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L’UOMO DELLA PIOGGIA, recensione

rourke rainmaker

Ebbene, oggi recensiamo uno dei film più sottovalutati, perfino bistrattati dell’immenso e indiscutibile Francis Ford Coppola (Apocalypse NowRusty il selvaggioDracula di Bram Stoker).

Ecco, molte persone bistrattano tuttora Jack, film invece forse da rivalutare e da rivedere col senno di poi, inquadrandolo nella poetica, soventemente incentrata sul tempo perduto, oramai inattingibile, e la nostalgia dell’irrecuperabilità dei momenti migliori della nostra esistenza da ringiovanire, rispolverare, meravigliosamente rievocare e rinnovare continuamente, rinascendo piacevolmente nella godibile regressione alla puerilità più giocosa e autoironica.

Ora, appurato che Jack è superficialmente ma unanimemente considerata la pellicola più brutta (da chi?) dell’indiscusso maestro Francis, torniamo subito a questo L’uomo della pioggia (The Rainmaker). Da non confondere con Rain Man di Barry Levinson, con Dustin Hoffman e Tom Cruise, il cui sottotitolo italiano è identico, per l’appunto, al titolo coppoliano da noi qui preso in questione e al quale dedicheremo la seguente recensione.

Tratto dal romanzo di John Grisham, omonimo nel titolo originale a quest’opus del regista autore di capolavori immortali come Il padrinoL’uomo della pioggia è apparentemente un legal thriller.

Invero, è molto di più. Cioè è l’ennesima, splendida metafora cinematografica, ad opera di Coppola, sulla purezza esistenziale da non corrompere né sporcamente lordare durante l’adulterabile, facilmente compromettente percorso alla vita lavorativa più “adulta”. La quale, per sua natura, è piena di ostacoli. Specialmente ricolma di conflitti d’interesse, potremmo dire, adottando in prestito un’espressione leguleia, destinati inevitabilmente a scontrarsi duramente con la nostra morale coscienziosa e la teorica ma impraticabile etica di non tradire mai i principi di umana giustezza e solidale giustizia equanime.

Trama:

Rudy Baylor (Matt Damon) è un giovane idealista neo-laureato in Giurisprudenza dotato di una sua precisa, integerrima filosofia professionale. Desideroso di far carriera onestamente, si fa assumere dal potente studio avvocatesco capeggiato dal titanico Bruiser Stone (Mickey Rourke), uno squalo forse non propriamente pulito in quanto sporco intrallazzatore d’imbrogli riprovevoli.

Pur di sbarcare il lunario, Rudy inizialmente accetta di ammorbidire la sua ferrea morale. E, per fare praticantato nel mondo reale e spietato dei cinici avvocati senza scrupoli, si affilia al mentore Cicerone di nome Deck Shifflet (Danny DeVito), scalcagnato praticante mai ammesso all’albo, però sottile conoscitore dei meccanismi e dei biechi sotterfugi del sistema giudiziario. Il quale, narrandogli i retroscena e i dietro le quinte della giurisdizione americana, lo porrà dinanzi a verità tristemente scandalose e rivelatrici della disonestà che sta alla base non solo della magistratura, bensì dell’american way of life piuttosto discutibile ché si regge sulla falsità e l’ipocrisia più affaristica e meschina, in barba ai deboli, soggiogati in forma caudina e destinati tristemente a essere dei perdenti falliti.

Secondo le testuali, argute e pertinenti parole del compianto Morando Morandini, The Rainmaker potremmo inoltre sintetizzarlo entro la descrizione fornitaci nel suo tomo dizionaristico, lasciato ora in eredità alle figlie Laura e Luisa:

«Memphis (Tennessee): un giovane avvocato, affiancato da un simpatico “paralegale”, ingaggia una difficile battaglia contro una compagnia di assicurazioni che non ha corrisposto il premio a un leucemico, morto poi per mancanza di cure. Il lungo romanzo (1995) di John Grisham è stato ampiamente potato dal regista e molti personaggi sono stati eliminati. Staccato dalla staticità del dramma giudiziario, il film ha i suoi momenti più interessanti fuori del tribunale. Opera di confezione, vanta una bella galleria di personaggi…».

Chi è l’uomo della pioggia? Cioè, qual è il significato intrinseco del titolo del film?

L’uomo della pioggia è colui che si carica di responsabilità e azioni onerose al fine d’arricchire le persone per cui è stato assoldato come semplice, anonimo lavoratore alla mercé del più furbo padrone.

The Rain People, il titolo originale di uno dei primi film di Coppola con James Caan, Robert Duvall e Shirley Night, nella traduzione italiana, da noi conosciuto come Non torno a casa stasera, ecco che viene “rifatto” in chiave aggiornata, tematicamente variata e nella trama mutuata dal regista de La conversazione.

Fotografia di John Toll (La sottile linea rossa) e musiche di Elmer Bernstein (Lontano dal paradiso) per un film bellissimo, emozionante e tesissimo per cui Coppola, abituato spesso a privilegiare film dalla grandeur intrisa di epica roboante e visionariamente magniloquente, si prodiga qui invece a illustrarci magistralmente una robusta vicenda dall’intreccio vigoroso e in perenne crescendo ritmico e filmico, inserendovi perfino straordinariamente e delicatamente una storia d’amore intimistica e commovente, col pretesto assai intelligente e soltanto apparente d’intrattenerci con quella che, a prima vista, potrebbe sembrare la solita, vista e rivista, trama processuale poco interessante e prevedibile.

Nel grandioso cast, anche il grande Jon Voight, Johnny Whitworth, Claire Danes, Dean Stockwell, Danny Glover, Virginia Madsen, Roy Scheider, Andrew Shue e Teresa Wright.

Il genio di Coppola, ladies and gentlemen.

Un regista capace sempre di rinnovarsi, di rigenerarsi inaspettatamente in modo magico e immenso.The Rainmaker Coppola poster

di Stefano Falotico

 

THE END? L’INFERNO FUORI, recensione

the end misischia poster

Un pupillo dei Manetti Bros. gira un film a base di strabuzzate, oculari pupille. Cinema per gustative papille che conoscono il piacere al dente del Cinema zombesco più cannibalistico, succulento, violentemente ripieno di gente putrescente.

Ebbene oggi, liberi da vincoli editoriali, recensiamo The End? L’inferno fuori.

Pellicola da considerarsi opera prima in termini, anzi, nel pertinente significato di lungometraggio, firmata da Daniele Misischia.

In quanto, dopo numerosi cortometraggi e il mediometraggio Anna: The Movie, Misischia (classe ‘85 e natio di Roma con 42 credits all’attivo, stando a IMDb) si cimenta in questo caso con un film dal minutaggio superante l’ora di durata. Per l’esattezza, The End? L’inferno fuori dura 1h e 40 min. netti.

I titoli di coda sono peraltro cortissimi.

Atteso al varco con la sua seconda prova dietro la macchina da presa, ovvero il venturo Il mostro della cripta, Misischia presentò The End? alla Festa del Cinema di Roma nel 2017 e la sua opus, inizialmente intitolata In un giorno la fine, patrocinata dai Manetti Bros. (Antonio & Marco), realizzata in gran parte grazie ai finanziamenti della regione Lazio poiché ritenuta d’interesse culturale, dallo stesso Misischia scritta in collaborazione con Cristiano Ciccotti (soggetto e sceneggiatura quindi di entrambi, così come infatti vengono accreditati nei titoli di testa sovraimpressi al frenetico suo incipit ambientato in un taxi durante Un giorno di ordinaria follia à la Joel Schumacher oppure nel bel mezzo frastornante d’un qualsiasi normale giorno convulso di ordinaria amministrazione, potremmo dire, frenetico della solita capitale italiana assai caotica e nevrotica), si palesa fin da subito come una pellicola sperimentale e dichiaratamente memore dei grandi maestri del thriller, dei film “de paura” (tanto per usare un’espressione per l’appunto capitolina), del brivido e del terrore, dell’horror di ieri, oggi e del domani appartenente, chissà, perfino allo stesso Misischia?

Misischia infatti, senza nascondersi dietro un dito, ben conscio della sua cinefila cultura amante della Settima Arte più prelibata e succulenta di John Carpenter e George Romero, di Dario Argento e tanti affini altri enormi cineasti, diciamo, “seminali” nel loro genere, indiscutibilmente acclamati e oramai storicamente specializzatisi nella loro riconoscibile poetica assolutamente personale ed estremamente rilevante, saccheggia a piene mani atmosfere e situazioni derivat(iv)e dai e dei nomi appena citati.

