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211 – Rapina in corso, recensione del film con Nicolas Cage

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Ecco, se in queste serate oramai estive, il caldo vi asfissia e cercate il refrigerio dell’aria condizionata in una sala cinematografica, non pretendete niente da un film e volete passare un’ora e mezza di totale svago scacciapensieri, questo 211 potrà anche non infastidirvi. È come sorseggiare una bibita ghiacciata dopo il caldo pressante. Anche se questo film è tutt’altro che una bevanda dissetante e neppure è una bella boccata d’aria fresca, potrebbe turbinosamente rovinarvi la digestione e, per la sua evidentissima bruttezza, darvi il voltastomaco dopo una cenetta sfiziosa a base di prosciutto e melone.

Cominciamo col dire che 211 è uno di quei film che un tempo appartenevano alla categoria denominata fondi di magazzino, cioè quelle pellicole che non puoi far uscire in periodi caldi, cinematograficamente parlando (non mi riferisco più alla torrida afa atmosferica, adesso), che sono di contraltare proprio i rigidi mesi invernali, nei quali le major sfoderano i loro pezzi da novanta e le pellicole da Oscar, e allora, dopo una lunga attesa, vengono rilasciate in periodi abbastanza morti come metà Giugno, quando oramai il Cinema di serie A, quello che conta, sta andando in vacanza.

Uno di quei film direct to video, che in Italia hanno pensato bene invece di destinare in sala. Innanzitutto perché c’è Nicolas Cage, uno che non è più un attore Alister a Hollywood e la cui carriera sta andando a rotoli completamente, ma che a noi italiani continua a piacere, che vive di un’aura attrattiva morbosamente affascinante perché è conclamato, accertato, iper-acclarato e fuor d’ogni dubbio che si stia svendendo, scialacquando la nomea creatasi del comunque ottimo attore che è stato in passato più e più volte, girando 5/6 film all’anno a cui non crede neanche lui, e a cui presta il suo faccione unicamente, sfacciatamente per risanare i debiti nei quali è affondato, ma rimane tutto sommato un simpaticissimo.

Uno di quei film, questo 211, che dopo trenta secondi dall’inizio capisci che è tremendamente inguardabile. La fotografia sembra quella di un gialletto tedesco da sabati pomeriggio, e intuisci al decimo fotogramma, però, che un film così non potrebbero invece tranquillamente programmarlo alla tv in quelle ore, in quanto contiene molte scene di violenza, seppure stilizzata, con notevoli spargimenti di sangue.

Quindi, è un film dunque non solo inclassificabile ma che, usando un gergo informatico da blog, è fuori da ogni categoria possibile, uncategorized. Ciò va premesso in maniera categorica.

D’altronde, non possiamo prendercela col suo regista, York Alec Shackleton, ex snowboarder e campione di skate, affascinato dai disagi giovanili. E infatti nel film vi è un ragazzino nero bullizzato.

Quali competenze può avere uno come Shackleton?

È già troppo quello che fa, tra esplosioni e lunghe sparatorie, filmate con poca grazia e tagli rudemente televisivi, ma almeno ci ha provato e, lungo i novanta minuti di durata, perfino ci ha stupito con alcune sequenze genialmente bizzarre, esteticamente terribili, ma coraggiosissimamente intrepide, senza sprezzo del pericolo, prive di qualsiasi logica d’intrattenimento né minimamente dotate di senso filmico, scevre dell’ABC del ciò che è bello e dignitosamente presentabile. Perché dal punto di vista puramente oggettivo le scene son talmente malfatte, appallottolate fra pistolettate disarmonicamente grezze, dal brusco ritmo aspro e antiestetico da poter, per paradosso, stimolare e allettare il divertimento dello spettatore smaliziato che, ben conscio di assistere a una sciocchezza pedestre, potrebbe addirittura prenderla appunto a ridere, sì, divertirsi. E salire sul film, come si diceva una volta. Compreso subito che è un film dozzinale e sciattissimo, ove quasi tutti gli attori sono imbarazzanti e la sceneggiatura un infarcimento sconclusionato di battute oscene, lo si può seguire fin all’ultimo secondo, almeno per vedere come andrà a finire.

La trama è piuttosto semplice. Quattro criminali terroristi assaltano una filiale bancaria di Los Angeles, e prendono in ostaggio ventisei persone. Il film è dichiaratamente ispirato alla più sanguinaria rapina di tutti i tempi…

Sembra un giorno come tutti gli altri. L’agente di polizia Mike Chandler (Nicolas Cage) è in pattugliamento col collega Steve MacAvoy (Dwayne Cameron), che è anche il suo genero e che quella mattina ha ricevuto una lietissima novella da sua moglie Lisa (Sophie Skelton, cioè appunto la figlia di Chandler, l’esaltante, gioiosa notizia che aspettano un bambino.

