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OSCAR 2026 – Tutte le Nomination(s), ovvero (la) full list

Oscar 2026 statuette

Best picture

  • Bugonia
  • Frankenstein
  • F1
  • Hamnet
  • Marty Supreme
  • One Battle After Another
  • The Secret Agent
  • Sentimental Value
  • Sinners
  • Train Dreams

Best actor

  • Timothée Chalamet – Marty Supreme
  • Leonardo DiCaprio – One Battle After Another
  • Ethan Hawke – Blue Moon
  • Michael B Jordan – Sinners
  • Wagner Moura – The Secret Agent

Best actress

  • Jessie Buckley – Hamnet
  • Rose Byrne – If I Had Legs I’d Kick You
  • Kate Hudson – Song Sung Blue
  • Renate Reinsve – Sentimental Value
  • Emma Stone – Bugonia

Best supporting actress

  • Elle Fanning – Sentimental Value
  • Inga Ibsdotter Lilleaas – Sentimental Value
  • Amy Madigan – Weapons
  • Wunmi Mosaku – Sinners
  • Teyana Taylor – One Battle After Another

Best supporting actor

  • Benicio del Toro – One Battle After Another
  • Jacob Elordi – Frankenstein
  • Delroy Lindo – Sinners
  • Sean Penn – One Battle After Another
  • Stellan Skarsgård – Sentimental Value

Best director

  • Paul Thomas Anderson – One Battle After Another
  • Ryan Coogler – Sinners
  • Josh Safdie – Marty Supreme
  • Joachim Trier – Sentimental Value
  • Chloé Zhao – Hamnet

Best adapted screenplay

  • Bugonia
  • Frankenstein
  • Hamnet
  • One Battle After Another
  • Train Dreams

Best original screenplay

  • Blue Moon
  • It Was Just an Accident
  • Marty Supreme
  • Sentimental Value
  • Sinners

Best original song

  • Dear Me – Diane Warren: Relentless
  • Golden – KPop Demon Hunters
  • I Lied to You – Sinners
  • Sweet Dreams of Joy – Viva Verdi!
  • Train Dreams – Train Dreams

Best original score

  • Bugonia
  • Frankenstein
  • Hamnet
  • One Battle After Another
  • Sinners

Best international feature

  • It Was Just an Accident
  • Sentimental Value
  • Sirât
  • The Secret Agent
  • The Voice of Hind Rajab

Best animated feature

  • Arco
  • Elio
  • KPop Demon Hunters
  • Little Amélie or the Character of Rain
  • Zootopia 2

Best documentary feature

  • Come See Me in the Good Light
  • Cutting Through the Rocks
  • Mr. Nobody Against Putin
  • The Alabama Solution
  • The Perfect Neighbor

Best costume design

  • Avatar: Fire and Ash
  • Frankenstein
  • Hamnet
  • Marty Supreme
  • Sinners

Best make-up and hairstyling

  • Frankenstein
  • Kokuho
  • Sinners
  • The Smashing Machine
  • The Ugly Stepsister

Best production design

  • Frankenstein
  • Hamnet
  • Marty Supreme
  • One Battle After Another
  • Sinners

Best sound

  • Frankenstein
  • F1
  • One Battle After Another
  • Sinners
  • Sirât

Best film editing

  • F1
  • Marty Supreme
  • One Battle After Another
  • Sentimental Value
  • Sinners

Best cinematography

  • Frankenstein
  • Marty Supreme
  • One Battle After Another
  • Sinners
  • Train Dreams

Best visual effects

  • Avatar: Fire and Ash
  • F1
  • Jurassic World Rebirth
  • Sinners
  • The Lost Bus

Best live action short

  • A Friend of Dorothy
  • Butcher’s Stain
  • Jane Austen’s Period Drama
  • The Singers
  • Two People Exchanging Saliva

Best animated short

  • Butterfly
  • Forevergreen
  • Retirement Plan
  • The Girl Who Cried Pearls
  • The Three Sisters

Best documentary short

  • All the Empty Rooms
  • Armed Only with a Camera: The Life and Death of Brent Renaud
  • Children No More: Were and Are Gone
  • The Devil Is Busy
  • Perfectly a Strangeness

Best casting

  • Hamnet
  • Marty Supreme
  • One Battle After Another
  • Sinners
  • The Secret AgentOscars
 

IL MAGO del CREMLINO – TRA(iler) ITA(liano)

lemagedukremlin

Sinossi ufficiale a piè di filmato:

Russia, primi anni ’90. L’URSS è crollata. Nel caos di un Paese che cerca di ricostruirsi, Vadim Baranov, un giovane uomo dalla mente brillante sta per trovare la propria strada.Prima artista d’avanguardia, poi produttore di reality show, diventa consigliere ufficioso di un ex agente del KGB destinato a conquistare il potere assoluto: colui che presto sarà conosciuto come “lo Zar”, Vladimir Putin. Immerso nel cuore del sistema, Baranov diventa lo spin doctor della nuova Russia, modellandone discorsi, fantasie e percezioni. Ma c’è una figura che sfugge al suo controllo: Ksenia, donna libera e inafferrabile, che incarna la possibilità di fuga – lontano dall’influenza del potere e dal dominio politico.  Quindici anni dopo, ritiratosi nel silenzio, Baranov accetta di parlare. Ciò che rivela offusca i confini tra verità e finzione, fede e strategia e svela i segreti occulti del regime che ha contribuito a costruire. Il Mago del Cremlino– Le origini di Putin  è una discesa negli oscuri meandri del potere, un racconto in cui ogni parola è parte di un disegno. Scritto dallo stesso Assayas con Emmanuel Carrère, Il mago del Cremlino – Le origini di Putin è un viaggio tra storia, politica, sociologia, suspense, già definito “un thriller avvincente”, “una riflessione sul fascino del potere”, “una storia che ci fa capire molto della Russia di oggi e non solo.”.

 

RUN AWAY (Fuga) & Mortality, reviews integrali!

