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La quarantena ci asfissiò ma io vidi i claustrofobici Sin City, Stardust e Mad Max: Fury Road

mad max fury road

Mad Max: Fury Road, recensione

Ebbene, a distanza da circa cinque anni esatti dalla sua uscita, avvenuta in Italia esattamente il 14 Maggio 2015, proveremo a soffermarci, con più obiettività, sull’iper-acclamato Mad Max: Fury Road di George Miller.

Regista ovviamente della saga omonima, inaugurata nel lontano 1979 col primo capitolo, da noi ribattezzato Interceptor, della trilogia interpretata da Mel Gibson. Che qui trova il suo prosieguo, dopo trent’anni dall’uscita (1985) dell’ultimo, potremmo dire, episodio, ovvero Mad Max – Oltre la sfera del tuono (Mad Max Beyond Thunderdome). Il personaggio oramai leggendario e iconico di Gibson viene rimpiazzato dal più giovane, corpulento e taurino Tom Hardy.

Ecco, se i succitati, precedenti capitoli furono, così come Mad Max: Fury Road, ottimamente accolti dalla Critica (anche se, a essere sinceri, il loro pieno apprezzamento fu riconosciuto un po’ tardivamente, sì, in là con gli anni rispetto alla sua release), essi non ricevettero però nessuna candidatura agli Oscar.

Soltanto Mad Max – Oltre la sfera del tuono, peraltro, vinse il Golden Globe per la Migliore Canzone originale, We Don’t Need Another Hero, scritta da Terry Britten e Graham Lyle. Ovviamente resa celebre della performance canora della mitica Tina Turner che, inoltre, nel film interpretò la celeberrima, inquietante Aunty Entity.

Mad Max: Fury Road, invece, ricevette un’accoglienza esaltante. Tant’è che, sui famosi aggregatori di medie recensorie, metacritic.com e Rotten Tomatoes, detiene tutt’ora votazioni altissime ed altissimamente entusiastiche. In più, Mad Max: Fury Road sbancò i botteghini e fu candidato alla bellezza di dieci Academy Awards, incluse le nomination per Miglior Film dell’anno e per la Miglior Regia. Incassando ben sei statuette dorate.

Anche se, va detto, le vinse quasi esclusivamente per le categorie tecniche.

Ora, dopo questo lungo preambolo, diciamo anche che Mad Max: Fury Road viene indiscutibilmente considerato quasi unanimemente un capolavoro. Non solo dai cultori di tale franchise storico.

Ecco, pur riconoscendone molti pregi, che vi citerò nelle righe seguenti, sono parimenti cosciente che m’attirerò molte antipatie e, probabilmente, se prestissimo leggerete la mia apodittica affermazione a riguardo del valore di questa pellicola, erroneamente considerata epocale ed opera capitale, unitamente agguerriti, accerchierete la mia casa, alla mia incolumità attenterete al fine di bruciarmi o linciarmi vivo nella maniera più disumana e bestiale. Provando in tutti i modi a decapitarmi.

Poiché, senz’alcuna vergogna e senza nessuno sprezzo del pericolo, impavidamente e con maggiore temerarietà di Tom Hardy stesso, il quale si esibisce in una prova recitativa che trasuda belluina forza grintosa, asserisco che Mad Max: Fury Road sia uno dei film più sopravvalutati del mondo. E a conti fatti, come si suol dire, decisamente non sia un granché. Anzi, non per fare programmaticamente il bastian contrario o per assumere un’iconoclastica posa snobistica, aggiungo perfino che Mad Max: Fury Road sia veramente brutto. A tratti inguardabile, soporifero, insomma di una noia mortale. Un film puerile, un pedestre spettacolone senza capo né coda terribilmente pasticciato, grossolano, in una parola una vaccata.

Prendendo in prestito l’arcinota iperbole di Paolo Villaggio ne Il secondo tragico Fantozzi, riguardante La corazzata Potemkin, sì, Mad Max: Fury Road è una cagata pazzesca!

Ora, forse sto esagerando e, con tutta probabilità, anche Paolo Mereghetti fu clamorosamente eccessivo nell’affibbiargli una sola, misera stelletta e mezzo nel suo famigerato Dizionario dei film, elevandolo solo leggermente nell’ultima edizione della sua stessa “Bibbia” cinefila, del suo mastodontico, prosopopeico vademecum da “critico dei critici”, portando le stellette a due.

A mo’ di contentino per non inimicarsi nessuno, cioè alzando impercettibilmente il suo voto da pagella scolastica per simpatia verso chi lo reputa oramai, per l’appunto, un caposaldo intoccabile del genere catastrofico-distopico e post-atomico.

Mereghetti, da sue lapidarie, mai smentite, testuali parole del suo editoriale del Corriere della Sera, lo definì soltanto… un eterno divertimento per bambini… ma divertimento non ce n’è neanche un po’. Il film continua imperterrito a vedere macchinette che saltano in aria, persone che si fracassano, gente che digrigna i denti e che respira, facendo strani rumori. No, non è questo il Mad Max che mi piaceva e sicuramente non è questo il Cinema che mi piace e mi diverte.

Può dispiacervi parecchio e Mereghetti non è di sicuro un personaggio simpaticissimo.

In tal caso, però, non ha tutti i torti. Anzi…

Mad Max: Fury Road non è certamente un videogame della Playstation in celluloide ma non è neppure questo meraviglioso filmone per cui tutti i cosiddetti avanguardistici cinefili delle filosofie postmoderniste più fintamente trasgressive, eh già, difendono a spada tratta, magnificandolo oltre ogni buon senso. Forse sono persone affette da sovreccitate smanie nei riguardi dei nuovi, facinorosi culti tribali di natura borderline più millenaristica.

Suvvia, plachiamo subito i facili entusiasmi, conteniamo immediatamente quest’esaltazione malata e distorta.  Mad Max: Fury Road è sostanzialmente un filmetto. Né più né meno. Sì, ben poca cosa, soprattutto se paragonato ai più raffinati e, questi sì, innovativi e fantastici suoi eccezionali antesignani squisitamente deliranti e ipnoticamente mirabolanti.

Trama, ridotta all’osso, scarna e piena di personaggi mangiati vivi nel deserto del proprio miserabile destino da derelitti spellati da un clima più arido d’una sceneggiatura asciuttissima:

In una remota wasteland, cioè una terra desolata e al contempo, di traduzione italiana sui generis, una terra più desertica della Monument Valley dei western di John Ford, Max Rockatansky (Hardy) vaga infelicemente animalesco da una parte all’altra, gironzolando follemente senza meta, infilandosi fra una spelonca e l’altra, furtivamente insinuandosi e addentrandosi tra grotte rupestri assai tenebrose, fuggendo alla cattura di temibili mostri umanoidi, ridotti loro stessi, per l’appunto, pelle e ossa. Alla fine della sua disperata fuga, rimane penzolante sull’orlo di un sabbioso, sdrucciolevole dirupo.

Al che, dopo questo frenetico incipit vorticoso, partono i titoli di testa su musica rocciosa, granitica come Tom Hardy e veniamo, subito dopo, immersi nuovamente nell’azione colma di scemenze vigorose.

Il perfido e tirannico Immortan Joe (interpretato, sotto un trucco spaventoso ed orripilante da Hugh Keays-Byrne, nientepopodimeno che Toecutter d’Interceptor) controlla sadicamente la Cittadella. Fa sì che la povera gente, denutrita, quasi integralmente denudata e deperita, lo veneri come un dio e ossequi ogni sua malvagia, criminosa direttiva imperiosa, idolatrando anche la sua prediletta pupilla, l’Imperatrice Furiosa (Charlize Theron).

Metaforicamente, la gente si abbevera alla fonte della sua pazza, ingannevole saggezza poiché Immortan Joe ha il controllo degli acquedotti e senza il suo permesso, dunque, la gente non può rinfrescarsi le labbra. Di conseguenza, morendo dissetata.

In questo scenario da clima torridamente equatoriale ove il sole incalzante divampa scottante a ogni ora del giorno, provocando sulle epidermidi umane delle bruciature sempre più devastanti, procede la vicenda di questo film così tanto visivamente scoppiettante quanto, onestamente, poco appassionante.

Cosicché Max, continua per 2h abbondanti a scappare dai Signori della Guerra, vale a dire i servi quassi zombi dall’aspetto putrescente al servizio del malefico Immortan Joe, alleandosi con Furiosa per fare piazza pulita di tutti i cattivoni odiosi.

Sì, la trama è solamente questa ed è davvero un’inezia portentosa.

Un impari sciocchezza grottesca ove George Miller, un tempo director impareggiabile, per distrarci dal suo stile e dalla sua poetica, qui, inconcludenti, si avvale di una satura fotografia eccessivamente policromatica di John Seale, essiccando ogni buon proposito contenutistico a favore invece di una spasmodica azione interminabile che, come detto, incendia e quindi velocissimamente spegne ogni pazienza dello spettatore più intelligente e smaliziato dopo solo mezz’ora di un film, ripeto, sovrastimato oltre ogni decoro possibile e immaginabile.

Appiattendo l’enorme, suggestivo suo immaginario visionario in un guazzabuglio tanto esteticamente affascinante quanto, alla fine dei conti, del tutto vuoto e inconsistente.

Per correttezza, comunque, va detta un’ultima cosa:

forse, non saranno attendibili le stellette del Mereghetti così come la mia recensione è probabile che sia un po’ provocatoria ma chi scrisse l’articolo sottostante merita che gli si cucia la bocca alla pari di Tom Hardy in quest’immagine oramai entrata nella Storia:

https://it.videogamer.com/2015/05/22/mad-max-fury-road-e-un-videogioco-e-annoia-se-mereghetti-ha-ragione/

Eh sì, avete capito? Mad Max: Fury Road è “un videogioco e annoia?” Se Mereghetti ha ragione.

Se Mereghetti avesse (avuto) ragione forse sarebbe stato un italiano meno barbarico?

Concludo così…

Mereghetti, data la sua età non propriamente floridissima di primavere da giovanissimo, deve aver perso qualche colpo, inevitabilmente. Va altresì aggiunto che questa nuova “leva” di critici dovrebbe tirarsela assai meno, finendola di fare gli smanettoni.

Ok, boomer?

Stardust, recensionestardust

Ebbene, oggi recensiamo Stardust. Sublime fantasy altamente romantico e, sotto ogni punto di vista, strepitosamente fantastico. Una miscela ottimamente congegnata che vola intrepidamente alata sulle cadenze avventurose d’una sognante levità mirabolante e deliziosa.

Seconda, inaspettatamente stupefacente opera di Matthew Vaughn (Kick-Ass, X-Men – L’inizio, Kingsman), qui al suo esordio hollywoodiano per la Paramount Pictures, dopo l’apprezzato The Pusher con Daniel Craig, Stardust uscì sui nostri schermi nell’Ottobre del 2007 ma, soltanto quest’anno, è finalmente disponibile in una pregiata, italiana edizione in Blu-ray contenente esclusivi contenuti speciali per collezionisti di razza e immancabili affezionati alla Settima Arte più delicatamente sofisticata.

Liberamente adattato dall’omonima novella illustrata di Neil Gaiman da parte dello stesso Vaughn e Jane Goldman, Stardust dura due ore e sette minuti e ricevette una buona accoglienza da parte di Critica e pubblico. Su Rotten Tomatoes, per esempio, famoso sito aggregatore di medie recensorie, a tutt’oggi può vantare il 76% di critiche estremamente lusinghiere.

Stando agli standard attuali, Stardust non costò neanche tanto, vale a dire soltanto 70 milioni di dollari. Sì, soltanto, poiché si tratta di una cifra relativamente esigua e non certamente astronomica se paragonata a film di questo tipo, ripetiamo, tutt’ora in voga. Gli incassi inoltre, sebbene non esaltanti, ricoprirono ampiamente le spese e Stardust, per molte settimane, primeggiò al box office in Inghilterra e in Irlanda. Piazzandosi in vetta come imbattibile campione del botteghino britannico.

Altrove, invece, riscosse assai meno successo.

Addirittura, da noi fu perlopiù ampiamente snobbato e non poco trascurato perfino dall’intellighenzia critica.

