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Le nomination dei Golden Globe 2018 e le mie considerazioni

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O meglio dei film per la televisione e il Cinema usciti nella stagione 2017, secondo la Hollywood Foreign Press Association, cioè la giuria dei novanta giornalisti della stampa estera.

Un premio molto importante che spesso è l’anticamera degli Oscar. Insomma, non sempre le scelte dell’HFPA collimano e coincidono con quelle dei membri degli Academy Award, ma in linea generale rispecchiano sovente i nomi di quelli che poi saranno appunto i protagonisti della grande notte delle stelle. E sono una dunque tappa importantissima e prescindibile verso la corsa alle statuette.

Ebbene, oggi al Beverly Hilton, sono state annunciate le nomination alle ore statunitensi 5:15 di mattina che da noi corrispondono alle 14 e 14 del primo pomeriggio. A stilare i nomi dei candidati Alfre Woodard, Garrett Hedlund, Kristen Bell e la mitica, rediviva Sharon Stone in abito rigorosamente rosso fuoco e capigliatura decisamente eccentrica. Ebbene, quasi tutto secondo i pronostici delle famose predictions apparse negli scorsi giorni sulle riviste cinematografiche più attendibili in materia, cioè Variety e Deadline.

Con però qualche sorpresa e qualche a nostro avviso ingiusta esclusione, le cosiddette snubs, che analizzeremo di seguito.

Dunque, facciamo con calma il punto della situazione. Per prima cosa, siamo estremamente lieti che Chiamami col tuo nome del nostro italianissimo Luca Guadagnino, si sia aggiudicato ben tre candidature in categorie decisamente rilevanti e principali, Miglior Film Drammatico, Attore Protagonista e Attore Non Protagonista. Sinceramente, siamo solo dispiaciuti che, proprio per la categoria Miglior Regista, Guadagnino sia stato “snobbato”. Ci sarebbe davvero piaciuto vederlo competere assieme agli altri prestigiosissimi, grandi registi internazionali. Per quanto riguarda sempre l’Italia, be’, nessuna nomination “diretta” a Paolo Sorrentino per The Young Pope e a Paolo Virzì per The Leisure Seeker, ma possiamo essere comunque soddisfatti che, per i loro rispettivi lavori sopra citati, i protagonisti delle loro lodevoli opere, Jude Law ed Helen Mirren, siano stati candidati come attori.

Il colpo di scena forse più clamoroso è quello delle tre candidature per All the Money in the World,  il film travagliato di Ridley Scott che è stato velocissimamente “rimontato” in fretta e furia dopo lo scandalo che ha coinvolto Kevin Spacey che, ricordiamolo, aveva indotto Scott e la produzione a cancellarlo dal film stesso, a sostituirlo con Christopher Plummer a poco più di mese soltanto dalla sua uscita in sala, a rigirare tutte le scene che lo vedevano presente, e che è stato dunque presentato in extremis per la competizione. Nessuno onestamente si sarebbe aspettato che Scott potesse essere nominato come miglior regista, addirittura, e che Plummer sarebbe stato candidato come Miglior Attore non Protagonista, oltre a ottenere anche un’altra nomination come Miglior Attrice per Michelle Williams, categoria in cui dai boomakers non veniva assolutamente prefigurata come possibile candidata.

Dunkirk di Christopher Nolan, come era previsto, “trionfa” a metà. Certo, Nolan e il film ottengono candidature di rilevo assoluto, ma il film viene totalmente ignorato nelle altre categorie principali, contentandosi solo di ricevere una nomination per lo score di Hans Zimmer.

Fra i grandi assenti, anche il completamente dimenticato Detroit. Il film della Bigelow infatti esce immensamente sconfitto dai Golden Globe, nonostante i larghi apprezzamenti della Critica. Probabilmente, era stato presentato troppo presto e i votanti hanno avuto, come spesso capita in certe occasioni, scarsa memoria.

Stesso discorso vale per Hugh Jackman. Viene candidato per The Greatest Showman ma ignorato per la sua stupenda, meritevole interpretazione in Logan.

Ma il più scontento di tutti sarà senz’ombra di dubbio Jake Gyllenhaal. Ancora una volta, dopo essere stato snobbato per Animali notturni dell’anno scorso, incassa consecutivamente un altro perentorio NO per il suo menomato di Stronger. E adesso, in vista di questa sorprendente “eliminazione”, la sua candidatura come miglior interprete maschile agli Oscar, che veniva data quasi per certa, pare davvero improbabile. Ma i suoi fan non devono disperare. Come si dice, la speranza è l’ultima a morire. Come detto, le scelte dell’HFPA spesso rispettano quelle dell’Academy ma sono anche molti i casi in cui un attore, escluso dai Golden Globe, è stato poi “ripescato” agli Oscar.

Fra le altre cose da menzionare, stupisce che la sceneggiatura di Scappa: Get Out non sia stata presa in considerazione, mentre Angelina Jolie può ritenersi davvero soddisfatta. Il suo nuovo film da regista, Per primo hanno ucciso mio padre, ottiene la nomination come Miglior Film Straniero, ed è la seconda volta che accade, era già successo con l’altra sua prova dietro la macchina da presa, Nella terra del sangue e del miele.

Comunque, questa è la lista completa dei candidati, io ho detto la mia, fatevi la vostra idea, scorrendola.

BEST MOTION PICTURE – DRAMA
Call Me by Your Name (Sony Pictures Classics)
Dunkirk (Warner Bros. Pictures)
The Post (Twentieth Century Fox)
The Shape of Water (Fox Searchlight Pictures)
Three Billboards Outside Ebbing, Missouri (Fox Searchlight Pictures)

BEST PERFORMANCE BY AN ACTRESS IN A MOTION PICTURE – DRAMA
Jessica Chastain, Molly’s Game
Sally Hawkins, The Shape of Water
Frances McDormand, Three Billboards Outside Ebbing, Missouri
Meryl Streep, The Post
Michelle Williams, All the Money in the World

BEST PERFORMANCE BY AN ACTOR IN A MOTION PICTURE – DRAMA
Timothée Chalamet, Call Me by Your Name
Daniel Day-Lewis, Phantom Thread
Tom Hanks, The Post
Gary Oldman, Darkest Hour
Denzel Washington, Roman J. Israel, Esq.

