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THE HOLDOVERS, lezioni di vita: recensione

Alexander Payne ha già 2 Oscar come sceneggiatore. Questa volta a vincerlo sarà Hemingson?

Finalmente, anche io vidi The Holdovers, sottotitolato, qui da noi, Lezioni di vita. Anzi, ho appena finito di vederlo e utilizzo dunque, più appropriatamente, il passato prossimo, essendo trascorso un tempo alquanto breve fra la mia visione avvenuta e completata e l’incipit di tal opus, no, l’inizio di quando iniziai/ho iniziato a scrivere la seguente recensione in merito, un tempo verbale giustappunto più pertinente e mi pare più in linea con quello atmosferico del film stesso, no, anche di Bologna nella giornata del 23 Febbraio di tal anno in corso, dì nel quale guardai, anzi, ho guardato il lungometraggio presto disaminatovi e preso in esame a mo’ dello scorbutico professore Paul Hunham incarnatovi da Paul Giamatti. Ho appena scritto una frase insensata e un anacoluto assurdo, un periodo soprastante privo d’ogni costrutto significante… qualcosa? Può essere ma mi piace essere creativo e qua, libero da pedanterie grammaticali e/o sintattiche, no, riguardanti le asfissianti regole classiche e editoriali, volteggio come meglio si confà al sottoscritto. Ah, ma che cosa ho di nuovo scritto?Holdovers locandina

Diretto dall’author Alexander Payne, eh eh, The Holdovers è senza dubbio un bel film, lieve e sanamente sentimentale, oltre che appieno godibile, bellamente dolce senza quasi mai scadere nel patetico più retorico o melenso, sebbene sia ascrivibile totalmente al mainstream autoriale, sì, eppur hollywoodiano tipico del Cinema, per quanto personale, pur sempre convenzionale. Il che non corrisponde necessariamente alla parola banale… attenzione!

Accolto molto favorevolmente dall’intellighenzia critica mondiale, seppur non in maniera unanime, The Holdovers è attualmente candidato a cinque Oscar in categorie rispettivamente molto importanti che però non includono, diciamo, la nomination al miglior regista, quest’ultimo rappresentato nientepopodimeno che dallo stesso Payne. Il che è paradossale soprattutto se pensiamo che The Holdovers invece compare, in prima linea, tra le pellicole, ben dieci quest’anno, che gareggiano per contendersi lo scettro di Best Motion Picture of the Year. In compenso, per modo di dire, Payne è stato nominato per la sceneggiatura? No, spesso delle sue opere è anche writer, stavolta no, poiché la penna di quest’opera porta la firma di David Hemingson.

Hemingson è candidato? Certo. Se, di The Holdovers, vole(s)te leggere la trama, da Wikipedia, e conoscere i premi, non solo inerenti gli Academy Awards, già assegnati che vinse o a cui tutt’ora “ambisce”, eccovi il link appartenente all’enciclopedia generalista online appena succitata:

https://it.wikipedia.org/wiki/The_Holdovers_-_Lezioni_di_vita

Estraendovene le prime righe, riportatevi fedelmente, da me “corrette” e inserite in corsivo…

New England1970. Paul Hunham è un impopolare insegnante di lettere classiche alla Barton Academy a cui viene affidato il compito di supervisionare i quattro studenti che rimarranno nel collegio durante le vacanze di Natale. A loro si aggiunge anche Angus Tully, un ragazzo intelligente ma ribelle costretto all’ultimo minuto a rimanere a scuola dopo che la madre ha deciso di andare in luna di miele con il nuovo marito. Rimasto solo con i cinque adolescenti e Mary Lamb, la cuoca che ha recentemente perso il figlio in Vietnam, Paul regola severamente le giornate degli studenti, rendendosi ancora più impopolare. Pochi giorni dopo l’inizio delle vacanze, i genitori di uno dei cinque ragazzi vengono a riprendersi il figlio e si offrono di portare anche gli altri studenti in vacanza con loro, ma dato che la madre di Angus è irreperibile, l’adolescente è costretto a rimanere da solo alla Barton con Paul e Mary. Il rapporto con il professore resta teso, tanto che Angus scappa per i corridoi ed entra in palestra, dove si sloga una spalla. Paul lo porta in ospedale, dove Angus mente sul modulo per l’assicurazione per proteggere Paul dalle responsabilità dell’accaduto. I due cominciano quindi a legare.Joy Randolph Sessa Giamatti

Eccetera, eccetera. L’episodio, sopra dettovi e chissà se da voi letto, concernente lo slogamento della spalla ai danni di Danny, no, Angus, interpretato da un puntuale ed esordiente Dominic Sessa, è onestamente poco plausibile ma è la lussazione, no, il materassino con le molle, no, la molla che smuove l’azione e le conseguenti, a catena, reazioni, perfino emotive e diegetiche.

Da’Vine Joy Randolph vincerà sicuramente l’Oscar come miglior attrice non protagonista e non ha rivali che tengano. Mentre Paul Giamatti sarà scalzato dal favorito Cillian Murphy di Oppenheimer come Best Actor? E Kevin Tent s’aggiudicherà la statuetta dorata per il montaggio? Le belle musiche, con echi alla John Lennon dei tempi d’oro, a cura di Mark Orton, non candidate all’Oscar, sono meritevoli e The Holdovers merita davvero… i plausi ricevuti e forse qualche Oscar che riceverà?

Ecco, dopo lo scivolone di Downsizing, il Cinema di Payne torna a “vivere alla grande”, risalendo alle origini di sé stesso e (ri)tornando sui banchi di scuola… di Election? Reinventando, a tratti, il sottovalutato Scent of a Woman di Martin Brest con Al Pacino e costruendovi un “Nebraska” in a(m)biti studenteschi con tanto di dolceamara morale annessa e un po’ indigesta?

The Holdovers è tante cose e “imita”, seppur originalmente, tanti autori, chissà se più bravi del “copione” Payne, a partire da Mel Brooks nelle scene slapstick ai limiti del demenziale più intelligente, no, James L. Brooks coi suoi siparietti melodrammatici più garbati e sofisticati. Agli americani tanto è garbato, a noi europei leggermente meno. A me invece? Parecchio ma non troppo. È un film delicato, intimistico, fotografato meravigliosamente da Eigil Bryld ma mancante forse di sentito brio e incapace di emanare emozionanti e purissimi brividi. Tutto sembra infatti, per quanto elegantemente girato con stile inappuntabilmente “spigliato”, spogliato di genuinità vera. Ma Payne è questo, prendere o lasciare. Puntualmente, alla fine di ogni suo film, tralasciando per l’appunto Downsizing, non sappiamo bene se ha girato un capolavoro un film “furbo”, lezioso e da chi vuol fornirci lezioni… non solo di vita da ex “stronzetto” collegiale figlio di papà, “autobiografico” delle sue amarezze forse non davvero tali ma allestite da director “piacione”.

The Holdovers, ripeto, è un film lodevole ma troppo lungo, no, lungo le sue due ore e un quarto circa di durata, raramente commuove davvero, scevro com’è di visceralità autentica. Ma è il mio opinabile punto di vista. Giusto? Payne frequentò l’università? Fu un fighetto? Mah. Voi sapete, si sa… che non potete sapere. Sovente vi date al sapere per fingere di essere Payne. Dunque, pane al pane, vino al vino, diamo a Payne la patente di gran regista e ora studiate… da lui. Ah, siete autodidatti? Quindi, topi, no, tipi alla Falotico. Bravi. Siamo stufi dei maestri(ni). A parte gli scherzi, The Holdovers è molto toccante, specialmente nell’ultima mezz’ora ove, mediante una serie tanto veloce quanto efficace di trovate, probabilmente, sì, un po’ prevedibili eppur al contempo ficcanti, in virtù di registici colpi magistrali inequivocabili, tocca nel profondo le nostre anime, colpendo vivamente nel segno robustamente.Paul Giamatti The Holdovers

Osservazione finale: nel Cinema contemporaneo, non sol americano o filo-esterofilo, anche appartenente ad altri continenti che esulano dal Nord America, dagli States, quindi financo dall’Europa e naturalmente dalla nostra “piccola” Italia (immantinente citerò un regista italianissimo sebbene oramai affiliato a co-produzioni estere), c’è una costante abbastanza ravvisabile a occhio nudo, diciamo, imprescindibile e inquietante. Il tema, ovvero, degli ospedali psichiatrici, delle persone malate di mente e internate, ricoverate in centri di salute mentale e/o affette da patologie a riguardo della mental illness, è pressoché onnipresente in molteplici, anzi, innumerevoli pellicole di ogni nazionalità. Inoltre, tale scottante, osé, no, oso dire scabroso argomento spinoso, non fa parte solamente delle storie attinenti alla realtà oppure ispirate a essa, più o meno romanzate o da un cineastico occhio e sguardo poetico filtrate e rielaborate, inventate, perfino edulcorate o, di contraltare, enfaticamente ingigantite, semmai al contrario minimizzate. Qui infatti, ancora una volta, assistiamo al personaggio del padre di Angus che, negli anni settanta (con tanto di susseguente capodanno del ‘71), è rinchiuso in un frenocomio. Ma non è, ribadisco e meglio ivi spiego, l’unico caso, non clinico, eh eh. Ricordiamo brevemente, a titolo puramente esemplificativo, oltre all’inevitabile Joker/Phoenix di Todd Phillips, la Sevigny di Bones & All di Luca Guadagnino, appunto (implicita e qui esplicitata cit. sopra) e Gladys Pearl Baker, alias Julianne Nicholson (che non è la figlia del Nicholson di Qualcuno di volò sul nido del cuculo, uh uh), di Blonde by Andrew Dominik con Ana de Armas nei panni di sua figlia Marilyn Monroe.

