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L’artista è un IT agli occhi degli altri e lotta con la pioggia dei suoi dubbi amletici

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Essere artisti. Sin da quando nacqui lo volli essere, eppur per molto tempo non lo fui, castigato e fustigato da occhi maligni che perlustravano anche le mie interiorità psicologiche per addivenire superficialmente alla complessità magmatica del mio io. L’io è l’immensa sfaccettatura delle proprie complicatezze, la risultanza stupenda dei conflitti inconsci, l’incarnazione della perenne fuga dalle banalità quotidiane, l’indole innata di essere appunto artisti. Il mio percorso umano fu traviato e, travagliandosi, or sbocc(i)a in rive mastodontiche delle mie meste e poi irruente, guascone riflessioni. M’induco a meditare, a planar di lievità nel soave mio navigar fra le profondità di me arcano, non ancorato, giammai lo sarò, alla fatiscenza collettiva che vive in modo patinato le emozioni, dando valore solo alle puttanesche euforie, svendendo e dunque svilendo la propria anima per ottenere scorciatoie alle quali mai soggiacerò né, sradicandomi dal volermene annettere, abdicherò in remissione dei miei peccati. Io, come tutti, sono un peccatore, non ho vergogna ad ammetterlo, e ogni giorno pecco, sbaglio e sbadiglio, casco e poi mi rialzo, fra imbranate introversioni e capitomboli ridicoli, e slanci invece sguinzaglianti il mio disincagliarmi dagli schemi comuni, dal volgare pregiudizio, dalle morbose certezze entro cui l’uomo “normale” si rifugia per cementare, in verità, soltanto la sua mediocrità.

Molti, dinanzi a questo mio esser falotico così riaffacciatosi alle sue viscerali e più pure emozionalità, dirimpetto a quest’uomo che par non temere il domani, sebbene tentenni e ancor titubi, si stupiscono e ne rimangono inquietati. Perché non riescono a darsi una spiegazione logica, razionale, di questa mia sopravvenuta piacevolezza del vivere. Per come, in passato, tanto mi lagnai e stagnai nel poltrire più apatico, troppo meditabondo, malinconico e, quando stoltamente provocato, iracondo. Sì, ancor mi urto e d’ire mi turbo se “solleticato” con frasi cattive che non merito, con analisi sfacciate che di me vedono solo l’apparenza che fa più comodo, appunto, a quella falsa giustezza entro cui, per debolezza, eh sì, son loro i fragili, aderiscono meccanicamente, languendo nel mare delle infelicità mascherate dietro sorrisi faceti, che paiono invece esser contenti e soddisfatti di vite che, in anima loro, odiano e ripudiano.

Così, mi scopro ancora romantico e gradevolmente “strano” e anche, gioiosamente, mi “scopo”, scorporandomi nella metafisica a cui attracco quando gli umori miei cangevoli si distaccano dalle abiette carnalità, e mi rendo argento vivo nel creare, favoleggiare, intimarmi a uscir dalle timidezze e a giocare, ad abbracciar l’esistenza nel suo flusso tanto misterioso quanto, chissà, portatore di gioie e, sia mai, anche di altre ansie. Di altre paure, di miei incubi segreti, di altri posti straordinari ai quali accedere con la fantasia più ribalda, remota dalle chiacchiere frivole, dal mentecatto “g(i)usto” delle barriere che in molti (si) costruiscono per difendersi dietro volti, questi sì, da pagliacci spaventosi.

L’IT, che forse sono io, ama gli infantilismi sani, la purezza, la (s)contentezza, e fluttua sopra le fogne in cui i cretini galleggiano, facendo scoppiare i palloncini del suo cervello oggi fritto e domani fortemente ritto in abbacinante nitore che non ha nulla da nascondere, se non i suoi savi timori, i suoi magnifici pudori.

Insomma, sono un IT anomalo. Avercene…

Sono un uomo che sa… che sta un po’ qua e un po’ lì, che non crede nell’aldilà e fa il Paperino in mezzo a Qui, Quo e il suo quid.

In mezzo ai vostri patetici quiz.

di Stefano Falotico

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Harvey Weinstein era un grande produttore “malato” di sesso? Be’, Stanley Kubrick era un “misantropo” amante dell’umanità

