No tweets to display


Cose nostre – Malavita, recensione

malavita de niro lee jonesCose nostre – Malavita.

Film della durata di un’ora e cinquantuno minuti, distribuito nelle sale italiane il 17 Ottobre del 2013, diretto, scritto e prodotto dal poliedrico Luc Besson (Nikita, Léon, Il quinto elemento).

Cose nostre è tratto da romanzo Malavita di Tonino Benacquista ed è stato, come detto, sceneggiato dallo stesso Besson assieme a Michael Caleo.

Il titolo originale di questa pellicola è The Family e il suo budget si aggirò intorno ai trenta milioni di dollari.

Trama:

il mafioso pentito Giovanni Manzoni (Robert De Niro) si trasferisce assieme alla moglie Maggie (Michelle Pfeiffer) e ai suoi adolescenti figli, Belle (Dianna Agron) e il giovanissimo Warren (John D’Leo), in un paesino sperduto in Normandia. Negli ultimi anni, la famiglia Manzoni, affidata alla supervisione del rigido, inappuntabile agente dell’FBI, Robert Stansfield (Tommy Lee Jones), è stata obbligata, infatti, a continui, estenuanti spostamenti di città in città e in lungo e in largo un po’ dappertutto poiché tutte le loro coperture si sono rivelate fallimentari. Anzi, nefaste.

Poiché, per un motivo o per l’altro, le assurde, incontrollabili gesta del pater familias Manzoni e le recidive, cattive abitudini di ogni componente della sua inattendibile famiglia hanno messo a soqquadro quasi tutte le buone intenzioni del programma recupero testimoni.

Anche stavolta, malgrado i preziosi, bonari consigli di Stanfield, il quale supplicherà Giovanni di tacere riguardo la sua vera identità e di conservare un basso profilo insospettabile per non farsi smascherare dagli abitanti del luogo, si riveleranno alquanto inutili e poco, diciamo, propedeutici.

In quanto, a soli pochi giorni dal loro arrivo in città, Maggie farà esplodere un market, Maggie, dimostrando le sue doti da inguaribile maschiaccio, picchierà alcuni bulli che tentarono maldestramente di attentare alla sua verginità e, al contempo, Warren, dopo aver rischiato l’espulsione scolastica, si aggregherà a una baby gang.

Paradossalmente, il più apparentemente temibile “padrino” dei Manzoni, ovvero Giovanni, riuscirà invece per un bel po’ a nascondere, con ammirabile discrezione e sapido savoirfaire oculato, ogni segreto ottimamente dissimulato.

Addirittura, mettendosi a scrivere un romanzo autobiografico nel quale, per filo e per segno, narrerà le poco lodabili imprese tristemente leggendarie dei suoi discendenti. Divenuti ricchissimi in maniera punibile e criminosa, loschi personaggi malavitosi assai celebri nel loro ambiente di sporchi affari e perfino, non poche volte, rimasti impuniti.

Un libro che, per nessuna ragione al mondo, dovrà mai vedere la pubblicazione perché destabilizzerebbe e scuoterebbe dalle fondamenta, in modo allarmante, l’intero, mafioso apparato mondiale perché, se così fosse, verrebbero necessariamente svelati e portati alla luce ignoti misfatti, complotti e intrighi assolutamente celabili.

Inoltre, Giovanni Manzoni è cercato dalla famiglia Lucchese che gli ha dichiarato aspramente guerra per un’acerrima rivalità annale che, insanabilmente, si sta procrastinando in modo dinamitardo…

Riuscirà il nostro eroe, per modo di dire, a salvare la sua famiglia dall’incombente rovina e a sfuggire dalle grinfie d’ogni vile e agguerrito assalitore?

Bene, chiariamoci.

Luc Besson ha fatto decisamente di meglio ma Cose nostre – Malavita, malgrado i non eccezionali incassi ricevuti ai tempi della sua uscita e nonostante le critiche non esaltanti, è un bel film.

Che si avvale di un’atmosferica fotografia plumbea del cinematographer più habitué di Besson, ovvero Thierry Arbogast.

Un film ove a rilucere è la bellezza selvaggia della Agron e risplende, come sempre, il fascino radioso d’una perfetta Pfeiffer.

Ove De Niro e Lee Jones duettano, specie nel pre-finale, con magistrale alchimia con tanto di auto-citazione deniriana di Quei bravi ragazzi.

