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Roma di Alfonso Cuarón, recensione

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Ebbene, vincitore del Leone d’oro alla 75.ma Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, da venerdì scorso, 14 Dicembre 2018, è disponibile, dopo il suo brevissimo passaggio anche nelle sale, il tanto incensato e magnificato Roma di Alfonso Cuarón.

Quasi unanimemente definito il film più bello dell’anno, un capolavoro irrinunciabile.

Ecco, non voglio certo essere io a smentire l’intellighenzia della Critica che così bello l’ha giudicato in modo assolutamente, uniformemente concorde.

Secondo me, Roma non è affatto un capolavoro. Un ottimo film, ovviamente, ma non vi ho visto nulla che mi abbia fatto gridare al capodopera imbattibile di cui, in questi giorni, chiunque si riempie la bocca.

Roma è un perpetuo, insistito, ammirevole fellinismo (e ogni riferimento all’omonimo film di Federico Fellini, appunto, non è affatto casuale) privo di vero pathos, un egregio, finissimo lavoro del factotum Alfonso Cuarón, per l’occasione anche direttore della fotografia e montatore oltre che produttore, sceneggiatore e via dicendo, a mio avviso però sterile e anemico dal punto di vista visceralmente emozionale.

No, non è blasfemia la mia, affatto, è pura, personale, disinteressata obiettività.

Roma mi ha visivamente contagiato e ammaliato, son rimasto estaticamente ipnotizzato nel guardarlo, contemplandone la sua perfezione stilistica, l’uso spericolato, fluido, leggiadro, morbidissimo della lieve macchina da presa nel suo scroscio danzante fra lucidissimi, quasi patinati fotogrammi cesellati con sontuosa, avvolgente cura seducente per ogni dettaglio incantevole.

Ma ripeto, a livello prettamente emotivo, l’ho trovata una pellicola invero assai povera d’idee, noiosa, soporifera, congestionata dal limite, abbastanza evidente e innegabile, che il buon, scaltro Cuarón abbia voluto, programmaticamente, ideare e confezionare Roma al solo fine, lodevole quanto al contempo desolante ed egomaniaco, di realizzare un film da premi e riconoscimenti.

La classica opera, apparentemente intoccabile, inattaccabile, talmente intrappolata dalla rilucenza della sua potenza incantatrice, da lasciarmi inappagato.

Roma è il tipico esempio di film immediatamente sopravvalutato dai falsi intenditori di Cinema. Che, fatalmente sedotti, appunto, dal suo involucro tanto maliardo e cupidamente accattivante, hanno perso poi di vista l’essenza stessa del concetto profondo di Arte.

Perché Roma non è un film artisticamente elevato. È semmai, e non è mai un complimento, un film altamente arty. È cioè un film tanto esteticamente raffinato che potrebbe indurre molte persone, com’è infatti puntualmente avvenuto, a scambiarlo per qualcosa di più di ciò che invero è.

Roma non è un grande film. È un film malato di piacevole estetismo. Non è estetizzante alla maniera, alle volte insopportabile, che ne so di un Sorrentino, ma per certi versi, in questo grondante, suo sfacciato ed esibito, luccicante flusso d’immagini formalmente impeccabili, lindamente nitidissime, rimane purtroppo un evanescente, infecondo film che nasconde, dietro l’adescante stratagemma dl porsi come un adorabile oggetto ludicamente meraviglioso a vedersi, un’inconsistenza pressoché lampante.

La storia è semplicissima…

Siamo nel quartiere Roma di Città del Messico. Quindi, niente a che vedere con la nostra capitale e neppure, almeno dal punto di vista dell’ambientazione, col film di Fellini. Per quanto concerne invece, come già espresso, gli stilemi e le atmosfere à la Amarcord, è felliniano in tutto.

E seguiamo (assistiti in ciò, ribadiamolo, dalla mobilissima cinepresa svolazzante ed energicamente ondeggiante di Alfonso Cuarón) la vita di tutti i giorni di una famiglia borghese ma, in particolar modo, il nostro regista si addentra nel punto di vista, quasi lo spia ed enuclea, della loro domestica, la mixteca Cleo (Yalitza Aparicio).

La quale, durante la proiezione al cinema di Tre uomini in fuga (La grande vadrouille) con Louis de Funès, confida al suo fidanzato di avere il timore di esserne rimasta incinta. Il ragazzo, un po’ scosso dall’allarmante, inaspettata notizia, si allontana, va in bagno e lascia Cleo tutta sola…

Scopriamo poi che Cleo non si sbagliava. Dopo un’accurata visita medica, sì, le viene detto che, in effetti, non ha più da tempo il ciclo perché sta aspettando una bambina.

A quel punto Cleo ha paura di venir licenziata dalla sua padrona.

E fra haciende, riunioni familiari, incendi notturni nel bosco, un Capodanno di pasciuti uomini e donne annoiati che ballano sfrenatamente per dimenticare le loro frustrazioni, e l’attesa per il Corpus ChristiRoma scorre piattamente, incollandosi al volto malinconico e perduto della povera Cleo.

