, ne viene anche lui magneticamente attratto. Riconoscendo che lo stile di scrittura di Cane, seppur descrittivamente banale e logoro, in qualche maniera cattura ipnoticamente e invoglierebbe chiunque infinitamente a proseguire la lettura. Al che, com’illuminato da una fulminea rivelazione, si accorge che, ritagliando accuratamente e nei punti esatti le copertine dei suoi libri, e congiungendone i pezzi, si addiviene a una mappa topografica che ritrae la perfetta ubicazione geografica di Hobb’s End, cittadina realmente esistente che veniva invece dapprima reputata solo immaginaria e frutto della fantasia di Cane. Hobb’s End esiste, non è mera finzione.

Così, accompagnato dall’assistente e redattrice dei manoscritti di Cane, Linda Styles (Julie Carmen), si mette in viaggio alla volta della bramata città “fantasma”.

Arrivato lì, assiste a eventi impensabili. Prima crede, scherzandoci sopra, che ciò a cui sta presenziando, sorpreso, incredulo ma disincantato, sia tutta una messa in scena e una mossa pubblicitaria architettata per promuovere il futuro libro di Cane, abilmente congegnata per suggestionarlo.

Ma pian piano gli avvenimenti sovrastano la sua ragione e le sue certezze barcollano e soccombono, scricchiolando sotto il peso irrazionale dei dubbi più inoppugnabili. Trent non riesce insomma a darsi una spiegazione logica di ciò che gli succede intorno. E quel posto lo terrorizzerà in un crescendo emozionale tremendo. Sin a divellere e sventrare ogni suo calibrato raziocinio.

Un posto macabro e spaventevole nel quale la realtà par superare di gran lunga la fantasia e dove il confine stesso tra reale e sovrannaturale scompare e si compenetra terribilmente. E Trent vede materializzarsi, davanti ai suoi occhi sempre più allibiti, sconcertati e impauriti, nel succedersi incredibile degli accadimenti sinistri che si concretizzano dinanzi a lui, come se i personaggi descritti nei libri di Cane fossero marionette e burattini manovrati dall’immaginazione creativamente mostruosa del suo mefistofelico autore maledetto, l’imponderabile glacialmente, contagiosamente demoniaco che prende, via via, orripilantemente forma.

E alla fine, probabilmente, impazzirà.

L’umanità intera stessa è impazzita, nessuno è sopravvissuto al morbo epidemico indotto dalla lettura e letteratura pazzamente plagiante le coscienze di Sutter Cane, e Trent allora fugge dal manicomio, recandosi in un cinema deserto in cui stanno proiettando proprio In the Mouth of Madness, film ricavato dal libro intanto pubblicato di Cane, con Trent, sì, lui stesso protagonista, che rivede tutto lo spettacolo a cui finora noi spettatori abbiamo assistito.

Un film ovviamente diretto da John Carpenter in persona.

Carpenter affida non a caso al canuto, iconico Charlton Heston, in una delle sue ultime, grandiose apparizioni cinematografiche, il breve ma centralissimo ruolo di Jackson Harglow. Se nell’indimenticabile, storico I dieci comandamenti di Cecil B. DeMille, Heston incarnava Mosè, cioè il profeta-ambasciatore a cui Dio consegnava le tavole bibliche affinché da emissario fedelissimo diffondesse la sua Parola agli uomini e li irretisse al suo insindacabile volere, qui Carpenter gli cuce addosso i panni dell’editore del demiurgo Cane, uomo fattosi superuomo e diabolicamente assurto a Dio maligno di una nuova era. Un dio satanico, o un Satana divino.

Insomma, la speculare e allo stesso tempo antitetica, identica faccia della medaglia del Signore del maleprince of darkness…

Il seme della follia è un impareggiabile apologo radicalmente pessimista, pieno di trovate visive e scenografiche, un pamphlet apocalittico e un horror irraggiungibile, film del brivido che è anche una lucidissima e lungimirante riflessione sulla società delle immagini e sul loro smodato, inesausto proliferare schizofrenico, e quant’altro.

Che attinge dichiaratamente ad Howard Phillips Lovecraft, a uno dei suoi capolavori, Alle montagne della follia, e al suo mito di Ctulhu, a Stephen King, alla letteratura alta e bassa, fumettistica od orrorifica, a Edgar Allan Poe e ai suoi Racconti del terrore, e genialmente miscela il tutto con classe ineguagliabile, figlia dell’eleganza e dell’ipnotismo narrativo di John Carpenter.

Un Carpenter ai suoi massimi livelli. Che al solito è anche autore della clamorosa colonna sonora.

Unica “pecca”: di solito, nelle cliniche psichiatriche, non concedono ai pazienti di usare materiale contundente, come potrebbe essere una matita appuntita. Matita che invece viene data a Trent.

Perché i pazienti potrebbero ferirsi o lacerarsi la pelle. O addirittura bucarsi i polsi.

E come ha fatto Trent a disegnarsi sul viso, sulle guance e sulla fronte delle croci così sapientemente, simmetricamente realizzate a regola d’arte?

E, soprattutto, com’è riuscito con una sola matita a dipingere tutta la stanza tappezzata?

Ma perdoniamo a Carpenter questa, probabilmente, volontaria svista, perché ci pare una licenza prettamente poetica per meglio cesellare e disegnare la figura archetipica di Trent/Sam Neill.

E ricordate, come dice Linda a John: sani e pazzi potrebbero scambiarsi i ruoli. Se un giorno i pazzi fossero la maggioranza, lei si ritroverebbe dentro una cella imbottita.

 

di Stefano Falotico

 

Gotti – Il primo padrino, il trailer italiano del film con John Travolta

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Dopo essere uscito pochissimo tempo fa negli Stati Uniti, ove è stato macellato dalla Critica, tanto da totalizzare una media recensoria impressionantemente bassa su Metacritic, solo 24%, il prossimo 13 Settembre uscirà anche nei cinema italiani il film Gotti – Il primo padrino interpretato da John Travolta, distribuito dalla Eagle Pictures.

E poche ore fa proprio la Eagle Pictures ha diffuso il primissimo trailer italiano, che vi mostriamo.

 

A dire il vero, a giudicare da queste immagini, il film non pare così brutto e disdicevole come si è detto, sembra finemente girato anche se sarà pieno zeppo di luoghi, molto stereotipato e probabilmente poco originale, perché di storie su capi dei capi e boss mafiosi oramai ne abbiamo viste a bizzeffe ed è difficile, se non sei Martin Scorsese, dire qualcosa di nuovo, coinvolgente e incisivo.

