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Racconti di Cinema – Non è un paese per vecchi di Joel ed Ethan Coen, con Javier Bardem, Tommy Lee Jones e Josh Brolin

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Ebbene, Non è un paese per vecchi (No Country for Old Men), scritto e diretto da Joel & Ethan Coen. Film vincitore di quattro Oscar pregiatissimi, Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura non Originale, Miglior Attore non Protagonista (Bardem). Della durata di due ore e due minuti, tratto dall’omonimo libro di Cormac McCarthy.

Davvero quindi il capolavoro che, forse, assieme a Il petroliere, è il più titanico film in assoluto del 2007?

È stato presentato in Concorso al Festival di Cannes, non vincendo niente. Crescendo immensamente nel tempo, sbancando appunto agli Academy Award. Esaltando la Critica mondiale, elevando in auge nuovamente i Coen dopo le controverse pause interlocutorie dei leggerissimi film immediatamente antecedenti che avevano parecchio scontentato e lasciato perplessi quasi tutti. Facendo impazzire gli spettatori. Assurgendo a cult inderogabile già alla prima visione, divenendo sin dapprincipio un classico intramontabile, pietra miliare coeniana per antonomasia e una delle pellicole più importanti degli anni duemila.

Siamo sicuri che sia realmente così o Non è un paese per vecchi, rivisto con maggiore lucidità e col senno di poi, è invece un’opera sopravvalutata a dismisura?

Paolo Mereghetti col suo biblico Dizionario dei film, ha rivalutato, ad esempio, appieno Non è un paese per vecchi, assegnandogli tre stellette e mezzo, ma nel suo editoriale del Corriere della Sera, in data 22 Febbraio 2008 (giorno della sua release italiana), fu assai più moderato nel giudizio, esprimendo non più di una sua riserva in merito all’effettiva nomea di capolavoro che la Critica, soprattutto statunitense, all’unanimità gli aveva secondo lui appioppato con troppa entusiastica superficialità…

Queste le sue testuali parole all’epoca: l’incontro tra i fratelli Coen e il romanzo di Cormac McCarthy Non è un paese per vecchi (pubblicato in Italia da Einaudi) non era così scontato come poteva sembrare. E non solo perché i due registi americani non erano mai partiti per i loro film da un adattamento letterario (con l’eccezione di To the White Sea di James Dickey, sceneggiato e però mai realizzato), ma perché il romanzo alterna capitoli «oggettivi», con lo svolgimento della storia, ad altri «soggettivi», con le riflessioni in prima persona dello sceriffo Bell, instaurando un doppio registro stilistico che se funziona sulla pagina non è detto che faccia altrettanto sullo schermoIl film che ne è uscito, presentato lo scorso maggio al Festival di Cannes dove non vinse nessun premio, rialza notevolmente il livello di una carriera che con gli ultimi due film (Prima ti sposo poi ti rovino e Ladykillers) era scivolata verso una routine piuttosto corriva ma non è quel capolavoro di cui molti hanno parlato…

Questa follia che si ribalta immediatamente nell’umorismo più assurdo per ridiventare immediatamente follia è sicuramente la cosa migliore del film, quella che i Coen padroneggiano con gusto più personale, e che è all’origine di alcuni «ritratti» indimenticabili, dall’ingenuo aiutante dello sceriffo (Garret Dillahunt) alla guardia di frontiera reduce dal Vietnam (Brandon Smith) al killer «educato» ed elegante (Woody Harrelson) e che aiutano a trasformare un film apparentemente di genere in una specie di moderno «romanzo americano» (la storia si svolge nel 1980), dove il crepuscolo dei miti fondanti del West dovrebbe trovare il suo definitivo e antieroico canto funebre.

Dico dovrebbe perché è proprio questa la parte che convince meno. Nel passaggio dalla casualità degli eventi al tentativo di leggervi una qualche lezione più generale, il film perde il suo andamento lineare, la metafora si appesantisce e la proverbiale leggerezza dei Coen, con il loro gusto ai limiti del cinismo capace di sorprendere lo spettatore e spiazzarne le aspettative, rischia di deragliare.

Si sente come una specie di «imperativo categorico» della morale a tutti i costi, l’obbligo didascalico di introdurre nel film discorsi che nel libro funzionano ma che sullo schermo finiscono per stonare, trasformando le riflessioni a voce alta dello sceriffo in una lezione di morale magari giustificata ma sicuramente intrusiva.