Con alcune reminiscenze perfino de L’infernale Quinlan.

No, Roma non è un capolavoro. E nemmeno gli si avvicina.

Non basta la classe, il fascino ammaliatore d’immagini stupende a far sì che possa essersi meritato di vincere il Leone d’oro e, con molta probabilità, ahinoi, anche il possibile Oscar.

No, avete preso un grosso abbaglio.

E dunque, ancora una volta, nonostante le sue spropositate ambizioni, Alfonso Cuarón, personalmente, è da me considerato nuovamente il regista più sovrastimato del mondo.

Sì, il suo Paradiso perduto fu davvero roba inguardabile. E parlo da fan sfegatato di De Niro. Dopo vent’anni, non cambio, mi spiace, il mio giudizio su Alfonso Cuarón. Che, dunque, reputo già come a quel tempo, al di là di ogni ragionevole dubbio e ripensamento, tuttora un regista mediocre. Forse leggermente migliore rispetto a due decadi or sono. Ma non di molto.

E che non posso annoverare, a differenza di voi, fra i maestri. Per niente.

Roma. Un bel film.

Sarebbe stato, forse, un capolavoro se avesse sin dall’inizio osato come nella magnifica, questa sì, tragica scena del parto e in quella prefinale, con la tragedia sventata dall’incolpevole, commovente Cleo.

Qui il film realmente si alza in cielo e poeticamente prodigioso sfiora la vetta di opera dal valore supremo, assoluto. Ma non basta la mezz’ora finale, potente, per riscattare un film sostanzialmente inerme.

Sono stato troppo lapidario? Questo sono io.

 

 

di Stefano Falotico

 

Racconti di Cinema – Barriere di e con Denzel Washington e Viola Davis

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Oggi, a quasi due anni di distanza dalla sua limited release sugli schermi americani, recensiamo il film Barriere, da noi invece uscito il 23 Febbraio dell’anno successivo, diretto e interpretato da un eccezionale Denzel Washington.

Candidato a quattro premi Oscar: miglior film, migliore attore protagonista (Washington), miglior sceneggiatura non originale e miglior attrice non protagonista, unica candidatura per cui ha vinto la statuetta, andata a Viola Davis, Barriere è appunto tratto dall’omonimo, celeberrimo testo teatrale del drammaturgo August Wilson, premiato col Pulitzer. E già portato a Teatro dallo stesso Washington e anche da Viola Davis.

Partiamo dal titolo originale, Fences, decisamente più pertinente dell’erronea, approssimativa traduzione barriere.

Fences è semplicemente il plurale inglese di fence, ovvero il recinto, la staccionata. Chiodo fisso, è il caso di dirlo, del personaggio interpretato da Washington, Troy Maxson, un netturbino afroamericano sempre squattrinato che, dopo essersi redento dal suo turbolento passato molto difficile, si è ricostruito una vita, sposando la fedelissima moglie Rose (Davis), casalinga che provvede a servirlo e riverirlo, a preparargli la cena e che, come ogni donna nera dell’epoca, doviziosamente si occupa diligente delle faccende domestiche. Lava, stira e rassetta la modesta casa in cui assieme a Troy vive amorosamente fra mille precarietà economiche. I due hanno un figlio adolescente Cory (Jovan Adepo). E Troy, dalla sua relazione precedente, ha avuto anche Lyons (Russell Hornsby), musicista disoccupato che abita per conto suo ma che, talvolta, torna a far visita a suo padre, soprattutto per chiedergli soldi e poter così soddisfare le sue velleitarie, forse utopiche ambizioni artistiche.

Troy ha pure un fratello menomato e cerebroleso, reso tale per colpa di un esplosivo che, in guerra, gli ha danneggiato il cervello, Gabriel, affettuosamente ribattezzato Gabe (Mykelti Williamson). Gabe è matto, indifeso e Troy compassionevolmente e per puro amore fraterno tenta di proteggerlo come può per salvarlo dalle crudeltà e dalle insidie di un cinico mondo bastardo.

Troy ha infine un amico per la pelle, il suo collega di lavoro Jim Bono. Peraltro suo ex compagno di prigionia, (Stephen McKinley Henderson), un vecchio bianco omaccione che, quando Troy era carcerato, l’ha instradato alla retta via, aiutandolo moralmente a risollevarsi. Un inseparabile amico verso il quale Troy si sente profondamente riconoscente. E con cui beve appassionatamente come una spugna, affogando nell’alcol le delusioni di tutta una vita trascorsa nel rimpianto di essere stato una grande promessa del baseball estromessa dai giochi vincenti per colpa dell’incallito, ostracizzante, inestirpabile razzismo della gente bianca e a causa forse della sua vera mancanza di talento. Una vita anonima e modesta quella di Troy, da duro lavoratore che, per mantenere quel poco ch’è riuscito a conquistarsi col sudore e la fatica, dal lunedì al venerdì è costretto a svegliarsi all’alba e a sporcarsi le mani in mezzo all’olezzante, becera spazzatura.