Questo film è stato fortemente voluto dal suo attore protagonista, John Travolta appunto, e dopo innumerevoli revisioni (la prima versione doveva essere diretta dal regista Barry Levinson e aveva nel cast Al Pacino e Joe Pesci), Travolta, non dandosi mai per vinto, finalmente è riuscito a portarlo sullo schermo. Sebbene, come detto, stando almeno ai giudizi critici statunitensi, assai poco lusinghieri, la pellicola si sia poi, a conti fatti, rivelata un grossissimo insuccesso.

È diretta da Kevin Connolly e vi recita anche la vera moglie di Travolta nella vita privata, l’attrice Kelly Preston.

 

di Stefano Falotico

 

Most Beautiful Island, recensione dell’esordio alla regia di Ana Asensio

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Ebbene, oggi siamo orgogliosi di presentarvi in anteprima l’interessantissimo e affascinante Most Beautiful Islandthriller psicologico spagnolo di elegante fattura, che uscirà sui nostri schermi il 16 Agosto con ExitMedia, presentato con successo al recente Festival del Cinema Spagnolo.

Most Beautiful Island ha già ricevuto notevoli plausi da parte della Critica mondiale, tanto da totalizzare su Metacritic un più che lodevole 73% di voti positivi nella media recensoria, e si è aggiudicato molti importanti riconoscimenti di valore nei festival nei quali è stato presentato, vincendo il Premio speciale della Giuria all’ultimo SXSW di Austin e primeggiando da winner incontrastato al Sidewalk Film Festival come Best Life & Liberty Film.

Una pellicola girata in 16mm, scritta e interpretata dalla talentuosa e bella, conturbante Ana Asensio, qui al suo esordio assoluto dietro la macchina da presa. Insomma, questo film è stato per l’Asensio un vero e proprio tour de force da factotum versatile e sorprendente.

Una sceneggiatura, come detto, da lei stessa allestita, basata in parte sulle difficili esperienze vissute sulla propria pelle quando era un’immigrata. E questo prioritario, basilare tocco autobiografico è indispensabile per poter meglio farci comprendere la vicenda narrata, e farcene entrare in empatia, immergendoci appieno nel climax narrativo.

Lucia (Ana Asensio) è una giovane, coraggiosa donna che ha abbandonato le sue origini, la famiglia e il precedente lavoro, e ora si è trasferita nella Grande Mela, la tentacolare e pericolosa New York. Lucia ha un passato traumatico alle spalle e adesso, nella sua combattiva, tenace resilienza emotiva, deve fare i conti con una metropoli-giungla che cinicamente t’inghiotte, divora e sbrana se non possiedi un’enorme forza di volontà. Una città così tentatrice può rischiare presto di farti soccombere e devastarti.

Tanto da lasciarti smarrita nella sua melma. E poi da quella palude buia non ti può più salvare nessuno.

Lucia, pur di sopravvivere, accetta ogni tipo di lavoro, dal più umile al più trasgressivo e immorale.

Prima distribuisce volantini, conciata da pollo, poi fa la babysitter, quindi addirittura partecipa a una festa privatissima, un party piccante e molto privé in cui, in cambio di duemila dollari, deve lasciarsi guardare da dei voyeur. Ma è un party alla Eyes Wide Shut o qualcosa di più perversamente strano…?

Non possiamo naturalmente svelarvelo. Cosa succede in quella stanza ove, a turno, entrano le ragazze della festa?

Lucia, sì, solo lei senza nessuno, deve combattere con ogni mezzo lecito e non, giorno dopo giorno, ora dopo ora, pur di non farsi infangare nella dignità. In continue prove di resistenza che demoralizzerebbero chiunque.

Come andrà a finire?

New York è la città dei big, big dreams…

Possiamo dirvi che se amate i film dei supereroi Most Beautiful Island non è il film che fa per voi. Riprese a mano, pochi dialoghi, un’atmosfera di morte quasi esoterica percorre tutto il film e la scena del party dura quasi la metà del film. Lenta, lentissima, basata quasi esclusivamente sulle emozioni del viso di Lucia.

Fotografia essenziale, simil Dogma, di Noah Greenberg.

È il classico film che fa male ai perbenisti per il semplice fatto di essere moralmente, mortalmente ambiguo, forse non per altro, con una suspense nel finale in puro stile Hitchcock.

Il classico film che, appena capisci che piega prende, puoi respingere immediatamente o guardarlo, quasi da guardone, tutto d’un fiato per assistere allo spettacolo…

Abbiamo già detto troppo.most-beautiful-island-recensione-film-01-

di Stefano Falotico

 

Racconti di Cinema – La cosa di John Carpenter, ipotetica Trilogia dell’Apocalisse

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La cosa… film del 1982 della durata di 1h 49min.

Sceneggiato da Bill Lancaster dal racconto orrorifico e fantascientifico di John W. Campbell Jr., La cosa da un altro mondo, già alla base dell’omonimo film originale di Christian Nyby girato in collaborazione con Howard Hawks, che lo produsse e co-diresse non accreditato.

E rappresenta, sulla base delle dichiarazioni di Carpenter stesso, il primo capitolo di una sorta d’ipotetica Trilogia dell’Apocalisse, a cui faranno seguito Il signore del male e Il seme della follia.

Siamo in Antartide e il film è ambientato esattamente nel 1982, proprio l’anno di uscita del film, quindi è un fanta-thriller contemporaneo rispetto al periodo in cui è stato girato.

Qui, al Polo Nord, è ubicata una stazione di ricercatori ove il tempo pare essersi fermato, cristallizzato nella monotonia di gesti e azioni lentissime, di una piccola comunità soporifera, immersa nella nevosità d’un clima ostile e cupissimo (la fotografia atmosferica, nera e livida, è nuovamente di Dean Cundey). Così, dopo i titoli di testa, anticipati da un disco volante che, planando in avaria e perdendo la rotta, si schianta, esplodendo frantumato vicino alla crosta terrestre, nell’enigmatico buio stellato dell’universo, scanditi dall’incalzante musica ossessiva di Ennio Morricone (qui alla sua prima, stupenda ma unica collaborazione con Carpenter, ingiustamente disdegnata dalla Critica che lo candidò al Razzie Award), assistiamo lentamente a una scena agghiacciante. Un elicottero sorvola le montagne e insegue un cane siberian husky. Il tiratore prova a uccidere l’animale ma l’animale rimane illeso e schiva ogni colpo con funambolica destrezza e fortuita abilità. Quindi, inseguito da questo cinico, umano predatore, viene accolto a braccia aperte dagli uomini della stazione scientifica, giunti in suo soccorso. L’uomo dell’elicottero però, come fosse in preda a una follia rabbiosa e implacabile, scende dal velivolo, e continua a fucilare incessantemente, fino a che un uomo lo trafigge e ammazza, sparandogli a un occhio e silenziandolo all’istante.

