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Mindhunter, recensione finale

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Ebbene, dopo averla vista, nei suoi eleganti dieci episodi, possiamo concludere col dire che abbiamo assistito a un prodotto non certo esente da difetti ma estremamente affascinante. Questa “polizia del pensiero”, nei lontani anni settanta, conia il termine serial killer, e incomincia a catalogare gli assassini seriali, o anche più semplicemente i criminali che si sono macchiati di crimini violenti. Istituendo un “reparto” di scienza comportamentale, il cui compito primario è dare un ordine, una sorta di spiegazione razionale all’entropia degli efferati omicidi, stupri, atti ignominiosi. E quasi “umanizzarli” per addivenire alle contorte logiche mentali che hanno sotteso certi gesti all’apparenza inspiegabili, nati e partoriti da “agenti stressori”, da eventi devianti, da raptus di follia non dominabile ma forse effettuati per imporre la propria dominanza, nel nostro losco mondo ove i mostri esistono e il confine labile fra Bene e Male è spesso il rovescio della medaglia dell’indefinitezza esistenziale, della sottile linea di demarcazione fra giusto e orrendo, fra raccapricciante e moralmente retto. Fincher ha diretto “solo” quattro episodi ma la sua mano, il suo sguardo, la sua poetica “luciferina” si sentono dappertutto nell’andamento sobrio, pervaso appunto da attimi di follia detonanti, lungo l’intero, emozionante, calibrato arco narrativo. Eccetto la primissima scena, non succede quasi nulla, si susseguono interrogatori, ci si addentra con discrezione e delicatezza nella vita privata dei nostri detective, ma non vi sono spargimenti di sangue né scene brutali, la violenza è tutta racchiusa, “soffocata” negli sguardi, nelle dinamiche di gatto col topo, nei trucchi psicologici, in un’esposizione di galleria di mostri da far rabbrividire e anche lasciar stupefatti per la loro, sì, perversa natura disturbata, ma così straordinariamente umana, essendo fatta di arcani, viscerali sensi di colpa, soprattutto nella “tenera” figura di Kemper, titanica dicotomia fra Bene e Male, fra umanità e aberrante disumanità. Una psiche di abbacinante splendore enigmatico, l’oscurità del Male nella sua apparenza banale, compassionevole. E il lungo, perfetto incontro finale con Ford non lascia dubbi in merito. Siamo agli inizi, insomma, Fincher è già pienamente al lavoro per la seconda stagione, e infatti non poteva essere altrimenti. Chi è quello strano, inquietante personaggio che compare all’inizio di ogni episodio e scandisce le sue giornate in maniacali ritualità atterrenti per la metodicità anonima con cui lascia che già scorra pazzia nel suo animo perturbato? E Ford collassa all’ospedale, ha adesso perso tutto, la fidanzata l’ha lasciato, è indagato per un triste episodio di occultamento e insabbiamento delle prove, una registrazione compromettente, e i deliri paranoici dei mostri che ha interrogato si sono diffusi anche nel suo animo originariamente puro. Qualcosa in lui è cambiato. Evoluzione preoccupante o soltanto il mero raggiungimento della maturità professionale attraverso il disvelamento delle sue paure più gelidamente profonde?

di Stefano Falotico

 

Mindhunter, siamo a metà del viaggio, recensione dei primi cinque episodi

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Ebbene la serie Mindhunter, patrocinata da Netflix, e appunto ivi disponibile in streaming, si è da subito imposta, solo dopo qualche giorno di programmazione, come lo show dell’anno. Sì, uno show, va ricordato, perché altrimenti confondiamo quelli che comunque nascono e rimangono come degli intenti di mero intrattenimento per qualcosa di più “elevato”, al di là dei possibili meriti “intellettualistici” o pregi maggiormente sofisticati che esulino appunto dall’essere semplicemente un grande spettacolo.

Ora, vorrei analizzare i primi cinque episodi, e se la pazienza e il tempo vorranno poi mi soffermerò conclusivamente sulla recensione finale, a visione completamente avvenuta.

Paragoni subito son stati fatti col Silenzio degli innocenti di Jonathan Demme, perché la serie di Fincher, come tutti i prodotti sui serial killer, oramai genere a sé, non più ascrivibile neppure sotto la facile etichettatura di thriller, pur ampiamente dilatando, essendo appunto una serie e non un film, alcuni aspetti dell’opera seminale, iniziatica di Demme, espande il cosiddetto “interrogatorio” a dieci episodi.

Un agente dell’FBI, Holden Ford (Jonathan Groff) vuole istituire un programma di scienza comportamentale per far chiarezza sugli omicidi seriali, per uno scopo prettamente educativo, nobile, idealista. E allora, assieme a un profiler, Bill Tench, impersonato da un carismatico e bravissimo Holt McCallany, interroga i criminali, per studiare le origini nascoste del Male, per darne una sembianza, per razionalizzarlo, per carpire, semmai esistano, delle linee conduttrici comuni che possano dare ordine e senso all’apparentemente inspiegabile, agghiacciante natura di questi uomini. Uomini, sì, non più cavie da laboratorio, non più semplici mostri, ma persone dotate di una storia, di un vissuto, di ragioni, seppur assurde e orribili, che li hanno per come dire indotti a delinquere esecrabilmente, a macchiarsi dei più perversi reati. Come insegnava Lombroso, e come ci viene illustrato nel primo episodio, i “moventi” sono tanti e molteplici, diversificati, c’è chi nasce mostro e chi lo diventa, ma anche chi lo diventa e perpetua la sua mostruosità nella serialità.

Allorché entra in scena una figura straordinariamente repellente quanto, per i suoi insospettabili modi educati e gentili, affascinante e curiosa, il killer delle studentesse, ovvero il gigantesco Edmund Kemper, e quasi ci pare che sia un nostro amico, uno che potremmo invitare tranquillamente a cena e non certo temere per la nostra incolumità. E le sue scene sono fra le migliori, filmate con pudore e delicatezza.