di Stefano Falotico

 

ANATOMIA DI UNA CADUTA, recensione

anatomy of a fall poster

Libero ivi di volteggiare, pindaricamente, di “verbalizzare” in ogni senso a modo mio, senza paramedici, no, parametrici dogmi editoriali e asfittiche regole SEO castranti, recensirò nelle prossime righe, non so se bellamente o, giustappunto, in modo falotico e personalissimo, quello che è indubbiamente il film migliore dell’anno nella maniera più assoluta. Son apodittico anche se subito preciso che Anatomia di una caduta, il cui titolo, internazionalizzato e inglesizzato, è Anatomy of a Fall, in originale invece, naturalmente, Anatomie d’une chute, giustamente vincitore della Palma d’oro allo scorso Festival di Cannes, è uscito nel 2023 e per “anno” intendo quindi ciò che è ancora attuale, cronologicamente in senso lato, in previsione dei prossimi Academy Awards che saranno assegnati il mese venturo. Anatomia di una caduta non vincerà come Miglior Film Straniero, categoria in cui, ahinoi, non concorre assieme al nostrano Io capitano, che di possibilità di vittoria ne ha pochissime (e con tutto il patriottismo, lecito o meno, possibile, è scandaloso che non possa battersela con tal stupendo film francese, con parti in inglese, decisamente superiore) e il ben posizionato La zona d’interesse di Jonathan Glazer, quest’ultima pellicola avente per co-protagonista nientepopodimeno che la stessa interprete principale di tale, ribadisco, magnifico e ipnotico, inarrivabile, da me qui disaminato, opus di Justine Triet, ovverosia la strepitosa Sandra Hüller. La quale, nel giro di un arco temporale brevissimo, con le sue prove appena succitate è ascesa nell’empireo delle attrici più talentuose da tenere d’occhio. E che, a mio avviso, meriterebbe di alzare la statuetta dell’Oscar come Best Actress per cui è in gara e nominata. Le favorite al trionfo finale, stando agli allibratori e alle quote, perfino dateci e offerte dalla SNAI, non solo dai maggiori “esperti” di predictions per quanto riguarda le statuette dorate, sono, come sapete bene, Lily Gladstone, la quale di Killers of the Flower Moon è invece attrice non protagonista, eh eh, dunque, a prescindere…, sarebbe una victory immeritata, e la bella Emma Stone che, in Povere creature!, lo è, non solamente di fatto ed estetiche fattezze avvenenti, bensì anche di nome del suo personaggio, cioè Bella Baxter. Considerando che la Stone ha vinto l’Oscar soltanto qualche anno or sono per La La Land e tenendo conto che la Gladstone, sotto ogni punto di vista, per quanto bravina, come appena sopra dettovi, è stata generosamente candidata in una category sbagliata, rimarco tosto che la Hüller è colei che, a essere obiettivi, è la migliore del terzetto e della cinquina composta inoltre da Annette Bening & Carey Mulligan. La sua prova, in Anatomia di una caduta, è qualcosa di sensazionale, di prodigioso e mostruoso. Sarebbe veramente vergognoso che a vincere non fosse lei.  Anatomia di una caduta, oltre a Best Actress, è candidato per il montaggio, Miglior Film “mondiale”, Miglior Regia e Sceneggiatura Originale, scritta dalla stessa director Triet con Arthur Harari. La trama, riportataci da Wikipedia e seguentemente riportatavi da me fedelmente, perdonate per la ripetizione fra l’altro voluta, è striminzita ma senza spoiler sanamente non necessari: Sandra, Samuel e il loro figlio di 11 anni, Daniel, ipovedente, vivono da un anno in una località remota in montagna. Un giorno Samuel viene trovato morto ai piedi della loro casa e Sandra diventa una sospettata.

anatomia caduta sandra huller

Scontro in tribunale, tagliente e senza esclusione di colpi, fra l’avvocato difensore di Sandra, anche suo amico, Vincent Renzi (un eccellente Swann Arlaud), e il Pubblico Ministero “inquisitore” (un altrettanto bravissimo Antoine Reinartz). Testimone, per modo di dire, incomoda è la studentessa di Lettere, aspirante giornalista Marge Berger (Jehnny Beth), l’ultima donna e persona, oltre al figlio Daniel (Milo Machado Graner), ad aver visto Sandra prima della morte di suo marito. In quanto, prima della tragedia successa, fu ospite di Sandra per un’intervista. Ma chi è Sandra, Sandra Voyter? Questo è il suo cognome ma cosa sappiamo di lei davvero? Lo scopriremo solo vedendo questo masterpiece teso, vibrante, girato divinamente, che inizia come un giallo à la Dario Argento dei tempi d’oro e non quello decaduto non sol di Giallo, eh eh, prosegue come una detection story assai sui generis con atmosfere rarefatte miste a Bergman e Truffaut, esplode vividamente come un legal thriller psicologico d’alta scuola e scrittura magistrale. Sorretto da una titanica, inquietante, immensamente sfaccettata, espressiva e al contempo commovente Sandra Hüller accattivante oltre l’impensabile, che recita illuminata d’attoriale grazia impari.

 

di Stefano Falotico

 

La società della neve, recensione

society snow poster

Film per palati fini? Ih ih.

Ivi sganciato da vincoli editoriali, libero di furoreggiare creativamente, disamino a mio modo, falotico, il bel film, sebbene non eccezionale, perlomeno a mio avviso, così come esplicherò nelle righe a venire, La società della neve. Il cui titolo originale è La sociedad de la nieve, a sua volta “americanizzato” internazionalmente in Society of the Snow.

Film Netflix, presentato in chiusura all’ultima edizione del Festival di Venezia, per l’esattezza, l’ottantesima, è un interminabile, in termini di minutaggio, sebbene appassionante eppur non del tutto convincente, opus, giustappunto, della durata di due ore e ventiquattro minuti circa, compresi i lunghissimi titoli di coda, diretto dal regista Juan Antonio Bayona, qui accreditato, nel nome, sol come J.A., da lui stesso sceneggiato assieme a una sfilza di writers collaboratori (elencati su Wikipedia nel link che sotto vi riporto, in riferimento all’inerente trama), a partire dall’omonimo libro di Pablo Vierci, concernente il tragico e inquietante accaduto in quel della Cordigliera delle Ande nel ‘72, quando il volo 75, con a bordo tutti i membri d’una giovanile squadra di rugby diretta verso il Cile, più alcuni relativi lor parenti, si schiantò e violentissimamente precipitò fra le suddette montagne in seguito a una mal calcolata turbolenza devastante. La maggior parte dei passeggeri, compreso il pilota e tutto l’equipaggio, morirono sul colpo o dopo poco, agonizzando terribilmente. Anche alcuni dei superstiti, rimasti feriti non gravemente o addirittura totalmente illesi, a distanza di breve tempo, schiattarono per il freddo e le condizioni ambientali e climatiche, specialmente notturne, a bassissime temperature disumane. Alla fine, dei quarantacinque viaggiatori, ne rimasero vivi solamente sedici. Dal giorno tremendo dall’incidente alla “miracolosa” salvazione avvenuta, però, scattò, diciamo, l’istinto di sopravvivenza di natura antropofaga poiché, terminato il cibo, per non morire di fame, i “vivi” furono giocoforza costretti a mangiare i morti… Ah, il cannibalismo immorale dei mortali… quasi necrofili o solo disperati, sempre a rischio di restare ibernati, dalle valanghe divorati e soffocati, lacerati e assiderati, forse semplicemente, per modo di dire, gravemente infreddoliti e metaforicamente, nell’animo, scarsamente e scarnamente, riscaldati?

Se volete leggerne la sinossi dell’enciclopedia generalista sopra menzionatavi, cliccate qui:

https://it.wikipedia.org/wiki/La_societ%C3%A0_della_neve

Senz’esservi oltremodo pedante e descrittivo di esegesi particolareggiata e pleonastica, affermo immantinente che la pellicola, dopo una prima mezz’ora abbondante, assai palpitante e fortemente spettacolare, visionaria e naturalmente angosciante, pian piano non decolla più, viaggiando troppo sulle traiettorie aeree, no, enfatiche d’una retorica esagerata e virando verso una romanzata, dolciastra visione poco a volo, cinematograficamente parlando, d’aquila, accartocciandosi e bruciando in melensi siparietti poco credibili e stentando, non poco, in verosimiglianza. Eccedendo in riprese flou miste a panoramiche delle Ande che, più che a una tragedy corposa e degna d’aroma, figurativo ed emozionale, veritiero, paiono essere intonate all’ex estetica da cartolina dell’ex celeberrima pubblicità del cioccolato Novi, a sua volta shakerata, diluita e dilungata in una scopiazzatura dell’Everest… di Baltasar Kormákur. Fra svolazzi, ripeto, soprattutto estetici, oltre che discutibilmente etici, poco realistici, digressioni superflue contrappuntate invece, bellamente, da scene invece ad alto tasso adrenalinico dense di sentito pathos, La società della neve, che rappresenta la Spagna, nella categoria di miglior film straniero, gareggerà e rivaleggerà contro il nostrano Io capitano e, in prima linea (non Alitalia, eh eh), col favorito Anatomia di una cadutanon d’un aeroplano, eh eh. Dunque, dopo il semi-misconosciuto I sopravvissuti delle Ande e il più famoso, però non di certo eccelso e sinceramente dimenticabile, Alive con Ethan Hawke & Vincent Spano + comparsata di John Malkovich, quest’ultimo liberamente ispirato al romanzo di Piers Paul Read, Tabù e annesso sottotitolo chiarificatore, Bayona ritorna sul luogo del delitto, no, di tale storia oltre i confini dell’incredibile a base di disgustoso cannibalismo scioccante.