L’unico a rimanerne ben impressionato fu Paolo Mereghetti che, nel suo celeberrimo Dizionario dei film, lo definì «una straordinaria cavalcata sulle ali dell’immaginazione». Mentre, nel suo editoriale del Corriere della Sera, scrisse testualmente quanto segue: c’è ancora un pubblico disposto a dar credito a un film di questo tipo? Istintivamente direi di no: per troppo tempo l’industria cinematografica, con Hollywood in testa, ha appiattito l’immaginario giovanile dentro a schemi previsti e prevedibili, dove la fantasia era una specie di optional da dimenticare. Meglio investire in costosissimi effetti speciali o moltiplicare all’infinito la velocità del montaggio piuttosto che sforzarsi di coltivare l’immaginazione e la libertà creativa. Col risultato che oggi buona parte del pubblico è più reattiva a certi cast altisonanti e a certi effetti destabilizzanti (violenza, adrenalina e sangue su tutto) che alle sollecitazioni della creatività, come è invece la strada che cerca di percorrere Stardust. Resta solo la speranza che, tra film popcorn e fiction televisive, il «fanciullino» che ognuno si porta dentro non sia ancora del tutto anestetizzato.

Sì, parole assolutamente condivisibili poiché Stardust è un grande film. Così come, d’altronde, lo è Hugo Cabret di Scorsese. E se i cosiddetti adulti, probabilmente mal cresciuti e “disidratati” per colpa del piattume delle loro grigie vite metodicamente, quotidianamente, competitivamente ripetitive, asfissianti, morbose e noiose, non vorranno apprezzarlo, sicuramente rigetteranno, così facendo, la loro anima più gustosamente onirica e fantasiosa, avendo capziosamente abdicato a stili e dettami di vita falsamente morigerati e dunque miserrimi, terribilmente sganciati dal purissimo, vivido, lucente sogno innervato di dolce e pugnace venustà fulgida e cristallinamente roboante.

Il Cinema, infatti, è sogno, è poesia in immagini.

Se dimentichiamo questo semplicissimo assunto, automaticamente disconosciamo noi stessi, ripudiando la nostra arcana anima ardimentosamente squillante, spegnendola nell’inaridimento e nel più bieco cinismo deprimente.

Anche se forse non siamo più né bambini né adolescenti, reconditamente dalle nostre profondità primigenie, ancora non del tutto oscuratesi nel vacuo, borghese intristimento, è necessario che disseppelliamo e innalziamo coraggiosamente gli stupendi, liberi sogni colorati, commuovendoci nuovamente dinanzi alla beltà serena di stellati firmamenti e di arcobaleni magicamente pigmentati di dolce e romantica, battesimale armonia luccicante.

Trama:

Nell’Inghilterra del 1800, cioè in piena epoca vittoriana, abita Tristan (Charlie Cox), modesto garzone figlio di un uomo, Dunstan Thorn (Ben Barnes da giovane, Nathaniel Parker da adulto), il quale fu l’unico che, impavidamente, riuscì a entrare a Stormhold, eludendo la sorveglianza di un saggio vegliardo (David Kelly) atto a presiederne il muro di cinta. Tristan, pur di conquistare la sua amata Victoria (Sienna Miller), promette a costei di regalarle una stella, forse in carne e ossa, Yvaine (Claire Danes). Yvaine, però, è già promessa sposa all’avido, azzimato signorotto belloccio e mascalzone di nome Humphrey (Henry Cavill). Malgrado ciò, Tristan s’imbarcherà, con tanto di veliero volante, lungo una landa pullulata da fattucchiere doppiogiochiste e principi malvagi, incontrando ambigui capitani di ciurme ridicolmente piratesche, sfidando perfino sé stesso pur di conquistare il cuore della sua bella.

Che dire? Stardust è magia adamantina, un film che riesuma il migliore Cinema degli anni ottanta dei fantasy avventurosi e inventivamente creativi. Fregiandosi di un cast a dir poco impressionante ove, ai già succitati Cox, Miller, Danes, Kelly, Barnes e Cavill (questi ultimi in due brevissimi cammei di lusso), svettano le prove di una Michelle Pfeiffer straordinaria in versione stregonesca (memore forse, nella sua recitativa variazione sul tema, della sua performance ne Le streghe di Eastwick), un memorabile e gigantesco Robert De Niro nelle farsesche, esilaranti ed esuberanti vesti di Captain Shakespeare, un ghignante e perfido Mark Strong as Principe Septimus, Jason Flemyng, Kate Magowan, Rupert Everett, Ricky Gervais, Peter O’Toole, la piccolissima partecipazione del regista Dexter Fletcher e la voce narrante, nell’edizione originale, di Ian McKellen.

Curiosità: Charlie Cox, come sappiamo, è diventato Daredevil nell’omonima serie tv targata Netflix.

Mentre Ben Barnes è stato il villain Billy Russo nel “gemellare” The Punisher con Jon Bernthal.

sin city carla gugino

Sin City, recensione

Oggi, recensiamo Sin City.

Film di due ore e quattro minuti del 2005.

Sin City è tratto dall’omonimo graphic novel di Frank Miller. Che, oltre ad essere autore di tale trasposizione cinematografica, assieme a Robert Rodriguez n’è stato regista. Con la partecipazione straordinaria di Quentin Tarantino, accreditato come guest star director.

A tutt’oggi, sul sito aggregatore di medie recensorie metacritic.com, conserva un’ottima votazione, ovvero il 74% di pareri estremamente positivi e, ai tempi della sua uscita, infatti, oltre ad essere apprezzato dalla Critica, malgrado non avesse totalizzato incassi stratosferici, piacque generalmente molto al pubblico. Rivelandosi una perfetta, suadente e fascinosa miscela di live action e animazione grafica fantasiosamente ben concepita e di sicuro, ammaliante impatto visivo.

Copia-incolliamo qui l’assai sintetica ma pertinente trama inserita su IMDb che, nella sua assoluta brevità, senza troppi fronzoli e pedanti descrizioni minuziose e superflue in barboso stile Wikipedia, riproduce esattamente in nuce il fulcro della vicenda narrata, anzi, delle microstorie intersecate fra loro in modo morbidamente avvolgente e ipnotico.

Sin City, difatti, pur essendo stato girato prevalentemente in un b/n, potremmo dire, bizzarro e spettrale, irresistibilmente accattivante, contiene molte sequenze ove la fotografia, peraltro firmata dallo stesso Rodriguez, cangia in una sfumata policromia seduttivamente fosca e cristallina, ammantando la pellicola, con questa magica malia tenebrosamente atmosferica, d’incantevoli suggestioni torbide e lugubri assolutamente in linea col tetro e al contempo luminescente clima che ci viene malinconicamente profuso.

Un film, potremmo dire, di natura claustrofobica, immerso in ambientazioni melmose, fra interni di case fatiscenti, periferie degradate, quartieri lerci e malfamati e bar ove pullulano, ubriachi, strafatti perdenti amabili e simpaticissimi contrabbandieri della propria anima bruciata o soltanto nei propri cuori scheggiata.

A movie that explores the dark and miserable town, Basin City, and tells the story of three different people, all caught up in violent corruption.

Ecco allora che, a prescindere dal prologo, intitolato Il cliente ha sempre ragione, entriamo nel vivo dell’azione. In medias res arabesca di storie in formato matriosca che, nel secondo capitolo del film, Sin City: Una dama per cui uccidere, assumeranno una definitiva coagulazione filmica. Perciò, partiamo subito con Quel bastardo giallo. Ovvero la triste ma intrepida peripezia del coriaceo, misterioso poliziotto John Hartigan (un Bruce Willis dall’espressione eternamente accigliata e impassibilmente torva ma al contempo dolce da duro innamorato dal cuore tenero che, grazie a un gioco di occhiate carismatiche d’annata, vale tutto il prezzo del biglietto e dunque della sua magnifica performance di strepitosa sordina). Il quale salva una bambina di nome Nancy (Makenzie Vega da piccola, Jessica Alba da grande) dalle grinfie di un maniaco pedofilo, Roark Junior (Nick Stahl).

Hartigan, malgrado il suo prode gesto salvifico da uomo figlio di un’era dimenticata e sentimentalmente nobile, viene ingiustamente arrestato e sbattuto in gattabuia per circa un decennio. Una volta scontata la sua pena, incontra nuovamente Nancy che, nel frattempo, è diventata una bellissima ragazza assai sexy che si esibisce in un night club frequentato perlopiù da bavosi fuori di testa.

Nancy è da sempre innamorata del suo salvatore e anche Hartigan, nonostante la grande differenza d’età che lo separa da Nancy, è atavicamente attratto da lei poiché onestamente, essendo costei la personificazione di una Lolita irresistibile, incarna ogni recondita, maschile fantasia proibita.

Cosicché, sebbene Hartigan sia l’emblema del macho man che non deve chiedere mai, alla fine si scioglie piacevolmente e, cullato dai caldi e lievi baci di Nancy, viene avvolto fra le sue gambe dietro le tendine di un nero appartamento ficcato nella notte più svenevolmente, focosamente ardimentosa.

Mentre il pazzo scatenato non è ancora stato fermato e riesce, poco dopo, a prendere in ostaggio la povera Nancy per seviziarla immondamente.

Come andrà a finire?

Dopo il durissimo, appena citato episodio del tosto ma delicatissimo Hartigan e della sensualissima Nancy, neanche a farlo apposta, abbiamo l’episodio chiamato Un duro addio.

Ove il super freak e disgraziato mai visto dal viso assai sfregiato di nome Marv (un debordante Mickey Rourke in parte come non mai), terminato di avere una notte di sesso selvaggio con l’unica donna che l’abbia mai amato, cioè Goldie (Jaime King), scopre che lei è stata barbaramente trucidata. Al che Marv, costernato e distrutto dal dolore, grida al cielo, immediatamente, atroce vendetta. Fra le umide, puzzolenti e sporche strade della corrotta Basin City, dopo aver incontrato Lucille (una Carla Gugino che si esibisce in un memorabile, plateale, stupendo topless da incorniciare nel quale si mostra generosamente in tutta la sua vellutata avvenenza superba) che, per l’appunto, inutilmente prova a dissuaderlo dal vendicarsi, a dispetto di tutti i buoni consigli elargitigli, Marv si getta a capofitto fra i vicoli ciechi e olezzanti di questa metropoli di luridi bastardi. Ovviamente, in cerca del colpevole e dei complici da punire severamente, in maniera ferina e cruenta oltre ogni dire. Entrando in contatto con gli avanzi più miserabili della città, gettandosi a capofitto, fra bevute, risse e pugni senz’esclusione di colpi, nel vivido cuore pulsante della sua stessa rabbia da irruento, bestiale loser in cerca di giustizia. Lanciandosi spericolato nei meandri, potremmo metaforicamente dire, d’una labirintica, sanguinaria revenge tonitruante che profumerà forse d’autoassolutoria catarsi struggente e si tingerà di cremisi sfumature emozionali, come per il precedente episodio, ancora una volta poderosamente e commoventemente romantiche.

Infine, Un’abbuffata di morte: la poco di buono Shellie (Brittany Murphy) viene tormentata dal suo ex, lo sbruffone e zotico, corpulento Jackie Boy (un Benicio Del Toro ispiratissimo) che, coi suoi maneschi scagnozzi, fa irruzione in casa della ragazza. Shellie però non è sola, bensì si trova in compagnia del suo attuale boyfriend Dwight (Clive Owen). Un uomo affascinante ma terribilmente stronzo.

E ci fermiamo qui per non rovinarvi le sorprese. Diciamo soltanto che la piccola ma mirabolante, allucinatoria scena lisergica fra Dwight e Jackie Boy, girata in macchina, è ad opera di Quentin Tarantino.

Che dire di più? Sin City, a distanza di quindici anni dalla sua uscita, conserva intatto il suo enorme perché. Insomma, un film che sa, eccome, il fatto suo. Girato da dio e recitato, possibilmente, ancora meglio. Un film che, nonostante la notevole durata, non annoia quasi mai e si lascia vedere tutto d’un fiato.

L’unica critica vera che possiamo muovergli contro sono le voci narranti. Sicuramente troppo insistite e forse non poco eccessive in alcuni punti.

Ma è un dettaglio, comunque, piuttosto trascurabile.sin city donna uccidere

Sin City: Una donna per cui uccidere, recensione

Oggi, a distanza di sei anni dalla sua uscita nelle sale italiane, avvenuta il 2 Ottobre del 2014, recensiamo Sin City – Una donna per cui uccidere (Sin City: A Dame to Kill For).

Seguito del fortunato e acclamato Sin City, n’è anche il prequel.  Ovviamente, come il precedente, è diretto da Robert Rodriguez (Dal tramonto all’albaMachete) in concomitanza con Frank Miller, autore del celeberrimo graphic novel omonimo.

Stavolta, la trasposizione cinematografica n’è un adattamento parzialmente originale poiché, constando di quattro episodi, solamente due di essi sono stati ricavati dalla succitata serie fumettistica. Gli altri due, invece, sono stati originalmente creati ex novo.