Plasmando il suo film entro i parametri e le coordinate narrativo-visive d’un kammerspiel sui generis evidentemente ricalcato su capisaldi cinematografici consolidatisi in maniera inossidabile nel tempo e nell’immaginario mnemonico di ogni adoratore delle inquietanti, rabbrividenti, asfissianti suggestioni stilistico-claustrofobiche alla Distretto 13 – Le brigate della morteLa notte dei morti viventi in versione sorprendentemente mutuata e ribaltata (innocuo e leggerissimo spoiler) e il Cinema più perturbante di Lamberto Bava (con tanto di lunga sequenza mostrataci d’esplicitato riferimento voluto e ricercato, anche in senso lato, a Dèmoni 2… l’incubo ritorna).

In bui tempi odierni nei quali stiamo tuttora, ahinoi, vivendo la cataclismatica e strozzante, paralizzante e spossante situazione pandemica del COVID-19, The End compare sempre in streaming su Netflix Italia e, rivisto adesso, involontariamente pare che sia stato profetico di moniti purtroppo attualmente concretizzatisi che, a loro volta, rimandano perfino al capolavoro più sottovalutato di M. Night Shyamalan, ovvero E venne il giorno (The Happening).

Trama, ridotta all’osso, di questo zombie movie verace, sanguigno, violento e sanguinolento a mo’ di splatter e gore reminiscenti perfino fumettistici stilemi alla Dylan Dog bonelliano, cioè la trama scarna di un film pieno di gente scarnificata: un uomo d’affari cinico e bastardo di nome Claudio Verona (Alessandro Roja), una specie di fac-simile in miniatura e nostrano del Gordon Gekko/Michael Douglas di Wall Street stoniano, prende il tassì per recarsi, come ogni dì, alla sua azienda ove fa molti quattrini, fregandosene totalmente del tassista Riccardo (Roberto Scotto Pagliara), neo-laureato in Economia che gradirebbe cortesemente qualche dritta o qualche “spinta” dal suo passeggero cliente maleducato, irriguardoso e screanzato.

Riccardo giunge nel suo lavorativo palazzone di cristallo e s’imbatte nella stagista Silvia (la carina, in ogni senso, ragazzina interpretata da Benedetta Cimatti, una giovanissima donna sulla quale forse, data la sua dolce e sensuale avvenenza leggiadra da provocante Lolita ante litteram, il nostro stronzo affarista nutre delle particolari mire un po’ bavose da scafato marpione irredimibile e incorreggibile. Difatti, dopo aver conversato velocemente con lei, ammiccandole fortemente e furbescamente, non tanto segretamente, in modo poco velato e molto interessato a secondi fini di matrice fottutamente sessuale e marcatamente svergognata, decide di punto in bianco di annetterla al suo entourage per darle una sentita… mano che potrebbe non poco aiutarla, di compromesso alquanto facilmente intuibile, a fare carriera onestamente…

Quindi, scorge la sua sexy ex, la biondona di fuoco in minigonna nera attillata, la longilinea Marta (Euridice Axen). Entra con lei in ascensore e, malgrado Riccardo sia ora fedelmente sposato, per modo di dire, con un’altra donna, vi prova nuovamente e spudoratamente con la sua trascorsa fiamma giammai dimenticata, eternamente e voluttuosamente desiderata. Che lo ferma però subito, castrando ogni azzardata sua avance indelicata, moralmente lercia e schifosamente spudorata.

Dopo essere stato stoppato in modo imbarazzante dall’arrapane Marta durante il suo momentaneo, illusorio momento speranzosamente tendente a qualcosa di piccante, ficcante e godibilmente eccitante, Riccardo rimane bloccato in modo scioccante, sempre più crescentemente preoccupante, in ascensore.

Restando seppellito vivo e impalato come un coglione sesquipedale nell’antro soprattutto di una situazione tragica e grottesca figlia dei peggiori incubi kafkiani. Inizialmente, Riccardo pensa che si tratti di un normale guasto che presto verrà riparato da qualche manutentore… Sì, da qualche addetto della tecnica manutenzione. Poi, sbigottito e sgomento, si accorge di essere in modo allucinante precipitato all’interno dei materializzati suoi più raccapriccianti, inconsci pavori bestiali.

La gente muore, scoppia l’orrore, le persone si stanno trasformando in zombi mostruosi.

Un virus di origine ignota, forse artificialmente creato in laboratorio, è sfuggito di mano ai suoi creatori, ai suoi scellerati inventori. Tale morbo virale è probabilmente la causa principale d’una mefitica, oscura malattia invisibile che sta causando terribili infezioni corporali delle più atroci.

Un inizio teso e incalzante, dalle premesse avvincenti e spiazzanti, quello di The End? L’inferno fuori, lentamente viene un po’ sciupato da un minutaggio esagerato in cui, nel vano tentativo disperato di cercare espedienti interessanti per smorzare la schematica cadenza di ripetitive situazioni soporifere e noiose, Misischia smarrisce non poche volte il baricentro della storia e, a livello prettamente ritmico, fa un po’ cilecca e confusione.

Però, il finale indubbiamente stupisce e colpisce anche per via di una bellissima carrellata dall’alto panoramico di una città deserta popolata solamente da cadaveri e corpi in via di tremenda putrefazione stupefacente e al contempo orrenda.

Come esordio non è male, no, non è per niente malvagio.

Ma, come si suol dire, Daniele Misischia deve ancora mangiarne… di panini.

Il peso… e la stazza, anche la statura non solo registica, di certo non gli mancano.

Diverrà un pezzo grosso? Alla bilancia… del tempo lasceremo decidere.

Sfonderà? Chi lo sa…

Misischia ha coraggio, come si suol dire, vale a dire il pelo sullo stomaco. Forse veramente ce la farà.

Intanto, Misischia esibisce la sua ispida barba da lupo intellettuale, forse un po’ da brava volpe navigata, che sa il mento e la mente sua.

di Stefano Falotico

 

 

MYSTIC RIVER, recensione

sean penn mystic river

Ebbene, oggi recensiamo l’acclamato e celeberrimo Mystic River di Clint Eastwood (Il corriere – The Mule).

Robusto, appassionante, incalzante e commovente drammone della durata di due ore e diciotto minuti uscito in sala nel 2003. Mystic River fu osannato dalla Critica mondiale ma forse, rivisto col senno di poi, sebbene premettiamo subito che trattasi indubbiamente di un’opera di estrema, magistrale, qualitativa importanza indiscutibile, soprattutto imprescindibile per ogni amante di uno dei più grandi registi viventi (atteso a fine anno con la sua attesissima, nuova opus, vale a dire Cry Macho), non sia esente da una certa difettosa, ricercata retorica e, a differenza di altre adamantine opere del maestro Eastwood, asciutte e maggiormente viscerali, sia una pellicola che, in molti punti, paia programmaticamente concepita in modo leggermente ricattatorio, cioè allestita con un’indubbia, premeditata studiatezza ruffiana per piacere a chiunque indiscriminatamente, date le tematiche scottanti in essa trattate e narrate già di per sé accattivanti poiché intrinsecamente seduttive ed eticamente stimolanti.

Mystic River è l’adattamento cinematografico, ottimamente sceneggiato da Brian Helgeland (già writer per Eastwood del magnifico e, questo sì, assai sottovalutato Debito di sangue), dell’omonimo romanzo di Dennis Lehane, da noi tradotto col titolo La morte non aspetta.

Per non sciupare la visione a eventuali ignari di Mystic River, pellicola come detto assai famosa e dunque si presuppone oramai vista da tutti, specialmente da ogni vero cinefilo amante della Settima Arte più imperdibile e pura, ci limiteremo in maniera assolutamente concisa a descrivervene, anzi ad accennarvi alla trama sinteticamente, delineandola nella sua secca essenzialità perentoria:

siamo a Boston nel lontano ‘75 ove la vita di tre ragazzi giovanissimi, Dave, Jimmy e Sean, sarà per sempre sconvolta da una brutale efferatezza mostruosa compiuta a madornale danno di uno loro, cioè il rapimento di Dave Boyle (Jason Kelly da bambino, Tim Robbins da grande), indotto ingannevolmente e in modo apparentemente innocuo da un finto sacerdote a entrare nella sua macchina.

Dave subirà segretamente un’immonda violenza pedofila e, a causa di tale aberrante, incancellabile e traumatico crimine perverso perpetrato contro la sua inviolabile purezza immacolata, da lì in poi dovrà perennemente convivere faticosamente contro i terribili demoni interiori della sua eternamente, psicologicamente lesa coscienza oramai irreversibilmente scalfita e ferita in modo atroce. Molti anni dopo, anche la vita di un altro dei tre, cioè Jimmy Marcum (Sean Penn), sarà emotivamente distrutta.