A tratti incollandoci allo schermo, spesso invece, ahinoi, annoiandoci e banalizzando la vicenda, rendendola, specialmente negli ultimi 60 min., decisamente stomachevole. Peccato.

Siamo oramai al terzo tentativo di rendere viva quest’allucinante tragedia di morte, sofferenza, coraggio, dolore e orrore. Dei tre tentativi di salvataggio, no, di tal “trasposizione”, La società della neve, pur non essendo affatto un capolavoro, neppure sfiorandone minimamente le vette, non montagnose, eh eh, ne è comunque la “versione” migliore.

Figuratevi le altre succitate due… roba indigeribile come la carne umana per chi non è Hannibal Lecter.

Il quale, peraltro, seppur facendosene scorpacciate e gran magnate, non era esperto di grigliate al sangue ghiacciato.

Freddura finale del Falò, oh oh.

Inoltre, il protagonista, sin a un certo punto… (e non voglio compiere spoiler), è scarnificato, no, incarnato dalla versione uruguaiana, a livello fisionomico, di Adam Driver, ovverosia Enzo Vogrincic, mentre Fernando Parrado, detto soltanto Nando, dall’attore Agustin Pardella. Ragazzo fotogenico e talentuoso che speriamo non venga, nella carriera, arrostito.

Da cui il detto, in linea con la “tematica” del film, dal Pardella, no, dalla padella alla brace, ah ah.

society snow Enzo Vogrincic

di Stefano Falotico

 

THE AVIATOR, recensione

DiCaprio aviator DiCaprio Blanchett Aviator LeoDiCaprio Aviator Beckinsale DiCaprio

Quivi libero da restrittivi e pedanti, quasi dittatoriali dettami editoriali e tediose regole SEO ammorbanti, recensirò il controverso, fascinoso, da molti erroneamente considerato “algido”, The Aviator. Opus reputato peraltro minore, a mio avviso, invece, quasi il migliore del quintetto collaborativo fra Leo Dicaprio e monsieur Scorsese. Detto ciò, The Aviator non è affatto un capolavoro e nemmeno gli si avvicina, eppur in molti punti avvince, addirittura emoziona e commuove, in virtù d’uno stratosferico DiCaprio di natura brandiana, mimetico in modo spettacolare e carismatico oltre l’immaginabile. Sebbene, nel suo incipit e forse per la prima ora di tal pellicola dalla durata corposa, ai limiti dell’insopportabile, specialmente interminabile, la sua recitazione appaia, a prima vista, artefatta e già imitativa del De Niro dei tempi d’oro. Tutto mossette con la solita manina a lisciarsi i capelli e la nuca impomatata del suo Howard Hughes non biondo di natura, com’è Leo, bensì corvino. Pian piano, la sua recitativa prova, ripeto, inizialmente e apparentemente incerta, s’innalza ed è il caso di dirlo, si brucia come Icaro? No, prende il volo ad alta quota alla pari dell’Hercules, l’idrovolante da trasporto progettato, da tempo immemorabile, da Hughes, in questo fascinoso, seppur irrisolto, contorto e anomalo biopic rutilante ed estroso, diretto da Scorsese e sceneggiato-romanzato, molto all’acqua di rose e con punte nella retorica più tronfia, dallo specialista giustappunto dei colossal dispendiosi, alias John Logan. The Aviator ebbe un budget dalla portata clamorosa e metaforicamente analoga a un enorme transatlantico dell’aeronautica militare ma, obiettivamente, fu girato, non sol in cielo, assai meglio di Top Gun: Maverick.

Se non avete mai visto questo film, oramai uscito nei cinema mondiali ben due decadi or sono e, prima di vederlo, voleste leggerne la trama “dettagliata”, altresì inevitabilmente sommaria e generalista, ovviamente eccovi appioppato, sottostante, il link alle parole detteci e fornite noi da Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/The_Aviator

Un cast bellamente assortito e ineguagliabile ove, oltre al citato super protagonista assoluto DiCaprio, svetta naturalmente Cate Blanchett, per tale suo ruolo vincitrice dell’Oscar come miglior attrice non protagonista, nei panni dell’ex moglie di Hughes, ovverosia la diva ed eterna Katharine Hepburn, neanche a farlo apposta, oppure casualità non ricercata, ah, delir(i)o, a tutt’oggi l’attrice detentrice del record di Academy Awards vinti come incontestata Best Actress insuperata. Poi sposa di Spencer Tracy e donna complessa(ta), malgrado da “chiunque” amata…

Kate Beckinsale è invece un’Ava Gardner figa ma senz’aura, priva di vita, totalmente anodina e addirittura impalpabile, “bruttina”. Cosicché, fra un Alec Baldwin già grasso ma bravo, non ancora indagato e inguaiato, una fulminea toccata e fuga più rientrata in scena “muta” e pressoché invisibile, nella scena all’ospedale in cui Hughes è ricoverato e gravemente traumatizzato, d’un Jude Law/Errol Flynn fisionomicamente discutibile, Ian Holm, un cammeo di Willem Dafoe piuttosto insignificante, un eccellente John C. Reilly, un magnifico, serpentesco Alan Alda e un perfetto Danny Huston impeccabile, Gewn Stefani è un’impresentabile Jean Harlow che pronuncia tre battute in croce e pare perennemente imbarazzata a incarnarne la parte e basta? No, a recitare, per di più in un film non magistrale ma diretto, checché se ne dica, da un maestro incontestabile. Fotografia visionaria d’un ispirato Robert Richardson, ex aficionado, diciamo, a livello puramente lavorativo, di Oliver Stone e di Scorsese stesso, ora di Tarantino, compresi i film girati da quest’ultimo con DiCaprio, vale a dire Django Unchained e C’era una volta a… Hollywood, per un’opera maestosa, per l’appunto, sul piano visivo e per DiCaprio & la Blanchett + Huston sul versante interpretativo, ma non sempre convincente su quello narrativo. The Aviator è un bel film, troppo lungo, demodé o sol d’uno Scorsese, già vent’anni fa, cinematograficamente âgée e vagamente rincoglionito, rimasto fermo alla grandeurarty”, sovente superflua e perfino irritante, di New York New York? È una domanda? Sì. È fissato con Frank Sinatra e lo menziona quasi sempre, doveva girarne un film biografico proprio con DiCaprio, dapprima diverso, altresì mai visto e non concretizzatosi, intitolato però Dino, più incentrato sul “compagno” epocale di The Voice/occhi blu, cioè Dean Martin.

Meglio così, sarebbe stata una stronzata qual è, ahinoi, oggettivamente, scevri d’ogni futile reverenza autoriale stupida e quindi immotivata, Killers of the Flower Moon. Con buona pace molti suoi ammiratori (inde)fessi e sfrenati, financo di me stesso che tendo a voler testardamente credere che sia un capolavoro perché non voglio riconoscere la verità ineluttabile, la seguente… Martin, ti abbiamo venerato ma è tempo, se non di morire, di lasciar perdere con la settima arte, vedi di crescere le tue figlie e so che hai lavorato con Leo perché speravi che una di esse, conoscendolo sul set e altrove, potesse scoparlo e scoparlo. Per quanto Leo ti voglia bene, le tue figlie so’ indubbiamente racchie senza fine e i tuoi film, oggi come oggi, so’ più vecchi, in ogni senso di te. Quando morirai, zio Marty, il sottoscritto, girando un lungometraggio a commemorazione della tua tristissima dipartita e a mo’ della trasmissione radiofonica del finale di Killers of the Flower Moon, ti promette che non ne sarà solamente regista, bensì interpreterà la particina nientepopodimeno di te (re)incarnato nel tuo film sopra dettovi, pronunciando le lapidarie parole…  È una tragedia? Forse no. Mollie/Lily Gladstone, no, scusate, nessuna delle figlie di Martin(o) giammai sposò e sposerà Ernest Burkhart, no, DiCaprio. Si salveranno e si salvarono da un puttaniere che, su cinque film (al momento, cazzo) da te diretti, assomigliò a Marlon Brando sol in The Aviator.  Stendiamo invece un velo pietoso sulla sua penosa imitazione “parodica” di Killers…  

Nei titoli di coda del mio film, un attore mi domanderà:

– Non ti piace DiCaprio?