Ho estrapolato solo alcuni estratti esemplificativi non dico della sua parziale, sussiegosa stroncatura ma almeno della sua opinabile opinione abbastanza in disaccordo con l’intellighenzia di allora che lo definiva, senza batter ciglio, istantaneamente un film intoccabile. Un irrinunciabile capodopera, una basica tappa fondamentale e ineludibile della filmografia dei Coen.

Adesso invece, come detto, Mereghetti si è ampiamente ricreduto e, nell’ultima edizione del suo vademecum recensorio, indiscutibilmente elogia ed esalta addirittura l’opera dei Coen con esattissimi, inconfondibili termini magnificanti, chiedendo implicitamente scusa per il suo severo abbaglio e perfino sacramentando che a suo avviso è ovviamente il grande film che tanto impressionò, appunto, Critica e pubblico ai tempi della sua sfavillante uscita nei cinema. Ma non concedendogli le 4 stellette piene per puro fondamentalismo personalissimo e inserendo la sua consueta nota un po’ beffarda, tagliente e scettica riguardo all’affibbiatagli effettiva patente di masterpiece totale, chiosando infine con una sorta di postilla impudente secondo cui il film, a parer suo, ha qualche elemento moraleggiante di troppo che lo sciupa e altera  quel po’ bastante per deprivarlo e sminuirlo rispetto alla sua fama di pellicola apoditticamente perfetta e irrecusabilmente ineccepibile che gli altri critici, forse troppo cerimoniosi e timorosamente reverenziali, gli hanno universalmente, prematuramente conferito con esagerata, inviolabile grazia, inflessibile e forse irriflessiva.

Noi invece che ne pensiamo? Permettetemi questo plurale maiestatico. Perché so che empaticamente condividerete questa mia disamina.

Capolavoro è una parola della quale secondo me si abusa. Certamente, ciò è lapalissiano, si tratta di un filmone. E sarebbe scioccamente snobistico e stoltamente arrogante non considerarlo tale. Chi vuol smentire che sia un filmone, be’, chiaramente soffre d’incurabile alterigia alquanto insolente e imperdonabilmente screanzata. E dunque non va ascoltato. Ma con vigorosa forza rinnegato e respinto a iosa. Queste pose di siffatte grandigie son sempre disturbanti, inducono a un profondo malessere, pari quasi a quello che ne sortisce nell’assistere a Non è un paese per vecchi. Un film radicalmente pessimista, perfino scatologico nella sua poetica drasticamente secca e cosmicamente nichilistica, un film che fotografa la mortifera, illimitata aridità più barbaramente egoistica dell’uomo nel suo squallore nudo e crudo. Un’aridità non filmica, ovvio. Una superlativa, glaciale panoramica di paesaggi brulli e spogliamente infecondi, ove pullula ma soprattutto vegeta un’irrimediabile, costernante, desolante umanità allo sbando irreversibilmente malata, ove il male, sovranamente, regna indomabile e quasi innominabile perché, paiono dirci potentemente i Coen, il male non si può eludere sebbene lo si schivi, non lo si voglia vedere o pronunciarsene, è alla base irrevocabile della feroce società americana, a sua volta figlia di padri sterminatori che brutalizzarono d’eccidi abominevoli gli indiani, i pellerossa, ove i pionieri di questo brutale mondo sregolatamente perverso massacrarono l’innocenza ancor prima che potesse nascere, fiorire e fertilizzare le anime pure di chi, ingenuo e dunque innatamente sconfitto, s’era illuso che non fosse così. Di chi, stolto, aveva creduto che gli States fossero davvero l’indivisibile, invidiabile, unita e orgogliosamente libera patria del grande sogno americano. Smembrato invece nelle sue stesse radici da una mefitica natura umana predestinata alla perdizione, all’oscenità animalesca enucleatasi nella violenza più brada. Perché, per sopravvivere in questa terra di lupi affamati e di persone bestialmente contaminate, spregevolmente mannare, rovinate dall’avidità appunto licantropa, in questo mondo di cagnacci bavosi, ringhianti e sanguinosi, devi chiudere un occhio e lasciar che il panta rheî invincibile di tal abietta (r)esistenza virilmente e vilmente dannata venga estirpato dal tempo fatale che seppellirà le mostruosità in una coltre d’apparente, illusoria, consolatoria dimenticanza bugiarda ma inesorabile. Perché il male, volenti o nolenti, per quanto tenteremo di castigarlo, tentacolare tenterà altra gente, si rigenererà e si propagherà contagioso, a proliferazione nullistica di un morbo radicato eternamente nel depravato cuore di noi tutti uomini malvagi, creature orribili e insalvabili, dissolute, selvagge e fintamente addomesticate. Menzognere nel pensarsi savie e serenamente immuni al fascino imbattibile della nostra inevitabile natura cattiva, infida, infame e perfidissima.