BEST MOTION PICTURE – MUSICAL OR COMEDY
The Disaster Artist (A24)
Get Out (Universal Pictures)
The Greatest Showman (Twentieth Century Fox)
I, Tonya (NEON)
Lady Bird (A24)

BEST PERFORMANCE BY AN ACTRESS IN A MOTION PICTURE – MUSICAL OR COMEDY
Judi Dench, Victoria & Abdul
Helen Mirren, The Leisure Seeker
Margot Robbie, I, Tonya
Saoirse Ronan, Lady Bird
Emma Stone, Battle of the Sexes

BEST PERFORMANCE BY AN ACTOR IN A MOTION PICTURE – MUSICAL OR COMEDY
Steve Carell, Battle of the Sexes
Ansel Elgort, Baby Driver
James Franco, The Disaster Artist
Hugh Jackman, The Greatest Showman
Daniel Kaluuya, Get Out

BEST MOTION PICTURE – ANIMATED
The Boss Baby (Twentieth Century Fox)
The Breadwinner (GKIDS)
Coco (Walt Disney Studios Motion Pictures)
Ferdinand (Twentieth Century Fox)
Loving Vincent (Good Deed Entertainment)

BEST MOTION PICTURE – FOREIGN LANGUAGE
A Fantastic Woman (Sony Pictures Classics)
First They Killed My Father (Netflix)
In the Fade (Magnolia Pictures)
Loveless (Sony Pictures Classics)
The Square (Magnolia Pictures)

BEST PERFORMANCE BY AN ACTRESS IN A SUPPORTING ROLE IN ANY MOTION PICTURE
Mary J. Blige, Mudbound
Hong Chau, Downsizing
Allison Janney, I, Toyna
Laurie Metcalf, Lady Bird
Octavia Spencer, The Shape of Water

BEST PERFORMANCE BY AN ACTOR IN A SUPPORTING ROLE IN ANY MOTION PICTURE
Willem Dafoe, The Florida Project
Armie Hammer, Call Me by Your Name
Richard Jenkins, The Shape of Water
Christopher Plummer, All the Money in the World
Sam Rockwell, Three Billboards Outside Ebbing, Missouri

BEST DIRECTOR – MOTION PICTURE
Guillermo del Toro, The Shape of Water
Martin McDonagh, Three Billboards Outside Ebbing, Missouri
Christopher Nolan, Dunkirk
Ridley Scott, All the Money in the World
Steven Spielberg, The Post

BEST SCREENPLAY – MOTION PICTURE
Guillermo del Toro & Vanessa Taylor, The Shape of Water
Greta Gerwig, Lady Bird
Liz Hannah & Josh Singer, The Post
Martin McDonagh, Three Billboards Outside Ebbing, Missouri
Aaron Sorkin, Molly’s Game

BEST ORIGINAL SCORE – MOTION PICTURE
Carter Burwell, Three Billboards Outside Ebbing, Missouri
Alexandre Desplat, The Shape of Water
Jonny Greenwood, Phantom Thread
John Williams, The Post
Hans Zimmer, Dunkirk

BEST ORIGINAL SONG – MOTION PICTURE
“Home,” Ferdinand
Music by: Nick Jonas, Justin Tranter, Nick Monson
Lyrics by: Nick Jonas, Justin Tranter
“Mighty River,” Mudbound
Music by: Raphael Saadiq
Lyrics by: Mary J. Blige, Raphael Saadiq, Taura Stinson
“Remember Me,” Coco
Music by: Kristen Anderson-Lopez and Robert Lopez
Lyrics by: Kristen Anderson-Lopez and Robert Lopez
“The Star,” The Star
Music by: Mariah Carey, Marc Shaiman
Lyrics by: Mariah Carey, Marc Shaiman
“This is Me,” The Greatest Showman
Music by: Benj Pasek, Justin Paul
Lyrics by: Benj Pasek, Justin Paul

BEST TELEVISION SERIES – DRAMA
The Crown (Netflix)
Game of Thrones (HBO)
The Handmaid’s Tale (Hulu)
Stranger Things (Netflix)
This Is Us (NBC)

BEST PERFORMANCE BY AN ACTRESS IN A TELEVISION SERIES – DRAMA
Caitriona Balfe, Outlander
Claire Foy, The Crown
Maggie Gyllenhaal, The Deuce
Katherine Langford, 13 Reasons Why
Elisabeth Moss, The Handmaid’s Tale

BEST PERFORMANCE BY AN ACTOR IN A TELEVISION SERIES – DRAMA
Jason Bateman, Ozark
Sterling K. Brown, This Is Us
Freddie Highmore, The Good Doctor
Bob Odenkirk,  Better Call Saul
Liev Schreiber, Ray Donovan

BEST TELEVISION SERIES – MUSICAL OR COMEDY
black-ish (ABC)
The Marvelous Mrs. Maisel (Amazon)
Master of None (Netflix)
SMILF (Showtime)
Will & Grace (NBC)

BEST PERFORMANCE BY AN ACTRESS IN A TELEVISION SERIES – MUSICAL OR COMEDY
Pamela Adlon, Better Things
Alison Brie, Glow
Rachel Brosnahan, The Marvelous Mrs. Maisel
Issa Rae, Insecure
Frankie Shaw, SMILF

BEST PERFORMANCE BY AN ACTOR IN A TELEVISION SERIES – MUSICAL OR COMEDY
Anthony Anderson, black-ish
Aziz Ansari, Master of None
Kevin Bacon, I Love Dick
William H. Macy, Shameless
Eric McCormack, Will & Grace

BEST TELEVISION LIMITED SERIES OR MOTION PICTURE MADE FOR TELEVISION
Big Little Lies (HBO)
Fargo (FX)
Feud: Bette and Joan (FX)
The Sinner (USA Network)
Top of the Lake: China Girl (SundanceTV)

BEST PERFORMANCE BY AN ACTRESS IN A LIMITED SERIES OR A MOTION PICTURE MADE FOR TELEVISION
Jessica Biel, The Sinner
Nicole Kidman, Big Little Lies
Jessica Lange, Feud: Bette and Joan
Susan Sarandon, Feud: Bette and Joan
Reese Witherspoon, Big Little Lies

BEST PERFORMANCE BY AN ACTOR IN A LIMITED SERIES OR A MOTION PICTURE MADE FOR TELEVISION
Robert DeNiro, The Wizard of Lies
Jude Law, The Young Pope
Kyle MacLachlan, Twin Peaks
Ewan McGregor, Fargo
Geoffrey Rush, Genius