Quel giorno i due hanno caricato anche il ragazzino nero, da me menzionato prima, messo in punizione dalla presidentessa della scuola dopo che, angariato a morte dai malfidati compagni bulli, esasperato, ha aggredito uno di loro. I due poliziotti devono scortarlo e portarlo a spasso…

Al che i tre, ragazzino compreso naturalmente, si accorgono che una banca è stata assaltata. E Chandler prova disperatamente a negoziare con i malviventi, ma non c’è niente da fare, i quattro criminali non vogliono scendere a patti e comincia la carneficina. I criminali sono armati fino ai denti e non si fanno mancare niente, un armamentario bellico da caserma militare.

Ma tutto è bene ciò che finisce bene. Steve, che sembrava spacciato e morto, a un anno di distanza dagli eventi, è vivo e vegeto, è nato il figlio e, assieme al ragazzino nero, ad amici e parenti, aspetta che Chandler rincasi dopo la sua corsetta “scaldamuscoli” per festeggiarlo. Perché è un bravo ragazzo e nessuno lo può negar!

I cattivi sono tutti morti ammazzati, giustizia è fatta, i nostri eroi sono rimasti illesi e vivono felici e contenti. Allegria!

Incredibile? No, tutto vero e ridicolmente, arditamente filmato con estrema serietà.

Il regista si è burlato di noi alla grandissima? Può darsi…

Ma che c’importa?

Perché dunque distribuire un tipo di produzione del genere in sala? Perché c’è lui, Nicolas Cage. E infatti non succede con nessun altro attore, che invece viene relegato direttamente, senza filtri all’home video. Lui merita il passaggio in sala. Perché Nicolas Cage è impazzito, cinematograficamente è degenerato, e noi sappiamo che, salvo miracoli dell’ultima ora, non lo vedremo mai più, che ne so, in un film di Lynch.

Perché Nicolas Cage, quando esibisce senza tagli, acconciature eccentriche o trucchi posticci, il suo abituale, stempiato look a caschetto con tanto di occhiali da sole e ciclopiche lenti scure, emana ancora fascino da vendere. E, fra allucinanti, disturbanti scene simil-My Life con Michael Keaton e il ragazzino che armeggia col cellulare, fra inquadrature a loro volta da iPhone, è lui che “giganteggia”, Nicolas. Smodato, smidollato, commovente, con la faccia gonfia e le occhiaie profonde, affetto da vistosa bolsaggine e flaccido doppio mento, che si dà come un dannato e non teme niente e nessuno, che della Critica se ne frega altamente, e avanza di filmaccio in filmetto come se nulla fosse. Adesso che non è più una star, la sua recitazione è diventata umanissima, tenerissima. Da perfetto uomo della “normal people”, è divenuto uno di noi, affettuoso, anche un po’ imbranato e sfigato. Dinoccolato, ingobbito, anchilosato, stanco, decaduto. Giammai però arreso. Immarcescibilmente Cage!

Sì, 211 è un Nicolas Cage movie. A tutti gli effetti, nel bene e nel male. Vampirizzato dalla sua folle deriva attoriale.

Ecco perché, volenti o nolenti, dovete vederlo.

E poi c’è pure il suo grasso figlioccio, Weston Cage.

Cosa volete di più?

 

di Stefano Falotico

 

Welcome to Marwen – Official Trailer

welcome-to-marwen-poster-379x600This holiday season, Academy Award® winner Robert Zemeckis—the groundbreaking filmmaker behind Forrest Gump, Flight and Cast Away—directs Steve Carell in the most original movie of the year. Welcome to Marwen tells the miraculous true story of one broken man’s fight as he discovers how artistic imagination can restore the human spirit. When a devastating attack shatters Mark Hogancamp (Carell) and wipes away all memories, no one expected recovery. Putting together pieces from his old and new life, Mark meticulously creates a wondrous town where he can heal and be heroic. As he builds an astonishing art installation—a testament to the most powerful women he knows—through his fantasy world, he draws strength to triumph in the real one. In a bold, wondrous and timely film from this revolutionary pioneer of contemporary cinema, Welcome to Marwen shows that when your only weapon is your imagination…you’ll find courage in the most unexpected place. The epic drama is produced by Oscar®-winning producer Steve Starkey (Forrest Gump, Flight), Jack Rapke (Cast Away, Flight), and Cherylanne Martin (The Pacific, Flight) of Zemeckis’ Universal-based ImageMovers banner produce alongside the director. It is executive produced by Jackie Levine, as well as Jeff Malmberg, who directed the riveting 2010 documentary that inspired the film.