Trama…

L’onesto cacciatore di cervi, Llewelyn Moss (Josh Brolin), rinviene una valigetta piena di dollaroni fruscianti, sotto un albero (forse l’albero della cuccagna di collodiana memoria), ai piedi di un uomo brutalmente ucciso. Dopo che, in uno spiazzo nel deserto, aveva già visto altri uomini morti ammazzati in seguito a uno scontro fra bande rivali per una partita di droga.

L’uomo non sa dove nascondere la preziosa refurtiva e scappa incoscientemente lontano dalla sua bella per celare la valigetta laddove nessuno potrà scovarla.

Ma, all’interno della valigetta, a sua insaputa (e lo scoprirà troppo tardi), v’è posizionato un congegno elettronico, una sorta di cercapersone con un led a intermittenza, attraverso il quale lo spietato killer sadico Anton Chigurh (Javier Bardem) può monitorarne gli spostamenti e individuarne la precisa ubicazione.

Anton capisce presto che la valigetta è ora nelle mani di Moss, e fra loro sarà una lotta senza esclusioni di colpi, fin all’ultima, terribile pallottola.

Intanto, il disincantato sceriffo della contea, Ed Tom Bell (Tommy Lee Jones), voce narrante del film e personificazione granitica e rugosa della vecchiaia più amaramente rassegnata all’immisericordiosa ineluttabilità della vita nel suo irrisolvibile putrefarsi e nella crudeltà infinita a sigillarsi e pietrificarsi, come un missionario cristiano s’insignisce dell’utopico compito di far giustizia fra i due inarrendevoli, efferati contendenti del malloppo… Forse fa ciò soltanto per far sì che, all’interno della sua anch’essa già inquinata e traviata coscienza, possa estemporaneamente brillar l’opaco, stupido alibi che la sua vita moralmente retta sia essere servita a qualcosa o a qualcuno, a dare una minima speranza alla generazione dei suoi e nostri figli, a emanazione di un fioco barlume d’illuminante salvazione in un luogo maledetto da dio. Ad abbagliare, per un infinitesimo attimo, il rapace, nero crepuscolo cupamente spettrale della notte più pallidamente funerea.

Non è un paese per vecchi, signore e signori. La summa dei Coen, una specie di Fargo in salsa ancor possibilmente più atroce e tetra. Lì vi era la neve colorata di sangue color porpora vivissimo, qui ci sono le praterie e i tramonti rosseggia(n)ti di millimetrica suspense e silenzioso, poi esplosivo terrore. L’altra faccia della medaglia de Il grande Lebowski. In fondo, Lebowski chi era se non un fancazzista sognatore talmente disilluso, immiserito e privo d’ogni ambizione, ossessionato e perseguitato da fascisti nichilisti che minacciavano di castrarlo? Uno che è divenuto, talmente deluso da tutto, paradossalmente un idealista romanticone con la testa fra le nuvole. Uno che, avendo enormemente sublimato ogni cattiveria, pettegolezzo e orrore fradicio del mondo lercio e sporco, vive idilliacamente ai confini della meravigliosa follia più limpida e colorata. Un tipo annullatosi per godere di ogni momento di felicità, disinteressandosi delle rivalità fratricide, del potere e delle macchinazioni infime di chi ti guarda dall’alto in basso.

Anton Chigurh, nell’interpretazione maestosa di un terrificante Javier Bardem, è l’evoluzione negativa di Lebowski. Un altro che si è elevato, però in peggio. Si è innalzato nell’abisso della psicopatia totalmente menefreghista e omicida nei confronti di chicchessia, uno che per noia ammazza anche gli animali senza provar alcun senso di colpa o compassione. Più che un mostro, un raccapricciante fantasma. Tant’è vero che, nella stupenda scena dell’inseguimento fuori dal motel ai danni di Moss, non si capisce da dove spunti e da dove spari. Anzi, i suoi spari paiono provenire dalla direzione opposta rispetto a dove dovrebbe trovarsi. Come fosse una velenosa ombra strisciante, una serpe malevolmente ubiqua. Un babau invulnerabile che appare quando meno te l’aspetti, quando pensavi di essergli scampato. Che invece continuerà testardamente a cacciarti per trafiggerti con furia freddissima nello spappolare, trivellare e uccidere in un batter d’occhio ogni tuo residuo sogno di vita.