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Il caso Weinstein sta travolgendo Hollywood e non solo. Quando c’è uno “scandalo”, i benpensanti aprono bocca, sparando spesso delle superficiali scempiaggini, e la cronaca mainstream semplicemente lo etichetta come orco e persona disturbata da curare. Le donne, anche gli uomini, lo rivestono dei peggiori appellativi, quelli che un uomo non dovrebbe mai “indossare”. Poi, devo anche leggere e ascoltare inesattezze terrificanti e bestiali. Premetto e sottolineo che a me le inesattezze, ma soprattutto le insensatezze pressapochiste, mi sconcertano, turbano enormemente e vengo colto da soprassalti d’ira funesta. Qualcuna scrive, ad esempio, ridimensionando gli atti di Weinstein, che lui in verità non ha stuprato nessuna, perché gli stupri “veri”, secondo lei, sarebbero soltanto quelli aberranti e silenziosi fra le mura domestiche, quelli in guerra e nei paesi del Terzo Mondo. Il resto, a suo avviso, appartiene a un’altra categoria. Quale sia questa fantomatica categoria non lo specifica. Ora, a grandi linee, di primo acchito condivido il suo pensiero ma poi, riflettendoci profondamente, quasi lo disgusto. Esistono vari tipi di “stupro”, se vogliamo chiamarli così. Abusare del proprio potere per ricattare psicologicamente, in maniera pressante e asfissiante, chicchessia, è altrettanto mostruoso, esecrabile e fortemente condannabile. Quindi, il signor Weinstein, a mio modesto parere, si è macchiato di un crimine atroce e imperdonabile. Nonostante, recentissimamente, io stesso abbia ironizzato e sdrammatizzato.

Detto ciò, chi lo accusa di essere un malato di mente sbaglia. In maniera oscena. Già, io, nei miei ideali di libertà e rispetto assoluto del prossimo, considero malati di mente soltanto quelli, che ne so, che vedono la Madonna che ordina loro di ammazzare qualcuno. Ecco, in questo caso, indubbiamente ci troviamo di fronte a una persona con gravissime alterazioni del pensiero. Per i rimanente casi, spesso parliamo di persone complicate, con turbe che, tutto sommato, rientrano nella norma, persone ansiose, depresse, con poca fiducia nella vita o perfino troppa tanto che, quando vengono deluse, esplodono in crisi “pericolose”.

Dunque, personalmente considero Weinstein soltanto una persona, come tantissime nel suo ambiente fin troppo libertino, e non mi spingo oltre altrimenti peccherei di terribile moralismo, lungi da me… ecco, un uomo avvelenato da quel tipo di sistema a cui piaceva inevitabilmente il sesso. E, se poteva farlo con ragazze giovani e deboli, per lui era tanto di guadagnato. Ne godeva come un riccio. Anziché denigrarsi e farsi schifo, credo che invece lo facesse sentire ancora più autorevole, potente e “ricco”.

Tutto qui. Lasciamo stare le “cliniche per la disintossicazione”. Ripeto, scemenze.

Ora, che c’entra Kubrick? Infatti, non c’entra, ma io lo ficco sempre ove mi pare, ah ah.

Non mi considero un grande intenditore del suo Cinema ma sicuramente lo sono di più rispetto a tanti che lo osannano come genio soltanto per sentito dire.

Un ragazzo viene da me e m’interroga in materia…

– Secondo lei, signor Falotico, Arancia meccanica cos’è?

– Fratello, è un film sulla violenza della nostra società. Alex commette uno stupro violentissimo, agghiacciante, e il sistema violentissimamente, nella maniera più “indolore” e “dolce”, lo annulla come persona. Un film di (im)potenza immensa.

– E Shining?

– Un film sulla follia. Follia che nasce dal nulla, da echi del passato, dalla solitudine, dalla noia, un film sul rapporto orco e Pollicino, padre “adulto” e figlio “sognatore”, su quanto di orrendo può esserci nell’animo umano.

Eyes Wide Shut?

– La moglie di un medico piccolo borghese gli fa una confidenza erotica, innocua nella sua purezza. Il medico, da “par” suo, rimugina e s’arrovella, non trova pace. Gli son bastate due paroline “storte” per farsi il viaggio… nella notte dei dubbi, nella notte delle incognite.

Insomma, amici cari, come va il mondo lo sappiamo, noi, lupi di mare. Non ci venissero a raccontare favole e fave…

Ora, come poteva essere un misantropo, come Kubrick, amante dell’umanità? Semplicemente perché non lo era. Altrimenti non avrebbe esplorato l’animo umano.

 

 

di Stefano Faloticoews05

 

 

 

 

In seguito allo scandalo Weinstein, viene cancellata la serie tv di David O. Russell con De Niro e Julianne Moore

