No tweets to display


Robert De Niro Hurls F-Bombs At Donald Trump In Tony Awards Outburst; CBS Calls It Unexpected

Robert+De+Niro+2018+Tony+Awards+Show+fx5-tUWSIlwl Robert+De+Niro+2018+Tony+Awards+Show+kt1OkqK781yl Robert+De+Niro+2018+Tony+Awards+Show+cIXU6n0-pTJl

From Deadline:

UPDATED with CBS statement: Robert De Niro, who appeared at the Tony Awards to introduce Bruce Springsteen’s performance of a contemplative, piano-accompanied version of “My Hometown,” burst out with two bluntly profane blasts aimed at President Donald Trump.

“I’m just going to say one thing,” De Niro said, wearing a scowl worthy of Jimmy Conway in GoodFellas: “F-ck Trump!” When the astonished audience broke out into a mix of laughter and gasps, he paused for a few seconds and then followed with, “It’s no longer ‘down with Trump.’ It’s ‘f-ck Trump!’” He then pumped both fists, Jake LaMotta-style. Many people in the crowd at Radio City Music Hall, having been thrown a piece of red meat toward the end of the three-hour show, jumped to their feet.

A CBS spokesperson issued a brief statement tonight: “Mr. De Niro’s comments were unscripted and unexpected. The offensive language was deleted from the broadcast.”

The network leaned on the bleep button heavily, so none of its viewers heard the unexpurgated version of his remarks (the show aired on tape delay in the West). But the live feed of the broadcasts being played in the press room was uncensored, leading to several Tony winners being asked about the head-snapping moment during their backstage press conferences.

“He’s Robert De Niro,” joked Angels in America playwright Tony Kushner. “Who’s going to argue with him?” Later, he offered more serious thoughts, agreeing with De Niro and saying, “This person should not be anywhere near the seat of power.”

The shocker lobbed a verbal Molotov cocktail into an otherwise largely Trump-and-politics-light show. De Niro now has Broadway bona fides as the co-director of the recent adaptation of his film A Bronx Tale, so it made sense that he would provide some star power as a lead-in to Springsteen. But he was in some ways one of the least likely Tony speakers to break out his megaphone and deliver a profane political message. Even in his most familiar televised awards show setting — the Oscars — De Niro usually sticks closely to the script and gives viewers little hint of his acting mastery during his stilted moments onstage.

Springsteen’s meditative performance unfolded with De Niro’s words practically still echoing off the back wall of Radio City. As he was speak-singing his memories of 20th century Freehold, NJ, audience members and viewers alike still were trying to make sense of what they had just seen.

De Niro, who has traded for decades on his tight-lipped, once-press-shy image, has come out of his shell during the Trump era. The Tribeca Film Festival, which he co-founded, became a platform for several of his anti-Trump broadsides.

The Tony moment quickly made the social-media rounds, of course. (What time is it in North Korea? Hmmm.) Here are a few of the immediate reactions, including reports of an uncensored airing in Australia.

Robert+De+Niro+2018+Tony+Awards+Show+O_V1YpIl1B4l Robert+De+Niro+2018+Tony+Awards+Show+QqR7cDkdNbOl Robert+De+Niro+2018+Tony+Awards+Show+0yY5Of_0EH9l

 

 

 

Racconti di Cinema: Halloween – La notte delle streghe di John Carpenter

MV5BMzljMzMxZTYtY2UxMi00NTE2LWI5OWItODZmMmRkZTViNmQ1XkEyXkFqcGdeQXVyNTIzOTk5ODM@._V1_SY1000_CR0,0,665,1000_AL_ MV5BODI0ODc1MzYtNzc4MC00NmRlLTg3M2UtOWI4ZDA3ZWIzOTIwXkEyXkFqcGdeQXVyNTIzOTk5ODM@._V1_SY1000_CR0,0,675,1000_AL_ MV5BNzk1OGU2NmMtNTdhZC00NjdlLWE5YTMtZTQ0MGExZTQzOGQyXkEyXkFqcGdeQXVyMTQxNzMzNDI@._V1_

Ebbene, il prossimo 25 Ottobre uscirà nelle sale italiane Halloween di David Gordon Green (JoeManglehorn), vero e proprio sequel non apocrifo dell’originale, poiché prodotto dallo stesso Carpenter, regista capostipite di questa perla inaudita, l’ancora imbattuto, seminale Halloween – La Notte delle streghe.

Siamo nel 1978 e Carpenter ridefinisce un vero e proprio genere, inaugurando il filone slasher.

Cos’è nel Cinema lo slasher movie? Lo slasher, da non confondere assolutamente col più generico splatter, trae il suo nome dal verbo inglese to slash, che significa ferire in maniera profonda e letale con un’arma appuntita e affilata, e dunque si riferisce ai film horror in cui il protagonista è uno psicopatico omicida, un efferato maniaco che prende di mira, spesso in un geografico spazio ristretto o abbastanza limitato e circoscritto, come può essere un quartiere, un gruppo di persone perlopiù molto giovani, e intraprende contro di esse una spietata caccia brutale, uccidendole con armi da taglio, con coltelli acuminati oppure con grosse asce, per sventrarle e dissanguarle in modo micidiale.

Sì, come da sinonimi del verbo ferire, il protagonista barbaramente uccide violentissimamente le sue designate vittime, accoltellandole, pugnalandole, piagandole, trafiggendole, squarciandole indelebilmente, spesso mortalmente.