Non è un paese per vecchi è insomma un western, con l’impressionante fotografia di Roger Deakins.

L’infernale Quinlan ha trovato finalmente il suo corrispettivo del nuovo millennio.

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di Stefano Falotico

 

Il metodo Kominsky, il trailer italiano con Douglas e Arkin

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Ebbene, Netflix Italia ha diffuso il trailer italiano di questa serie dramedy interpretata dai due gigioni premi Oscar Michael Douglas e Alan Arkin, Il metodo Kominsky.
Che sarà disponibile alla visione mondiale il 16 Novembre, ovviamente sulla piattaforma di streaming per antonomasia.

Questa la sinossi ufficiale:

il produttore esecutivo Chuck Lorre presenta Il metodo Kominsky. Il 16 novembre conoscerai Sandy (Michael Douglas) e Norman (Alan Arkin), due vecchi amici che affrontano le alterne vicende della vita con senso dell’umorismo, dignità e qualche problemino di prostata, ricordandoci che alcune amicizie non invecchiano mai.

Sì, la storia di un’indissolubile, solidale e tenera amicizia fra due vecchie volpi che pare non vogliano arrendersi all’ineludibilità del tempo che inesorabile passa.

Affidandosi all’ironia, alla lieve, nostalgica malinconia e forse avventurandosi in qualche burlesca bizzarria degna della loro inevitabile saggezza.

Michael Douglas, visibilmente assai invecchiato, dimostra già da queste primissime immagini di saper scherzare, appunto, sulla sua senilità galoppante, con grande charme e classe al solito impagabile.

Dal canto suo, il grande mattacchione Alan Arkin sembra, parimenti al suo collega Douglas, in forma strepitosa da mattatore birbante.

Alla fine del trailer, anche la comparsata di Danny DeVito.

DeVito, come sappiamo, è grande amico di Douglas. Suo infatti La guerra dei Roses, e i due hanno lavorato in All’inseguimento della pietra verde, Il gioiello del Nilo e Solitary Man.

 

di Stefano Falotico

 

 

THE MULE – Official Trailer by Clint Eastwood

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From Warner Bros. Pictures, Imperative Entertainment and BRON Creative comes Clint Eastwood’s newest feature film, the drama “The Mule.” In addition to directing, the veteran actor will step in front of the lens again, alongside fellow stars Bradley Cooper, Laurence Fishburne, Michael Peña, Dianne Wiest and Andy Garcia, as well as Alison Eastwood, Taissa Farmiga, Ignacio Serricchio and Loren Dean, Eugene Cordero.

Eastwood stars as Earl Stone, a man in his 80s who is broke, alone, and facing foreclosure of his business when he is offered a job that simply requires him to drive. Easy enough, but, unbeknownst to Earl, he’s just signed on as a drug courier for a Mexican cartel. He does well—so well, in fact, that his cargo increases exponentially, and Earl is assigned a handler. But he isn’t the only one keeping tabs on Earl; the mysterious new drug mule has also hit the radar of hard-charging DEA agent Colin Bates. And even as his money problems become a thing of the past, Earl’s past mistakes start to weigh heavily on him, and it’s uncertain if he’ll have time to right those wrongs before law enforcement, or the cartel’s enforcers, catch up to him.

“The Mule” marks Oscar-winner Eastwood’s first time on both sides of the camera since he starred in 2009’s critically acclaimed “Gran Torino.”

Cooper, who stars as Bates, received his most recent Oscar nominations for his work with Eastwood, acting in and producing “American Sniper”; he will next be seen in his feature directorial debut, “A Star Is Born.” Oscar nominee Fishburne (“What’s Love Got to Do with It,” TV’s “Black-ish”) plays a DEA special agent in charge; Peña (upcoming “Ant-Man and the Wasp,” Netflix’s “Narcos”) plays a fellow agent; Oscar winner Wiest (“Bullets Over Broadway,” “Hannah and Her Sisters,” TV’s “Life in Pieces”) plays Earl’s ex-wife; Oscar nominee Garcia (“The Godfather: Part III”) plays a cartel boss; Alison Eastwood (“Rails & Ties”) plays Earl’s daughter; Farmiga (“The Nun”) plays the role of Earl’s granddaughter; Serricchio (Netflix’s “Lost in Space,” “The Wedding Ringer”) plays Earl’s cartel handler; Dean (“Space Cowboys”) plays another agent; and Cordero (“Kong: Skull Island”) plays a cartel member.