 

Creed II, il primo deludente trailer italiano con Sylvester Stallone, Michal B. Jordan e Dolph lundgren (?)

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 Ebbene, la Warner Bros ha rilasciato pochi minuti fa il primo trailer italiano del sequel dello spinoff sulla saga balboiana, ovvero l’atteso Creed II.

Film che ha per protagonisti gli interpreti del primo, ovvio, ovvero Michael B. Jordan, nei panni ancora una volta del grintoso Adonis, figlio del compianto e defunto Apollo Creed, del granitico Sylvester Stallone, di Tessa Thompson as Bianca, e Dolph Lundgren in quelli di Ivan Drago.

Deludente, dicevo. Sì, perché come sappiamo il film verterà sullo scontro generazionale, da combattere come sempre sul ring, fra Adonis e il figlio di Ivan Drago, interpretato dal parimenti gigantesco Florian Munteanu. Una montagna di muscoli cattivissima e brutale quanto il padre, colui che uccise Apollo nel quarto capitolo di Rocky.

Ora, premesso che Rocky IV è un film cinematograficamente assai discutibile, tanto per essere eufemistici, già dapprincipio l’idea di Stallone, che di questo film è sceneggiatore, di riesumare Ivan Drago, mi è parsa assai banale, un espediente tristissimo, una scusa bella e buona, assai patetica ma soprattutto bieca e capziosa, per allungare il brodo a fini prettamente, squallidamente commerciali. Ma, chissà, Stallone potrebbe invece aver estratto dal cilindro un imprevisto colpo di genio e, quando la pellicola uscirà da noi, il 29 Novembre, invece entusiasta plaudirò alla sua lungimiranza creativa. Anche se ne dubito…

Ma, al momento, permettetemi di dire che mi sembra una delle idee più stupide e infantili di sempre.

E poi di Ivan Drago, che doveva essere lo “spettacolo” del film, in questo trailer… nemmeno l’ombra. Dov’è? Voi l’avete visto? A me è sinceramente sfuggito. Ah sì, s’intravede fugacemente, appunto. Un mezzo frame da lente d’ingrandimento.

Tutto qua?

Stallone compare nel filmato all’inizio, sciorinando trita e melensa retorica d’accatto, e poi scompare. E le immagini sono pervase da una mortifera atmosfera di morte che, più che fascinosamente tenebrosa, ci trasmette l’idea che il regista Steven Caple Jr. sia stato molto svogliato, filmando il tutto in maniera sciatta e frettolosa.

Insomma, per farla breve, tira aria di stanchezza, di svogliatezza, di noia. E, ripeto, spero che, alla sua uscita, Stallone & company possano smentirmi.

di Stefano Falotico

 

Dumbo di Tim Burton, teaser trailer anche in italiano

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From Disney and visionary director Tim Burton, the all-new grand live-action adventure “Dumbo” expands on the beloved classic story where differences are celebrated, family is cherished and dreams take flight. Circus owner Max Medici (Danny DeVito) enlists former star Holt Farrier (Colin Farrell) and his children Milly (Nico Parker) and Joe (Finley Hobbins) to care for a newborn elephant whose oversized ears make him a laughingstock in an already struggling circus. But when they discover that Dumbo can fly, the circus makes an incredible comeback, attracting persuasive entrepreneur V.A. Vandevere (Michael Keaton), who recruits the peculiar pachyderm for his newest, larger-than-life entertainment venture, Dreamland. Dumbo soars to new heights alongside a charming and spectacular aerial artist, Colette Marchant (Eva Green), until Holt learns that beneath its shiny veneer, Dreamland is full of dark secrets.

 

Racconti di Cinema – Starman di John Carpenter

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Eccoci arrivati, in quest’excursus filmografico volutamente anacronistico, a Starman, pellicola del 1984.

Dopo l’insuccesso commerciale di Christine – La macchina infernale, Carpenter accetta un film su commissione, che potremmo definire un’autoriale commistione fra i suoi stilemi, come la poetica dell’amore fra diversi e l’aspra, dura critica al sistema militare americano, e la strizzatina d’occhio, necessaria e pressoché obbligatoria, verso quel grande pubblico che l’aveva tradito, in termini d’incasso, per le sue due precedenti pellicole. Arrivando a un compromesso ineludibile per potersi permettere di finanziare progetti assolutamente più personali, non rinunciando però, come detto, al suo sguardo d’autore.