I personaggi, inoltre, raddoppiano. Se nel primo, infatti, la vicenda verteva principalmente su tre personaggi, qui ne abbiamo esattamente il doppio, cioè sei. Sin City – Una donna per cui uccidere dura un’ora e quarantadue minuti.

Possiamo, brevemente, sintetizzare la trama in questi termini:

l’avvenente e da tutti i gonzi della città del peccato assai bramata spogliarellista di nome Nancy (Jessica Alba) intrattiene, coi suoi balli sensuali, gli avventori di uno squallido night club malfamato, frequentato perlopiù da ubriaconi malfidati.

Nancy, nonostante si esibisca in danze peccaminose e piccanti, mostrandosi conturbante e ammaliando la sporca clientela con le sue provocanti mosse feline molto arrapanti, non riesce a dimenticare il suo defunto amante, Hartigan (Bruce Willis che ricompare, fantasmatico, in un’apparizione lugubre durante una plumbea notte densa del suo vivissimo ectoplasma tenebroso, memore del suo macho duro dal cuore tenero e di lei, perfino dall’oltretomba, infinitamente innamorato).

Nel frattempo, Nancy viene protetta dal gigantesco Marv (Mickey Rourke), un debosciato dal viso sfregiato e deforme che, fra risse, bevute e medicinali inghiottiti per tentare di sanare il suo cervello malandato, si trascina stancamente, eppur sempre combattivo e col fisico prestantemente taurino, in tale cupo e lercio sottobosco di guerci e prostitute di basso bordo. Un covo luciferino di gente arida di sentimenti e priva di nobili intenzioni. Insomma, gente miserabilmente meschina.

Ecco che nel locale giunge anche un azzimato e ambizioso giovincello sbruffone, Johnny (Joseph Gordon-Levitt). Il quale, mosso da una bramosa cupidigia, sfida incoscientemente a carte il perfido e sadico senatore corrotto sino al midollo, l’avido e truffaldino, malavitoso e potentissimo senatore Roark (Powers Boothe). Lo batte, umiliandolo dinanzi ai suoi bravi. Scatenando in Roark una cattivissima ira vendicatrice.

Nel bar di questa nerissima metropoli assai sudaticcia, fa capolino anche il disilluso Dwight (Josh Brolin, che rimpiazza Clive Owen). Il quale viene ancora una volta fatalmente adescato dalla sua odiatissima e al contempo eternamente amata Ava Lord (Eva Green), l’irresistibilmente fascinosa dama letalmente tentatrice e maliziosamente un po’ meretrice che dà il sottotitolo al film.

Come andrà a finire?

Sin City – Una donna per cui uccidere, ai tempi della sua release, fu meno apprezzato del film precedente. Incassando assai meno rispetto, per l’appunto, al capostipite e deludendo buona parte della Critica che accusò il film di essere soporifero e troppo pedante nelle sue prolisse digressioni con le sue esageratamente insistite voci fuori campo. Voci off che furono comunque il marchio di fabbrica vincente del primo capitolo.

Come appena detto, gli incassi delusero le aspettative tanto da indurre i produttori a dover rinunziare a un potenziale, ulteriore seguito.

Peraltro oramai impossibile, anzi, impensabile a meno che i diritti di queste due trasposizioni, detenute dall’ex padrone della Miramax, il disgraziato Harvey Weinstein, non vengano acquistate da qualcun altro, semmai un azzardato benefattore. Ipotesi alquanto remota e poco realistica, a essere sinceri.

Sin City – Una donna per cui uccidere, a nostro avviso, si lascia vedere invece piacevolmente poiché ancora una volta Rodriguez ci stupì con la sua calibrata e morbida mistura di live action e riprese avvolgenti coagulate a un bianco e nero nuovamente sorprendente. Vitreo e struggente.

Non è all’altezza del primo ma Sin City – Una donna per cui uccidere ha comunque i suoi suggestivi, notevoli momenti da ricordare.

Nel cast anche Rosario Dawson e un appesantito Ray Liotta. Cammeo di Lady Gaga.

di Stefano Falotico

 

 

TORNARE A VINCERE (The Way Back), recensione folle del film con Ben Affleck prima di quella seria, coming soon

tornare a vincere ben affleck tornare a vincere

Ebbene, ho dovuto pagare 4,99 Euro per vedere questo film su YouTube. Peraltro in definizione non a 1080p. La Warner Bros, infatti, a causa del Covid-19, optò per una distribuzione in streaming su varie piattaforme, fra cui l’appena sopra menzionatovi Tubo.

Se preferite, rivolgetevi a Chili. Non con carne ma pagando un po’ di più. Ecco, Ben Affleck in questo film appare sovrappeso. Anzi, non sembra con qualche chilo in più, lo è. Ma l’ingrassamento non fu dovuto al fatto che si recò da Burger King, bensì alle sue recenti crisi depressive che lo indussero, anziché ad ingozzarsi di bacon, pur sviluppando una pancetta notevole, ben meno piatta di quella di carne magrissima esibita dal protagonista di Footloose, a essere ricoverato a causa del suo sprofondamento nel vizio alcolico più smodato. Palliativo e alibi di natura poco etica ma etilica per compensare i vuoti interiori di Ben indottigli dalle troppe donne che gli gravitarono attorno e ancora lo distraggono dalla recitazione. Dunque, psicologicamente lo distruggono e lo deturpano nell’animo.

Gwyneth Paltrow, una che ora vende i prodotti vaginali, Jennifer Lopez, una capace col suo fondoschiena assicurato di dirti… levati di culo se la tua performance a letto non è da Armageddon, Jennifer Garner, una che Affleck sposò e lo rovinò. Sì, l’amore è più cieco di Daredevil, film per cui Ben e la Garner si conobbero e a Ben mal ne sortì. Ah, malasorte o forse “mala sorca”. Tant’è che, secondo me, la Garner già lo tradì sul set di Dallas Buyers Club con un Matthew McConaughey, stallone da rodeo, probabilmente ammalatosi di HIV dopo aver fatto all’amore con Jennifer. Una che non sarebbe coniugalmente affidabile neanche se avesse come amante un redivivo Freddie Mercury. E ho detto tutto.

Ben Affleck, qui, ritorna a recitare seriamente. Facendosi perdonare da tante scelte sbagliate, professionalmente parlando e non solo, anche per l’appunto sentimentali, che giocoforza fuorviarono la sua brillante carriera inizialmente ben avviata. Ovviamente, Ben fu benissimo avviato, quindi si svitò, fu svitato ed è forse oggi riavvitato. Anche ravvivato. Vinse l’Academy Award per la sceneggiatura di Will Hunting.

Oserei dire che fu rivitalizzato e non è ancora del tutto naufragato e appesantitosi bolsamente in modo irrecuperabilmente restaurabile.

Tornare a vincere è dunque un film ricalcato da Gavin O’Connor sul percorso autobiografico del Ben dell’ultima decade. Decennio che lo vide vincere l’Oscar per Argo, indossare i panni di Batman, cimentarsi alla regia con ottimi risultati, svilendosi però al contempo nei suoi vitali slanci più esuberanti.

Ben non credette più alla sua Generazione X e al Dogma di Kevin Smith. Perdendo la verve sua congenita da marpione un po’ sanamente porcellone. Intristendosi nella melanconia più arida. Insomma, non si diede più delle arie e divenne serioso al massimo. Così serioso da farsi crescere la barba da uomo trascurato quasi barbone trasandato.

Si narra nel film della storia di Jack Cunningham, promessa della pallacanestro, cioè indiscusso campione di basket e studente modello che, in seguito a fortissime delusioni ricevute, dopo tanti microtraumi emotivi giammai superati, fra cui la separazione dalla sua amata e la perdita tragica del figlio, vivacchia alla giornata, bevendo come una spugna in modo smodato. E fa anche il maleducato!

Al che, dal suo parroco preferito, gli viene chiesto di tornare in campo, metaforicamente e agonisticamente parlando. Affinché alleni un gruppo di scalcagnati teenager amanti forse del Michael Jordan che fu. Jack, dopo una nottataccia trascorsa, come al solito, a ubriacarsi esageratamente, accetta, seppur inizialmente riluttante, la proposta di salvezza, potremmo dire, offertagli in sacrificio? No, a redenzione santificante ogni suo peccato passato. Chissà se imperdonabile. Veniale, volontario o, come detto, consequenziale alla sua indole propriamente non impeccabile.

Cosicché, quest’uomo smarritosi, dentro rottosi, stancatosi forse di traviarsi o di essere fregato dal mondo ingrato, quest’uomo assai fottuto e spacciato, vilipeso in modo screanzato, decide con coraggio di vincere la sua sconfitta esistenziale, comunque già irreparabilmente avvenuta, vivificandosi nel donare alle giovani speranze il sogno di una vittoria scacciapensieri. Rilluminando sé stesso con le pupille lucide dalla commozione e spronando i suoi pupilli all’azione e alla reazione. Loro che vivono un’età problematica e piena di complicazioni. Fatta di angherie, bullismi, prevaricazioni, vite programmate da genitori tromboni che li vogliono, non solo nello sport, amabili campioni e futuri, noiosi dottori dei nostri stivali. Che coglioni fintamente sapientoni!

Jack ce la farà nella sua missione o sarà soltanto una passeggera, inafferrabile seppur magnifica illusione l’aver ottenuto, probabilmente non la grazia, ma la giusta gratificazione? Otterrà, cioè, la sua purificazione?

Il titolo originale di Tornare a vincere è The Way Back. Lo stesso dell’identico, per l’appunto, film di Peter Weir con Colin Farrell e Ed Harris. Attenzione, ignorantoni da istruire e alfabetizzare con le mie severe lezioni di grammatica e di vita, dopo la e di congiunzione, se un nome proprio (e non) inizia conl’ed eufonica, non voglio leggere roba come ed Ed Norton, attore non de L’attimo fuggente, bensì de La 25ª oraYou understand?!

Ah, quante ne vidi nella mia vita da ex calciatore. Adolescenti che ironizzarono sul mio essere più dotato, negli spogliatoi, rispetto ai loro pulcini microcefalici e sottosviluppati. Rispettate!

Vidi adulti pure adulterini, solamente però all’anagrafe e agli atti “puri” non cornuti o forse sì, inveire sui ragazzi disoccupati, urlando solo loro di crescere e di adattarsi ché la vita è dura per tutti e dunque bisogna esigere, anche erigere, regole fascistiche. Alcuni, non sopportando queste cape toste, mal digerendo queste illecite, ricevute batoste, respingendo i maltrattamenti arbitrari a loro imposti, finirono in rehab e furono sedati. Luoghi riabilitativi non per alcolizzati cronici come Ben/Cunningham, bensì centri di salute mentale per assumere psicofarmaci su pasticche Chrono. Ah, basta con le persone pietistiche ma anche con gli stronzi. E che cristo! Vidi alcuni di questi soccombere dinanzi alle ingiustizie poiché, invalidati dai medicinali troppo debilitanti, non riuscendo più a rimettersi in carreggiata, elemosinarono compassione in maniera patetica. Chiedendo allo Stato l’assistenza sociale o credendo alla Chiesa. Vidi anche uno con la prosa di David Foster Wallace distruggere l’intero apparato psichiatrico, sputtanando tutto il sistema con un libro disponibile su Amazon e Ibs.it. Acquistabile anche su Libreria universitaria online, ovvero Dopo la morte. Costui è uno “sfigato”, un emarginato, un pasoliniano, un ghezziano preso in giro perché scrive perfino noir erotici scabrosi eppur veritieri, addirittura scritti meglio rispetto ai romanzi di Umberto Eco. Uno che, in piena notte, è capace di fare mille flessioni senza accusare la fatica. Che dite? Ce la fate ora a distruggerlo o cominciate davvero a perdere la partita?

Eh sì, dovreste dire la verità ai vostri figli. Non mentendo più a voi stessi riguardo le vostre porcate coperte dalla maschera di ciò che chiamate dignità. Foste frequentatori dell’alcolisti anonimi perché brutti, psicopatici e impotenti. Al che trovaste una racchia che vi catechizzò, obbligandovi a iscrivervi a un serale di qualche scuola magistrale-pedagogica poiché, non essendo cagata da nessuno, almeno volle accanto a sé un demente col diploma per potersi spacciare per educatrice intellettuale. Contenti ora? Che dite? Ne avete prese abbastanza o ne volete di più? Andate a costituirvi, malfattori, diseducatori e criminali idioti. Non vorrei che, dopo il 25 Aprile, Festa della Liberazione ma anche compleanno di Al Pacino, vi svegliaste con una testa di cavallo insanguinata nel letto come nel Padrino.