Ma perché quell’uomo, che scopriamo essere un norvegese, così come i suoi compagni adesso tutti morti, voleva a tutti i costi uccidere quella povera bestia, nell’atto sconsiderato e scellerato della sua spietata caccia mostruosa? E pareva essere posseduto da una furia omicida dannatamente oscena?

Scende la sera, pacatamente gli uomini ritornano alle loro postazioni, ognuno occupandosi delle consuete, abitudinarie mansioni. Ma all’improvviso, nel canile all’interno della base, una creatura terrificante, fra latrati abnormemente, orridamente raccapriccianti e grandguignoleschi, sta divorando tutti gli husky e, trasmutando in loro, ne sta assumendo le sembianze, contorcendosi sanguinariamente animato da una forza sovrumana.

Gli uomini, terrificati da quegli abbaiamenti spaventevoli, si precipitano verso il canile e assistono, raggelati, all’orrendo pasto lupesco, è il caso di dirlo, di quella ributtante e inguardabile creatura, che ora si dimena ancora più furibondamente, fra budella tumefatte e un corpo in perenne mutazione, alla cui sommità e tutt’intorno spuntano le teste dei cani da essa stessa divorati.

Come se quella creatura non identificabile avesse fagocitato le bestie e le avesse assorbite nel suo codice genetico. In un tumultuoso torcersi sbranante in cui ha incorporato e assimilato gli animali a sé in pazzesca, allucinante metamorfosi simbiotica.

Questa, sì, è la cosa. Un’entità aliena risvegliata dai norvegesi, risorta da un letargo durato migliaia di anni, in cui è stata ibernata sotto i ghiacciai, adesso imprendibilmente fuggita a piede libero per contagiare e divorare ogni essere vivente del Pianeta Terra, e, nella sua ferina, inarrestabile mostruosità rigenerativa e infettiva, distruggendo a sua volta ogni altra cosa, ricreandosi e plasmandosi al DNA delle sue vittime.

La cosa non si fermerà e ora sta contagiando tutti gli uomini della base polare-artica.

Dev’essere abbattuta e bruciata viva, ma la cosa è qualcosa d’infidamente invisibile che risorge dalle sue ceneri e, morbosamente maliarda, è diabolicamente invincibile. La cosa è immortale e la sua immortalità cerca vita nella morte perpetrata agli esseri dapprima vivi.

Tutti possono essere contagiati e nessuno si fida di chi gli sta di fronte o accanto. Uno di loro potrebbe essere la cosa trasformatasi in un uomo, tutti potrebbero essere la cosa, la persona all’apparenza normale potrebbe essere stata già indelebilmente infettata.

E cresce la paura, la tensione si taglia col coltello, vibra la suspense montante in un assordante urlo delle notti più terrificanti.

Alla fine rimarranno due uomini a guardarsi in faccia, uno dei due o entrambi sono la cosa?

Un altro monito apocalittico di Carpenter, pessimista, radicale, perché pare volerci dire, senza troppe metafore, che forse siamo noi, uomini, l’incarnazione stessa della cosa. Chiunque di noi lo è e, per sopravvivere, parassitariamente assimila ciò che lo circonda, in maniera funereamente viva e glaciale. Malevola e subdola.

Il film, come detto, è del 1982 e incassò assai maluccio, annientato da E.T. – L’extra-terrestre.

Due grandi film, uno figlio della poetica spielberghiana di quel periodo, con la “cosa” aliena contagiosamente buona, col suo carico di ottimismo sognante e leggiadro, e di contro questo di Carpenter, spietato, nerissimo, a profetizzare invece un nostro immediato futuro catastrofico. Enormemente spaventoso.

Ah, scusate, non ho citato gli stratosferici effetti speciali di Rob Bottin, già autore per Carpenter degli Special Effects di Fog.

La cosa però, a mio avviso, non è il capolavoro tanto miticizzato dai fan di John. Alla sua uscita, la Critica gli fu molto freddina, col tempo adesso nessuno si sente di obiettare sulla sua grandezza.

E io non ho la pretesa di schierarmi in nessuna delle due fazioni.

La cosa è un film importantissimo, ovvio e inconfutabile che lo sia, ma il rischio d’idealizzarlo troppo e amplificarne i meriti è dietro l’angolo.

È il classico film ingiustamente snobbato quando uscì e poi forse iper-glorificato oltre i suoi reali meriti. Dove sta la verità?

 La verità è che capolavoro lo è. Eh eh.

 

 

di Stefano Falotico

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Racconti di Cinema: Distretto 13 – Le brigate della morte di John Carpenter

Distretto 13

E Carpenter firma quello che, dopo tanti ripensamenti e revisioni da parte della Critica, è oramai accertato che sia il suo primo, vero capolavoro, ovvero Distretto 13 – Le brigate della morte. Un film di una potenza visionaria e di una compattezza granitica da stremare e lasciarci storditi per l’eleganza col quale è stato claustrofobicamente girato, ancora una volta un kammerspiel sui generis, come saranno poi anche La cosa o Il signore del male, ma perfino lo stesso Halloween. E irrompe il tema e lo stilema pressoché uniforme di molta della poetica carpenteriana.

L’asserragliamento di alcune persone, diverse fra loro per gusti, estrazione sociale e carattere, che giocoforza saranno costrette ad affiancarsi nella lotta per la vita, ad affiatarsi e a scendere amicalmente a patti per sventare, sventrare e combattere la minaccia mortale che incombe, oscura e profeticamente tagliente come una lama sottilissima di rasoio, come l’accecante, allucinante tensione che si respira in questo capodopera inconfutabile dalla secca, abrasiva durata di 1h e 31 min, morbidamente calibrati nella suspense lugubre di un’eccitante cardiopalma visivo-emozionale.

Carpenter attinge a uno dei suoi must, un film che deve aver amato alla follia, Un dollaro d’onore (Rio Bravo) di Howard Hawks, ma più che eseguirne un rifacimento, lo parafrasa e lo trasla in un’ambientazione decadentistica ai confini di una cittadina, Anderson in California, tetramente aggomitolata in una cappa soffocante dalla glaciale atemporalità.