Starman diventa allora il film più odiato e bistrattato, potremmo dire, dai carpenteriani e, come poi parimenti accadrà con Grosso guaio…, guardato immediatamente con sospetto dai suoi detrattori. Inutile dire che non è di certo il suo capolavoro o la sua opera migliore e più compiuta, e le scelte imposte dalla produzione hanno avuto il loro rilevante peso sul risultato finale, inficiando quello che poteva essere, e ne aveva tutti i crismi, un magnifico film. Che però rimane grande e molto poetico, merito anche della musica di Jack Nitzsche, candidata al Golden Globe

Qui Carpenter cambia subito rotta, devia dalle consuete sue traiettorie stilistiche e c’immerge in un’atmosfera nostalgica temperata in un tiepido, lirico romanticismo. Un’astronave aliena viene dirottata da un attacco terrestre ed è costretta a un atterraggio di emergenza.

L’alieno abbandona la carcassa della sua astronave e si mette alla ricerca di qualche forma di vita umana su cui trasmigrare. Giunge ai piedi della casa di Jenny Hayden (Karen Allen), una vedova che ancor soffre immensamente per la morte del marito e, infatti, passa inconsolabilmente il tempo a rivedere vecchi filmini in cui lei e il suo defunto marito si amavano melodiosamente sulle note delle loro canzoni preferite.

L’alieno, circospettamente, quando lei sta per addormentarsi, s’infiltra in casa, avvista una foto in cui lei e il marito sono felicemente l’uno nelle braccia dell’altro, al che, come se dall’ologramma trasfigurato del marito volesse, diciamo, espatriare nel corpo del consorte defunto, ne fa una fotografia genetica, per appurare se trasferirsi in quel corpo gli possa convenire. Sì, l’uomo (Jeff Bridges) era robusto, in salute, adatto alla sua umanizzante metamorfosi. Ecco allora che s’incarna dapprima in un feto, nel neonato del marito materializzatosi sul pavimento e lentamente, a vista d’occhio, sotto lo sguardo dell’adesso sveglissima moglie, cresce progressivamente, assumendo le sembianze del marito. Ne diviene morfologicamente la sua quasi perfetta copia clonata. Una mirabolante trasformazione resa esemplarmente dagli effetti speciali del mago dell’animatronica Rick Baker, qui al servizio dell’estro visionario di Carpenter. Un prodigioso effetto speciale che all’epoca ebbe il suo notevole impatto e che, rivisto oggi, potrebbe apparire a noi smaliziati uomini del nuovo millennio senz’altro datato ma, ricordiamoci, eravamo nei primi anni ottanta, in piena era analogica e il morphing e la computer graphic stavano soltanto facendo i loro primi passi. E, comunque, anche ora che affondiamo gigantescamente in piena epoca informatico-computerizzata, quest’effetto speciale sorprendentemente continua a stupefarci. Incantevole.

L’alieno come ha fatto a riprodursi nel corpo dell’uomo morto? Dal DNA di una piccola ciocca di capelli?

Lo scopriremo lungo l’arco del film o forse non lo sapremo mai. L’alieno rapisce dunque la donna, senza però usarle violenza, addomesticandola a livello subliminale perché lei n’è terrorizzata ma al contempo rivede in lui il marito morto e ciecamente se ne fida. Proverà a fuggirgli ma poi, come travolta da un’irrazionale sentimento di attrazione amorosa, facilmente comprensibile, visto che l’alieno personifica esteticamente il suo perduto, insostituibile marito, desisterà, si piegherà affettuosamente al suo volere e lo assisterà nel suo viaggio di ritorno. Innamorandosene completamente Ma lui deve lasciarla perché altrimenti morirebbe e in Arizona i suoi amici alieni lo stanno aspettando. E allora Starman e la donna intraprenderanno un’avventura, non priva d’imprevisti, per portare a termine la missione.

Ma il Governo è sulle tracce di Starman, Starman rappresenta l’incarnazione reale dell’esistenza della vita aliena nell’universo. E dunque la Scienza, personificata dal burocratico Mark Shermin della polizia federale (Charles Martin Smith), non può lasciarsi scappare, per nessuna ragione al mondo, un’occasione di questo tipo, anzi, potremmo dire, non può assolutamente rinunciare a quest’incontro ravvicinato del terzo tipo. Deve far sì che si concretizzi. Costi quel che costi. A costo addirittura di uccidere l’alieno. Lo scopo primario è quello di analizzarlo e vivisezionarlo, vivo o esanime, ferito o morto ammazzato che sia.