Una vita di anomie e di certezze fallaci e bilicanti. Ma per Troy arroccarsi nella sua ferrea, disciplinata, ristretta e soffocante, angusta visione del mondo, è forse l’unica, seppur sdrucciolevole e illusoria convinzione vitale per cui riesce a dare un senso alla sua opaca esistenza da perenne emarginato e vinto. Un volitivo, triste eppur combattivo uomo affranto dalle troppe disillusioni che, tenacemente, lotta nella sua anima tormentata da resiliente caparbiamente testardo al fine, nobile quanto sciocco, di non voler sconfiggere almeno il suo intimo amor proprio. Troy, un superbo fallito cialtrone e ciarliero che cela le sue amarezze dietro una sbruffona maschera da cafone pagliaccesco. E copre le sue inesauste lacrime nella facciata di sfacciate, buffe, spericolate euforie en passant.

E sta educando il piccolo Cory alla rigida osservanza di precetti quasi militareschi da padre-padrone gerarca, preoccupato com’è che il figlio, troppo sognatore, possa venir spietatamente deluso da quei bianchi che lui odia e verso i quali nutre un inguaribile rancore atavico.

Ed ecco dunque il significato del film, quel recinto ideologico simboleggiato dalle pale di legno del cortile eretto da Troy, la figurativa palizzata dietro cui Troy si nasconde per paura di essere di nuovo infranto nell’onore e calpestato nell’orticello della sua anima. Impaurito da quella torva signora di nome Morte.

Troy, un’anima nera, assediata da continui demoni interiori che annega nell’alcolismo, nelle risate goliardiche, nelle pose clownesche da attore di una pantomima esistenziale, di una resistenza emotiva destinata, prima o poi, a franare dinanzi alla crudezza potente di una vita che non dà scampo e ti prosciuga, spezza ogni tua residua e chimerica, vana speranza, lasciandoti tramortito, sconfinatamente solo e incupito, ti spella vivo con addosso soltanto l’ombra mortifera del tuo ombroso spaventapasseri perduto, rattrappito nel tuo sdrucito, burlesco fantasma ridicolo.

Barriere è un film bellissimo. Nonostante la sua vertiginosa ma sopportabile caduta di ritmo dell’ultima mezz’ora. In cui diventa prolisso e forse esageratamente verboso. Eppur si risolleva in un finale magico e incantato.

Un film blues. Dal pacato andamento soporifero nel quale Washington, fra monologhi strepitosi e il suo magnetico volto commovente, patetico e poi al solito carismatico, istrionico volteggia straordinario, alternando momenti di solitaria disperazione infinita ad altri in cui, spassosamente, ride delle sue continue  disgrazie e, nell’aneddotica delle sue tante storie ripescate dalle tenebre di un personale passato violento, instilla visceralmente al suo Troy un’aura magnificamente romantica da eterno loser dal cuore sgretolato ma giammai arresosi.

Washington, nella sua terza prova da regista, è ben conscio di girare l’adattamento teatrale di una pièce tanto famosa e la sua messa in scena, austera, rigorosissima, è quella di un regista che non vuole strafare affatto con svolazzi e iperboli stilistiche, il suo è l’ammirevole sguardo neorealistico, antico e rustico di uno che gira un onesto kammerspiel ove la macchina da presa, fermissima, si sposta lenta fra pochi, piccoli ambienti, fra interni ed esterni che si ripetono come su un palcoscenico ravvivato e carnalmente insanguinato dalle sue vivissime, funeree, umanissime facce di uomini e donne appartenenti a un mondo lontano, tanto lontano e profondo che ci pare cristallinamente toccante, emozionante, amabile, nostalgicamente importantissimo e prezioso.

Quanto mai dimenticato, eternamente, invincibilmente presente.

Barriere è forse il film più sottovalutato, almeno dalla Critica nostrana, degli ultimi dieci anni.

Signore e signori, Denzel Washington.

Battuto come Best Actor per un soffio da Casey Affleck di Manchester by the Sea agli Oscar.

Peccato. Barriere è il suo film, Barriere è un film da lui molto sentito, l’interpretazione per cui giustamente doveva diventare l’unico attore nero ad aver vinto due Academy Award come protagonista, oltre ovviamente a quello come best supporting actor per Glory.

Ciò non è avvenuto.

Sarà per la prossima volta, mitico Denzel.

Barriere, non un capolavoro ma un grande film che è stato molto apprezzato negli Stati Uniti, come infatti attestato dalle varie candidature agli Oscar e dai voti assai alti della Critica ma che, ahinoi, in Italia è stato preso molto sotto gamba.

Tant’è che Laura e Luisa Morandini, pigliando una cantonata colossale, e non sono loro due, l’hanno platealmente snobbato, limitandosi a questa definizione limitatissima: è proprio l’impianto teatrale che rende difficile la prolissa trasposizione su grande schermo fatta da Washington che parla troppo, dicendo poco, si dilunga in scene estenuanti che sembrano non finire mai, è troppo programmatico nel “messaggio” antirazzista.