Fuga Run Away Run Away poster locandina

Fuga, recensione

Una cupa e arzigogolata, indagatoria storia intrigante di angoscianti dileguamenti e intrecciate menzogne tornate a galla in maniera sia spiazzante che raggelante

Oggi recensiamo in maniera stringata ma speriamo esaustiva l’eclettica e brillante, chissà però se appieno soddisfacente (nelle prossime righe, naturalmente, il tutto dettaglieremo e meglio disamineremo), miniserie tv Fuga, in originale intitolata Run Away, distribuita su Netflix nel 1° giorno dell’anno. Subito posizionatasi meritevolmente ai primissimi posti delle nuove visioni…

Fuga consta di otto episodi variegati, filmicamente ben intarsiati della durata cadauno di cinquanta minuti circa, diretti in maniera alternata da Nimer Rashed & Isher Sahota. Basata sull’omonima novella dell’acclamato scrittore statunitense Harlan Coben, per l’occasione adattata da vari sceneggiatori che han ben legato le forze per trasporla garbatamente. Fra cui il suo principale fautore e “ideatore” Daniel Brocklehurst e nientepopodimeno che la stessa figlia di Coben, ovverosia Charlotte. Trama, sintetizzatavi nei suoi tratti peculiari e più salienti in poche righe secche ma emblematiche:

La vita molto agiata del tranquillo Simon Greene (James Nesbitt), felicemente sposato da anni con l’avvenente pediatra Ingrid (Minnie Driver, Will Hunting – Genio ribelle, Sleepers), sorella della direttrice lavorativa del consorte, Yvonne Previdi (incarnata dall’attrice Ingrid Oliver, attenzione a non far confusione con Ingrid, giustappunto, interpretata da Driver), è stata di punto in bianco sconvolta dalla sparizione della figlia Paige (Ellie de Lange), tenuta pressoché in ostaggio dal suo “ragazzo” aguzzino spietato, Aaron Corval (Thomas Flynn), suo torturatore e dissoluto tossicodipendente di cui però lei è morbosamente innamorata e da cui non riesce a distaccarsene inspiegabilmente. In quanto, con ogni probabilità, non sol metaforicamente narcotizzata e inoltre ricattata? Oppure no, chissà. Un giorno, dopo segnalazioni effettuategli per conto d’un conoscente a cui Simon chiese una mano per rintracciarla, quest’ultimo riesce finalmente a trovar Paige nel maggior parco cittadino. Lei, che tempo addietro lo disconobbe come padre, ne fugge via e la situazione per tutti precipita in modo sia rocambolesco che innescante contorte dinamiche da cui scaturiscono agghiaccianti reazioni a catena infermabili. Innanzitutto, Simon vien immantinente fermato e arrestato dalla polizia in merito all’aggressione compiuta ai danni del succitato e sciroccato boy di Paige, a suo dire avvenuta sol “per legittima difesa”, dunque è subitaneamente interrogato dal detective Isaac Fagbenle (Alfred Enoch), coadiuvato dalla volitiva e inarrendevole DC Ruby Todd (Amy Gledhill) poiché il ragazzo in questione, nella sera stessa rispetto ai misfatti poc’anzi successi, venne trucidato in maniera aberrante. A difendere Simon dall’accusa di possibile omicidio, in quanto dapprima ritenuto il maggior indiziato e principale sospettato dell’assassinio suddetto, è la rampante e grintosa avvocatessa Jessica Kinberg (Tracy-Ann Oberman). Nel frattempo, la confusa matassa ancor più s’ingarbuglia in maniera allarmante poiché, all’unisono rispetto ai descrittivi tetri eventi occorsi, la corpulenta ma coriacea, assai intuitiva investigatrice privata Elena Ravenscroft (Ruth Jones) s’è appena messa sulle tracce d’uno scapestrato ventunenne, figlio d’un uomo potente che le diede l’incarico d’indagarne al riguardo, non scappato di casa, bensì parimenti svanito nel nulla in forma sicuramente poco casuale. Due casi, giocando di parole, quindi tanto oscuri quanto privatamente personali e sentimentali, “appaiati” e (col)legati a doppia mandata dal fil rouge dell’imponderabile fato incredibile. Chi è Cornelius Faber (Lucian Msamati, Conclave) l’uomo di colore divenuto amico di Paige e suo “intimo” vicino di casa? Mentre Jay Stanfield (Mark Bazeley) è sol un insospettabile collega del reparto ospedaliero in cui lavora la moglie di Simon o qualcosa in più? A completare il mosaico dei vari elementi della scacchiera, vi son l’aiutante anziana di Elena, ovverosia Lou (Annette Badland), il pericoloso manigoldo e spacciatore Rocco (Marcus Fraser) e un ruolo chiave e di svolta l’ha perfino il timidissimo Sam (Adrian Greensmith), figlio di Simon e dunque fratello di Paige, studente universitario dalla fedina penale immacolata. Infine, la strana coppia da “partner in crime” formata dalla peperina, folle Dee Dee (Maeve Courtier-Lilley) e dallo spostato Ash (Jon Pointing), Bonnie & Clyde ante litteram in passato affidati a una casa famiglia ove si conobbero e reciprocamente s’innamorarono, giurandosi fedeltà eterna, perché cominciò a seminar cadaveri dappertutto? Per celar chissà quali prove, perciò attentamente da occultare a prescindere da qualche imprevisto testimone oculare che ne scombussolerà i mortuari e delittuosi piani “vistosi” e viscosi? Tutti hanno degli scheletri nell’armadio, compresi i personaggi a prima vista più moralmente irreprensibili? Come andrà a finire tal attorcigliata storia in ogni senso dedalica e dai contorni molto neri, anzi, noir e decisamente macabri? Sinistra e melliflua la figura del Professor Van De Beek (Sam Swainsbury) oppure salvifica? C’è di mezzo financo un’equivoca setta con tanto d’adepti invasati, aderenti al culto della cosiddetta Radiosa Verità.