BEST PERFORMANCE BY AN ACTRESS IN A SUPPORTING ROLE IN A SERIES, LIMITED SERIES OR MOTION PICTURE MADE FOR TELEVISION
Laura Dern, Big Little Lies
Ann Dowd, The Handmaid’s Tale
Chrissy Metz, This Is Us
Michelle Pfeiffer, The Wizard of Lies
Shailene Woodley, Big Little Lies

BEST PERFORMANCE BY AN ACTOR IN A SUPPORTING ROLE IN A SERIES, LIMITED SERIES OR MOTION PICTURE MADE FOR TELEVISION
David Harbour, Stranger Things
Alfred Molina, Feud: Bette and Joan
Christian Slater, Mr. Robot
Alexander Skarsgård, Big Little Lies
David Thewlis, Fargo

 

 

di Stefano Falotico

 

 

La Brooklyn senza madre di Edward Norton

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Ecco, se c’è un attore su cui nutrivo aspettative immense che mi ha parzialmente deluso… questo è Edward Norton. Affermatosi con una manciata d’interpretazioni magnetiche negli anni novanta, incrociando grandi autori (David Fincher ad esempio) e non acciuffandone altri, come Scorsese, per circostanze sfavorevoli (Paul Schrader scrisse Al di là della vita con in mente lui come protagonista, ma la produzione impose Nicolas Cage), giganteggiando con Spike Lee e imponendosi come la versione ancor più tormentata d’un nuovo De Niro, questo è Edward Norton. Grandi speranze ripostegli, che via via col passare degli anni si sono affievolite, perché Norton, innanzitutto, ha centellinato sempre più le sue apparizioni per il grande schermo, indovinando a dire il vero pochi ruoli. Da citare però, assolutamente, il suo perfetto ritratto d’attore frustrato, in parte autobiografico, appunto, nell’epocale Birdman.

Adesso, dopo un certo, inquietante silenzio, veniamo informati che a Febbraio del prossimo anno, quindi nell’immediato futuro venturo, finalmente dovrebbe realizzare uno dei suoi passion project, l’adattamento tanto agognato e inseguito, sino a ora vanamente, del libro Motherless Brooklyn di Jonathan Lethem.

Un romanzo che, fin dalla sua uscita, lo ipnotizzò e del quale ne acquisì i diritti. Ed è dal 1999 che cerca ostinatamente di trasporlo per il Cinema, annunciando più e più volte che del film da esso ricavato ne sarebbe stato regista e attore protagonista.

Da noi, il libro di Lethem è stato distribuito in varie edizioni, uscendo perfino col provocatorio titolo Testadipazzo (sì, tutt’attaccato), facendo riferimento al “nomignolo” affibbiato all’eroe della storia, come recita infatti la sinossi tutt’ora ufficiale di tal novella, adesso definitivamente intitolata, di traduzione letterale, Brooklyn senza madre.

Lionel Essrog, per tutti Testadipazzo, ha la tendenza a cacciarsi nei guai: la sindrome di Tourette lo rende un ribelle dalle frasi sconnesse, violento e pieno di imprevedibili tic. Senza genitori e senza pace, la sua esistenza è colorata da urla e pugni sferrati all’improvviso. La sua salvezza si chiama Frank Minna, un mafioso di poco conto a Brooklyn, che lo tira fuori dall’orfanotrofio e lo trasforma nel suo tirapiedi. Quando però Minna viene pugnalato e il suo corpo senza vita gettato in un cassonetto, Testadipazzo si mette sulle tracce dell’assassino per difendere il suo fragile mondo, ingabbiato dalla malattia ma assetato di giustizia. Un noir che consegna alla letteratura contemporanea un personaggio esploratore dei bassifondi di New York con la stessa caotica determinazione con cui affronta il labirinto della propria mente.

Insomma, la trama è quanto mai affascinante e intrigante. Norton, infatti, nonostante vicissitudini produttive sfortunatissime, non ha mai mollato l’idea di voler incarnare il tanto complicato Lionel Essrog, detective decisamente molto “particolare” e sui generis. E, sin ad ora, per un motivo o per l’altro, non era mai riuscito a concretizzare il suo ambizioso ma coraggioso intento.

Invece, adesso a quanto pare, Motherless Brooklyn sarebbe finalmente in dirittura d’arrivo.

Come detto, Norton, oltre a esserne interprete principale, si occuperà anche della regia della pellicola, e sarà dunque alla sua seconda prova dietro e davanti alla macchina da presa dopo il piacevole ma irrisolto, indeciso Tentazioni d’amore del “lontano” anno 2000.

In bocca al lupo Ed, perché è uno di quei progetti che, almeno sulla carta, pare davvero entusiasmante.

Non ci resta dunque che aspettare Febbraio per i primi ciak, e siamo sicuri che molto presto avremo altre notizie in merito. Certamente, il cast sarà delle grandi occasioni, per cui aspettiamoci altri grandi attori coinvolti.

di Stefano Falotico

 

The Punisher, quando la brutalità diventa poesia

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Ebbene, spero tutti abbiate goduto della serie Marvel The Punisher e, se non l’avete ancora fatto, riparate al danno e provvedete subito. Potrete gustarvela nella sua romantica tetraggine su Netflix, e accorretene prima che possa passarvi di testa.