Ahia, care Laura e Luisa, dovevate stare più attente.

di Stefano Falotico

 

First Reformed – La creazione a rischio, recensione

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Ebbene, a oltre un anno di distanza dalla sua prima mondiale al Festival di Venezia, ove era in concorso, parliamo nuovamente di First Reformed – La creazione a rischio scritto e diretto da Paul Schrader, interpretato da un superbo Ethan Hawke, in odore di nomination ai prossimi, immediati Golden Globe e outsider in pole position addirittura per la ventura corsa agli Oscar come Miglior Attore Protagonista, visti i suoi recentissimi premi come best male lead ai Gotham Awards e ai prestigiosi New York Film Critics Circle Awards.

Paul Schrader, un nome imprescindibile del Cinema contemporaneo. Fra i migliori e più sottili, sofisticati sceneggiatori di sempre, writer di alcuni indissolubili capolavori scorsesiani come Taxi DriverToro scatenatoL’ultima tentazione di CristoAl di là della vita, di Mosquito Coast per Peter Weir o di Yakuza per Sydney Pollack, e regista forse (un forse abbastanza marcato) meno bravo di Scorsese, dalle alterne fortune e a differenza di Martin molto più discontinuo ma, parimenti allo zio Marty, perennemente ossessionato da cristologici temi spiritualmente potenti come la colpa, il peccato, l’afflizione carnale e metafisica che dagli albori dei tempi tormentano e affliggono il contradditorio, combattuto animo umano, scisso da un’atavica, imponderabile, antitetica, dicotomica lotta fra bene e male nel suo cammino esistenziale. Sì, un esistenzialista, un calvinista, un poeta bressoniano. Cineasta comunque autore di film mastodontici e pregevolissimi come HardcoreAmerican GigolòLo spacciatoreAffliction, appunto, The Walker e di perle intriganti e sottovalutate come Cortesie per gli ospiti, tratto dal grande Ian McEwan.

Il quale, dopo una serie di prove dietro la macchina da presa assai controverse e inefficaci, eccessive o forse troppo sperimentalistiche, con questo First Reformed ha fatto nuovamente centro in maniera portentosa. Perché, come detto, First Reformed è piaciuto immensamente alla Critica americana e la sua feroce e viscerale sceneggiatura sta ricevendo riconoscimenti a raffica. Sebbene, quando esordì alla 74ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, fu accolto da pareri alquanto discordanti e la nostrana intellighenzia recensoria, con in prima linea Paolo Mereghetti (altrove suo fervido ammiratore) che lo stroncò abbastanza impietosamente, fosse stata meno allineata rispetto ai giudizi, ribadiamo, entusiastici della stampa d’oltreoceano.

Ecco, a un anno di distanza dalla sua presentazione ufficiale, l’abbiamo rivisto con più lucidità e maggiore oculatezza. E concordiamo nell’affermare fermamente che, in effetti, molti superficiali critici, che all’epoca lo snobbarono e liquidarono in fretta e furia, dovrebbero riguardarlo più ponderatamente, così come abbiamo fatto noi. E ricredersi dei loro spietati giudizi.

Perché First Reformed è davvero un grande film, magnifico.

Puro Paul Schrader al cento per cento. Un suo film in tutto e per tutto ove ogni da ogni fotogramma trasuda la sua inconfondibile poetica, e ciò si evince in ogni crisma fotografico, in ogni minima, apparentemente impercettibile sfumatura diegetica e strutturale della trama e della sua messa in scena, rigorosa, austera, appunto ecclesiastica, formalmente cristallizzata in estenuanti primi piani ravvicinatissimi del volto iper-espressivo, emaciato e perso di un Hawke straordinario e magnetico dal languido sguardo vitreo.

A prima vista monocorde e monolitico, incastonato nella sagoma della sua ieratica tonaca lugubre da prete-vampiro solitario che peregrina confuso da uno stato emotivo all’altro e passeggia timidamente come un introverso missionario di un Dio a cui forse neppure lui crede. Ma a cui vuole speranzosamente credere. Per non morire dentro.

Un uomo che ha perso suo figlio, ucciso in guerra. Da allora, da questa sconvolgente tragedia, si è “riformato” nella fede in nostro Signore e in Cristo il salvatore.

E, come un fantasma sfuggente perfino a sé stesso, come uno schizofrenico santo e come un allucinato, meravigliato e impaurito Travis Bickle di Taxi Driver, come diretto discendente e apostolo di quest’ultimo, vaga di giorno a profeta della sua piccola chiesa da pastore protestante, figlio di Martin Lutero, e di notte, intorbidito dall’insonnia, scrive il suo diario di dolorose, dubbiose memorie. Con la penna stilografica di emozioni fortissime, trattenute, versate e intinte nel cuore impallidito e tumefatto di una corrosiva, insanabile disperazione, illuminato soltanto da qualche fugace attimo di pace e, nel buio più insondabile del suo inguaribile tormento, rischiarato solo dal fulgore caldo di una lanterna dolce come la freschezza inebriante della neve più lieve e morbida.

Sì, il film è sobriamente avvolto da una vigorosa, pervasiva atmosfera plumbea ed è ambientato durante un cimiteriale, funereo inverno spettrale e nevoso. Anzi, nervoso come lo straziato spirito inquieto di un febbricitante Hawke, un uomo quasi bergmaniano.