Fuga è una serie dinamica e fresca, recitata magnificamente da tutto il parterre attoriale che non pecca di alcuna sbavatura, in primis sorretto da un eccellente Nesbitt in stato di grazia. Fra gli altri attori che ne spiccano, senza dubbio va menzionato l’ottimo Alfred Enoch. Nota di merito anche alla strepitosa Maeve Courtier-Lilley la cui giovanissima bellezza si staglia prominente per graziosa fotogenia impressionante.

Malgrado la sua lunga durata mai però tediosa e diluitaci, ripetiamo, in 8 segmenti d’appena tre quarti d’ora l’uno assai scorrevoli e dal serrato ritmo fluido, Fuga intriga, tiene incollati allo schermo e avvince dal primo all’ultimissimo minuto. Ciononostante, come meglio spiegheremo sottostante, non è certamente esente da marcati difetti che la rendono, a nostro avviso, non poco imperfetta.

Il materiale di partenza, ovvero l’originario romanzo del giallista Coben, francamente, non è un granché. Per meglio dire, ripropone situazioni e tematiche risapute e anche letterariamente sviluppate con più finezza e originalità. Quivi il tutto è trasposto, ancor evidenziamo, con accortezza e sovente con mirabile beltà estetica. Nulla da eccepire. Eppure le falle e le incongruenze nella trama appaiono macroscopicamente evidenti e molti risvolti son nettamente poco plausibili. È la forte recitazione degli attori coinvolti e la lor indiscutibile bravura spesso a “distrarci” perfino da una messinscena a tratti così preoccupata dei minimi dettagli visivi e della superba fotografia certosina, paradossalmente, da perder il punto focale della tortuosa vicenda espostaci. Al che, Fuga, a dispetto della sua confezione di lusso e delle lodevoli, singole prove recitative, più e più volte sbanda e risulta un po’ pasticciata.

Peccato perché poteva essere davvero una gemma prelibata.

MORTALITY!

Ricky è tornato sia per la grande, somma gioia dei suoi incalliti aficionados sfegatati che per il “dolore” dei suoi odiatori ostinati

Ebbene, (non) perdonate tal nostro tono confidenziale desueto, altresì adatto e però in linea con l’eversivo spirito provocatorio del protagonista e “interprete” assoluto del suo nuovissimo, già contestato dai benpensanti e ostracizzato dalle coscienze borghesi più recalcitranti, spettacolo comico, intitolato Mortality, immesso su Netflix lo scorso martedì 30 Gennaio 2025, ovvero l’irrefrenabile e controverso Ricky Gervais. Ex presentatore storico dei Golden Globes (ivi peraltro da lui stesso citati, nel finale, in continuazione e parodiati in maniera dissacrante), apprezzato “allestitore”, in primissima linea attore principale e sapido metteur en scène delle amate serie tv The Office e After Life, puntualmente, dopo le sue teatrali (in ogni senso) performance cabarettistiche, financo in senso lato caratteristiche, di SuperNature & Armageddon, per la regia di John L. Spencer, ritorna sul palcoscenico nell’imperdibile, a prescindere dai vostri gusti, speciale suddetto. Esibendosi a briglia sciolta senza freni inibitori, comme d’habitude d’altronde, in uno scoppiettante monologo “aggressivo” da celeberrimo standup comedian che non le manda a dire, concernente stavolta la caducità della nostra miserabile esistenza, la fallace, patetica e inattingibile ricerca della felicità e perfino a che vedere con l’utopia disumanamente triste della perpetua agonia di chi brama penosamente la longevità impossibile. Secondo la sinossi ufficiale di Netflix, sottostante da noi testualmente trascrittavi, pertinente e quanto mai sintetica, ecco su quali argomenti verte principalmente Mortality

Parla di vita, morte e della situazione nel mondo in uno special brutalmente onesto che non risparmia nessun argomento, nemmeno la sua stessa mortalità.

Gervais, ridacchiando sardonicamente e in modo compiaciuto lui stesso, sbevacchiando fra un divertito, forse non sempre riuscito e/o appieno divertente, sketch e l’altro, incalza senza mai “demordere” e con mordace grinta istrionica, iniziando a sproloquiare nel suo mood, ripetiamo, consuetamente irrefrenabile, in merito al labile confine fra disabilità psicofisica e sanità mentale, andando poi repentinamente a parare sulla pericolosità dei social, da lui addirittura, naturalmente d’iperbole grottesca, reputati paradossalmente il virtuale covo dei futuri serial killer repressi ché sfogano le lor ire dietro le apparenze più irreprensibili e al contempo vigliacche, aggregati come sono nel “covo” ignoto di fittizie identità false a loro volta, similmente a delle matriosche, riunite e biecamente celate nel fantomatico vuoto (anti)vitale e “virale” d’un luogo astratto a base di persone asociali per antonomasia. Al che inveisce contro l’intelligenza artificiale, si scaglia contro la conclamata omosessualità esagerata, a suo avviso, di Elton John e prende in giro anche sé stesso, denudando le sue debolezze da uomo, sì, ricco e privilegiato, eppur, come tutti i comuni mortali, or giochiamo spropositatamente, anzi, spiritosamente di parole, codardo, ipocrita, umorale, (a)normale e tragicamente immor(t)ale. Distillando, comunque da indiscusso paroliere, unico e inimitabile padrone della scena e delle sue scenette sia esilaranti che per taluni indigeste, ficcanti ma a tratti deboli e risapute gag da lui dette altrove probabilmente con più classe, sciorinando a velocità supersonica battute a raffica sovente onestamente eccessive e talvolta fuori luogo ai limiti della censura e del cattivo gusto più indifendibile, deflagrando in espressiva forma scatologica e “volgare” ai massimi livelli, culminando implacabile nell’apoteosi di freddure e umoristiche “oscenità” che i suoi fan irriducibili ritengono geniali mentre i suoi detrattori le considerano irremovibilmente delle sconce idiozie banali.