Non tutto è filato liscio, come sovente accade, e i difetti, vistosi e numerosi, però non scalfiscono quella che è una serie decisamente riuscita, che ha centrato ancora una volta il suo primario obiettivo. Intrattenere con una messa in scena perfettamente delineata in inquadrature studiatissime, meticolosamente bilanciate con ossessivo puntiglio elegante laddove, paradossalmente, scoppia la furia entropica all’improvviso, come detonazioni “terroristiche” (e chi l’ha vista sa a cosa alludo…) nel bel mezzo del caos calmo, puntellando un intreccio un po’ farraginoso che però splendidamente si compie alla fine lineare grazie ai picchi violenti d’una vertiginosa poesia diluita nei “contenuti” grafici all’apparenza eccessivi e disturbanti. Momenti di assoluta pacatezza, anche noia, ammettiamolo, intervallati poi da repentini “scrosci” sanguigni a squarciare i silenzi, ove l’azione diventa fulcro esso stesso narrativo e saltano le coordinate di una storia che, nei suoi bellissimi cliffhanger, appassiona e ci ha ipnotizzato nella figura enorme del suo anti-eroe, Frank Castle, spuntato non solo dai fumetti ma da tutto un immaginario da anni settanta, tritati nei sotto-testi immersi vividamente nella sua personalità continuamente erosa, sbucciata nell’animo, un uomo che ha fatto della resilienza, degl’ingiusti traumi patiti, l’apoteosi dei suoi slanci vitali incastonati nella ruvidezza rabbrividente delle sue “animalesche” movenze. Frank ascolta Springsteen, il poeta degli oppressi, di chi mai si arrende, e l’ascoltava ancor prima che la sua mente venisse trivellata da colpi su colpi in un micidiale, titanico gioco al suo massacro emotivo. Ma non è morto, avanza spettrale nel suo corpo atletico e mastodontico, coperto dalla sola maschera della sua nudità, evanescente ectoplasma in una società che martoria le verità e le seppellisce dietro le burocrazie bugiarde di agenzie segrete e/o governative che gridano vendetta. Non è neanche del tutto simpatico, Frank, è brusco, irruente, non molto educato, eppur sotto quella scorza da duro invincibile, nella sua irredente, felina “mostruosità”, è appunto l’eroe per cui si tifa fervidamente. Perché punisce solo i vigliacchi, non ammazza mai gli innocenti, difende la legalità, rispetta nel suo imbattibile codice d’onore gli indissolubili patti d’amicizia e non solo, trasgredendo le regole quando le regole non servono a niente e non si potrebbe agire diversamente per scuoiare il vero e far sì che emerga in tutto il suo disumano imbroglio. L’amicizia, virile soprattutto, per lui è tutto, lo vediamo nel complice, stupendo rapporto che ha con quello che diventa il suo compagno di “merende”, lo vediamo nei confronti del suo ex commilitone, la cui gamba è stata amputata e che usa una protesi per continuare a camminare nel buio dell’orrore di kurtziana memoria, anche se come sappiamo non vi è protesi per le ferite non più rimarginabili delle anime spezzate. Ed è delicatissimo con la donna del suo amico, in un ennesimo, dimostrato patto di fedeltà che non gioca mai di slealtà, che si fa poesia intima delle contraddizioni enormi del suo sofferto e sofferente cuore.

Dicevamo… ci sono anche i difetti, certamente. Innanzitutto, non scordiamolo mai, è una serie che non ha ambizioni “artistiche”, potremmo dire, e il suo intento è esclusivamente quello di avvincere e inchiodare lo spettatore. Dunque, qualche volta sbanda di qualche superficialità. E la sceneggiatura inevitabilmente presenta, nella lunghissima durata dei suoi tredici, “interminabili” ma appetitosi episodi, più di un buco, non tutti i conti tornano e rimangono, dopo la visione, delle questioni irrisolte, ci sono dei raccordi troppo sbrigativi e i dialoghi non sono sempre all’altezza della tensione drammatica. Alcuni personaggi, forse, sono tagliati troppo con l’accetta, e cito ad esempio quello che si può considerare il puro, totale villain di questo The Punisher, vale a dire il mefistofelico, mellifluo e insopportabile, agghiacciante Billy Russo, incarnato da un Ben Barnes eccellente, l’attore più che mai adatto per uno stronzo di questa portata smisurata. E, probabilmente, la figura quasi onnipresente di Madani è certo fascinosa e di bella presenza ma non affatto compiuta, troppo ambigua, in gergo critico potremmo dire che è un personaggio fragile, in ogni senso lato e non, “cinematografico”, debole proprio come character. E non si entra quasi mai in viva, comunicante empatia con lei. Insomma, nonostante due dei protagonisti centrali non siano perfettamente compiuti, la serie però scorre liscissima, sbavata ma alla fine compatta e coesa nelle stringatezze dell’action di oggi nel senso migliore del termine, secco, senza retorica, fiammeggiante. E una volta terminata ci va davvero di rivederla, episodio dopo episodio. Quindi è promossa alla grande.

Nota conclusiva naturalmente per Jon Bernthal. Dopo tanti ruoli “inutili”, dopo essere stato il figlio scalognato di De Niro ne Il grande Match, dopo essere apparso in Sicario e The Wolf of Wall Street senza però farsi notare più di tanto, qui appare decisamente trasformato e trova finalmente il ruolo della consacrazione. Ha il physique du rôle nonostante il Punitore dei fumetti aveva ancor più muscoli e una faccia esageratamente più rocciosa, e la sua recitazione, tutta scatti e occhi poi malinconici, non poteva essere migliore. E forse nessun altro attore, almeno al momento, poteva essere The Punisher se non lui.

Bernthal è l’uomo giusto, sì, colui che ha il viso rugginoso, burberamente allineato alle emozioni crespe che trasudano, gocciolano fosche di brutale poesia.

 

 

di Stefano Falotico

 

Ci sono (in)validi motivi perché Peter Pan non voleva crescere

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Sì, Domenica letargica, di quelle che ti svegli rintronato, ti lavi il viso sapendo che sei a molti inviso e poi ti specchi nella realtà. Al solito facinorosa, piena di brutte facce, oppure di gente che veste con le tshirt mentre fuori scorre un po’ di nevischio, e questi invece se n’infischiano.

Sì, stamane andai ad accompagnare mia madre alla Stazione Centrale di Bologna, perché doveva recarsi a Prato a omaggiare l’anniversario della morte di mia nonna, quindi la madre di mia madre.

La vita e la morte… Freud credo che sostenesse che, sin da quando siamo addirittura nel grembo materno, conosciamo già il mondo. Sì, sin da quando veniamo concepiti, in noi, esseri umani, sono ascritti quei codici genetici percettivi alla base della fondazione sintomale del mondo. Sintomale, penso, sia una parola che non esiste nella lingua italiana, è un’espressione che gli psichiatri utilizzano per definire tal concetto “sintomatico”, ah ah, che non c’è bisogno vi spieghi e avete compreso da voi, se un po’ di discernimento sta all’origine della vostra intelligenza apprenditiva. Anche il termine apprenditivo lo troviamo spesso non solo nei manuali di psicologia ma in molti scritti, ma sarebbe più corretto e “in italiano” dire apprendimento esperienziale.