Così, fra confidenze personali, dubbi e momenti angosciosi, scorre questa serie, mentre sfilano storie di “cannibali” e carnefici, tutti vivisezionati con discrezione, perfino sensibilità, non giudicati né freddamente analizzati, ma addirittura, se possibile, compresi, a loro modo giustificati, probabilmente.

Va detto che ci troviamo di fronte a un prodotto senza dubbio intrigante, ben fatto, ma la sceneggiatura alle volte è pedissequa, traballa e non certamente brilla per assoluta originalità. Temi e argomenti già visti e trattati, qui semmai coesi in una struttura narrativa che ce li rende più compatti, unitari. E forse qui sta l’inganno di Fincher, non aver proposto in verità nulla di particolarmente nuovo, ma averlo ricreato e filmato con un’asciuttezza e un’eleganza tali da farcelo sembrare avvincente.

Alla composta bellezza dell’insieme, almeno fino a questo punto, secondo me nuoce invece la figura di Wendy Carr, un’altezzosa, troppo sicura di sé Anna Torv, che spesso interviene con burbanza egocentrica e sentenzia in maniera massimalista, lapidariamente snob, con frasi ad effetto un po’ ridicole sul fatto, ad esempio, che due uomini di successo come Andy Warhol e Jim Morrison fossero anch’essi dei sociopatici, di come lo fu, a sua detta, il presidente Nixon e, anzi, di come ’essere sociopatico, asserisce con fierezza senza tentennamenti, sia stata la sua marcia vincente. Insomma, frasi messe lì per fare scalpore e non molto profonde, come quella secondo la quale chi non si adatta alla società è inevitabilmente un criminale. Mi sembrano “cose” obiettivamente molto superficiali e recitate peraltro con un’antipatica arroganza della posa, tanto per far scattare il facile applauso un po’ allocco.

Detto questo, Mindhunter promette comunque a pieno ciò che aveva promesso e, ribadiamo, non scambiamolo per un prodotto che vuole essere chissà quanto innovativo o splendere di chissà quale spessore, appunto, psicologico.

È un veicolo d’intrattenimento, spesso molto intelligente, altre volte invece prevedibile e banale, che si lascia guardare con ammirazione senza però neanche entusiasmare chissà a quali alt(r)i livelli.

Forse eccessive, dunque, le lodi della Critica statunitense ma, in un periodo di vacuità e frivolissime sciocchezze, avercene…

di Stefano Falotico

 

Le incorruttibilità, la malvagità liceale e fatta di facili licenze, i licenziamenti, i linciamenti, i casti e i castori

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Mattina mia invasa, forse da invasato, ah ah, da avidi pensieri di verità, mentre la nebbia, non solo atmosferica, spesso offusca e ottunde molti cervelli imprigionati in schemi retorici e castigati in vite che sempre giudicano le vite altrui e hanno invece della loro (r)esistenza un comune senso del pudore negletto rispetto alle più sincere emozionalità e ostracizzanti il pensiero fluido, morbidamente libero.

Stupito da me stesso, sbadiglio in mezzo ai vostri sbagli, ben fiero di aver raggiunto la bellezza dell’incertezza, l’irrequietezza esistenziale del perenne smarrimento che, a differenza di ciò che i luoghi comuni potrebbero tacciare di “fallimento”, è la fonte salvifica, l’attracco beato di una fervida mente agganciata a un’anima in continuo evolversi, in mutamento imperterrito, perpetuo, atterrita dinanzi a tanta finta baldanza meschina e “indagatoria”.

Che c’entrano i liceali? L’altro giorno, scrissi qualcosa a riguardo del liceo classico. Puntando il dito, con estrema forza, verso quelli che ancora sono ancorati alla classista, classica appunto, e classicistica visione secondo cui è la scuola “migliore”, quella che darebbe l’impronta più preparatoria non solo alla cultura ma alla vita, insomma quella che forgerebbe la tanto ignobilmente celebrata forma mentis.

Semplicemente, un retaggio fascista figlio di una mentalità che così tanto issa in gloria la cosiddetta cultura, definizione di cui assurdamente si abusa, termine alquanto astratto col quale invece, spesso, si fa riferimento solo al nozionismo più vuotamente didattico, mnemonico e legato unicamente a un sapere ampolloso, trombonesco ed enfatico. Insomma, in una sola parola retorico.

Sono stato attaccato per queste mie affermazioni, e qualcuna ha sostenuto che, da qualsiasi prospettiva provi a guardare altri tipi d’istruzione, perlomeno quelli che garantirebbero la “cultura” nell’età appunto della formazione, non può fare a meno di credere che il classico sia la scuola senza dubbio più formativa perché, secondo il suo presuntuoso punto di vista, sarebbe l’unica scuola in grado di fornire quegli strumenti ampi, “basici” e diversificati della conoscenza. Quando le chiedo cosa intenda esattamente, con precisione, per conoscenza, rimane sul vago, “apportando” in sua difesa delle spiegazioni banali e ancor più campate per aria.

Quando si parla di certe cose, si rimane sempre fermi a concetti ancor più retorici e onestamente vecchiotti, tanto che quelle parole risultano prive di contenuti, tenute in piedi soltanto dalla cultura, questa sì, bassa e oscenamente mendace, delle frasi fatte, delle sconcertanti banalità più retrograde, superate e pur ancor vigenti e asetticamente “sussistenti” in un certo mo(n)do di pensare che va, vi dico con potenza, sorpassato.