– Mi piacque in Titanic e in “tal” The Aviator ma se ti dico, onestamente, che generalmente mi fa schifo al cazzo, mi togli l’amicizia su Facebook? Anzi, ti blocco subito, così non mi spii. Inoltre, guarda che io e te non dobbiamo mica sposarci e non ho intenzione di sposare Leo anche perché non è sposato e mai lo sarà. Quindi salutami (a) Scorsese, sor(r)eta e Leo. Stamm’ buon’, tante belle cose alla tua famiglia di Goodfellas.

– Ehi, che modi sono? T’insegno un po’ di rispetto.

– Sai che fine fa il personaggio di Frank Vincent in Quei bravi ragazzi?

– No.

– Presto lo saprai. E non sarà un film in cui, per finzione, ne interpreterai il “character”.

Jude Law Errol Flynn Gwen Stefani The Aviator AlecBaldwin The Aviator Alan Alda Aviator

Cala il sipario, compare Scorsese rinato, no, la scritta The End e appaiono i titoli di coda. Al che, nel bel mezzo di essi, spunta una faccia da culo, la mia, che esclama:

– Francamente, spettatori, il mio film vi ha provocato ribrezzo, lo so, non ne avete capito lo spirito dissacrante ma, detta fra noi, siete gli stessi che pagaste il biglietto (e non solo) per Killers of the Flower Moon, dunque nessun rimborso! Tornate a casa e fottete(vi)!

Sì, idioti, finitela col Cinema! Roba che poteva andar benino ai tempi di Angeli dell’inferno!

Illusi, sfigati, minus habentes, insomma, poveri cristi, sveglia!!!

Ma vi rendete conto? State a guardare le vite degli altri, per di più persino finte e spesso rese buoniste per non incorrere nella censura e nell’emarginazione di chi, moralista, urlerebbe:

– Non fate più lavorare quel porco! Deve “crepare”, per colpa del maccartismo, come De Niro di Indiziato di reato. Che non ha la fotografia di Richardson ma dell’ex habitué di Scorsese, Michael Balhaus, con una comparsata di Scorsese stesso. Nel pre-finale di The Aviator, nella scena in aula giudiziaria, gli echi di Guilty by Suspicion ci sono tutti, in maniera figurata, no, figurativa e cromatica. Nevvero?

Willem Dafoe Aviator

di Stefano Falotico

 

SAG Awards 2023/2024, Nominations

From Deadline:de niro william hale flower moon

Outstanding Performance by a Male Actor in a Leading Role

BRADLEY COOPER / Leonard Bernstein – “MAESTRO”
COLMAN DOMINGO / Bayard Rustin – “RUSTIN”
PAUL GIAMATTI / Paul Hunham – “THE HOLDOVERS”
CILLIAN MURPHY / J. Robert Oppenheimer – “OPPENHEIMER”
JEFFREY WRIGHT / Thelonious “Monk” Ellison – “AMERICAN FICTION”

Outstanding Performance by a Female Actor in a Leading Role

ANNETTE BENING / Diana Nyad – “NYAD”
LILY GLADSTONE / Mollie Burkhart – “KILLERS OF THE FLOWER MOON”
CAREY MULLIGAN / Felicia Montealegre – “MAESTRO”
MARGOT ROBBIE / Barbie – “BARBIE”
EMMA STONE / Bella Baxter – “POOR THINGS”

Outstanding Performance by a Male Actor in a Supporting Role

STERLING K. BROWN / Clifford Ellison – “AMERICAN FICTION”
WILLEM DAFOE / Godwin Baxter – “POOR THINGS”
ROBERT DE NIRO / William Hale – “KILLERS OF THE FLOWER MOON”
ROBERT DOWNEY JR. / Lewis Strauss – “OPPENHEIMER”
RYAN GOSLING / Ken – “BARBIE”

Outstanding Performance by a Female Actor in a Supporting Role

EMILY BLUNT / Kitty Oppenheimer – “OPPENHEIMER” DANIELLE BROOKS / Sofia – “THE COLOR PURPLE”
PENÉLOPE CRUZ / Laura Ferrari – “FERRARI” JODIE FOSTER / Bonnie Stoll – “NYAD”
DA’VINE JOY RANDOLPH / Mary Lamb – “THE HOLDOVERS”

Outstanding Performance by a Cast in a Motion Picture

AMERICAN FICTION
ERIKA ALEXANDER / Coraline
ADAM BRODY / Wiley Valdespino
STERLING K. BROWN / Clifford Ellison
KEITH DAVID / Willy the Wonker
JOHN ORTIZ / Arthur
ISSA RAE / Sintara Golden
TRACEE ELLIS ROSS / Lisa Ellison
LESLIE UGGAMS / Agnes Ellison
JEFFREY WRIGHT / Thelonious “Monk” Ellison

BARBIE
MICHAEL CERA / Allan
WILL FERRELL / Mattel CEO
AMERICA FERRERA / Gloria
RYAN GOSLING / Ken
ARIANA GREENBLATT / Sasha
KATE MCKINNON / Barbie
HELEN MIRREN / Narrator
RHEA PERLMAN / Ruth
ISSA RAE / Barbie
MARGOT ROBBIE / Barbie

THE COLOR PURPLE
HALLE BAILEY / Young Nettie
FANTASIA BARRINO / Celie
JON BATISTE / Grady
DANIELLE BROOKS / Sofia
CIARA / Nettie
COLMAN DOMINGO / Mister
AUNJANUE ELLIS-TAYLOR / Mama
LOUIS GOSSETT, JR. / Ol’ Mister
COREY HAWKINS / Harpo
TARAJI P. HENSON / Shug Avery
PHYLICIA PEARL MPASI / Young Celie
GABRIELLA WILSON “H.E.R.” / Squeak

KILLERS OF THE FLOWER MOON
TANTOO CARDINAL / Lizzie Q
ROBERT DE NIRO / William Hale
LEONARDO DICAPRIO / Ernest Burkhart
BRENDAN FRASER / W.S. Hamilton
LILY GLADSTONE / Mollie Burkhart
JOHN LITHGOW / Prosecutor Peter Leaward
JESSE PLEMONS / Tom White

OPPENHEIMER
CASEY AFFLECK / Boris Pash
EMILY BLUNT / Kitty Oppenheimer
KENNETH BRANAGH / Niels Bohr
MATT DAMON / Leslie Groves
ROBERT DOWNEY JR. / Lewis Strauss
JOSH HARTNETT / Ernest Lawrence
RAMI MALEK / David Hill
CILLIAN MURPHY / J. Robert Oppenheimer
FLORENCE PUGH / Jean Tatlock

Poi quelle televisive al link sopra immessovi.
 

GOLDEN GLOBE(s) Winners

Best Motion Picture – Drama
Oppenheimer (Universal Pictures)

Best Performance by a Female Actor in a Motion Picture – Drama
Lily Gladstone (Killers of the Flower Moon)

Best Motion Picture – Musical or Comedy
Poor Things (Searchlight Pictures)

Best Performance by a Male Actor in a Motion Picture – Musical or Comedy
Paul Giamatti (The Holdovers)

Best Television Series – Drama
Succession (HBO | Max)

Best Performance by a Female Actor in a Television Series – Drama
Sarah Snook (Succession)

Best Television Series – Musical or Comedy
The Bear (FX)

Best Television Limited Series, Anthology Series or Motion Picture Made For Television
Beef (Netflix)

Cinematic and Box Office Achievement
Barbie (Warner Bros. Pictures)

Best Original Song – Motion Picture
“What Was I Made For?” — Barbie
Music & Lyrics By: Billie Eilish O’Connell, Finneas O’Connell

Best Original Score – Motion Picture
Ludwig Göransson (Oppenheimer)

Best Performance by a Male Actor in a Motion Picture – Drama
Cillian Murphy (Oppenheimer)

Best Performance by a Female Actor in a Motion Picture – Musical or Comedy
Emma Stone (Poor Things)

Best Director – Motion Picture
Christopher Nolan (Oppenheimer)

Best Motion Picture – Animated
The Boy and the Heron (Gkids)

Best Performance by a Male Actor in a Television Series – Drama
Kieran Culkin (Succession)

Best Performance by a Female Actor in a Television Series – Musical or Comedy
Ayo Edebiri (The Bear)

Best Motion Picture – Non-English Language
Anatomy of a Fall (Neon) – France

Best Performance in Stand-Up Comedy On Television
Ricky Gervais (Ricky Gervais: Armageddon)

Best Performance by a Male Actor in a Television Series – Musical or Comedy
Jeremy Allen White (The Bear)

Best Screenplay – Motion Picture
Justine Triet, Arthur Harari (Anatomy of a Fall)

Best Performance by a Male Actor in a Supporting Role On Television
Matthew Macfadyen (Succession)

Best Performance by a Female Actor in a Supporting Role On Television
Elizabeth Debicki (The Crown)

Best Performance by a Male Actor in a Limited Series, Anthology Series, or a Motion Picture Made For Television
Steven Yeun (Beef)

Best Performance by a Female Actor in a Limited Series, Anthology Series, or a Motion Picture Made For Television
Ali Wong (Beef)

Best Performance by a Male Actor in a Supporting Role in Any Motion Picture
Robert Downey Jr. (Oppenheimer)

Best Performance by a Female Actor in a Supporting Role in Any Motion Picture
Da’vine Joy Randolph (The Holdovers)

 

La battaglia di Hacksaw Ridge, recensione

HacksawRidge AndrewGarfield

Puntualizzo subito: Gibson non è australiano ma ha vissuto, da piccolo, tantissimi anni nella terra dei canguri. È dunque newyorkese? Eh eh. È nato a Peekskill.