Certo, era prevedibile. Lo scandalo Weinstein, scoppiato solo una settimana fa, riguardante le sue molestie sessuali avvenute per moltissimi anni ai danni di modelle e attrici in cerca di carriera, ha velocissimamente destabilizzato Hollywood, e sta avendo inevitabilmente un impatto devastante proprio sulla Weinstein Company, compagnia oramai sull’orlo di un’irreversibile crisi, tenuta strenuamente e con le ultime forze in piedi dal fratello Bob, che comunque ha provveduto a licenziare il suo compagno “sporcaccione” e a eliminare il suo nome dai credits di tutti futuri progetti della casa di produzione. Una tragedia quasi piovuta dal cielo, di portata catastrofica. Amazon (ci dà in esclusiva la notizia Deadline), inoltre, dopo aver a lungo vagliato nelle scorse ore se era opportuno procedere col rapporto di collaborazione con la Weinstein Company, è giunta alla triste ma implacabile decisione di cancellare totalmente la serie televisiva di David O. Russell con Robert De Niro e Julianne Moore. Una serie televisiva che sarebbe entrata in produzione nei primi mesi del prossimo anno, dal budget faraonico di 160 milioni di dollari, ambientata negli anni novanta. Un progetto estremamente affascinante e già molto chiacchierato ma che, per sopravvenute, tragiche circostanze, non s’ha più da fare. I portavoce di O. Russell, De Niro e la Moore, seppur notevolmente dispiaciuti, hanno rilasciato un breve comunicato ufficiale in cui dichiarano che, in seguito proprio alla bruttissima vicenda, non se la sentono di andare avanti con lo show. Insomma, come se non fossero bastate le oscene denunce nei confronti dell’ex tycoon, la Weinstein Company ha ricevuto un altro colpo tremendo. Amazon infatti, ribadiamolo, doveva co-produrre la serie di O. Russell con loro, ma giocoforza, per logiche comprensibili di reputazione da mantenere intatta, ha dovuto lasciar stare.

Un vero peccato, comunque, per i cinefili. C’è da augurarsi, anche se l’ipotesi a quanto pare, almeno al momento, sembra assai remota e improbabile, che questa serie televisiva venga un giorno resuscitata, semmai affidandosi ad altri partner produttivi.

di Stefano Faloticorobert-de-niro-julianne-moore-david-o-russell

 

Netflix non ha rovinato il Cinema, l’ha salvato

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Ora, ieri ho postato delle foto di Pacino dal set di The Irishman di Scorsese. Come sappiamo, questo film sarà prodotto e distribuito da Netflix. Subito si è scatenata una polemica, perché in molti hanno, erroneamente, ancora molte riserve riguardo i servizi e le piattaforme in streaming. Li considerano la morte della Settima Arte. Ora, premesso che il film di Scorsese sarà un caso isolato ed eccezionale perché, per poter ambire ai premi importanti, in particolare agli Oscar, sarà “visibile” in sala, anche se per un periodo molto limitato, e dicendo comunque che, dopo la dipartita della Paramount, il film senza Netflix non si sarebbe mai realizzato poiché, in un “cinema” popolato e pullulato da supereroi e da pellicole usa e getta per teenager affamati di scempiaggini, nessuna casa produttrice “normale” voleva investire su un progetto da cento milioni che vede, come protagonisti, attori “vecchi”, ecco… personalmente non credo affatto che Netflix sia un male, anzi, tutt’altro.

Il Cinema e il modo in cui se ne fruisce sono cambiati notevolmente negli ultimi anni. Certo, vedere un film in sala, so che trasmette un’idea romantica e nostalgica del Cinema stesso, e discostarsi da quest’idea appassionata e “sentimentale” non è da tutti. Inoltre, comprendo che Netflix sia lo spauracchio numero uno delle case distributrici, degli esercenti e dei gestori delle videoteche. Ma dobbiamo essere realisti e non ancorarci a visioni, appunto, astratte.

Siamo poi sicuri che sia meglio vedere un film sul “grande schermo?”. La gente, dopo giornate di lavoro, non ha nulla voglia di prendere la macchina, attraversare il traffico delle grandi città per raggiungere il cinema, sorbirsi le file esasperanti alla cassa di una folla “inferocita”, e semmai trovare al proprio fianco uno spettatore che in maniera cafona e irrispettosa parla per tutto il film, facendo commenti imbarazzanti e fuori luogo, sbaciucchiandosi rumorosamente con la sua squinzia e mangiando, masticando in modo insopportabile e “indigesto”, eh eh, un panino col ketchup o, peggio, sgranocchiando patatine che poi lo inducono a bere Coca-Cola frizzantella nello smaltarsi nervosamente le labbra appiccicaticce. Oppure, davanti a te ti trovi un gigante che non ti fa vedere nulla. Insomma, roba oramai per le masse isteriche, spesso frustrate, che si riversano a vedere pellicole immonde. Questi, sì, sono la rovina del Cinema. Gli spettatori ignoranti perfino di quello che vedono, che godono di film insulsi di cui dovrebbero piangere e, invece, si esaltano per boiate pazzesche della più infima volgarità.

Netflix, peraltro, offre una visione ad ampia scelta dei suoi “prodotti”. Non ragiona, come invece accade per le major, per introiti possibili, e quindi non fa calcoli di mercato che le proibirebbero, a priori, come nel caso di Scorsese, di non voler produrre un film perché non ha, sulla carta, il potenziale giusto per “incassare”, perché tanto guadagna alla grandissima nonostante il film non sia d’immediato appeal. Quel film sta sempre lì nel loro archivio, si paga l’abbonamento, davvero poca cosa e conveniente, per poter usufruire di tutto questo ben di Dio. Film di oggi, del presente e del passato, in una “biblioteca” da far invidia a quella di Alessandria, o quasi.