Molti l’hanno paragonato a Diario di un curato di campagna, appunto, di Bresson. O proprio a un rifacimento di Taxi Driver in abiti talari.

A ognuno la sua libera interpretazione. Anche del suo criptico, catartico finale inquietante e apocalittico.

A prescindere da Schrader, il quale davvero meriterebbe una sacrosanta rivalutazione, soffermiamoci ancora sulla prova di Hawke.

Tutti noi ricordiamo la sua tenera e commovente interpretazione, un trentennio fa, nell’Attimo fuggente assieme al compianto Robin Williams, film che gli diede la popolarità.

Ed è impressionante che, a distanza di tre decadi, Hawke venga ancora identificato superficialmente, almeno dallo spettatore italiano medio, come Todd Anderson, l’adolescente problematico, introverso e spaurito del film succitato.

Il texano Ethan Hawke, nato ad Austin il 6 Novembre del 1970, alla soglia dunque di un compleanno fatidico per cui anagraficamente diverrà un cinquantenne, perciò un bel signore elegantissimo che ha attraversato mezzo secolo, è oggi uno dei maggiori portavoce del Cinema indipendente.

Produttore, regista e soprattutto performer e sceneggiatore, fra gli altri, dei due cult Prima del tramonto e del suo seguito Before Midnight (per i quali, in entrambi casi, è stato candidato agli Academy Award come Best Writing, Adapted Screenplay) del suo inseparabile amico Richard Linklater.

Un attore che, nonostante il turbolento matrimonio e tanti figli con la sua ex storica, Uma Thurman, e circa ottanta credits come interprete cinematografico, malgrado le due candidature come Best Performance by an Actor in a Supporting Role per Training Day e Boyhood, per un motivo e per l’altro non è mai riuscito a entrare nella cinquina degli Oscar da Attore Protagonista.

Tanti bookmakers sono pronti a scommettere che, con questa sua stupenda, sofferta e sentita prova di First Reformed, possa stavolta finalmente farcela.

Fra pochi giorni, intanto, saranno annunciate le candidature ai Golden Globe. E, se Hawke entrerà nella lista dei cinque candidati come Best Drama Actor, direi che la sua Oscar Race sarà già a buon punto.

Forza, Ethan!first-reformed-la-creazione-rischio-02 first-reformed-la-creazione-rischio-03

di Stefano Falotico

 

Qualcuno salvi il Natale, recensione

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Oggi recensiamo un film che sta sbancando su Netflix, sbarcato soltanto qualche giorno fa, il 22 novembre, e che a quanto pare sta facendo sfracelli di visualizzazioni. Ovvero Qualcuno salvi il natale.

Coloratissima e rocambolesca commedia per giovanissimi che, appunto, piacerà soltanto ai giovanissimi.

Nessuno di voi forse avrebbe mai immaginato che Kurt Russell, icona del genere action, colui ch’è stato Jena Plissken e Stuntman Mike di Grindhouse -A prova di morte, un giorno avrebbe interpretato nientepopodimeno che Babbo Natale, con tanto di barba foltissima e posticcia, memore e debitrice delle sue ultime prove attoriali, su tutte quella di John Ruth in The Hateful Eight.

Un attore appunto iconico che ha quasi sempre incarnato, nonostante le sue numerose incursioni nella commedia, il prototipo virilmente seducente dell’uomo tutto d’un pezzo. Un attore profondamente autoironico come infatti si evince dal ritratto che lui fornisce di Babbo Natale in quest’immane boiata cosmica.

Tal bambinata sesquipedale è infatti prodotta da Chris Columbus, autore di uno dei più immeritati e inspiegabili successi al botteghino della storia del Cinema. Vale a dire l’abominevole Mamma, ho perso l’aereo con l’enfant prodige più antipatico di tutti i tempi, il fortunatamente scomparso Macaulay Culkin.

Così, dopo aver diretto alcuni Harry Potter, Chris Columbus ha ritentato il colpaccio, stavolta affidando però la regia a un pari giocattolaio di scemenze, Clay Kaytis. Di male in peggio. Kaytis è un altro furbone affetto da buonismo insostenibile e allestitore qui di un pasticciaccio puerilmente sciocco e scioccante che abbina, alla monelleria di una CGI vecchia come il cucco, una stantia retorica talmente spudoratamente bamboccia che qualcuno di voi addirittura, in mezzo a questo mar indigesto di melassa maldestra, forse in preda a patetici rimpianti della sua infanzia per sempre perduta, divorato com’è, ahinoi, dal cinismo della sua vita esasperata d’un quotidiano adesso grigissimo, potrà commuoversi, lasciandomi di stucco nel far sì che possa io osservare avvilito la sua regressiva disfatta.