Sì, il film è del 1976 e la vicenda si svolge in quell’anno, ma pare di assistere a un’avventura fuori dallo spazio-tempo, in una zona sospesa nel rabbrividente buio dell’impalpabile asincronia trascendente.

 Sei uomini di una gang, in un ghetto losangelino, vengono trucidati dalla polizia e i voodoo, i sicari di una brigata armata e folle, giurano vendetta agli sbirri. Come dei kamikaze senza paura di morire, accecati dalla bramosia vendicativa a zenit della loro pazza visione del mondo, si scaglieranno contro le forze dell’ordine, costi quel che costi. In una missione suicida e catartica. Spericolata da puri guerriglieri metropolitani, ancor prima dei warriors di Walter Hill. In una notte interminabile, livida e spettrale ove rifulgeranno messianici d’ira implacabile, a incarnazione quasi incorporea del loro odio inesorabilmente livoroso nei confronti del bieco, pusillanime ordine costituito, esaltati dalla lor cieca furia maestosa, divini fantasmi senza volto di un assedio imperituro, dopo aver depositato il loro straccio insanguinato, in segno di plateale e inconvertibile sfida alla polizia, dinanzi all’entrata del tredicesimo distretto del posto.

In questo distretto, c’è un nero appena nominato Tenente, Ethan Bishop (Austin Stoker), incaricato quella notte di prendere il comando della stazione di polizia, prima che venga spostata in una zona meno isolata. Qui, al tredicesimo distretto, sosta un pullman diretto a Sonora, che sta deportando tre pericolosi criminali in una prigione di massima sicurezza. E il poliziotto che li scorta è obbligato a chiedere asilo, per quella notte, a Bishop, perché uno dei prigionieri versa in precarissime condizioni di salute e la polmonite, di cui è affetto, sta rischiando di ammazzarlo. E lui non può permettere che un detenuto, in sua custodia, muoia senza che possa ricevere assistenza medica, almeno fin quando sarà sotto la sua supervisione.

Fra i tre prigionieri, spicca Napoleone Wilson (Darwin Joston), un uomo condannato alla pena capitale.

Potrei stare a raccontarvi altro, del padre sotto shock, a cui hanno appena ucciso la sua bambina, in una scena che all’epoca fece molto scalpore per la sua crudezza e non fu censurata per miracolo, che stremato approda al distretto e chiede protezione, per sfuggire dagli assassini di sua figlia che lo stanno inseguendo… e dirvi che Napoleone dimostrerà a tutti di essere un cattivo più buono dei buoni che tanto buoni non sono affatto, o perlomeno potrei pedantemente, didascalicamente sottolinearvi di come la labilissima linea di demarcazione fra straight men e criminals diventi qui inesistente e indistinguibile, perché i buoni sono molto più furbescamente, cruentemente sanguinari dei cattivi più di quanto il loro onesto mestiere incorruttibile lasci presagire e supporre. Ma non mi va di peccare di pleonastica, descrittiva, minuziosa pignoleria esegetica. È nelle virili, spassosissime schermaglie, nei siparietti dialogistici fra il tenente e Napoleone, fra Julie (Nancy Kyes) e Napoleone stesso, che il film gioca tutte le sue carte migliori. Perché, in una tale situazione di pericolo estremo, ove il distretto è stato preso infinitamente di mira dai brigatisti psicopatici, bisogna sopravvivere e abbandonare ogni vera, artefatta o falsa maschera che la società ci ha frettolosamente appioppato ed è necessario entrar in combutta l’uno con l’altro, azzerando le differenze etico-comportamentali che ci hanno, almeno esteriormente, reso quel che, erroneamente, superficialmente siamo agli occhi degli altri, per rimanere a far parte di questo sporco, ingiusto, cannibalesco mondo.

Carpenter è autore anche del montaggio, nascondendosi dietro lo pseudonimo di John T. Chance, ovvero il nome del personaggio di John Wayne in Un dollaro d’onore, e firma la celebre track sonora, diventata un classico intramontabile. In più, si concede un fugacissimo cameo nella parte di uno degli assalitori del distretto a cui sparano mentre cerca di entrare da una finestra.

Anni fa, non so perché, accostavo questo film a Fog. E devo dire che, nelle mie strambe emozionalità adolescenziali, la mia mente non mi aveva affatto giocato brutti scherzi. E il parallelismo era ed è quanto mai calzante. Perché Distretto 13 è in fondo una storia di ectoplasmi e nosferatu, di zombi alla Romero, di morti giammai davvero morti che pare risuscitino e si rigenerino, spiriti imprendibili che danzano nella penombra della Luna, quando la città è avvolta dalla notte più profonda e misterica.

Un impareggiabile capolavoro imitato e stra-copiato, che ha avuto un remake per la regia di Jean-François Richet, e in qualche maniera è stato futuristicamente rifatto dallo stesso Carpenter nel “newquel” Fantasmi da Marte.

Un film che alcuni considerano un caposaldo perfino di quel tipo di pellicole ad alto tasso scioccante e terrorizzante appartenenti al sottogenere Shoxploitation.

E che, invero, è talmente grande e stratificato che non puoi collocare in nessuna classificazione generica. È un metropolitano western, un thriller, un film fantascientifico. E quant’altro.

Forse solo immane Cinema altro.

di Stefano Falotico

 

Racconti di Cinema: Cape Fear – Il promontorio della paura di Martin Scorsese con Robert De Niro e Nick Nolte

Cape Fear Locandina

Oggi voglio parlarvi di un film che certamente avrete visto almeno una volta in vita vostra, ovvero Cape Fear – Il promontorio della pauraremake spaventosamente moderno, datato 1991, dell’omonimo film del 1962 di J. Lee Thompson con Robert Mitchum e Gregory Peck. Che qui tornano in brevi camei, assieme a Martin Balsam, in ruoli antitetici rispetto alla pellicola originaria. Mitchum fa il poliziotto e Peck l’avvocato difensore del criminale.

Il film originale, così come naturalmente di conseguenza quest’affascinante, magniloquente rifacimento di Scorsese, è tratto dal romanzo The Executioners di John D. MacDonald.

