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DUNE by Denis Villeneuve – Trailer ufficiale italiano

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Il candidato all’Oscar® Denis Villeneuve (“Arrival”, “Blade Runner 2049”) dirige “Dune”, il film di Warner Bros. Pictures e Legendary Pictures, adattamento per il grande schermo dell’omonimo celebre best seller di Frank Herbert. “Dune”, un’epica avventura ricca di emozioni, narra la storia di Paul Atreides, un giovane brillante e talentuoso, nato con un grande destino che va ben oltre la sua comprensione, che dovrà viaggiare verso il pianeta più pericoloso dell’universo per assicurare un futuro alla sua famiglia e alla sua gente. Mentre forze maligne si fronteggiano in un conflitto per assicurarsi il controllo esclusivo della più preziosa risorsa esistente sul pianeta – una materia prima capace di sbloccare il più grande potenziale dell’umanità – solo coloro che vinceranno le proprie paure riusciranno a sopravvivere. Nel cast il candidato all’Oscar® Timothée Chalamet (“Call Me by Your Name”, “Piccole Donne”), Rebecca Ferguson (“Stephen King’s Doctor Sleep”, “Mission: Impossible – Fallout”), Oscar Isaac (i film di “Star Wars”), il candidato all’Oscar® Josh Brolin (“Milk”, “Avengers: Infinity War”), Stellan Skarsgård (“Chernobyl” di HBO, “Avengers: Age of Ultron”), Dave Bautista (la serie di film di “Guardiani della Galassia”, “Avengers: Endgame”), Zendaya (“Spider-Man: Homecoming”, “Euphoria” di HBO), Chen Chang (“Mr. Long”, “Crouching Tiger, Hidden Dragon”), David Dastmalchian (“Blade Runner 2049”, “The Dark Knight”), Sharon Duncan-Brewster (“Rogue One: A Star Wars Story”, “Sex Education”), con la candidata all’Oscar® Charlotte Rampling (“45 Years”, “Assassin’s Creed”), con Jason Momoa (“Aquaman”, “Il Trono di Spade” di HBO) e il premio Oscar® Javier Bardem (“No Country for Old Men”, “Skyfall”). Villeneuve dirige “Dune” da una sceneggiatura da lui scritta insieme a Jon Spaihts e Eric Roth, basata sull’omonimo romanzo di Frank Herbert. Villeneuve è anche produttore del film insieme a Mary Parent, Cale Boyter e Joe Caracciolo Jr. I produttori esecutivi sono Tanya Lapointe, Joshua Grode, Herbert W. Gains, Jon Spaihts, Thomas Tull, Brian Herbert, Byron Merritt e Kim Herbert. Dietro la macchina da presa, Villeneuve ritrova la scenografa due volte candidata all’Oscar® Patrice Vermette (“Arrival”, “Sicario”, “The Young Victoria”), il montatore due volte candidato all’Oscar® Joe Walker (“Blade Runner 2049”, “Arrival”, “12 Anni Schiavo”), il due volte premio Oscar® supervisore agli effetti visivi Paul Lambert (“First Man”, “Blade Runner 2049”) e il premio Oscar® per gli effetti speciali Gerd Nefzer (“Blade Runner 2049”). Villeneuve collabora per la prima volta con il direttore della fotografia candidato all’Oscar® Greig Fraser (“Lion”, “Zero Dark Thirty”, “Rogue One: A Star Wars Story”); la costumista tre volte candidata all’Oscar® Jacqueline West (“The Revenant”, “Il Curioso Caso di Benjamin Button”, “Quills – La penna dello scandalo”), il secondo costumista Bob Morgan e il coordinator delle controfigure Tom Struthers (la trilogia de “Il Cavaliere Oscuro”, “Inception”). Il compositore premio Oscar® Hans Zimmer (“Blade Runner 2049”, “Inception”, “Il Gladiatore”, “Il Re Leone”) ha realizzato la colonna sonora. “Dune”, girato in Ungheria e Giordania, arriverà nelle sale cinematografiche prossimamente, distibuito in tutto il mondo da Warner Bros. Pictures e Legendary.

 

Venezia 77: la lista di tutti i premiati e dell’intero palmarès

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 Ebbene, ieri sera sono stati assegnati tutti i premi della prestigiosa settantasettesima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Svoltasi dal 2 al 12 Settembre.

Un’edizione, come sappiamo, ahinoi limitata e funestata dall’emergenza sanitaria, purtroppo imperante ancora in molti stati, del Covid-19. Che ha obbligato, giocoforza, la Biennale e il direttore del Festival, Alberto Barbera, a ridurre drasticamente il numero delle pellicole in gara.

Nomadland di Chloé Zhao, col due volte premio Oscar Frances McDormand, ha vinto il Leone d’Oro, svettando nel rush finale, essendo stata una delle pellicole presentate negli ultimi giorni della manifestazione. Nomadland ha sbaragliato la concorrenza ed è risultato il film maggiormente piaciuto alla Giuria presieduta dalla bellissima Cate Blanchett. I premi per le migliori interpretazioni attoriali, cioè le rinomate e ambite Coppe Volpi, sono andati rispettivamente al nostro sempre più lanciatissimo Pierfrancesco Favino per Padrenostro e alla magnifica e sexy Vanessa Kirby per Pieces of a Woman. La Kirby, con la sua carica sensualissima, inoltre, non soltanto ha infiammato le platee sul red carpet ma era presente al Lido, in Concorso, anche col bel film The World to Come di Mona Fastvold, da lei interpretato assieme a Casey Affleck e Katherine Waterston. Un’opera delicata ed eccentrica di cui risentirete certamente parlare presto, ammesso ovviamente che qualcuno si decida a distribuirla in Italia.

Noi abbiamo nutrito comunque una simpatia particolare per il divertente, sgangherato, irrisolto forse e leggermente moralistico ma assai apprezzabile Mainstream di Gia Coppola con Maya Hawke ed Andrew Garfield. Ma era fuori concorso e dunque non poteva concorrere per la vittoria.

Ecco la lista completa dei winners:

Golden Lion

Nomadland

Silver Lion Grand Jury Prize

Nuevo Orden; dir: Michel Franco

Silver Lion, Best Director

Kiyoshi Kurosawa, Wife Of A Spy

Volpi Cup, Best Actress

Vanessa Kirby, Pieces Of A Woman

Volpe Cup Best Actor

Pierfrancesco Favino, Padrenostro

Best Screenplay

Chaitanya Tamhane, The Disciple

Special Jury Prize

Dear Comrades, dir: Andrei Konchalovsky

Marcello Mastroianni Award for for Best New Young Actor or Actress

Roohollah Zamani, Sun Children

 

Fuggevoli eppur corposi incontri tra cinefili, Lav vs Cameron Diaz, un mio mediometraggio mesmerico, l’amore, non solo per la settima Arte, che ridona esistenziale lindezza altissima

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Amici, fratelli carissimi della congrega…

L’estate ribalda, come ogni anno, risplende soave dopo un inverno e una primavera delle più allarmanti e qui, voi, cinti in sacro raccoglimento e religioso silenzio ad udire il mio Verbo, come me, siete degli amanti della bellezza, non solo femminile. Non amate solo la f… a, bensì allargate, metaforicamente e in senso figurato, le gambe dei vostri occhi, sì, spalancandole a 360° alla venustà del mondo che noi, illuminati, ben sappiamo approfondire con inoppugnabile e inattaccabile stile, penetrandola in profondità in maniera estremamente romantica, altresì dura e irruenta, godendo appieno dei suoi frutti sanguigni con viscerale calore sempre più ardente.