Soprattutto, non fatemi incazzare come Walt Kowalski di Gran Torino.

Intanto passeggiando… me ne fotto! E molte soddisfazioni vado intascando, dando soddisfazione a chi merita il mio scopandola. Non sono un maestrino che vuole dare lezioni ma esigo l’erezione poiché, rierto, spingo ancora di ottima prestazione. Come quella di Pen’, no, di Ben.

di Stefano Falotico

 

 

 

di Stefano Falotico

 

Batman v Superman: Dawn of Justice, recensione in forma di testamento contro ogni testa che ama questo film mortale

batman v superman

Ebbene, prima o poi lo vidi. Cioè, nelle scorse ore. Dissentendo totalmente da Paolo Mereghetti che, nel suo editoriale sul Corriere della Sera, tre anni fa perfino lo apprezzò, definendolo un “giocattolo” che funziona, ingiuriando invece C’era una volta a… Hollywood, da lui reputato l’opera di un bambino, ovvero Tarantino, troppo amante dei suoi giocattoli, io asserisco in pompa magna, con tanto di mantello rosso e mia mente corazzata più dell’armatura di Bruce Wayne/Batman, che tale film è un obbrobrio che, con la scusante delle pretese filosofiche, è in verità un monumento new age che lecca il culo alla bellezza fintamente virginale di Henry Cavill. Uno capace d’ipnotizzare, con la sua arcata sopraccigliare e gli occhi scuri da tenebroso, sia una delle più grandi fighe del mondo, cioè Amy Adams, che un’altra donna indubbiamente avvenente e seducente ma al contempo maliziosa come una monella meretrice, ovvero Gal Gadot/Wonder Woman.

Ora, non sindachiamo di cavilli, Henry Cavill è un po’ stempiato ma è un bell’uomo nonostante abbia, rispetto all’anno di uscita del film preso in questione, meno capelli ma probabilmente più soldi del figlio di Thomas Wayne.

Questa recensione, inoltre, è piuttosto seria sebbene possa essere, apparentemente, scambiata per una trollata da Lex Luthor/Jesse Eisenberg. Il quale, in barba a ogni lezione di recitazione appresa da Woody Allen, qui gigioneggia a briglia sciolta ma non possiede la classe istrionica del grande Gene Hackman.

Ben Affleck, nei primi minuti del film, sicuramente manda in brodo di giuggiole tutte le donne, pure le sue detrattrici poiché, in giacca e cravatta da signore distinto ottimamente mantenuto, fa la sua porca figura, come si suol dire. Dunque, verso la metà del film, si spoglia a torso nudo, mostrando pettorali invidiabili da spot platinato di Paco Rabanne. Spinge anche di tartaruga micidiale nonostante qualche ruga dissimulata in un’espressione torva da uomo che aggrotta la fronte per ammiccare al gentil sesso, fingendo che non sia ammaccato più della sua Batmobile.

Lex Luthor viene smascherato, dunque moralmente denudato e arrestato. A cranio rasato, nel finale delira con fare allucinato e rimane totalmente inchiappettato. Forse, in un sequel da qualcuno ipotizzato, sarà da qualche negro alla Luke Cage, fra le sbarre, ancora di più sodomizzato.

Un vero mascalzone che ha meritato di essere punito da ogni cazzone in modo estremamente cazzuto. Insomma, un (in)castrato, uno spacciato fottuto.

Dunque, fra una Gadot scosciata, una Diane Lane orribilmente truccata e mal invecchiata, un Kevin Costner sovrappeso e imbolsito, un Fishburne mal utilizzato e un Cavill morto ammazzato (sì, questo è un super spoiler, vale a dire il nemico atroce di ogni purezza cinefila migliore di Kal-El), l’unica cosa che avremmo voluto vedere, per rendere meno tenebrosi i nostri pipistrelli, sarebbero state le cosce rosee della lentigginosa, stratosferica rossa Amy Adams.

Una che, a prescindere dalle regalate nomination agli Academy Awards da lei intascate, è sposata con una bella statuina ma non è stata ancora oscarizzata. Malgrado ogni uomo voglia sposarla. E, se ciò non è possibile poiché il marito potrebbe sbattervi al fresco come Luthor, perlomeno un uomo normale, anche non super dotato come Superman, vorrebbe sinceramente scoparla.

Sì, Amy Adams rende ogni uomo un Doomsday. Trasforma ogni essere creaturale dallo sguardo languidamente candido in un bestione alla King Kong.

Ecco, non voglio qui parlarvi della trama di tale film che merita solamente una disamina irriverente, screanzata e cattivamente smodata.

In molti, addirittura l’hanno acclamato e in gloria elevato. Per forza, sono più esaltati, ritardati e psicopatici di Luthor. Onestamente, è un’enorme stronzata. Un film dal passo lentissimo, pesantissimo, retorico a dismisura.

Un film che vorrebbe essere titanico ma, già dopo la prima mezz’ora, fa sì che ogni spettatore intelligente, incazzandosi a morte di fronte a una marea di cazzate così peraltro pasticciate e sciattamente mescolate, necessiti subito di un’antitetanica. Sì, Zack Snyder andrebbe sedato nel deretano, andrebbe contenuto e sottoposto immediatamente a psicofarmaci devastanti. Non si arrabbiasse e non latrasse come un cane strangolato. Costui va moderato e contenuto. Mi pare che si stia sputtanando troppo. Questo qui s’è giocato il cervello in modo assoluto. È un regista dissoluto e da me non sarà giammai assolto né scagionato dall’averci propinato questo film decisamente indecoroso. Uso un eufemismo, altrimenti diverrei davvero iracondo, inverecondo! Un film che induce alla sciolta, a dispetto delle caviglie meravigliosamente vellutate della strepitosa Adams, una che fa invece immantinente venire voglia. Sì, Amy ti fa diventare duro e nessuna Kryptonite potrà disintegrare la vostra libido granitica. Questa donna dal fondoschiena rassodato, dalle gambe suadentemente tonificate e tornite, questa donna per cui salveresti il mondo pur di gustare le sue labbra col rossetto pittate, arrossendotelo con lei in vasca da bagno con tanto di rose regalatele, ah, che delizia questa donna dal sapore liquirizia.

Cosicché, d’effluvio e fluido liquidamente romantico da innamorato soprattutto assai sessualmente accalorato, saresti davvero con lei un Dio greco come Superman. Tutto infervorato. Forse, Amy ha il tallone d’Achille o solo delle splendide caviglie, credo anche che sia un po’ scema ma sguscerete, dirimpetto al suo ambaradan, di notte, dal vostro cavallo di Troia.

Chi ama questo film, invero, dalla vita è stato fregato e oramai si dà alle favole e ai cine-fumetti. Sbattetevene dei fanatici di questa robaccia. Abbiate cura solo della Adams. E, se qualcuno potrà battervi, che vi frega? Intanto, ve la sarete sbattuta. Poi, potrete anche rimanere soli come dei cani alla maniera di Arthur Fleck/Joker, osservando malinconicamente il plenilunio mentre ve lo scrollerete, no, vi scolerete… una spremuta. Ficcandovi poi nel frigorifero.

Basta, veramente non se può più di questi film buonisti, falsamente ecumenici ed educativi alla pace fraterna fra i popoli. Il mondo è sbagliato, i ricchi diventeranno sempre più ricchi, gli oltraggiati resteranno sfregiati, i disoccupati finiranno, come sempre, col suicidarsi. La sporcizia vincerà, la corruzione impererà, spopoleranno gli educatori di questo paio di coglioni, gli psicologi vorranno ammaestrare la gente alla bontà zuccherata e impasticcata. Chi ha sbagliato, vorrà pulirsi la coscienza e mettersi l’anima in pace. Tifando ipocritamente per le infelicità stupidamente restaurate in un’agghiacciante, questa sì, spettrale contentezza politicamente corretta, bugiardamente ritrovata. Ma quali anime smacchiate! E non si potranno evitare altre tragedie mostruose e annunciate.

Questo è quanto. Dio è morto. E vuole rimanere così, nel suo Paradiso non svezzato, senza imborghesirsi, senza abbisognare di laurearsi per accontentare la medietà conformista, non vuole avere amori frivoli lontani dalla poetica di Lars von Trier, vuole essere l’idolo delle folle. E cazzeggiare notte e dì, scrivendo libri noir, torbidi, erotici, perversi, malati. Devastante. Cattivissimo, impietoso, mai vista una cosa del genere in tutta la storia dell’umanità. Ma quali redenzioni e puttanate del cazzo. Ecco, pigliati il bagnoschiuma, Amy Adams, poi vai a letto ché mamma tua fa gli gnocchi. Una recensione che più che altro è un testamento funebre. Sì, Dio non è adatto al mondo, per questo creò il mondo. Per osservare i dementi e il porcile. Punendo poi tutti in maniera eterna. Ed è pure stufo di leggere recensioni con scritto: bravi attori, bella fotografia, bona l’attrice con delle ottime gambe, il protagonista è in gamba, il regista se la cava, tutto sommato godibile.

Insomma, questo Batman v Superman è adatto ai tonti, a gente che ama i videogiochi.

Fidatevi, meglio giocare a flipper con Amy Adams.

di Stefano Falotico

 

Le iene (Reservoir Dogs), recensione

le ieneEbbene, oggi parliamo de Le iene (Reservoir Dogs), scritto e diretto da Quentin Tarantino al suo esordio straordinariamente incommensurabile dietro la macchina da presa.

Le iene è un film della durata secca di un’ora e trentanove minuti. Presentato nel gennaio del ‘92 al Sundance Film Festival, uscì sugli schermi italiani a Ottobre dello stesso anno.

Per molto tempo, alcuni cinema lo proiettarono anche col rieditato titolo Cani da rapina. Più in sintonia col titolo originale.

Le iene rimane a tutt’oggi uno dei migliori film di Tarantino. Se non addirittura il migliore in assoluto assieme ai suoi due successivi, Pulp Fiction e Jackie Brown.

Difatti, chi scrive questo pezzo considera soprattutto i suoi ultimi tre film, in particolar modo l’ultimo, C’era una volta a… Hollywood, decisamente inferiori a Le iene, malgrado siano stati film, come sappiamo, largamente, non sempre a torto, acclamati. Senza voler opinare in merito o addentrarmi in comparazioni sofistiche, ritengo Le iene un film superiore poiché, a prescindere dalla sua maggiore brevità, in modo paradossale, funziona decisamente di più rispetto alle recenti opere di Tarantino, troppo programmaticamente calcolate a tavolino e ne svetta, assente di sofisticatezze minuziosamente superflue o troppo ricercate, per i suoi dialoghi strepitosamente intrisi di grottesco umorismo al vetriolo, conditi con una pazzesca sequela interminabilmente spassosa di parolacce volgarissime però assolutamente pertinenti e godibilmente mischiate all’atmosfera incredibilmente, macabramente spassosa della vicenda assurda raccontataci.

Palesandosi, senza infingimenti o artefatta costruzione narrativa esageratamente studiata, come un divertissement infallibile da rivedere all’infinito, amandolo alla follia senza soluzione di continuità.

Trama, basata su vari piani temporali incastrati in un intreccio a mo’ di matriosca e impazzite schegge come mosaici perfettamente bilanciati a un geniale puzzle:

sei balordi assolutamente estranei l’uno rispetto all’altro, i quali si chiamano solo secondo nomi fittizi di colori (incarnati da Harvey Keitel, Tim Roth, Steve Buscemi, Tarantino stesso, il vero Edward Bunker, Michael Madsen) stabiliti dal loro capo Joe Cabot (Lawrence Tierney), si riuniscono in un garage-capannone malmesso dopo una rapina andata a male.

La rapina però (spoiler), infatti, da loro forse organizzata troppo sbrigativamente, finirà in un’escalation di violenze inenarrabili.

Per di più, i sei partecipanti, chiamiamoli così, cominceranno progressivamente a sospettare reciprocamente di loro stessi, innescando una serie di reazioni a catena tanto cruente quanto morbosamente crudeli e, per lo spettatore, follemente divertenti.

Le iene inizia con la voce di Quentin Tarantino in persona, nei panni di Mr. Brown, che disserta allegramente e in maniera scanzonata riguardo il significato misterioso della hit di Madonna, Like a Virgin, attorniato dagli altri membri di questa sorta di confraternita buffa di sciroccati tanto malavitosi quanto scalcagnati, sfigati ed esilaranti.

Quindi, con un velocissimo montaggio incrociato, assistiamo alle urla disperate di un Tim Roth in stato di grazia recitativa, as Mr. Orange. Il quale, confuso e allucinato, sdraiato nel sedile posteriore di una macchina sgarrupata, impreca poiché perdendo sangue copiosamente ed essendo stato ferito a morte imprevedibilmente dopo la sfortunata rapina, si rivolge a Mr. White/Harvey Keitel. Che forsennatamente si sta involando verso il capannone succitato per trovare momentaneo rifugio.