Ma Halloween non è solo questo. È, sì, un thriller furentemente sanguinario e suburbano, claustrofobico e tremendamente angoscioso, radente come un coltello dalla lama finissima, come suspense in perenne espansione, dilatata in trazione tesissima, distillata in vertiginoso crescendo inarrestabile e incalzante, ma è anche uno degli imprescindibili, profetici capofila del nuovo Cinema sugli assassini, un film nerissimo come può essere, appunto, il babau delle favole nere per bambini, colui che incarna il male nella sua accezione più pura e inquietante. Ma ci tornerò dopo…

Partiamo dapprincipio dalla trama.

Anno 1963: un bimbo di sei anni uccide a coltellate sua sorella in una notte buia, dopo che lei e il suo ragazzo hanno amoreggiato. Il bambino, di nome Michael Myers, viene rinchiuso in manicomio. Una tragedia di proporzioni devastanti.

Dopo quindici anni, in una notte di pioggia battente, Michael Myers evade dal manicomio criminale. È la notte del 30 Ottobre.

Il suo psichiatra, il dottor Loomis (Donald Pleasence), che ce l’ha in cura, o meglio in custodia sin da quando Myers è stato trasferito in manicomio, comprende immediatamente che Myers è tornato nella sua città natia, Haddonfield, e la mattina seguente avverte lo sceriffo, mettendolo in guardia sulla sua estrema, potentissima pericolosità. Va catturato quanto prima, prima che il male possa propagarsi e partorire altre irreversibili mostruosità.

Mattina del 31 Ottobre: seguiamo le scaramucce e le schermaglie adolescenziali di tre studentesse tanto disinibite quanto pudiche e timide, complessate, in preda all’imbarazzante turbinio dei loro ormoni su di giri, che si scambiano erotiche confidenze segrete sui ragazzi della scuola.

In particolare, seguiamo la vicenda (e Carpenter la “pedina” con insistiti e quasi ammiranti piani-sequenza) di Laurie Strode (Jamie Lee Curtis).

Mentre lei e la sua amica tornano da scuola, Laurie vede apparire, prima da dietro un cespuglio e poi dalla finestra di casa sua, uno strano figuro molto alto, con una tuta da meccanico, che indossa una lugubre, bianchissima maschera in viso. Lo rivela ad Annie ma lei non gli crede.

Entrambe le ragazze, nella notte di Halloween, così come vien detto nel film, “babysittano”, questo è il verbo che testualmente è utilizzato nel doppiaggio italiano, sì, nella notte di Ognissanti fanno le bambinaie a dei pargoletti.

Scende la notte di Halloween, Michael Myers si aggira indisturbato nel tetrissimo quartiere, spia Annie, e alla fine la sgozza. È appena cominciata la strage, il male oscuro è ritornato veemente in tutta la sua spasmodica, invincibile furia, e altri due giovani saranno ammazzati, la coppietta formata da Bob e Lynda.

Laurie capisce che qualcosa non va, abbandona i bambini, e s’inoltra nella casa del diavolo… diciamo così.

Ed ecco che fa il suo primo incontro con Michael Myers. Lui prova a ucciderla, avviene un combattimento corpo a corpo quasi all’ultimo morso, Annie lo ferisce più e più volte ma Myers sembra immortale e puntualmente resuscita.

Sinché, non sopraggiunge sul luogo il dottor Loomis, che spara a Myers ripetutamente. Myers, senz’emettere un solo grido di dolore, accanitamente trivellato, frana abbattuto e cade giù dalla finestra. Schiantandosi nel cortile sottostante.

Il Male è stato sconfitto. Stavolta, una volta per tutte, il mostro è stato ucciso.

O forse no… il dottor Loomis volge nuovamente il suo sguardo in direzione di Myers, ma non c’è più il suo cadavere a terra. Probabilmente, però, è stata solo un’allucinazione dello sconvolto dottor Loomis, e Myers invece è davvero morto, il male è stato sepolto e annichilito, segregato all’inferno.

Un finale enigmatico, allusivo, funereo, ma il fantasma di Michael Myers aleggerà ancora in città. Nel suo mito.

Perché Myers è la simbolizzazione archetipica di un incubo materializzatosi. Sì, come ha fatto a scappare dal manicomio con tale scaltrezza e velocità di riflessi, come ha fatto a guidare la macchina come un provetto automobilista se è sempre stato fra le anguste mura dell’ospedale psichiatrico? Lui può… perché Myers non è un uomo, come ribadisce terrificato Pleasence allo sceriffo, è un fantasma, è l’immaterialità impalpabile dell’innocenza del diavolo. Myers non ha coscienza, è un uomo inguaribilmente malato seppellito nella psiche di un bambino alienato, disturbato, pauroso, glaciale come il volto più nitidamente orripilante della paura, la disumanità, la bestialità truculenta e senz’anima fatta The Shape

Carpenter attinge da Psyco e dalla sua celeberrima scena dell’uccisione maniacale nella doccia per allestire questo capolavoro “assillante”, asfittico, ritratto crudelissimo di un’umanità senza speranza, avvelenata alla base dall’inevitabile presenza del male assoluto, irrevocabile, invulnerabile.

Ecco allora che fa esordire l’appena ventenne Jamie Lee Curtis, memore del capodopera di Alfred Hitchcock, perché in quella storica, indimenticabile doccia fu ucciso il personaggio di colei che era davvero sua madre nella vita reale, Janet Leigh, ovvero l’iconica Marion Crane.

Come dirci che il male è eterno, non si può vincere e annientare, è un morbo innatamente, dannatamente facente parte del codice genetico dell’uomo, un virus ereditario che si trasmette, tramanda e ramifica attraverso le consanguinee generazioni, di padre in figlio e di madre in figlia, sotto forme sempre parimenti raccapriccianti ma inscalfibili. Il male fa parte di noi.