Clint Eastwood (“Sully,” “American Sniper”) directed from a screenplay by Nick Schenk (“Gran Torino”), inspired by the New York Times Magazine article “The Sinaloa Cartels’ 90-Year-Old Drug Mule” by Sam Dolnick. Eastwood also produced the film under his Malpaso banner, along with Tim Moore, Kristina Rivera and Jessica Meier, and Imperative Entertainment’s Dan Friedkin and Bradley Thomas. The film’s executive producers are Dave Bernad, Ruben Fleischer, Todd Hoffman and Aaron Gilbert. Jillian Apfelbaum and David M. Bernstein co-produced.

Eastwood’s team behind the scenes includes director of photography Yves Bélanger (“Brooklyn,” “Dallas Buyers Club”) and production designer Kevin Ishioka (“The 15:17 to Paris”), along with longtime costume designer Deborah Hopper and Oscar-winning editor Joel Cox (“Unforgiven”), who have worked with Eastwood throughout the years on numerous projects.

A Warner Bros. Pictures Presentation, in Association with Imperative Entertainment, in Association with BRON Creative, a Malpaso Production, “The Mule” will be released in theaters December 14, 2018, distributed by Warner Bros. Pictures.

 

Maniac, la recensione della serie Netflix di Cary Fukunaga con Emma Stone e Jonah Hill: capolavoro o incredibile bufala?

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Ebbene, l’ho vista con molta calma, ho fatto sì che ogni episodio potessi snocciolarlo con doverosa oculatezza, senz’avventurarmi in recensorie conclusioni affrettate, per non arrivare a un giudizio finale avventato o frettoloso. Riguardandola poi meticolosamente, scandagliando dettagliatamente ogni fotogramma per provare a addivenire a un’opinione critica il più possibile obiettiva e imparziale, senza far sì che le votazioni alte, ad esempio su Rotten Tomatoes, potessero depistarmi o subdolamente influenzarmi.

Insomma, Maniac, la nuovissima serie per la regia di Cary Fukunaga che sta spopolando su Netflix dal 21 Settembre, data della diffusione di tutti gli episodi su tale piattaforma di streaming più famosa al mondo, con protagonisti il premio Oscar Emma Stone (La La Land) e un dimagritissimo Jonah Hill (The Wolf of Wall Street) è davvero così bella come molti sostengono che sia, oppure è una furba operazione che gioca palesemente, in modo ipocritamente sfacciato e in maniera un po’ ricattatoria, su una delle tematiche che pare tanto attraggano la curiosità degli spettatori contemporanei? Cioè la malattia mentale, la mental illness, come dicono gli americani.

Oramai, gran parte della popolazione del nostro pianeta, soprattutto quella occidentale, travolta dai ritmi freneticamente isterici di una società sempre più competitiva, che non lascia un attimo di respiro e ci bombarda con così tanti variabili, indistricabili messaggi contradditori, da recentissimi studi scientifici, è stato appurato che soffra di qualche disturbo psichico, più o meno grave. Alienati come siamo in questo caravanserraglio di etiche distortamente ambigue, sommersi da richieste inaffrontabili e svuotati nella nostra umana essenza da modelli plebiscitariamente basilari di giustezza irraggiungibili, schiacciati da ingranaggi sociali industrialmente protesi verso un ideale illusorio e chimerico di produttività ed efficienza impeccabili. Meccanizzati e sviliti nel nostro più profondo e intrinseco io, così volgarmente spalmato e omologato in plastificati schemi precettivi di linee comportamentali che fuorviano le nostre unicità, inglobandoci, dunque anche mortificandoci e forzatamente propendendoci verso un’idea di coronamento esistenziale spesso e volentieri faceta e menzognera. Invogliandoci a una contraffatta visione delle cose in perenne mutamento giornaliero, per cui oggi vai bene oggi e domani non più, perché non ti sei adeguato alle nuove, soventemente astratte e utopiche, disposizioni ingannevolmente miserabili di un mondo progressivamente sull’orlo del collasso emotivo.