Sarà un viaggio intervallato da momenti di fatato lirismo, come in alcune delle delle scene più riuscite e commoventi dell’intera pellicola. Quando Starman, in un’area di servizio, ai piedi di una tavola calda, risveglierà un cervo abbattuto da un bruto cacciatore e la donna, assistendo meravigliata ai suoi poteri divini, se ne turberà infatuata. Estaticamente ed ipnoticamente attonita. Oppure quando Starman confiderà alla donna che aspetterà un bambino da lui.

E Karen Allen è stata eccellente nel tratteggiare il suo dolente personaggio difficile di vedova irrimediabilmente ferita dalla tragedia della morte del marito, sospesa tra l’intimo dolore trattenuto, la moderata euforia dinanzi agli eventi incredibili che le accadono attorno, e via via sempre più fragilmente sedotta e affascinata da questo marziano identico fisicamente al suo stesso marito e contemporaneamente così diverso. Una superba prova d’attrice. E ci spiace che la Allen sia stata così spesso emarginata da un’Hollywood cinica che mai davvero ha saputo riconoscere la sua delicata bravura. Anche Jeff Bridges è bravissimo, e infatti è stato candidato all’Oscar, ma non era poi così complicato, tutto sommato, caratterizzare un personaggio stralunato e, appunto, alieno, buffo e tenero, robotico e con lo sguardo perennemente esterrefatto e perso nel vuoto. La cosiddetta prova recitativa che, a prima vista, potrebbe sembrare stupefacente e invece è molto più facile di quel possa apparire. Non occorre avere un pozzo di scienza attoriale né spiccate qualità per interpretare un personaggio che, già di per sé, è simpatico, farsesco e strambo. Basta un pizzico di manierismo e una bella faccia tosta come quella del Bridges di quegl’intrepidi anni allegri della sua giovinezza matura. Ma rimane una prova abbastanza toccante. Alla fine il maledetto Governo cesserà la testarda, ottusa guerra e Starman volerà via come un angelo sceso sulla terra destinato a un aldilà adatto alla sua alterità. Forse migliore della Terra, forse peggiore. Sulle note della colonna sonora dolcemente malinconica e trasognante.

Da rivedere, da riamare, da sciogliere nelle emozioni ingenuamente sobrie, profumate di poesia semplice e infantilmente morbida.

Starman

 

di Stefano Falotico

 

Il primo uomo: Ryan Gosling è Neil Armstrong nel trailer italiano

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Eccolo qui, anche in italiano, il primissimo trailer integrale in italiano de Il primo uomo (First Man), biopic sulla storia, appunto, del primo terrestre a mettere piede sulla Luna, Neil Armstrong, interpretato dal somigliante Ryan Gosling che, per l’occasione, dopo i fasti di La La Land, torna a lavorare col regista Damien Chazelle.

Una delle pellicole più attese della prossima stagione cinematografica che, a detta dei ben informati, potrebbe essere presentata al Festival di Venezia.

Come da sinossi ufficiale, Il primo uomo narra l’avvincente storia della missione della NASA per portare un uomo sulla luna. Il film si concentra sulla figura di Neil Armstrong e sugli anni tra il 1961 e il 1969. Resoconto viscerale in prima persona, basato sul libro di James R. Hansen, il film esplorerà i sacrifici e il costo che avrà per Armstrong e per l’intera nazione una delle missioni più pericolose della storia.

Un film, è il caso di dirlo, che sta già spiccando il volo verso il successo e aspettiamoci, com’è prevedibile, che questa pellicola sia certamente fra quelle più papabili di nomination all’Oscar.

Nel ricco e variegato cast, ad affiancare Ryan Gosling la bella, affascinante e sempre più lanciata Claire Foy, che presto vedremo anche in Quello che non uccide, nuova avventura della saga Millennium e della sua eroina Lisbeth Salander, Kyle Chandler (The Wolf of Wall Street) e Jason Clarke.

 Il film uscirà nelle nostre sale l’1 Novembre.

di Stefano Falotico

 

Robert De Niro Hurls F-Bombs At Donald Trump In Tony Awards Outburst; CBS Calls It Unexpected

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From Deadline:

UPDATED with CBS statement: Robert De Niro, who appeared at the Tony Awards to introduce Bruce Springsteen’s performance of a contemplative, piano-accompanied version of “My Hometown,” burst out with two bluntly profane blasts aimed at President Donald Trump.

“I’m just going to say one thing,” De Niro said, wearing a scowl worthy of Jimmy Conway in GoodFellas: “F-ck Trump!” When the astonished audience broke out into a mix of laughter and gasps, he paused for a few seconds and then followed with, “It’s no longer ‘down with Trump.’ It’s ‘f-ck Trump!’” He then pumped both fists, Jake LaMotta-style. Many people in the crowd at Radio City Music Hall, having been thrown a piece of red meat toward the end of the three-hour show, jumped to their feet.