Noi non siamo però dei violenti, neppure dei complottisti, cari dementi. Dunque, non crediamo che la fottuta storia del Coronavirus sia stata un’invenzione del potere per soggiogare l’uomo del nuovo millennio, ottenebrandolo nella paura affinché regredisse, allucinato da timori ancestrali, a uno stato di calamità della sua anima a sua volta incupitasi a causa della terribile suggestione indottagli da uno psicologico terrorismo che poté malsanamente impressionarlo. Anzi, rischiò di spaventarlo e capziosamente contenere i suoi più inviolabili, selvaggi e vivaddio creaturali, furentissimi istinti capricciosi meravigliosamente sani.

Noi non ci lasciamo suggestionare affatto da nessun morbo, anche ideologico.

E se, in merito a questa millenaristica questione, Essi vivono docet, vivremo ancora liberamente le nostre vite, remoti dalle stronzate a cui purtroppo ancora abdicano e abboccano in tantissimi, come per esempio Le profezie di Nostradamus, poiché siamo nostromi delle nostre stupende donne, dette anche magnifiche dame.

Donne, parlateci dei vostri uomini! E voi, uomini, amatele con vigorosa, irrefrenabile passione vorace!

Noi, non domati, noi, irrequieti e impavidi, noi, lucenti temerari, vibranti d’emozioni immensamente brillanti, viviamo maggiormente accalorati. Forza, scaldatevi!

Peraltro, malgrado il tempo inesorabilmente scorra per gli altri impietosamente, a noi non fa né caldo né freddo. A dispetto, inoltre, dei circa cinquanta gradi all’ombra.

Al Festival di Venezia vedremo il nuovo film già immortale, soprattutto interminabile vista la durata spropositata e devastante (a essere sinceri, neanche tanto rispetto ai suoi canoni), di Lav Diaz. Un regista probabilmente sopravvalutato ma indubbiamente incarnante l’autore di The Woman Who Left. Una donna dalla quale, personalmente, non mi sarei mai lasciato sc… re, no, una donna che non mi sarei mai lasciato scappare… è Cameron Diaz. Che, a sua volta, lasciò il Cinema. Mentre Tania Cagnotto abbandonò le Olimpiadi.

Due donne, comunque, da Leone d’oro, cioè da primo posto sul podio fra le dee dell’Olimpo.

Il Covid-19 impazzò e migliaia di morti ingiustamente seminò. Ma, nel trambusto e nel panico generale, in mezzo a tanti matti e fuori di testa irrecuperabili, fra il chiasso e l’isteria di massa, fra le volgari urla delle massaie, un uomo sguscia tra la foll(i)a e continua a non accettare, in modo (inde)fesso le bastarde regole vetuste dei caporali. Anche quelle dei più tosti, ah, che dure teste sono costoro, che gran testone, invece, costui è. Ma di chi, in effetti, stiamo parlando? Di un taciturno, di un uomo o semi-tale che per molto tempo rifiutò stupidamente, soprattutto spudoratamente, la vita diurna? In una parola, è NOCTURNO? Nettuno, nessuno, solo notturno?

Stiamo parlando, anzi, vi sto parlando invero di un essere anomalo eppur assai affascinante che, fra tanti sguardi malati di circospezione perversa, fra persone che adorano le più maligne ispezioni, ispeziona lui stesso la vita senz’alcuna malizia, bensì la esplora e sviscera attraverso la nitidezza delle sue iridi che la vedono… sotto ogni più seducente, immaginifica prospettiva ed ero(t)ica dolcezza.

Egli vinse ogni tristezza grazie alla virtù della sua forza sovrumana. Probabilmente, di ascendenza miracolistica.

I suoi haters lo detestano, anzi, vorrebbero prenderlo a testate. Anche giornalistiche, siamo onesti. In quanto, desiderano sbatterlo… in prima pagina. Deridendolo a man bassa per affibbiargli la patente di mostro esecrabile.

Insomma, i suoi odiatori sono dei mostri. Dei piccolo borghesi. Da Pasolini ritenuti degli idioti, ovvero dei Gremlins. Ah ah.

Infatti, lo considerano una vivente schifezza mentre i suoi crescenti ammiratori, i quali si stanno espandendo a macchia d’olio più dell’iperpigmentazione sulla cute delle vecchie rimbambite, e la sua lei, eh già, lo reputano l’emblema della più alta, incontrovertibile magnificenza.

È un uomo che unisce alla sua innata voglia di trascendenza la poesia della venustà più intoccabile e profumata di primigenia immacolatezza.

L’appena soprascritta frase invece sa di criptica scemenza anche se potrebbe essere, come il mediometraggio che ivi vi mostro, una frase simile a quella che recitò Stanley Kubrick al suo intervistatore, a proposito di 2001…

Ho cercato di rappresentare un’esperienza visiva che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell’inconscio.

Benvenuti nel mondo della razza umana, disse invece Kurt Russell nel finale di Fuga da Los Angeles.

Benvenuti nel mondo, qui, dei nostri sogni. Dico io. Io, forse Mago di Oz, dunque un emerito bugiardo nato, un guitto d’avanspettacolo, un grande Lebowski ante litteram o un inaudito ciarlatano mai visto?

Sì, effettivamente, scomparvi dal mondo. Alcuni miei ex amici, in passato, scrissero pure a Donatella Raffai, sì, l’ex presentatrice storica del celeberrimo programma televisivo Chi l’ha visto?

Di mio, posso affermare con orgoglio incommensurabile che ascolto almeno tre volte al giorno la canzone Missing di Bruce Springsteen ma, all’omonimo film di Konstantinos Costa-Gravas con Jack Lemmon e Sissy Spacek, preferisco un Gin Lemon e Mission con De Niro e Jeremy Irons.

Aggiungo anche questo… a ogni Konstantinos e a tutti i Costantino da Maria De Filippi, preferirò sempre Constantine. Sia in versione fumetto con cravatta nera che in versione cinematografica con Keanu Reeves a sua volta in versione incazzato nero.

Oppure son un pover’uomo senz’arte né parte che saprebbe essere molto adatto a ogni particina anche non propriamente artistica e che ama sia il caffè macchiato caldo che quello d’orzo ma, per l’appunto, da coloro che mi/lo odiano viene reputato soltanto un miserabile e uno squallido orso?

Orsù… Laura Morante sgridò severamente Nanni Moretti in Sogni d’oro, ammonendolo a riguardo della sua aridità emozionale, provando a distruggerlo nel vomitargli addosso in maniera acidissima e assai cattiva:

E io la disprezzo…

Sbagliò tutto!

Era ancora una racchia. Diciamocela. Sì, vide la vita solo a cazzo suo. Invece, ne Lo sguardo dell’altro, gliela vidi benissimo.