Facile perciò, in questo tipo di società, sbrindellarsi nell’animo e destrutturarsi, sciogliersi come neve al sole, venir feriti e trafitti traumaticamente nella nostra purezza, ed esser così fagocitati e assorbiti da inconciliabilità emozionali che ci portano a romperci, a crollare in esplosioni incontrollabili dalle disarmoniche e avvilenti scissioni conflittuali, generanti poi assurde piscosi e fobie degenerative da bloccar subito e mettere a freno prima che sia troppo tardi. Noi, resilienti combattenti dei nostri cuori in viaggio nel perpetuo viverci con dolore e ingestibile ansietà, naufraghi lesi di questo spasmodico, agitatissimo mar in burrasca, cavalieri solitari e instabili della baraonda indiavolata d’input e output tanto umanamente inattuabili, figli del nostro vuoto in un mondo a sua volta cacofonicamente discordante, confuso e malfermo.

Maniac…

Su vignette animate di cellule fertilizzate e la crosta terrestre in lontananza bersagliata da astronomici, grossi, misteriosi meteoriti, nel suo evolutivo, amniotico compiersi morfologicamente, si parte con la voce off che c’illustra brevemente l’origine, appunto, della nostra umanità, in senso più metaforicamente lato, la natura della nostra inevitabile complicatezza, la craterica genesi creaturalmente mutevole della nostra immane complessità di esseri viventi pensanti. Dunque fallaci e imperfetti.

Quindi, veniamo immersi in questa strampalata vicenda che si concentra, in particolar specie, è proprio il caso di dirlo, su due casi umani… compassionevoli e teneramente enigmatici, (in)decifrabili. Quello di Owen Milgrim (Jonah Hill), forse schizofrenico (e sappiamo come il generico e abusato termine schizofrenia possa avere una gamma immensa d’impercettibili sfumature), e di Annie Landsberg (Emma Stone), una donna alla deriva, nevrotica, depressa, ossessionata dal romanzo più venduto della storia, il mitico Don Chisciotte di Miguel de Cervantes. Apogeo letterario che sintetizza magnificamente l’argomento di fondo della serie: chi è pazzo davvero in questa società a sua volta delirante e impazzita, l’uomo romantico e cavalleresco troppo velleitariamente idealista e sognatore, fantasioso ed eccentrico, oppure l’uomo mostruosamente medio all’apparenza così allineato alla seriosa e compassata normalità indisturbata e non disturbante?

In realtà, Owen ed Annie, più che pazzi e “maniaci”, ci appaiono come due persone estremamente vulnerabili, fin troppo senzienti in quanto ipersensibili e recettive, paralizzate a livello psico-emotivo, paradossalmente, proprio dalla loro atipicità “erronea”, due persone difettose e diverse rispetto a una società massificata, fintamente saggia e ineccepibilmente modellata “a regola d’arte”.

Owen è la pecora nera di una numerosa famiglia patriarcale, sovrastato e psicologicamente ricattato da un padre padrone, Porter, arrivato, ricchissimo e ambizioso (Gabriel Byrne). E vien continuamente divorato e umiliato nell’amor proprio da un esuberante ed edonista fratello materialista e alto-borghesemente stronzo (Jesse Magnussen). Owen è patologicamente timido, clinicamente affetto da atimia. Ecco, tutt’al più è questo. Macché pazzo…

Annie invece è una donna sola, che vive con enormi difficoltà, anche economiche, la sua difficilissima marginalità e non riesce più a riprendersi dalla tragica morte della sorella alla quale era intimamente legata.

Così, entrambi decidono di darsi a un avanguardistico trial clinico, ove sperimenteranno un nuovo farmaco rivoluzionario di ultimissima generazione. Messo appunto da un’equipe di scienziati presieduta dallo strampalato, buffo Dr. James K. Mantleray (Justin Theroux), un uomo che non crede alla medicina ufficiale e considera la psicanalisi oramai roba medioevale, superata, deleteria, assolutamente inutile e obsoleta.

Mantleray infatti ritiene di aver sviluppato, miracolosamente, tre pillole della “felicità” in grado di restaurare le psiche corrotte e danneggiate, riconfigurandole chimicamente al fine di poter ripristinare l’armonia perduta di tutti i “malati”.

E in questo centro di sperimentazione avveniristico, in tal microcosmo ucronico, ove imperano apparecchiature computerizzate degne di 2001: Odissea nello spazio, nel quale le infermiere e le dottoresse indossano camici piuttosto simili a quelli esibiti nel capolavoro di Kubrick, le imperscrutabili, guastate menti dei coraggiosi e umanissimi pazienti, deterioratesi per qualche trauma di troppo o a causa d’una serie sfortunata di circostanze sfavorevoli, saranno riequilibrate alla lor originaria, immacolata bellezza adamantina spaccatasi e poi magicamente ricomposta?