Difatti, Mr. Orange non può essere portato in ospedale. Altrimenti, confidando ai medici del pronto soccorso le motivazioni del suo dissanguamento, sarebbe costretto a confessare la verità, incriminando di conseguenza tutti i componenti della gang.

Fra questi gangster da strapazzo fuori di testa, uno di loro è peraltro un infiltrato. Un agente di polizia, uno sbirro stronzo sotto copertura, insinuatosi furbescamente nel gruppo per incastrare tutti i malviventi, compreso il figlio del boss, Nice Guy Eddie (Chris Penn).

Ci fermiamo qui, altrimenti sveleremmo troppo per chi, colpevolissimamente, non avesse mai visto Le iene.

Le iene, ai tempi della sua uscita, malgrado gli immediati, entusiastici voti altissimi della Critica istantaneamente ricevuti, fu una pellicola al contempo aspramente ostracizzata dai benpensanti. Rimasti disgustati dall’uso massiccio della violenza e della truculenza impiegata da Tarantino nel film.

Tarantino, di lì a poco, fu anche accusato di plagio. Poiché alcuni malfidati sostennero che Le iene non fosse altro che un remake non dichiarato di un film di culto di Ringo Lam, ovvero City on Fire.

Tarantino, in effetti, non disconobbe mai di essersi ispirato, in gran parte, al film di Lam. Così come d’altronde ammise e tutt’ora ammette, senza vergogna e ammirevolmente, chiarendo la sua poetica fin dapprincipio, che lui adorabilmente copi, rubacchiando le idee dagli altri al fine di riciclarle secondo il suo stile personale. Conservando quindi una sua pregiata unicità libera da ogni contraffazione capziosa.

Fatto sta che Le iene rimane un capolavoro intoccabile.

 

di Stefano Falotico

 

La ragazza nella nebbia, recensione

ragazza nella nebbia servillo

In questo clima di rigida quarantena, scivolai nelle mie notti dimenticate. Esperii qualche mese fa, nelle asperità frastagliate delle mie memorie riscaturite, qualche secondo di gioiosa vitalità ma, ancora ottenebrandomi nel silenzio mio immutato del mio solstizio eternamente sigillato nel mio cuore da sempre innevato, oh, qui son ricascato. Alle pendici vulcaniche del mio incarnare il concetto del termine esiziale, forse sono un nichilista esistenzialista irrecuperabile.

Per qualche attimo, a morte provocato, dapprima m’innervosii, dunque m’innervai e mi parve di rinsavire.

Sì, fui per anni imperturbabile e avvolto dal ghiaccio imperscrutabile della mia anima cupamente adombratasi. Risplendetti fatalmente però come un fuoco fatuo, nella brillantezza del giorno risorsi, credendomi miracolato ma fu un’illusione, un’effimera gioia estemporanea nuovamente svanita nel tormento esistenziale incurabile del mio perenne turbamento in cui, sprofondato, vivrò ancora per poco prima di esalare l’ultimo respiro d’una vita innatamente tormentata.

Cosicché, irreparabilmente da me stesso angosciato, prendo tremendamente coscienza che non manchi molto alla mia morte sempre più ventura.

È finita l’avventura della mia vita pura, è agli sgoccioli come acqua di rugiada oramai essiccatasi nei raggi mortali e brucianti di un’esistenza che per voi sarà ancora per molto tempo solare, mentre io, in tale imbattibile oscurità, vedo oramai solo gli indistinti bagliori della luna nera più sterile. Scevra è la mia anima d’ogni giocondità. Non sono neanche più puerile.

In questa notte che mi fu vicina e in cui credetti d’essere imperituro, un duro in mezzo agli umani lupi, penso che mi getterò giù da un dirupo.

Non vi sarà salvazione, malgrado ogni tentativo umano, dunque disumano, di avermi voluto elettrizzare con delle scosse violente affinché ancora respirassi la beltà del mattino e le sensuali lietezze della vita comune.

Amici, sto morendo. Non v’è più volontà in me. Oramai se ne sono accorti tutti e mi pare che la pagliacciata, mia e di chi cercò disperatamente di reggermi il gioco, sia purtroppo o forse per fortuna, ahimè e ahinoi, giunta alla sua conclusione ultima.

È finita…

Detto ciò, so che è triste ma è vero, non sento in effetti più niente per la vita e per il mondo, vi copio-incollo qui una recensione che fa rabbrividire più di uno yeti.

Tratta dal sito Gli spietati, firmata da Alessandro Baratti. Ragazzo forse quasi mio coetaneo che, a differenza di me, spera nella vita e forse la vita gli sarà clemente poiché ravviso, nelle sue parole, nella sua grinta combattiva, uno spirito indomito caparbio e cazzuto.

Sebbene abbia scritto stronzate che non condivido dall’inizio alla fine nella maniera più assoluta.

Leggiamo, fratelli della congrega, questa sua recensione presuntuosa e compunta. Non impeccabile ma non correggerò una sola virgola della sua entusiastica disamina agghiacciante, lasciando intatta la sua puttanata raggelante.

Compreso il suo apostrofo non in formato Garamond ma a tiramento di culo a c… o suo.

TRAMA

Avechot, un piccolo paese di montagna ormai disertato dal turismo. Alle 17 del 23 dicembre scompare Anna Lou, ragazzina sedicenne dai capelli rossi amante dei gatti e figlia di due appartenenti alla rigidissima confraternita religiosa del luogo. A dirigere le indagini sul rapimento di Anna Lou è l’agente speciale Vogel, ispettore che può contare su una diabolica abilità nel manipolare l’opinione pubblica attraverso i media. Le ricerche hanno inizio e su Avechot si accendono i riflettori della cronaca televisiva: serve un colpevole, anche a costo di fabbricare le prove. Vogel individua in Loris Martini, insegnante di lettere nella scuola locale, l’indiziato ideale.

Impossibile contenere l’entusiasmo per un film italiano che riesce nel difficile compito di creare un universo coerente e avvincente, smarcandosi ampiamente dalle logiche asfittiche del prodotto accattivante e conciliante agghindato da critica sociologica. Qui non si salva nessuno, è bene dirlo subito. In questa fiaba nerissima intrisa di cinismo non c’è personaggio che non riveli un lato sinistro o deplorevole. Non c’è istituzione che non esca con le ossa rotte o la reputazione infangata. Non c’è circostanza che non celi un risvolto oscuro o ingannevole. La detective story viene lentamente ghermita dal noir esistenziale e il thriller si sgretola in meditazione sul male come motore del racconto. Siamo dalle parti di Friedrich Dürrenmatt e dei suoi implacabili meccanismi distruttivi: il realismo delle situazioni (qui i fatti di cronaca italiana richiamati a più riprese) non è che un pretesto per svelare la presenza strisciante e immanente del male. Ad Avechot l’innocenza sfiora la demenza (il personaggio della madre di Anna Lou), mentre la colpevolezza – o la sua variante socialmente tollerata, l’opportunismo – si stende inesorabile su tutto e tutti. Ad Avechot, piccolo paese di montagna rannicchiato in una valle cieca, un microcosmo che è fin troppo chiaramente un non-luogo, regna il sospetto (altro concetto caro a Dürrenmatt, per inciso).

Un cinema italiano di genere che, pur impiegando volti e corpi usurati come quelli di Toni Servillo e Alessio Boni, abbia il coraggio di rifiutare il patetismo a buon mercato o la rincorsa alla risata esorcizzante è ancora possibile: ecco che cosa ci dice con abbondanza di prove La ragazza nella nebbia di Donato Carrisi. Un esordio alla regia che ci consegna un autore (in questo caso alla lettera: sua la sceneggiatura, suo il romanzo, suo il film) capace di coniugare alla perfezione il gusto del racconto con l’accuratezza visiva e l’allestimento di un apparato scenico di rara incisività (si veda il plastico di Avechot, palcoscenico in scala e metronomo della narrazione allo stesso tempo). Un autore italiano che, pur disseminando la pellicola di atmosfere che evocano altro cinema (Kubrick, i fratelli Coen, Singer, Demme, Fincher, Sergio Leone, giusto per fare qualche nome), non soffoca se stesso e il suo film sotto il giogo della cinefilia ammiccante. Non è questione di originalità, ovviamente, ma di stile: la capacità di trattare complessivamente la materia portata sullo schermo con equilibrio e decisione. Di questo teatro del sospetto e della meschinità nero come la pece ma praticamente privo di violenza esplicita (Carrisi sa anche questo: mostrare troppo degrada la visione a voyeurismo) porteremo per sempre negli occhi almeno due sequenze: la prima è quella in cui Loris Martini, abbandonato da moglie e figlia, lavora al gazebo del giardino di casa; la seconda quella in cui nelle sue e nelle nostre orecchie risuonano le note della Dança de Solidao di Beth Carvalho. Un gioiello avvelenato che non fa sconti a nessuno: cinema di genere con l’arsenico nelle vene.

La mia recensione

Donato Carrisi è un discreto giallista romanziere che, con tale sua opera prima, esordì alla regia.

Incassando ottime cifre. Coi soldi ottenuti grazie ai proventi derivati dai soldi stessi donatigli da molti spettatori da lui coglionati, il signor Donato forse riuscirà a ripagare finalmente Romina Power e Carrisi Albano che persero la loro figlia Ylenia. La quale mai fu trovata e, malgrado i casini mediatici messi su non tanto dal personaggio interpretato da Toni Servillo, bensì da Enrico Mentana, non si sa a tutt’oggi se sia scomparsa, se sia caduta da una montagna oppure se, come Elvis Presley, sia stata santificata da chi la crede altrove incarnata.

Ora, non scherziamo. La ragazza nella nebbia è un buon film ma nulla di più.

Jean Reno stona nei panni dello psichiatra. Poiché, sebbene il film sia ambientato ai confini con la Francia, no, scusate… con la Germania, sì, Avechot è una città immaginaria del Südtirol, dunque è zona alpina dell’Alto Adige ove vivono, peraltro, molti albini, il pupillo di Luc Besson non me lo vedo proprio dietro una scrivania a elucubrare cervellotiche teorie.

Reno è un cazzone che sta benissimo in Ronin e ne I fiumi di porpora. Ma, con la sua faccia spesso da pesce lesso (attenti alla trota…), non me lo immagino nei panni di un fine indagatore dell’animo umano. Fa pena.

Pare spaesato come ne I visitatori.

Toni Servillo, al solito, recita col pilota automatico. Vorrebbe essere carismatico, infatti lo è. Ma quando mai s’è visto, anzi si vide un ispettore di nome Vogel che ha soventemente una cadenza, nonostante l’ottima dizione, partenopea?

Così come, a proposito di Besson, perché mai nel film Malavita con De Niro, il boss Don Luchese legge La Repubblica nel carcere italiano?

Secondo voi, per esempio, Totò Riina lesse mai Il Corriere della Sera?

Fu denominato il capo dei capi ma, sinceramente, non è che avesse una gran capa. Insomma, fu sull’analfabeta forte, eh.

Io invece sono un caprone, un Capone, non Al. Bensì uno che decise di allontanarsi dalla società ed ebbe ragione. Poiché, essendo dotato di una grande testa, fu scambiato per testone e soprattutto coglione quando invero certe vili, orrende ed erronee patenti bambinesche affibbiatemi da pseudo-adulti tromboni, oh sì, me le mangio a colazione.

Tanto l’umanità è capace di nefandezze come quelle mostrate nel film di Carrisi. Che perdizione, oh, maledizione!

Sì, come la madre di Anna Lou, sono “demente”.

E mi pare giusto finirla nel volermi invogliare a divertirmi e a fare lo scemo come tutti i deficienti.

In questo film non si salva nessuno. La protagonista, in particolar modo. Forse fu una ragazza vergine in cerca di un migliore mondo e, lassù fra i monti, incontrò Filippo Timi di Quando la notte. Può essere.
Alessio Boni, nonostante la barba da intellettuale letterato, è un marpione insoddisfatto che, oltre alla peluria incolta, è uomo colto sposato a una donna molto bona. Fa il furbo con le ragazzine e manda loro i messaggini subliminali. Per dare loro lezioni orali, non so se solo di recitazione.

Il padre della ragazza invece spia nei diari della figlia e chiama la sua migliore amica, senza dirle niente, provando inoltre vergogna e imbarazzo, non spiccicando parola quando in casa sua piomba la televisione.