La regia di Cape Fear – Il promontorio della paura inizialmente doveva essere di Spielberg che aveva già preso accordi con Robert De Niro per affidargli la parte ingrata ma superbamente, peccaminosamente attraente di Max Cady. Ma Spielberg ritenne, col senno di poi, che il materiale fosse troppo violento, decidendo di optare per Schindler’s List. Cosicché la regia passò a Martin Scorsese, dietro insistiti suggerimenti di Spielberg stesso, che di Cape Fear rimase produttore, sebbene non accreditato, e nonostante le diffidenze e le mille titubanze di Scorsese, che alla fine cedette e si lasciò piacevolmente persuadere a dirigerlo, chiedendo però espressamente allo sceneggiatore Wesley Strick di apportare notevoli modifiche alla sceneggiatura, per renderla più magmaticamente metafisica, affinché la semplice storia di vendetta contenuta nel soggetto di partenza, che è il centro nevralgico della vicenda e il motore propulsivo che innesca le azioni comportamentali fra i personaggi, venisse trasformata e trasmutata in un ritratto cupamente angoscioso da thriller raffinatamente psicologico. Per creare maggiore dualità introspettiva fra i due opposti protagonisti principali e tratteggiar meglio e con più finezza analitica le loro sfaccettate, perverse personalità ambigue. E specularmente tanto all’apparenza distanti quanto similmente univoche, ottuse e ripugnanti, spregevolissime nella loro radicalizzata visione del mondo. Il pazzo psicotico che, dopo le brutture e le violenze subite in penitenziario, si è forgiato in una corazza invincibile da mostro superomista, l’incarnazione muscolosa del Krueger di Nightmare, e il borghese adagiatosi nell’ipocrita mestizia falsamente felice di una vita sporcamente ambiziosa e decorosa.

Sì, perché la trama è abbastanza elementare. Max Cady (Robert De Niro), uno stupratore, ha scontato una pena durissima in carcere e ora, riagguantata la libertà furentemente agognata, sofferta e straziantemente ambita, vuole terribilmente vendicarsi del suo ex avvocato, che l’ha tradito, ché omise un fascicolo decisivo che poteva alleggerirgli l’estenuante, brutale, sfibrante, crudelissima condanna esiziale.

Che l’ha costretto a vivere sulla propria anima martoriata e sulla sua anima coartata e annientata un patimento estremo, quasi biblico, da sacrificale bestia umiliata. E che l’ha indotto ad animalizzarsi furibondamente e a elevarsi filosoficamente per rigenerare sé stesso nel cuore diveltogli.

Allorché, Cady comincia spietatamente a terrorizzare l’avvocato Bowden (Nick Nolte) prendendo finemente di mira sua moglie (Jessica Lange) e la sua figlia adolescente (Juliette Lewis), per far ribollire tutti di paura. La paura più intangibilmente sulfurea ma mefistofelica e spettrale. E peraltro il suo “stalking” assiduo e agghiacciante non può essere tacciabile di crimine perché Cady sa come subdolamente agire, senza mai sfociare nell’illegalità facilmente punibile.

Esploderà, dopo tanta viscidità, dal reliquiario delle infide, ingannatrici, reciproche sfide psicologiche fra Cady e Bowden, la violenza catartica, quasi apocalitticamente sanguinosa, e rimarrà soltanto l’incancellabile ricordo di un incubo abissalmente contagioso. Sì, perché Cady morirà finalmente, ma la famiglia Bowden, dopo quel raccapricciante sgomento tanto sterminatamente perduratosi, non sarà più come prima. È stata mutata indelebilmente nella sua percezione del mondo stesso, nonostante possa sembrare che sia rimasta sana e salva, all’apparenza illesa.

Un film metaforico imperfetto, troppo caricato così come lo è volutamente la pur eccelsa prova attoriale di De Niro (candidato all’Oscar assieme alla prodigiosa e fragile Juliette Lewis), pieno di eccessi, incongruenze narrative e iperboli stilistiche non sempre impeccabili. Ma resta un film di granitico fascino morboso, che si può seguire appassionatamente sia sul versante ludico da film d’intrattenimento di genere sia sul versante esegetico di una storia combattiva da gatto col topo, ma che si può filtrare persino anche attraverso letture, appunto, tipicamente scorsesiane. Esemplificate dalle molte scene nelle quali il personaggio di Cady, marcio e oramai umanamente lurido, si confronta con la giovinezza repressa e inascoltata incarnata del personaggio della Lewis, speranzosa ma timida, impaurita e al contempo curiosissima, dilaniata e soffocata nel tunnel della polarità turbativa fra l’irresistibile voglia trasgressiva di crescere e la mesta rassegnazione di accettare gl’ipocriti precetti impartiteli dai genitori.

Tormentata dal dubbio giovanissimo e bellissimo se scegliere nella vita o farsi scegliere dalle regole farisee della società.

Il film sbanda più volte, contiene esagerate scene di violenza a mio avviso, qui sì, gratuite e troppo effettistiche, sganciate dalla poetica scorsesiana per adeguarsi semplicemente a qualche disambigua standardizzazione negativamente hollywoodiana dello splatter più macabramente scontato e un po’ disgustoso.

Ma sono colpe e pecche che possiamo perdonargli. Possiamo promuovere questa storia di peccati e redenzioni, di rinascenze e resilienze mostruose, a pieni voti.

Fotografia limpida e iridescente del chiaroscurale, magico e stellato, lynchiano Freddie Francis.

De Niro, quell’anno, perse ai punti l’Oscar contro un “mostro” ancor più titanico, trionfale e scioccante del suo Max Cady, l’Anthony Hopkins/Hannibal Lecter de Il silenzio degli innocenti.

E sarebbe stimolante un giorno scrutare e studiare i parallelismi fra le due performance.

 

di Stefano Falotico

 

Racconti di Cinema – Al di là della vita di Martin Scorsese con Nicolas Cage

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Ebbene, in questi giorni Martin Scorsese è a Bologna e, a fine anno, come tutti sappiamo, è atteso col suo già epocale The Irishman con Robert De Niro, Al Pacino e Joe Pesci, anche se, essendo una produzione Netflix, non sappiamo se il film, com’è molto probabile ma non certo, verrà presentato in sala, o uscirà direttamente sulla piattaforma di streaming più famosa al mondo. Quel che è quasi assicurato è che questo mastodontico kolossal, per poter gareggiare agli Oscar, verrà mostrato in anteprima prima della fine del 2018. E ci auguriamo davvero che ciò possa accadere, che la post-produzione non si attardi troppo, per via dei notevoli, massicci effetti speciali che necessitano di mesi e mesi di affinamento, sebbene noi spettatori non lo potremo vedere prima dell’anno a venire. Detto questo, quale migliore occasione per rispolverare una perla magnifica di Scorsese, Al di là della vita (Bringing Out the Dead), una di quelle pellicole forse talmente belle, nitidamente angoscianti, cristologica, paurosamente dostoevskijana, soffusamente maledetta, che nessuno prende mai in considerazione e, quando si parla di Scorsese, in pochissimi citano. Wikipedia perfino si è scordata di lei e le dedica solo un trafiletto banale che la liquida in poche epigrafiche righe.