Maniac può essere associato, per analoghi stilemi e per certi aspetti inequivocabilmente affini, al Cinema migliore di Terry Gilliam, ha cadenze narrativo-stilistiche assai paragonabili alla finissima poetica oniricamente vellutata di Michel Gondry, e a tratti, contrappuntato da stupendi pezzi jazz malinconici, ricorda perfino Woody Allen. Ma soprattutto, a mio modesto parere, assomiglia tanto alla follia visionaria proprio del già succitato Stanley Kubrick. E questo mio paragone, quest’apparentemente azzardato raffronto speculare è evinto nell’episodio 4, Benvenuti da Sebastian pellicce, un “doppio sogno” à la Eyes Wide Shut in salsa comicamente melanconica. Forse la puntata più poetica e deliziosa, con uno strepitoso e debordante Glenn Fleshler, sì, proprio lui, Errol Childress della prima stagione di True Detective, ch’era firmato, ça va sans dire, neanche a farlo apposta da Fukunaga.

L’operazione è terribilmente affascinante, però Maniac probabilmente mette troppa carne al fuoco. E, tutto sommato, nonostante la sua intrepida stranezza, fallisce il bersaglio. Davvero mai focalizzandosi su un fulcro narrativo solido, preciso e centrato. Ma disgregandosi, appunto schizofrenicamente, in tante piccole storie (come l’innocuo, patetico episodio 5, altra materializzazione visiva delle fantasie represse di Owen ed Annie), in fin dei conti, poco coinvolgenti.

Adagiandosi, con esagerato compiacimento, su dialoghi chiaramente, freddamente studiati a tavolino, e afflitto da una lentezza narrativa esasperante e alla lunga noiosissima. Nonostante gli episodi non durino più di quaranta minuti cadauno (anzi, due ne durano appena solo venticinque!)

Gli attori sono comunque straordinari. Emma Stone è bravissima, si conferma un talento eccezionale, Jonah Hill è fenomenale con la sua recitazione tutta trattenuta. Ma anche Justin Theroux, criticato invece perché reputato troppo caricaturale ai limiti della demenzialità, fa la sua ottima figura.

Però, e me ne dispiaccio, Maniac vuole un po’ prendere da tutte le parti e non riesce a essere, onestamente, né un pamphlet realmente corrosivo e ammonitorio sulla disfunzionalità della nostra stupida società falsamente sana, né di conseguenza un veritiero, potente pugno allo stomaco.

Insomma, non lascia il segno.

Rimanendo in superficie come un artefatto giochetto tanto suadentemente seduttivo quanto allo stesso tempo inoffensivo e politicamente corretto e pulito, perfettino. Asettico.

Invece, credo che avessimo bisogno di qualcosa di decisamente meno ludicamente ammaliante ma vigorosamente introspettivo, perfino scabroso e destabilizzante.

Ecco la diagnosi valutativa: Maniac risulta ottimamente funzionale dal punto di vista formale ma è carente di emozionalità viscerali e sentite, anaffettivo nei riguardi dei sentimenti del pubblico, inappuntabilmente allettante ma dissociato, depauperato in tanti sketch sconnessi privi di coesa, empatica, organica amalgama.

Ma è da vedere, semmai rivedibile.

Breve postilla informativa: oggi si fa un gran parlare, appunto, della cosiddetta, fantomatica malattia mentale. Secondo la Treccani, la malattia mentale è una sindrome o modalità comportamentale o psicologica, clinicamente significativa, associata a un malessere o a una menomazione, da considerarsi manifestazione di una disfunzione comportamentale, psicologica o biologica della persona. Non esiste una definizione soddisfacente che specifichi i confini precisi del concetto di m.m. (o disturbo mentale, come talvolta si preferisce chiamarla).

Cioè il concetto di malattia mentale è molto vago ed è difficile pronunciarsi con esattezza millimetrica sul suo significato assoluto, essendo molteplice e soggetto a sfaccettate tonalità sintomatiche. Più o meno, chiunque di noi, durante le diversificate fasi della nostra esistenza, soffre di momentanei disagi, dovuti a eventi molto stressanti oppure a estemporanei attimi di “follia” che alterano i nostri rapporti sociali e inficiano la nostra virtuosa, connaturata armonia col mondo.