Carpenter concepisce la vita così. Per lui horror, sogno, incubo, realtà sono un tutt’uno inscindibile. Che non si può eludere, al quale non ci si può, pur combattendo con tutte le nostre forze, sottrarre. Un maremoto uniformemente meraviglioso quanto tormentoso, un continuum indivisibile, un lacerante brivido freddissimo sulla schiena.

In Psyco era incarnato mellifluamente, in maniera ambiguamente diabolica da Anthony Perkins/Norman Bates con la sua indecifrabile faccia d’angelo, in Halloween da Michael Myers. L’uomo nero senza espressione, coperto da una smorta “maschera di cera”, per l’esattezza di lattice.

Tutto parte o meglio riparte da Halloween – La notte delle streghe.

Il film, dopo l’elettrizzante tema musicale della colonna sonora al solito di Carpenter, ribattezzato Halloween Theme, e riutilizzato in tantissime pellicole, viene aperto da una filastrocca che c’introduce nell’atmosfera di quest’infausta notte stregata, recitata da dei bambini con voce off.

Eccola correttamente trasposta, non fidatevi delle “wikiquote” sul web, peccano difettosamente di approssimazione:

«Malocchio e gatti neri, malefici misteri,

il grido di un bambino bruciato nel camino,

nell’occhio di una strega il diavolo s’annega

e spunta fuori l’ombra, l’ombra della strega!

La vigilia d’Ognissanti c’han paura tutti quanti:

è la notte delle streghe!

(Chi non paga presto piange!)»

Halloween – La notte delle streghe è certamente un po’ invecchiato ma quel che è venuto dopo gli è immensamente debitore. Il Nightmare firmato Wes Craven col redivivo, sfregiato e ustionato Freddy Krueger, il suo Scream coi suoi adolescenti sessualmente smaniosi ma incerti, timidi, impacciati e titubanti, aggrediti senza sosta dal maniaco mascherato, e chi più ne ha più ne metta. Se stessimo a elencare perigliosamente tutte le pellicole posteriori ispirate da e a Halloween non finiremmo più.

Ma se in Nightmare il male veniva incarnato all’interno delle pareti d’un incubo vero e proprio, per Carpenter la vita stessa è un sognante incubo, l’incubo della vita profondamente reale, l’incubo strisciante delle nostre imperiture, tormentate notti sinistre.

E le sue soggettive con la steadicam, che visualizzano il punto di vista del mostro, hanno fatto scuola.

Impressionante soprattutto la soggettiva dell’incipit. Memorabile.

Curiosità: in molti dizionari viene superficialmente ed erroneamente scritto che Michael Myers è interpretato da Tony Moran. Vero, ma Moran ha girato soltanto la brevissima, fuggevole scena di pochi secondi in cui, strappatagli la maschera, Myers appare per un istante ritratto in viso.

Michael Myers a sei anni è interpretato dal biondino Will Sandin. Ma The Shape/Michael Myers, il figuro che cammina nella notte e ammazza, è l’attore Nick Castle.

Ed è infatti lui che tornerà nell’Halloween di David Gordon Green.

Infine, piccola chicca per i cinefili: il personaggio di Annie Brackett, la migliore amica di Laurie, è interpretato dall’attrice Nancy Loomis (pseudonimo di Nancy Kyes), ma non abbiamo mai appurato da fonti certe se Carpenter abbia volutamente usato l’omonimo suo cognome Loomis, affibbiandolo poi a Donald Pleasence e al suo famigerato dottor Loomis.

Naturalmente, sapete che il nome del personaggio di Pleasence, Sam Loomis, è un doveroso omaggio proprio al John Gavin di Psyco.

Pleasence Halloween Nick Castle Halloween

di Stefano Falotico

 

First Man – Official Trailer (HD)

firstposter

On the heels of their six-time Academy Award®-winning smash, La La Land, Oscar®-winning director Damien Chazelle and star Ryan Gosling reteam for Universal Pictures’ First Man, the riveting story of NASA’s mission to land a man on the moon, focusing on Neil Armstrong and the years 1961-1969. A visceral, first-person account, based on the book by James R. Hansen, the movie will explore the sacrifices and the cost—on Armstrong and on the nation—of one of the most dangerous missions in history. Written by Academy Award® winner Josh Singer (Spotlight), the drama is produced by Wyck Godfrey & Marty Bowen (The Twilight Saga, The Fault in Our Stars) through their Temple Hill Entertainment banner, alongside Chazelle and Gosling. Isaac Klausner (The Fault in Our Stars) executive produces. DreamWorks Pictures co-finances the film.

 

Halloween – Official Trailer (HD) by David Gordon Green, anche in italiano

halloween-trailer-1-768x429

Universal Pictures will release Trancas International Films, Blumhouse Productions and Miramax’s Halloween on Friday, October 19, 2018. Jamie Lee Curtis returns to her iconic role as Laurie Strode, who comes to her final confrontation with Michael Myers, the masked figure who has haunted her since she narrowly escaped his killing spree on Halloween night four decades ago. Master of horror John Carpenter executive produces and serves as creative consultant on this film, joining forces with cinema’s current leading producer of horror, Jason Blum (Get Out, Split, The Purge, Paranormal Activity). Inspired by Carpenter’s classic, filmmakers David Gordon Green and Danny McBride crafted a story that carves a new path from the events in the landmark 1978 film, and Green also directs. Halloween is also produced by Malek Akkad, whose Trancas International Films has produced the Halloween series since its inception, and Bill Block (Elysium, District 9). In addition to Carpenter and Curtis, Green and McBride will executive produce under their Rough House Pictures banner. Ryan Freimman also serves in that role.