Sì, mi spiace doverlo ammettere. Qualcuno salvi il Natale è un film indifendibile. L’unica cosa a malapena salvabile è proprio Kurt Russell che, sputtanandosi bellamente senza sprezzo d’alcuna vergogna, scherza malandrinescamente sulla sua mitologia attoriale e, infondendo al suo personaggio un’incredibile passione ingenuamente allarmante, forse allettato da un cachet molto solido e stordente, si è lanciato in quest’assurda performance “degradante” con un coraggio da lasciarmi tanto esterrefatto quanto in mutande. Perché mi ha totalmente disarmato e spogliato quasi completamente dalla galoppante voglia di essergli infamante. Sì, Kurt è talmente birbante in questo film per infanti, così simpatico che non mi rimane altro che applaudirlo paradossalmente in modo scrosciante.

Sì, so che queste mie parole in rima suonano come una natalizia filastrocca per lattanti, ma è da me stata scritta apposta per essere in linea con tal bambinesca favoletta tanto allocca.

Trama…

Teddy (Judah Lewis) e Kate (Darby Kamp) sono fratello e sorella piccola che, rimasti in casa alla vigilia di Natale, in assenza della madre, interpretata da Kimberly Williams-Paisley, cominciano a filmare Babbo Natale in carne e ossa con la loro videocamera digitale della Sony. Infatti, il titolo originale della pellicola è The Christmas Chronicles. Grazie al loro intrepido ardire, s’imbattono appunto in Babbo Natale. Ma, a causa d’un incidente, Babbo Natale vede in un battibaleno sfuggirgli di mano la situazione e lo spirito natalizio rischia di andare in frantumi. I due ragazzi e Babbo Natale stesso devono quanto prima, nonostante le strambe peripezie da lor affrontate nella notte più magica dell’anno, correre ai ripari affinché gli equilibri di pace terrestre non possano essere irreversibilmente sconvolti.

Riusciranno nella loro disperata impresa?

Nel frattempo, Babbo Natale sarà perfino arrestato e, in mezzo ai detenuti, con tanto di springsteeniano Steven Van Zandt nei panni del chitarrista Wolfie, canterà a squarciagola, ballando come un indemoniato blues brother, l’intramontabile Santa Claus Is Coming to Town.

In un apoteotico momento grottescamente fantasmagorico di deficienza cinematografica talmente alta d’avermi stramazzato al suolo per colpa di un sopraggiuntomi, inevitabile, immediato collasso respiratorio dovuto al terribile shock.

Che dire di più?

Quanto ha pagato George Lucas affinché venisse così tanto pubblicizzato, con riferimenti e battute, gadget e quant’altro, il suo eterno Star Wars?

Eh sì, i pur modesti effetti speciali abbisognavano della più ostentata promozione subliminale per essere finanziati.

Il film infastidisce ancor maggiormente poiché tenta, talvolta, pure d’imboccare la strada del politicamente scorretto, ancorandosi poi però all’istante a stereotipie tanto false e melense da rendere il tutto stucchevolmente, più marcatamente irritante.

E anche alla fine il cammeo di Goldie Hawn, vera, storica moglie di Kurt Russell, con tanto di Kurt che le ammicca affinché possano gustarsi assieme un “filmetto”, è davvero penoso.

Al di là di Kurt Russell, altra piccolissima nota parziale di merito al veterano direttore della fotografia Don Burgess, fido cinematographer di Robert Zemeckis, ma Clay Kaytis è lontano anni luce dalla poesia di Zemeckis.

Il film voleva essere un aggiornamento, dichiarato e non, de La vita è meravigliosa? Frank Capra e James Stewart si rivoltano nelle tombe.

Infine, sugli elfi computerizzati stendiamo un velo pietoso.

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di Stefano Falotico

 

 

La ballata di Buster Scruggs, recensione

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Ebbene, son tornati, targati Netflix, i terribili fratelli Coen. Ora, chiariamoci. Spesso fate confusione, eh eh. Joel è quello spilungone, lungagnone, sposato a Frances McDormand, Ethan è quello più bassino e dalla faccia meno arcigna.

Forse lo sapete benissimo ma è giusto sempre chiarirlo. Perché, quando nel Cinema, parliamo di fratelli, si tende a credere che essi siano due gemelli, semmai siamesi o eterozigoti. Invece, i Coen sono semplicemente due fratelli di sangue. Dall’anagrafe ben distinta.

Joel è quello maggiore, Ethan quello minore ma, pariteticamente, lavorano assieme perché, come capitato a chiunque, un bel giorno, chissà quanto oramai lontano, avranno cominciato a riflettere sul lavoro che avrebbero svolto “da grandi”, e decisero di affiliarsi, eh sì, affratellarsi anche professionalmente per dar vita a un duo epocale e fantasmagorico.

Spartendosi i meriti in maniera assolutamente, appunto, fraterna. Tant’è che, guardando i loro film, sempre da loro stessi sceneggiati, per noi spettatori è impossibile capire chi sia stato l’inventore di una tal idea, di una determinata ispirazione, o intuire se entrambi, in modo assolutamente, magicamente dicotomico, siano stati reciprocamente responsabili delle loro rocambolesche, assurde genialità.