Di mio, passeggio quattamente e non do (come no…) nell’occhio ma, così come dicono a Bologna e come, a ragion veduta, sostenne Andrea Roncato, “ci do”. Non sono mica acido.

Insomma, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare?

E, nel fiume Eufrate, fanno i bagni anche i frati, oh, mie sorelle e fratelli?

Facessero quel che a loro più piace a pare. Si accendessero!

Evviva la libertà!

Abbasso ogni terrorismo, ogni moralismo e, così come direbbe Moretti stesso, ogni forma ricattatoria per far sì che lo spettatore, mosso a compassione furbescamente, provi emozioni telecomandate e prefabbricate.

Le emozioni si vivono, il Cinema e la vita non sono stati creati per vincere il Leone d’oro.

Ricordatelo sempre. È meglio un giorno da leoncino che 2020 anni da pecorelle smarrite, ah, miei poveri cristi! Per la Madonna!

Perché prima o poi tutti moriremo e, sinceramente, siamo veramente stanchi della gente, come il personaggio di Laura Morante, che vuole punire e far sentire una merda chi non è aderente a sua immagine e somiglianza. È gente fetente, porca miseria!

Giudicare il prossimo se lo può permettere solo Dio.

Cioè io.

Ah ah.

Piaciuta la freddura finale? Invece, il mio mediometraggio trascendente, spero anche trascendentale, undergroundnoirromance lynchianamente no sense, vi è garbato?

Ah no? Allora non avete gusto e siete personaggi pasoliniani da Caro diario, sì, del mini-episodio ambientato nel quartiere della Garbatella. Ché… non è male…

Oggi, a pranzo, ho mangiato le tagliatelle.

Cavalchiamo in seno… alla vita ché non è per niente finita. Che è insensata per sua stessa natura, che è bellissima poiché pura e al contempo straordinariamente impura.

Un filmato che dà senso alla stessa vita nostra libera da ogni paura, una vitalità piena di torbido mistero e sensualità superba. Oserei dire imperitura.

Svecchiamo il Cinema, abbasso Federico Fellini, un trombone buono solo a celebrare i suoi ricordi giovanili da tonto giovanilista.

Evviva Frusciante Federico, malgrado ami Fellini.

Ed evviva la vita.

Poiché, così come urlò Kenneth Branagh nel suo Frankenstein di Mary Shelley, evviva, no, è viva, vive, vivete e lasciate e vivere.

Sì, l’aggiunta è mia, la bevuta però la offri tu.

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di Stefano Falotico

 

DEAD MAN di JIM JARMUSCH con JOHNNY DEPP, recensione

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Oggi recensiamo lo stupendo Dead Man, scritto e diretto da Jim Jarmusch (Ghost Dog, Broken Flowers), regista che oramai non ha più bisogno di presentazioni, in quanto il suo valore cineastico, nel corso degli anni, è andato smisuratamente crescendo a ragion veduta, avendo Jarmusch sfornato e inanellato pellicole sempre più qualitativamente perlacee e minimalisticamente raffinate.

Dead Man uscì da noi nel Giugno del ‘96 e, malgrado oggi sia considerato un cult inamovibile all’interno dell’excursus registico-filmografico di Jarmusch, a dispetto della lusinghiera, sebbene comunque non notevolissima, media recensoria tuttora campeggiante su metacritic.com, ovvero il 62% di opinioni lusinghiere, all’epoca fu snobbato non poco e perfino disprezzato da molti. Anzi, per l’esattezza, quasi dai più.

La Critica infatti si divise fra coloro che immediatamente lo esaltarono giustamente e fra chi non subito comprese tale western assai anomalo che, fin dal suo martellante, incalzante incipit scandente ripetitivamente ma ipnoticamente le suadenti note musicali di Neil Young, assomiglia più che altro a una spettrale danza fantasmatica d’immagini, immortalate con irresistibile levità affascinante dal compianto mago della fotografia Robby Müller, che per due ore ammalia col suo leggiadro e spirituale fascino avvolgente.

Trama:

verso la fine dell’Ottocento, il timido contabile di nome William Blake viaggia in treno alla volta della lugubre cittadina Machine, in Arizona. Ove incontra l’inquietante boss John Dickinson (il mitico Robert Mitchum qui, purtroppo, alla sua ultima prova per il grande schermo prima della sua morte). Il quale lo tratta in maniera screanzata e con forte alterigia lo estromette immantinente da ogni possibilità d’assunzione nel suo ufficio.

Al che Blake, squattrinato e abbandonato miserabilmente al suo gramo destino, inizia a peregrinare nottetempo lungo questa cupa cittadina polverosa, sostando dapprima in un lercio, malfamato saloon bazzicato per lo più da cosiddetti tipi poco raccomandabili e da ambigue donne di malaffare, dunque uccidendo un uomo per legittima difesa e trovando rifugio, nella sua lunga e disperata fuga dai cacciatori di taglie, presso un buffo e stralunato, involontario “protettore” indiano che si fa chiamare Nessuno (Gary Farmer).

Nessuno scambia Blake per l’omonimo, celeberrimo pittore e poeta inglese.

Da qui si dipana una tetra e al contempo maliarda immersione nella primordiale natura ancestrale che si cela, insospettabilmente, dentro gli anfratti più inesplorati dell’animo umano di noi tutti.

Film enormemente evocativo, Dead Man è palesemente ispirato, per via per l’appunto delle sue impalpabili, misteriche atmosfere suggestive, all’immortale La morte corre sul fiume.

Dead Man è il classico capolavoro che, dopo una prima mezz’ora abbondante dall’intreccio abbastanza lineare, si trasforma magnificamente e volutamente in un caleidoscopico e virtuosissimo trip visivo e immaginifico di matrice mesmerica. Per cui la trama scompare a favore del poetico più fine e magneticamente maliardo.

Cast da urlo: Crispin Glover, Lance Henriksen, Michael Wincott, John Hurt, Iggy Pop, Gabriel Byrne, Mili Avital, Jared Harris, Billy Bob Thronton, Alfred Molina.deadmanfalotico

di Stefano Falotico

 

Dal tramonto all’alba di Robert Rodriguez con George Clooney, Quentin Tarantino, Juliette Lewis e Harvey Keitel

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Ebbene, oggi recensiamo un film oramai celeberrimo. Ovvero Dal tramonto all’alba (From Dusk Till Dawn) di Robert Rodriguez (El MarciachiSin CityMachetePlanet Terror).

Film uscito sui nostri grandi schermi nel gennaio del 1997 e quasi subito divenuto un istantaneo cult presso la cosiddetta generazione X dei nineties. Assurgendo a film totemico soprattutto per i ragazzi adolescenti cresciuti a pane e Quentin Tarantino. Esploso, pochissimi anni addietro. In quanto, Dal tramonto all’alba, sebbene come detto sia firmato nella regia da Rodriguez, perfino dai cinefili più incalliti, quindi si presume infallibili conoscitori della settima arte in ogni suo dipanarsi a livello filmografico, viene erroneamente (aggiungiamo, noi, orridamente) considerata un’opera di Tarantino a tutti gli effetti.