Poiché, in un bosco limitrofo alla città in cui abita, verrà scoperto in maniera scioccante il cadavere di sua figlia minorenne Katie (Emmy Rossum), barbaramente seviziata e uccisa orridamente.

A indagare sulla sua morte, neanche a farlo apposta, sarà Sean Devine (Kevin Bacon), uno degli uomini dell’inseparabile terzetto dei nostri… amici d’infanzia, adesso divenuto poliziotto.

Ma non è tutto…

Film dai molti ed evidenti pregi, Mystic River è un’opera certamente potente, sensibile e ovviamente perturbante, è il lapidario, mortifero ritratto nerissimo e spettrale di un’America che, da tempo immemorabile, ha perso la sua utopistica, trasparentemente innocente, bianca candidezza virtuosamente virginale a livello naturalmente morale.

Candidato a sei premi Oscar (fra cui Miglior Film e Migliore Regia), Mystic River si aggiudicò le statuette come miglior attore protagonista e come non protagonista, andate rispettivamente a Sean Penn e a Tim Robbins.

Grandioso e impeccabile a livello tecnicamente formale (splendida fotografia di Tom Stern, montaggio di Joel Cox, intera colonna sonora composta da Eastwood stesso), Mystic River è un grande film ma, come dettovi, è altresì il classico crimedrama spesso volutamente toccante da portarci inevitabilmente a credere che, in tal caso, Eastwood abbia peccato di calcolata furbizia per giocare abbastanza facile con temi che, per via della loro inattaccabile natura impegnata, giocoforza suscitano istintivamente lacrime e applausi a scena aperta probabilmente intenzionali, per quanto perdonabili, essendo un’opera bellissima ma partorita da un Eastwood, comunque eccellente, che però aveva preventivamente calcolato che, con un film così, avrebbe sbancato e, come si suol dire, sfondato una porta aperta in modo difficilmente criticabile.

Nel cast, Laura Linney, Marcia Gay Harden e Laurence Fishburne.

 

di Stefano Falotico

 

THE FATHER – Nulla è come sembra, recensione

the father poster

Oggi recensiamo la prima prova registica del talentuoso Florian Zeller. Ovvero lo stupendo e giustamente acclamato The Father.

Come detto, trattasi dell’esordio di Zeller dietro la macchina da presa, un esordio clamorosamente riuscito. Infatti, The Father è stato candidato a sei premi Oscar, fra cui la nomination come miglior film dell’anno. Stranamente però, così come soventemente accade soprattutto negli ultimi tempi, cioè da quando la selezione delle possibili pellicole candidate agli Academy Awards è salita, a discrezione dei membri della sua giuria, da cinque a dieci, è altresì ovvio e ben spiegabile che se, per l’appunto, possono essere candidati al massimo 5 registi e se di conseguenza i film in gara a concorrere al premio di Best Picture sono spesso superiori a cinque, qualche regista inevitabilmente è costretto giocoforza a essere trascurato.

Dunque, sebbene tale scelta ci paia poco plausibile e immeritata, Zeller non è stato nominato nella categoria di best direcor. Ce ne dispiacciamo poiché, così come sopra accennatovi e nelle seguenti righe da noi fermamente ribadito, The Father è un grande film diretto magistralmente. Nonostante, vi premettiamo, possegga un andamento narrativo che potrebbe apparire ostico e soporifero ai più.

Tratto dall’omonima pièce teatrale di Zeller stesso, adattata cinematograficamente da quest’ultimo assieme a Christopher Hampton (già sceneggiatore peraltro di un film dal titolo assai simile con Hopkins, ovvero The Good Father – Amore e rabbia di Mike Newell, oltre ad essere stato il writer del magnifico Espiazione di Joe Wright, e regista di Carrington), The Father è sostanzialmente un finissimo kammerspiel delicato della relativamente breve eppur assai intensa durata di un’ora e trentasette minuti.

Trama:

un signore di nome Anthony (Anthony Hopkins) in là con l’età, diciamo pure anziano, soffre da tempo di demenza senile, forse a sua insaputa. Malgrado l’acuirsi dei sintomi sempre più preoccupanti della patologia di cui è affetto e afflitto, il burbero Anthony non vuole essere aiutato da nessuno, tantomeno dalla figlia Anne (Olivia Colman). Che lui spesso confonde con un’immaginaria (?) donna (Olivia Williams) senza nome, vagamente simile nell’aspetto fisionomico ad Anne. Anthony, essendo un uomo orgoglioso, avverte come umiliante e degradante chiedere l’assistenza psicologica e il supporto umano a chicchessia. E crede unicamente alla versione del suo cervello. Cioè, probabilmente la versione degli eventi quotidiani che gli accadono e gli incontri che avvengono nel suo appartamento non coincidono con la realtà oggettiva. La figlia però, lentamente, vincendo le forti resistenze e le indubbie, difficilmente scalfibili ostilità del padre, con dolce premura e ammirabile sensibilità, insomma con enorme tatto e delicatezza, ribadiamo, malgrado i primi scontri col carattere indomabilmente testardo di Anthony, riesce ad avvicinarsi a lui sempre di più, sostenendolo nella sua dura battaglia contro la sua degenerativa malattia.

L’incipit di The Father è notevole perché, con colpi di scena ben congegnati, depista le aspettative dello spettatore stesso, stupendolo con trovate impreviste che destano, non solo agli occhi del personaggio interpretato da un superbo Hopkins, forte inquietudine spiazzante. Zeller crea infatti una giusta atmosfera ricolma di affascinante suspense per cui The Father, almeno durante i primi tre quarti d’ora, potrebbe essere scambiato addirittura per un thriller d’alta scuola polanskiana. Non a caso nel film, brevissimamente, compare a mo’ di semi-spettro la torbida co-protagonista de L’uomo nell’ombra, per l’appunto la Williams. Dunque, dopo aver mescolato le carte, memore forse di Memento (perdonate il consapevole gioco di parole), Zeller svela presto le sue intenzioni e The Father assume i precisi connotati di un profondo dramma intimistico tipicamente, stilisticamente di matrice francese. Difatti, Zeller, pur avvalendosi di attori principalmente inglesi, fra cui il bentornato Rufus Sewell (Dark City, Padrona del suo destino), è nato a Parigi. E non poche volte cita sia Londra, in cui è ambientata la vicenda, che la capitale della Francia (vedendo il film, capirete perché).

A differenza di quanto entusiasticamente affermato da alcuni critici fin troppo entusiasti riguardo il valore di The Father, il film a noi è piaciuto molto ma specifichiamo che non è un capolavoro. Bensì un’opera molto elegante dagli evidenti pregi importanti.

A partire dalla splendida recitazione di Hopkins e della Colman (il primo candidato come miglior attore protagonista, la seconda come non protagonista), passando per la suadente musica di Ludovico Einaudi (Nomadland) e l’accattivante fotografia naturalistica di Ben Smithard, fin ad arrivare al serrato montaggio di Yorgos Lanprinos.

Dopo il suo teso inizio pieno di sorprese narrative, il film si adagia su un ritmo molto lento e privo di scossoni nell’intreccio. Così che, superficialmente, potrebbe sembrare noioso, dunque potrebbe conseguentemente annoiare molti.

The Father è un film estremamente sofisticato e introspettivo la cui visione però non è di certo adatta a tutti.

Curiosità: il personaggio di Anthony, incarnato ovviamente e come detto dallo stesso Anthony Hopkins, nel film afferma di essere nato il 31 Dicembre del 1937. Ovvero lo stesso giorno di nascita di Hopkins stesso.

di Stefano Falotico

 

DRACULA DI BRAM STOKER, recensione

Dracula Stoker Coppola Poster

Ebbene, prima o poi dovevamo arrivare al Dracula di Bram Stoker firmato dal grande Francis Ford Coppola (Rusty il selvaggio).

Opera titanica ed epocale, Dracula di Bram Stoker uscì sui nostri schermi nel gennaio del ‘93 e dura due ore e otto minuti. Potremmo riduttivamente, semplicisticamente e in forma generalista categorizzarlo come horror ma, così facendo schematicamente, lo appiattiremmo in una monodimensionale visione che trascurerebbe la complessità delle sue molteplici tematiche molto più profonde, sfaccettate e non ascrivibili ad alcuna classificazione possibile.

È una versione piuttosto fedele al celeberrimo romanzo sempiterno di Bram Stoker. Sebbene, così come soventemente accade per le trasposizioni cinematografiche, differente in alcune parti (trovate tutto su Wikipedia), tagliate e rielaborate, reinventate e romanzate dallo stesso Coppola, autore della sceneggiatura assieme all’arguto James V. Hart.