Poi, io non sono di quei fanatici che pensano che un film, semmai in IMAX, sia un’esperienza di cui poter giovare soltanto in sala. Siamo noi a crearci, nelle dilatazioni e “ingrandimenti” della nostra anima, lo schermo gigante dei sogni. Siamo sinceri… Quanti prodotti straordinari per la “tv” sono stati sfornati negli ultimi anni? Un’infinità. Basterebbero due magnifici esempi recenti, la serie The Night Of della HBO e il Twin Peaks di Lynch, che non è uno sprovveduto, e ha capito che, in questo caso, solo Showtime poteva garantirgli massima libertà creativa, la libertà persino di poter girare la sua solita, immensa “follia”, senza passare al vaglio di qualche boss che l’avrebbe costretto, per esigenze di box office, a tagliare e censurare molto del suo lavoro. Che certamente non ha bisogno di schemi castranti e coercitivi per poter rifulgere di grandezza assoluta. Insomma, con buona pace dei nostalgici e di chi ci rimetterà, questa è inevitabilmente, volenti o nolenti, la nuova frontiera. E, fidatevi, è quasi un’illuminazione.

 

di Stefano Falotico

 

The Irishman di Scorsese, prime immagini di Al Pacino con De Niro sul set

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Ebbene, come molti sapranno, lo scorso mese, dopo anni di gestazione e rimandi continui, sono finalmente iniziate le riprese dell’attesissimo The Irishman di Scorsese, in quel di New York, centro assoluto della vicenda.

Tratto dal libro di Charles Brandt, I Heard You Paint Houses, in Italia uscito col titolo L’irlandese – Ho ucciso Jimmy Hoffa, e sceneggiato da Steven Zaillian, il film verte sulla losca e oscura storia del killer Frank Sheeran, reduce della Seconda Guerra Mondiale, divenuto sicario “anonimo” per la mafia e, stando alle parole dell’autore, responsabile numero uno dell’uccisione, appunto, del sindacalista Hoffa.

Sheeran è interpretato da Robert De Niro, alla sua nona collaborazione con Scorsese, mentre Hoffa avrà il volto di Al Pacino, che invece per la prima volta nella sua carriera viene diretto dallo “zio Marty”.

Il Daily Mail, poche ore fa, ha catturato in esclusiva le primissime immagini di Al Pacino assieme a De Niro sul set.

Ricordiamo che i due divi, grandi amici nella vita privata, considerati due dei più grandi attori viventi, hanno già recitato assieme ne Il Padrino parte seconda di Coppola, anche se per motivi temporali non condividevano nessuna scena, nel magnifico capolavoro Heat di Michael Mann, e in Sfida senza regole del 2008 per la regia questa volta di Jon Avnet.

Il cast di The Irishman, necessario ribadirlo, è davvero altisonante. Oltre a De Niro e Pacino, infatti, ci sono Joe Pesci, Harvey Keitel, Bobby Cannavale e Anna Paquin.

di Stefano Falotico4540913400000578-0-image-a-56_15078115857274540920400000578-0-image-a-59_150781210499045408FF400000578-0-image-a-62_15078122274214540907400000578-0-image-a-63_150781223096945408F7D00000578-0-image-a-64_15078122330084540907800000578-0-image-a-72_15078126709934540911000000578-0-image-a-61_1507812218117454091C800000578-4973840-Larking_around_De_Niro_fiddled_with_his_director_s_head_wear-a-1_150781954388045408FF800000578-0-image-m-58_1507811850078

 

Com’è difficile essere dei “blade runner” nella società burocratica “moderna”