Insomma, alcuni nascono già uomini nonostante siano neonati, altri non lo diventano mai perché, sebbene passino attraverso mille esperienze, non si evolvono e rimangono radicati nelle loro piccolezze, non acquisiscono, per colpa della loro volontà ferrea e immarcescibilmente testarda, quel grado cognitivo che è il punto di (ri)partenza per ogni altro loro progredire. E restano fermi alle chiacchiere, ancorandosi alle meschinità più catto-borghesi. Così, questi qua si stupiscono che l’ex Presidente del Consiglio non avesse mantenuto “doti” di assoluta purezza e si lasciasse corrompere dal sesso e dai suoi sfacciati soldi, corrompendo a sua volta la gente che lo circondava e che il culo gli leccava. Sono gli stessi che vanno a messa, predicano a parole valori inalienabili ma poi nella vita di tutti i giorni “feriali”, ah ah, sono assai irridenti, cafoni, razzisti, omofobi, narcisisti e loro stessi “malati” più del Potere che accusano di essere poco “integerrimo”. Qualcuno recentemente ha detto che solo i poveretti possono credere che chi li comanda sia un “grande” uomo. Invero, costui è più abietto e miserabile di loro, o semplicemente il Potere, giocoforza, l’ha costretto a “delinquere”. Se per delinquere intendiamo aver “trasgredito”… Insomma, non vorrei che per queste mie affermazioni mi si prendesse per un uomo di Arcore, lungi da me aver mai voluto eleggere questo qui, e credo che nemmeno sotto tortura lo eleggerei. Volevo semplicemente dire che è troppo facile, e anche un tantino ipocrita, designare il “mostro” a capo del carrozzone, e poi rinnegare le proprie colpe. Chi è senza peccato, scagli la prima pietra… gli uomini di Potere sono inevitabilmente “fraudolenti”, è il loro lavoro che li obbliga a sporcarsi le mani… quindi, bandiamo i moralismi, aboliamo ogni ottusità volgarmente conformista nella sua accezione più menzognera, e atteniamoci alla realtà, che è duramente variegata, sfaccettata, piena di sfumature, non scremabili in manichea divisione fra bianco e nero.

Ora, credo di aver esperito parecchio, soprattutto negli ultimi anni, tanto da potermi permettere di sovvertire, criticare, ostracizzare perfino le ovvietà… sento dire che i giovani dovrebbero finirla di lamentarsi e dovrebbero rimboccarsi le maniche, adoperandosi per il bene comune, con spirito solidale, aperto alle innovazioni, e che dovrebbero quanto prima far confluire le loro potenzialità al servizio della collettività, ché si “convergessero” in qualcosa di concreto e costruttivo, e la smettessero di fare i nichilisti…

Ora, molti giovani vanno discriminati, sì, in modo intransigente, perché in effetti vedo in loro solo molto egoismo e solipsismo, accentrano ogni elemento del reale a vantaggio delle loro stolte personalità. E costoro vanno redarguiti, ammoniti e perfino espulsi. La smettessero d’incagnirsi, incarognirsi e incancrenirsi. Donassero vera bellezza al mondo, e non si limitassero a farsi belli nella sciocca, finta beltà del loro “reame”.

Ma altri invece non vengono mai messi in condizione di esprimersi, di esternare la voracità creativa delle loro passioni, e pur di (soprav)vivere vengono assorbiti dal porcile di massa, ripiegando su lavori grigi e impiegatizi, e contentandosi di fingere contentezza per non disturbare nessuno.

Sì, è una società ove devi sempre dimostrare che non sei di disturbo, anche quando hai i tuoi sacrosanti, giusti sturbi. Altrimenti ti “stuprano” psicologicamente e ti sbattono in qualche “reparto” ove ti fanno il lavaggio del cervello. Ove sedano quei tuoi umori, considerati tumorali, e quel tuo vitalissimo sentire non adatto alla freddezza cinica di un mondo che gira sempre attorno al potere, stavolta inteso in senso davvero corruttore, traviatore, oscenamente istigatore e “istitutore” di una moralità laida, arrivista e menefreghista.

La questione poi “ambientificio”. Altro termine che assolutamente non esiste ma inventato dagli psicologi per definire cioè quell’ambiente dal cui distorto esperire hai (de)formato te stesso.

Al che, in una realtà così (ba)lorda, ogni giustezza viene ribaltata in favore della più ipocrita pasciutezza. Pasciutezza non esiste ma definisce bene una classe insincera che vive sui suoi privilegi, rigirando le frittate a “valore” della sua bugiarderia. Bugiarderia esiste invece eccome e ritrae perfettamente il senso di questo mondo imbrillantinato nella falsa “bigiotteria”. Anche, quando pratica a (s)esso comodo, a danno dei “fessi” scomodi, bigotteria.

Sì, vedo giovani non cresciuti in verità più cresciuti degli “adulti”, più saggi, ponderati, in una parola realisti e obiettivi. Mentre i Capitan Uncino condannano un altro innocente, reprimono gli istinti “sbagliati” dei “deboli”, li (tras)curano, e appiattiscono la verità sotto una coltre agghiacciante di omertà.

Per questo e altri validissimi motivi, preferisco rimanere me stesso, a suo modo (in)validato.

Ma che val la “pena” parlare?! In questo mondo di pene…

La favola di Peter Pan è questa, non c’è bisogno di leggerla per apprenderla.

Ah, poi c’è la categoria abominevole delle donne tentatrici, quelle donne “peccaminose” piene di soldi e d’indubbia avvenenza che, stufe del marito troppo affaccendato a lavorare duro, essendo molto annoiate, preferiscono riempire i “vuoti” con giovani un po’ verginelli, vogliosi e “inesperti”. Per farli… “crescere”.

Terribili! Il ritratto più orrido della femminilità! Ah ah.

Poi, ci sono quelle psicologhe, come ho letto sul giornale stamattina, che hanno “appurato”, grazie a colloqui, che gli omosessuali soffrono di una grave malattia e la loro condizione è tragica. Per tale inclassificabile lubricità vengono persino assolte per non aver commesso il “fallo”… cioè hanno offeso, da semplici “opinioniste”, una categoria sociale, e non tizio o caio e sempronio, per cui non sono adducibili di colpe. E intanto con la loro abissale ignoranza continuano a fare “psicanalisi”.

Poi ci sono gli omosessuali che non riescono a capire gli eterosessuali e manifestano per i loro (di)ritti, inculando proprio quegli eterosessuali che li difendono.

Quindi ci sono gli asessuati maniaci… di religione, che la strumentalizzano per voler far capire agli altri che sono persone normali quando ai “normali” dei loro c… i non frega un “beneamato” c… o.

Insomma, chi più chi meno siamo tutti (s)freg(i)ati.