Perché trattano in questo modo quello che invece, stupendamente, è l’ultimo grande capolavoro di Scorsese? Sì, avete letto bene. Permettetemi di obiettare contro chi sostiene che i film con DiCaprio sono grandiosi, personalmente, è paradossale lo so…, Gangs of New YorkThe AviatorThe Departed (seppure oscarizzato), Shutter Island e l’insopportabile, sopravvalutato e indigesto The Wolf of Wall Street, non me ne voglia il comunque superlativo DiCaprio, sono proprio i suoi film peggiori. Non ho detto brutti ma peggiori perché sono un avido compromesso con le case di produzione che hanno rattrappito e strozzato il virulento, sanguigno, passionale Scorsese nel Mainstream delle logiche commerciali. Film elegantemente magistrali, ma privi di quel suo tocco viscerale, poeticamente straziante, funambolico e furioso delle sue massime opere. E, tralasciando DiCaprio, Hugo Cabret e Silence sono, sì, vette altissime, ma scevre della potenza cinematografica più puramente scorsesiana. Laddove, di contraltare, invece i suoi capidopera c’avevano sempre dissanguato emozionalmente, turbandoci nel loro essere furentemente sleepers. Quei film che t’entravano sottopelle, nell’asma dell’anima meandrica squarciata da tanta venustà turbativa, che non si scollavano più dagli occhi pulsanti e dal cuore nostro dell’interminabilmente adorarli in acute vertigini dell’ammirazione più incantata.

Sì, Al di là della vita è l’ultimo, vero capolavoro di Scorsese. Anno 1999, Scorsese opziona l’allucinata e allucinante novella di Joe Connelly, da noi tradotta come Pronto Soccorso, affidandosi al suo folle scudiero Paul Schrader, che riesuma, elucubra e vivifica incendiario il loro masterpiece assoluto Taxi Driver, aggiornandolo, spostandolo e retrodatandolo ai primi anni novanta, in una New York degradata, cimiteriale ma ripulita dallo spietato sindaco Rudolph Giuliani.

Un’altra storia notturna, come Taxi Driver, un’altra parabola delirante pregna, debordante di umorismo nero come Fuori orario, scandita in sussulti tremolanti, fievolmente fluida e poi cesellata con vigoria, destrezza spericolata da un’infermabile e infernale macchina da presa mobilissima e mai doma, spalmata sull’intaglio sottilissimo d’immagini sghembe, stroboscopiche, fra neon lampeggianti, sirene intermittentemente allineate al brivido corrosivo di anime impazzite, fra catartiche ed esplosive notti livide immerse nella fotografia sbiadita e poi satura, iridescente di Robert Richardson.

Martin Scorsese vuole Edward Norton nei panni del protagonista perché il Norton di quel periodo è praticamente la reincarnazione di Robert De Niro. E il protagonista di questo trip acido e romanticamente doloroso altri non è che il fantasma riposseduto di Travis Bickle, un Don Chisciotte smarrito nella languidezza esiziale del suo perenne tormento esistenziale, assalito da inauditi sensi di colpa, afflitto da un’insanabile, ferale, insistente insonnia spettrale.

Ma Scorsese deve girare con la Paramount e Nicolas Cage, il quale proprio con la Paramount aveva firmato un contratto che lo legava a tre film da interpretare, dopo Face/Off e Omicidio in diretta, libero in quel momento da altri impegni, è stata la scelta pressoché obbligata della produzione.

E, in fin dei conti, la scelta forzata di Scorsese non si è rivelata poi così disdicevole, perché a quei tempi Nicolas Cage era genialmente stralunato, iracondo e tenero, buffo, patetico, disarmonicamente aggraziato nelle sue movenze ipercinetiche, dinamicamente articolate come un invertebrato clown sardonico e sbeffeggiante, la faccia giusta per Frank Pierce, paramedico allo sbando in una New York sull’orlo del collasso nervoso. E i suoi occhi azzurro-verdi son stati un abbinamento fotocromatico strabiliante fra luci e colori liquidamente magmatici.

Frank non è riuscito a salvare una ragazza tossica, morta di overdose, in una freddissima mattina di neve le si è accasciata fra le sue braccia impotenti e mortificate. E da allora vaga come un ectoplasma in una città-metropoli dedalica, scura, tetra e al contempo variopinta, pervasa dalla violenza spasmodica, con sguardo sommesso e poi inferocito, e platonicamente, nella sua pietas, s’innamora di una ragazza bionda di nome Mary Burke come la madonna (Patricia Arquette), il cui padre attende di risvegliarsi dal coma.

In questa sua missione viene accompagnato da tre colleghi più fuori di testa di lui, tre angeli diabolici e sgangherati, degli ubriachi di lavoro a cui il lavoro ha dato al cervello. Incarnati da tre caratteristi da applausi a scena aperta, il grasso e smisurato John Goodman (Larry Verber), Ving Rhames (Marcus) e quell’istrione fumantino e rubicondo di Tom Sizemore (Tom Wells) prima che lo perdessimo…

Dolore, dolore e ancora dolore. E poi i fuochi artificiali nell’immensità luminescente di grattacieli che lambiscono carezzevolmente il cielo, nella vastità della vita sterminata nel suo disperato protendersi verso l’irraggiungibile, vicinissimo e lontano al di là…

Siamo figli delle stelle e dei loro soavi, martorianti ruggiti. Sin al termine di ogni notte.

Di ogni cuore vivo o già morto, resuscitato o crocefisso.racconti-di-cinema-al-di-la-della-vita-01- racconti-di-cinema-al-di-la-della-vita-03- racconti-di-cinema-al-di-la-della-vita-04- racconti-di-cinema-al-di-la-della-vita-02-

di Stefano Falotico

 

Racconti di Cinema: Christine – La macchina infernale di John Carpenter

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E arriviamo a Christine – La macchina infernale. Parto subito col dire, spiazzando i suoi inguaribili ammiratori, i quali quando si parla di Carpenter non sono mai obiettivi e difendono a spada tratta ogni sua pellicola, che Christine non è sinceramente un grande film. Ma andò abbastanza bene al botteghino. Costato relativamente poco, cioè $9,700,000, incassò quasi il triplo del suo budget.

Il film uscì negli Stati Uniti il 9 Dicembre del 1983, da noi invece fu distribuito in sala il primo Marzo dell’anno dopo.