Niente di più sbagliato e approssimativo. Perlomeno, se vogliamo essere precisi, diciamo che Dal tramonto all’alba è sceneggiato da Tarantino che rielaborò, per l’occasione, una bozza di script creata assieme a Robert Kurtzman risalente ai tempi in cui entrambi frequentarono il liceo.

Dopo il successo ottenuto da Tarantino grazie agli esplosivi, rivoluzionari, epocali e, per l’appunto, generazioni Le iene e Pulp Fiction, soltanto dopo che Tarantino stesso ottenne la popolarità mondiale, in virtù per di più della sua accresciutasi nomea e celebrata notorietà come writer d’originalissima razza, essendo stato lui l’autore d’importantissimi copioni come quello di Natural Born KillersDal tramonto all’alba vide la luce.

E Tarantino, in tal caso, anziché dirigere il film da lui scritto, lo co-interpretò, co-produsse ma, come sappiamo e come sopra dettovi, affidò la regia a Rodriguez. Cementando da qui in poi la loro amicizia, non solo in ambito privato, che avrebbe fruttuosamente generato altre notevoli collaborazioni di dittici, potremmo dire, sui generis, quali Grindhouse.

Trama:

dopo una rocambolesca, sanguinosissima rapina avvenuta in Texas, i fratelli Seth (George Clooney) e Richard Gecko (Tarantino), fuggono in direzione del Nuovo Messico. Oltrepassando infatti la frontiera, saranno liberi dall’attanagliante morsa e dalla grinfia asfissiante dei poliziotti che li stanno disperatamente inseguendo coi mastini alle loro calcagna. Inoltre, vengono anche rincorsi dalle autorità del posto che, non solo vogliono consegnarli alla giustizia, bensì intascare la forte taglia messa sulla loro testa. Sì, i famigerati, temibili e imprendibili brothers sono degli inafferrabili wanted che valgono numerosi soldoni. Sono dei motherfucker difficilissimamente acciuffabili che, puntualmente, in un modo o nell’altro, riescono impunemente a farla franca nonostante le loro crudeli, atroci malefatte e le loro pericolosissime scorribande assai violente.

Prendono, stavolta, in ostaggio un predicatore deluso dalla vita, Jacob Fuller (Harvey Keitel). Il quale, alla guida della sua scassata roulotte malandata, era in viaggio coi figli (Juliette Lewis ed Ernest Liu).

L’allegra, si fa per dire, combriccola sosta al Titty Twister, un malfamato locale che è il covo ristoratore per camionisti sbruffoni, per puttane di bassa lega, per piccoli grandi falliti della grande America sconfinatamente eterogenea nel suo rifiorire pullulante (siamo eufemistici) di strampalati personaggi grotteschi e assurdamente incredibili forse più degli stessi folli characters inventati dalla geniale penna diabolica di Tarantino stesso. Dopo tanta musica scatenata, balli e canti, bevute e battute goliardiche, dopo la magistrale, sensualissima esibizione della regina sexy del locale, Santanico Pandemonium (Salma Hayek), una donna dall’impressionante, arrapante bellezza bestiale, la quale si esibisce sfrontatamente e impudica in una danza eccitantissima con tanto di serpente che, morbidamente flessuoso, le sfila lungo la sua pelle vellutatissima e godibilissimamente candida, il film cambia totalmente direzione e si trasforma a mo’ di un camaleontico vampiro che, dal giorno alla notte, muta a sua volta improvvisamente forma in esso ed è assetato di sangue umano da bere a generosi sorsi insaziabili e terrificanti.

Insomma, Dal tramonto all’alba, da semplice, per quanto già caotico e rutilante, classico road movie di genere e di rapine e ostaggi esilarante, ricolmo di battute taglienti, diviene una divertente pellicola orrifica, un movie horror splatter popolato da mostruose creature spaventevoli e raccapriccianti.

Come detto, Dal tramonto all’alba ottenne immediato successo, soprattutto presso i più giovani. Eccitati difatti a morte dinanzi a quest’opera così stratificata, (auto)citazionistica, spiazzante e perversamente affascinante. Perturbati che furono dal suo malato fascino forse più attraente della splendida venustà torbidamente titanica d’una Salma Hayek strepitosamente iconica e provocante in maniera inarrivabile.

Però, se vogliamo essere obiettivi, se non vogliamo per l’appunto troppo sovreccitarci, lasciandoci andare a facili entusiasmi da aficionado tarantiniani presto scalmanati ed euforizzati dirimpetto a ogni sua stramberia mirabolante, dobbiamo raffreddare, col senno di poi, i nostri spiriti bollenti, non solo cinematograficamente esaltati, rimanendo pacatamente obiettivi. Senza lasciarci condizionare dalla nostra adorazione verso ogni galvanizzante creazione, anzi, qui sarebbe più pertinente dire “creatura”, plasmata dall’incontenibile, vulcanica verve creativa figlia di Tarantino & company.

Dal tramonto all’alba, alla prima visione, indubbiamente trasmette ipnotizzante malia e robustissima fascinazione bellamente morbosa.

Ma è soltanto un divertissement fine a sé stesso, volutamente dozzinale e girato in maniera dichiaratamente, giocosamente triviale, perfino sciatta e, in molti punti, artigianale come gli effetti speciali, saporitamente naïf di Tom Savini.

FROM DUSK TILL DAWN, Salma Hayek, 1996. © Dimension Films

FROM DUSK TILL DAWN, Salma Hayek, 1996. © Dimension Films

di Stefano Falotico

FROM DUSK TILL DAWN, Harvey Keitel, 1996, (c) Dimension

FROM DUSK TILL DAWN, Harvey Keitel, 1996, (c) Dimension

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THE LIGHTHOUSE, recensione

Ebbene, recensiamo The Lighthouseopus n.2 di Robert Eggers dopo l’acclamatissimo The Witch.

Se vogliamo essere più precisi, il suo secondo lungometraggio, dato che Eggers, prima di The Witch, diresse lo short movie Brothers. Cortometraggio della durata di 10’ del 2014 da cui era già possibile intravedere ed evincere la sua poetica rarefatta e individuarne i suoi pugnaci, ora riconoscibilissimi stilemi, incontrovertibili.

lighthouse dafoe

Adoratore di Carl Theodor Dreyer e delle sue inquietanti, deliranti atmosfere spiritualmente intrise di soave trascendenza onirica e religiosamente metafisica, d’ascendenza bergmaniana, da lui palesemente dichiarata e puntualmente evocata sia in The Witch che in The Lighthouse, Robert Eggers è già un grande nome imprescindibile del panorama cinematografico mondiale.

Poiché, con questo The Lighthouse, giustissimamente incensato dalla Critica in ogni dove, ancora scandalosamente però non ufficialmente distribuito in Italia e inconcepibilmente snobbato totalmente agli Oscar, ha dimostrato soltanto alla sua seconda opera di aver, come appena accennatovi, sviluppato una sua visione della Settima Arte e del mondo marcatamente già inscalfibili ed evidentemente assai sensibili.