Michela Cescon, nella parte dell’agente Mayer, recita peggio di una bambina dell’asilo.

Abbiamo pure l’apparizione di Greta Scacchi. Di cui vi consiglio il suo magnifico fondoschiena in Presunto innocente.

Tornando al Boni nei panni del professore Loris Martini, lui diviene il primo sospettato. Poi forse scopriamo che sono tutti indagati come in Assassinio sull’Orient Express.

Ora, soltanto perché La ragazza nella nebbia leggermente si eleva dalle solite schifezze del Cinema italiano, gridaste al capolavoro.

Baratti tirò in ballo pure Kubrick, paragonando Carrisi a David Fincher. Ma per l’amor di dio.

Carrisi è uno che avrei visto bene come “espertone”-consulente a Chi l’ha visto. Molti anni fa quando a condurre questo programma fu la mitica Donatella Raffai.

Oppure come guest star, mano nella mano, assieme allo psichiatra criminologo della mutua, Alessandro Meluzzi.

Invece, i genitori maniaci religiosi della povera Anna Lou, eh sì, spesso ora seguono le trasmissioni ove invitano Paolo Crepet, scrittore, psicologo ed educatore di tutti, tranne di sé stesso.

Al Crepet vorrei chiedere questo?

– Lei come fermerebbe John Rambo?

Il Crepet, con calma olimpica, risponderebbe così.

– Be’, se si ribella, gli prescriviamo subito un TSO firmato dal sindaco, lo sediamo e lo spediamo in rehab.

Sottoponendolo a un massacro psicologico senza precedenti. Verrà a contatto con sceme appena laureate che pigliano ottantamila Euro all’anno per lobotomizzare i pazienti, aspettando il sabato sera per scopare il moroso palestrato. E sarà inserito in un programma speciale di tutor calabresi ignorantoni.

– Le ho detto, però, che è John Rambo.

– E quindi?

– Quindi lei, tornando a Besson, vide mai Nikita e Léon?

– Sì, dunque?

– Ecco, Rambo non potete educarlo a diventare un Alessio Boni, cioè un ipocrita. E non vuole dalla vita una bella mogliettina e insegnare in un liceo.

– Ripeto, quindi?

– Quindi, ve lo andaste a cercare.

Non fatemi, per piacere, la faccia di Reno.

Comunque, a parte le arrabbiature e le stroncature, La ragazza nella nebbia è un thriller passabile, un po’ sopra i pessimi standard italiani ma, a conti fatti e col senno di poi, va ridimensionato.

Siamo nell’ambito della mediocrità. E non è la bella fotografia ambientalista e il fascino atipico di Servillo a donare a questa storia qualcosa che vada oltre il tanto ingiustamente bistrattato L’uomo di neve con Fassbender.

Per girare un giallo coi controfiocchi, serve ben altro oltre a Servillo.

ragazza nella nebbia reno

di Stefano Falotico

 

Motherless Brooklyn, recensione

motherless brooklyn poster

Ebbene, oggi recensiamo Motherless Brooklyn – I segreti di una città, pellicola della corposa durata di due ore e ventiquattro minuti che segna la seconda regia di Edward Norton a distanza di quasi vent’anni dal suo interessante e simpatico debutto dietro la macchina da presa, ovvero Tentazioni d’amore del quale fu, assieme a Ben Stiller, anche interprete.

Per Motherless Brooklyn non fa parimenti eccezione e, oltre ad adattare lui stesso il libro omonimo di Jonathan Lethem e a co-produrre la sua opera, si è riservato il ruolo dell’assoluto interprete principale, vale a dire Lionel Essrog, un timido ragazzo affetto dalla sindrome di Tourette, una malattia psichica spesso invalidante che affligge fortemente colui che la patisce, obbligando il soggetto interessato, a seconda della sua gravità, involontariamente a tic e a smorfie soventemente disturbanti, compromettendone altamente il funzionamento sociale.

Lionel, nonostante questo suo disturbo, lavora per il detective privato Frank Minna (Bruce Willis). Un uomo che l’ha salvato dall’orfanotrofio, che da allora gli è mentore e, prendendolo sotto la sua ala protettiva, lo salvaguarda dallo sciacallaggio di un mondo cinico e putrefatto.

In una plumbea mattinata fumosa, Minna però viene ferito seriamente e, nonostante le prestategli e svelte cure mediche da lui ricevute al pronto soccorso, non ce la fa e muore sotto gli occhi di Lionel.

Che, da questo momento in poi, spinto da un rabbioso e sacrosanto spirito giustizialista, si trasforma lui stesso in investigatore, addentrandosi in una decadente Brooklyn fatiscente, cinerea e spettrale, torbidamente notturna, scandita da incontri con personaggi d’alto spicco della politica come il potente e forse assai corrotto responsabile urbano della metropoli, Moses Randolph (Alec Baldwin) e, fra gli altri, con un geniale ex architetto caduto rovinosamente in disgrazia, cioè Paul Randolph (Willem Dafoe).

Soprattutto Lionel entra in contatto, per strane circostanze, con Laura Rose (Gugu Mbatha-Raw), carpendo da lei molte informazioni segrete e, pian piano, legandosene sempre più affettivamente.

Motherless Brooklyn ha purtroppo ricevuto un’accoglienza piuttosto fredda dalla Critica, nonostante il cast di spicco e le sue pregiate presentazioni ai festival più importanti. Infatti, è stato il film d’apertura della scorsa Festa del Cinema di Roma.

Ce ne dispiacciamo poiché Motherless Brooklyn, sebbene non sia un capolavoro, è stato un progetto covato per lunghissimo tempo da Norton.

Il quale, profondendo al suo dream project una tangibile e sentita, viscerale passione registica e interpretativa, pur non avendo firmato un film forse pienamente riuscito che non brilla in modo trascendentale o memorabile, ha dimostrato un talento nient’affatto disprezzabile.

Avvalendosi dell’ottima scenografia ambientale e d’epoca di Beth Mickle e coadiuvandosi dell’ammaliante, avvolgente colonna sonora di Daniel Pemberton, Norton ha saputo inoltre creare un bel neo-noir assai classico e jazzistico, sì, costruito su melodie ritmiche perfettamente bilanciate e calibrate a livello filmico.

Che, avvalendosi perfino dell’ipnotica Daily Batlles di Thom Yorke, pur non spiccando davvero mai di originalità, c’immerge, con elegante stile, in un cupo sottobosco suburbano magneticamente irresistibile, tetramente permeato, in modo melanconicamente morbido, da atmosfere seduttivamente affascinanti e, potremmo dire addirittura, così figurativamente pittoriche e melodiosamente delicate tanto da rendere Motherless Brooklyn quasi una pellicola intimistica e romanticamente leggiadra.

di Stefano Falotico

 

Blade Runner – The Final Cut, recensione


blade runner daryl hannahblade runner joanna cassidy

Ebbene, breve prologo ad apertura d’un film epocale. Riproposto, assieme al suo sequel, su Netflix in questi giorni.

Dunque, permettetemi una parabola da El Indio/Gian Maria Volontè di Per qualche dollaro in più.

Condita con qualche freddura micidiale da Clint Eastwood, l’unico revenant vivente, altro che Leo DiCaprio del film omonimo di Alejandro G. Iñárritu.

Sì, di mio sono uno straniero senza nome che vaga su questa terra sconsacrata e oramai scevra d’ogni memoria ma non è ancora tempo di morire… anche se ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi…

Similmente a Guerre Stellari, avente protagonista come sempre l’immarcescibile e sto(r)ico capitano Han Solo, alias il memorabile, sempiterno Harrison, Blade Runner apre con una sorta di piccola prefazione letteraria che, anziché scorrere nel firmamento stellare di sovraimpressione scivolante nel buio ermetico d’uno spazio misterioso, scivola verso il basso a mo’ introduttivo degli antefatti, narratici da Philip K. Dick col suo Il cacciatore di androidi, che sono il fulcro basale su cui ruoterà la trama, comunque piuttosto lineare ma al contempo enigmaticamente seducente e contorta, di tale capolavoro intoccabile della Settima Arte da propugnare, tramandare e propagare ai posteri, gelosamente conservato, alla maniera d’una reliquia preziosissima, nella Biblioteca del Congresso in quanto quest’opera viene reputata, giustissimamente, di portata galattica da salvaguardare, in modo giudizioso, per il bene dell’umanità tutta.

Nella sua interezza!

Perlomeno fino a quando, purtroppo, s’estinguerà. Spegnendosi come una candela che arse al doppio d’una mortale fiamma. Al massimo splendore e fulgore! Infiammatevi con virulento calore!

Un’umanità che, al di là dei sensazionalistici e oscurantistici allarmismi eccessivi, a prescindere, di contraltare, dai negazionisti e dai soliti figli malsani di Nostradamus che profetizzano, in modo complottistico, un’irrimediabile e imminente cataclisma planetario e millenaristico, avvertendoci sulla fine assai prossima e pressoché irreversibile del genere umano stesso, dobbiamo ammettere effettivamente che, per via dell’infettivo contagio senza speciali effetti, bensì dovuto a una mastodontica influenza difficilmente arginabile assai realistica, non se la passa, ahinoi, benissimo.

Sprofondata infatti com’è nella quarantena, metaforicamente e non, asfissiata domesticamente negli innumerevoli appartamenti di un segregazionismo più nero dell’apartheid.

Cosicché, molti abitanti del nostro pianeta e tutti i cittadini italiani, espropriati di molte libertà legittime sino all’altro ieri ritenute inviolabili, possono uscire di casa soltanto previo autorizzazione d’un burocratico modulo interstatale da Tyrell Corporation.

Se non si dispone, mentre s’è a zonzo per strada, di questa specie di libretto di giustificazioni scolastiche, da scaricare tramite pdf internettiano, firmandolo in calce dopo l’opportuna stampa, si rischiano molte multe salatissime peggiori di uno zero in condotta rigidissimo. Stare muti e non basterà sanare il debito, leccando il culo non ai professori, bensì ai procuratori, finita la pacchia e iniziato nuovamente il semestre.

Oppure, in caso di trasgressioni non previste dal codice legislativo dell’apparato giudiziario, chiunque oserà sfidare la legge, avventurandosi anche solo nottetempo lungo le strade tetre e desertiche della sua città, eh sì, verrà severamente sbattuto in carcere in modo durissimo. Per di più, se affetto dal COVID-19 e sarà trovato in giro senz’essere munito del suddetto formulario con crocette, in maniera poco affettuosa, sentitamente sarà presto ammonito e spedito in un penitenziario simile ad Alcatraz. Forse prima anche al pronto soccorso poiché necessiterà delle cure riabilitative e cicatriziali per via delle ferite inferte lui dai tutori dell’ordine.

I quali, impietosamente, inizialmente lo accerchieranno e poi, forse abusando perfino del loro potere derivato dal distintivo, d’istinto picchieranno il malcapitato e disgraziato da dittatoriali signori poco distinti.

Insomma, siamo cascati nella notte da Insomnia di Christopher Nolan, specularmente identica alla piovosa oscurità cinerea del capolavoro per antonomasia di Ridley Scott.

Dato che, strozzato da quest’isolamento forzato più grave di quello trascorso da Jack Torrance di Shining, mi mancò la voglia di rispolverare la vecchia VHS contenente la registrazione da me effettuata dalla tv moltissimi anni or sono, essendo anche impossibilitato a riprodurla poiché non leggibile dal televisore da tanti anni in mia dotazione, non ho intenzione di parlarvi dell’edizione di Blade Runner distribuita nelle sue sale ai tempi della sua release. Ovvero quella in cui Ridley Scott aggiunse, nel finale, le scene dell’incipit mancante dell’appena citatavi opera magna di Stanley Kubrick.

Qui, fratelli della congrega cinti in raccoglimento virtuale, poiché v’invitai a casa mia ma foste costretti a declinare tale gentile offerta per le restrizioni e i divieti impostivi e da me sopra scrittivi ed elencativi, vi parlerò in maniera doverosamente entusiastica d’un film che, soprattutto in queste spettrali notti timorate di dio, vi obbligo di rivedere e santificare in gloria, beatificandolo in quanto va magnificato più di Distretto 13 e Fog di Carpenter.

Blade Runner – The Final Cut, un film tenuto in auge persino dall’onnipotente poiché di un altro pianeta… ché iddio stesso in persona non riuscì a generare pur partorendo, dal grembo della Santa Vergine, una terrestre collettività che avrebbe dato alla luce, il 20 Novembre del 1950, una figa di cristo e della madonna, cioè Sean Young.