Era lecito aspettarsi un discreto successo. D’altronde, tutti i grandi registi in quel periodo si erano accorti del potenziale commerciale di Stephen King, e anche Carpenter, strizzando l’occhio al box office, sapeva bene che adattare l’omonimo romanzo del maestro del brivido gli avrebbe fruttato parecchi soldi.

Il suo film non è affatto brutto, ci mancherebbe, ma non poteva e non può competere, anche a tutt’oggi, con adattamenti da King decisamente superiori. E mi riferisco a Carrie di Brian De Palma e al quasi suo contemporaneo Shining di Stanley Kubrick.

Due capolavori contro i quali Christine, pur con tutti i suoi evidenti e rimarcabili pregi, sfigura non poco.

Diciamo che Christine è cresciuto col tempo, com’è accaduto con quasi tutte le pellicole di Carpenter. Ora brilla di un’aura mitologica tutta sua e lo potremmo classificare fra i cosiddetti film di culto, per la gioia dei fieri appassionati del Cinema di John.

Ma ripeto, se vogliamo essere lucidamente oggettivi, questa mitizzazione gli deriva più che altro dalla nomea e dalla leggendarietà di Carpenter in quanto tale, dall’esaltazione dei suoi adoratori che tendono a venerare e magnificare ogni sua creatura a prescindere da fattuali e veridici motivi estrinsechi rispetto all’effettiva bellezza del film stesso.

Christine non è male, anzi, è un film seminale e importante, ma non possiede la potenza di altre sue opere, appare adesso inevitabilmente datato, logorato dal tempo, e la sua longevità cinematografica ne ha inesorabilmente risentito.

È un film figlio del suo tempo. Incastonato nei suoi stilemi, nelle istanze di quegli anni. Ove primeggiavano le pellicole a tematica adolescenziale incentrate su timidi studenti collegiali schiacciati da genitori asfissianti, e imperava la capricciosa, oserei dire “brufolosa”, voglia di ribellione.

Incipit:

Detroit, anno 1957. Siamo in una fabbrica di automobili di macchine Plymouth e viene appena sfornata e confezionata una rossa, fiammeggiante e luccicante Fury d’annata. Uno stupendo modello d’epoca. Al che un operaio, come da programma, controlla l’autovettura per la messa a punto ma viene lesionato gravemente dalla lamiera del cofano che quasi gli amputa e trancia la mano. Poi, un altro operaio la prova e vi si siede a fumare un sigaro, con la cenere che si rovescia sul sedile ancora incellofanato. Subito dopo viene trovato morto, soffocato dai gas di scarico.

Quindi, l’azione con un repentino flashforward si sposta in California, a Rockbridge nel giorno 12 Settembre del 1978.

Due inseparabili amici, Arnie Cunninghame Dennis Guilder (rispettivamente interpretati da Keith Gordon e John Stockwell) si dirigono a scuola, per il primo giorno del nuovo anno. Non è quello che si può definire un giorno indimenticabile, anzi, va tutto storto.

Dennis Guilder, nonostante sia belloccio e carino, nel suo imbranato tentativo di corteggiare una ragazza, fallisce ridicolmente, mentre ad Arnie capita di peggio. Viene angariato e malmenato da quattro bulletti, capitanati dal manesco Buddy Repperton (William Ostrander), sebbene la rissa venga comunque presto sedata e Buddy sia espulso. Buddy però non ci sta e minaccia pericolose ritorsioni.

Intanto nella scuola è arrivata la cosiddetta ragazza di un’altra categoria, dalla classe inarrivabile, la ragazza emancipata che tutti desiderano, la donna dei sogni, la serissima e slanciata Leigh Cabot (Alexandra Paul).

E tutti le vanno dietro, sbavandole smodatamente.

Nel tragitto di ritorno da scuola, Arnie e Dennis avvistano nel mezzo di una radura, ai piedi di cespugliosi arbusti e di una cascina fatiscente, una macchina in disuso. È proprio quella maledetta Plymouth Fury. Ma naturalmente loro ne sono ignari. Arnie, folgorato da questa macchina pregiata, seppur malmessa, decide immediatamente di acquistarla e contratta velocemente col suo proprietario, un decrepito contadino macchiato d’olio e col camice imbrattato.

La mette a posto, e da allora non se ne stacca più per nessuna ragione al mondo.

E subisce un’inaspettata trasformazione. Da buffo, strano, anonimo, timido, goffo nerd occhialuto, diventa un ragazzo normale, discretamente piacente e sarà proprio lui, contro ogni pronostico, a conquistare l’ambita Leigh Cabot. L’impossibile si è divinamente materializzato e avverato.

Arnie è gelosissimo della sua macchina, la tratta come un’amante, e la macchina è allo stesso modo morbosamente gelosa di lui. Come se ricambiasse il suo premuroso, delicatissimo, sconfinato amore ed entrambi si compenetrassero e teneramente effondessero assieme in maniera metafisicamente sessuale.

Il migliore amico di Dennis, stupefatto, incredulo dinanzi alla metamorfosi di Arnie, diviene geloso a sua volta di quella macchina, di nome Christine, e la stupenda ragazza di Arnie, Leigh, parimenti è assillata da essa, anzi da lei. Perché Christine pare umana, la turba, e crede che Arnie copuli con lei e la tradisca. Sì, la tradisca con Christine.

Sia Dennis che Leigh, ingelositi a morte, rischiano di morire.

Arnie tiene parcheggiata Christine in una scalcinata officina. In una notte fosca e tempestosa, Buddy e i suoi amichetti s’infiltrano nel garage di nascosto, e distruggono Christine, riducendola a brandelli.

Ma Christine rinascerà, dalle macerie della sua carne metallizzata, dall’anima macellata di quello spregevole affronto alla sua erotica, sì, avvenentissima rilucenza vigliaccamente deturpata, devastante si restaurerà vendicativa, assurta ora a sanguinoso, indistruttibile congegno luciferino.

Fioccheranno i morti trucidati, e sarà allora che entrerà in scena il giustamente sospettoso, scrupoloso tenente di polizia Junkins (Harry Dean Stanton).

Che cosa sta succedendo?

Lo scoprirete solo vedendo Chrstine.

Come in un Crash cronenberghiano, il corpo-macchina si propaga e trasmuta, in tal caso, attraverso i cambiamenti fisici e caratteriali di Arnie. E, a tesi di questo mio ragionamento, ricordo a tutti che nel libro di King, appena Arnie entra in contatto e “possiede” Christine, la sua acne adolescenziale sparisce e il suo viso si abbellisce com’illuminato d’armoniosa grazia, mentre nel film, dal momento in cui diviene il suo segreto amante inconfessabile, non indossa più gli antiestetici, grossi occhiali.