Attratto dalle ermetiche e ancestrali storie macabramente ambientate in altre epoche, apparentemente disgiunte dalla nostra frenetica contemporaneità logorante e scevra d’ogni senso del pindaricamente, suggestivamente poetico, Eggers, difatti, non sembra un cineasta di oggi, bensì un uomo che vaga in uno spazio-tempo indefinitamente, suggestivamente assai affascinante, memore del Cinema ripescato dalle meravigliose profondità oceaniche della venustà rilucente ammantata di viva celluloide indimenticabile, ahinoi, da molti invece offuscata nelle nebbie della smemoratezza più nera, de L’Atalante di Jean Vigo. Spalmandosi nella levigata e cristallina morbidezza tenebrosamente candida d’immagini luminosamente plumbee, virando dalle crespe tonalità volutamente insature e sporche di The Witch allo spettrale eppur ipnotico b/n brillante di questo magnifico The Lighthouse, opera già, possiamo sinceramente dirlo, capitale.

Trama:

sul finire del secolo scorso, più esattamente attorno al 1890, scorgiamo due uomini, Thomas Howard (Robert Pattinson) e Thomas Wake (Willem Dafoe) che, fra i tetri e al contempo fulgidi, baluginanti barbagli d’una giornata ventosa, camminando in mezzo a qualche sparuto e forse persino fantasmatico abitante di un’isola sperduta situata sulla costa del New England, si avvicinano a un faro e poi, lentamente, scrollandosi di dosso i fagotti da loro prima caricati sulle spalle, prendono posizione all’interno di tale torre su cui svetta una lampada dalle spesse lenti ovviamente luminescenti, emananti una luce fioca e allo stesso tempo misteriosamente caleidoscopica, potentemente balenante a diffondere i suoi raggi dardeggianti, striscianti foscamente nell’aria arida e pesante, per irradiare l’incontaminata isola col suo candido vigore luminoso decisamente abbagliante.

Al che, immersi in questo clima profondamente invernale, tali due uomini dall’aspetto decadente, cominciano già poco allegramente, bensì in modo cupamente conturbante, a discorrere del più e del meno, passando così le notti e le susseguenti loro giornate monotone.

Scopriamo subitaneamente che Thomas Wake (un canuto Willem Dafoe barbuto e, dal punto di vista recitativo, ispiratissimo) è un vegliardo uomo inaspritosi nel carattere tristemente che, da tempo immemorabile, svolge il solitario e angoscioso lavoro di guardiano di questo faro forse abbandonato da ogni dio e da ogni santo. Sublimando la sua solitudine nell’ubriachezza e nel tedioso, farneticante ripetere sino allo sfinimento tale cantilena da mitomane vaneggiante:

che la pallida morte con l’orrido artiglio faccia d’un antro oceanico il nostro giaciglio. Dio che dell’onde ascolti veemenza, salva l’anima che invoca clemenza…

Tra luciferine apparizioni e un’indistinta sagoma, forse una sirena, fluttuante fra le impercettibili, recondite voragini del mare increspato da una perenne tempesta imperitura e insistente, si alternano, come detto, i dì e le notti ove i due uomini, caratterialmente agli antipodi, sempre più maggiormente s’accaniscono l’uno contro l’atro in maniera crescentemente furente e spasmodica.

Howard è soltanto un novizio, oggigiorno diremmo “stagista”, in cerca d’un impiego al fine di racimolare i soldi necessari per agguantare una vita dignitosa sfuggitagli di mano? Pronto, una volta che avrà messo da parte un bel gruzzoletto, a salpare esistenzialmente per nuovi lidi più vitalmente limpidi?

The Lighhouse è un kammerspiel bellissimo. Magneticamente irresistibile.

Dafoe, come già sopra scrittovi, è bravissimo e Robert Pattinson non gli è affatto da meno.

E forse, laggiù fra le acque, albergherà per sempre un imperscrutabile, primigenio, terribile mistero insondabile…

Se vogliamo inoltre giocare di curiosi parallelismi con un film, uscito recentemente, che è molto attinente a The Lighthouse in tanti frangenti, se siete amanti delle meta-cinematografiche analogie bizzarre, se lo aveste perso, recuperate The Vanishing.

di Stefano Falotico

 

SHUTTER ISLAND, recensione

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Ebbene, oggi recensiamo Shutter Island.

Film di Martin Scorsese oramai piuttosto celebre, uscito nel 2010. Un mystery thriller largamente apprezzato dal pubblico. Una pellicola che, a fronte di un budget alquanto dispendioso, ovvero circa s$80,000,000, sebbene decisamente inferiore, per esempio, a The Irishman e alla sua prossima fatica, Killers of the Flower Moon, incassò notevolissimamente a livello planetario, totalizzando quasi 300 milioni di dollari ai botteghini.

Shutter Island però, a differenza di The Irishman e delle recenti pellicole di Martin Scorsese, suscitò forti pareri contrastanti presso la Critica mondiale e fu snobbato agli Oscar.

Sul sito aggregatore di medie recensorie metacritic.com può vantare ancora una lusinghiera votazione complessiva di 63% di pareri estremamente positivi. Ma, com’appena detto, non sono tuttora in pochi coloro che ritengono Shutter Island un’opera leggermente minore all’interno del fantasmagorico, luccicante excursus cineastico dello zio Marty. Pressoché impeccabile.

A partire, ovviamente, dal solito Paolo Mereghetti che, nel suo Dizionario dei Film, pur attestandone i pregi, sottolineandone il valore nell’asserire fermamente che si tratti di un giallo neonoir dalle forti suggestioni cromatiche, oniriche e visionarie, teso e compatto, affascinante e confezionato con l’immancabile eleganza tipicamente peculiare dell’inconfondibile, egregio stile raffinato di Scorsese, non lesina comunque affatto a evidenziarne, di contraltare, i molti difetti. Definendolo testualmente così:

un thriller psicologico di ineccepibile fattura, teso e inquietante per almeno due terzi, interpretato da un sempre ottimo Di Caprio, ma lontano dal coraggio di sperimentare che contraddistingueva il regista almeno sino ad Al di là della vita… il film costruisce perfettamente la trappola in cui dovranno cadere il protagonista ed il pubblico. Ma appunto: è solo una trappola ben congegnata.

E invece da un grande regista come Scorsese sembra inevitabile aspettarsi sempre il capolavoro o quasi. Dai primi della classe non possiamo accontentarci di un compito svolto senza errori. Vogliamo di più.

In effetti, tralasciando le personali antipatie che un personaggio spesso ambiguo come Mereghetti possa scatenare, il critico per antonomasia del Corriere della Sera non ebbe e non ha tutti i torti. Anzi, malgrado l’abbia parzialmente stroncato, appioppandogli solamente due stellette, a nostro avviso è stato fin troppo generoso.

Poiché, senz’ombra di dubbio, Shutter Island è il film più brutto di Scorsese. Con gli opportuni distingui, assieme probabilmente a Gangs of New York, a The Aviator, a The Departed e, naturalmente, a The Wolf of Wall Street.