 

Racconti di Cinema – Fog di John Carpenter

Fog Carpenterracconti-di-cinema-fog-copertinaracconti-di-cinema-fog-02

Nel 1980 John Carpenter esce con questo film che fu freddamente accolto dalla Critica ma andò invece molto bene al botteghino e che lo stesso Carpenter definì un classico dell’horror minore.

Anche se è sempre assai difficile parcellizzare Carpenter e i suoi film, e poter stilare parziali classifiche tra suoi film superiori e minori. Il film dura 1h e 29 min. e Carpenter fu costretto ad aggiungervi alcune scene per aumentare il minutaggio della pellicola, perché si accorse che l’originaria versione durava troppo poco per poter essere distribuita nelle sale. Così inserì un prologo iniziale in cui l’attore John Houseman, in piena notte, con la luna occhieggiante dall’alto e una cupa atmosfera di morte, racconta a dei bambini, seduti vicini a un falò in riva al mare, una macabra storia di fantasmi. Vale a dire il barbarico affondamento della nave Elizabeth Dane da parte dei sei padri fondatori della città San Antonio Bay. La Elizabeth Dane, un veliero capeggiato da un uomo di nome Blake, aveva a bordo dei lebbrosi che erano intenzionati a far rotta verso una colonia della stessa San Antonio Bay. Mentre sulla costa imperversava una fittissima nebbia, i sei fondatori della città dirottarono malignamente l’imbarcazione verso degli scogli, al fine che la nave si schiantasse uccidendo così tutti i suoi passeggeri. Per impossessarsi e depredare l’oro pregiatissimo nascosto nel forziere del veliero, e dunque potersi finanziare la chiesa e continuare nell’opera di costruzione della loro amata cittadina.

E il vecchio, continuando nel suo racconto spettrale, dice ai bambini che, trascorsi cento anni esatti da quella fatidica data del 21 Aprile di quella notte maledetta e sciagurata, i lebbrosi, reincarnatisi come zombi-fantasmi, torneranno in città, al calar della nebbia notturna, per vendicarsi del mostruoso assassinio perpetrato loro, uccidendo sei persone in rappresentanza di quei terribili cospiratori che contro di essi tramarono perfidissimamente. Per pareggiare i conti in una vendetta agghiacciante.

A distanza di cento anni esatti, appunto, in una nerissima notte nebbiosa, a San Antonio Bay cominciano a succedere strani fenomeni di Poltergeist e avvengono alcune morti fra i suoi abitanti, in primis quella di tre marinai in un peschereccio.

La maledizione si è avverata e, dallo scoccare della mezzanotte del 21 Aprile 1980 sino al sopraggiungere della mezzanotte successiva, la gente del luogo tremerà di paura in queste due notti interminabilmente spaventose. Inutile che vi stia a narrar la trama in ogni suo dettaglio, è un film che si regge su un’atmosfera meravigliosamente avvolgente, da fantahorror metafisico, su una fotografia caldamente satura di un “habitué” di Carpenter, Dean Cundey, ove il tema principale, a firma come sempre dello stesso Carpenter, la fa da padrone, immergendoci, con il rombar del suo sintetizzatore elettronico, nel clima di suspense e terrore della pellicola, quasi in stile Dario Argento.

E gli attori sono impeccabili, dall’affascinante ex moglie dello stesso Carpenter, Adrienne Barbeau, madre premurosa che conduce il programma radiofonico locale da un faro svettante su un monte roccioso, a Jamie Lee Curtis, dal coriaceo Tom Atkins alla faccia di pietra del grande Hal Holbrook, sin ad arrivare naturalmente alla mitica Janet Leigh di Psyco. Perché per certi versi il film è anche hitchcockiano. Forse non un capolavoro, nel finale perde un po’ quota, ma un’altra perla del maestro John.

Per chi non lo sapesse: Jamie Lee Curtis e Janet Leigh erano rispettivamente madre e figlia nella vita reale. La Leigh ebbe Jamie dalla sua famosa relazione con Tony Curtis. La Leigh è morta a Beverly Hills il 3 Ottobre del 2004.

racconti-di-cinema-fog-04 racconti-di-cinema-fog-03 racconti-di-cinema-fog-01

di Stefano Falotico

 

A Star is Born, il primo trailer italiano del film con Bradley Cooper e Lady Gaga

MV5BMjE3MDQ0MTA3M15BMl5BanBnXkFtZTgwMDMwNDY2NTM@._V1_SY1000_CR0,0,674,1000_AL_

 Ebbene, è finalmente uscito, e ve lo mostriamo, il primo, coloratissimo trailer di A Star is Born, debutto alla regia di Bradley Cooper, che ne è anche interprete principale assieme alla stella del firmamento pop contemporaneo, ovvero Lady Gaga.

Produce e distribuisce la Warner Bros.

La sinossi ufficiale della pellicola recita così:

Protagonista di A Star is Born è il quattro volte candidato al premio Oscar, Bradley Cooper (American Sniper, American Hustle, Silver Linings Playbook), e la pluripremiata superstar della musica e candidata all’Oscar Lady Gaga, nel suo primo ruolo di rilievo in un film. Il film è anche il debutto alla regia per Cooper. In questa nuova rivisitazione della tragica storia d’amore, Cooper interpreta l’esperto musicista Jackson Maine, che scopre, e se ne innamora, la combattuta artista Ally (Gaga). Ha da poco dato chiuso in un cassetto il suo sogno di diventare una grande cantante… fin quando Jack la convince a tornare sul palcoscenico. Ma mentre la carriera di Ally inizia a spiccare il volo, il lato personale della loro relazione sta perdendo colpi, per colpa della battaglia che Jack conduce contro i suoi demoni.