Detto ciò, sì, Cose nostre – Malavita non è certamente eccelso e brilla d’originalità. E De Niro, in attesa della possibile nomination all’Oscar per The Irishman di Scorsese, sebbene qui sia professionalmente aderente al ruolo del gangster ambiguo ed eccentrico cucitogli addosso da Besson, in passato offrì interpretazioni più consistenti e memorabili.

Curiosità: De Niro e la Pfeiffer recitano qui per la prima volta assieme. Interpretando la parte di marito e moglie, condividono spesso la stessa scena.

Entrambi parteciparono in vesti di co-protagonisti in Stardust e Capodanno a New York ma i loro personaggi non s’incontravano mai.

di Stefano Falotico

 

I due Papi, recensione

hopkins i due papi

Oggi, recensiamo per voi I due Papi (The Two Popes) diretto da Fernando Meirelles (The Constant GardernerCity of God), regista di abile e furbo mestiere, sapido allestitore di film spesso profondamente intrisi di magica trascendenza e spirituale metafisica.

Cineasta dunque quanto mai adatto ad adattare per il grande schermo l’opera teatrale del 2017, intitolata The Pope, sceneggiata da Anthony McCarten, plurinominato agli Oscar e specializzatosi oramai in lievi agiografiche di natura, potremmo dire, ecumenica e forse superficialmente buonista come dimostrano infatti i suoi forse sopravvalutati ed esageratamente incensati script de La teoria del tutto e di Bohemian Rhapsody.

Difatti, ne I due Papi (disponibile su Netflix da venerdì 21 Dicembre), si narra, romanzandola e fantasticandola probabilmente non poco, della vicenda riguardante l’amicale e affascinante rapporto privato fra Jorge Bergoglio/Papa Francesco (Jonathan Pryce) e Joseph Ratzinger/Papa Benedetto XVI (Anthony Hopkins), avvenuto fortuitamente in virtù di un cabalistico, imperscrutabile e forse propizio destino, dopo la morte, nel 2005, di Papa Giovanni Paolo II.

Dapprima, come sappiamo, fu eletto al papato Ratzinger che superò, nelle votazioni per ascendere al ruolo di pontefice, proprio Bergoglio. Al che Bergoglio, nel 2012, chiese un incontro a Ratzinger per parlargli personalmente, esponendogli inoltre, anzi soprattutto, la sua decisa intenzione di dimettersi.

Ratzinger, malgrado le pressanti e insistite richieste di Bergoglio, oppose ferma opposizione, rifiutandole in tronco.

Cosicché nel film assistiamo a un confronto-scontro teologico e intimo fra due personalità inizialmente agli antipodi. Incarnate rispettivamente dal tedesco Ratzinger e dalla sua apparente nemesi, Bergoglio. Il primo è ultraconservatore, aderente ferreamente alle più dogmatiche, assolutistiche e meno permissive regole della diocesi cristiana, mentre il secondo è figlio di una cultura liberale, peraltro accresciutasi nel tempo in seguito a un personale dramma occorsogli che lo maturò e segnò indelebilmente nel suo animo. Sin a condurlo a un processo di rinnovamento interiore e a un drastico cambiamento in aperto e controverso contrasto con molti precetti probabilmente antiquati della cristianità stessa. Ecco allora che I due Papi fornisce l’opportunità ai suoi due strepitosi, magistrali e impareggiabili protagonisti, Pryce e Hopkins, illuminati dalla grazia (è il caso di dirlo), di giganteggiare in una sfida recitativa straordinaria. Il film, difatti, sebbene emozionante e indubbiamente coinvolgente esattamente sul piano emotivo, se fosse stato spogliato delle loro superbe, estasianti, impeccabilmente perfette interpretazioni portentose e potenti, sublimi e squisitamente deliziose, giocate prevalentemente sui loro sguardi penetranti, sul dialettico loro rimpallarsi battute taglienti e provocanti, raffinate e sferzanti, non sarebbe certamente eccezionale. Poiché Fernando Meirelles, nonostante dimostri una collaudata professionalità, non di rado si lascia prendere la mano con alcuni siparietti estetizzanti da fiction televisiva.