Detto ciò, passiamo alla Ballata di Buster Sruggs. Progetto che inizialmente doveva essere suddiviso in una serie a episodi, in puro stile Netflix, e invece, già prima di venir presentato in Concorso all’ultimo Festival di Venezia, ha assunto, come sappiamo, la compatta, antologica consistenza cinematograficamente fisiognomica di una pellicola della durata di due ore e tredici minuti. Dall’idea originaria, cioè, di farne una serie episodica, si è passati a un film vero e proprio a episodi. Come andava di moda una volta, ad esempio, nella commedia all’italiana.

 Dunque, dopo Il grinta e anche Non è un paese per vecchi, i Coen tornano al western atipico. Sì, Non è un paese per vecchi è in verità un western camuffato da thriller on the road.

E, ancora una volta, i Coen si approcciano a questo genere, spruzzandoci sopra il loro macabro umorismo ebraico, yiddish, ammantando di sottile metafisica le storielle di cui si compone questa lor affascinante ma a mio avviso irrisolta e blanda antologia.

Il western lo puoi trattare in modi disparati. Ovviamente, vi è il western di John Ford ove, nelle sconfinate praterie e alle pendici della Monument Valley, il fiero, corpulento John Wayne combatteva gl’indiani, il western cioè classico e senza fronzoli, asciutto e magniloquente, americanissimo, ma abbiamo avuto anche il western revisionista e, oserei dire, neorealista di Kevin Costner, retorico a dismisura ma poeticamente ipnotico, il western crepuscolare, noir di Clint Eastwood, a sua volta debitore di quello spaghetti del mai dimenticato nostro Sergio Leone. A sua volta progenitore di tanti suoi derivativi epigoni e affini, ottimamente rifatto o scialbamente parodiato.

I Coen qui attingono a ogni mio menzionato, precedente illustre, mixando il tutto attraverso la loro comunque personalissima poetica, strizzando non di rado l’occhio proprio alla comicità latina “all’amatriciana”, guascona e ruspante di Leone. Addirittura ammiccando alla smargiasseria caciarona de Lo chiamavano Trinità perché soprattutto il picchiatello Buster Scruggs (Tim Blake Nelson) del primo episodio, che dà il titolo al film, ricorda parecchio quel malandrino, irresistibile figlio di puttana Terence Hill, un pagliaccio carismatico, arlecchinesco, sbruffone e irrimediabilmente anche un po’ simpaticamente coglione. E tal succitato episodio ha molto della manesca follia fanfarona e irriverente di Enzo Barboni, artisticamente noto come E.B. Clucher. Se non fosse che Scruggs si rivolge spesso alla camera come il mattoide Larry David dell’alleniano Basta che funzioni. Sì, in questa ballata vi è anche assai di Woody Allen. D’altronde, Allen è di origine ebrea come i Coen e inevitabilmente i Coen, buon sangue non mente, volontariamente o non, era ovvio che avessero appreso da Woody, riciclando alcune sue gag. Questo l’avremmo dovuto capire già con Barton Fink e dovevamo comprenderlo appieno con A Serious Man.

Eppure, nonostante gli ammiccamenti cinefili, la splendida composizione grafica delle sue studiate e pittoriche inquadrature, nonostante la viva policromia della fotografia di Bruno Delbonnel, per la prima volta qui cinematographer per i Coen a rimpiazzare l’indisponibile lor fido Roger Deakins, nonostante appunto la visionaria ascendenza fiabesca di Delbonnel stesso, autore peraltro delle luci e dei colori, manco a dirlo, de Il favoloso mondo di Amélie e degli ultimi film di Tim Burton, secondo me La ballata di Buster Scruggs segna un piccolo passo falso nella filmografia dei nostri fratelloni, in precedenza tanto infallibili.

Perché, sì, è visivamente molto seducente, ammalia, diverte, intrattiene, è delizioso e sapidamente squinternato ma sostanzialmente non emoziona e mi è apparso soltanto come un magistrale giochino velleitario e sciocchino di due registi un po’ oramai con la panza piena. Un pastiche alla fin fine indigesto tanto da irritarmi e lasciarmi profondamente inappagato.

Sì, dai Coen mi aspetto sempre qualcosa di eccezionale. E non posso accontentarmi dunque di un cinematografico gourmet tanto buono da gustare, sfiziosamente curato e friabile, godibilissimo quanto poco visceralmente appetitoso, in fondo impalpabile e stupidamente, molto buffamente carino.

L’aggettivo carino, affibbiato ai Coen, è offensivo.

I Coen nella loro carriera hanno vinto tutto.

Ma il Premio alla Migliore Sceneggiatura, assegnatoli alla 75.a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è stato stavolta immeritato.

Comunque, ne La ballata di Buster Scruggs, i grandi momenti di Cinema non mancano. Su tutti la scena del gaglioffo rapinatore interpretato da James Franco che assiste, col cappio al collo, all’assalto di una tribù Comanche, non viene liberato dai pellerossa ma rischia di rimanere strozzato perché il suo cavallo mangia lentamente l’erbetta e, a piccoli passettini, procedendo in avanti, lo sta facendo scivolare dalla sella.