Mortality è un world tour mondiale di Gervais e, in tal occasione, Gervais, su perfetto montaggio di Jon Blow, filmato a Edimburgo per l’immissione di tal appuntamento particolare sulla succitata piattaforma streaming, dà libero sfogo alla sua debordante verve illimitata, non temendo nessuna mortalità di sorta, no, buonista moralità contenuta. Allineato invece in toto alla sua eccentricità poliedrica. Per molti irresistibile e contagiosa, per altri, ripetiamo, assai fastidiosa. Gervais è così, dunque inutile obiettarne o contestarlo, prendere o lasciare, come si suol dire, e ha perennemente l’ardire di non calmare la sua verace parlantina vorace. A costo di sbandare, sballare e troppo “sbraitare”. Ma il divertimento è assicurato, statene pur certi, se in quest’ennesima sua “recita” molto colorita vi lascerete trasportare e abbandonare… Accantonando ogni remore al riguardo.

Come sopra accennatovi, se in molti momenti, Mortality intrattiene e francamente suscita risate a crepapelle, secondo il nostro parere è però meno convincente rispetto ad altre “rappresentazioni” di Gervais. In quanto, Gervais quivi ricicla e mutua sol parzialmente, più che altro stancamente e poco originalmente, naturalmente, molte sue celebri battute già per l’appunto sentite, da lui pronunciate in migliori circostanze maggiormente efficaci e leggiadre. Ok il politicamente scorretto ma Diciamo gergalmente che vi va troppo pesante e appesantisce ancor più il tutto con forzature inaccettabili.

 

di Stefano Falotico

 

 

 

L’OSPITE di Alberto DE Grandis, recensione

Oggi ho il piacere di recensire, in forma estremamente concisa, altresì vivamente m’auguro esaustiva, il meritevole short movie intitolato L’ospite, elegantemente firmato Alberto De Grandis, giovanissimo, talentuoso e assai valente, perlomeno a giudicar dal pregevole opus giustappunto da me visionato e prossimamente disaminatovi.

Rigido inverno del 1934. Veniamo subito immersi, melodicamente inabissati in cineree, crepuscolari immagini notturne e, mentre sinuosamente echeggia da un antico giradischi una soave musica d’altri tempi, durante una tetra e tempestosa serata climaticamente burrascosa, affaticato e infreddolito giunge nei pressi d’un isolato casolare rustico uno spaurito uomo, Vittorio Moretti, (incarnato da un mellifluo, misterioso e magnifico Francesco Pannofino) che ne bussa alla porta per chieder ospitalità e potersi momentaneamente riparare dalle dure intemperie imperterrite. Porta subito apertagli da un anziano signore di nome Giuseppe (Angelo Maggi), immediatamente disponibile, che l’accoglie nella suddetta propria dimora riscaldata dal soffice tepore d’uno scoppiettante camino. Moretti, immantinente, s’avvede, all’istante stregatone, d’un “ermetico” quadro appeso alla parete di cui il pittore fu nientepopodimeno che sé stesso. L’inquietante dipinto in questione “fotografò”, ancor “sigilla”, immortala e cristallizza il lapidario, cupamente onirico frammento d’una tragica guerra di cui credette d’esser stato l’unico superstite “miracolato”. Moretti ne narra or al vecchio e scopre che quest’ultimo fu lui stesso uno dei combattenti e commilitoni, soldato semplice innocente, che alla funerea battaglia (non vi sveliamo ivi quale) prese parte, forse fuggendone da disertore od uscendone da “eroe?”. Probabilmente, nell’animo eternamente però soccombendone senza vie di fuga possibili e immaginabili, nell’inconscio seppur seppellì i brutti ricordi, di nuovo gli furono fatalmente evocatigli, malgrado, dopo decenni dai funesti eventi trascorsi, pensò d’aver dimenticato tutto, obliando la vissuta tragedia nel nero cimitero degli incubi dalla sua coscienza dapprima “fantasmaticamente” insabbiati. Nulla, in verità, è mai davvero sepolto, sepolti e morti ammazzati furono, son e sempre saranno solamente quegli incolpevoli ragazzi non scampati al massacro folle d’un orrido sterminio ingiustificato. Sol due uomini se ne salvarono, forse illusoriamente ne fuggirono e vissero… soltanto nel cuore irreparabilmente feriti e a vita traumatizzati paurosamente, congelati nelle mentite “spoglie” di due screpolate, rottesi anime depredate della lor infranta giovinezza indissolubilmente escoriata, violentemente spezzata, segnata da una catacombale guerra indimenticata, solamente rimossa, invero sempre glacialmente viva e nefasta. Pronta, da un momento all’altro, spaventosamente a riesplodere furiosamente nelle nere notti ghiacciate e agghiaccianti dei raccapriccianti sogni da non “ridestare” per nessuna ragione al mondo. Uno strangolante sogno nel sogno, un “dinamitardo” incubo deflagrato di colpo… mentre sfrecciano nella memoria i sinistri colpi delle pistole, delle baionette, delle anime taciutesi e incontratesi misteriosamente in una notte sia magica sia allucinante. Ché rifiocca spettrale nell’intima, inviolabile segretezza personale, anni addietro purtroppo invece violata, di ciò che non si poté né cancellare né estirpare, non si potrà mai più elidere od occultare.

Fotografia magistrale, perfettamente intonata alle plumbee atmosfere mortifere e al contempo oniriche, di Michelangelo Baffoni. Sceneggiatura secca e coi fiocchi di Nicola Piovesan. Per un cortometraggio che, a dispetto di qualche perdonabile difettosità della messinscena nel suo segmento centrale, risalta per coraggio, brillantezza e geniale mistura di visionarietà e suggestiva, emotiva potenza folgorante.

Stupenda Elisa De Rossi nel ruolo, “evanescente” ma palpabile di presenza scenica travolgente e sopraffina beltà diafana, della ragazza del dipinto dagli occhi spiritati e danzatrice, suonatrice di flauto.

Un cortometraggio di gran afflato e grazia.

L'ospite poster

di Stefano Falotico

 

GOLDEN GLOBE(s) 2026, (i) Winners, tutti i vin(ci)t(o)ri

dicaprio

From Deadline:

 

Recensioni integrali by Falò e alla sua maniera de Il rapimento di Arabella & nientepopodimeno che STRANGER THINGS 5!