Ma proprio grazie al tocco delicato dei suoi due trascinanti interpreti, a dispetto di un impianto troppo laudativo le vite da “santi” di Bergoglio e Ratzinger, I due papi colpisce sensibilmente al cuore.

di Stefano Falotico

jonathan pryce i due papi

 

C’era una volta a… Hollywood, recensione

cera una volta a hollywood poster

Non avrei mai voluto guardare l’opus n. 9 del celebrato Quentin Tarantino poiché m’ha disgustato, più che altro negativamente sorpreso e nauseato, spossato e profondamente rammaricato. Ne sono rimasto agghiacciato e costernato, rabbrividendo, l’ho sin dai primi minuti respinto, imperiosamente rifiutato. Insomma, l’ho stroncato ancora prima d’averlo visto e, vedendolo, nel mentre che lo visionai, rimasi ancor più affranto e sconsolato, deluso e frastornato.

C’era una volta a… Hollywood è insindacabilmente un film improponibile, impresentabile, in una parola, orribile.

Già nello scorrere io, tempo addietro, il primissimo trailer, avvertii il presentimento che, quando l’avrei guardato, ne sarei restato scioccato.

In tempi non sospetti infatti, cioè all’epoca, profetizzai che, tremante, avvilito da tale futura visione purtroppo avveratasi, non potei pensare che il Cinema di Tarantino avrei profanato e ingiuriato.

Sentori della disfatta di Quentin, eh sì, io già sentii visceralmente dopo Kill Bill. Carne al fuoco di scempiaggini mescolate però a qualche geniale tocco rimembrante atmosfere leoniane distillate in uno stile eccentrico da solito Cinema tarantiniano-tarantinato e concentrico ove ogni sua bischerata e alzata di testa, apparentemente inaccettabile, trovarono una quadratura del cerchio godibile pur nell’inanellamento di stupidaggini a bizzeffe e assurdità inimmaginabili e poco mirabili.

Tarantino firmò tre grandi film, ovvero Le ienePulp Fiction e Jackie Brown. Da allora, osannato oltre i suoi reali meriti, sprofondò irreparabilmente nell’autocompiacimento più narcisistico e solipsistico.

Perciò, dopo Bastardi senza gloria e qualche stuzzicante guilty pleasure, propose il terrificante The Hateful Eight. Film sbagliato dall’inizio alla fine, sì, totalmente erroneo, anzi, un devastante, abominevole orrore.

Poiché il Cinema non è solo una sceneggiatura che, seppur ottimamente scritta, fa acqua da tutte le parti e in cui il formato Panavision 70mm comprime ancora di più l’angusta prigionia di tale mostruosa sua claustrofobia visiva. Senza orizzonti prospettivi, senza emozioni sensibili. Una vetrina di caratteristici volti attoriali costretti a recitare vanitosi monologhi fini a sé stessi.

Un film, insomma, che avrei preferito non vedere. Sfortunatamente non mi rimase invisibile.

Ma non avrei mai e poi mai creduto però che Quentin potesse sfornare una baggianata colossale di tale portata raccapricciante.

C’era una volta a… Hollywood puzza di artificiosità sin dal primo istante, ammicca furbetto con citazionismi bambineschi, con memorabilia leziose e prive di benché minima originalità, annerito dal lusso ricreato spesso in studio d’un film costruito a tavolino per compiacere il fan medio dello stesso Tarantino. Il quale, difatti, andò e perennemente andrà in brodo di giuggiole nel vedere riprodotti (malissimo) i volti rifatti, senza CGI, di Polanski, di un macchiettistico Bruce Lee e di un grottesco, misero Steve McQueen.

Sì, già assistere, nella prima mezzora, a un fantoccio di McQueen che sbava per la plastificata Margot Robbie, oh, mio dio, mi atterrì e dovetti trattenermi dal vomitare.

Tutto è modellato a regola d’arte, davvero poco efficace, per la magnificazione d’un c’era una volta elegiaco soltanto della stanza delle bamboline di Quentin.

Prima delle riprese, fu annunciato in pompa magna come un thriller sull’assassinio di Sharon Tate e invece poi venimmo a sapere che si sarebbe trattato del consueto potpourri stronzo di Quentin.

Ove a giganteggiare è solo al Pacino in un cammeo di superbo pregio sofisticato, in cui DiCaprio, pur impegnandosi al massimo, annega nell’inconsistenza impalpabile d’un anodino personaggio un po’, come Quentin, troppo piccino e viziatino o forse, paradossalmente, prematuramente ingrigitosi, immalinconitosi e gravemente rincoglionito.