Ciò per dire che il fascismo nasce laddove proprio ci dovrebbe essere cultura, che non è, ripeto e sottolineo con vigore e veemenza, rabbia e disinibito furore, un elenco, spesso morigeratamente vetusto e fuori dalla realtà, estraneo alle contingenze, per meglio dire, realistiche, di nozioncine, di bei discorsi validi soltanto per un orrendo, “meritocratico” sfoggio di un voto in pagella, di un’inguardabile misurazione del “valore”. Insomma, la più dannosa cultura “scolastica”. Quell’apprendimento appunto astratto tanto importante sulla carta quanto lontano dalla consapevolezza pura, che non si acquisisce su libri spesso partoriti da inutili teorie, atti a “educare” soltanto la compostezza formale, la falsa “giustezza”, proprio la presunzione più bloccante la creatività, presunzione che limita e soffoca con la coercizione del pensiero, è bigotto “insegnamento” della cultura tronfia, boriosa, castrante e appunto fascista.

Io sono certo un caso raro, e non ascrivibile a nessuna categoria. Va detto anche questo… ed è un bel quesito. Ma supponiamo che invece di possedere una grande forza interiore mi fossi lasciato imprigionare da certe mentalità, e non mi riferisco soltanto a quelle “(d)istruttive”, che non avessi dato voce e ascolto alla mia anima, cosa sarebbe successo? Mi sarei attenuto alle più rigide, bacate prescrizioni e tutto questo mio creare, liberamente pensare sarebbe stato sommerso dalle più infime regoline di chi guarda, non solo alla cultura, ma alla vita, scremando il bianco dal nero, facendo inopportuni distingui che già etichettano, si prendono licenze gratuite, in una parola giudicano e decidono al posto tuo chi tu non solo puoi essere ma potresti, potrai essere.

Con me certe persone non attaccano.

Così come non attacca la psicologia. Per quanto abbiano tentato, e ancor tentino (attentano, bisogna star attenti), di volermi catalogare in qualche diagnosi, che farebbe comodo solo ai burocrati dell’ordine, svio sempre con le mie genialità dai più generalisti, freddi, gela(n)ti reparti della mente e dell’anima.

Che poi questi psicologi, lo dico con tutta sincerità, parlano sempre di benessere, quando benessere pare equivalga a ottemperare solo al perbenismo più ipocrita, allo zittire i dubbi della coscienza, ad allinearsi a un cheto vivere “armonioso” che di bello non ha niente, anzi, ha tutto di brutto e retorico. Una vita “tranquilla”, fatta di un lavoretto e del prendere i giorni con “filosofia”. Sì, la psicologia ha fatto danni incontrovertibili, forse irreversibili alla grande bellezza del pensiero, della vita tutta, che è bello appunto sia anche inquieta, dubbiosa, fatta di carne, di conflitti, di contraddizioni, di paure, di ritrosie, di slanci coraggiosi, di lotte interiori e intestine, oggi di malinconie e domani di euforie e allegrie. Intestine, care testine… Sì, sbudellarsi d’incognite, che splendore! Amate, dubitate, titubate, interrogatevi sempre, cambiate i vostri mo(n)di. La vita non è acquiescenza, non è questo falso, immondo “benessere” di cui tutti si riempiono la bocca, questa menzogna agghiacciante, questo volgare, sì lo è, “salutismo” dell’anima, del cor(po), delle strane, lunatiche, ambigue traiettorie percettive, visive, psicofisiche. È movimento disincagliato dai (pre)concetti retorici, e il movimento, le vere dinamiche, anche relazionali, emotive, nascono dagli scontri, dalla irruenze, anche dalle nostre, vivaddio sanissime, benedette “aggressività”.

Poi qualcuno viene licenziato ingiustamente e dà di matto. Allora viene preso per pazzo e finisce a lavorare in qualche “cura riabilitativa”, mentre gli altri lo disabilitano. Che orrore!

Ma tu che lavoro fai? Sicuramente il mio principale lavoro è non dar retta ai giudizi facili, che spesso sono maligni e pettegoli, e non certo mi “adopero” per le false compiacenze. Molti invece lavorano tutta la vita per far sì che gli altri apprezzino il loro lavoro.

Sì, poi vanno a messa con la moglie dopo che la sera prima sono andati a messaline.

Siate casti, siate poi impuri, siate come i castori, prendete la vita a morsi, non demordete però, sgranocchiatela.

di Stefano Falotico

 

Hai scelto l’attore sbagliato?

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Forse, il tuo attore preferito ti ha deluso e non è più l’idolo dei bei tempi andati…

Innanzitutto, chi è l’attore? Colui che semplicemente interpreta un ruolo. Forse è solo questo, spogliamolo della sua aura romantica e popolare. Durante un’intervista degli anni novanta, uno degli attori più in voga di quel momento, Harvey Keitel, fu assai sincero riguardo a ciò che lui intendeva per grandezza di un attore. A dispetto di ogni facile aspettativa, definì un grande attore non colui che ha solo, come si supporrebbe, talento e bravura, ma semplicemente un uomo fortunato che ha lavorato e continua a lavorare con grandi registi ed ha acquisito la sua grandezza in virtù di questo. Alludendo a come la sua carriera fosse stata percorsa e stabilita in base a tale “circostanza”. Negli anni settanta, riconobbe che, nonostante avesse partecipato a opere importanti, fra cui Mean Streets, Taxi Driver o I duellanti, peraltro non diventando una star ma venendogli riconosciuto il suo giovane talento e fosse molto ricercato, negli anni ottanta, nonostante avesse continuato a lavorare instancabilmente, pareva che fosse stato dimenticato, salvo rarissime eccezioni, dagli autori importanti. Solo negli anni novanta, con una lista impressionante di capolavori, riemerse dall’oblio e dal parziale anonimato, imponendosi come uno degli interpreti più richiesti e maggiormente pregiati. Lui, scherzandoci sopra, disse pressappoco così… visto, oggi sono di nuovo un grande attore, non ho mai smesso di recitare, ma adesso lavoro con Jane Campion, Quentin Tarantino, Abel Ferrara, e la gente a Hollywood e gli spettatori hanno incominciato nuovamente ad accorgersi di me.

Aveva e ha ragione, secondo voi, Harvey Keitel?