Sì, non stiamo scherzando. Perdonateci se siamo troppo duri ma The Wolf of Wall Street è un concentrato interminabile di nefandezze stilistiche da lasciare terribilmente imbarazzati e ci stupiamo che venga, ahinoi, altamente considerato non solo fra gli aficionado irriducibili di Scorsese, bensì anche presso quegli pseudo-tali cinefili che, incallitamente restii a essere obiettivi, peccano vergognosamente di timore reverenziale nei riguardi del maestro Martin. Affermando dunque che si tratti di un’opera dalla bellezza assoluta o addirittura incommensurabile in quanto, succubi del potere fascinatorio del Cinema straordinario di Martin e di conseguenza, dinanzi a lui, obnubilati dalla forza carismatica a loro profusa da un genio comunque altrove indiscutibile che inevitabilmente li plagiò a suo volere, si macchiano di una colpa imperdonabile, cioè se ne prostrano con umile remissione ridicola. Immiserendosi nella loro lucidità e inchinandosi, lobotomizzati, dirimpetto a un artista verso il quale, rimarchiamo, furono e sono sguarniti d’ogni personalità robustamente esaminatrice un film che, invero, è soltanto una pacchiana sciatteria mascherata da una messinscena pedissequamente capziosa ed artefatta.

Ora, ricollegandoci a quanto sopra esplicato, salta all’occhio perfino che, nella nostra breve disamina inerente i peggiori o, perlomeno, i più irrisolti film di Scorsese, il protagonista di ogni pellicola, da noi menzionatavi, sia Leonardo DiCaprio.

Non fraintendeteci. DiCaprio è un attore insindacabilmente valente e ammaliante che, peraltro, deve molto della sua crescita recitativa a Scorsese stesso. Ma, paradossalmente, proprio in virtù del suo titanico star power, pare che ogni volta che Scorsese lavori con lui, eh già, debba piegarsi a delle compromissive, assai opinabili necessità commerciali al fine di adattare le sue pellicole a un pubblico meno esigente e dunque più di massa. Poiché DiCaprio è talmente popolare da richiamare in sala ogni categoria di spettatore e, perciò, Scorsese e le varie major di volta in volta coinvolte, immantinente avvertono immediatamente il bisogno di smorzare i toni artistici del materiale di partenza, adattandolo a logiche giocoforza più economicamente mainstream. Osiamo dire sconcertanti.

Ciò non giova, infatti, affatto all’etica professionale d’un regista che non ha certamente bisogno di piegarsi a tali trucchetti acchiappa-boxoffice per piacere e ricevere plausi.

Scorsese è inappellabilmente un grandissimo ma ci piace quando è Scorsese al massimo, non deprivato della sua grintosa, furibonda temerarietà preziosamente morale.

Ebbene, dopo questo lungo, esaustivo ed imprescindibile preambolo per niente arrogante, bensì semplicemente perspicace e veritiero, torniamo nuovamente a Shutter Island.

Film della durata di due ore e diciotto minuti, scritto da Laeta Kalogridis e tratto dall’omonimo romanzo di Dennis Lehane. Mediocre scrittore per cui invece Brian Helgeland trasse da un’altra sua novel, con la regia di Clint Eastwood, la sceneggiatura di Mystic River. Allo stesso modo di Mystic RiverShutter Island è un film ove la pazzia di un uomo, derivata da un incolmabile, irrisarcibile trauma insuperato di origine mostruosa, ha innescato una vicenda ricolma d’inquietanti risvolti psicologici di natura abissalmente ancestrale e misterica.

Trama:

l’investigatore Teddy Daniels (DiCaprio) e il suo fido braccio destro Chuck Aule (Mark Ruffalo) sbarcano in un’isola sperduta di nome Shutter per indagare in merito alla sparizione di una pericolosa matricida, Rachel (Emily Mortimer), evasa dall’ospedale Haschecliffe, un carcere psichiatrico di massima sicurezza, simile ad Alcatraz, ubicato all’interno di questo roccioso “atollo” sulla cui sommità svetta un luminoso faro che, di notte, emana la sua sulfurea luce sul territorio limitrofo, ammantandolo di cangiante brillantezza adamantina che attenua la tetra opalescenza mortifera della struttura del cupo nosocomio angosciante. Ove sono stipati e sedati pazienti instabilmente, forse persino insanabilmente, allarmanti. Cosicché, in questo luogo maledetto da dio ove inoltre aleggiano antichi, terrificanti spettri di nazistici esperimenti mentali dei più aberranti, Teddy s’aggira sempre più sbalestrato e progressivamente tanto spaurito quanto, a lungo andare, nell’animo mortificato e svilito. Via via sfiorando davvero lui stesso la pazzia oppure, momentaneamente, rinsavendo prima della definitiva prefrontale leucotomia infinita?

Abbiamo già rivelato forse troppo e ci pare quindi doveroso fermarci qui, rispettando chi non ha ancora visto il film.

Ma chi è veramente Chuck? Chi è la donna (interpretata da Patricia Clarkson) sfuggita a degli infermieri attentatori alla sua incolumità che Teddy, nel suo tumultuoso peregrinare lungo l’isola, incontra dentro una grotta inesplorata durante una serata crepuscolare tenebrosamente spaventosa e lugubre? Chi è, infine, soprattutto l’uomo fantasmatico di nome Andrew Laeddis (Elias Koteas) che Teddy, forse in balia d’un confusionale stato allucinatorio, vede davanti a lui comparire e rispuntare, in maniera reminiscente e orridamente conturbante, in particolar modo dagli anfratti reconditi dei suoi incubi e del suo preoccupante, cavernoso inconscio indecifrabilmente, imponderabilmente morboso?

Nel cast, primeggia Ben Kingsley nei panni del Dr. Cawley, da annoverare la presenza di Jackie Earle Haley as George Noyce, di Michelle Williams nel ruolo della moglie di Daniels, Ted Levine (Buffalo Bill de Il silenzio degli innocenti) e del compianto Max von Sydow.

Shutter Island può ricordare, per molte atmosfere, Shining. E non poco Angel Heart di Alan Parker.

Però, a dispetto della bella, avvolgente fotografia di Robert Richardson, soltanto un po’ caricata di colori troppo saturi patinati in molti tratti, della sobria diegetica scorsesiana e dei talenti attoriali coinvolti, Shutter Island è ben lungi dall’essere un film memorabile.

Poiché non fa paura, non desta per l’appunto l’inquietudine sottilmente scioccante che era lecito attendersi da un film dagli ampissimi potenziali, dalle possibili ermeneutiche sfaccettate che sarebbero potute generarsi da tale intreccio, psicologicamente intricato, pieno di sotto-testi ermeticamente interessanti ma qui compressati in sviluppi prevedibili e superficiali.