Ebbene, mi approccio subito con tal “ebbene” di tono confidenziale a voi, amici e (a)nemici, eh eh, fratelli e sorelle della congrega falotica… Persi questo film al Cinema e lo “agguantai” solamente ieri, vedendolo su Netflix ove, da un bel po’, staziona prima d’essere tolto chissà quando, però… Eh eh. Film del 2016, targato da un Mel Gibson cazzuto che, in pompa magna e con barba da talebano che anticipò il suo canuto look da Santa Claus, propostoci recentemente, presentò questo suo controverso, magniloquente, sanguinolento e veramente corposo opus irresistibile, forse sol in senso lato “irrefrenabile”, diciamo, alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica, vale a dire più comunemente Festival di Venezia, ove ricevette un’interminabile, forse esagerata, un po’ immeritata, standing ovation in Sala Grande alla presenza di quasi tutto il cast. Capeggiato da un Andrew Garfield straordinario, nei panni non del capitano Glover, invece incarnato da Sam Worthington, (Wikipedia links a seguire) bensì del primo obiettore di coscienza dell’Esercito degli Stati Uniti a ricevere la medaglia d’onore, alias Desmond Doss. Sposatosi con l’altrettanto veramente esistita Dorothy Schutte, ivi interpretata dall’avvenente e angelica Teresa Palmer. Garfield che fu giustamente candidato all’Oscar come miglior attore protagonista nello stesso anno in cui, giocando di raffronti e parallelismi, uscì nei cinema mondiali con un altro character, per molti versi, analogo, ovverosia Padre Sebastião di Silence. La battaglia di Hacksaw Ridge (Hacksaw Ridge e basta in originale), costato relativamente poco, incassò cifre da capogiro e, oltre a riscontrare i favori del pubblico internazionale, ottenne quasi unanimemente i plausi di gran parte dell’intellighenzia critica. Piacque molto ai membri dell’Academy e, oltre alla nomination succitata di Garfield (sconfitto da Casey Affleck di Manchester by the Sea), vinse nella categoria di Miglior Montaggio e Miglior Sonoro, perdendo invece per il miglior montaggio… sonoro, aggiudicandosi inoltre le candidature per Best Picture & Best Director. Non raggiunse dunque i fasti di Braveheart – Cuore impavido ma vi andò vicino. Hacksaw Ridge rappresenta al momento la quinta regia di Gibson dopo L’uomo senza volto, l’appena menzionatovi Braveheart, La passione di Cristo e Apocalypto. Ancora per pochissimo però in quanto Gibson è appena tornato dietro la macchina da presa per Flight Risk con Mark Wahlberg. Chiarisco immantinente, Hacksaw Ridge è un bel film ma non un capolavoro, anzi, tutt’altro. È mainstream purissimo con tutti i suoi grossi pregi, altresì coi suoi inevitabili difetti grondanti pomposità retorica a fiumi e fasulla esaltazione a stelle e strisce con annessa distorsione compiaciuta della veridicità storica. Gibson non è statunitense, ovviamente, sappiamo tutti che è australiano ma è oramai “naturalizzatosi”, da tempo immemorabile, anche mentalmente, nella visione occidentale, americana nel senso di USA totale, imperialista e reazionaria, fascista e capitalistica? Mah… è davvero il nuovo Eastwood della minchia, no, m. da p.? Vince Vaughn gli è amico ed è alto da morire, quasi due metri, forse come attore è perfino più bravo di Mel e lo sovrasta. Ma che c’entra? Vaughn ivi giganteggia pur interpretando un personaggio “secondario”, il dispotico, indisponente, di statura giustappunto imponente Sergente Howell. La versione, perlomeno inizialmente, simile al sergente maggiore Hartman/R. Lee Ermey di Full Metal Jacket. Che poi, pian piano, scopriremo esser invero uno “stronzo” di cuore e dall’animo più tenero e sensibile di quanto, di primo acchito, potessimo aver sospettato, anzi, creduto. Vaughn è un attore incredibile, immensamente sottovalutato. Destinato a crescere ancor più vertiginosamente. Ancora di più d’altezza in senso letterale e di cm? Eh eh. Basti, anzi, vi basterà (ri)vederlo in True Detective 2 e in Freaky, per esempio e per rendervene conto, oltre che nelle sue prove dirette da S. Craig Zahler, fra cui, ça va sans dire, Dragged Across Concrete – Poliziotti al limite in cui duetta con lo stesso Gibson.Mel Gibson Hacksaw Ridge

Trama, secondo IMDb, riportatavi fedelmente:

Il medico dell’esercito americano della Seconda Guerra Mondiale Desmond T. Doss, che ha prestato servizio durante la Battaglia di Okinawa, si rifiuta di uccidere le persone e diventa il primo uomo della storia americana a ricevere la Medaglia d’Onore senza aver sparato neanche un colpo.teresapalmer hacksawridge Palmer Garfield battaglia HacksawRidge

Teso, vibrante, violento oltre il dovuto, chiaramente fazioso, “distorsivo”, gibsoniano in tutto, anche nel peggio! Gibson è avvezzo ad essere enfatico, a riproporci ad libitum gambe mozzate e corpi “fuori di testa”. Perverso!

Sceneggiatura non di Randall Wallace, habitué di Gibson, bensì di Andrew Knight and Robert Schenkkan.

Fotografia di Simon Duggan, musiche tonitruanti, insistite, leggermente nauseanti e pedanti, sin allo sfinimento ripetute nei momenti topici, di Rupert Gregson-Williams, da non confondere con John Williams, collaboratore invece inscindibile di Steven Spielberg. E ho detto tutto! A proposito, Schindler’s List e Salvate il soldato Ryan sono dei capolavori da paragonare al film in questione di Gibson?

Sono un “archivista” folle come Sean Penn de Il professore e il pazzo?

E quindi?

Voto al film? 7 e mezzo, non di più.

Non è il Cinema che prediligo ma non posso riconoscere a Gibson il coraggio di voler essere un megalomane e un violento, non solo con l’ex moglie.

Da citare, infine, Hugo Weaving!

vincevaughn hacksawridge

di Stefano Falotico

 

NOSTALGIA, recensione

martone favino nostalgia pierfrancesco favino nostalgia

Libero da vincoli editoriali e da asfissianti regole pedanti, ancor influenzato, altresì tanto raffreddato quanto ironico e scevro da ogni virus intestinale, no, ammaliante, no, sol ammalante influencer ammorbante e solamente appariscente-deficiente, quest’ultimo bravo, per modo di dire, sol ad essere lui stesso febbricitante di maieutica a buon mercato rionale o da Rione Sanità, ivi recensirò Nostalgia. Da me visionato ieri, in data primo gennaio di tal 2024, anno appena iniziato che si spera meno cagionevole, non solo di salute, bensì anche in senso metaforico, di quello appeno trascorso. Attenendoci, ivi utilizzando il plurale maiestatico, alle prime righe della trama riportataci da Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Nostalgia_(film_2022)

Dopo quarant’anni vissuti tra il Libano, il Sudafrica e l’Egitto, Felice Lasco torna nel luogo dov’è nato, il rione Sanità di Napoli, richiamato da un oscuro passato. Qui ritrova la madre ormai anziana e cieca, di cui si prende cura nelle ultime fasi della sua vita. Dopo la morte della donna, Felice confida a Raffaele, un vecchio fornitore di pelli e spasimante della madre, che da adolescente aveva un caro amico, Oreste Spasiano, che negli ultimi giorni gli ha fatto bruciare la motocicletta e intimare di andarsene. Raffaele gli rivela che Oreste, noto come ‘o’ Mal’omm, è il più pericoloso boss camorrista della Sanità, e lo invita paternamente a tornare in Egitto, dove è rimasta la moglie.