Brad Pitt, forse vincerà l’Oscar. Ma, a dirla tutta, recitò meglio in Ad Astra, film peraltro bruttissimo. E ho detto tutto.

Qui invece esibisce la sua bellezza civettuola con svergognata, imbarazzante far da virile oca.

Oca dai languidi occhi e dal fisico grezzo, asciutto e lercio che simpaticamente cazzeggia e nel nulla, però, non galleggia.

Stendiamo un velo pietoso sulla Robbie. Decisamente diversa da Sharon Tate e che, esornativa, coloratissima eppur a livello prettamente recitativo assai incolore, balla solamente in maniera puttanesca per lo sguardo allupato dello spettatore, sì, arrapato eppur ancora una volta da Quentin coglionato.

Devo constatarlo con enorme malincuore, è una pellicola fake che puzza lontano un miglio di fetore e che per niente emoziona né tocca sensibilmente i nostri cinefili cuori.

Sì, Quentin è rintronato ma il suo ostinato ammiratore, oltre a essere parimenti rimbambito, accetta passivamente ogni presa per il culo a suo danno, praticatagli da Quentin oramai auto-inculatosi.

Gustandosi masochistico, appunto, quest’enorme stronzata sconfinata.

Un film pessimo, un’oscenità.

Una merda.

Ignobile aria fritta, sterminata, aridissima vacuità. Ritirati, Quentin.

Come mai, infine, Damon Herriman funziona alla grande nei panni di Charles Manson nella seconda stagione di Mindhunter e invece qui la sua interpretazione appare solamente accessoria, anzi, macchiettistica e, in ogni sua accezione, ben più grottesca e peggiore? Perché Quentin, appunto, avrebbe dovuto girare un film retorico e nostalgico su Hollywood, sui suoi scheletri nell’armadio, sulle sue tramontate passioni e sui suoi mostruosi misteri così come avrebbe fatto David Fincher. Non perdendosi in chiacchiere e in sterili manierismi. Andando dritto al sodo in modo coeso, centrato e non dispersivo anziché, appunto, perdersi nella preoccupante indecisione se ritrarre la poesia del Cinema che con c’è più o edulcorare il suo insostenibile filmetto di tre ore mal dialogate, soporifere e piene d’inflazionati riferimenti, di ovvi cliché e ammantandole colpevolmente d’una insopportabile retorica e d’un fiacco retrogusto falsamente dolceamaro che non gli è affatto congeniale. Sì, non posso pretendere che un regista giri il film che desiderai che avrebbe girato secondo i miei intimi e più reconditi desideri ma posso almeno chiedere a Quentin di non inzaccherarci l’anima e la mente con questa sconcia boiata scontata che vorrebbe essere romantica e invece pare davvero, ahinoi, la pietra tombale più triste d’una sua carriera oramai inevitabilmente alla deriva, sì, naufragata.

Devo esserti lapidario, Quentin, dunque debbo senza i tuoi fronzoli, eh già, liquidarti in modo diarreico. E insuperbirmi nello stroncarti come Fonzie. Il tuo film da strapazzo sarà candidato a molti Oscar ma, tolto il fatto che, a eccezione probabilmente di Brad Pitt, non ne prenderà uno, Tarantino, dovresti finirla di fare tu stesso la statuina dorata e la bella figa come la Robbie. Qui, tutta impomatata e perfino troppo truccata.

Al tuo film do l’insufficienza piena, un bel 5. Altro che dieci e lode, anzi, sette. Se continuerai così, l’ospedale t’aspett’.

mde

DiCaprio deniriano

dav

pstola finta e giocattolo come Quentin

dav

Quentin, ti sparerai presto?

di Stefano Falotico

dicaprio

 

Storia di un matrimonio (Marriage Story), recensione

marriage story poster

Come sapete, dalla scorsa settimana, è disponibile su Netflix uno dei film più celebrati dell’anno dalla Critica statunitense, vale a dire Storia di un matrimonio (Marriage Story).

Una delle pellicole che certamente gareggerà in prima linea ai prossimi Oscar, già menzionata in tutte le categorie principali dai maggiori premi, appunto, pre-Academy Awards. Avendo già ricevuto ben 6 nomination ai Golden Globe e tre candidature ai prestigiosissimi Screen Actors Guild Awards.