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E il futuro incombe incerto, annientando le individualità e trascinandole verso una piatta volgarità di massa, ove i valori primari sono scomparsi, a favore di una deleteria, e come potrebbe essere altrimenti, robotizzazione delle coscienze, sempre più improntate all’egoismo capitalistico, ansiogeno e paradossalmente controproducente, allo sfrenato consumismo arido, alla vacuità dell’effimero più insulso, ove le persone vengono spersonalizzate e giudicate utili solo se aderenti a un sistema, appunto, erroneamente produttivo. Ove produttività non si allinea più a un concetto di valorizzazione dell’individuo, nelle sue uniche e speciali forme, come raggiungimento di un benessere vero col mondo che ci circonda, come interscambio simbiotico di pace, solidarietà e reciproco rispetto, come flusso culturale in continuo, progressivo migliorarsi, come superamento dei limiti barbarici e volgari, quanto piuttosto come ricerca esasperata di posizioni sociali discutibili, un nuovo, inquietante modus vivendi, ahinoi imperante oramai negli ultimi decenni, fascista e “repressivo” i Ryan Gosling di turno (e in questo “sprazzo” lodo Villeneuve, criticandolo, come già feci, per il resto), che ha sostituito l’uomo, in quanto risultanza magnifica di storia personale, di vissuti, di emozionalità, all’androide, all’uomo invece finto, schematico, altezzoso, rispettoso di un ordine precostituito e “prebiotico” che sappia solo e soltanto sopravvivere in questa spaventosa giungla, ove le verità sono ribaltate e non profumano più di autenticità, d’incontrastabile purezza dell’io, nei suoi disincagliati slanci, nelle sue sanguigne e veritiere, ripeto, passioni, nel sogno dei suoi desideri sinceri, nella volontà di essere piuttosto che orrendamente apparire. Ma vige questo falsissimo principio a cui molti si adattano per non morire, per non estinguersi, preferendo il surrogato della “roboticità”, la meccanica ripetizione d’automi di gesti e frasi fatte, di quello che hanno imposto loro di essere in questa parvenza alienante che è la società del “futuro”, del qui presente immutabile nel suo profilarsi inquietante.

Sì, possiamo prendere questo Blade Runner di oggi come un film filosofico, taluni critici hanno avanzato e sostenuto questo punto di vista, io direi che più che domande filosofiche pone quesiti esistenziali, gli stessi accennati da Scott, anche se questi temi, nel film di Villeneuve, non vengono mai davvero approfonditi, rimangono in superficie, sepolti da un’estetica grafica che, nella sua stilizzazione un po’ appiattente, nel suo bisogno di piacere a tutti, ha perduto, ma si sa, sono un nostalgico, la poesia dell’immaginazione che faceva grande il film di Scott. L’unicorno… i ricordi, la voglia insopprimibile di libertà, la fuga dalle costrizioni aberranti, la propria stessa voce narrante che cercava disperatamente di dare ordine al caos della propria anima “replicata”. Insomma, ci siamo capiti.

E, in queste (dis)connessioni, nell’incognita che è il mondo avanzo, oggi smarrito, domani più lucido, più vivo nonostante il buio e la pioggia, la neve e le intemperie della mia anima cavalcante idilliaci sogni di spensierata, “ecologica” beltà come quel viaggio “shining” di Deckard e Rachael.

di Stefano Faloticobladerunner

 

Blade Runner 2049, recensione

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Ora, esco ancora “sbiadito” da questa visione ma non riesco, nonostante debba metabolizzarlo, a capacitarmi di come una nutritissima schiera di persone, in primis la Critica americana, che sarà ora ridimensionassimo, poiché estremamente fallace oramai sentenzia spesso per promuovere l’industria, abbia potuto definire questo “seguito” un capolavoro. Quando non ne possiede neppure un crisma, un fotogramma degno dell’originale. Paragoni non andrebbero fatti e sarebbe azzardato, da parte mia, voler sacramentare a sfavore di questo film di Villeneuve, che si conferma negativamente un regista molto di forma, abbastanza sulfurea e programmaticamente elegante nelle sue sfacciate stilizzazioni indigeste, e poco di sostanza. Ma non lo si può nemmeno liquidare, con molta superficialità, come film non riuscito, perché la sua bellezza, la sua particolarità, ce l’ha eccome. Ed è, come sottolineato da molti, lodabile il tentativo di “serializzarlo”, mantenendo una sua originalità che vorrebbe, non riuscendoci però, anzi mal emulandolo, distanziarsi dal capostipite per seguire una strada propria. Villeneuve s’impegna, gli va dato atto e il “beneplacito” di essere riuscito nell’impresa di ereditare un capodopera di cotanta, giusta fama, cercando di allontanarsene, di svilupparlo e anche farlo “progredire” in maniera autonoma, anzi “autoctona”, pur restando il naturalissimo fatto, non eludibile, di volerne conservarne intatti gli impianti scenografici, “imitandone” la fotografia lucente e nebulosa, quasi sporca, e di scegliere un percorso narrativo che, sebbene sia consuetudinario e neppure tanto brillante, basato sullo svelamento, spiegatissimo, di una trama “a dipanarsi”, di sue intuizioni (come il sesso “a tre”) se ne distacchi. Ma l’operazione è riuscita decisamente a metà, anche meno. Il film non doveva essere un’imitazione del film di Scott, non gli chiedevamo, credo, questo, ma pretendevamo che sapesse affascinarci in egual modo, che ci trascinasse in una storia e in immagini egualmente emozionanti, insomma che ricreasse magicamente il mito di Blade Runner. Che qui si limita invece a rimandi alquanto patetici, forzati, anzi eseguiti perché costretti a compierli. E allora il fantasmatico, invecchiato e appesantito Ford appare come da programma, tra i recessi della memoria e dalle nebbie di una costruzione fatiscente che serba ologrammi di Elvis Presley, di Frank Sinatra e della divina Monroe. Una scena lunghissima, che però manca di anima, dai dialoghi “balbettanti”, che non sanno sostenere le ambizioni e il peso che dovrebbero portarsi dietro. Non sanno trasmettercene la leggendarietà, l’aura quasi mistica che il film di Scott ha scatenato in noi. Ma io sono spettatore oramai attempato e vivo dell’originale, quindi sin dapprincipio m’è parso blasfemia farne qualcos’altro, che fosse un sequel o l’inizio di un possibile reboot, così come il finale ambiguo ci suggerisce.