Film discontinuo, con grandi momenti tipicamente carpenteriani e angoscianti, e altri invece più confusi. E nell’insieme il film pecca di una certa ingiustificata prolissità, dilungandosi in digressioni superflue e talvolta troppo minuziosamente, puntigliosamente descrittive.

Ma, seppur afasico, è mordacemente appassionante lo stesso, ipnotizza lo spettatore per buona parte dei suoi 110 min e, assieme a Starman, è il film dal minutaggio più lungo della carriera registica di Carpenter. E, ribadisco, forse solo proprio per via della sua non necessaria lunghezza, disperde lungo l’intreccio una certa forza espressiva, che poteva essere maggiormente graffiante. Un film, dunque, che poteva essere più incisivo e corrosivo e che invece così, in vari frangenti, appare tedioso e frammentario. D’altronde, una delle peculiari caratteristiche di Carpenter, come già detto, è stata la sua uniforme capacità sintetica, l’aver sempre saputo condensare svariati e radicali temi con invidiabile essenzialità. Una delle matrici imperative della sua poetica.

Ma comunque funziona abbastanza fluidamente, inquieta e vi sono al solito 4 5 imponenti momenti di Cinema colossale. Come, su tutti, l’inseguimento per le claustrofobiche strade notturne e l’uccisione nel vicolo cieco di Christine nei riguardi del teppistello Moochie Welch.

Christine è un film che sarebbe inoltre da studiare anche per analizzare l’evoluzione artistica dei giovanissimi attori che l’hanno interpretato.

Il protagonista, Keith Gordon, è diventato un regista molto apprezzato. Suoi infatti l’interessantissimo Confessione finale con Nick Nolte, da Kurt Vonnegut, e Waking the Dead con Jennifer Connelly e Billy Crudup, oltre ad alcuni episodi di Dexter e di Fargo.

Colui che interpreta la parte del suo miglior amico nel film, John Stockwell, dopo essere stato Cougar in Top Gun, come Gordon è diventato regista, sebbene di pellicole di cassetta assai inferiori rispetto a quelle del suo collega.

E Alexandra Paul, negli anni novanta, ha raggiunto un certo grado di notorietà per aver incarnato l’androgina, sexy, vigorosa e prestante Stephanie Holden nella serie Baywatch.

E pensate, ai tempi di Christine, la Paul stava proprio assieme a William Ostrander. Insomma, nella vita reale, era innamorata proprio di colui che interpretava il vile capobanda del gruppo dei bulli. Altro che Arnie. Certe cose succedono soltanto nella finzione…

Come dire, se vogliamo essere realistici, che le belle donne irraggiungibili, ambiziose e altezzose, spesso e volentieri scelgono i tipi stronzi, alti, massicci, ruvidi, grinzosi, forse perfino barbarici e incolti.

Ma sarà poi la verità?

Infine, Kelly Preston… Che qui risalta nelle scene iniziali e poi non si vede più. Attrice che ricordiamo soprattutto per Gioco d’amore di Sam Raimi con Kevin Costner e che, da tantissimi anni, è la moglie di John Travolta.

Ecco che Carpenter, ancora una volta, in modo netto, gira un fantahorror politico. Arnie Cunningham che, fra l’altro e forse non a caso, ha lo stesso cognome di Ron Howard nella serie televisiva che impazzava in quegli anni, Happy Days, da buon Cunningham appunto, appartiene pienamente alla middle class americana molto agiata, anzi ricca. È decisamente un White Anglo-Saxon Protestant, un WASP per intenderci. Viene da buona famiglia, molto conformista, repressiva e forzatamente dai genitori, senza che gli possa esser permesso di compiere liberamente le sue scelte, vien obbligato a un insindacabile percorso scolastico. Al quale si deve attenere senza battere ciglio. Ma, quando inizia il film, è ancora minorenne, non è indipendente economicamente ed è vilipeso dai suoi compagni di scuola, che non lo accettano, lo respingono violentemente e deridono la sua sessualità, le sue imbranataggini, la sua maldestra timidezza.

Lui non gioca, come tutti gli altri, a football, fisicamente è sgraziato. È il classico tipo che non ce la può fare… È socialmente un idiota, almeno per gli scriteriati, arrivistici parametri della pazza società capitalistica americana, improntata a distorsivi valori come l’apparenza, il sesso e il mito del successo. Allora capisce che riuscire ad avere quella macchina di lusso d’epoca, Christine, gli garantirà l’accesso a quell’osteggiato mondo da lui connaturatamente odiato e respinto ma al contempo tanto bramato, e Christine diverrà per lui il lasciapassare per entrare di diritto in quel fatuo, precoce mondo falsamente illusorio di adulti cinici e subdolamente emancipati.  Quindi, attraverso lo status symbol della macchinona comprerà anche l’amore della ragazza desiderata da tutti. E più esteticamente migliorerà e otterrà piaceri tanto più la sua unicità, la sua preziosa, autentica, individuale, sana alterità verrà corrotta, e si putrefarà nell’animo. Edonisticamente contaminato, irreversibilmente guastatosi, leso nella purezza e vendutosi. Lui stesso trasformatosi in una brillante macchina fra scialbi, grigi uomini-macchine.

Bisogna aggiungere altro per capire la filosofia autoriale che sta alla base perfino di un film che, di primo acchito, potrebbe invece sembrare tanto lontano dalla carpenteriana visione del mondo? Quel che so per certo è che, certamente, Christine non è un capolavoro, ha tanti difetti, tante ammaccature, ma lasciateci amarla, no, ammirarlo e amarlo.

Come ha scritto il compianto critico Morando Morandini, rimanendo nell’ambito di facili metafore meccaniche, il film non ha abbastanza carburante per tutto il percorso. E, aggiungo io, come peraltro già evidenziato e spiegato, s’inceppa, s’incaglia, si affloscia, si spegne ma poi miracolosamente riparte. Perché nonostante le sue infossature e le botte, i lividi ricevuti nel tempo, nonostante oggi possa sembrare obsoleto, fuori moda, è un oggetto cinematografico di raro, splendente antiquariato, pericolosamente affascinante come la sua macchina infernale, questa macchina mefitica e irresistibile. Epidemicamente attraente.

Nel bene o nel male, un must.Christine 2racconti-di-cinema-christine-03-

di Stefano Falotico

 
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