Insomma, Teddy Daniels riuscirà a resuscitare dalle tenebre che l’inghiottirono in una mortale spirale viziosa infinitamente esiziale o rimarrà perpetuamente schiavo dell’assurda, incredibile detection auto-sepolcrale del suo cuore di colpo agghiacciatosi e tragicamente infrantosi?

shutter island

di Stefano Falotico

 

THE COMEDIAN, recensione

de niro the comedian

Ecco la sinossi, miei asini, tratta da IMDb. Più scarna di Bob De Niro, scheletrico in Taxi Driver. Un mezzo cadavere ambulante mentre, in Al di là della vita, prosecuzione ideale di tale succitato capolavoro immortale, Nicolas Cage guidò solo l’ambulanza ed ebbe dei tremendi, oserei dire lancinanti dolori di panza poiché affetto da complessi di colpa strazianti. Ora, Nic sta assieme a una forse più giovane della ragazzina morta d’overdose…

Caro mio Nic, dopo i debiti economici, avesti crisi d’astinenza e pagasti la prima baldracca raccattata fra una tua stronzata e l’altra? Devi darti una moderata! Durante l’amplesso, non esagitarti neppure di tuo proverbiale overacting. Non è che, allo zenit dell’eccitazione, reciti alla tua bella bambina tutto l’abbecedario da Stress da vampiro nevrotico, impazzito e super arrapato come se, nel tuo letto, vi fosse Jennifer Beals, sì, però di Flashdance?

A look at the life of an aging insult comic named Jack Burke.

Ora, vi ficco anche quella di Wikipedia. Se non vi sta bene, ficcatevi fra voi ma non rompetemi i coglioni.

Sono stanco di essere preso per il culo.

Jackie (Robert De Niro) is a comic icon, attempting to reinvent himself despite his audience only wanting to know him as a television character he played earlier in his career.

He attends a comedy club for nostalgia night at Governor’s Comedy Club in Levittown, New York (near Hicksville, New York), hosted by Jimmie Walker. After accosting an audience member, Jackie is sentenced to 30 days in jail. During his 100 hours of community service he meets Harmony Schiltz (Leslie Mann), who works at a soup kitchen as part of her community service.

Cioè, in poche parole, è un character study su un comico volgare ma forse meno volgare di tua sorella. Sì, tua sorella è volgarissima. Si mette in posa come Taylor Mega ma non conosce neppure un film del regista, per l’appunto, di questo film, Hackford Taylor. Secondo me, se continuerà su questa strada da piaciona popolana, non avendo il talento di Kathy Bates, magnifica ne L’ultima eclissi, finirà peggio di Jennifer Jason Leigh di Inserzione pericolosa.

Ma chi pensa di essere? Charlize Theron de L’avvocato del diavolo? Ah ah.

Il Richard Gere di Ufficiale e gentiluomo della sua periferia da semi-palestrata esaltata la manderebbe a fanculo perché non è manco Rachel Ward di Due vite in gioco.

Ebbene, amici carissimi, cinti in raccoglimento. Prestatemi umilmente fede, oh, mie fratelli e consanguinei. Miei geni assortiti, la vita può incepparsi a causa della malasorte oppure di una mala sorca, dunque perdersi in rabbie figlie di notti lugubri e melanconiche.

Applause!

Ivi, figliuoli della congrega, siamo riuniti dopo la quarantena che ci dilaniò le viscere, tristemente illanguidendoci nel buio più tetro e mortificandoci da sepolti vivi ché dovemmo riesumare antichi videogame per passare il tempo, come per esempio Tetris. Sì, rannicchiati fra domestiche pareti anguste, dopo un’esistenza già trascorsa spesso nella solitudine più assoluta per colpa di gente bigotta e moralistica che svilì i nostri animi radiosi, tempestandoci di sospetti mostruosi, risorgemmo in tale 3 Giugno poiché oggi sono permessi anche i viaggi interregionali e io, dopo aver militato sino all’età di diciott’anni, presso le giovanili, cioè gli Juniores, di una calcistica squadra che partecipò ai migliori tornei provinciali, rinunziai a ogni lavoro da impiegato comunale.

In quanto desidero tuttora rimanere un poeta abissale e un artista spaziale che non abbisogna di mercificarsi a un sistema prostituente il nostro animo che non è soltanto statale, bensì universalmente internazionale.

Sono qui per parlarvi di un film che, dopo mille ritardi, come i miei e i vostri da uomini scambiati addirittura per Cagliostro, forse festeggeranno il Ferragosto sotto la luna ch’è un girarrosto.

Probabilmente, visto il successo di Joker e di The Irishman, una buona volte per tutte, un distributore lungimirante si deciderà a diffondere la pellicola con De Niro di cui già v’accennai e, nelle righe seguenti, come dettovi, vi parlerò… sbattendola in sala. Uh, fa caldo, pare una sauna. Comunque, anche se sudai freddo e la gente ipocrita mi mise a pecora, sono rimasto un leone della savana.

Mah, la mia storia fu ed è da Mezzanotte nel giardino del bene e del male. Dove fu ambientato questo cazzo di filmone di Eastwood? Ah sì, a Savannah.

Comunque, alla playmate Smith Savannah, preferisco Saint Samantha, pornostar da poco ritiratasi dal mercato. Peccato, me ne sarei tirate ancora sui “suoi” nuovi filmetti. Va be’, non importa. Tanto ho tutta la collezione privatissima dell’intera sua filmografia eccitantissima. Cazzo, Samantha Saint mi manda in estasi più di Marlon Brando al suo massimo storico.

Ora, basta, facciamo i seri, non facciamoci le seghe.

The Comedian… Tale pellicola io già vidi in sala… da pranzo. In verità, dietro il grande schermo de mio pc grazie a PowerDVD. Poiché ne comprai il Blu-ray americano, ordinandolo su Amazon.

E lei, donna che si crede un’amazzone, la finisca d’inneggiare al matriarcato e zittisca definitivamente le sue voglie e i suoi capricci inconfessabili da repressa sessista. Non riesce a trovare un uomo Tarzan? Ah no, allora si rechi alla videoteca Videodrome di Federico Frusciante, mio amico, situata in via Magenta 85 a Livorno. Noleggi Greystoke con Christopher Lambert e andrà in brodo di giuggiole poiché dirimpetto al Lambert che fu, eh già, si toglierà ogni maglia di liana, no, lana. Avrà le vampate di gran calore nel vedere che Christopher poteva permettersi di essere ancora bellissimo ma puro, prima di sporcarsi con Alba Parietti. Da allora, infatti, dal suo leggendario strabismo di Venere, Cristopher forse passò alle malattie veneree.

Sì, donna alla Andie MacDowell, milfona mai vista, si spogli d’ogni inibizione in maniera scimmiesca, si dia alla vita tutta. Non faccia la scema. Ma che è alla frutta? Onestamente, ce la dia ma, attenzione, al Seme della follia. Siamo qui e non aspettiamo altro se non con lei impazzire, strapazzandola come la maionese. Donna, si mostri integralmente a noi tutti, eh sì, ignuda come iddio la creò, come madre natura la concepì e come qualche uomo, qui, presto la fotterà in questo focoso dì gioioso. Che fa? Si bagni presto come se si trovasse all’equatore con l’afa a mille in mezzo alla sua palude!

Applauso!

Orsù, donna, si svesta e faccia alla svelta. Non so se sarà amata di sveltina ma, immantinente, la prego, la smetta di tirarsela da sola. Guardi che bel sol’. Per esempio, osservi obiettivamente quest’uomo dal petto villoso al mio fianco. Non mi dica che non ama il suo sguardo da latin lover caloroso. Si fidi, senza sifilide, potrà presto ardentemente irradiarla e forse allargargliela in modo delizioso, oserei dire squisito e letizioso.