A CBS spokesperson issued a brief statement tonight: “Mr. De Niro’s comments were unscripted and unexpected. The offensive language was deleted from the broadcast.”

The network leaned on the bleep button heavily, so none of its viewers heard the unexpurgated version of his remarks (the show aired on tape delay in the West). But the live feed of the broadcasts being played in the press room was uncensored, leading to several Tony winners being asked about the head-snapping moment during their backstage press conferences.

“He’s Robert De Niro,” joked Angels in America playwright Tony Kushner. “Who’s going to argue with him?” Later, he offered more serious thoughts, agreeing with De Niro and saying, “This person should not be anywhere near the seat of power.”

The shocker lobbed a verbal Molotov cocktail into an otherwise largely Trump-and-politics-light show. De Niro now has Broadway bona fides as the co-director of the recent adaptation of his film A Bronx Tale, so it made sense that he would provide some star power as a lead-in to Springsteen. But he was in some ways one of the least likely Tony speakers to break out his megaphone and deliver a profane political message. Even in his most familiar televised awards show setting — the Oscars — De Niro usually sticks closely to the script and gives viewers little hint of his acting mastery during his stilted moments onstage.

Springsteen’s meditative performance unfolded with De Niro’s words practically still echoing off the back wall of Radio City. As he was speak-singing his memories of 20th century Freehold, NJ, audience members and viewers alike still were trying to make sense of what they had just seen.

De Niro, who has traded for decades on his tight-lipped, once-press-shy image, has come out of his shell during the Trump era. The Tribeca Film Festival, which he co-founded, became a platform for several of his anti-Trump broadsides.

The Tony moment quickly made the social-media rounds, of course. (What time is it in North Korea? Hmmm.) Here are a few of the immediate reactions, including reports of an uncensored airing in Australia.

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Racconti di Cinema: Halloween – La notte delle streghe di John Carpenter

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Ebbene, il prossimo 25 Ottobre uscirà nelle sale italiane Halloween di David Gordon Green (JoeManglehorn), vero e proprio sequel non apocrifo dell’originale, poiché prodotto dallo stesso Carpenter, regista capostipite di questa perla inaudita, l’ancora imbattuto, seminale Halloween – La Notte delle streghe.

Siamo nel 1978 e Carpenter ridefinisce un vero e proprio genere, inaugurando il filone slasher.

Cos’è nel Cinema lo slasher movie? Lo slasher, da non confondere assolutamente col più generico splatter, trae il suo nome dal verbo inglese to slash, che significa ferire in maniera profonda e letale con un’arma appuntita e affilata, e dunque si riferisce ai film horror in cui il protagonista è uno psicopatico omicida, un efferato maniaco che prende di mira, spesso in un geografico spazio ristretto o abbastanza limitato e circoscritto, come può essere un quartiere, un gruppo di persone perlopiù molto giovani, e intraprende contro di essere una spietata caccia brutale, uccidendole con armi da taglio, con coltelli acuminati oppure con grosse asce, per sventrarle e dissanguarle in modo micidiale.

Sì, come da sinonimi del verbo ferire, il protagonista barbaramente uccide violentissimamente le sue designate vittime, accoltellandole, pugnalandole, piagandole, trafiggendole, squarciandole indelebilmente, spesso mortalmente.

Ma Halloween non è solo questo. È, sì, un thriller furentemente sanguinario e suburbano, claustrofobico e tremendamente angoscioso, radente come un coltello dalla lama finissima, come suspense in perenne espansione, dilatata in trazione tesissima, distillata in vertiginoso crescendo inarrestabile e incalzante, ma è anche uno degli imprescindibili, profetici capofila del nuovo Cinema sugli assassini, un film nerissimo come può essere, appunto, il babau delle favole nere per bambini, colui che incarna il male nella sua accezione più pura e inquietante. Ma ci tornerò dopo…

Partiamo dapprincipio, dalla trama.

Anno 1963: un bimbo di sei anni uccide a coltellate sua sorella in una notte buia, dopo che lei e il suo ragazzo hanno amoreggiato. Il bambino, di nome Michael Myers, viene rinchiuso in manicomio. Una tragedia di proporzioni devastanti.

Dopo quindici anni, in una notte di pioggia battente, Michael Myers evade dal manicomio criminale. È la notte del 30 Ottobre.