Coppola ne fu anche produttore e lo straordinario, inaspettato successo del film risollevò pienamente le sorti, all’epoca profondamente in discesa, della sua Zoetrope che stava infatti rischiando la bancarotta.

Dracula di Bram Stoker rinverdì i gloriosi fasti della Monster Universe, rigenerando non mostruosamente, bensì in maniera mirabolante e sensazionalmente avanguardistica, l’intramontabile e immarcescibile mito del Nosferatu, divenendo al contempo il capostipite dei reboot sui generis concepiti e finanziati dalla TriStar Pictures a inizio degli anni novanta. Fra i quali figurarono, immediatamente dopo, il Frankenstein di Mary Shelley per la regia di Kenneth Branagh con Robert De Niro (opera effigiatasi, patrocinata e fregiatasi dell’egida di Coppola produttore), Wolf – La belva è fuori di Mike Nichols con Jack Nicholson e Michelle Pfeiffer, e Mary Reilly di Stephen Frears con John Malkovich e Julia Roberts.

I tre film appena succitati però si rivelarono, a differenza del Dracula di Bram Stoker coppoliano, un sonoro fallimento (forse ingiusto?) in termini di Critica e pubblico, cioè furono dei flop clamorosi soprattutto al botteghino, a prescindere dai loro eventuali, sottovalutati meriti artistici e dai loro possibili pregi qualitativi.

Trama:

corre l’oscuro anno 1462 e la cristianità è in pericolo in quanto i barbarici turchi, dopo la feroce conquista di Costantinopoli, stanno egemonizzando l’Europa dell’Est. Seminando morte e distruzione con impietosa furia atroce, detronizzando i fedeli adepti alla Chiesa di Dio nostro Signore.

Però, dall’arcana e plumbea, misteriosa ed esoterica Transilvania, uno stoico cavaliere rumeno impavido dal roboante nome di Conte Vlad, detto altresì Draculea (Gary Oldman), appartenente al Sacro Ordine del Dragone, un principe valoroso ribattezzato l’Impalatore, corazzato di un’armatura rosso cremisi lucidamente lustrata metaforicamente nella speculare finezza fascinosa del suo cuore elegantemente romantico e ricolmo d’acceso amore passionalmente focoso per la sua giovane, avvenente sposa di nome Elisabeta (Winona Ryder), battaglierà con intrepida prodezza al fine di sconfiggere ogni turco maledetto. Dopo un’ardua e interminabile guerra sanguinosa, ne uscirà trionfalmente vittorioso. Immantinente speranzoso di poter quanto prima ritornare a casa, celebrato per la sua epica impresa eroica, per riabbracciare Elisabeta e armoniosamente festeggiare con lei, amata prediletta, il suo nobilissimo e monumentale, eterno amore infinito.

Nel frattempo i turchi, per vendicarsi dello smacco subito a causa della loro débâcle (chiamatela se preferite disfatta o imbarazzante, imprevista sconfitta), hanno inviato una falsa missiva al castello di Draculea, destinando l’epistola ad Elisabeta. Raccontandole la bieca e perfida menzogna secondo la quale il suo amante, pur avendo vintoli col suo esercito, è tragicamente perito durante il combattimento.

Al che Elisabeta, assalita dallo sconforto e immensamente costernata per il madornale evento narratole, vittima del dolore più lancinante e colta all’istante da un’incommensurabile disperazione straziante, si suicida terribilmente e in modo fatale.

Quindi al suo ritorno che si preannunciava vittoriosamente, felicemente sfarzoso, Dracula, anziché poter solennizzare e perpetuare il suo immane amore appassionatamente romantico, sentendosi inspiegabilmente tradito dal suo dio per il quale con superbo onore si batté e sacrificò con dedizione assoluta, avendogli prestato mirabile giuramento credente, sconvolto per la morte devastante della sua Elisabeta, rinnega dio e lui stesso, consacrandosi a Satana al fine di poter risuscitare, forse illusoriamente, la morte irreversibile del suo nerissimo lutto incolmabile e angosciante.

Inoltre, essendo considerato il suicidio un peccato capitale meritevole di dannazione infernale, Dracula non potrà mai rivedere lassù in cielo paradisiaco, alla fine dei suoi duri giorni oramai per sempre traumatizzati dal cupissimo evento nefasto e indelebile, la sua dolce e innocente Elisabeta.

Elisabeta è morta e non tornerà più, Dracula è oramai perduto e distrutto. Lui stesso s’è trasformato in un’anima immortale, funerea e tetramente inconsolabile che vagherà fantasmatica nella sua malaugurata esistenza indissolubilmente tristissima e mortifera.

Poi, nel 1897 a Londra, l’ambizioso Jonathan Harker (Keanu Reeves) viene assoldato dal suo capo per risolvere un irrisolto caso immobiliare concernente l’acquisto lasciato in sospeso di molte case, situate in punti strategici e nevralgici della capitale britannica, effettuato per conto di un tale conte abitante in Transilvania. Un caso per cui già prestò servizio il fido Thomas Renfield (Tom Waits). Il quale però da allora, sciaguratamente, impazzì e conseguentemente fu internato in manicomio.

Harker parte così in viaggio alla volta dell’annunciatagli destinazione, abbandonando momentaneamente la sua donna, Mina Murray (sempre Winona Ryder). Avventurandosi in uno spettrale luogo ove l’eccentricità più macabra e sovrannaturale non poco lo perturberà.

Mina chi è, in realtà? L’incarnazione di Elisabeta, avvenuta in maniera fenomenale quattro secoli dopo?

Il Conte, invece?

Il professore Abraham Van Helsing (Anthony Hopkins), colui che darà caccia spietata forse al redivivo Dracula esso stesso reincarnatosi e ringiovanito similarmente a mo’ del Tim Roth di una successiva, eccezionale opus di Coppola, cioè Un’altra giovinezza, incentrata sull’imprescindibile e principale, portante tema caro a Coppola stesso e spesso ricorrente nella sua filmografia di indiscutibile e geniale maestro, vale a dire la nostalgia e la rinascenza del tempo apparentemente perduto e ritrovato di proustiana ascendenza, derivazione e memoria, potrebbe essere in qualche modo il vegliardo sacerdote inquietante di nome Cesare che sacramentò a Dracula la maledizione diabolica di cui quest’ultimo sarebbe stato vittima e carnefice incosciente?

Fotografia strepitosa di Michael Ballhaus, ammalianti e ipnotiche musiche in colonna sonora di Wojciech Kilar con Annie Lennox nei titoli di coda, tre premi Oscar (Costumi, Scenografia, Montaggio sonoro), un cast eterogeneo di attori in forma smagliante in cui compare per qualche attimo anche Monica Bellucci e su cui ovviamente primeggia, da dominatore universale della scena, un Gary Oldman in stato di grazia esaltante.

Curiosità: il direttore del doppiaggio della nostra versione italiana è stato Manlio De Angelis che nel film dà la voce a Waits.

Anthony Hopkins doveva inizialmente e come di consueto essere doppiato dalla sua voce italiana ufficiale, cioè quella di Dario Penne. Poi, si optò per la scelta di affidare a Penne la voce di Oldman.

Cesare Barbetti dunque doppiò Hopkins come già accaduto però soltanto un paio di volte.

oldman draculadracula winona ryder

di Stefano Falotico

 

CODICE GENESI (The Book of Eli), recensione

the book of eli poster

Ebbene, oggi recensiamo e ripeschiamo l’ottimo Codice Genesi (The Book of Eli) dei fratelli Albert e Allen Hughes.

Codice Genesi fu alquanto sottovalutato ai tempi della sua uscita nelle sale. Da noi uscì, per l’esattezza, in data 26 Febbraio 2010.

Sebbene la media recensoria, riportata da metacritic.com, sia piuttosto soddisfacente, cioè Codice Genesi vanti un discreto 53% (voto, tutto, sommato, sopra l’ampia sufficienza) di positive opinioni critiche, tale film firmato dai registi dell’acclamato La vera storia di Jack lo squartatore apparve a molti, come si suol dire, più che sbagliato, già visto e superato.

Permetteteci il gioco di parole, sì, è certamente anacronistico. Anzi è ambientato in un futuro à la Mad Max, dunque apocalittico e distopico. Però Codice Genesi, rivisto col senno di poi e con maggiore, lucida obiettività e ponderata, fine oculatezza, è un film da rivalutare quanto prima. Così come noi vi spiegheremo, speriamo esaustivamente e in forma chiara, concisa e precisa, nelle seguenti righe.