Di mio, so che vado a letto presto.

 

di Stefano Falotico

 

Detroit di Kathryn Bigelow secondo Anton Giulio Onofri

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Copio e incollo la sua pertinentissima recensione controcorrente da Close-Up.

Un pasticciaccio brutto successo a Detroit nel 1967 è la base d’ispirazione per una sceneggiatura firmata da Kathryn Bigelow e Mark Boal, coppia rodatasi con The Hurt Locker(vincitore di 6 premi oscar nel 2010) e Zero Dark Thirty. L’irruzione della polizia in un locale che spacciava alcolici senza licenza e gestito da neri provocò una rivolta sanguinosa che, messa a ferro e fuoco mezza città, causò la morte di oltre 40 persone. Detroit, che inizia con una breve, brutta e confusa sequenza animata che introduce il contesto storico della storia illustrata nel film, si concentra su un episodio di cronaca secondario avvenuto realmente durante gli scontri, quando in un motel gestito da neri tre ragazzi furono barbaramente picchiati e freddati da tre poliziotti bianchi e una guardia di sicurezza dal colore della pelle uguale a quello delle vittime. Tutti assolti, i razzisti assassini, al processo che ne seguì due anni più tardi.

Va purtroppo registrato che, al di là del nobile scopo di colmare un vuoto e dedicare un’opera cinematografica ambiziosa a un episodio particolarmente delicato della storia americana, Detroit risulta infestato di tutti gli usuali cliché delle storiacce del genere (non si contano i ‘motherfucker!’, i cattivi sono aguzzini da manualetto, e i neri fanno faccine afflitte e cantano gospel…) e privo di quella reale tensione cinematografica che Kathryn Bigelow era in grado di emulsionare nei suoi lavori iniziali, fino a Point Break compreso. Nonostante la benevolenza dei giudizi critici statunitensi, è difficile credere che questo suo ultimo film conquisterà il cuore del grande pubblico: noioso nel suo inerte girare intorno ai drammatici eventi narrati, costringe lo spettatore per ben 140 minuti a inseguire con gli occhi una nevrotica e fastidiosa macchina da presa, tutta scatti e zoomate veloci in avanti e all’indietro, con cui la regista tenta di evidenziare lo spessore tragico di eventi che purtroppo non riesce ad allestire in una messa in scena efficace e di adeguata statura drammaturgica. Soffia per tutta la visione la presunzione di molti attuali cineasti USA attualmente in attività, convinti di essere i depositari unici di una certa qual epica universale contemporanea che li induce a conferire alle proprie tragedie nazionali passate e recenti caratteristiche dell’archetipicità delle opere di Eschilo, Sofocle ed Euripide: segnale forte e chiaro di una cultura liberal in pesante crisi espressiva e messa a dura prova dal confronto con le grossolane derive della destra trumpiana.

 

 

The Punisher, chi è Frank Castle?

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Chi è Frank Castle? È the Punisher, l’uomo traumatizzato per eccellenza che, sotto i suoi occhi, ha visto maciullare la sua famiglia e che non vede vie di redenzione se non immergere i suoi occhi enigmatici in sprazzi e “spruzzi” splatter di angoscia ancor più catarticamente violenta, “commettere”, sì, la stessa violenza che per tutta la vita l’ha perseguitato e  gli dona per qualche attimo indistinto la pace mai ritrovata. Insomma, un’evoluzione automatica, da macchina di guerra, da vittima a carnefice. Ha il volto da duro puro di un ottimo Jon Bernthal, il corpus anche attoriale giusto, che fisiognomicamente ricorda i volti di pietra delle giungle metropolitane dei reduci di una guerra lercia, come tutte le guerre, in cui gli innocenti hanno versato infinito sangue e i sopravvissuti sono morti dentro, ma forse solo a metà. Con nel cervello sbriciolato ancora ricordi di passionale tenerezza, con cuori granitici come i macigni che lui distrugge nel suo lavoro “sotto copertura” da operaio, ma che respirano flebili di sentimenti umani. Sì, non è del tutto perduto Frank il punitore, le sue notti sono insonni oppure, per devastante dolore, il sonno lo travolge, lo soffoca e lo macera in una coltre nebbiosissima d’incubi allucina(n)ti. E passeggia incappucciato sotto la Luna della sua anima sfibrata, incancrenita, ruvida come una quercia secolare che vien erosa ma non è crollata. Questo è questa serie, amata ma anche criticata, apprezzata ma anche guardata con sospetto, respinta, addirittura boicottata. Brutale, fortemente “noiosa” volutamente, perché persone come Frank vivono di silenzi interminabili, i loro sguardi sono bagliori incandescenti del magma lavico di un’anima sbucciata, stuprata, che sanguina più del sangue che fa schizzare dalle teste martellate delle sue vittime. È un fantasma, laconico tiene tutto dentro, ma comunque va avanti, invisibile, lugubre ombra di una vita spezzata, riannodata in neuroni che si riaccendono di botto e poi esplodono, schizzando ancora nella folle lucidità di un martire monumentale. Da vedere, anche da non amare, non è obbligatorio che piaccia. Ma Netflix è scatenata e partorisce un altro colpo imperdibile che spiazza, che ipnotizza, che lacera e sonnolento entra sotto pelle. A ognuno poi il suo giudizio.

di Stefano Falotico

 

Della situazione sociale dei giovani e anche della mia condizione non più asociale

Dustin Hoffman

Dustin Hoffman

Sebbene ancor tentenni, la mia vita da meno paure è attanagliata. E le fragilità di trascorsi per me spiacevoli si stan diluendo in una rilassatezza maggiore. Ma non una rilassatezza del tutto acquietata. Un certo grado d’inquietudine, credo, mi tormenterà sempre. È la mia natura sempre curiosa e indagatrice a non farmi assestare su perfette stabilità. E forse nemmeno le vorrei, perché smarrirei l’io mio profondo, che non si attenua a cercare risposte. Ma quest’eterna, pedissequa, continua incertezza, se un tempo era cagionatrice di forti malesseri interiori, adesso si è “metabolizzata” in una maggiore consapevolezza di me stesso che, come tutti, fa parte inevitabile del mondo. Ce ne si può estraniare per un po’ o per molto, lo si può schivare, adombrarsi, per troppe rabbie adontarsi e incappare semmai negli errori inesorabili di apparire davvero mezzi matti per colpa di essere troppo di emozioni erranti. Sì, sono uno che tutt’ora tiene tutto dentro ma questi sentimenti, da me elaborati, guardati con più oculatezza, con meno timore nell’osservarli per la loro forza “spaventosa”, sì, perché le emozioni sono il concentrato spesso di troppe energie, positive e anche negative, e le energie impauriscono perfino sé stessi, ecco… questi sentimenti sono più sinergici. D’altronde, viviamo di dinamiche, di scontri col prossimo, di attriti, di resistenze in questa variegata, mutevole esistenza. E non dobbiamo dolerci a vita se, incompresi, verremo respinti. In noi sta la coscienza umana e gli uomini che non si sono arresi faticano ad accettare i compromessi. Ah ah. Sì, qui deliro, ma ci sta. Fa parte della strampalataggine del mio essere e dunque non essere. Nella vita mi tesso, alla faccia dei fessi. Oggi di organica trama, domani come in un film di Lynch, senza “storia”.