Pensiamo alla carriera, che ne so, di Robert De Niro. Sino alla fine degli anni novanta, nessuno obiettava sulla sua grandezza, la sua filmografia, infatti, a parte qualche film minore comunque sempre decoroso, si può affermare con certezza assoluta che fosse immacolata. Un capolavoro dietro l’altro, una lista sterminata e “consequenziale” di opere indimenticabili, passate quasi immediatamente alla storia del Cinema. Poi, è arrivato il nuovo millennio e De Niro ha cominciato a girare un sacco di commedie di facile consumo, tanti filmetti bruttarelli e persino dei thriller di serie b. Al che, tutti quanti noi, me compreso, suo fan immarcescibile, abbiamo cominciato addirittura a dubitare delle sue doti recitative. Eh sì. Insomma, che l’avessimo sesquipedalmente sopravvalutato, com’è che oggi ci appare bolso, svogliato e ben disponibile solo a film “alimentari” che nessuno ricorderà dopo qualche giorno dall’averli visti? Non può essere solo questione di soldi, non ne ha bisogno. Che De Niro, come si dice in giro, si sia rincoglionito? E se invece fosse stato sempre questo e non ce n’eravamo accorti, accecanti soltanto dalla magnificenza dei film che girava? Forse ci viene il sospetto che sia grande solo perché ha lavorato con registi supremi in film altissimi? Vedi che succede appena non si affianca più a nomi di valore? Allora, forse, non era lui così tanto bravo, erano i registi a renderlo tale. Ecco, perfino uno come De Niro abbiamo messo in discussione.

Ciò per dire che, sì, l’attore fa la sua parte, in ogni senso del termine, ma se il film è grande lui stesso ci appare più grande, oserei dire mitologico. È la struttura del film, la carica che si dà al personaggio, l’impronta registica, l’impianto scenico della storia, la sceneggiatura, perfino la fotografia a presentarcelo sotto una luce che maggiormente lo valorizza.

Non certo scopro l’acqua calda. Daniel Day-Lewis, uno che comunque gira film col contagocce, vince gli Oscar, meritatissimi, per Il petroliere di Paul Thomas Anderson e per Lincoln di Spielberg, e invece come mai nessuno l’ha preso in considerazione per Nine e La storia di Jack e Rose?

E come mai Michael Fassbender che, sino a poco tempo fa, ci appariva come un attore interessantissimo, capace di scelte insindacabili, che aveva carisma da vendere, ci sembra così insulso e uno qualunque dopo aver visto Assassin’s Creed e L’uomo di neve?

Harvey Keitel probabilmente è stato troppo superficiale e generalista ma, appunto, in linea generale diceva delle cose forse ovvie ma indubitabilmente vere. Potremmo dire che un grande attore non si fa grande da sé. Ribadiremmo qualcosa che tutti noi sappiamo, ma è necessario ricordarlo.

In fondo, il mistero e la bellezza del Cinema consistono proprio nelle magiche dinamiche che nascono fra noi, l’attore e i nostri occhi, e il fascino di un attore è la risultanza di queste strane, insondabili alchimie.

Più potente è il film, più grande è l’attore nel nostro immaginario.

D’altronde, è un discorso che va bene per qualsiasi altro elemento della nostra confusa realtà. Più forte è la tua apparenza, più personalità e potere di fascinazione sembra che tu possegga, anche quando in verità non sei nessuno o sei sempre te stesso.

Pare che tu valga di più.

di Stefano Falotico

 

Mindhunter, recensione di Stefano Lo Verme

Tratta da Movieplayer.

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  Jonathan Groff interpreta il ruolo di Holden Ford, agente speciale dell’FBI che nel 1977 dà inizio a un rivoluzionario programma di ricerca sul comportamento criminale, in Mindhunter, l’acclamata serie di Joe Penhall: un prodotto atipico che può vantare un’eccellente scrittura e il contributo alla regia di David Fincher.

Psycho killer, qu’est-ce que c’est?

Se si considera il binomio formato da David Fincher e i serial killer, oltre al riferimento più immediato, ovvero il cult del 1995 Seven, è doveroso ricordare anche un film meno fortunato datato 2007, Zodiac. Incentrato sulla caccia al famigerato omicida seriale attivo nella San Francisco Bay Area fra gli anni Sessanta e Settanta, alla sua uscita Zodiac non è stato il grande successo che il tema e i nomi coinvolti lasciavano presagire: il pubblico, infatti, è rimasto in parte spiazzato da un thriller di oltre due ore e mezza in cui l’azione era praticamente inesistente.

Per quanto, a livello commerciale, non abbia ripagato gli sforzi produttivi, tuttavia Zodiac, oltre ad essere amatissimo dagli estimatori di Fincher, è anche un’opera che ha scardinato alcune convenzioni del proprio filone di appartenenza: il suo assunto, indubbiamente innovativo, è stato quello di costruire un thriller poliziesco dall’approccio rigorosissimo, del tutto incentrato sugli ‘investigatori’ e sui loro dilemmi personali. Una formula che, a dieci anni esatti di distanza, Fincher e il suo team di co-produttori hanno rielaborato e riproposto sul piccolo schermo nei dieci episodi di Mindhunter.

L’impero della mente

L’incipit del primo episodio non deve trarre in inganno lo spettatore: in una notte di fitta pioggia Holden Ford, un giovane negoziatore di ostaggi per l’FBI, è impegnato nel tentativo di placare uno squilibrato armato di pistola. È la prima sequenza di Mindhunter pervasa di una suspense tradizionale, nell’ottica del genere poliziesco, ma contrariamente alle possibili aspettative rimarrà anche l’ultima. Al creatore e showrunner Joe Penhall, drammaturgo inglese che per il cinema aveva sceneggiato due impegnative trasposizioni dalla grande narrativa contemporanea (L’amore fatale, dal romanzo di Ian McEwan, e The Road, da quello di Cormac McCarthy), basta una manciata di sequenze per mettere in chiaro la natura della serie targata Netflix: in Mindhunter la ‘caccia’ a cui allude il titolo si consumerà esclusivamente su un piano dialettico e psicologico.