Ma, in senso più propriamente generale, la psichiatria stima come persona “malata di mente” un individuo la cui sofferenza psichica, oramai radicata e spesso inguaribilmente sorpassabile, supera le soglie normali di criticità. Influendo in modo pressoché totale o grave, invalidante sul suo proficuo funzionamento, soprattutto sociale. Purtroppo, checché se ne dica con grande ignoranza, la malattia mentale, intesa in questo senso, esiste ed è assai debilitante. Non date retta a chi ostinatamente, poco esperto in materia, la giudica come un oscurantistico spauracchio inventato dall’impietosa, psichiatrica scienza scriteriata e immondamente crudele. E non è sintomo, come invece i superficiali o i disinformati affermano, di mancanza di volontà, d’inettitudine, di debolezza caratteriale, di tediata mestizia o indolenza inquietamente e furiosamente nevrotica. Va detto però, proprio per ricollegarci al messaggio disorganicamente espresso da Maniac, che è di frequente la società, appunto con le sue richieste alienanti e mortificanti, insostenibili per molte persone, innatamente non adatte a questo sistema di valori, o meglio disvalori, improntati unicamente all’effimera ricerca d’una floridezza vitale molto fasulla e ipocrita, a scatenare il disagio. Ad alimentare ansie e malesseri intollerabili.

A creare una barriera fra noi e il mondo esterno. Dunque, torniamo al solito ragionamento iniziale. Se il mondo è sbagliato, chi è davvero il malato? La persona additata e che si vive come tale oppure il mondo stesso, incapace di venire incontro alle esigenze, vivaddio benigne e naturalissime, di chi non è giustamente pronto a parametri troppo schematici e totalitaristici di competitività e adeguatezza?

E, su questo splendido dubbio, interroghiamoci e riflettiamo…

Ciò che, come detto, fa assai poco Maniac.

Una bella serie, sì, ma non possiamo promuoverla appieno.

Perché ha edulcorato con troppa faciloneria, ma allo stesso con esagerato bizantinismo espressivo, un argomento che non si può semplificare né in dieci episodi e neppure in un fascinoso, sterile esperimento e divertissement intellettualistico che, per quanto dedalico nella sua sofisticata architettura diegetica, non graffia e non turba come avrebbe dovuto.

Naturalmente, se poi siete coloro che da una serie desiderano soltanto intelligente svago, accomodatevi.

Maniac, in ciò, è incantevole. E vi appagherà.maniac-recensione-serie-tv-03- maniac-recensione-serie-tv-01 maniac-recensione-serie-tv-06- maniac-recensione-serie-tv-02-

di Stefano Falotico

 

Vice, il trailer ufficiale con un Christian Bale da Oscar

MV5BMTY1NjM0MzgxMV5BMl5BanBnXkFtZTgwNDc4NTY0NjM@._V1_SY1000_CR0,0,640,1000_AL_IN THEATERS CHRISTMAS. VICE explores the epic story about how a bureaucratic Washington insider quietly became the most powerful man in the world as Vice-President to George W. Bush, reshaping the country and the globe in ways that we still feel today.

 

Creed II, i trailer definitivi

Eh sì, ieri pomeriggio Michael B. Jordan, tramite Twitter, aveva annunciato in anteprima che il nuovo trailer tanto atteso di Creed II sarebbe stato mondialmente diffuso in rete oggi.

È stato di parola il buon Michael perché, come volevasi dimostrare, ecco qui il filmato freschissimo, targato MGM.

Under the tutelage of Rocky Balboa, newly crowned light heavyweight champion Adonis Creed faces off against Viktor Drago, the son of Ivan Drago.

Sì, questa la sinossi di IMDb e invece ecco la descrizione sotto il trailer su YouTube.

Life has become a balancing act for Adonis Creed. Between personal obligations and training for his next big fight, he is up against the challenge of his life. Facing an opponent with ties to his family’s past only intensifies his impending battle in the ring. Rocky Balboa is there by his side through it all and, together, Rocky and Adonis will confront their shared legacy, question what’s worth fighting for, and discover that nothing’s more important than family. Creed II is about going back to basics to rediscover what made you a champion in the first place, and remembering that, no matter where you go, you can’t escape your history.

Il film doveva uscire da noi il prossimo, oramai vicino 29 Novembre ma la release è stata posticipata a sorpresa al 24 Gennaio. Verrà distribuito dalla Warner Bros e, già che ci siamo, inseriamo anche il trailer doverosamente già doppiato in italiano.

Dalle ceneri magnificenti della saga balboiana, il secondo, energico secondo capitolo del suo spinoff.

Col ritorno entusiasmante del colosso sovietico Ivan Drago, alias Dolph Lundgren.

 

 
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