Ma procediamo con calma. L’unica battuta memorabile rischia di diventare quella pronunciata da Dave Bautista, che non a caso, e Villeneuve lo sa, ritorna in flashback, quasi a volercela imprimere a tutti i costi nella memoria, perché probabilmente non ci aveva colpito come doveva. Come se Rutger Hauer ripetesse il suo celeberrimo monologo finale per far sì che diventasse cult. Roy Batty e la sua magnetica fotogenia non avevano bisogno di questi mezzucci e strategie “mnemoniche”. E basterebbe questo a screditare il film, la mancanza di una sceneggiatura all’altezza dell’intero progetto, una sceneggiatura che zoppica, che in verità scopiazza da altri classici della fantascienza, e annega a conti fatti nelle trite banalità che vanno a pescare anche le atmosfere “sferraglianti” di Mad Max o addirittura di un Waterworld sulla terraferma.

Insomma, le immagini sono visivamente, appunto, appaganti e splendide? Non è vero, alcuni attimi, alcune traiettorie visive, alcuni segmenti. Troppo pochi, mal coagulati nell’insieme, prolisso, che andava tagliato, una durata non necessaria, un film schematico e spesso gelidamente artefatto. Ma io sono di un’altra generazione e forse non capisco, così come mi sfugge l’inutilità del “cattivo” di Jared Leto, messo lì per i tardo teenager.

Cioè, quello era storia, questo è un presente confuso, non brutto, per carità, ma che mi lascia perplesso, mentre “sonnambulo”, chissà, nel futuro lo rivedrò. Nonostante tutto, apprezzabile, ma niente di più. Già ho peccato di generosità.

di Stefano Falotico

 

Blade Runner 2049 secondo Antonella Liguori

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Tripudio di gemme visive incastonate dentro un racconto intimistico rarefatto, commovente e bellissimo, che si prende il tempo necessario, rallentandolo e dilatandolo, per parlare a noi di noi, di come eravamo e di come siamo adesso, sospesi tra il passato e i suoi ricordi nebulosi che i sentimenti, alla base dell’essenza umana, della sua anima, rendono ancora vividi nel colore e nel calore, e l’indeterminatezza di un futuro che si prospetta gelido, inafferrabile e pericolosamente mutevole.

L’esistenza che fu è una sensazione che fa male come una fitta al cuore; è un ologramma per i nostri occhi addormentati e consumate tracce audio per le nostre orecchie intorpidite.

Giacciamo prigionieri nell’interregno freddo e grigio di questo inospitale presente sintetico, in balìa di cortocircuiti emozionali che ci vedono guerrieri di battaglie quotidiane tra il desiderio di vivere pienamente e la paura di farlo per davvero.

Trincerati dietro un mondo virtuale di riflesso, viviamo -come il protagonista- una vita surrogato solitaria, siamo repliche di altre repliche venute prima di noi, ingranaggi nel sistema, tasselli anonimi e incolori di un disegno che non riusciamo a intravedere, di cui non ci è dato sapere.

Andiamo avanti senza porci troppe scomode domande, senza mai guardarci dentro fino in fondo, per il timore di scoprirci incompleti e insoddisfatti o, forse, solamente umani. E perciò imperfetti, vulnerabili, sanguinanti e soprattutto provvisti di una speranza, quella che per noi “possa essere diverso” e “possa essere speciale”. Perché possa vestirsi di senso il nostro peregrinare sulla terra, sempre più arida d’amore e sempre più feconda di calcolo matematico.

Villeneuve sforna il suo capolavoro hollywoodiano, consegnando al nostro cospetto un’opera esteticamente abbacinante che rielabora con raffinatezza ed intelligenza l’immaginario scifi al cinema; crea indovinati trait d’union (grafici e narrativi) con la pellicola di Scott così da percepirla come la continuazione ideale ed aggiornata (all’effettistica odierna e al suo potenziale tecnologico) di quel mondo altro, eppure tutto nostro, che nel lontano 1982 ci venne spalancato innanzi agli occhi; ingloba la poetica dickiana piuttosto che ridurla a sola ispirazione o mera suggestione, e innesta elementi fondamentali di un discorso unico (e sempre in evoluzione) sulla fantascienza nella settima arte, quei temi già incontrati in Terminator e capitoli successivi, GattacaMinority Report e pure nel più recente Her, per citare alcune di quelle pellicole di cui sono evidenti i rimandi.