Chi, ricordando Seven o Millennium – Uomini che odiano le donne, si attende brividi, adrenalina e colpi di scena, rischia di restare deluso: in Mindhunter la detection sulle orme di assassini seriali è appena una tangente in un intreccio fabbricato con tutt’altri presupposti e tutt’altri obiettivi. La serie di Penhall, semmai, può essere accostata per certi aspetti a Masters of Sex: pure in questo caso, infatti, il fulcro narrativo è costituito da un progetto scientifico potenzialmente rivoluzionario quanto, in misura esponenziale, rischioso e controverso. Assieme al più maturo collega Bill Tench, Holden riesce infatti ad avviare un programma volto allo studio e alla definizione di una normativa delle tipologie comportamentali dei serial killer: una ricerca condotta ponendosi faccia a faccia con psicopatici già assicurati alla giustizia, e provando ad esplorare gli insidiosi meandri di menti che hanno partorito le più bestiali atrocità.

Il “giovane Holden” e i suoi partner

È il bizzarro paradosso da cui scaturisce gran parte della forza drammatica di Mindhunter: da un lato l’esigenza di attenersi ad una precisione scientifica e a tutti gli scrupoli del caso; dall’altro la necessità, avvertita con particolare fervore da Holden, di abbandonare i lidi sicuri per avventurarsi nel territorio dell’ignoto. E cosa c’è di più ignoto del panorama che si cela nell’oscurità di una psiche affetta dal più tragico dei mali? Un contrasto ulteriormente accentuato dalla scelta del protagonista: Jonathan Groff, ex alunno canterino di Glee, con il suo viso e il suo portamento da perfetto bravo ragazzo, è quanto di più lontano si possa immaginare dall’archetipo noir del detective duro e tormentato. Da una puntata all’altra, però, lo vedremo addentrarsi sempre più a fondo nell’abisso di questa indagine, con una determinazione che a tratti sembra sfiorare l’ossessione, animato dalla consapevolezza del valore seminale di un progetto che mai nessuno aveva intrapreso prima di allora (la figura di Holden Ford è ispirata a quella di uno dei primissimi profiler dell’FBI, John E. Douglas).

Al fianco di Groff, in un meccanismo quasi da buddy movie, il caratterista Holt McCallany calza a meraviglia i panni del suo principale collaboratore, Bill Tench, il cui iniziale scetticismo e la solida prudenza faranno spazio ad un coinvolgimento sempre più ampio nell’impresa di Holden. A questa “strana coppia”, sulle cui interazioni gli autori basano alcuni dei dialoghi più riusciti della serie, si affiancherà poi anche una terza presenza: quella di Wendy Carr, psicologa interpretata da Anna Torv (attrice della serie Fringe), la cui professionalità fredda e impeccabile farà da contraltare all’istintività spesso avventata di Holden. In ambito privato, invece, il protagonista trova una sponda di costante confronto – e talvolta di conflitto – in un’altra figura accademica, la sua fidanzata Debbie Mitford (Hannah Gross), dottoranda presso l’Università della Virginia.

Imparare la lingua del Male

Mindhunter non manca inoltre di rievocare lo “spirito del tempo”, ovvero l’America della seconda metà degli anni Settanta: non attraverso pretestuosi rimandi alle vicende di quel periodo (anzi, la serie evita quasi del tutto riferimenti specifici alla storia o alla politica), ma restituendo alcuni elementi di un immaginario cristallizzato soprattutto mediante un certo cinema… un cinema al quale, non a caso, Fincher e Penhall rendono omaggio nell’episodio d’apertura, quando Holden illustra alcune peculiarità del rapporto fra negoziatore e criminale usando uno dei capolavori di Sidney Lumet, Quel pomeriggio di un giorno da cani. La fotografia, curata da Erik Messerschmidt, alterna l’atmosfera plumbea degli esterni alla penombra degli uffici e delle celle carcerarie, mentre la colonna sonora racchiude un autentico juke-box del pop e del rock dei Seventies: Toto, Don McLean, la Steve Miller Band, i Talking Heads (come non inserire le note della leggendaria Psycho Killer?), David Bowie, i Fleetwood Mac, Meat Loaf, The Alan Parsons Project, fino a quello struggente epilogo, l’improvvisa ‘implosione’ di Holden, sulla melodia di In the Light dei Led Zeppelin.

In fondo, Mindhunter si sofferma soprattutto su questo: l’eterna riflessione dell’essere umano sul mistero (insondabile?) del Male. Un Male che, contrariamente ai preconcetti vigenti all’epoca, non viene trattato come un corpo alieno rispetto all’uomo stesso, alla stregua di un fenomeno metafisico; al contrario, il Male è un avversario da fissare dritto negli occhi, con il quale iniziare a dialogare apprendendone innanzitutto il linguaggio. Il Male, in ultima istanza, è qualcosa da capire, riconoscendolo pertanto come una componente intrinseca alla specie umana: ed è tale assioma a rappresentare il vero ‘mostro’, l’unica, reale fonte di suspense all’interno di una serie decisamente complessa e sofisticata. E al termine del decimo episodio, quell’ultimo scambio di battute fra Holden e il gigantesco serial killer Edmund Kemper (Cameron Britton, superbo nella sua recitazione controllata e sotto le righe) annullerà ogni residuo di distanza fra i due uomini, l’agente dell’FBI e il maniaco pluriomicida. È davvero possibile guardare in faccia il Male senza restarne a nostra volta contagiati? Un interrogativo inquietante da conservare per la prossima stagione…

 

Mindhunter, prime impressioni

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Ora, ci troviamo di fronte al capolavoro che la Critica, in maniera unanime, sta acclamando?