Sceneggiato dal fantasioso e valente Gary Whitta (After EarthRogue One: A Star Wars Story), Codice Genesi dura un’ora e cinquant’otto minuti. Nella sua corposa durata avvince e, fin dal suo incipit volutamente soporifero, invero argutamente permeato di torbide atmosfere suggestivamente ermetiche dalle tonalità verdi saturate in color corrections e computer graphics funzionali alla vicenda raccontataci, Codice Genesi profuma di lisergica stramberia originale, trasuda di purissima fantascienza assai amabile.

Per non sciuparvi la visione, nel caso non l’aveste mai visto, ci limiteremo ad accennarvene la trama, riducendola all’osso eppur fornendovene le stuzzicanti coordinate narrative chirurgicamente millimetriche nella speranza che, nella nostra sintesi evocativa la sua dimensione fascinosamente fuori dal tempo, millenaristica e al contempo visionariamente ammantata di brillante nichilismo a mo’ de Il corvo di Alex Proyas, possiate per l’appunto vederlo subito e ben apprezzarlo.

Trama: in una nera landa desolata, brulla e piena di costruzioni fatiscenti, in mezzo a un imprecisato luogo post-apocalisse, nel degrado d’una natura selvaggia, un uomo solitario (Denzel Washington) cerca rifugio ove riesce. Al che, dopo alcune disavventure e un’aggressione ricevuta e da lui sventata con violenza brada, in virtù delle sue prodigiose doti marziali da combattente spietato e brutale, giunge in una cittadina capeggiata, forsanche costruita, dal misterioso e minaccioso Carnegie (Gary Oldman, al solito meraviglioso e qui dalla magrezza spettrale e col viso butterato). Carnegie è in cerca da tempo immemorabile di un libro assai prezioso, anzi, importantissimo.

Qui ci fermiamo altrimenti vi sveleremmo troppo. Straordinaria fotografia chiaroscurale e, per l’appunto, egregiamente atmosferica di Don Burgess (Forrest Gump) e un cast rilevante in cui si mettono in mostra la rediviva Jennifer Beals (Flashdance), la splendida e solare Mila Kunis nei panni di Solara, Ray Stevenson, Michael Gambon e un inquietante Tom Waits, il quale rincontra Oldman dopo l’epocale Dracula di Bram Stoker di Francis Ford Coppola, sono le facce giuste per questo peculiare, barbarico western metropolitano diretto con grintoso piglio dagli Hughes. Qui parecchio ispirati e poi, ahinoi, persi per strada.

Codice Genesi, verso la parte centrale, un po’ arranca e perde ritmo, smarrendosi forse in una storia abbastanza banale a base d’inseguimenti rocamboleschi e sparatorie troppo insistite ma, ripetiamolo, appassiona e non dà un attimo di tregua. Carnegie riuscirà ad acciuffare il suo bramato libro e forse ad agguantare chi ne è in possesso? Intanto, se Codice Genesi, vi fosse sfuggito, cercatelo e recuperatelo.

Cammeo finale di Malcolm McDowell (non accreditato).

gary-oldman-codice-genesi

di Stefano Falotico

 

TUTTI I SOLDI DEL MONDO, recensione

soldi del mondo charlie plummer

Ebbene, oggi recensiamo (sì, abbondiamo di plurale maiestatico, moltiplichiamoci nella pluralità, ah ah) Tutti i soldi del mondo (All the Money in the World) di monsieur Ridley Scott.

In concomitanza con le riprese, attualmente in corso in quel del lago di Como, della sua nuova opus, ovvero House of Gucci con la regina più trasgressiva e irresistibilmente sexy del panorama musicale del mondo, mrs. Lady Gaga, qui nei panni della dark lady Patrizia Reggiani e, nella vita reale, oramai regale per via dei soldi da lei accumulati, matrona invincibile della femminilità più fascinosamente perversa e ancestrale. Lei, l’incontrastata trentaquattrenne signora del gossip per eccellenza, vale a dire la splendida, torbida e voluminosamente misteriosa donna voluttuosa che mi fa impazzire più di tutte le altre poiché, talvolta, pare l’incarnazione della Gioconda, cioè è il ritratto vivente d’un eterno capolavoro di Leonardo esemplificato nella sua immane carica erotica seduttiva profondamente ambigua. Lady Gaga, androgina e al contempo emblema totale del sex appeal più bestiale e muliebre. In quanto sa essere porca soltanto ammiccando inavvertitamente ed è contemporaneamente, straordinariamente elegante anche quando, anziché indossare tailleur e pantaloni maschili, lascia intravedere con classe le sue magnifiche caviglie sinuosamente allineate, intarsiate perfettamente e sensualmente intonate alle sue feline e iper-sensuali movenze da superbo lato b perennemente basculante e per noi uomini decisamente arrapante.

Scusate, non perdiamoci in seghe non mentali.

Questo Tutti i soldi del mondo non vale una pugnetta ma è comunque piacente. Certamente godibile ma non amabile sconfinatamente e passionalmente come Lady Gaga. Una donna cougar per cui sborserei i pochi soldi da me depositati alla Carisbo, sì, la Cassa di Risparmio, pur di pagarla profumatamente se anche solo privatamente mi donasse una notte d’amore selvaggio alla Kendra Lust che fu.

Lady Gaga, prototipo della lussuria personificata. Ce la vogliamo dire senza peli sulla lingua, anzi, speriamo coi suoi dopo un rapporto con lei non solo orale? È una gnocca esagerata!

Io non sono però uno da quattro soldi, ah ah, né uno che vuole mandare tutto a puttane. Neanche son un magnaccia. Lady Gaga vuole il denaro (s)porco dai veri magnati. Mannaggia!

Eh sì, miei mangioni, è una donna imperiale che, durante le pause dei ciak a Roma di House of Gucci, al sopraggiungere della caliente, stuzzicante night dopo una giornata spossante di lavoro duro e stressante, ospita nella sua suite d’albergo lussuriosa, no, lussuosa che affaccia sui Fori Imperiali, un uomo che le sia a letto gladiatorio al Massimo… Decimo Meridio. Con tanto di doppietta del doppiatore Luca Ward, romanaccio di origine controllata più d’un piatto di fettuccine all’amatriciana. Lady Gaga è gioconda e giocosa. Sì, di giochi d’adulti gioca sporcamente eppur rimane intonsa. La sua caratura, non a mille carati di qualche dente rifatto, è immacolata. No, dorata. Lei, interprete di A Star Is Born, è una stella già immortale e non una friabile cometa che non cadrà mai nella notte di San Lorenzo. Mica una meteora, uomini panzoni che soffrite di meteorismo e che vi siete ridotti solamente a leggere le previsioni meteorologiche.

Lei è una tigre divoratrice d’ogni volpone e veste anche pellicce leopardate. È una d’alto bordo, mica una lupa qualsiasi che batte vicino ai Castelli Romani. Eh sì, miei poltroni e pelandroni. Lady Gaga adora farlo pure su ogni poltrona, mie tardone.

Qui parliamo d’una signora, come detto, della notte scura. Eh sì, miei figli di tr… ia. D’altronde, per entrare in Lady Gaga, no, in uno di quei forni crematori, no, nei fori degli imperatori, bisogna passare per Colonna Troiana e imboccare poi quello di Cesare. Date alla Gaga ogni gigolò, cioè quel che è di Cesare ma anche di Mario, di Giuseppe e forse di qualche riccone bello. Uno che non va mica a Riccione, miei ricchioni. È una donna dal culo sfondato.

Mica una moralista bigotta che crede nel Papa. Questa qui tutti le pappa e in un sol boccone se li magna.

Ebbene, tale House of Gucci sarà una puttanata storica.

Parimenti a Tutti i soldi della Gaga, no, ad All Money in the World, la Germanotta tutti se li gira, no, questo film sovreccitato, no, succitato, nella capitale italiana stanno girando. ‘Sti cazzi!

Basta ora con l’essere prosaici e con le popolane. Che sono tutte queste ville, no, villan(i)e?

Paolo Mereghetti, nel suo Dizionario, stroncò Tutti i soldi del mondo. Altrettanto fece impietosamente sull’editoriale del Corriere della Sera.

Leggiamo testualmente e integralmente la sua recensione edita, a mo’ di editto plebiscitario, no, pubblicata in data 3 Gennaio 2018.

È la seguente, miei amici condottieri. Orsù, seguitemi. Non perdete il filo di Arianna, quello di Charlize Theron della celeberrima pubblicità del Martini e lo spacco delle minigonne della Gaga, miei gagà e lacchè, eh eh.