Facendo di Blade Runner 2049 il traguardo ultimo naturale (almeno per il momento) di un lungo percorso di forma e sostanza che ha accompagnato, sempre abbracciandola, la nostra contemporaneità, capace di leggerne ed interpretarne meccanismi e dinamiche per trasferirli, successivamente ‘trasfigurati’, sul grande schermo con inappuntabile puntualità e profetica visionarietà.blade-runner-screenshot-1280x530

 

Racconti di Cinema, Fuori Orario

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Ebbene, stavolta scendiamo sin ai voraginosi anni ottanta e poi risaliamo, vertiginosamente, alle origini, potremmo dire arcane e conoscitive, di una perla senza tempo, il magnifico After Hours, firmato da un Martin Scorsese in stato di grazia.

Ora, piccola parentesi personale. Ci sono film che vanno al di là del puro loro significato intrinseco e lo trascendono, sconfinando e planando in zone quasi mesmeriche, “ignote”, che risvegliano l’anima e la cullano dallo stato sonnacchioso in cui era precipitata, per apatia o monotico cheto vivere noioso, e l’issano nel farla rifulgere di luce ritrovata. Questo film non assomiglia a nessun altro, è un gioiello incastonato nel mirabile anno 1985, quando vinse il premio per la Miglior Regia al Festival di Cannes, passando quasi inosservato però alla Critica “seria”, che perfino un po’ lo snobbò, classificandolo come divertente commediola e basta. Un film apparentemente linearissimo e dunque “semplice”, che invece t’immerge in una zona “inconscia” di ludica vetustà. Un tuffo emozionale ipnoticamente raro.

Un film che ti rinnova, sì, ci sono film, ripeto, che dilatano le tue esperienze percettive, che si sprigionano in squarci lirici, in tal caso inquietantemente ironici, che s’aprono a prospettive inusuali, offrono allo sguardo, e al contempo alla sua accorata anima, una visione unica di ribaldo splendore.

Un’avventura tutta in una notte, immensamente godibile, trascinante, dal ritmo travolgente.

Paul Hackett (un misurato e perfettamente in parte Griffin Dunne) è un anonimo programmatore di computer a New York. Dopo il lavoro (da qui anche il titolo originale della pellicola), si reca al solito bar, ove, in “pausa” caffè, legge Tropico del Cancro di Henry Miller. Qui, dopo una simpatica chiacchierata, conosce una ragazza che gli lascia il suo numero di telefono. Hackett, appena rincasa, la chiama.

Deciderà allora di attraversare tutta la città e di andare a trovarla nel suo artistico e lussuoso mega-appartamento di Soho. Ove incontrerà la sua amica, una bizzarra scultrice… la ragazza dell’appuntamento non è puntuale, ma alla fine s’incontrano. Da allora in poi, incomincia una sarabanda di equivoci e “contrattempi”, potremmo dire, che fan catapultare il timido, incerto e introverso Paul in una spirale kafkiana di magistrali colpi di scena, in una vera e propria discesa agli inferi che è specularmente e però diametralmente opposta, comparabile a quella di uno dei massimi capolavori di Scorsese, l’immortale Taxi Driver. Quella che doveva essere una bella e serena serata si trasforma improvvisamente e in maniera incalzante e spaventosamente surreale in un incubo a occhi aperti, mentre la notte cala, anzi “cola”, sempre più buia, fosca, piovigginosa, nello spettro di un’umanità eccentrica, balzana, fuori dall’ordinario. E succede l’incredibile, l’imponderato.

Un’ora e mezza che scorre velocissima, mossa dalla mano elegante di uno Scorsese allo zenit del suo funambolismo creativo. Fra lampi onirici, movimenti di macchina roteanti, sghembi, “spezzati” nelle profondità di un quartiere ostile, quasi torvo, “lunatico” come l’angoscia buffa del protagonista, che vive un’esperienza angustiante e angosciosa, “assillante”, senza vie d’uscita, il tutto filtrato appunto dall’occhio di uno Scorsese attentissimo ai dettagli, sostenuto dalla sceneggiatura “ad orologeria” dello sceneggiatore Joseph Minion, un film che si avvale della luminescente e al contempo cupissima fotografia del grande Michael Ballhaus, e “intelaiato” secondo il montaggio, al solito chirurgico e precisissimo, di Thelma Schoonmaker, intervallato dalla puntellante colonna sonora di Howard Shore, che ammanta di “ventricolare” e cardiaca suspense lo scandire inesorabile dei minuti.