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Una vellutata fiaba poeticamente dark… È la superba, onirica e favolistica storia d’una fantasmatica sparizione misteriosa, d’inaspettati ritrovamenti e inquietanti smarrimenti esistenziali fra lor teneramente intrecciati, di speculari analogie simbiotiche e dolcezze intersecate, sfregiate, sfiorite, rifiorite o sol amorevolmente sfioratesi

Direttamente dalla prestigiosa 82.a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, recensiamo la seconda, molto interessante, opera della regista Carolina Cavalli, ovverosia Il rapimento di Arabella, presentato alla sezione Orizzonti nel primo giorno d’apertura del Festival per quanto concerne l’anteprima esclusiva riservata alla stampa e ufficialmente nel dì successivo, vale a dire precisamente, il 28 agosto, per la visione pubblica dedicata agli spettatori non tesserati.

Dopo l’esplosivo Amanda del 2022, Cavalli, autrice ancor una volta anche del soggetto e della sceneggiatura originale, per questo suo mirabolante secondo opus ritrova per di più la magnifica protagonista del suo esordio, Benedetta Porcaroli (Il gattopardo). E tal artistica, affiatata reunion si rivela vincente, decisamente splendida splendente! Pellicola della snella, giammai tediosa, bensì fluidamente scorrevole e piacevole, durata di un’ora e quarantasette minuti, come meglio esplicheremo nella nostra disamina a seguire, Il rapimento di Arabella è sia divertente e struggente che sorprendente, probabilmente difettoso e spesso incerto, eppur meritevole del nostro largo apprezzamento sentitamente elargitogli. Eccone la trama, da noi molto sintetizzatavi ed espressa nelle sue linee più salienti e “sommarie” per evitarvi spoiler sgraditi e indesiderati: Una strana, immacolata bambina, di nome Holly (Lucrezia Guglielmino), vispa, dalle iridi cangevoli e dai capelli fulvi, si trova in Italia, accompagnata da suo padre (Chris Pine, Hell or High Water), quest’ultimo arrivato nel nostro Paese per ricevere un ambito premio omaggiante la sua carriera. L’uomo, distrattamente, la perde sciaguratamente di vista. Holly, allontanatasene incoscientemente, a notte foscamente inoltrata, tra le fioche luci visivamente lisergiche d’uno spoglio, fatiscente parcheggio non molto distante dal luogo ove il padre ritirò l’onorificenza assegnatagli, vicino al Taco King, adocchia immediatamente una ragazza, Arabella (Porcaroli). Che a sua volta, immantinente, folgorata da Holly, si convince all’istante di essere la versione nientepopodimeno di sé stessa da piccolissima in un universo parallelo. Arabella è una disastrata girl studentessa di Fisica, chissà se diligente o indisciplinata, forse perfino così ligia verso la materia scientifica degli studi intrapresi da essersene lasciata contagiosamente suggestionare ingenuamente, “incarnandosi” per di più in una distorta visione della vita, non soltanto propria. Senza dubbio è un po’ “spostata”, sbandatamente perduta in un’esistenza ampiamente insoddisfacente in cui ancor sta affannosamente provando a individuarsi all’interno della società, sfuggente, impervia e morbosa. Bazzica poveri ambienti discutibili e frequenta spesso un ragazzo parimenti “strambo” (Marco Bonadei). Ebbene, una volta scomparsa Holly, ovviamente suo padre, inconsolabilmente disperato, denuncia l’avvenuto, scioccante smarrimento traumatico e le forze dell’ordine, chissà se davvero prodighe e attente, si mettono pigramente alla ricerca della bimba in questione. Nel frattempo, Arabella ha “rapito” Holly e fuggevolmente, allo sbaraglio e in un lampo più celere d’un emotivamente straziante e accecante colpo di fulmine impetuoso, sinuosamente repentino e folle, è d’istinto scappata con lei verso un’indistinta meta sconosciuta. Durante il picaresco viaggio indefinito, tanto pericoloso quanto avventurosamente ricolmo sia d’incontri garbati, fra i quali quello benefico, probabilmente salvifico e illuminante, con un’attempata ma caritatevole maestra di danza (Eva Robin’s, Tenebre, magistrale e inedita), e altri più sfortunosi e rischiosi, Arabella inizia a conoscere Holly, riconoscersi in lei e viceversa. Cosicché, magicamente fra le due s’innesca un transfert unico e surreale, avviene dolcissimamente una potente simbiosi vicendevolmente compenetrante di due fragili anime disadorne, disarmate, metaforicamente nude, estremamente vulnerabili e abbandonate al proprio duro, imperituro ma invincibile, scricchiolante destino friabile, due paritetiche anime dall’età anagrafica differente ma combacianti perfettamente come due sovrapposti eppur contrastanti rovesci d’una medaglia e/o specchio appartenente a un caleidoscopico, pazzo mondo distopico che riflette identità dissimili e al contempo, paradossalmente e bellamente, in maniera accorata le accorpa in un indissolubile, indivisibile ed assurdo legame sia metafisicamente “corporeo” che ancestrale.

Fotografato in modo ipnotico, limpido e suadente da un ispirato Lorenzo Levini, diretto con mano accurata, ferma e soprattutto coraggiosa da Cavalli che non ha nessun timore di cader nel possibile ridicolo, però sempre ben evitato, con arguzia e classe da vendere, laddove alcune sue azzardate trovate e invenzioni creative di ripresa, scelta di personaggi di contorno assai squinternati, eccessivamente coloriti, e ambientazione minimalista delle più scenograficamente “circensi”, potevano invece far sì che insorgesse grottescamente in modo tragicomico e rovinoso, Il rapimento di Arabella, malgrado la semplicità parossistica della sua vicenda “inesistente” a livello d’eventi narratici, invero assai scarsi, non frana mai, intrattiene e vivamente emoziona con brio e leggerezza armoniche. Rapendoci, perdonateci per il gioco di parole, mediante un tourbillon immaginifico coloratamente pindarico che rifulge di splendore visionario ed è intonato sofficemente a calde atmosfere malinconicamente meravigliose. Avvolgenti e coinvolgenti. Porcaroli è al solito eccelsa, la giovanissima Guglielmino si rivela enfant prodige simpaticissima e bravissima, mentre Bonadei spicca e rimane subito impresso per caratteristica fisionomia e presenza scenica carismatica