Martone, partenopeo di origine controllata, quando ambienterà un suo film, che ne so, a Bologna, mia città natia, malgrado non mi piaccia e non possegga origini felsinee? Mai. È chiaro. Così come è chiaro che, dopo una fase creativa altalenante, Martone sta cominciando a girare pellicole a tutt’andare in quanto non vuole estinguersi come il Vesuvio, bensì essere vesuviano, no, vulcanico ed eruttivo in fase “ultimi fuochi” da San Silvestro? Quante cartucce ha ancora da sparare prima di spararsi alla pari d’un gangster inchiappettato e all’ergastolo condannato a Poggioreale? No, ah ah, scherzo. Martone sa come usare i peti, no, petardi cinematografici e i suoi film sono botti di Capodanno, no, botte allo stomaco in competizione con Paolo Sorrentino, ovviamente, altro napoletano verace e amante delle vongole non solo veraci. Martone conobbe Toni Servillo, naturalmente amico e compagno fidato di Totò, no, Sorrentino, e vi lavorò per Qui rido io. È tutto un magna magna, parafrasando il Bettino Craxi di Pierfrancesco Favino in Hammamet by Gianni Amelio. Martone sa, alla stessa maniera di Filippo Scotti/Fabietto Schisa di È stata la mano di dio, che da Napoli nessune fugge veramente mai. Napoli t’imprigiona non solo in una cultura e mentalità oramai, per sempre, aderenti al substrato inconscio in te formatosi, bensì, anche quando te ne vai per molto tempo come Favino/Felice Lasco, senza di “lei” diventi infelice poiché la patria di Pulcinella t’incarcera nella sausade. Sì, quell’analogo sentimento brasiliano, agrodolce e melanconico di nostalgica voglia di ritornare e sprofondare, in ogni senso, nelle viscere delle tue irrinunciabili origini. Sceneggiato dallo stesso Martone ed Ippolita Di Majo a partire dall’omonimo romanzo di Ermanno Rea, Nostalgia è l’ennesimo film su Napoli, giustappunto, d’un regista che, anche quando girò il suo biopic su Giacomo Leopardi, nato a Recanati, intitolato Il giovane favoloso con Elio Germano, doveva andare a parare su Luisa Ranieri, no, Massimo Ranieri, no, Antonio Ranieri, celeberrimo amante dell’autore de L’infinito… Per dirla à la Peppino De Filippo, campeggiante ivi in uno storico graffito, e ho detto tutto…

Nostalgia è un bel film, non un capolavoro ma non aveva, onestamente, nessuna possibilità di entrare nella cinquina dei film candidati all’Oscar come Best Foreign Language. Perché Martone non è paraculo come Sorrentino, la sua Napoli non è ruffiana e quasi mai da cartolina malgrado le soffici e fascinose luci del direttore della fotografia Paolo Camera. Cinematographer, peraltro, di quell’Io capitano di Mario Martone, no, Matteo Garrone, che è invece, a dircela francamente, un romanaccio volpone! Ché, dopo la nomination ai Golden Globes, potrebbe perfino spuntarla agli Oscar… chiamalo coglione… Favino se la cava egregiamente ma la vera sorpresa è Tommaso Ragno. Appena poco prima, lo vedemmo ingrassato in Tre piani, mentre qua il vero De Niro italiano è lui, altro che Servillo. Per incarnare O’ Malommo adottò lo stesso metodo “Max Cady”…  È eccelso e fa ribrezzo il suo character, al contempo è affascinante da morire, è l’uomo di merda che nessuno, tutti vorrebbero essere.Francesco Di Leva Nostalgia

di Stefano Falotico

 

TOP GUN: MAVERICK, recensione

Recensione dissacrante, ironica, perfino anti-ero(t)ica alla purissimo, forse non tanto, Falò scatenato.

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Ebbene, perdonatemi per il tono confidenziale dell’ebbene che, secondo il galateo della buona scrittura non sta bene e non sa di bon ton, e dovete scusarmi se tale film schifai, distinguendomi, perciò, a ragion veduta, forse solo giusta, rispetto alla maggior parte della gente e a differenza della pressoché unanimità dell’intellighenzia critica, entrambe lodanti infatti inspiegabilmente tale pellicola inguardabile, osannata oltre il dovuto e ingiustificabilmente subissata di apprezzamenti sperticati, sommersa di applausi scroscianti e à gogo. Top Gun: Maverick, in verità, è un concentrato di luoghi comuni in uniforme, no, in (uni)formato mainstream per la massa becera e caciarona ove perfino le donne avvenenti giocano in battaglia, con la bottiglia in mano e la battuta fulminea a mo’ di presa pel culo che fa woman maschiaccio.

Una storia a base d’un gruppo di aviatori dell’aeronautica anale, no, aero-navale, forse portuale, con annessi e connessi cameratismi di teste di c… o coi “testicoli” e dunque simili a gigolò (non) tutti attempati, alcuni stempiati, altri con gli addominali più piatti dell’encefalogramma del teschio ambulante incarnato da Ed Harris. Qui, stronzo e al contempo idiota come non mai, probabilmente uno che ha fatto carriera da figlio di puttana, motherfucker irredento, specializzato in produzioni Jerry Bruckheimer tra un film d’autore e il suo porco di Snowpiercer. Inoltre, abbiamo una sfilata in passerella di gran passere, no, una marcia funebre di figoni omoni col surriscaldato ormone perennemente pronto all’uso, men USA e getta. Uomini in marcetta, no, tutti muscolosi col muscolo principale, fra le gambe, sempre in tiro come una divisa in ghingheri più bianca d’una arancia spermatica, uomini marcescenti dal boccale facile che però non si sciacquano mai la bocca, sognando un altro boc… ino d’una bona bambolina. Sono anche buone forchette in mezzo alle porchette. Carne di maiale vera, nuda più del prosciutto crudo! Una marcia tetrissima di zombi viventi veramente deprimenti, per voi, invece divertenti e più allegri degli ubriachi del maschilista disco-pub(e) I Monelli di Ozzano dell’Emilia, ubicato in via Fratelli Cervi, ove potrete “gustare” battute sessiste e tamarri che si credono Maverick in quanto sono “cestisti” che infilano le palle in buca come i giocatori di basket che, là vicino, nel palazzetto sportivo limitrofo, si esibiscono più dello stesso esibizionista Cruise, il quale, immediatamente, in apertura di film, ci tiene a mostrarci il suo torace scolpito. Ma torniamo ai duri in cerca di topa, no, di Top Gun… che, fra una lezione di volo e l’altra, “sborrano” di cameratismi militareschi per allentare la noia o la naja sui generis. Dei degenerati, molto debosciati con le palle, no, pelle più depilata d’una pornoattrice di Naughty America. Tracannando birra servita loro dalla bella barista ammiccante Penny Benjamin, alias Jennifer Connelly, dimagrita, un po’ sciupata ma sempre pronta… e disponibile d’occhiolino invogliante il testosterone del coglione arrapato, super allupato e del maschio che deve chiedergliela subito nel suo locale simile a Gigi il troione, non pagandole il coito ma a cui non tornano i conti, parimenti a Tom Cruise che, nell’incipit, accetta di scendere di grado, no, vede eccome di buon grado, forse gradazione sballata da occhi sgranati fuori dalle orbite, le regole della serva serve, per dirla alla Totò. Al che, dopo la porcata edonista reaganiana di Tony Scott a cui tale film è dedicato (forse resusciterà perché disonorato, oltre che defunto e sopravvalutato), Tom riuscì ad aprire le sue pupille alla Jerry Maguire, no, per Tom & Jerry, no, Jenny/Connelly, no, a convincere il suo pupillo Joseph Kosinski a dirigere quest’opus della min… hia, con in più l’altro suo leccaculo Christopher McQuarrie in cabina di volo, no, di produzione per tale nuova avventura incentrata sulle erezioni, no, sull’aviazione del capitano-comandante di vascello, di uccelli… Pete Mitchell! Questa la trama riportataci da Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Top_Gun:_Maverick

Miles Teller Top Gun Maverickjon hamm top gun maverick

Abbiamo anche Jon Hamm che non sa, al solito, recitare ma è un bel vedere per il gentil sesso di donne più semen, no, più sceme di Olivia Wilde in Richard Jewell. Capito l’eccitazione, no, non poco allusiva citazione? Si fa notare (dagli uomini?) anche la peperina Monica Barbaro che, quest’anno, abbiamo visto, perfino seminuda, nella serie tv Fubar con Arnold Schwarzenegger, celeberrimo ex di lei, no, Conan the Barbarian.

Tom Cruise, a sessant’anni suonati, anche se le riprese, più volte interrotte a causa della pandemia Covid-19, si svolsero quando ne aveva 59, fa ancora il piacione con sguardo da… ehi tu, donna, voglio subito leccartela, levandoti la Connelly, no, la gonna. Scegli tu se preferisci un preliminare di 69 o passiamo subito a metterti a novanta. Sai, sono un uomo da eighties, sì, divenuto formoso, non solo famoso, negli ottanta. Sono stagionato eppur bellamente palestrato, son vecchio… stampo e voglio francobollarti tosto.

D’altronde, me lo posso e me la posso permettere, posso ancora non solo sognarti ma averti e, non solamente in cartolina, come si suol dire, vederti. Sono franco. Bollo? Dai, dammela, tu sei bonissima, anche io (non) schizzo, no, non scherzo.

E lei lo guarda da burina carina che fa “finta” (è frigida e simula l’orgasmo come Meg Ryan del capostipite o di Harry ti presento Sally?): – Ah, bono! Stamm’ buono! Non scaldarti troppo, più della mia… contemporaneamente bagnata alla pari del Mar Nero. Non sei un negro e forse non sei molto dotato ma chi se ne fotte. Hai però un bel faccino da culo. Ah sì, fai lo strafottente? Fottiti! No, che aspetti a fottermi? Fottiamoci e fottiamocene. Fuck the World!

Poi alza il dito medio ai cosiddetti… sfigati e, assieme al suo “uomo”, urla loro contro:

– Prendetevelo in quel posto, merdacce! Noi, sì, che abbiamo sedere. Fra l’altro, il mio Tom/Mitchell… visto che lato b risaltato dai jeans attillati? Sembra quasi grosso e sodo come il mio. Noi siamo uomini e donne da orgia di Eyes Wide Shut, mica un medichino del film stesso di Kubrick. Oppure un impiegatino alla Fantozzi! Ca… zo! Abbasso le casalinghe, no, “casalingue!”.

Attenzione, orsù e orsi, miei proci, porci e orsi, al Falò. Posso distruggervi più di come posso far saltare in aria un missile? No, tale film che non è affatto una bomba. Sexy? Eh eh.