Scritto e diretto da Noah Baumbach e interpretato da due attori in forma, Adam Driver e Scarlett Johansson.

In Concorso alla 76.a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia ove, dobbiamo ammetterlo, non si pensò che avrebbe ricevuto susseguentemente i plausi adesso riconosciutigli pressoché unanimemente, venendo infatti snobbato da qualsiasi premio, Storia di un matrimonio, chiariamolo subito, è un bel film, certamente, ma è stato ampiamente sopravvalutato.

Almeno questa è l’impressione suscitatami dopo averlo visto.

Storia di un matrimonio ricalca, in forma aggiornata ai tempi attuali, una vicenda sentimentale e intimistica, invero un po’ dolciastra e buonista, à la Kramer vs. Kramer, di una coppia divorzianda titubante se separarsi o no poiché v’è di mezzo il figlio piccolo. Una coppia forse ancora innamorata che comunque si troverà a battagliare legalmente.

Lui, Charlie (Driver), è un regista teatrale assai stimato nel suo ambiente intellettuale, lei, Nicole (Johansson), è un’attrice, spesso sua musa ispiratrice, logorata dallo stress e dall’impietosa, severa freddezza, in campo professionale e non, che suo marito, poco magnanimo recentemente nei suoi riguardi, le riserba con duro, puntuale, insopportabile e distaccato cinismo.

Questa coppia, angustamente soffocata dai loro esistenziali patemi e forse oramai prosciugata passionalmente, saprà riconciliarsi, nonostante tutto, dimenticando le reciproche acredini e stemperandole in un caldo, romantico e al contempo miracolistico ritorno di fiamma insperato e soprattutto disperato?

Non ve lo sveleremo, ovviamente.

Noah Baumbach, come sempre, piace molto al pubblico radicalchic. Così si diceva sino a un paio d’anni fa ma anche quest’espressione è divenuta velocemente desueta.

Baumbach allestisce un’altra pellicola robustamente influenzata da Bergman e debitrice degli psicodrammi newyorkesi di Woody Allen.

Ma Baumbach, a mio avviso, non possiede però il liturgico, straniante senso della metafisica tragicità di Bergman, tantomeno, per quanto i suoi dialoghi siano formalmente, egregiamente scritti e recitati con dovizia, non è e non sarà mai Allen. Cioè, è forse troppo autocompiaciuto nell’essere conscio di avere un discreto, appezzabile talento ma è privo di quella verve e di quell’innata, non calcolata, bensì spontanea, adorabile, delicata vena poetica squisitamente autentica e appassionatamente esilarante, surreale e magica di Allen. La presenza, nel cast, di Alan Alda non basta.

I suoi film sono deliziosi, sì, ma si dimenticano anche facilmente in fretta. In poche parole, si lasciano vedere con godibilità e scorrono, nonostante le loro lunghette durate spesso al di sopra della media, con estremo piacere. Ma non entrano nell’anima davvero né perturbano o divertono sin in fondo.

Malgrado l’impegno, la sofisticatezza delle loro agre e tenere sceneggiature eleganti, a dispetto della loro grazia stilistica, danno sempre l’impressione di essere troppo studiate e scialbamente riciclate da precedenti illustri già sopra citativi. Loro, sì, personalissimi, eccentrici e semplicemente superiori.

Storia di un matrimonio è allora un film drammatico dal passo lieve con molti momenti da commedia leggera, con numerosi passaggi umoristici e perfino gustosamente divertenti, che pare in molti punti addirittura una rilettura dei film morbidamente contemplativi di Sofia Coppola. Infatti, la Nicole impersonata, non senza qualche sbavatura, da Scarlett Johansson, sembra una Liv Ullmann rigeneratasi in una donna più giovane e bionda-castana, ovvero la stessa Johnasson (re)incarnatasi a sua volta nella versione matura della sua celeberrima Charlotte di Lost in Translation.

Adam Driver è bravo, molto bravo ma, se dovesse vincere l’Oscar, rubandolo a Joaquin Phoenix di Joker, rimarremmo assai perplessi.

La sua presenza scenica è imponente e Driver dimostra di sapersi destreggiare, con lodabile istrionismo e buona duttilità, fra toni puramente solenni, riflessivi, ponderosamente mesti e attimi scanzonati o solo più leggiadri, se non perfino soavi, commoventi o scherzosi.