Il film è il “remake” del celeberrimo È nata una stella, che ha avuto ben tre precedenti versioni. La prima del 1937 con Janet Gaynor e Fredric March, la seconda, quella forse più apprezzata, del 1954 con Judy Garland e James Mason, e quella del 1976 con Barbra Streisand e Kris Kristofferson.

 

di Stefano Falotico

 

WHITE BOY RICK – Official Trailer (HD)

636635662081737221-xxx-cp-white-boy-rick-03-100297697Set in 1980s Detroit at the height of the crack epidemic and the War on Drugs, WHITE BOY RICK is based on the moving true story of a blue-collar father and his teenage son, Rick Wershe Jr., who became an undercover police informant and later a drug dealer, before he was abandoned by his handlers and sentenced to life in prison. Directed by: Yann Demange Written by: Andy Weiss and Logan & Noah Miller Produced by: John Lesher Julie Yorn Scott Franklin Darren Aronofsky Cast: Matthew McConaughey Richie Merritt Bel Powley Jennifer Jason Leigh Brian Tyree Henry Rory Cochrane RJ Cyler Jonathan Majors Eddie Marsan With Bruce Dern And Piper Laurie

La Sony Pictures Entertainment, poche ore fa, ha rilasciato il primo trailer di White Boy Rick, la “vera storia” del più giovane spacciatore USA di tutti i tempi. Diretto dall’acclamato regista di ’71, vale a dire il promettentissimo Yann Demange, la pellicola è interpretata dall’esordiente Richie Merritt e soprattutto dal premio Oscar Matthew McConaughey. Sì, perché nel film si racconterà la strampalata, assurda vicenda di un ragazzino che, a soli quattordici anni, dopo essere stato un pusher fenomenale, divenne informatore sotto copertura dell’FBI, che lo reclutò affinché potesse fornirgli informazioni segretissime sullo spaccio degli stupefacenti. Il ragazzo poi fu arrestato e condannato all’ergastolo, anche se l’anno scorso è stato rilasciato in libertà vigilata. Ma, come dicevamo, non sarà tanto il ragazzino, Richard Wershe Jr., il personaggio principale, bensì in particolar modo il padre. O meglio il film si concentrerà sull’ambiguo, affettuoso, inscindibile lor rapporto padre-figlio. E il padre avrà appunto il volto di Matthew McConaughey, il vero protagonista della vicenda, un uomo che, pur di salvare suo figlio, si ridusse a vivere nella miseria più assoluta.

Insomma, dopo i fasti di True Detective e le sue mirabolanti, recenti prove recitative, McConaughey, con questa sua nuova performance attoriale, che si prospetta solidissima, saprà riscattarsi dal flop colossale de La Torre Nera?

La Critica americana lo potrà appurare il prossimo 17 Agosto, data della release statunitense del film.

Un film che annovera nel suo interessantissimo cast anche Bruce Dern e Jennifer Jason Leigh.

 

Paterno, recensione

Paterno

Il 7 Aprile di quest’anno debuttò sul network HBO il tv movie Paterno di Barry Levinson con Al Pacino, da noi passato in prima televisiva ieri sera, Giovedì 31 Maggio, su Sky Cinema Uno alle 21 e 15. Ed è la prima volta che un film HBO arriva così presto anche qui da noi, perfettamente doppiato e con al solito la voce poderosa del magnifico Giancarlo Giannini che finalmente si riappropria del “suo” attore preferito, Pacino.

Film della durata di 1h e 45 min, che anni fa doveva realizzare Brian De Palma, e inizialmente si sarebbe dovuto intitolare Happy Valley, ma per scontri con la produzione il progetto finì nel limbo sino a quando non fu Levinson a riappropriarsene nell’estate scorsa, periodo nel quale si son tenute in poco più di un mese le riprese. Levinson è oramai uno specialista di ritratti biografici o, per meglio dirlo all’americana, di biopic su personaggi assai controversi che hanno scosso l’opinione pubblica. Di soltanto un anno fa il suo Wizard of Lies con Robert De Niro e Michelle Pfeiffer, sullo scandalo finanziario che travolse Bernie Madoff, e suo anche You Don’t Know Jack – Il dottor morte, così come fu produttore del bellissimo Phil Spector, scritto però e diretto da David Mamet. Pellicole che comunque furono interpretate sempre egregiamente da Al Pacino.

Film-“inchiesta” quelli del Levinson recente, e un Pacino che ancora una volta si riscatta da prove scialbe e opache di film abbastanza inguardabili come Conspiracy e Hangman. Sì, perché a ben vedere Al Pacino il meglio di sé negli ultimi tempi l’ha dato proprio per la televisione, considerando anche il suo forte ruolo in Angels in America di Mike Nichols.

Lui e Levinson sono grandi amici da una vita. Di Levinson fu la sceneggiatura di …e giustizia per tutti, e proprio Levinson diresse Al Pacino in The Humbling, film passato decorosamente Fuori Concorso al Festival di Venezia.

Qui i due si son coalizzati per dar vita agli ultimi mesi di vita di Joe Paterno, il coach con più vittorie all’attivo nella storia del college Football, che fu licenziato senza mezzi termini in seguito allo scandalo sessuale di abuso sui minori che riguardò il suo assistente Gerald Arthur Sandusky, detto Jerry (lim Johnson).