Il suo psichiatra, il dottor Loomis (Donald Pleasence), che ce l’ha in cura, o meglio in custodia sin da quando Myers è stato trasferito in manicomio, comprende immediatamente che Myers è tornato nella sua città natia, Haddonfield, e la mattina seguente avverte lo sceriffo, mettendolo in guardia sulla sua estrema, potentissima pericolosità. Va catturato quanto prima, prima che il male possa propagarsi e partorire altre irreversibili mostruosità.

Mattina del 31 Ottobre: seguiamo le scaramucce e le schermaglie adolescenziali di tre studentesse tanto disinibite quanto pudiche e timide, complessate, in preda all’imbarazzante turbinio dei loro ormoni su di giri, che si scambiano erotiche confidenze segrete sui ragazzi della scuola.

In particolare, seguiamo la vicenda (e Carpenter la “pedina” con insistiti e quasi ammiranti piani-sequenza) di Laurie Strode (Jamie Lee Curtis).

Mentre lei e la sua amica tornano da scuola, Laurie vede apparire, prima da dietro un cespuglio e poi dalla finestra di casa sua, uno strano figuro molto alto, con una tuta da meccanico, che indossa una lugubre, bianchissima maschera in viso. Lo rivela ad Annie ma lei non gli crede.

Entrambe le ragazze, nella notte di Halloween, così come vien detto nel film, “babysittano”, questo è il verbo che testualmente è utilizzato nel doppiaggio italiano, sì nella notte di Ognissanti fanno le bambinaie a dei pargoletti.

Scende la notte di Halloween, Michael Myers si aggira indisturbato nel tetrissimo quartiere, spia Annie, e alla fine la sgozza. È appena cominciata la strage, il male oscuro è ritornato veemente in tutta la sua spasmodica, invincibile furia, e altri due giovani saranno ammazzati, la coppietta formata da Bob e Lynda.

Annie capisce che qualcosa non va, abbandona i bambini, e s’inoltra nella casa del diavolo… diciamo così.

Ed ecco che fa il suo primo incontro con Michael Myers. Lui prova ad ucciderla, avviene un combattimento corpo a corpo quasi all’ultimo morso, Annie lo ferisce più e più volte ma Myers sembra immortale e puntualmente resuscita.

Sinché, non sopraggiunge sul luogo il dottor Loomis, che spara a Myers ripetutamente. Myers, senz’emettere un solo grido di dolore, accanitamente trivellato, frana abbattuto e cade giù dalla finestra. Schiantandosi nel cortile sottostante.

Il Male è stato sconfitto. Stavolta, una volta per tutte, il mostro è stato ucciso.

O forse no… il dottor Loomis volge nuovamente il suo sguardo in direzione di Myers, ma non c’è più il suo cadavere a terra. Probabilmente, però, è stata solo un’allucinazione dello sconvolto dottor Loomis, e Myers invece è davvero morto, il male è stato sepolto e annichilito, segregato all’inferno.

Un finale enigmatico, allusivo, funereo, ma il fantasma di Michael Myers aleggerà ancora in città. Nel suo mito.

Perché Myers è la simbolizzazione archetipica di un incubo materializzatosi. Sì, come ha fatto a scappare dal manicomio con tale scaltrezza e velocità di riflessi, come ha fatto a guidare la macchina come un provetto automobilista se è sempre stato fra le anguste mura dell’ospedale psichiatrico? Lui può… perché Myers non è un uomo, come ribadisce terrificato Pleasence allo sceriffo, è un fantasma, è l’immaterialità impalpabile dell’innocenza del diavolo. Myers non ha coscienza, è un uomo inguaribilmente malato seppellito nella psiche di un bambino alienato, disturbato, pauroso, glaciale come il volto più nitidamente orripilante della paura, la disumanità, la bestialità truculenta e senz’anima fatta The Shape…

Carpenter attinge da Psyco e dalla sua celeberrima scena dell’uccisione maniacale nella doccia per allestire questo capolavoro “assillante”, asfittico, ritratto crudelissimo di un’umanità senza speranza, avvelenata alla base dall’inevitabile presenza del male assoluto, irrevocabile, invulnerabile.

Ecco allora che fa esordire l’appena ventenne Jamie Lee Curtis, memore del capodopera di Alfred Hitchcock, perché in quella storica, indimenticabile doccia fu ucciso il personaggio di colei che era davvero sua madre nella vita reale, Janet Leigh, ovvero l’iconica Marion Crane.

Come dirci che il male è eterno, non si può vincere e annientare, è un morbo innatamente, dannatamente facente parte del codice genetico dell’uomo, un virus ereditario che si trasmette, tramanda e ramifica attraverso le consanguinee generazioni, di padre in figlio e di madre in figlia, sotto forme sempre parimenti raccapriccianti ma inscalfibili. Il male fa parte di noi.