Ma la sua performance, per quanto ottima, non vale comunque la potenza dell’interpretazione di Phoenix.

Per quanto riguarda i non protagonisti, invece, Laura Dern gigioneggia ma forse non giganteggia come s’è detto, Ray Liotta è simpatico e vive del suo fascinoso, strambo carisma.

Dunque, Storia di un matrimonio è un film da vedere, senz’ombra di dubbio.

Ma siamo lontani veramente dalla frettolosa nomea di capolavoro che la Critica gli sta esageratamente appioppando.

I capolavoro sono altri.

E, come già sopra dettovi, i migliori film di Allen sull’argomento, come per esempio Mariti e mogli, sono di un’altra categoria.

di Stefano Falotico

 

Intervista a Giulia Di Quilio a cura di Stefano Falotico

Aprile 2020Buongiorno amici,

intrepidi avventurieri delle nostre impavidità e dei nostri arditi sogni cinematografici più roboanti, scintillanti e gloriosamente ribaldi.

Oggi, mi sento onorato a intervistare una donna dal fascino straordinario senza pari, l’esuberante, sfolgorante Giulia Di Quilio.

Attrice oramai consolidata dalla venustà perfino imbarazzante per come, magneticamente estasiante, grazie alla perfetta sua slanciata fisicità inaudita, in virtù del suo carisma avvolgente, dei suoi ipnotici occhi lucenti, della sua versatilità impressionante e della sua simpatia contagiosa, sta sempre più imponendosi in maniera mastodontica, energicamente intemerata e fastosamente elegante nel mondo del burlesque, del Teatro e del vivo Cinema nostro italiano, volteggiando nel primeggiare, suadentemente irresistibile, al di sopra di altre sue colleghe che, dinanzi a lei, onestamente sfigurano.

In quanto Giulia possiede, per sua forte, innata natura, una raffinatezza stupenda sprigionata nella e dalla sinuosa soavità della sua bellezza marmorea da rossa donna meravigliosa innamorata della vita. Dolce e magicamente rosea.

Un amore così sentito che possiamo respirarlo, osservandola nel suo sguardo. Deciso, pregno della sua indubbia personalità inattaccabile e romanticamente guerriera del suo prode destino d’attrice oramai navigata in cerca, com’è giusto che sia, sempre di nuovi progetti entusiasmanti e di nuove prospettive lavorative artisticamente proficue.

– Giulia, non ti porrò le solite domande sulla tua carriera. Chi ti segue, come me, oramai conosce a menadito il tuo excursus artistico e mi parrebbe pleonastico, oltremodo ripetitivo, ripassarlo in rassegna.

Preferisco porti delle domande più, diciamo, inusuali e maggiormente centrate su ciò che Giulia Di Quilio è al momento, su quali saranno i suoi prossimi progetti.

Anzi, Giulia, se ti va, a briglia sciolta sei liberissima di raccontarci ciò che più ti aggradi. Lascio a te la parola, dunque…COPERTINA CALENDARIO 2020

Wow!

Che introduzione pazzesca!! Grazie, Stefano!

Partiamo dalla fine. Dal Calendario! È da qualche giorno arrivato in vendita, rigorosamente online, il mio calendario 2020.

Ti dico subito che ne sono molto orgogliosa, è un progetto interamente realizzato da me: sia la scelta delle foto, che appartengono a servizi fotografici realizzati da dieci fotografi differenti, sia la grafica, che la produzione e la distribuzione.

È stato molto divertente per me creare da sola questo piccolo business. Era la prima volta perché in passato ho realizzato calendari commissionati da aziende nei quali ero semplicemente “la modella” o al massimo “la testimonial”. Stavolta sono stata imprenditrice io stessa e questa cosa mi ha dato molta soddisfazione.

Passiamo poi alla domanda che mi fanno più spesso in questi giorni: perché un calendario?

Non è un genere superato? Ebbene, in realtà, i calendari si fanno ancora e si faranno sempre e sono diventati, ormai, un vero e proprio “genere”. Non c’è più il morbo degli anni novanta, i tempi sono molto cambiati e, più che essere una roba di feticismo erotico, sono diventati un prodotto da collezione, un oggetto quasi personalizzato che ha un suo valore estetico, artistico e di esclusività, oltre al rapporto diretto con il pubblico di riferimento, ovvero i miei fans!