Mereghetti è il nostro Cesarone alla Claudio Amendola, no, il nostro Cicerone. Eh sì, miei guaglioni e mariuoli-marpioni. Non fate i furboni! Ecco la trascrizione:

Ma che film è mai questo Tutti i soldi del mondo? Non è opera di finzione, come spiegano le didascalie all’inizio e alla fine che ribadiscono il legame con la Storia e l’intenzione di collocare la trama all’interno di quel nodo di vipere che fu la famiglia Getty. Ma non è neanche opera di ricostruzione o interpretazione perché le «libertà» che si prendono lo sceneggiatore David Scarpa e il regista Ridley Scott sono tali e tante da rendere inattendibile quel che si vede, a cominciare dal luogo del rapimento, che non avvenne lungo viali frequentati da prostitute (perfettamente bilingui!) ma nella ben più centrale piazza Farnese. L’idea di Ridley Scott per il suo venticinquesimo film era quella di abbandonare i terreni a lui più familiari della fantascienza e dell’action per raccontare il rapimento di Paul Getty III (Charlie Plummer, nessun rapporto con l’attore Christopher), prelevato il 10 luglio 1973 a Roma e liberato in Basilicata il 17 dicembre dello stesso anno dopo che nel novembre gli era stato tagliato un orecchio per sollecitare il pagamento del riscatto: all’inizio diciassette milioni di dollari poi scesi a circa quattro, cioè un miliardo e seicento milioni di lire.

Ma alla sceneggiatura (così come ai sequestratori, legati alle ‘ndrine calabresi) interessa soprattutto la reazione del nonno del rapito, il magnate del petrolio Paul Getty I (Christopher Plummer), l’uomo più ricco del mondo ci fa sapere il film, che dichiarò subito l’intenzione di non pagare alcuna cifra per evitare ulteriori rapimenti dei suoi numerosi nipoti. Accentuando così il suo scontro con Abigail Harris (Michelle Williams), moglie divorziata di Paul Getty II (Andrew Buchan) e madre del rapito e di altri tre figli. Il «mostro cattivo» (e ricchissimo) contro la «mamma buona» (e povera). E in mezzo il «freddo calcolatore», l’ex agente Cia Fletcher Chase (Mark Wahlberg) che il magnate mette a fianco dell’ex nuora per aiutarla nella trattativa. Poteva essere lo spunto per un confronto teso e appassionante che però il film spreca con una serie di cadute che a volte rasentano la comicità involontaria (l’incontro di Chase con le Brigate rosse, che all’inizio sembravano coinvolte: per far capire chi sono, tengono uno stendardo con il loro nome ben in vista nel loro appartamento), a volte scivolano nei luoghi comuni più scontati (la corruzione o l’incapacità delle Forze dell’ordine italiane), a volte penalizzano attori altrove eccellenti (come Romain Duris nei panni del sequestratore Cinquanta, costretto a smorfie sovrumane, si immagina per via della sua origine calabra).

Ma più dei luoghi comuni su un’Italia che sembra uscita dalle barzellette, quello che sembra interessare davvero Ridley Scott (e soprattutto la casa di produzione Sony) era mettere il film al riparo dai boicottaggi del pubblico americano, dopo che Kevin Spacey, scelto all’origine per il ruolo del miliardario, era diventato uno dei «nemici» da abbattere nella guerra ai molestatori sessuali. E così, a sei settimane dall’uscita americana, il budget del film è passato da quaranta a cinquanta milioni di dollari per chiedere a Christopher Plummer di rigirare le ventidue scene in cui appariva il reprobo Spacey, al ritmo di diciotto ore al giorno di lavoro (un tour de force non indifferente per l’ottantasettenne attore canadese). Sarebbe bello poter confrontare le due interpretazioni (quella di Spacey si era intravista in alcuni trailer), ma la prova di Plummer è comunque una delle due cose buone del film, insieme a quella di Michelle Williams. Sono loro, con l’intransigenza dell’uno e la testardaggine dell’altra, a dare al film qualche momento di interesse, quelli in cui Ridley Scott si ricorda di essere ancora un buon regista, capace di giocare sui contrasti dei caratteri e tener desta l’attenzione dello spettatore. Per il resto, la pellicola scivola nel previsto e nel prevedibile, quando non decide di stravolgere decisamente i fatti, ricostruendo a capocchia la liberazione del giovane Getty e castigando con una morte prematura (in realtà se ne andò due anni dopo) il super-cattivo del film, specie di ritratto esageratamente sopra le righe tra Barbablù (che qui se la prende coi figli e non con le mogli) e zio Paperone.

Qui invece la mia lapidaria, infantile regressione, no, superba recensione.

Copio-incollo anche la sorca, no, la trama e la sorta di prefazione da Wikipedia:

Il 10 luglio 1973, a Roma, alcuni membri della ‘ndrangheta rapiscono il sedicenne John Paul Getty III. Il loro obiettivo è ottenere un lauto riscatto da parte del nonno del ragazzo, il noto magnate dell’industria petrolifera nonché uomo più ricco del mondo J. Paul Getty. Il miliardario lascia tuttavia la stampa ed i rapitori stupefatti quando si rifiuta categoricamente di pagare la somma pattuita, anche se questo potrebbe significare la morte del nipote. Per Gail Harris, madre del ragazzo ed ex nuora di Getty, inizia così una lotta contro il tempo per salvare il figlio da morte certa.

wahlberg all the money in the world
Partiamo, miei prodi contro i porci e i prodi.

Evviva Roma, Ulisse e Troia, Itaca e l’Italia ove il pettegolezzo abbonda. Ah, quanti vigliacchi, ne sa qualcosa Don Abbondio. Abbondiamo!

Il re è morto, invece Fabrizio Corona?

Charlie Plummer è davvero il nipote di Getty/Plummer o trattasi di casuale omonimia?

Come disse Corrado Guzzanti, la seconda che hai detto.

Charlie Plummer rimarrà un attore piuttosto anonimo? Quando morirà più ricco di Getty, la gente lo ricorderà, sarà cioè tramandato ai poster(i), oppure le persone si domanderanno, se mai se lo chiederanno, come si chiamava, pure? Non ricordo…

Ah, Quelo lì, ove quello viene detto alla romana…

Io scrivo liberamente qui libero da vincoli editoriali senza le marchette di Scott che chiama Jared Leto. Uno che veste anche Armani, fra l’altro. E non paga i vestiti firmati. Firma solo i contratti per ricevere tutti i soldi del mondo affinché indossi, senza interessi, pure Ermenegildo Zegna, semmai…

Getty, Gucci e soprattutto, miei ciucci, Balthazar Getty è davvero il nipote di suo bisnonno Christopher Plummer/John Paul o dello stesso personaggio interpretato da Kevin Spacey in Tutti i soldi del mondo?

Eh già, certa gente nasce con un culo della madonna. Chi, la Ciccone o la Gaga? Certa gente ha bisogno di lavorare e farselo.  È già baciata dalla fortuna dalla nascita. Tant’è che David Lynch, dopo aver inserito l’orecchio mozzato di Getty/Charlie Plummer in Velluto blu, ah no, scusate, volevo dire… mi sono perso. Vado ritrovato dall’agente Cooper.

Esatto, in Strade perdute, Lynch regalò a Balthazar la possibilità gratuita di poter toccare persino il fondoschiena ignudo di Patricia Arquette.

Capisciste?

Come dice Marco Leonardi in Tutti i soldi del mondo.

Leonardi, non Leonardo. Nato a Melbourne eppur dall’accento spiccatamente siculo. Nuovo Cinema Paradiso docet.

Leonardi, attore di Viva San Isidro! Con in locanda da osteria, no, in locandina lui avvinghiato dalle gambe avviluppanti di Lumi Cavazos. Quella di Come l’acqua per il cioccolato!

Da non confondere con Come l’acqua per gli elefanti, eh sì, non sono Elephant Man.

David Scarpa è uno sceneggiatore che fa a tutti le scarpe? , ma allora è un ciabattino. Ah ah.

In questo film, abbiamo anche Romain Duris, attore francese che parla siciliano stretto meglio di Rosario Fiorello. Ex di Gian(n)ina Facio. Che oggi sta con Ridley Scott. Duris ha origini calabresi? E nel tugurio, in cui è segregato Getty, bisogna stare zitti e mosca. Però, in mezzo a tale sporcizia, volano i calabroni.