Un film che non ti stanchi mai di vedere, assolutamente imperdibile per chi ha commesso il “reato” di non averlo ancora visto.f8998e127f2808a306558c339f8a870b40a6ac52-700 fuoriorario

di Stefano Falotico

 

Diario di bordo di Rick Deckard, Blade Runner 2017, quasi 2018

Harrison Ford Blade Runner

Sto qui, a bere sakè caldo che si scioglie nelle mie meningi quasi assopitesi, logorate così come la fatiscenza di questa città decadente che oggi, 4 Ottobre, festeggia il suo santo Patrono, San Petronio. Bologna, come Los Angeles, come una metropoli angusta e nerissima dello splendido noir chandleriano che è la mia vita, che di malinconie incipienti soffia nelle mie tempie stanche di troppa deficienza, di questa mortifera allegria da cui, in cappotto scuro, cerco di estraniarmi, distinguendomi forse per la mia atipicità “nottambula” o soltanto apparendo uno stolto saltimbanco, uno fra i tanti della storia, a rimediare magre, “stolide” figure per via di quell’ancora incurabile ingenuità “stracca” che, seppur m’aiuti negli slanci più sinceri, è fonte di equivoci e perenni fraintendimenti. Fradicio, bagnato, non ancora spento, emozionalmente vivissimo, recettivo a ogni frastagliato cambio di temperatura dell’anima.

La luce che arde col doppio di splendore brucia per metà tempo…

Bruciarsi o solo riaccendersi, riappropriarsi della visceralità del proprio cuore che, fra mille sbagli e sbadigli, striscia enunciandosi aperto a ogni altro tipo di errore, me, errante cavaliere che sa sprigionar calore quando vuole e di patetiche inezie non si duole, freddo e compassato, elusivo quando troppa vita mi è richiesta e la mia mente non riesce a sostenere l’assurdo, frenetico peso di quest’agitata ansietà. Cadendo traumatizzata dai colpi della superficialità… ah, tipo facile non sono, le mie arabesche e anche “caracollanti”, briccone e da baraccone complicatezze, a uno sguardo limitato che bada solo all’apparenza più evidente del volermi rivestire di un sembiante patetico, ritrarmi secondo quel che gli pare di primo acchito, potrebbero appunto apparire come eterne, sceme vigliaccherie, frutto della negligenza più imperterrita nella sua insistenza alla ricerca di una vita che mai davvero, concreta-mente, si pone. Ma, ripeto, questo è un punto di vista che, sì, mi “aliena”, ma non mi renderà un androide, un concentrato insulso di carne e ossa, non sono un prodotto dell’ingegneria genetica, buono solo, come invece per tanti, i più forse, a ripetere in modo meccanico la reiterazione del proprio vivere, respirare e morire. Inalo vita nella sua complessità e nascono scontri, psicologici conflitti derivanti dall’intelaiatura di tali “difficoltà”, la meravigliosa debolezza dell’essere umano e di quel mio sguardo senziente che va incontro a perentori giudizi facili del manicheismo che tutto vorrebbe etichettare, inglobare in qualche diagnosi da laboratorio aff(l)iggere. Depositare a qualche dipartimento burocratico, a qualche tutore dell’ordine.

Io continuo nell’indagine della mia anima… qualche tempo fa, non molto tempo addietro, da uno psichiatra mi fu posta un’interessante quanto imbarazzante domanda. Cosa, davvero, desidererei dalla vita? Non so, e in questo non sapere, in questo navigar d’inconscio però al contempo così aderente alla vita stessa nel suo coscienzioso lasciar che si modelli di viaggio esistenziale, con molte incognite e poche certe risposte, fluttuo cangiante come il baluginare di raggi b “spettrali” in tal massa oscenamente (ri)spettabile. Siamo fatti di vita pura, di ricordi, di romanticismi perfino stupidi e nostalgici, ardiamo nell’opalescenza delle nostre insonni notti, aspettando l’estemporanea rifulgenza di luminose intensità. Tutto qui, questa è la vita, un perpetuo abisso fatto d’incontri, di dinamiche fra cor(p)i, fra speculari empatie, fra sogni astratti e altri che possano illuderci, nell’avanzamento inesorabile, gracchiante dei giorni e delle lune tristi, in questo incantarci che non smette di stupirci. Finché viviamo…

Quanti amici. Alcuni ti abbandonano, pensando di aver capito tutto di te, di averti inquadrato e quindi, non rispecchiando, tu, secondo loro qualcosa che possa più attrarli, anche affettivamente, ti abbandonano. Altri che ipocritamente ti considerano una persona speciale, danneggiandoti. Perché secondo questi qua essere speciali combacia spesso con essere diversi, ove diversi assume una connotazione quasi spregiativa, limitante e annichilente, soffocante, ribadisco, le straordinarie traiettorie che la (tua) vita in grembo fa (ri)nascere in mille direzioni sorprendenti. Ma rimango qui, a bere, in questa riflessione forse logorroica e pedante, pensando al futuro e rimestando nel passato. E tutti questi momenti andranno perduti nel tempo come lacrime nella pioggia.

Blade Runner Gosling

di Stefano Falotico

 
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