Un po’ inutile e sprecata la partecipazione impalpabile come un ectoplasma che appare e scompare in un batter d’occhio impercettibile, di Roberto Zibetti (qui a Venezia 82, presente anche con La grazia) e gravemente sottoutilizzato Pine, questo sì, indubitabilmente e ingiustificatamente. Forse prolisso, all’apparenza infantilistico con stilemi ed echi da film adolescenziali, talvolta frammentato da esagerati svolazzi digressivi e descrittivi. Ma complessivamente ottimo e più complesso di quel che forse potrebbe sembrare in quanto interpretabile e perciò amabile sotto le più disparate chiavi di lettura sia psicanalitiche che cinematografiche, umanistiche e addirittura fiabesche.

Un film sperimentale genialmente fresco e favoloso, in un aggettivo, delizioso!

Stranger Things 5, recensione viscerale e approfondita della stagione definitiva

Ad Hawkins, spettrale e spettacolare, sfolgorante ricomincia ed epicamente incendiaria termina straordinariamente la nuova, deflagrante, paranormale avventura ai confini della realtà più fantastica e fantasmagorica dei nostri cari baby boys or cresciuti e quanto mai agguerriti a combattere il terrificante, mostruoso babau Vecna!

Recensiamo ivi l’attesissima, finalmente da noi vista integralmente, mirabolante stagione conclusiva di Stranger Things, la serie tv capolavoro concepita e realizzata, patrocinata e in molti suoi episodi diretta con piglio maestro dai geniali fratelli Duffer che, sorprendentemente e accendendo di botto gli entusiasmi delle platee mondiali, nel 2016 esordì sull’appena nata piattaforma Netflix, or divenuta celeberrima a livello internazionale. Una sfavillante e dal faraonico budget quinta season, per dirla in americano, distillataci per tal irrinunciabile occasione speciale, soprattutto per i suoi aficionados più irriducibili, a cui noi siam orgogliosamente ascritti, stavolta in tre distinte parti, a livello di minutaggio, molto voluminose e, giocando di parole, in altrettanti volumi “trasmessici” ed emessi nelle seguenti date meticolosamente riportatevi:

VOL 1 – 27 novembre, 2:00 del mattino ora italiana VOL 2 – 26 dicembre, 2:00 del mattino ora italiana FINALE – 1° gennaio, 2:00 del mattino ora italiana.

A esservi maggiormente precisi, compiamone un opportuno distinguo più specifico. I primi quattro episodi furono emessi e su Netflix immessi in occasione del Giorno del Ringraziamento (Thanksgiving Day) e constano corposamente d’un minutaggio rilevante. Gli episodi 5-7, invece, rilasciati più avanti, ovverosia il 26 (da noi, Santo Stefano), a livello globale pur coi diversi fusi orari a seconda delle regioni in cui abit(i)ate. Il super finale, per finire, ovviamente, il più lungo di tutti, dall’abbondante screentime di oltre 2h, nel 1° giorno dell’anno oramai corrente 2026. Ebbene, puntualizzato quanto sopr’elencato e prima di enunciarvi nelle prossime righe la nostra, speriamo esaustiva, disamina dettagliatavi inerente alla 5.a stagione quivi presa in analisi, è inderogabile perlomeno brevemente ricapitolarvene, a mo’ di proficuo promemoria illustrativo e preparativo per ciò che enunceremo a seguire, per l’appunto le origins e i primissimi antefatti concernenti la sua arzigogolata e ipnotica storia travolgente:

Tutto eccezionalmente cominciò circa una decade or sono nella misteriosa, al contempo magica e nebulosa notte del 6 novembre dell’83 quando una strana ed abominevole creatura, non ben identificata, fuggì da un celato, segreto laboratorio ipertecnologico e avveniristico ubicato nei pressi del boschetto dell’apparentemente tranquilla e dormiente Hawkins, cittadina immaginaria dell’Illinois. In tal notte glaciale, simultaneamente rispetto all’allucinante evento poc’anzi accennato, avvenne l’oscuro rapimento rabbrividente d’un bambino di nome Will (Noah Schnapp) per mano di forze ignote o della stessa poc’anzi dettavi creature. Will sparì all’improvviso nel nulla, forse fu trascinato in un arcano altrove denominato “Sottosopra”. Immantinente, nel mattino seguente, la disperata madre Joyce Byers (Winona Ryder, L’età dell’innocenza, Dracula di Bram Stoker), accortasi presto della tragica scomparsa, avvertì lo sceriffo locale del posto e suo amico Jim Hopper (David Harbour, La preda perfetta) affinché quest’ultimo scovasse e indagasse in merito a tal fatale missing doloroso e scioccante. Dunque, col rimanente figlio Jonathan (Charlie Heaton), fratello maggiore di Will, in casa sua pian piano assistette tanto esterrefatta quanto incredula a nefasti accadimenti veramente inquietanti e all’apparizione inenarrabilmente angosciante d’un mostruoso essere chiamato Demogorgone. Nel frattempo e nelle vicinanze della stessa Hawkins, s’aggirò, apparentemente sguarnita d’ogni difesa psicologica, dunque a prima vista assai vulnerabile e nell’animo sia impaurita che stordita, una dolce e timida, fragilissima bimba di nome Eleven (Millie Bobby Brown), sfuggita alla morsa attanagliante e crudelmente caudina del suo padre padrone “creatore”, fintamente affettuoso, e sperimentatore scienziato Martin Brenner (Matthew Modine, Zero Day). “Carceriere” della piccola Eleven, sovrannaturale e speciale, in quanto Eleven è dotata del potere paranormale detto Poltergeist.