Ecco, questo è il punto. È un oggetto molto apprezzato dai fan che hanno la possibilità di avere un oggetto davvero esclusivo a loro dedicato.

Senza il loro supporto, non sarebbe stato possibile! E sentire il loro entusiasmo verso questa mia iniziativa mi ha dato molta carica!

Per quanto riguarda i prossimi progetti, sarò in tournée con il mio spettacolo:

Un Passato senza Veli – Le grandi dive del burlesque a metà tra prosa e performance, tra elegia e affabulazione, per far rivivere i destini e le storie (complesse, struggenti, imprevedibili) delle pioniere dell’arte dello “Strip” perlopiù sconosciute nel nostro Paese (puoi acquistare i biglietti dello spettacolo dal mio sito www.giuliadiquilio.it). Inoltre sul versante cinematografico, ho in uscita per la prossima primavera il film Il Quaderno nero dell’amore tratto dall’omonimo romanzo di Marilù Manzini.Giulia Di Quilio gennaio 2020 Giulia Di Quilio Marzo 2020

 

Solo per vendetta di Roger Donaldson con Nicolas Cage, recensione

SEEKING JUSTICE, (aka JUSTICE, aka THE HUNGRY RABBIT), Nicolas Cage, 2011, ph: Alan Markfield/©Anchor Bay Films

SEEKING JUSTICE, (aka JUSTICE, aka THE HUNGRY RABBIT), Nicolas Cage, 2011, ph: Alan Markfield/©Anchor Bay Films

Vogliamo recensire per voi una pellicola passata piuttosto inosservata quando uscì, ovvero Solo per vendetta (Seeking Justice) di Roger Donaldson con Nicolas Cage, January Jones e Guy Pearce.

Realizzata con un budget veramente molto basso per gli standard hollywoodiani, cioè solamente 17 milioni di dollari, fallì totalmente al botteghino.

Gli spettatori, difatti, disertarono le sale che la proiettarono e la Critica, parimenti, non le fu affatto benevolente. Tant’è che, a tutt’oggi, metacritic.com le assegna un decisamente insufficiente 38% di medie recensorie, sicuramente una valutazione poco onorevole.

Nicolas Cage, inoltre, poté persino negativamente fregiarsi (ovviamente siamo sarcastici) di una candidatura ai Razzie Award per la sua interpretazione, sfiorandone la triste vittoria poiché sconfitto ai punti, diciamo, da Adam Sandler d’Indovina perché ti odio, venendo addirittura candidato nello stesso anno anche per un’altra sua performance poco amata e, potremmo dire, complementare e gemellare. Quella di Ghost Rider: Spirit of Vengeance.

Ma Solo per vendetta, distribuito qui da noi dalla Eagle Pictures il 2 Settembre del 2011, è davvero così brutto come si dice in giro? Anzi, nemmeno lo si dice in giro perché, come si suol dire, eh eh, di questo film pochi ne sono a conoscenza.

Perdonateci i nostri giochi di parole, intrisi di goliardica spiritosaggine ma è vero, Solo per vendetta è un film pressoché misconosciuto.

Nemmeno gli aficionado del mitico Nic Cage lo citano mai quando, in preda alla magnificazione del loro idolo, adorano enumerare le sue interpretazioni meno riuscite ma menzionabili in quanto da lui esibite senz’alcuna vergogna ma guascona sfrontatezza nei cosiddetti suoi guilty pleasure. A loro modo indimenticabili.

Pensate invece che il dizionario dei film Morandini gli assegna ben tre stellette e mezzo, definendolo il miglior film dell’australiano Roger Donaldson (Senza via di scampo, Cadillac Man, White Sands, Specie mortale, Thirteen Days, Indian – La grande sfida). Regista sicuramente non eccelso, vale a dire un perenne mestierante che, nel corso degli anni, s’è districato fra pellicole, spesso action, di puro intrattenimento decoroso senza però mai elevarsi allo stato di cineasta di significativo rilievo. Regista però, al contempo, nient’affatto disprezzabile, capace infatti di realizzare pellicole di genere forse non memorabili o annoverabili fra le migliori della storia, però corroborate di robusta efficacia e soventemente molto godibili.