Per dirla alla Federico Frusciante, è tutto un troiaio! Frusciante però asserì, nella sua monografia su Scott, che Tutti i soldi del mondo sia più che soddisfacente. Adesso, la prima ora è girata molto bene. La tensione è palpabile più di Lady Gaga e Patricia Arquette e non so come abbia fatto Scott a sostituire Spacey all’ultimo minuto, rigirando tutto con Plummer. Da poco peraltro deceduto. Richiamando tutta la troupe e il direttore della fotografia Dariusz Wolski. Nella seconda ora, non è luogo comune dire a ragione, così come sostenuto da Mereghetti, che le inattendibilità e le inverosimiglianze siano davvero indigeste. Per l’appunto insostenibili. Assolutamente ridicole. Al che, il film diventa una fiction alla Giulio Base. Infatti, compare pure lui. Eh già, Giulio, cosa si farebbe pur di campare… Comunque, in famiglia state bene. Tua moglie è quella gnocca della Gaga, no, di Tiziana Rocca. E, nel film Poliziotti, ficcasti anche Nadia Farès. In senso lato, eh. Poiché, se Balthazar Getty ebbe culo in senso metaforico e quello dell’Arquette in seno, no, fisico senso, Claudio Amendola ebbe quello di Monica Bellucci e pure di Nadia Cassini?  No, forse chissà… lo ebbe il doppiatore Luca Ward, no, Luca ha quello di Giada Desideri. Luca ridoppiò James Woods in C’era una volta in America. Girato perlopiù a Roma. Mentre De Niro, nella versione storica originale, fu doppiato dalle fettuccine? No, da Ferruccio. Che casino! Che bordello. Evviva Pasolini! Sì, in effetti molti mi paragonano a Pier Paolo. Infatti, da tempo cercano di ammazzarmi? No, di ricattarmi e sequestrarmi, di farmi passare per pazzo affinché la mia famiglia, a mo’ di Ransom con Mel Gibson, paghi a delle merde mafiose il riscatto. La pagheranno!

Uno scandalo! Mi faranno prima o poi fuori alla maniera di Willem Dafoe del Pasolini di Ferrara o de L’ultima tentazione di Cristo? Anzi, sapete che vi dico? Finirò io di girare Porno-Teo-Kolossal.

Ora, a parte le esagerazioni e le provocazioni sboccate, no, alla Boccaccio… ecco, a parte Mamma Roma, a volte Scott è un accattone. Michelle Williams è bravissima ma non è, a differenza della Gaga, una milfona. In Shutter Island ammazzò i figli, qui si redime. Non piange quasi mai, anzi, nelle scene tragiche sembra che rida sotto i baffi come la Franzoni… Mark Wahlberg è spaesato e sembra scoglionato. Come se dicesse, per fortuna m’hanno pagato tutti i soldi del mondo per rifare tutte le scene con Christopher Plummer. Che du’ coglioni. Tutti i soldi del mondo non fa venir du’ palle, però è molto brutto in molte parti. Ripeto, se ave(s)te qualche soldo da parte, non vi basteranno per riscattare Lady Gaga e intascarvela.

Dunque, avete due possibilità per farvela. No, per farcela. Accettare di averlo preso in quel posto e fatevelo duramente. Perciò, certe idee di Frusciante sono pienamente condivisibili. Quando invece strumentalizza addirittura Scott, capitalista per eccellenza, dicendo che Scott con Tutti i soldi del mondo voleva lanciare un messaggio politico, fa ridere i polli… Pure, purissime farneticazioni populistiche e retoriche da se famo du’ spaghi e baccalà. Paghiamo (al)la romana o alla livornese?

Voto al film, per finire: 6 e mezzo, forse 8, facciamo 4 e tagliamo l’orecchio, no, la testa al toro. Anche al porco e alle lupe.

 

di Stefano Falotico

 

L’ora più buia, recensione/i. Anzi, DARKEST HOUR!

darkest hour oldman

Ebbene, mi mancava questo film. Sinceramente, sebbene in passato ne accennai più volte, in verità vi dico che, ai tempi della sua uscita nelle sale, mi sfuggì.

Fu un periodo per me assai tribolato ove perfino ingrassai a mo’ del Gary Oldman di questo film.

Ma, alla pari dello strepitoso, immarcescibile Gary, qui simile al De Niro di Toro scatenato del secondo tempo, appesantito oltremodo à la Christian Bale di Vice – L’uomo nell’ombra, è inconfutabile che similmente a questi attori maestri dell’eclettico trasformismo e del “fregolismo” fisico più camaleontico, io sia altrettanto capace di mutare aspetto in maniera impressionante.

Detto questo, appurato ora il mio dimagrimento, auto-magnificando il mio istrionismo insuperabile, acclarato davanti al mio specchio il mio Falotico rigenerato e ringiovanito in modo miracolistico e superbo, cioè dopo l’aver ritrovato il mio peso forma congenito, non alterato da una vita sregolata, più che altro ingiustamente sedata, non voglio più condurre una vita sedentaria, no, in tale sede effettivamente non recensirò personalmente questo capolavoro inaudito. Del quale, pochi minuti fa, ho ordinato il Bluray in 4K, nella speranza di poter riparare presto il mio lettore…

Paolo Mereghetti non spese belle parole in merito a quest’opera straordinaria, oserei dire magnifica di Joe Wright. Onestamente, non ne capisco le ragioni. Definì, su Io Donna, la prova di Oldman un’identificazione caricaturale, quasi da Bagaglino, del titanico Winston Churchill. Ah ah, niente di più sbagliato. E ritenne l’opera di Wright risibile in molti punti, inguardabile e populistica nella scena in metropolitana prima del climax finale.

Giudicando troppo superficialmente questa perla sconsiderata, cinematograficamente altissima e pregiata. No, non è un semplice e banale ritratto agiografico dello statista Churchill.

È molto di più. Difatti, Mereghetti si ravvide e corresse, aggiustò cioè il tiro nel suo Dizionario dei Film.

Innanzitutto, rappresenta il miglior film in assoluto del grande Joe Wright. Ho scritto Joe, da non confondere con Edgar.

Dopo alcuni scivoloni e il pasticciaccio (forse) di Pan, disastro assoluto al botteghino e macellato senza pietà dalla Critica mondiale, Wright dimostra/ò ancora una volta di essere uno dei massimi registi “giovani” (classe ‘73) del panorama mondiale.

Qui, avvalendosi d’un Anthony McCarten mai così ispirato, come già dettovi, realizza/ò un masterpiece immane.

McCarten, specializzato oramai nell’allestimento, più o meno riuscito, comunque sempre stimabile di biopic sui generis ispirati a grandi personaggi storici del passato e non. Forse da lui stesso troppo mitizzati o comunque, in modo sacrosanto, in gloria immortale elevati e venerati.

Ecco allora Stephen Hawking de La teoria del tutto, Freddie Mercury di Bohemian Rhapsody, Papa Bergoglio de I due papi.

Eddie Redmayne vinse l’Oscar nei panni di Hawking, stessa cosa successe (e che successo) per Rami Malek as Mercury, non smentendo il detto non c’è due senza tre. Poiché, nel mezzo, vi fu Oldlman.

Forse è altresì vero, anzi, in tal caso più realistico, che non c’è 3 senza 4. Poiché Jonathan Pryce, per Two Popes, non vinse.

Ora, Darkest Hour è emozionante, Oldman è incredibile e fenomenale, Wright dirige da dio, è un virtuoso delle sottigliezze visive, e Ben Mendelsohn, qui sua maestà il Re George VI, è eccezionale.

Quindi, ho sentenziato senza girarvi troppo attorno.

Voglio qua copia-incollarvi le belle recensioni a riguardo di Anton Giulio Onofri e di Luca Pacilio, rispettivamente per CloseUp e spietati.it

Delle quali, anzi dei quali (riferito a loro due appena succitati), condivido appieno ogni singola parola.

Piccoli aneddoti prima della trascrizione, diciamo, integrale delle reviews.

Mia nonna materna defunta, di nome Margherita, ebbe un amico di nome Onofrio. Mentre Onofri fu un mio contatto Facebook per qualche anno. Nelle sue info FB, si trova scritto a tutt’oggi che frequentò l’Università del sacro Clint Eastwood. Da me inventata, da me rubatami.

Si complimentava sempre per la mia voce. Onofri la reputa ancora stupenda.

Poi, gli mandai un vocale troppo aggressivo, in quanto venni infastidito da alcune sue osservazioni non propriamente nei miei confronti carine.

Onofri è infatti avvezzo a criticare troppo pungentemente chi non vuole vedere perdersi nell’avvizzimento. Forse, voleva provocarmi per spronarmi a combattere.

Insomma, non usiamo eufemismi o vezzeggiativi, mi prese per il culo smodatamente.