Ed è l’unica forse veramente in grado d’annientare con la sola potenza della sua prodigiosa natura incredibilmente fenomenale ogni demogorgone e qualsivoglia aberrante, spaventevole e micidiale monstrum demoniaco risvegliato e spuntato dal “buco nero” dei dedalici, infernali luoghi maledetti, ove s’annidò da tempo immemorabile, che attentò, attenta e attenterà all’incolumità d’ogni terrestre per divorarlo e impossessarsi del Pianeta Terra. Eleven, per la nostra versione Undici, a sua volta d’amichevole diminutivo ribattezzata Undi, entrò in contatto, non solo telepatico, bensì semplicemente, giustappunto, in maniera amicale con lo stesso Jonathan ma, in primis, puntualizziamo per correttezza, con Mike Wheeler (Finn Wolfhard) e la lor combriccola di “nerd” sfigati ed inseparabili amici per la pelle, oltre che pressoché quasi tutti coetanei, pur con le dovute eppur leggere differenze anagrafiche, e fidi compagni di scuola fra lor indissolubilmente affiatati. Tutti insieme appassionatamente, stoicamente e volitivamente temerari in modo instancabile, coadiuvati da Hopper e dall’inarrendevole, speranzosa Joyce, strenuamente si misero alla ricerca di Will e lo rinvennero prigioniero nel Sottosopra da cui saltarono fuori i mostri succitati. Lo salvarono dalle lor tremende grinfie ed Eleven sconfisse, in un estenuante duello specialmente psichico, il Demogorgone più cattivo e temibile di tutti. Poi la storia continuò, altre avventurose peripezie tanto funamboliche quanto impregnate d’ancestrali echi agghiaccianti accaddero durante le stagioni a venire. E or siamo approdati, giustappunto, al capitolo finale. Per questa quinta stagione fiume, a eccezion fatta ovviamente di Modine, il cui personaggio fu barbaramente ucciso e dunque è oramai irreversibilmente morto e sepolto senz’alcuna possibilità d’esser resuscitato tramite qualsivoglia espediente non sol narrativo, è tornato l’eterogeneo e strepitoso cast al completo i cui singoli membri, sottostante, doverosamente elencheremo assieme alle subentrate new entries sorprendenti. I bambini son via via, nel corso del tempo, cresciuti insieme a noi. Dal 2016 a oggi, è d’altronde passato naturalmente, ribadiamo, un decennio e or quindi la compagnia non è più formata da infanti o per meglio dire puberali, bensì da adolescenti in prossimità della vita adulta. Ma il pervicace, indomabile spirito ingenuamente, no, pardon, sol fanciullescamente intrepido e puro da idealisti nell’animo adamantini e prodi battaglieri prodighi a combattere unitamente per un mondo migliore e remoto da ogni demone, anzi, per meglio dire demogorgone e da orripilanti, similari mostri di sorta, adesso capeggiati dal lor dominatore Vecna (Jamie Campbell Bower da “adulto”, Raphael Luce da piccolo e ancor chiamato Henry Creel), da tenaci salvatori dell’umanità intera, è quanto mai vivo e giammai andato perduto. Ed eccoli qua… Oltre ai menzionativi fratelli Byers & Mike, innamorato perso e ricambiato di Undici, sfilano la sorella di Mike stesso, alias Nancy Wheeler (Natalia Dyer) con l’arrivo ivi di Holly (che è incarnata dalle omozigote gemelle, eh già, Tinsley e Anniston Price), tutti figli dei coniugi Karen (Cara Buono) e Theodore, detto Ted (Joe Chrest), Dustin Henderson (il mitico e perennemente simpaticissimo Gaten Matarazzo),  Robin Buckley (Maya Hawke), Lucas Sinclair/Caleb McLaughlin, accompagnato puntualmente dalla peperina sister Erica (Priah Ferguson), Steve Harrington (il consuetamente fotogenico ed eccellente Joe Keery). Billy Hargrove (Dacre Montgomery, Dead Man’s Wire) è anch’egli morto ammazzato, perciò non c’è più, a differenza della rediviva, lei sì, Max Mayfield/Sadie Sink (The Whale). Quest’ultima però caduta in coma profondo e aspirata forse in un universo parallelo. Infine, fa capolino stavolta la dottoressa Kay, interpretata da nientepopodimeno che Linda Hamilton, l’indimenticata Sarah Connor della saga di Terminator. Ambigua e luciferina, “ischeletrita” e il cui personaggio escogitò un piano sinistro… quivi da non svelarvi. Ma cosa succede in Stranger Things 5? Una miriade di eventi rocamboleschi e tortuose vicissitudini che sconfinano nell’inimmaginabile immaginato dall’immaginario (ri)creato dai Duffer brothers. Ci par ovvio! Sintetizziamone drasticamente e velocissimamente la trama, tratteggiandola e riducendola a personal sinossi per evitarvi spoiler impropri che ve ne nuocerebbero la visione:

L’intera Hawkins è sotto massima sorveglianza e tenuta in scacco da militaresche forze addestrate che hanno “recintato” il Sottosopra. Ai comuni cittadini tal verità è però oscurata. Solo i nostri ragazzi la conoscono e son pronti a battagliare fin allo stremo per uccidere Vecna e la maledizione che da un decennio pressoché esatto li terrorizza e angoscia orridamente.CedarLodge_S5_Vertical Landscape NO BIKES_0451_PANO