Oppure di fronte all’ennesima furbata di Fincher? Capitemi bene, ho in auge Fincher, e credo che la sua filmografia sia emblematica della sua “scienza comportamentale” da regista oramai ascritto alla sua peculiarità, da cui credo farà fatica a distaccarsene. Da Seven a Zodiac, quest’uomo ha descritto in maniera appassionante la figura del serial killer, se n’è addentrata con precisione millimetrica, e ha sviscerato emozioni cinematografiche di perlacea potenza. Se nel primo si “limitava” a un thriller al cardiopalma che ha fatto scuola, nel suo susseguirsi di colpi di scena, nella “mannaia” dell’omicida luciferino di Spacey che inanellava crimini brutali seguendo con maniacalità i peccati capitali, da lui filtrati secondo la sua perversione oscena, nel secondo stupiva e spiazzava tutti, spostando decisamente l’azione, quindi la non azione, sulla pura detection, scovando nelle anime degli investigatori e, dopo la mezz’ora iniziale, che lasciava presagire che ci trovassimo di fronte a un altro lineare film sull’omicida seriale, detronizzava le nostre aspettative, concentrandosi quasi esclusivamente, come detto, sulla storia dell’indagine. Non badando molto ad altro, un film a suo modo unico, proprio in virtù del fatto che la sua principale e originale virtù è stata lo scrupolo con cui Fincher ha indagato egli stesso fra le pieghe emozionali degl’investigatori. A mio avviso, la sua opera migliore, così stupendamente imperfetta da lasciar allibiti per la sua formalità morbida, quelle notti lugubri, da lupi, “bevute” in inquadrature studiatissime, meticolose come la puntigliosità degli omicidi stessi.

Fincher arriva con questa serie, ed è clamore. Parlo ancora da profano, avendo visto solo la prima puntata. Siamo decisamente agli inizi, tutto è da compiersi, ma veniamo preparati come quegli studenti acerbi che si vedono qui e che gironzolano spaesati. Al che, fa capolino Quel pomeriggio di un giorno da cani, e rifulge quel Pacino criminale che tanto criminale non è, perché da lì, da questo Sidney Lumet si parte per spiegare, semplicisticamente obietterà qualcuno, ciò che scatena non solo il facile movente, ma la ragione umanissima che induce chi studia criminologia a voler razionalizzare la cosiddetta “devianza”.

Il nostro agente federale è un idealista, che pretende di capire i criminali e non capisce invece la sua fidanzata, quindi è all’apparenza un ingenuo, ma è animato da una voglia di conoscenza da rendere onore alla sua borghese divisa da uomo “normale”.

Nel finale, si affianca a un tipo tosto, rude nei modi, fumatore incallito, disilluso e ancor però sorseggiante, come il nostro golden boy, il desiderio di far chiarezza sui meandri della psiche umana.

David Lynch avrebbe scelto una strada delirante, e la serie sarebbe stata un rebus onirico d’immane suggestione filosofica. Avrebbe trasceso le più mere, scolastiche spiegazioni per allestire un “gioco” di specchi labirintico basato tutto sulle suggestioni. Ma Fincher non è Lynch, non vuole esserlo, è uno che non vuole rivoluzionare nulla, o forse sì, e allora insiste con dialoghi verbosi, con interni perfettamente bilanciati nella macchina da presa di una sceneggiatura che spiega tutto e al contempo non (si) dà spiegazioni. Che incede insinuando dubbi, accumulando in un’ora domande dostoevskijane così incognitamente affascinanti che si possono realizzare tutte le stagioni che vuoi, e giocarci intorno.

di Stefano Falotico

 

Della vita e della morte

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Non so, è un periodo che ho strani pensieri in testa, ma non li considero disdicevoli, anzi, sono quasi benefici e salvifici. Da qualche anno a questa parte, penso spesso alla morte, alla mia, che sopravverrà certamente, mi auguro in tempi lontani, e anche a quella che inevitabilmente colpirà le persone care che mi circondano, anche se a dire il vero non sono molte, e spesso vivo di estreme solitudini. Non che non avessi saputo che un giorno sarei morto ma, come accade a tutti, sino a un certo punto della tua vita non ci pensi, e sei preso da cose più umane per rifletterci. Poi, arriva l’età in cui maturi e cominci a pensarci. Non so se sia un bene che alla mia età già mi ponga questa domanda. Ma, pormela, mi fa vivere con quell’angosciante lietezza che ti fa apprezzare in maniera maggiore tutti i santi giorni. Così, le antiche ubbie, le paure, le ritrosie, le viltà che ti hanno sempre travolto, ecco, scompaiono come se fossero state spazzate via dal vento della vita, e la vita stessa assume un sapore diverso, la guardi con più cautezza, con più scrupolosità. E può parere un paradosso, forse lo è. Ogni cosa ti sembra illuminata anche laddove invece non lo è. E i sentimenti di rivalsa, le ambizioni stolte, il desiderio assurdamente egoista di primeggiare, le false competizioni non annebbiano più il tuo cervello e non inquinano più la tua anima. Si vive in una sorta d’incredulità generale, in cui ogni istante può essere fatale e le sciocchezze scivolano, superate da una saggezza che ti permette di scremare il bello dal brutto, la facezia e le piccinerie dalle cose importanti, ove i valori in cui hai creduto ancor più ti valorizzano e sospingono, e risplendi trasparentemente sincero nel mar frenetico ove gl’incoscienti par anneghino in oceani di banalità soffocanti, sommersi da obblighi e autoinganni per cui tanto si affannano, con quelle voglie lor capricciose e bambinesche, anche quando sono all’anagrafe “adulti e vaccinati”, di voler sopraffare il prossimo, persi nella scemenza di chiacchiere vane, di vanità superflue, addobbati dietro apparenze alle quali non credono, in cuor loro, neppure loro, ma così presi dalla lotta effimera quotidiana, da desideri di affermazione, da superficiali frivolezze, da affondarvici ed esserne schiavi.