Pacilio invece io conobbi di persona al Festival di Venezia di tanti anni fa. Lui fumò delle sigarette dietro l’Hotel Excelsior. Poi, recapitò a casa mia, in forma di regalo, dei presenti, cioè un disegnino del mio adorato Daniel Day-Lewis di Gangs of New York, sì, il Butcher, e un paio di cd masterizzati dei Chemical Brothers e di Badly Drawn Boy.

Durante quell’incontro amichevole e non intimo, gli chiesi cosa pensasse di me.

Lui, con estremo garbo e cortesia, dapprima ridacchiò bonariamente, dunque mi disse:

– Pensavo che fossi un tipo con la pistola nascosta da qualche parte. Ah ah. No, sei di un’altra categoria…

RECE di Onofri:

In un’annata avara di titoli importanti, e soprattutto capaci di mettere d’accordo umori ed esigenze di critica e pubblico, arriva finalmente sugli schermi un film che a buon diritto potrebbe pretendere incondizionati applausi da entrambi, presentato in anteprima nazionale al 35mo Festival di Torino: Darkest Hour, ‘L’ora più buia’, diretto dall’inglese Joe Wright, ma ‘dominato’ in lungo e in largo, e dall’inizio alla fine, dalla monumentale prestazione di Gary Oldman, candidato sicuro alla statuetta più famosa del Cinema che finalmente consacrerebbe la carriera di uno dei massimi attori viventi: la sua non è una ‘interpretazione’ ma la vera e propria ‘reincarnazione’ in uno dei personaggi storici e politici più importanti e determinanti dl XX secolo, Sir Winston Churchill. Uomo rude, ciarlatano, guerrafondaio, indesiderato Primo Ministro nominato contro ogni aspettativa per invertire la rotta dell’inerte e ostinato pacifismo di Chamberlain, fu lui che risvegliando in tutti i membri del Parlamento britannico, nel Re Giorgio VI (il ‘Bertie’ de Il discorso del Re), e nell’intero popolo d’Inghilterra l’orgoglio di appartenere ad una nazione che mai si sarebbe voluta piegare alla tirannia di un Hitler ormai padrone di mezza Europa, convinse tutti della necessità di non arrendersi e di combattere ‘fino alla Vittoria’. La Storia gli diede ragione.

Magnificamente scritto da Anthony McCarten, qui infinitamente più efficace che nel modesto La Teoria del Tutto (il film su Stephen Hawking che tuttavia gli valse un premio BAFTA e fece vincere l’Oscar come attore protagonista a Eddie Redmayne), Darkest Hour è un formidabile ‘assolo contro tutti’ di un Gary Oldman in stato di grazia assoluta, capocomico di una ciurma di attori e attrici perfetti nell’assecondare il suo trascinante e falstaffiano carisma, che fu poi lo stesso di Churchill: intorno a lui, alla sua ormai corpulenta e invadente figura, al suo volto tornato bambino illuminato da due nordici, inglesissimi occhi piccoli, liquidi e grigi, e imbolsito da un’inedita pappagorgia che gli conferisce la necessaria paterna severità, Joe Wright tesse una regia che è in realtà un’orchestrazione sinfonica fantasiosa ed elegantissima, smorzata nei toni sbiaditi dell’immaginario fotografico di quei drammatici anni ’40 (restituito con abbagliante virtuosismo coloristico dalla fotografia di Bruno Delbonnel), e scandita dalla felice partitura musicale di Dario Marianelli, concepita in simbiosi con una mise en scène allestita con grazia ed esattezza millimetrica nel calibrare il montare delle emozioni e nel giocare con la reattività degli attori traendone spinte e mobilità che mantengono in perenne ebollizione il ritmo del racconto. La sequenza, decisiva, in cui Churchill si smarrisce in metropolitana ed entra per la prima volta in vita sua in contatto con il popolo da lui governato e per il quale ha assunto l’aggravio di spaventose responsabilità vista la precipitazione di eventi di così tragica portata, è un capolavoro di crescendo emotivo e teatrale, ennesima dimostrazione della straordinaria mano di narratore per il cinema del regista di Espiazione e di Anna Karenina. Ma l’impressione più forte che scaturisce dalla visione di questo film storico realizzato ed uscito al cinema durante il corso delle pratiche che attueranno la definitiva uscita dell’Inghilterra dalla Comunità Europea in virtù della Brexit, e comunque, più in generale, in anni in cui il mondo intero, spaccato da divisioni e conflitti apparentemente insanabili e a serio rischio di nuovi scontri bellici un po’ dovunque per tutto il pianeta, torna, come allora, a interrogarsi sulla pace e sull’incolumità dei popoli della Terra, è data dal constatare come dalla Storia l’Occidente non abbia imparato un bel niente, e che quella stessa tragica angoscia gestita da figure titaniche e irripetibili di uomini impegnati nello sforzo di sconfiggere il Male puro e spianare la strada di una pace e di una libertà perseguite come ideali possibili e permanenti fino alla fine del secolo ventesimo, è identica all’angoscia di noi terrestri contemporanei, alle cui orecchie le arringhe di un Churchill che incita il suo popolo al sacrificio per difendere il diritto di vivere liberi e in pace, suonano come i discorsi di antichi eroi omerici, di condottieri di epoche lontane, con le quali abbiamo perso definitivamente il contatto, e che siamo in grado di rivivere ormai soltanto nelle ricostruzioni cinematografiche, mentre nella realtà vaghiamo confusamente in un’incerta e densa tenebra di fuoco e di lutto.

RECE di Pacilio (parziale):

A Wright non interessa consegnare un modello cinematografico riconoscibile, ma muoversi liberamente su più piani: così non mette mai da parte l’approccio teatrale, con sipari classicamente frontali (l’incontro tra Churchill e il re) e dà risalto a un apparato scenico che è parte integrante di uno sguardo che tutto lo abbraccia, in cui quella scenografica è una funzione viva ed espressiva, mai meramente decorativa; e nello stesso modo eloquente usa le luci (per tutte la scena in cui il re va a trovare Churchill per garantirgli il suo appoggio: nell’ora più oscura la scena è illuminata soltanto da una lampadina nuda, a restituire i personaggi nella loro fragilità, nel loro terrore). Il film non si impiglia mai nelle barbose didascalie che dovrebbero illustrare il complesso contesto storico, ma fa sì che lo spettatore non perda mai il punto della situazione attraverso una dialogistica che si fa illustrazione concisa, mai pedante, sempre perfettamente motivata con quello che è l’obiettivo drammaturgico (Churchill che spiega a Elizabeth la situazione a Dunkerque), giocando con gli ammicchi e il sentimentalismo del cinema classico (quella discussione nella metro sembra tratta da un vecchio film RKO). Con la stessa mirabile sintesi Wright rende la realtà storica con sguardo obliquo, la ferma in quadri folgoranti (il bambino che guarda il passaggio dell’aereo e lo cattura nella sua mano), la illustra con i carrelli sulle strade di Londra, solenni ralenti che dipingono un clima. Perché è con la macchina da presa che il cineasta racconta le cose: la sua grandezza sta nel non cadere mai in una logica di servizio, di lavorare ogni sequenza in modo anti-accademico, inventivo, conferendole un carattere peculiare che ne giustifichi la visione.

Ebbene, sia ne L’ora più buia che in Mank, Oldman interpreta due uomini realmente esistiti afflitti dall’alcolismo.

Bravissimi a scrivere, impareggiabili nell’uso delle parole. Che dettano la loro arte oratoria a delle timide dattilografe.

Entrambe non sono strafighe. Bensì donne comuni.

Dunque, in questo mondo oggi atterrito dal Covid-19, oppresso dalla tirannia degli stronzi che si credono boni e ipocritamente buoni, in questo mondo ove chiunque pensa di essere Gary Oldman o Kristin Scott Thomas, esibendosi sterilmente in selfie ignobili e idioti su Instagram, noi combatteremo contro ogni uomo e donna omologato, appiattito non solo nell’addome, noi non verremo vinti dai nazi-fascisti e da quelli come Adolf Hitler, un figlio di troia.

Noi non c’arrenderemo mai.

Se non vi sta bene, attaccate e bombardate pure, haters.

Sappiate che sono molto più forte di voi.

Dunque, crollerete e parecchio piangerete.

Io non negozio, io non mi rabbonisco con chi voleva bruciare la mia vita a mo’ di ebreo.

Io li distruggo.

Io non dimentico, io non perdono.

Mi spiace per loro.mendelsohn ora più buiadarkest hour

di Stefano Falotico

 

 
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