Come sappiamo, Stranger Things, basandosi sul sincretismo culturale vivificato da Steven Spielberg & company, “risuona” e rifulge con stile, catalizza il nostro sguardo come un cobra incantatore, fortunatamente non velenoso, c’ipnotizza con visionario candore e splendido furore, profuma metaforicamente, mellifluamente e in modo abbacinante ammalia grazie alle sue inoppugnabili, turgide, incantevoli e sognanti, al contempo cupe e meravigliose immagini seducenti, perfino, azzardiamo a dir, ci conquistò fin dapprincipio e ancor rapisce in virtù delle sue soavi, esoteriche atmosfere roboanti memori degli anni ottanta e straborda di trovate perpetue, intelligentemente non è mai però citazionistico in modo pletorico pur essendo imbastito sull’impalcatura di continui e dichiarati omaggi al Cinema migliore di Joe Dante (Gremlins), Wes Craven (Nightmare – Dal profondo della notte), centrifugato a quello maggiormente evocativo e orrifico, magnifico di John Carpenter (Il signore del male) a sua volta mixato in maniera godibilmente sublime alla pregiata e innovativa settima arte onirica e sopraffina di Tobe Hooper (Non aprite quella porta). Il tutto puntellato, oliato, perfettamente intervallato e “sciolto”, immerso superbamente nella cinematografia che attinge dichiaratamente a piene mani alla letteratura horror di Stephen King & Lovecraft, risaltando, nonostante tali perenni riferimenti conditi di libere interpretazioni e reinvenzioni infinite, di particolarità risplendente come una gemma preziosa magnetica, dunque è incontrovertibilmente un unicum veramente prodigioso abbastanza incontestabile ed avvincente che avercene…

Orbene, dopo averla dal primo all’ultimissimo, sussultante episodio esaltante, ammirata con sommo piacere, or che s’è conclusa alla grande ma per il nostro animo spiacevolmente, per dovere d’onestà intellettuale e semplice obiettività totale, dobbiamo ammettere che, rivista nella sua interezza, non sol per ciò che riguarda questa “lapidaria” stagione ultima, Stranger Things, in ogni suo scanditoci “appuntamento” soffre d’una certa prolissità ed è talvolta appesantita per colpa d’alcune digressioni disutili alla narrazione che a tratti ne sciupano la fluidità estremamente, sia ben inteso, scorrevole. Questa quinta tranche difetta dello stesso lapalissiano eppur veniale problema, ahinoi infatti non ne è certamente da meno, anzi, datane la durata spropositata, di nuovo e puntualmente pecca quindi, ripetiamo, di lungaggini senza dubbio esagerate. Scorciarla notevolmente, l’avrebbe giovata e resa qualitativamente, filmicamente immacolata e possibilmente ancor più amabile e memorabile. Abbondano spargimenti di sangue anche se la violenza, al solito, è molto fumettisticamente edulcorata e trattenuta per essere perlopiù adatta al target del pubblico giovanile che ne è il maggior fruitore ed estimatore principale. È inesauribile nelle trovate, talvolta però reiterate, ed è ricolma di parentesi superflue a non finire. In questo colorato potpourri con vene orrifiche marcate e scene altamente inquietanti seppur filtrate in forma stilizzata per attenuarne la crudeltà e aggirar la censura, Stranger Things si conferma un primario ed elevato concentrato infinito di rimandi non sol di matrice cinematografica che attinge alla più svariata e stratificata pop culture, in particolar modo nordamericana. Con sortite a Ritorno al futuro, perfino “insospettabilmente” alla saga di Predator e similari epigoni e/o rifacimenti, seguiti affini. Il demogorgone, infatti, ci appare ancor più come una sorta di xenomorfo tentacolare e una specie di alieno dai belluini istinti primordiali. Un essere divorante le sue prede e spietatamente cacciante loro sulla base dei suoi viscerali, sensoriali, soprattutto uditivi e olfattivi, impeti da famelico predatore atavico. L’uso della CGI è imponente, parimenti a quello massiccio della color correction. In entrambi i casi, leggermente e negativamente, ahinoi, ridondante. Malgrado forse, adottando tali stratagemmi visivi, si vollero permear le atmosfere d’un aggiuntivo tono favolistico da dark fantasy esoterico. Cosicché, il Sottosopra è un luogo sempre più “magmatico” ove le incandescenze laviche e le fiamme d’un cremisi acceso son appositamente “sovrimpresse” digitalmente per accentuarne l’infernalità spettrale.

Quest’ultima stagione è assai disomogenea e troppo frammentaria, seppur al solito esteticamente impeccabile. Il peggiore onestamente del parterre attoriale è il nuovo arrivato Jake Connelly nei panni dell’insulso bambinone Derek Turnbow. Tutti gli altri non soffrono affatto di espressiva legnosità, anzi, decisamente il contrario ma la serie francamente è inficiata da melensaggini lagnose e lacunosità à gogo.

Nella somma dei suoi elementi, altresì evidenziamo ancor in maniera prepotente, Stranger Things è la spettacolare summa e superbamente congegnata mistura d’un raffinatissimo lavoro improbo sia in fase di scrittura che tecnica, ché svetta per fotografia cristallina e maestose scenografie stordenti in maniera meravigliosa, ed è il risultato, oltre che florida risultanza, d’una moltitudine d’elementi, non sol citazionistici, vicino alla perfezione più incriticabile, quindi pura.

Solamente un paio di episodi son diretti dai fratelli Duffer che si sono riservati, ovviamente, la regia di quello definitivo. Per gli altri, invece, oltre al ritornato Shawn Levy, abbiamo nientepopodimeno che Frank Darabont (Le ali della libertà).

di Stefano Falotico

 

 

The Life of Chuck. Lo recuperai ma non è imperdibile. Discreto ma non eccezionale.

Annalisa è una bella cantante gnocca?

Forse, meglio Annalise Basso, donna dai capelli fulvi che e ché è molto hot!

Sinossi ufficiale, fedelmente riportatavi:

Dalla penna di Stephen King e dal cuore Mike Flanagan, The Life of Chuck è un emozionante inno alla vita. Tre atti, tre frammenti apparentemente scollegati che, messi insieme, compongono il ritratto intimo e sorprendente di Charles Krantz, un uomo qualunque al centro di qualcosa di straordinario. Il film ci invita a guardare dentro e attorno a noi, per riscoprire ciò che conta davvero: il tempo, l’amore, la memoria, la bellezza che si nasconde nel quotidiano. Un racconto visionario e profondamente umano, che sfida le regole del genere per restituirci un’unica, semplice verità: ogni vita è un miracolo.LifeofChuck Hiddleston Mark Hamill Life of Chuck Annalise Basso The Life of Chuck

Life of Chuck poster

 
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