Così, passeggio mesto nella laguna dei miei pensieri, e un altro giorno striscia morbidamente di sua rinascenza leggiadra in quest’inverno sopravanzato. In un altro diario di vita scompaginato o solo disordinatamente inquadrato.

di Stefano Falotico

 

Phantom Thread, il trailer del nuovo film di Paul Thomas Anderson con Daniel Day-Lewis

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Ebbene, lo aspettavamo con ansia e non ha certamente, a giudicare dalle immagini, deluso le altissime aspettative. Stiamo parlando del trailer di Phantom Thread, nuova attesissima opera del celebrato regista Paul Thomas Anderson, con Daniel Day-Lewis.

Pochi giorni fa, inoltre, era stata resa ufficiale la sinossi, che riportiamo qui in forma completa:

ambientato nel mondo glamour della Londra post guerra degli anni ’50, il rinomato stilista Reynolds Woodcock (Daniel Day-Lewis) e sua sorella Cyril (Lesley Manville) sono al centro del mondo della moda britannica, vestendo la nobiltà, le star del cinema, le ereditiere, esponenti dell’alta società, dame e debuttanti con lo stile unico della Casa Woodcock. Donne che entrano ed escono dalla vita di Woodcock, regalando allo scapolo d’oro ispirazione e compagnia, finché non incontra una donna giovane e forte, Alma (Vicky Krieps), che presto diventa un punto fermo nella sua vita, come sua musa e amante. Da controllato e pianificato, l’uomo viene lentamente distrutto dall’amore. Nel suo nuovo film, Paul Thomas Anderson dipinge un ritratto illuminante di un artista in un viaggio creativo e delle donne che continuano a far girare il suo mondo. Phantom Thread è l’ottavo lungometraggio di Paul Thomas Anderson, e la seconda collaborazione con Daniel Day-Lewis.

Il film è atteso nelle sale statunitensi esattamente a Natale, per poter ambire agli Oscar. Mentre ancora non conosciamo la data di rilascio per quanto riguarda l’Italia.

Insomma, come vi sembra? Le immagini, ripetiamolo, sono affascinanti, curate in ogni minimo dettaglio, come da sempre Anderson ci ha abituato e “viziato”. Ma si tratta sicuramente di un progetto tanto ambizioso quanto rischioso. La troppa cura formale può diventare alle volte estetizzante, calligrafica maniacalità, manierismo e non sostanza. L’impressione che si potrebbe avere è indubbiamente questa, una certa, esagerata stucchevolezza. Ma confidiamo in Anderson…

di Stefano Falotico

 

Della vita e di altre sovrastrutture

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Ti svegli baldanzoso, dopo che nella notte fonda udisti i tuoni potenti scagliarsi a raffiche di vento su questa Terra così peccatrice e funestata dalla sciocchezza.

Alcuni, credo, non si salveranno più. Fin dai primi loro respiri mattutini, le loro anime perse vengono tempestate da voglie di rivalsa, da odi atavici, da desideri assurdi di vendetta. E invece che, semmai, concentrarsi sulle loro ragioni, anche (se) discutibili, spostano il problema da un’altra parte e attaccano chiunque, lamentandosi invero solo della loro pochezza e di quei loro limiti che invece vorrebbero addobbare di saggezza. Patetici, deliranti, paranoici e, dinanzi a tanto lapalissiano, evidente disastro lor umano, devi anche tu abdicare al fatto, assai spiacevole ma ineludibile, che devi ammettere con grande tristezza e profondo cordoglio che ti trovi di fronte a persone che non ce la faranno più. Si beccarono delle diagnosi schiaccianti, ove venivano crocifissi entro compartimenti psichiatrici contro le cui generalità sbrigative io mi son sempre però combattuto, rischiando io stesso di apparir matto per la mia voglia inesorabile di voler cercare in queste persone altro che non fosse un certificato di malattia. Ma, ripeto, ci sono casi che purtroppo, lo dico davvero a malincuore, non si esimono da queste diagnosi e, per quanto uno si sforzi di comprenderli, aiutarli, sollecitarli a migliorare e dar loro fiducia, puntualmente tradiscono ogni buona, ottimistica aspettativa, e rimani sconcertato da quanto siano incoscienti di essere così stupidi. Sì, parliamo di stupidità, e basta. Qui, non ci troviamo più davanti a persone che patiscono un disagio, di qualsiasi natura esso sia. Il disagio, seppur sia, di prima impressione, qualcosa di disturbante e col quale difficilmente si entra in empatia, se ben canalizzato e curato può rivelarsi perfino illuminante, profetico, può essere il basamento psicologico che, fondandosi proprio sull’inquietudine del vivere, sul porsi importanti interrogativi esistenziali, può far scaturire idee brillanti, all’avanguardia, idee che hanno fatto, ad esempio, grandi quei pensatori moderni che hanno costruito le loro genialità appunto dal loro male di vivere. Filosofi, registi, scrittori hanno attinto dalle loro precarietà quotidiane per investirvi emozionalmente e, da questa continua, ostica resilienza, rinascere in forme evolutive del pensiero perfino progressiste. Catarsi dei dolori e delle incognite. Ma poi, ribadisco, t’imbatti in personaggi che invece tracimano solamente nei loro stolti disagi e ogni giorno, fuori da ogni logica, dissennano su tutto, dalle piccole alle grandi cose, con una perseveranza e una vigliaccheria da lasciarti allibito. Inconsapevoli che dovrebbero semplicemente mettere mano alla loro coscienza e fare un po’ di mea culpa sensato e autocritico. Invece, par gioiscano addirittura in questo lor (s)fiorire allucinatorio e grottesco, e sei costretto, dopo tanta solidarietà e simpatia, a lasciarli affondare nella loro melma e nel buio entro cui si accecano. Paiono, insomma, contenti della loro scontentezza. Oggi ce l’hanno con le autorità, domani col vicino di casa, domani col migliore amico, ieri ce l’avevano con sé stessi e probabilmente in quel caso avevano ragione. Permettetemi di esser loro sarcastico, un po’ d’ironia cattiva potrebbe essere la soluzione… Ma continueranno a recriminare, sfociando quasi nel diventare loro stessi dei criminali rispetto ai presunti “crimini” di cui accusano il prossimo, che per loro è uno che della loro dignità avrebbe abusato. Mah…

Costernato, proseguo per la mia strada. Agghiacciato da tanta spettrale penosità.