Sì, probabilmente è proprio il brevissimo episodio con Franco, il più corto di tutti, quello più esilarante e cinicamente strepitoso.

Gli altri, onestamente, al di là del loro già evidenziato, pregiato valore stilistico, sanno purtroppo di minestra riscaldata, civettuola e scemotta.

Forse l’intento dei Coen era proprio quello di realizzare un semplice, sperimentale, leggerissimo divertissement cinefilo e colto, ma personalmente li preferisco quando al sapore della leggerezza sanno unire la loro visione corrosiva e poeticamente crudele.

Insomma, li adoro quando sono, sì, svagati e favolistici, ma anche davvero graffianti e incisivi.

E La ballata di Buster Scruggs, ça va sans dire, non ha niente di realmente memorabile. A parte qualche svolazzo lirico e malinconico, come nel segmento Meal Ticket con Liam Neeson e Harry Melling.

Peccato. Se solo avessero azzardato di più… Invece che restare in superficie.

 

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Liam Neeson is Impresario in The Ballad of Buster Scruggs, a film by Joel and Ethan Coen.

Liam Neeson is Impresario in The Ballad of Buster Scruggs, a film by Joel and Ethan Coen.

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di Stefano Falotico

 

Il metodo Kominsky, recensione

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Ebbene, Il metodo Kominsky, la nuova, sorprendente serie Netflix della durata di otto episodi di circa trenta minuti l’uno, partorita dalla geniale mente di Chuck Lorre.

Con i due arzilli vecchietti premi Oscar Michael Douglas e Alan Arkin, qui in grandissimo spolvero attoriale.

Sandy Kominsky (Douglas) è un attempato ma brillante insegnante di recitazione ed è amico per la pelle, oramai da una vita, di Norman (Arkin), che ha appena perduto sua moglie dopo una lunga malattia.

Kominsky viene presto a conoscenza dell’affascinante, matura Lisa (Nancy Travis), una delle sue più fervide e convinte allieve, una con le palle, come si suol dire. Una donna diversa dalle altre, la donna che, dopo tre matrimoni fallimentari, potrebbe nuovamente far innamorare Kominsky, deluso, acciaccato, reduce da troppi superficiali flirt degli ultimi tempi con ragazze troppo giovani per lui.

E, fra una schermaglia, una ripicca, una battuta corrosiva e l’altra, fra caustiche riflessioni sull’inesorabile tempo che avanza, Kominsky e Norman continuano dolcemente a condividere le loro giornate, reggendosi il gioco a vicenda in quest’amabile nostra vita da palcoscenico, grazie alla verve graffiante della loro arrugginita eppur giammai doma, innata grinta che li contraddistingue.

Una serie televisiva incantevole, sostenuta da due attori in stato di grazia, ribadiamolo. Con un Douglas rugosissimo, oramai una maschera grinzosa e macilenta che dimostra ancora una volta però di essere un pezzo da novanta. Armonico, triste, inconsolabile, disgraziatamente buffo, elegantissimo e, nonostante tutto, affascinante come sempre, carismatico e dallo charme incontrastabile e pimpante da performer dall’enorme personalità. Sua indubbia, chiarissima caratteristica insindacabile. Un pregiato attore, un prosciugato ex sex symbol che sa ridere con molta autoironia sui suoi senili rincoglionimenti e ancora, alla faccia del tempo che passa, del cancro che lo martoriò qualche anno fa, brilla nell’inevitabile sopraggiungere malinconico, nel suo sguardo maggiormente vitreo e cristallizzato in una smorfia autocompiacente, di una lodabile, quasi commovente essenza vitale trasfusagli dall’alto dei suoi signorili settantaquattro anni imbattibili.

E un Arkin ovviamente padrone delle freddure più paradossali, scatologiche, trivialmente conviviali, da amicone buffone, un po’ cafone e un po’ volpone, un jolly che scherza cinicamente su tutto senza mai essere però volgare, e sbeffeggia, esorcizzandola, la paura tristissima e galoppante della morte (grandiosa la scena del funerale del secondo episodio).

Non batte ciglio anche nelle situazioni più imbarazzanti e tragicomiche, come si suol dire.

Un’accoppiata affiatatissima, davvero vincente.

E così, nella loro sintetica stringatezza, nella loro velocissima brevità, gli episodi scorrono via ch’è una bellezza, nell’alternarsi di registi specializzati in commedie, come Andy Tennant (Il cacciatore di Ex) e Donald Petrie (Due irresistibili brontoloni).

Una sitcom di gran gusto, lievissima, da rivedere ancora.

E il finale ci fa capire che probabilmente avremo presto una seconda stagione.

di Stefano Falotico

 

HEAD FULL OF HONEY, Official Trailer by Warner Bros

MV5BNjY4MTc1Mzk5NF5BMl5BanBnXkFtZTgwMzU2MjU2NjM@._V1_SY1000_CR0,0,674,1000_AL_Matilda (Sophie Lane Nolte) tries to help her grandfather, Amadeus (Nick Nolte), who is suffering from Alzheimer’s, to navigate his forgetfulness, and ends up going on a remarkable adventure with him.

 
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