Carpenter concepisce la vita così. Per lui horror, sogno, incubo, realtà sono un tutt’uno inscindibile. Che non si può eludere, dal quale non ci si può, pur combattendo con tutte le nostre forze, sottrarre. Un maremoto uniformemente meraviglioso quanto tormentoso, un continuum indivisibile, un lacerante brivido freddissimo sulla schiena.

In Psyco era incarnato mellifluamente, in maniera ambiguamente diabolica da Anthony Perkins/Norman Bates con la sua indecifrabile faccia d’angelo, in Halloween da Michael Myers. L’uomo nero senza espressione, coperto da una maschera di cera…

Tutto parte o meglio riparte da Halloween – La notte delle streghe.

Il film, dopo l’elettrizzante tema musicale della colonna sonora al solito di Carpenter, ribattezzato Halloween Theme, e riutilizzato in tantissime pellicole, viene aperto da una filastrocca che c’introduce nell’atmosfera di quest’infausta notte stregata, recitata da dei bambini con voce off.

Eccola correttamente trasposta, non fidatevi delle “wikiquote” sul web, peccano difettosamente di approssimazione:

«Malocchio e gatti neri, malefici misteri,

il grido di un bambino bruciato nel camino,

nell’occhio di una strega il diavolo s’annega

e spunta fuori l’ombra, l’ombra della strega!

La vigilia d’Ognissanti c’han paura tutti quanti:

è la notte delle streghe!

(Chi non paga presto piange!)»

Halloween – La notte delle streghe è certamente un po’ invecchiato ma quel che è venuto dopo gli è immensamente debitore. Il Nightmare firmato Wes Craven col redivivo, sfregiato e ustionato Freddy Krueger, il suo Scream coi suoi adolescenti sessualmente smaniosi ma incerti, timidi, impacciati e titubanti, aggrediti senza sosta dal maniaco mascherato, e chi più ne ha più ne metta. Se stessimo ad elencare perigliosamente tutte le pellicole posteriori ispirate da e ad Halloween non finiremmo più.

Ma se in Nightmare il male veniva incarnato all’interno delle pareti d’un incubo vero e proprio, per Carpenter la vita stessa è un sognante incubo, l’incubo della vita profondamente reale, l’incubo strisciante delle nostre imperiture, tormentate notti sinistre.

E le sue soggettive con la steadicam, che visualizzano il punto di vista del mostro, hanno fatto scuola.

Impressionante soprattutto la soggettiva dell’incipit. Memorabile.

Curiosità: in molti dizionari, viene superficialmente ed erroneamente scritto che Michael Myers è interpretato da Tony Moran. Vero, ma Moran ha girato soltanto la brevissima, fuggevole scena di pochi secondi in cui, strappatagli la maschera, Myers appare per un istante ritratto in viso.

Michael Myers a sei anni è interpretato dal biondino Will Sandin. Ma The Shape/Michael Myers, il figuro che cammina nella notte e ammazza, è l’attore Nick Castle.

Ed è infatti lui che tornerà nell’Halloween di David Gordon Green.

Infine, piccola chicca per i cinefili: il personaggio di Annie Brackett, la migliore amica di Laurie, è interpretata dall’attrice Nancy Loomis (pseudonimo di Nancy Kyes), ma non abbiamo mai appurato da fonti certe se Carpenter abbia volutamente usare l’omonimo suo cognome Loomis, affibbiandolo poi a Donald Pleasence e al suo famigerato dottor Loomis.

Naturalmente, sapete che il nome del personaggio di Pleasence, Sam Loomis, è un doveroso omaggio proprio al John Gavin di Psyco.

Pleasence Halloween Nick Castle Halloween

di Stefano Falotico

 

First Man – Official Trailer (HD)

firstposter

On the heels of their six-time Academy Award®-winning smash, La La Land, Oscar®-winning director Damien Chazelle and star Ryan Gosling reteam for Universal Pictures’ First Man, the riveting story of NASA’s mission to land a man on the moon, focusing on Neil Armstrong and the years 1961-1969. A visceral, first-person account, based on the book by James R. Hansen, the movie will explore the sacrifices and the cost—on Armstrong and on the nation—of one of the most dangerous missions in history. Written by Academy Award® winner Josh Singer (Spotlight), the drama is produced by Wyck Godfrey & Marty Bowen (The Twilight Saga, The Fault in Our Stars) through their Temple Hill Entertainment banner, alongside Chazelle and Gosling. Isaac Klausner (The Fault in Our Stars) executive produces. DreamWorks Pictures co-finances the film.

 
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