Che violentò un sacco di ragazzi dell’università e usò come stratagemma, per celare per molto tempo le sue ignobili malefatte, il furbo paravento di un’associazione benefica da lui fondata, che si proponeva di aiutare i bambini poveri e indigenti, abbandonati spesso a sé stessi.

I misfatti emersero grazie a un coraggiosissimo reportage della scaltra e ambiziosa, giovanissima giornalista Sara Ganim (la lanciatissima Riley Keough), che fu insignita del premio Pulitzer.

Lo scandalo scoppiò a cavallo di quando Joe Paterno vinse da allenatore la sua 409° partita. E il film si concentra sulla settimana che ne seguì, in cui Paterno si trovò in una situazione scomodissima, proprio lui, allenatore leggendario, integerrimo e beniamino di tanti gagliardi boys che grazie alla sua fiducia e ai suoi insegnamenti arrivarono a primeggiare e a ottenere la laurea. Insomma, un idolo per la comunità, che gli aveva dedicato perfino una statua in suo onore.

Levinson allora osserva Pacino con profonda umanità, lo spia da vicino, con primissimi piani che si attaccano a ogni ruga ed espressione del suoi viso, per meglio cogliere i dubbi che lo assalirono, i sensi di colpa attanaglianti che lo distrussero per aver forse taciuto o aspettato troppo a dire la verità al fine di preservare la purezza di quell’ambiente invece così macchiato sin alle fondamenta dal marcio più lercio.

Come avvenuto per Il dottor morte e col suo Jack Kevorkian, e col Madoff di Wizard of Lies, Levinson si limita a osservare Paterno e prova a indagare nel suo animo divelto e combattuto, non lo giudica e non

ci fornisce spiegazioni. Lascia al nostro buon senso, anzi al senso della nostra morale, ogni possibile giudizio.

Il film si segue volentieri, Pacino è molto invecchiato davvero, e non solo per il vistoso trucco che lo rende impressionantemente simile al vero Joe Paterno, ma rimane sempre bravissimo e puntuale, e la sua stavolta è una recitazione molto trattenuta, lontana dai suoi consueti istrionismi teatrali.

Però, sinceramente, avevo preferito molto di più, appunto, Il dottor morte e Wizard of Lies, perché qui la sceneggiatura di Debora Cahn e John C. Richards è altamente professionale ma pare un compitino poco convincente e troppo schematico.

Comunque, da vedere.

 

 

di Stefano Falotico

 

Racconti di Cinema – Il signore del male di John Carpenter

Il signore del male

Ecco che, a cavallo di Grosso guaio a Chinatown, altra sua vetta indiscutibile, ma che all’epoca fu incomprensibilmente respinta dai suoi fan, film che non capirono subito e lo scambiarono soltanto per una divertente spielbergata, Carpenter ancora una volta spiazza tutti e si reinventa, girando Il signore del malePrince of Darkness.

Opera capitale e primaria.

Con un budget risicato, ridotto all’osso, soltanto tre milioni di dollari, ma idee a profusione da vendere, e nessun attore di grido nel cast.

Questo film è annoverato dai suoi cultori come facente parte della sua Trilogia dell’Apocalisse, che comprende il precedente La cosa Il seme della follia. Anche se ciò serve più che altro ai dizionaristi per categorizzarlo, poiché le opere di Carpenter non sono ascrivibili a nessun tipo di classificazione netta e generica. L’intera sua filmografia è per certi versi apocalittica, premonitrice di un futuro sull’orlo del collasso e del disfacimento, ogni suo singolo lungometraggio potrebbe essere annesso a questo fantomatico filone e, per la vastità di temi che Carpenter tocca e per l’universalità dei suoi complessi e stratificati messaggi, ogni suo film è un epigrafico e al contempo sterminato monito riguardo al futuro disastroso che potrebbe attendere l’umanità se non si atterrà a principi di moralità inalienabili.

Corre l’anno 1987 e Carpenter filma quest’horror metafisico di portata immensa. Sceneggiandolo sotto lo pseudonimo di Martin Quatermass, e al solito musicandolo in collaborazione col suo fido Alan Howarth. E il direttore della fotografia, Gary B. Kibbe, che compie uno strabiliante, quasi impalpabile e magicamente avvolgente lavoro, seducendoci d’ipnotismo visivo, tanto che con le sue luci soffuse e sporche ci magnetizza in stato di stregata trance come i barboni-zombi di questa pellicola, è la prima volta che si affilia, potremmo dire, a Carpenter. Dopo lavorerà quasi sempre con lui.

Siamo a Los Angeles negli anni ottanta. E i primi venti minuti sono sensazionali.

Veniamo immersi in tale cupa, segreta atmosfera di morte imminente, come se una sciagurata catastrofe potesse avvenire da un momento all’altro.

Un prete (un grande Donald Pleasence) si aggira nei sotterranei di una chiesa abbandonata e nel frattempo seguiamo, in parallelo, le lezioni universitarie del professor Howard Birack (Victor Wong), esperto di fisica e di anti-materia che tiene ai suoi allievi.

Angoscia e tetraggine incalzano a dismisura, mentre un’eclissi albeggia inquietante nel firmamento, congiunzione e combaciamento quasi carnale e materico del Sole, stella madre primordiale che dà la vita e forgia le creature terrestri nel gaudio e nella luce infinita, e della Luna, che per Carpenter è il simbolo dell’isterilimento e della putrefazione, un accoppiamento metafisicamente coitale. Speculare compenetrazione mesmerica e ontologica abissale.