Suvvia, non faccia la permalosa e la difficile donna smorfiosa. Le sia sfiziosa…

Com’è pure il detto? Fra moglie e marito non mettere il dito? Infatti, solo un dito non serve.

Ci vuole tutt’altro, eccome se ci vuole molto alto.

Di mio, non ho mai creduto al comandamento Non desiderare la donna d’altri. L’unica donna che giammai non desiderai fu l’attuale moglie di un mio ex amico delle scuole medie. Di cognome fa Daltri e svolse il lavoro di gelataio alla Voglia matta. Non è il film con Ugo Tognazzi e Catherine Spaak.

Bensì una yogurteria cremosissima… https://www.facebook.com/lavogliamattagelateria

Ci vuole zucchero, sale e pepe. Finiamola anche, a proposito di Luciano Salce, con le battute su Fantozzi. Più vecchie d’una bacucca.

Ma che mi fa(te) dire? Delle virilità, no, volgarità pregne, oh, mia prugna, di dark humor come Jackie Burke, il personaggio incarnato da Bob De Niro in questo The Comedian di Taylor Hackford?

Debbo moderare il linguaggio, avete ragione, devo finirla subito di divagare in maniera provocatoria, pungente e piccante, debbo quanto prima, oh sì, io questa donna sfinire. Oh, tale donna sta per sfiorire, con me invece rifiorirà e, assieme, floridamente ci cureremo da ogni batterica flora. Sì, evviva la sauna, la fauna! Non datemi nessuna mano, le mie mani saranno di questa donna e la palperò, fottendomene del perbenismo della piccola borghesia.

E così sia, oh, issa, non fatemi scaldare, già mi si ri… za in men che non si dia, no, dica.

Ah ah.

Sono un battutista, evviva anche Lucio Battisti e ogni batterista.

Non picchiatemi, non siate maialeschi, no, maneschi. Adoro Michael Mann, Thomas Mann e il detto chi fa da sé fa per tre. Potrebbe anche farsi Leslie Mann.

Sì, sono un Falotico che potrei venir… ospitato da Jimmy Fallon, sono uno sconsiderato farfallon’ e amo sia essere vigliacco come Dustin Hoffman di Papillon che temerario come Steve McQueen di C’era una volta a… Hollywood. Il quale desiderò Margot Robbie, grande figa, ma ebbe comunque una cazzuta dignità da difendere da ribelle che se ne fotté delle donnette. Sì, uno storico sciupafemmine, ah ah.

Dunque, preferì essere ricordato per La grande fuga.

Cioè, come la mia. Ah ah. Sì, scappai dal mondo e il mondo cercò d’inchiappettarmi.

A tutt’oggi, sono vivo e vegeto. Posso ammettere che nessuno me l’abbia messo in quel posto, fisicamente parlando. Comunque, non sono omofobo.

Se qualche bagnino proverà ad affogarselo dentro di lui, gli risponderò come Lino Banfi in questa scena cul no, (s)cult: https://www.youtube.com/watch?v=8xFKYyphXOk

Se io l’abbia messo nei buchi femminili, non sono cazzi che vi riguardano. Anche perché siete invidiosi e vi fottete a vicenda.

Ma che volete toccare? Ma che volete appurare? Dove pensate di scopare, no, scusate, volevo dire… scappare?!

Parliamo ora di questo film.

Doveva essere inizialmente diretto nientepopodimeno che da Scorsese. De Niro ebbe infatti la brillante idea di realizzare una specie di remake di Re per una notte. Scorsese non fu però convinto della/della sceneggiatura. Al che, De Niro propose la regia a Sean Penn. Inizialmente, Sean accettò. Si sa, Sean e Bobby sono molto amici. Entrambi scoparono Naomi Campbell. Poi, si strinsero la mano in segno di reciproca stima. Come lo stesso De Niro e Depardieu, in Novecento, a letto con Stefania Casini? Non lo so.

Ah, mio Stefano, che casino! Mah, Naomi se la scopò pure Flavio Briatore. In verità, mezzo mondo. Roba che Samantha Saint, dinanzi a Naomi, è davvero una santa. Ah ah. Venere Nera di che?

Poi spuntò Hackford. Sposato da tempo immemorabile con la fata Morgana di Excalibur, vale a dire la grande Helen Mirren.

Allo script mise mano anche Richard LaGravenese, premio Oscar per La leggenda del re pescatore.

Abbiamo in questo film quell’attoriale gigante di Danny DeVito, un nano di statura ma uomo di enorme levatura, abbiamo il cammeo di Charles Grodin, anche quello di Billy Crystal, vi sono pure Edie Falco ed Harvey Keitel.

Ma soprattutto v’è una strepitosa attrice teatrale, Patti LuPone. Moglie di De Niro in Colpevole d’omicidio, madre di James Franco.

Cioè me stesso.

Sì, debbo esservi franco. Questa vita mia fu esattamente come questo film. Per via del mio essere troppo istrionico, reagii malissimo dinanzi alle provocazioni di un panzone, fui accusato di minacce di “impostazione fisica”; non patteggiai tanto e fui costretto ai lavori socialmente utili.

Io sarei aggressivo? Ah ah.

Ma non tutto il male venne e viene per nuocere. Pene… devono ancora venire… Conobbi molta gente interessante in mensa… gente meno falsa di quelli che vanno a messa.

Cosicché, imparai ad amare perfino il pauperismo dopo essere stato preso solo per un paperino, sinceramente per un cretino.  E Gli invisibili con Richard Gere, diciamocela, è un capolavoro.

Sapete perché? Perché quando il gioco si fa duro, devi ammettere che sei un po’ invecchiato e non puoi più tirartela da sex symbol.

Devi guardarti allo specchio e confessare la verità.

Sei un grandissimo attore. Come lo è Richard. Anche se non è De Niro. Anche se io forse sono più bravo di entrambi.

Bisogna essere sinceri sino in fondo. Potrete continuare a lungo a prendermi per i fondelli ma nessuno al mondo è capace di recitare un testo così, con tanto di ansimante voce cavernosa.

E presto ne arriverà un altro… decisamente, se possibile, ancora più bello.

https://www.audible.it/pd/La-vertigine-del-lieve-crepuscolo-Audiolibri/B08928XY56

Quindi, ora, fatemi fare la mia vita. Altrimenti, potrei esservi più demenziale di Mel Brooks di Che vita da cani! Oppure John Belushi di The Blues Brothers.

E, davanti a due così, potete anche continuare a fare le suorine ma ricordate: sono in missione per conto di dio.

Sono uno che si fa solamente dei film? Può essere. Tu continua a farti tua moglie, è un cesso. Confonderebbe le atmosfere grottesche di questo film dominato da un De Niro pagliaccesco, con Manhattan di Woody Allen. Mi sa che della vita non ha capito un cazzo. Infatti, sta con te.
Ah ah. Ah ah.  Ma che recensione è? Fa ridere per non dire piangere.

Come la vita. Di ogni clown.

 

di Stefano Falotico

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