Ma, orbene, guardiamoci in faccia. I giovani, checché se ne dica, molto bene non stan messi. Stamane, dalla radio di un bar, sintonizzata sul solito programma di beceri luoghi comuni, “udii” delle pettegole donnette parlare dei giovani. Accusandoli (ah, ci risiamo con le facilonerie) di essere dei bamboccioni che, per “comodità”, anche a sopravvenuta maggiore età, vivono coi genitori, facendoli penare. Ma il problema non sono i maggiorenni con mamma e papà, sono quelli che di età ne hanno il doppio e ancor non si “sganciano?”. Io invece credo che il problema non siano i giovani, ma la società. Abbiamo creato una società sempre più assurda, che tanto getta fumo negli occhi quanto poi, alla verità dei fatti, è ripiegata nelle solite, vetuste schematicità che tanto poco si allineano al cosiddetto progresso gridato e sbandierato, illusorio. In Italia il sapere falsamente s’istituisce e si creano sin dalle elementari delle gabbie mentali a base di “pappardelle a memoria” e van(es)i pezzi di carta che, in fin dei conti, sono soltanto credenziali facete e ipocrite. Ma ha sempre funzionato così, e quindi forse sarebbe giusto attenersi a quest’andazzo istitutore, appunto, di una società retta, ah, i rettori e le vi(t)e rette, da regole fallaci, da pedagogie e da tutor delle anime?

Insomma, il mondo si divide fra chi ha i tutori e chi ha un tumore. Ah ah. Ed è la società stessa tumorale, escrescenza malata di propaggini virali che inquinano la purezza sognatrice dei giovani battenti bandiera forte e coraggiosa. I loro sogni spegne e li annichilisce in quell’oscena catena di montaggio da cui, fortunatamente, le menti più vive e anche più complicate scappano, sulla base di un’integrità morale e psico-fisica che non intendono corrompere. Tanti specchi per le allodole, tante finte promesse, ma qui manca il pane quotidiano e di “pene” inneggiano tutti e tutte. In una società ove primeggia nei discorsi banalotti il solito sesso e in cui, se non fai lo stronzo come tutti, ti tirano pesanti sassi.

Io non sono un idealista, ma un sofferente realista. E in questo realismo trovo la poesia del vivere sapendo cos’è la vita. Oggi sbaglierò ancora, domani no(i), ieri tante cazzate commisi. Ma, in fondo, siamo umani e siamo, nonostante tutto, giovani. Che poi… ci sono i giovani vecchi, quelli che a trent’anni ragionano come ne avessero sessanta, sono maligni verso il prossimo e moralisticamente sono più tromboni degli zoccoli duri di mentalità vecchie come il cucco di ottuagenari rincoglioniti.

Con questo, che voglio dire? Voglio dire che ai vostri sogni dovete ardire e non dalle superficiali etichette farvi ardere. Brucerà a chi vi vuole male ma, si sa, niente dà più fastidio ai cattivi che vedervi serenamente viv(ent)i. Eh sì, siate di Ratso RIZZO. Ah ah!

di Stefano Falotico

 

Essere Dustin Hoffman, anche un Meyerowitz, ebraico di sua bislacca scienza e ascendenza nella saggia “senescenza”

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Questo personaggio curioso che naviga a New York, tra il faceto e l’arrogante, che passeggia cauto fra i dedali di una Manhattan le cui decumane paiono i “casellari” di una folta biblioteca, come la sua, della sua casa ricca, affollata di libri in cui perdersi, in cui ascoltar il canto prosaico di parolieri dell’anima, e smarrirsi nell’ipocondria di una sopravvenuta demenza, o forse essere addivenuti al vero io, fantasmatico, disturbante, anchilosato nei suoi dubbi senza risposta, nella sua incurabile angoscia, forse afflitto da problemi alla prostata o semplicemente annacquato in una testa di cazzo da “apostata”. Eh sì, come lui posseggo l’umorismo ebraico alla Woody Allen e, solleticando la vita nella sua idiozia, non ci sono né ci faccio, ma lo faccio apposta. Che faccia…, sempre meglio della feccia.

Sì, lasciate perdere le mie stronzate, trovano il tempo che trovano nel marasma dei miei conflitti. Oggi, ad esempio, mi son svegliato pervaso da una forte nostalgia, nostalgia che condusse la mia anima cavallerizza verso sentimenti che credetti, oh me illuso-deluso, di aver perduto nella banalità di frivolezze che, sapete, alle volte anche a me piacciono. Così come mi garba andar al bar e “auscultare” di battito non solo cardiaco il rumor lieve del cucchiaino che mesce lo zucchero, mentre un’altra amarezza, prima di digerire l’aroma, in gola dolce si scioglie e rende la tua voce più roca. Sì, gli attori dovrebbero recitare sempre dopo aver bevuto un caffè, per insaporire meglio le corde vocali e renderle più pastose, più musicalmente nervose.