Il prete invita il professore e i suoi studenti nella sua chiesa, al fine che investighino su una misteriosa teca di cristallo contenente da settemila anni un liquido verde in perpetuo, imperterrito movimento, cioè la liquefazione essente del Male, dell’Anticristo, dell’Anti-Dio o addirittura di Dio stesso, perché forse il Maligno, Satana, e nostro Signore sono le facce di una stessa medaglia.

Gli studenti, tramite sofisticate apparecchiature, ricevono trascritti sui loro computer i criptici messaggi che il liquido invia loro. E cercano di decifrarli.

Allora, stupefatti e increduli comprendono che Satana è Dio e Dio è Satana, probabilmente questa è la verità inaudita che la teologia cristiana ha tenuto sempre nascosta, sepolta sotto l’inganno che fossero invece due realtà antitetiche e in marcata contrapposizione. Una rivelazione spaventosa.

Nel frattempo dei mendicanti in stato catatonico si aggirano all’esterno della chiesa e avvengono brutali omicidi.

Il liquido fuoriesce dal cilindro e a uno a uno comincia a contagiare gli studenti. Il Male si sta propagando e incarnando attraverso le lor sembianze. I ragazzi, quando si addormentano, fanno tutti lo stesso sogno, che altri non è che una trasmissione di origine non identificata, forse di natura aliena, che proviene dal futuro, dall’anno 1999, ed è inconsciamente comunicata loro nella fase REM. Diffusa subdolamente al loro inconscio perché possano cambiare il corso degli eventi. I superstiti sono sempre meno e, addirittura, una di loro, Kelly (Susan Blanchard), viene posseduta totalmente dal liquido e subisce una mostruosa trasformazione, una possessione demoniaca raccapricciante, il suo corpo marcisce, sì, si putrefà come stigmatizzato da escoriazioni e ustioni profondissime, lei muta e si risveglia dal sonno in cui era caduta, i superstiti provano ad abbatterla, la smembrano e decapitano, ma lei non muore e il suo corpo si rigenera, le ricresce il braccio e raccoglie la sua testa dal pavimento, riattaccandola al collo. Quindi, si reca in prossimità di un grosso specchio, portale ultra-dimensionale. V’inserisce la sua mano dentro, stringe e afferra quella di suo padre, la Bestia o forse Dio, per portarlo nel nostro mondo, affinché il Male possa regnare sovrano e incontrastato.

Ma a quel punto, una delle ragazze, Catherine (la compianta Lisa Blount), si lancia contro l’indemoniata Kelly e la trascina con sé nella dimensione infernale, da cui non c’è via di ritorno. Catherine è morta o forse è stata per sempre intrappolata nell’altrove oscuro. Il prete sferra un’ascia contro lo specchio e distrugge, annienta il tremendo incantesimo. L’incubo è finito, o forse no. Il giorno dopo, uno degli studenti, Brian (Jameson Parker), che, contraccambiato, si era innamorato di Catherine, rifà lo stesso sogno ma, anziché vedere quello strano figuro vestito di nero che era apparso a tutti, al posto suo intravede Catherine. Si ridesta e per un attimo sobbalza terrificato perché scorge Catherine, satanicamente, accanto a lui nel suo letto. In verità sta ancora dormendo, poi il sogno finisce definitivamente. Si alza dal letto e si avvicina allo specchio della sua camera, prova a toccarlo ma, prima che lo tocchi, il film finisce. Lasciandoci nel dubbio più atroce.

Capolavoro. Horror purissimo, contaminazione pazzesca di generi, che occhieggia a Romero con echi lovecraftiani (e infatti il cognome del personaggio di Lisa Blount è Danforth, come uno dei protagonisti di Alle montagne della follia di H.P. Lovecraft), miscela ardita e sperimentale, avanguardistica, indistricabilmente geniale.

Molti hanno accusato il film di essere troppo verboso, hanno detto che è lento e gratuitamente truculento nel finale, e che gli attori sono pedestri e mal diretti. Tutto ignobilmente falso, questa è invece assolutamente una delle opere maestre e capitali di Carpenter. E anche il cameo di Alice Cooper, cantante heavy metal che firma il theme principale, Prince of Darkness, da cui il titolo originale della pellicola, ci sta da Dio. Apparizione diabolica.

Siamo nell’ermetica tenebra della più alta magnificenza.

Nel territorio portentoso dell’ignoto più accattivante e magistrale.

 

di Stefano Falotico

 

 

Racconti di Cinema: Kill Bill – Volume 2 di Quentin Tarantino

Pictured: Chia Hui Liu in Quentin Tarantino's KILL BILL VOLUME 2.. Use is authorized for print publications only. Interhet use requires additional approval Distributed by Buena Vista Internatioal.

Ecco la seconda parte del dittico Kill Bill, film suddiviso in due tronconi per puro scopo commerciale. E anche perché negli anni duemila nessuno avrebbe visto al cinema un film di quattro ore. Nessuno, esattamente, no. Io sì, ma io non sono la maggioranza del pubblico pagante.

E allora, dopo solo un paio di mesi di distanza dalla release del primo, ecco questo secondo capitolo, o meglio Volume, della durata di 2h e 17 minuti.

Innanzitutto, ci viene ben spiegato con una lunga scena che La Sposa non è stata aggredita e massacrata nel giorno delle sue nozze, bensì durante le prove di matrimonio.

Ed entra in scena, mellifluo e con un flauto da Pifferaio Magico, Bill, un David Carradine macilento ed emaciato, dai capelli crespi, sfibrati e dal viso cosparso di profonde rughe scavate nella pietra dei suoi duri lineamenti spigolosi.