Purtroppo, peggiorata del tutto nel non lontano 2011 quando, in seguito alla sua incurabile addiction, divenne fisicamente brutta e finì in rehab. Inoltre, troppi maniaci hollywoodiani, ingordi e assatanati della sua venustà irresistibile da Maddalena, la deturparono impunemente, probabilmente come Harvey Weinstein, sciupando la dolcissima pudicizia sensualissima e al contempo maliziosissima di questa dea immacolatamente idilliaca da me adoratissima.

Insomma, Sean Young, nel 1982, anno dell’uscita di Blade Runner, stimolò inverecondi, primordiali istinti amorevoli e anche sinceramente animaleschi da Ace Ventura: Pet Detective. Ah, che voglia di petting… di calde carezze.

Sì, nel film, Harrison Ford/Rick Deckard deve appurare se il personaggio interpretato da Sean, sotto mentite spoglie, sia (im)pura, una replicante o una donna insuperabile perfino dalla CGI deaging, in modo “young”, del suo clone digitale di Blade Runner 2049.

Lui la vede e se n’innamora folgorato, piacevolissimamente imbarazzato e impietrito dinanzi a una donna così stupefacente più dell’estasiante fotografia impressionante di Jordan Cronenweth, un grande.

Che la immortalò in modo paradisiaco e sfavillante!

Rick, per conto dei suoi superiori, dovette indagare in merito alla veridicità, diciamo, dell’umanità di tale creatura divina Per constatare, domande alla mano e occhio da salame, riguardo al fatto se fosse davvero una donna favolosa, una super figa cosmica oppure un’androide bionica forse solo iper-bona.

Al che, la sottopose a un quiz di domande ipotetiche da psichiatra della mutua. Domandandole, comunque con sensibile tatto, che cosa ricordasse del suo passato. Poiché potrebbe essere stato irreale e/o semplicemente generato da una memoria artificiale impiantatale nella calotta cranica.

Onestamente, me ne sarei sbattuto se Rachael/Sean fosse vera o finta. Mi sarei tolto immediatamente la canottiera, permeandola in zona equatoriale di surriscaldamento provocato dal buco dell’ozono.

Sovraccaricando le calotte termiche. Sgelandola dal freddo della sua vita vissuta nel terrore come la quarantena dei sei, poi quattro wanted/ricercati del film, compresa lei.

Se fossi stato al posto di Rick, sì, non mi sarei mai permesso di perpetrarle un brutto scherzo ma l’avrei fatta… piangere di amore, eh già, le avrei immesso subito il mio dick con furente, fenomenale e irreprimibile ardore. Infatti, così viene, no, avviene dopo i titoli di coda ma il minutaggio finisce e schizza la dissolvenza in nero mentre, ve lo dico subito, alla penombra, forse di un’erezione, no, edizione censurata e tenutaci nascosta, Rick se la fotté bellamente dietro delle persiane da architettura fantascientifica, baroccamente ammaliante, figlia della scenografia impotente, no, imponente di Lawrence G. Paull.

Alla Sean di quei tempi, eh già, avrei dato subito un figlio con passione superiore a quella di Cristo. Senza musica di Vangelis poiché, nelle chiaroscurali notti da lupi, giocosamente irredente, in cui s’amoreggia morbidamente ignudi di tangibili danze del ventre, bisogna lasciare stare il Vangelo ed essere biblicamente crocefissi solamente alla nuda condizione umana più carnalmente peccaminosa, dunque sincera, senza giochini da investigatore delle immor(t)alità, così come invece, più di Giuda, finse bugiardamente di essere Dick dirimpetto a Zhora Salome/Joanna Cassidy.

Quando la scoprì… nel night club. Adocchiandola di buon occhio da guardone volpone e, allo stesso tempo, con sospetto spiandola. Ah, quella donna fu eternamente malvista…

Oh sì, fratelli e sorelle, la notte senza giorno è ancora lunga e non basterà avere amici immaginari come J.F. Sebastian. Non è tempo per i giocattoli e per i nani.

Lo sa il magnetico gigante Roy Batty/Rutger Hauer. Tanto agghiacciante quanto ipnotico in Blade Runner.

Un gigante che, con la sola forza del suo sguardo penetrante, distrugge ogni canzonetta di Piero Pelù grazie al potere ardente del diablo.

Quindi, prende su parola Clint Eastwood:

– Indio, hai finito di dire stronzate?

– E tu chi sei?

– Una testa di cazzo, non lo sapevi?

Voglio raccontarti io una storia, sono stanco dei tuoi deliri e delle tue fandonie.

– Dimmi pure. Sentiamo tutti che ha da dire questo monco…

– Bene. Dovete sapere che, in passato, recitai la mia vita in maniera un po’ autistica da Ryan Gosling non da Denis Villeneuve, bensì da Drive, un autista. Vivendo nelle tenebre cupissime della mia notte cieca, opprimente e nerissima. O forse vedendo la vita con le stesse iridescenti, cangevoli luminosità dei fulgidi occhi languidi di Daryl Hannah.

Per molto tempo, fui sottoposto a domande da Rick Deckard. Fui preso per semi-uomo sofferente della sindrome di Asperger, la stessa di cui è congenitamente affetta la Hannah.

Poiché mi mossi nel mondo in maniera troppo falotica, no, robotica da D.A.R.Y.L.

– E invece qual è la verità, oh, nostro cavaliere pallido?

– La verità è che Blade Runner è uno dei film più belli del mondo. Illumina difatti, nella tetraggine di tal mondo infausto ed eclissatosi nella perdizione di tantissime anime oramai decadenti, le vite ancora pulsanti di cuore vivamente umano.

– Ehi, che cazzo di risposta è mai questa? Vogliamo sapere la verità sul tuo conto.

Ho visto navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia.

– Dunque? Ah… è tempo di morire?

– Per te, sì, Indio.

– Che cos’è una freddura, questa qui? Fai il serio, biondo. Mi vuoi fare uno scherzo, eh?

Non è uno scherzo, è una corda.

Avanti, fratello brutto di nome Eli Wallach, da lassù impiccalo più in alto.

Ed Eli, sorridendomi, benedicendomi dal cielo, sghignazza sotto i baffi e mi dice:

Ehi, biondo. Lo sai di chi sei figlio tu…?

– Non puoi farmi questo, monco! – grida impaurito El Indio.

– Perché no? Al mio mulo non piace la gente che ride. Soprattutto quando le risate cattive si commettono ai danni di uomini e donne più belli/e e virginali di Sean Young dei tempi d’oro. E si dice loro di essere dei replicanti, accusandoli di malattie mentali poiché non si crede ai loro ricordi e all’unicità della vita nella sua complessa diversità. Violando e violentando il loro pudore con mostruoso sacrilegio immondo.

– No, non puoi farlo!

– Infatti, non lo farò. Sei un cornuto, mica un bianco unicorno, sei un essere infausto, meriti solo di essere ingannato da Faust. Sì, quello di Goethe, hai finito di fare lo smargiasso, arrossandoti furbescamente le gote.

– Che dio ti benedica. Sarà dunque solo questa la mia pena?

– No, su questo invece sbagli. Io perdono, Dio no.

– Oh, signore altissimo. Che tu sia lodato. Ti ringrazio, tu sei un dio.

Bravo…

Comunque, a parte gli scherzi, non è che mi farai la fine di quello sciroccato e scimunito di Brion James/Leon Kowalski?

– Kowalksi di Gran Torino?

– Sì, buonanotte. Sei più cretino di quello che pensavo.

– Che vorresti dire?

Quello che ho detto…

 

EPILOGO:

Ah, s’è fatto tardi. Vi lascio alla trama di Wikipedia…

Il film è ambientato in una Los Angeles distopica dell’anno 2019. La tecnologia ha permesso la creazione di esseri sintetici del tutto simili agli umani, detti “replicanti”, utilizzati come schiavi, dotati di capacità intellettuali e forza fisica estremamente superiori agli uomini, ma con una longevità limitata a 4 anni. Sei replicanti del modello più evoluto (tre femmine e tre maschi), capitanati da Roy Batty, sono fuggiti dalle colonie extramondo e, giunti furtivamente a Los Angeles, hanno cercato di introdursi nella Tyrell Corporation, l’azienda dove erano stati creati, allo scopo di far togliere il limite alle loro vite. Due di loro (un maschio e una femmina) sono finiti in un campo elettrico rimanendo folgorati,[14] mentre gli altri quattro sono fuggiti. Uno di questi, Leon, è stato individuato tra i candidati in cerca di lavoro alla Tyrell, ma è riuscito a scappare sparando all’agente Holden, che lo stava sottoponendo a un test per il riconoscimento dei replicanti.

Adesso sono stanco.

Riguardatevi il film e non rompete le palle. La notte si fa leggendario noir.blade runner harrison ford blade runner sean young

di Stefano Falotico

 

 

Heat – La sfida, recensione

heat pacinoheat ashley judd

Ecco, oggi vi parlo di un film che oramai conoscete tutti e che adesso è unanimemente considerato un capolavoro, il mirabile, sommo, insuperabile e magnifico Heat – La sfida del grande Michael Mann, con uno dei duo attoriali più eclatanti della storia del Cinema, ovvero Al Pacino e Robert De Niro. E quale occasione migliore, in attesa di The Irishman di Scorsese, oramai alle porte, pellicola che li vedrà nuovamente rivaleggiare in dualistica attorialità eternamente complice, amicale e al contempo competitiva, come sempre è accaduto sin da quando dagli anni settanta in poi son stati decretati immediatamente the greatest, per parlare ancora una volta di Heat, appunto, film sul quale nelle ultime due decadi si son versati litri d’inchiostro e per cui chiunque si è sbizzarrito in molteplici, furibonde esegesi. Arrivando soprattutto a non capire come sia stato possibile che un film di questa portata universale, ai tempi della sua uscita, fu certamente molto apprezzato dalla Critica e ottimamente accolto dal pubblico ma fu anche inspiegabilmente parecchio snobbato, tanto da venir completamente dimenticato, ad esempio, dagli Oscar.

Un film epocale invece che, a distanza di ventitré anni dalla sua uscita, non solo non ha perso nemmeno un briciolo della sua illuminante potenza ma il cui valore si è sempre più accresciuto spasmodicamente nel cuore dei cinefili puri. E davanti al quale la Critica più dura a morire, troppo civettuola e vetustamente legata a estetiche cinematografiche superate e accademicamente supponenti, oramai ha sventolato bandiera bianca, auto-smentita nelle sue indifendibili pretestuosità sin ad abbandonare ogni cavillosa scusante e prostrandosi dirimpetto a tale masterpiece indiscutibile. Ed è oramai altresì chiarissimo e inequivocabile che Heat sia inamovibilmente assurto a capodopera imprescindibile della filmografia Mann, una colonna basale e portante inderogabilmente imperitura, inscalfibile, una pietra miliare dal gigantesco, adamantino splendore.

Una vetta apoteotica, un colpo di genio sensazionale, un’elettrica pellicola della durata di due ore e cinquanta minuti ipnotici. Mastodontica venustà visivo-emozionale che profuma di adrenalina cristallina e sulfurea come il significato stesso della parola heatcalore, ch’emana afflato epico, impregnata di un romanticismo commovente, da stordirci tutt’ora dopo nostre innumerevoli re-visioni. Immergendoci nella sua magica grandezza. Incantandoci nel fuoco magmatico dei suoi abissali brividi roventi e maliardi.

Heat è uscito sugli schermi italiani il 9 Febbraio del 1996, e la nostra locandina recitava… quando il cinema diventa leggenda. Perché, per la prima volta in assoluto, le due leggende viventi Al Pacino e Robert De Niro s’incontravano faccia a faccia in un film. Avevano recitato assieme nel titanico Il padrino – Parte II di Coppola ma in questo caso, per ovvie ragioni cronologiche, non condividevano nessuna inquadratura.

Heat è stato il primo film, appunto, in cui si sono sfiorati, compenetrati, antiteticamente riflessi l’uno nell’altro, in un confronto-scontro dicotomico e antologicamente speculare. Poi ci sarebbe stato il bistrattato Sfida senza regole e, come detto, siamo in febbricitante attesa al cardiopalma, da hype pazzesco, di The Irishman.

La trama la sapete meglio di me e, se volete ripassarla nei dettagli, c’è il lunghissimo papiro di Wikipedia che vi sarà d’aiuto a rammemorare ogni singola scena. Per sollecitarvi altre nostalgiche elucubrazioni interminabili.