Molti, su Facebook, confusi come sempre, persi nei loro deliri, scribacchiano dei loro stati d’animo, spesso abrasivi, scontrosi, molte volte scontati o solo appunto da scontenti. E aspettano, di “grazia”, dei Mi piace che facciano da “garza” alle loro scemenze che si addolorano per ogni patetica loro incognita stupida e vittimistica. Solo nelle condivisioni più becere, trovano il senso delle loro pigre o affaccendate giornate, riempiendo le bacheche, anche altrui, di pazzi scritti dettati da estemporanei mal di pancia, da boccaccesche assurdità, da dolori gastrointestinali del cervello diarreico. Sì, uno schifo e, non appartenendo a questo “sociale” letamaio che tanto mi fa ribrezzo, esco in pieno giorno mentre una sottile brezza tardo autunnale di levità mi fa lievitare d’immaginazione sovrana in cui la mia mente può regnare in santa pace, lontano da queste “solidarietà” tristi e nere come la pece di anime che soffrono di “alopecia”. Eh sì, i loro “bulbi” mentali si stanno diradando e abbisognano di pasticche per l’ansia, mentre nevrotici si scaldano e vivono di emozioni superficiali, addensati nella massa a me più ripugnante, essendo uomo sincero di pugnace far mai mendace. Sì, mendicano la compassione di psicologi “medici” che non si sa cosa medichino, eh sì, I Medici con Hoffman, ah ah, e sognano ricchezze solo materialistiche e mai fruttuose per le loro anime da tempo immemorabile consacrate al più bieco e stolto svendersi per farsi apprezzare da gente più stupida di loro. Così, mi telefona un amico e gli parlo solo dei cazzi miei, illustrandogli per qualche istante “fotografico” la mia mente infinitamente densa come i rivoli delle cascate del Niagara. Ma lui si scoccia e da lontano scalcia, dicendomi che stasera andrà a mangiare una pizza capricciosa assieme alla sua “donna” che fa i capricci fra umori al pomodoro scaduto e una pallida cera da mozzarella di bufala. Sì, non devo imbufalirmi per questi uomini buffi che si consolano sempre col buffet, la gente che non mi capisce mi dà i buffetti, e pensa che abbocchi alle loro bufale. Lo dico da una vita, siate onesti con voi stessi e riceverete l’incomprensione generale, apritevi al prossimo e lui, coi suoi sospetti maldicenti, vi renderà compressi, reprimendo il little big man che è in cuor vostro. Pigliatevi delle compresse e voi, donne, smettetela di falsamente godere da represse-depresse. Che stress.

Adesso, coglioni, andate ad accendere la tv. Io non solo faccio bella scrittura ma anche di me stesso (s)cultura.

di Stefano Falotico

 

The Meyerowitz Stories, recensione

TMS-00292.DNG (Left to right) Grace Van Patten and Adam Sandler in Director Noah Baumbach's THE MEYEROWITZ STORIES (NEW AND SELECTED) to be released by Netflix.

(Left to right) Grace Van Patten and Adam Sandler in Director Noah Baumbach’s THE MEYEROWITZ STORIES (NEW AND SELECTED) to be released by Netflix.

Eccolo là l’ultimo film di Noah Baumbach, in Concorso a Cannes, dove ha riscosso consensi e plausi sperticati quanto una sonora bocciatura da una Critica che davvero difficilmente digerisce il minimalismo radical chic di un autore strampalato, ossessionato dai soliti temi tanto da essere noioso, pedante, auto-citazionista, perfino dimenticabile per troppa sobria, impalpabile “leggerezza”.

Questo è il compendio, l’excursus sintetizzato e cesellato di una “normale” famiglia di Manhattan, afflitta da un patriarca che per tutta la vita ha inseguito vanamente il successo, scontrandosi forse con la sua mediocrità e la sua sottile logorrea tanto acuta quanto menefreghista dei sentimenti del prossimo, ripiegata nel suo essere sempre stonato, “suonato”, un povero Diavolo che non sa donare reale affetto ed è ripiegato soltanto nei suoi patetici dilemmi, improntato alla venerazione di un sé stesso che probabilmente non si piace e stancamente, in questa senilità intellettuale, si trascina, mangiando in qualche locanda altolocata e illudendosi di vivere allegramente-andante nell’apatia d’una monotonia mentale in cui recita il ruolo del padrone indispettente, un personaggio bislacco che passeggia nelle notti lapidarie di grattacieli di vetro e fra chiese protestanti del suo perenne protestare, anche la sua stanchezza, in un mondo ove i figli cercano un contatto che non avviene, ove le dinamiche appunto paterne e generazionali si scontrano giocoforza con la sua stessa burbera inadempienza al suo compito genitoriale, un padre onnipresente eppur “assenteista” nei riguardi del sangue del suo sangue, che sogna che un’agognata inaugurazione possa concedergli quella patente di grande artista per cui s’è prodigato con sacrificio, sacrificando forse il valore della vera, sentita, mai davvero offerta paternità.

Nel film non succede nulla e succede tutto, come in ogni film di Baumbach, una commedia drammatica raffinata che gioca rapida e lentissima allo stesso tempo sui dialoghi schietti, velocissimi, fendenti alle loro e nostre anime indaffarate a spezzettarsi in questa traiettoria mesta d’una trama senza apparente storia, fatta di battibecchi, impostata sulla levità delle ovvietà, sulla scontatezza di una profonda scontentezza mascherata in sketch tragicomici, sospesa con brio anche fra canzoni infantili, diluita nell’intelaiatura stratificata di un’armonia famigliare sempre sul punto di collassare, d’interrompersi, di franare sotto il peso delle sue ambizioni, fustigate, troppo controllate, così come la compostezza registica di Baumbach erompe frammentaria d’episodi intervallati da quadri alla Wes Anderson. Sì, il film naviga fra due sponde emulate, involontariamente s’intende, di due maestri come Woody Allen, un Woody Allen meno comico, però più crudelmente umoristico, e l’Anderson dell’eleganza più asciutta, sin troppo, pregno dell’amarezza esistenziale dei suoi Tenembaum a noi eternamente cari.

Che dire di questo film? Hoffman svetta senza sforzarsi neanche troppo, un “idiota” fra alto borghesi messi peggio di lui, Sandler conferma di poter essere sorprendente quando diventa vulnerabile, quando il suo corpaccione sghembo si fa anima con un personaggio tenero quanto patetico, Stiller è la faccia giusta del vincente con moderazione, coi suoi inevitabili problemi e conflitti mai risolti, e ove la Thompson, nelle poche scene in cui compare, gioca con mirabile gusto al ruolo di matrigna eccentrica, decisamente pazzerella, “macchiettizzando” una figura di donna anche lei, come gli altri, incompleta, sba(n)data nei suoi umori imprevedibili, che vive e appieno poi non (si) vive.

Tutto funziona, però onestamente anche tedia nella sua superflua, invisibile “profondità”.

Per i fan del regista, comunque, un film bellissimo. Per me, meno.

 

di Stefano Falotico

 
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