Io, invece, lo affermo in tutta modestia e coscienza, sono uno che cerca invece sempre la bellezza. Forse, questo continuo idealizzare la bellezza mi rende schiavo di una gioventù ribalda e sognatrice nella sua accezione più positiva. Non è retorica amare la bellezza, per quanto essa sia continuamente minata da chi fa della vita un monumento al puttanesimo e si svende all’offerente che gli garantisca facili illusioni e godimenti effimeri.

Perché io mi batto/a tanto contro il lavoro? Orbene, capitemi bene. Ritengo il lavoro qualcosa che può, sì, donare nobiltà all’animo di chi lo svolge con dedizione, passione. Altresì, il lavoro inteso soltanto come compravendita giornaliera in cui si dà qualcosa per ricevere in cambio lo squallido stipendio, be’, è alienante, qualcosa di freddo e asettico. E la tua vita, se cedi a questo raggelante patto “sociale”, è bella che finita. Sì, perché ti sarai adattato al più insulso mercimonio, e sarai uno che canterà ritornelli dalla romanticheria banale, soffocando i tuoi stress nella domenica calcistica per addormentare quelli che, prima di tutto questo schifo appiattente, erano i tuoi più intimi, sensibili desideri.

Non si nasce per la catena di montaggio, si nasce per dare un senso alla propria esistenza, non si nasce per “resistere” nel comune esistere, si nasce per inseguire la propria bellezza, e far sì che le nostre anime si esternino in qualcosa che possa essere di bel valore agli altri, in una comunione d’intenti produttiva alla gagliardezza del nostro essere vivi. Ciò non significa essere dei sognatori fessi, significa credere al valore della propria anima.

Alcuni invece si sentono uomini giusti se fanno la cosa “giusta”. Ma sfugge loro il senso non solo di giustezza ma anche di giustizia. Al che, per esorcizzare le loro colpe e i loro peccati, cercano il capro espiatorio in qualcosa o in qualcuno, proiettando, e qui torniamo al discorso iniziale, le loro angosce in qualcosa o qualcuno che possa incarnare la loro malattia di vivere. Allora ce l’hanno a spada tratta col governo, ce l’hanno col loro stesso lavoro che, e qui sta l’inghippo, odiano con tutte le loro forze ma fanno di tutto per mantenere e per mantenersi. In una reiterazione dello stato immodificabile del loro stato e anche, dunque, dello Stato.

Io, lo dico qui superbamente, perché me lo merito, appartengo a una categoria estranea… inclassificabile.

Molti maligni, sapendo che sono una persona “difficile” che, quindi, presuppongono, non possa avere relazioni affettive stabili e durature, in virtù, anche in “danno”, dei propri “limiti” caratteriali e persino genetici, pensano che io vada a puttane. Mi spiace deludere questa lor certezza assai malvagia, sono una persona che possiede, in cuor suo, un senso della morale molto alta, e il mio cor(po) può stare bene anche senza contrattare meschinamente una sessualità prostituita e prostituente. Con grande “rammarico” delle loro oscene cattiverie, queste, sì, soggiacenti al “facile costume” dei luoghi comuni e dell’invadente presunzione etichettante… Si chiedono? Ma come fa(i)? Faccio e, se proprio devo, mi faccio da solo… alla vostra faccia!

Poi, ci sono quelli che, prima che diventassero “famosi”, erano idealisti, portavano avanti con ruspante coraggio le loro idee, anche di cambiamento. Ma, una volta ottenuti gli stessi falsi privilegi che tanto criticavano, sono diventati dei critici  e “sociologi” dell’aria fritta e si beano dall’alto di un piedistallo che è solo arrogante e plebiscitario. Li preferivo, decisamente di più, quando erano energici e “strani”.

Insomma, c’è chi ce l’ha con Dio, chi è senza Dio, chi attacca gli atei, chi attacca gli atenei essendo spartano, chi è spavaldo e vuole che gli umili siano ugualmente “ambiziosi” come lui, chi è anonimo e vuole 15 minuti di celebrità, poi, dopo che li ottiene, vuole i riflettori solo su di sé, e non riflette più. Meglio io, uomo riflessivo. Chi non vuole due fette ma tutta la torta e, una volta che se l’è mangiata tutta, esige anche la ciliegina. Anche il caffè. E a chi l’amaro?

Di mio, ho un romanzo da finire e una fettina di manzo, a pranzo, da lasciare a metà. Perché, come detto, son fatto di carne e ossa, ma non son molto carnale, sebbene sia mezzo carnivoro. Ah, poi ci sono i vegetariani. Ci sono anche quelli che vegetano, e ci sono i veggenti. Per non parlare dei cannibali. Che cani! Accidenti! Mi fa mal un dente. Ma come mai il dentista guadagna così tanto? Se mi fai male, ti addento. Poi c’è chi urla che ti mangia vivo! Mah…

Prima eri un agnello in mezzo ai lupi e ti dicevano d’infurbirti. Ora sei una volpe e a loro non stanno simpatici i “furbetti”. Se ti dai troppo da fare, ti danno un calmante, se ti calmi troppo, ti dicono che sei pachidermico. Se cresci in fretta, sei un bruciato, se ami qualcosa, ti dicono che è la tua passione bruciante, se vivi la vita con lentezza, soffri di elefantiasi. Insomma, mettetevi d’accordo.

Così sia. Andate in pace.

di Stefano Falotico

 
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