È la storia di una banda di attrezzati ed espertissimi rapinatori, capeggiata dal solitario, scaltro, freddissimo Neil McCauley (De Niro), che viene ricercata dall’instancabile Tenente Vincent Hanna (Pacino) e dalla sua inflessibile, inarrendevole squadra addestrata di poliziotti di Los Angeles. Neil e la sua gang, nella quale svetta il suo amico biondo Chris Shiherlis (Val Kilmer), hanno tentato un ultimo, enorme colpo ma molte cose sono andate storte…

Tutto qua? Macché. Un semplice nor-poliziesco, dilatazione dello stesso tv movie di Mann, Sei solo, agente Vincent!, un normalissimo e all’apparenza convenzionale caper movie che, grazie alla vertiginosa e strepitosa poetica di Mann e alla sua entusiasmante messa in scena, diviene di tutto e di più. Un liturgico, citazionistico elogio de Il mucchio selvaggio di Peckinpah che strizza l’occhio perfino ai polar di Jean-Pierre Melville con le sue calde solitudini malavitose e, affrescato dalle turbinanti tinte fotografiche di Dante Spinotti, si trasforma quindi addirittura in una panoramica, approfondita riflessione dantesca sul Bene e Male, un intelaiato, dedalico, topografico ritratto psicologico di uomini e donne che combattono su fronti opposti, un acquoso e malinconico, sbalorditivo, descrittivo e minuzioso quadro di soavi e complicate storie d’amore intrecciate, un intersecato viaggio luminescente nei bagliori e nelle penombre dell’animo umano tanto maledettamente complicato.

Le scene cult si sprecano, da quella oramai celeberrima del diner con Pacino e De Niro all’impressionante sparatoria dopo la rapina andata male.

E il finale è poesia inarrivabile.

Un film che vanta nel cast, oltre naturalmente a Pacino, De Niro e Val Kilmer, il volto roccioso di Jon Voight, Natalie Portman, Diane Venora, Ashley Judd, Tom Sizemore, Wes Studi, Danny Trejo, Amy Brenneman, William Fichtner, Hank Azaria e Tom Noonan.

Direi che possiamo fermarci qui…

heat la sfida

di Stefano Falotico

 

Carlito’s Way, recensione

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Oggi recensiamo uno dei massimi film di Brian De Palma, ovvero Carlito’s Way coi premi Oscar Al Pacino e Sean Penn.

Un film all’epoca assai sottovalutato, totalmente snobbato dagli Academy Awards come d’altronde sempre avvenuto nei riguardi di De Palma, cineasta geniale, maestro inderogabile della Settima Arte più suprema ma un regista troppo scomodo, forse sempre troppo avanti per poter compiacere i gusti abbastanza ruffiani, politicizzati, retrivi dell’Hollywood dei premi e delle paillettes. Infatti, nella sua pur sconfinatamente grandiosa carriera, nonostante i suoi tantissimi capolavori, De Palma non ha mai ricevuto una nomination.

Un regista che non ha certo bisogno di presentazioni, un nome irrinunciabile per chi ama il Cinema maiuscolo, un director superbamente sperimentalista ai limiti dell’ombelicale narcisismo isterico, un maestro innovatore, un rivoluzionario irrefrenabile, un avanguardista perfino tanto cinefilo lui stesso da essere macroscopicamente tacciato, ah, che orrido errore, per un imitatore di Hitchcock, per un pedissequo, sterile metteur en scène vacuamente riciclatore di stilemi già visti.

No, De Palma tutt’al più ha frullato il Cinema, la sua magnificenza visiva, nella rimembranza reinventiva del déjà vu ciclopicamente filtrato dalla sua barocca creatività mastodontica, un infermabile, poliedrico camaleonte della macchina da presa, un voyeur della bellezza ai confini della più sovrana immaginazione masochistica e del suo perenne, galoppante mai esser domo nel saggiare, plasmare, architettare e rimodellare nuove, intriganti idee folgoranti, un regista spasmodicamente riformista delle sue stesse traiettorie formali. Un cannibale addirittura della sua stessa poetica, sviscerata, esplorata e rivivificata illimitatamente e ad libitum di pellicola in pellicola, attraverso uno sguardo continuamente in cerca di altre prospettive estetiche e diegetiche.

Ma parliamo di Carlito’s Way.

Film della durata di due ore e 24 min, uscito nelle nostre sale il 22 dicembre del 1993, in pieno periodo natalizio.

Sceneggiato da David Koepp, il quale si è basato su due romanzi di Edwin Torres, appunto Carlito’s Way ma soprattutto After Hours.

La produzione, per non creare confusione con l’omonimo, ben differente film di Scorsese, Fuori orario, decise di scegliere come titolo quello della prima novel.

Trama…

Siamo nella New York del 1975. Il portoricano Carlito Brigante (Al Pacino), grazie a un ardito intrallazzo del suo avvocato truffaldino, David Kleinfeld (Sean Penn), è uscito dal carcere prima del previsto, ove era stato detenuto per essere stato uno dei maggiori spacciatori di droga della città.

Una volta libero, Carlito torna nel suo vecchio quartiere. Ma si accorge subito che molte cose sono cambiate. E la gente non è più quella di una volta. Nemmeno la criminalità è la stessa, come se fossero andati perduti, soltanto nel giro di una manciata d’anni, tutti i codici d’onore del rispetto e delle gerarchie tra i capimafia.

Carlito non è più interessato a quei giri loschi di spaccio clandestino, vuole rimanere pulito. E, sbrilluccicante e balenante, in testa gli scintilla solo lo sfavillio di un impossibile, grande sogno che chimericamente lo ossessiona da mattina a sera. Fare soldi per fuggire lontano da tutti e godersi la vita in una dorata isola dei Caraibi. Semmai, viaggiando e approdando verso quest’idilliaco lido con la sua ex, la donna che ha sempre amato e mai dimenticato neppure quand’era in prigione, Gail (Penelope Ann Miller).

Così, diventa il proprietario di un night club, “El Paraiso”. Un locale comunque alquanto malfamato, frequentato da loschi individui come il pusher Benny Blanco (John Leguizamo).

Intanto, Kleinfeld si è infilato in un pericolosissimo vicolo cieco per colpa di aver commesso uno sgarbo imperdonabile alla famiglia Taglialucci.

E forse, per l’ennesima volta e a causa dell’imprevedibile concatenarsi degl’implacabili, fatali eventi negativi, il sogno di libertà di Carlito s’infrangerà nuovamente contro la dura, efferata realtà invincibile e mortale.

Al Pacino e Sean Penn sono straordinari, il film ha un ritmo eccezionale, De Palma spinge tutto sull’acceleratore sin all’esplodere irruento, emozionante e fiammeggiante della tragedia d’un finale, è il caso di dirlo, al cardiopalma, fra auto-citazioni e sfrontate sfrenatezze mirabolanti di una m. da p. mobilissima, fra lunghi, strepitosi piani sequenza e soggettive indimenticabili.

Ottima fotografia di Stephen H. Burum.

Un filmone!

CARLITO'S WAY, Penelope Ann Miller, 1993, (c)Universal

CARLITO’S WAY, Penelope Ann Miller, 1993, (c)Universal

 

di Stefano Falotico

 

PASOLINI di Abel Ferrara, recensione

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Ebbene, a distanza di sei anni circa dalla sua presentazione al Festival di Venezia, in concomitanza con la sua distribuzione italiana su Netflix, proveremo a ristudiare e riguardare, con estrema meticolosità e maggiore obiettività, Pasolini, controversa opus di Abel Ferrara, interpretata da Willem Dafoe.

Incentrata, come da titolo assai eloquente, ovviamente su Pier Paolo Pasolini. Uno dei massimi intellettuali italiani e non solo del dopoguerra, regista, sceneggiatore, romanziere, drammaturgo e soprattutto pensatore libero osteggiato e trucidato nella maledetta notte del 2 Novembre del 1975 sul litorale di Ostia.

In tale pellicola di Ferrara, della breve durata, almeno per gli standard attuali, di poco meno di novanta minuti, non è però del tutto vero che vengano raccontati solamente gli ultimi giorni di vita di Pasolini. A differenza di ciò che, per esempio, attesta erroneamente Wikipedia.

In verità, il film si apre con un Pasolini, sì, di ritorno a casa nell’ultimo periodo della sua vita ma il film, oniricamente intelaiato in forma diegeticamente contorta e arabesca in puro, delirante e spesso disturbante, amatissimo e odiato od estasiante, a seconda dei gusti, stile filmico assolutamente ferrariano, rimane sul vago, cronologicamente parlando, e immortala, in maniera più che altro, potremmo dire, impressionistica e personalissimamente romanzata, certamente tanto affascinante quanto discutibile, la lenta e spettrale discesa agli inferi vissuta consciamente, cioè in cuor suo quasi precognitivo eppur allo stesso tempo inconsapevolmente, da Pasolini prima della sua tragica morte.

Un prima impreciso e quasi, potremmo dire, fantasticato o ignoto, persino fantasmatico.

 Pasolini viene svegliato da sua madre e pranza con Domenico Naldini (Valerio Mastandrea), ricevendo l’inaspettata ma lietamente bizzarra visita della coloritamente pazza Laura Betti (Maria de Medeiros).

Dunque, tra risate facete e sorrisi malinconici, fra ricordi di ragazzi di vita bramosamente ingordi sessualmente, nell’ombra incombente della sua giovinezza già tormentatamente diversa, incarnata forse stonatamente da un simbiotico alter ego Roberto Zibetti nei panni di Carlo, fra poetici e riflessivi brani del suo incompiuto libro Petrolio e la definitiva, nichilistica intervista ufficiale rilasciata in forma assolutamente privata, tenutasi fra le sue anguste eppur protettive pareti domestiche, quasi catacombali, dopo i primi quaranta minuti elegantemente delicati, suadenti e perfino commoventi, Pasolini si sfilaccia sensibilmente e gravemente si deteriora poiché Ferrara, giunto a questo punto, dopo aver mantenuto uno stile compassato assai apprezzabile e intimisticamente pudico, ancora una volta non sa rinunciare al suo mood cineastico per cui è, nel bene e nel male, famoso.

Eccedendo non poco, forse addirittura sgarbatamente, di sue superflue e indigeste fantasticherie strambe e visionarie sul celeberrimo film PornoTeoKolossal che, come sappiamo, non vide mai la luce.

Consegnando a Ninetto Davoli la parte di Eduardo De Fillipo che, nelle intenzioni di Pasolini, avrebbe dovuto interpretare l’opera cinematografica appena sopra menzionativi, invece consegnando a Riccardo Scamarcio sia il ruolo di Ninetto Davoli da giovane che, al contempo, del figlio stesso di Eduardo.

 Utilizzando e abusando della musica dei Pink Floyd, nell’ultima mezz’ora, Pasolini di Abel Ferrara diviene sconclusionato, pasticciato e perfino desolante.

Da gigantesco e ambizioso che poteva essere, pur nella sua brevità di minutaggio, diviene minuto.

Ferrara non vuole narrarci, infatti, l’accaduto della morte di Pasolini così come verosimilmente avvenne. Non vuole essere cronachistico e/o documentaristico, bensì desidera liberamente sorvolare sulla reale e sconvolgente macchinazione complottistica di cui fu ignara vittima Pasolini, peccando dunque colpevolmente in quanto, così facendo, si rivela estremamente riduttivo e macera il suo stesso lodevole intellettualismo e l’impianto sofisticato che, fino a questo momento, era stato capace d’imbastire con sorprendente finezza e bellissima, eclatante ricercatezza, schiacciandolo e appesantendolo con inutili voli pindarici dei più prevedibilmente volgari e, per l’appunto, pseudo teologicamente pornografici.

Comprimendo Dafoe, alla fine, a una tenera macchietta amante irredenta della sua sana, rispettabilissima omosessualità invincibile. La quale, purtroppo, così semplicisticamente da lui filtrata e filmata, risulta banalmente e assurdamente perversa e malata.

Tanto d’apparirci solo come lo squallido capriccio vizioso di un uomo complessato e, non solo sessualmente, insicuro.

Cioè, nella sua sofistica ricerca autoriale a tutti i costi, volutamente dimenticando la realtà dei fatti, Ferrara non la racconta giusta soprattutto nei riguardi della sua stessa onestà intellettuale.

 

Pasolini, da stupendo che fu prima del delirio ferrariano dell’ultima mezz’ora, dunque tramuta, un po’ oscenamente, in un santificante inno agiografico dedicato a un eminente, rivoluzionario e profetico intellettuale assai stimabile dalla personalità complessa e profondissima, paradossalmente apparendoci morbosamente quasi come un manifesto contro l’omofobia.

Più che un sacrosanto grido contro il potere schiavizzante e demagogico, diviene perciò un urlo innocuo contro l’italico malcostume culturalmente insano.

Un po’ poco, anzi, troppo poco.pasolini dafoe

di Stefano Falotico

 

 
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