Sono trascorsi trentasei anni dall’uscita nelle sale del primo… e oggi, mentre sto vergando tale pezzo, è Natale. Giornata buonista in cui ogni persona fake festeggia la nascita dell’uomo che morì a trentatré primavere, ah, che poveri cristi farisaici. Ah, i farisei. Anzi, i filistei. In questo periodo, peraltro, la gente “buona” gioca a tombola e riguarda il film 47 morto che parla con Totò. Rilegge alcuni passi della Bibbia e adora Sansone, oltre a Dalila(h) Di Lazzaro… alzati e cammina? No, al boomer, da sempre segreto spasimante di Dalila, falso mito erotico degli anni settanta, ancora si alza? A stento riesce a camminare, costui, sì, deambula e chiama regolarmente l’ambulanza a sirene… dell’Odissea, no, a luci rosse di pene… sue patite e continui attacchi cardiaci dinanzi alle ragazzine discinte di Instagram, no, d’acciacchi perpetui, momentaneamente curati eppur ritornanti puntualmente più lacrimosi dell’Immacolata addolorata, dai giudeo-cristiani venerata però meno di Louise Veronica Ciccone, in “arte” Madonna!

Ecco, la dovremmo finire, alle soglie del 2024, con questa finta san(t)ità (mentale o da dementi abissali?), no, con questa cazzata del Natale, festa pagana, altro che cristiana, protesa soltanto a far sì che la gente, più povera dei pastorelli di Betlemme, possa sputtanare i pochissimi soldi che ha in regali da elargire a chi è ancor meno regale di loro. Che persone perbene. Poveretti! E la propaganda promozionale ancora funziona! Cosicché, assistiamo a un Esodo, no, a un’esosa, no, penosa gente che, per tutto l’anno, si lamenta di non arrivare a fine mese ma, come per miracolo (della moltiplicazione del pane e dei pesci?), non si sa perché, secondo quale mistero di Fatima, all’improvviso trova il “money” da sputtanare, no, per festeggiare di congratulazioni, no, reciproche felicitazioni. Per di più, paga regolarmente l’abbonamento Netflix, non versione Basic (Instinct?), bensì Premium HD, ove in questi giorni, giustappunto, è stato immesso, a distanza di quasi Soldati – 365 all’alba, no, soltanto 365 giorni (sì, il 2023 non è stato bisestile, eh eh), l’idolatrato Top Gun: Maverick, da me ivi disaminato, più che altro sanamente sputtanato. La gente parla della guerra in Ucraina e considera Putin più “troia” di Juliette Binoche di Mary. Eppur combatte sol in trincea.

Di contraltare, no, d’altro canto, va morbosamente, perversamente matta per il sangue a fiotti de La passione… di Mel Gibson ma per l’eterna Malèna/Maddalena Scordia, solamente Maddalena nell’appena citato film di Gibson, pur di averla, venderebbe l’anima al diavolo di The Last Temptation of Christ!

Lady Gaga non è una prostituta, in fondo… ha una gran voce di gola profonda! Hold My Hand! Che la pace sia con te e con il tuo spirito. Scambiatevi un segno di pace. Sì, anche voi, scambisti che tradite le mogli con una birra, no, bionda parruccona, da parrocchia o con la parrucca?

La Bellucci ha la sua età ma ancora ci può stare… non è la Contessa Serbelloni Mazzanti Vien dal Mare. Si può, eccome, ancora godibilissimamente scopare.

Ma torniamo al torello… Tom Cruise. Anche lui, ripeto, ha il suo perché. Ecco, perché… girare questa cagata pazzesca?

Perché Tom, ribadisco, è un uomo pasquale. Lui vuole sempre risorgere e dimostrarci che è un dio anche col lifting. La Connelly, invece, fu ed è una goddess? Adesso serve al bancone del bar, lavora di straccio e ramazza, non è affatto una stracciona, neppure una stangona ma, tutto sommato, rimane una figona! E fa la sua porca… fig(ur)a, appunto!

Ma andate tutti quanti a darlo sulla Salaria, salami e donnette in cerca del salame…

Ancora con ‘sta roba di Top Gun? In cui, anche il bravo Miles Teller ha il mustacchio e cammina come una bella statuina del presepe dei fessi che riempiono di lodi e soldi Cruise.

Morale della fav(ol)a: tutto è pene, no, bene quel che finisce bene. Tom/Mitchell se l’inchiappettò, i cattivi da fumetti vennero… inchiappettati e auguri e figli, naturalmente, maschi!

In buona sostanza, Mitchell “Maverick” è un brav’uomo, è un guerrafondaio ma se le bomba tutte. Lui, sì, che ha i coglioni… come voi.

Eppure la retorica, pomposa più delle musiche indigeste di Hans Zimmer, a loro volta più indigeribili di un Tartufone Motta, fa sempre scuola… da Full Metal Jacket?

Tom Cruise/Maverick non è un pezzo di merda. Nooo! È culturista, belloccio, gli piacciono le femminili bocce, non è mai stato bocciato e l’amore, per modo di dire, con Penny/Connelly (come direbbero a Bologna, una gran “penna”) è risbocciato. Tom, sei un lupo di mare e terra, gli uomini e le donne ti applaudono dagli Appennini alle Ande, hai lo sguardo languido e allo stesso tempo da marpione molto volpone, credi nei valori… Sei un grande, Tom! Ma vai, ma vieni, MAVERICK! Buon Natale!

Il Falò, cari Giuda che non siete altro. Il Falò, un uovo di Pasqua, no, un “uomo” vero.

Un puro, anche se si dà agli atti impuri, che vale il prezzo del biglietto. Sì, per il treno alla Destinazione Paradiso di Gianluca Grignani. E ho detto tutto. Sul vagone, a mo’ di Carlo Verdone/Pasquale Amitrano di Bianco, rosso e verdone, canterà la mitica hit immarcescibile di Claudio Villa, cioè Binario…

Triste e solitario,

Tu che portasti via col treno dell’amore

La giovinezza mia

Odo ancora lo stringere del freno

Ora vedo allontanarsi il treno

Con lei che se ne va

Binario, fredde parallele della vita

Per me è finita!

Monica Barbaro Top Gun Maverick
A proposito, hanno ancora bloccato i voli per Mosca? Pensavo di trasferirmi lì.

Ora, a parte le esagerazioni e i voli pindarici della mia scrittura supersonica, entriamo nel vivo, alla fine, della recensione. Joseph Kosinski recupera Val Kilmer/Ice e lo uccide di cancro prima del tempo, della serie, l’immaginazione supera la realtà. Cattiva questa. Eh già. Kilmer accettò (mal)volentieri. Così, se presto morirà, vuole essere ricordato come un eroe-“ammiraglio”. Aggiungo io, mirabile, che coraggio, ha gli attributi! Peraltro, è l’unico uomo col cancro da una vita, oramai, a non essere guarito come Michael Douglas, quest’ultimo suo “amico” che fu il primo a rendere pubblico, di gaffe incredibile, il male impietoso che colpì lui stesso e Val. Le malelingue sostennero che Douglas fu affetto dal tumore alla gola perché leccò troppe topoline. Dunque, Kilmer, famoso sciupafemmine, lo prese in quel posto, metaforicamente parlando, non davvero in quel foro “sacro”, in quanto non omosessuale passivo e anche lui amante, chissà se bilingue, di Cindy Crawford quando ancora ufficialmente stava con Richard Gere?!

Ah, resuscitate Mia Martini, morta a soli 47 anni per un tumore al seno? No, stando alla biografia, no, all’autopsia, morì d’attacco cardiaco per overdose, sì, d’infarto perché, di crepacuore causato dalla gelosia tremenda, vide sua sorella, Loredana Bertè a letto con Björn Borg, da lei cornificato a iosa, no, con una moltitudine d’uomini simili allo stesso Borg, cioè simili d’aspetto fi(si)co a Glen Powell. Uomini biondi con gli occhi azzurri e non da gomito del tennista… Ah ah. In quanto, il principe “azzurro” è l’uomo alfa che non canterà mai la canzone… Gli uomini non cambiano.

Forse io sono l’incarnazione, in senso lato, non b, del ritornello… tu, tu che sei diverso, almeno tu nell’universo e quindi non posso amare Tom Cruise poiché non sono “gaio”, non sono uno alla Tom Cruise, cazzuto, e neppure posso adorare universalmente Top Gun: Maverick poiché ho gusti differenti dagli uomini e donne alla Maria De Filippi. Tony Scott viene imitato da Kosinski in quanto ivi il direttore della fotografia è l’ex tecnico delle luci dello stesso Tony, ovverosia Claudio Miranda. Il rapporto paternalistico fra il personaggio di Cruise e quello di Teller è in zona L’ultimo boy scout – Missione: sopravvivere. In attesa del nuovo Mission: Impossible del McQuarrie, in questo Maverick, però abbiamo anche il negrone Charles Parnell, sì, capo NERO, no, NRO, di Mission: Impossible – Dead Reckoning – Parte uno. Probabilmente, Tom & Charles se lo danno nel c… lo.