Ecco, Solo per vendetta, se giudicato sotto questa prospettiva, cioè se visto come film senza troppe pretese, si rivela senz’ombra di dubbio un buon thriller di serie b della durata di un’ora e quarantacinque minuti che scorrono senza un attimo di tregua e c’incollano alla sua visione, tutto sommato soddisfacendoci e cinematograficamente saziandoci.

Trama:

Will Gerard (Nicolas Cage) è un professore di letteratura, felicemente sposato con la sua dolce e adorata moglie Laura (January Jones).

La loro vita coniugale, straordinariamente amorosa e sentimentalmente idilliaca, pare scorrere assai piacevolmente.

Sino a quando, durante una cupa notte, Laura viene aggredita e stuprata senz’apparente ragione da un uomo, rimanendo viva per miracolo.

Quella sera, Will aveva incontrato un suo amico e collega per giocare assieme a lui a scacchi.

Ovviamente, una volta appresa la terribile notizia dell’aggressione subita ai danni di sua moglie, si reca sconvolto in ospedale per sincerarsi delle sue condizioni.

Lei, per l’appunto, non è morta ma ha riportato delle fratture multiple e il suo viso è profondamente segnato da vistose ferite.

In sala d’attesa, Will viene avvicinato da un misterioso personaggio di nome Simon (Guy Pearce). Il quale si presenta a Will come il direttore di una segreta organizzazione in grado di uccidere ogni colpevole di gravi reati, come quello subito da Laura, in maniera rapidissima, senza che le vittime debbano perciò logorarsi in processi estenuanti e lunghissimi per cui spesso, peraltro, i criminali vengono assurdamente assolti a causa di scarsi indizi e/o prove contro di loro.

Simon offre una proposta indecente a Will. La sua organizzazione ammazzerà l’aggressore, da essa già subito identificato, in cambio di favori.

Will, assalito dalla confusione, ancora scioccato dall’agghiacciante evento occorso a sua moglie, accetta il patto propostogli da Simon.

Incosciente che, da quest’istante fatale in poi, verrà inconsapevolmente trascinato in un pericoloso gioco di gatto col topo ove Simon, da sadico manipolare del suo destino, rappresenterà per Will una sorta di strozzino malvagiamente burattinaio. Aspirando l’ignaro Will in una torpida, paurosa spirale di oscure macchinazioni, neri intrighi e spettrali omicidi.

Se la presenza nel cast di Guy Pearce è accessoria eppur iconica e memore del ben più sofisticato Memento, imponendosi comunque per scenica forza magnetica, irresistibilmente diabolica, Nicolas Cage si dimostra in tal caso altrettanto carismatico.

Infatti, recitando con la sordina, dunque tenendo in bilanciato controllo il suo non sempre apprezzabile, caratteristico overacting, pur non risultando sinceramente credibile nei panni di un’insegnante che declama ai suoi studenti alcuni celeberrimi sonetti di Shakespeare, stavolta è in parte e in palla.

Calibrando, infatti, con giustezza mimica le sue classiche, grottesche e fastidiose smorfie, qui invece armonicamente collocate al posto giusto e distillate con estrema moderazione, ha donato al suo personaggio un’intensa, incisiva statura drammatica da uomo che, ferito a morte, pur di soddisfare la sua sete di vendetta è stato ingenuamente pronto a un azzardato, adrenalinico gioco più grande di lui che gli ha divorato e spezzato l’anima in maniera, potremmo dire, tachicardica e “mozzafiato”.

Solo per vendetta è insomma, per noi, un bel film. Checché se ne dica. Un film compatto e appassionante che, senza fronzoli o superflui e deleteri intellettualismi, va dritto al sodo.

Un appagante prodotto che, sebbene non brilli per originalità, sa comunque ammaliarci in virtù anche della tetra e avvolgente fotografia volutamente da anni ottanta di David Tattersall (Il miglio verde, Con Air di Simon West e Next di Lee Tamahori con lo stesso Cage, Star Wars: Episodio I – La minaccia fantasma).

Curiosità: il titolo di lavorazione era The Hungry Rabbit Jumps. Naturalmente più strampalatamente originale di quello assai banale e generico poi affibbiatogli. The Hungry Rabbit Jumps, fra l’altro, è la frase pronunciata sino allo sfinimento da Guy Pearce, la frase chiave alla base dell’intricato rebus della trama del film stesso.

di Stefano Falotico

 
credit