Una figura titanica, un padre-amante terribile e crudele, spietato, che non perdona che la sua donna preferita si voglia sposare, come dice lui, con un gran coglione, e si riduca a passare tutto il resto della sua vita a smerciare dischi usati in un negozietto scalcagnato assieme a questo ragazzone tenerissimo ma babbeo, trascorrendo le sue giornate nell’arida, vuota contea di El Paso.

E aveva già dato ordine ai suoi scagnozzi di fare irruzione nella cappella nuziale e ammazzare tutti.

Quindi, dopo questo avvolgente e cupo flashback tutto in bianco e nero, con annesso il cameo dell’attore per eccellenza di Tarantino, l’onnipresente Samuel L. Jackson nei panni di Rufus, suonatore di pianoforte, la storia riprende e la programmatica vendetta della Sposa viene scansionata da Tarantino, potrei dire, in ogni minuzioso dettaglio. Con scrupolosità eccessiva.

Le rimangono, oltre a Bill per l’attesa dell’epico scontro finale, altre due persone da ammazzare.

Ovvero Budd (Michael Madsen), che adesso è un rottame alcolizzato che sbarca come può miseramente il lunario, umiliandosi come buttafuori malpagato, e la luciferina donna da un occhio solo, Elle Driver (Daryl Hannah), il cui nome in codice è Mountain Snake.

La Sposa trova Budd ma il piano di uccisione non va come si augurava. Budd la trafigge al petto, sparandole a bruciapelo col fucile e poi decide di seppellirla viva.

La Sposa viene sepolta, una sepoltura atroce e barbarica, è legata alle mani, e può solo dunque attendere in modo straziante di esalare l’ultimo respiro, aspettando che l’ossigeno del loculo si esaurisca? No, perché allora lei ricorda gli insegnamenti del suo maestro Pai Mei, e riuscirà miracolosamente a fuggire. Ricominciando la caccia.

Adesso non vi spiegherò cosa avviene ma quel che avviene è certamente la parte del film che m’ha convinto meno. Budd è un cattivo assurdamente ridicolo, senz’alcuno spessore, si fa fregare con una facilità che lascia perplessi ed esterrefatti, proprio lui che era un sicario infallibile del micidiale Bill. Ed ecco che spunta un serpente letale, il Black Mamba, che è peraltro il nome in codice della Sposa, il cui vero nome all’anagrafe è a sua volta Beatrix Kiddo.

Se questo serpente non avesse morso Budd che sarebbe successo? E perché Elle Driver, dinanzi a Budd agonizzante e in fin di vita, gli recita un’insulsa pappardella dal suo blocnotes come fosse un documentario del National Geographic o di Quark? E perché queste donne, nella roulotte di Bill, si picchiano, se le danno a morte, rotolano sul pavimento, distruggono tutto, fracassano le pareti e del Black Mamba non scorgiamo neanche l’ombra e questo serpente velenoso appare invece soltanto a combattimento terminato?

Di tali incongruenze e grossolanità rendiamo conto a Tarantino, che in questa scena si è divertito troppo infantilmente, perdendo di vista ogni seria coerenza logica, burlandosi sinceramente della nostra intelligenza di spettatori esperti e maliziosi.

Lasciando perdere ciò, La Sposa finalmente, dopo tante peripezie, si reca di soppiatto a casa di Bill.

E scopre che sua figlia è ancora viva.

L’ultimo capitolo… e sappiamo già come andrà a finire…

Carradine è straordinario, e non comprendiamo come mai abbia ottenuto solo una nomination ai Golden Globe, quando a mio avviso era davvero meritevole dell’Oscar come Miglior Attore non Protagonista, con buona pace del Morgan Freeman di Million Dollar Baby, che vinse, e certamente la scena in cui recita la teoria dei supereroi e di Superman dinanzi alla Sposa è da antologia. E non a torto è stata “youtubizzata” a mo’ di cult istantaneo, da vedere ad libitum, in loop continuo.

Ma basta un Carradine ieratico e spaventoso e una genialata di script per fare un grande film? No, e infatti, nonostante questo Volume 2 sia decisamente superiore al primo, rimane comunque come il primo un balocco fine a sé stesso. Iper-citazionista ma sterile, soprattutto a livello emozionale, e Tarantino abusa di musiche leoniane laddove non ce ne sarebbe stata la necessità. A eccezione del duello finale fra La Sposa e Bill, la cui epicità della musica è molto pertinente, perché infatti enfatizzare, con l’ingresso di una colonna sonora à la Morricone, la scena in cui Budd, dopo aver sparato alla Sposa, si diverte a umiliarla? Che funzione ha una musica del genere in questa scena?

Insomma, per farla breve, Kill Bill rimane un’opera magistrale dal punto di vista tecnico, perfetta se presa a tranci, poiché le singole sequenze sono impeccabili, ma secondo me Tarantino ha voluto mettere troppa carne al fuoco, smarrendo la poesia, mancando di pura autenticità. Un film sbilanciato, sostanzialmente malato di velleitarismo e perfino fastidioso in quanto mero, gratuito, esibizionistico sfoggio di stile alla lunga pacchiano e mal miscelato. Senza romanticismo. Scarsamente coeso e artefatto.

Curiosità: Pai Mei è un personaggio storico davvero esistito.

DAVID CARRADINE in Kill Bill - Vol. 2 Filmstill - Editorial Use Only Ref: FB www.capitalpictures.com sales@capitalpictures.com Supplied by Capital Pictures

DAVID CARRADINE
in Kill Bill – Vol. 2

 

di Stefano Falotico

 
credit