La Connelly inoltre emula Madeleine Stowe di Revenge, fuori tempo massimo, pur non indossando mai la minigonna e Lewis Pullman non è di certo Kevin Costner dei tempi d’oro, ah ah. Le riprese aeree sono “fantascientifiche”, roba di un altro pianeta da Oblivion. Ma stiamo coi piedi per terra, suvvia. Stiamo parlando, comunque sia, d’un film ove, ripeto, Tom Cruise deve dimostrare di avere ancora un fisico statuario come un ragazzo di trent’anni. E dunque ha preteso di essere ripreso in spiaggia, mezzo ignudo, assieme ai suoi ragazzi spogliati in quanto è il “team leader”. Allucinante però che un film così macho e patriarcale, maschilista da vomitare, non presenti una sola scena in cui Monica Barbaro, anche lei invece presente in riva al mare nella scene della partitella di rugby, ci offra il suo bikini d’una certa topa, no, certo tipo. La Critica mondiale l’ha definito un quasi capolavoro. Il mondo sta volando molto basso, a bassissima quota. Ah, su Netflix hanno inserito un “film” sul comico “volgare” Ricky Gervais.  Be’, gli assomiglio molto. Io sono camaleontico, in passato assomigliai, pensate, anche a Roberto Gervaso. Mi piacevano anche le recensioni di Mauro Gervasini. Per tutta la vita, infine, debbo esservi onesto, i ragazzi e le ragazze mi chiavavano, no, chiamavano Stefanino a mo’ di presa per il culino. Come per dirmi… sei piccolino, devi crescere. Se avessero saputo cosa pensavano di me i miei coetanei quando insieme a loro, allora, facevo la doccia ai tempi in cui giocai a Calcio, avrebbero pensato:

– Se avessi una roba così, come il Falò, fra le gambe, non mi tirerei seghe, in ogni senso, sui film.

Sono stato (s)fortunato. Le donne desiderano l’uomo alla Jon Hamm, gli uomini stupidi vogliono dunque essere Jon Hamm. Hamm è un “cazzone” che non mi (ri)guarda.Connelly Cruise Top Gun Top Gun Maverick

JENNIFER CONNELLY PLAYS PENNY BENJAMIN IN TOP GUN: MAVERICK FROM PARAMOUNT PICTURES, SKYDANCE AND JERRY BRUCKHEIMER FILMS.

JENNIFER CONNELLY PLAYS PENNY BENJAMIN IN TOP GUN: MAVERICK FROM PARAMOUNT PICTURES, SKYDANCE AND JERRY BRUCKHEIMER FILMS.

 

di Stefano Falotico

 

WONKA, recensione

Oggi recensiamo l’attesissimo e già acclamato dall’intellighenzia critica internazionale, Wonka, firmato dal regista di Paddington, ovverosia Paul King, ivi anche sceneggiatore assieme a Simon Farnaby (Rogue One).

King & Farnaby, per questo prequel del celeberrimo romanzo di Roald Dahl, (La meravigliosa storia di Henry Sugar) La fabbrica di cioccolato, già portato sul schermo da Mel Stuart con l’omonima trasposizione famosa con Gene Wilder, nel ‘71, e nel 2005 da Tim Burton per la sua controversa versione con Johnny Depp (Donnie Brasco), hanno, di purissima e lodevole fantasia proficua, inventato una storia del tutto originale, profondamente innovativa e ripiena di strabilianti invenzioni scenografico-visive abbacinanti per lo sguardo, donando nuova e scoppiettante linfa vitale all’opera originaria del suddetto Dahl e conferendogli altresì una brillante connotazione personale, a nostro avviso, stimolante e degna di nota. Trovando, per l’occasione, nell’eccellente e al solito magnetico Timothée Chalamet (Bones & All, Dune), peraltro, candidato giustamente al Golden Globe nella categoria di miglior attore comedy/musical, l’interprete ideale a incarnare, giustappunto, gli eccentrici panni del protagonista che dà il titolo a tale godibilissimo opus contagiosamente benefico e squisitamente allineato al lieto clima natalizio.

Pellicola della corposa eppur mai noiosa, avvincente e, ribadiamo, assai piacevole durata di centosedici minuti netti, Wonka, così come maggiormente più avanti esplicheremo con più sottigliezza, approfondendo in merito, brilla di luce propria e non poche volte incanta e strabilia, ipnotizzandoci alla sua visione e al contempo parecchio divertendoci con gusto e raffinatezza.

Trama, notevolmente sintetizzatavi e dunque concisa per non rovinarvene la visione e rivelarvi le belle sorprese amabili:

Il giovane e un po’ scapestrato, inesperto, analfabeta eppur ottimista e di buon cuore orfano Willy Wonka (Chalamet), il quale in tenerissima età perse la madre (Sally Hawkins) che, a sua volta, prima di lasciarlo lo incitò a un atteggiamento positivo e dolce nei riguardi della vita, dopo una lunga traversata marina, scende baldanzoso dalla nave e giunge in una città straniera per coronare il suo atavico sogno di aprire una raffinata cioccolateria nell’elegante Galeries Gourmet. Tale suo intimo desiderio vien però subito osteggiato e messo a dura prova dalla polizia locale che non lo vede di buon occhio.

Inoltre, Wonka, il quale aveva preso sistemazione “alberghiera” in un confortevole, pittoresco, sebbene un po’ sinistro, caseggiato del luogo, subisce un capzioso raggiro malevolo da parte dell’apparentemente gentile e premurosa, invero perfida proprietaria dello stabile, la signora Scrubbit (un’Olivia Colman al solito bravissima sebbene leggermente irriconoscibile in quanto fortemente truccata e “conciata per le feste”) che, giustappunto, in combutta col marito bifolco di nome Bleacher (Tom Davis), parimenti furbacchione e losco, è specializzata nel plagiare i suoi clienti. I quali, avendo firmato delle clausole pressoché invisibili a occhio nudo, prima di prendere alloggio nel suo locale, non potendo poi sostenerne le assai esose spese, son obbligati a divenirne schiavi e a lavorare duramente alle sue ferree dipendenze nel lavatoio sotterraneo. Qui, Wonka conosce però la coetanea e avvenente Noodle (Calah Lane) e se innamora perdutamente, prestamente ricambiato. Wonka, fra mille peripezie e più o meno rocambolesche disavventure adrenaliniche, entra in contatto con un curioso nano Umpa Lumpa (uno strepitoso Hugh Grant digitalmente rimpicciolito) che gli confida di averlo in passato frodato ma che, a modo proprio, è suo fan sfegatato. Ci fermiamo qui col narrarvi la vicenda, lasciandovela gustare tutta d’un fiato, in quanto è prelibata come un cioccolatino succulento e, ancor evidenziamo, non abbiamo intenzione naturalmente di sciuparvene il piacevolissimo gusto che, speriamo, vogliate assaggiare.

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Soprattutto nel suo incipit, Wonka assomiglia non poco, per ambientazione e romantiche, languide atmosfere evocative, al bellissimo Hugo Cabret di Scorsese e perfino al sottovalutato Pinocchio di Robert Zemeckis. La regia di King è accorta e sensibile, in alcuni momenti, specialmente quelli cantati, sensazionale e incantevole, ben coadiuvata da una fastosa scenografia impeccabile mirabilmente curata da Nathan Crowley, frequente collaboratore di Christopher Nolan (da Insomnia sin a Tenet) e autore di lavori altrettanto importanti in pellicole come Nemico pubblico di Michael Mann e First Man di Damien Chazelle.  Ma a farla da padrone assoluto della pellicola è, ribadiamo, uno Chalamet in totale stato di grazia, impressionante per forza espressiva in ogni singola inquadratura, per di più ottimamente affiancato, nel suo assolo e one man show ampiamente meritevole d’applausi scroscianti a scena aperta, da un cast egualmente superbo in cui, oltre alle già succitate presenze della Colman e di Grant, son altresì certamente da annotare gli apporti recitativi di Jim Carter, Paterson Joseph nel ruolo di Arthur Slugworth, di Matt Lucas e d’un irresistibile Rowan Atkinson (Mr. Bean) in versione prete.

Wonka ha forse soltanto un’evidente e clamorosa pecca. Ovvero, se dal punto di vista formale e prettamente musicale è indiscutibilmente fantasmagorico, cioè una perlacea meraviglia, e suggestivamente coreografato, risulta invece molto carente e alquanto banale nei dialoghi e abbastanza scarno nell’intreccio in sé, in verità, troppo semplicistico e scontato. La caratterizzazione psicologica, infine, dei cattivi è, come si suol dire, tagliata con l’accetta e quindi manichea. Però sono debolezze perdonabili anche perché Wonka, fondamentalmente, si rivolge a un pubblico principalmente formato da bambini e dunque è accettabile, datone il tono fiabesco e infantile, che non sia complicato e troppo sfaccettato a livello intrinsecamente narrativo, psicologico e dialogico. Perdonateci per il seguente gioco di parole, la sua “ingenuità” ci par funzionale e logica.

Piccola curiosità: veramente incredibile la coincidenza, chissà se fortuita, per cui sia in Wonka che in Buon Natale da Candy Lane, odierne pellicole natalizie pressoché uscite in contemporanea, entrambi i protagonisti, rispettivamente incarnati da Chalamet e Eddie Murphy, si trovano inguaiati finanziariamente per aver firmato erroneamente e “sbadatamente” delle condizioni scritte in minuscolo.

TimothéeChalamet

di Stefano Falotico

 
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