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Racconti di Cinema – Essi vivono di John Carpenter

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Ebbene, oggi voglio parlarvi di Essi vivono (They Live), al solito del Maestro per antonomasia, il re dei brividi e il profeta del nostro mondo, sospeso com’è nella perentoria immanenza di un presente inevitabilmente ancorato al passato, ma in perenne, continuo, inarrestabile, putrefacente divenire. Un mondo già squagliato, eroso, malato e infetto, che imperterrito però prosegue nel suo aderire adorante a un processo irreversibile forse di autodistruzione, soccombente a una crisi incombente, ma invisibile ai più, scongiurata dalla retorica insistita e invadente dei mass media che, con le loro fake news, influenzano il nostro stile di vita, sgualcendolo nella sua incontaminata, libera, democratica bellezza.

Film uscito in patria, cioè negli Stati Uniti, il 4 Novembre del 1988 e arrivato da noi, come sovente tutt’ora accade con molte pellicole contemporanee, in leggero ritardo, ovvero il 16 Aprile del 1989. Film della durata secca e oserei dire nerboruta di un’ora e trentaquattro minuti. Sì, perché Carpenter non ha mai amato girare lungometraggi troppo lunghi ed è sempre stato puntualmente contenuto nel minutaggio, rimanendo sotto le due ore. Anzi, filmografia alla mano, posso altresì confermare che solo Christine e Starman si avvicinano a 120 min ma neppure ci arrivano, gli altri stanno invece tutti molto sotto. Insomma Carpenter ha rispettato inderogabilmente questo permanente parametro, e non credo sia un caso, ma una scelta, quasi un suo stilema e marchio inconfondibile di fabbrica. Questa è un’altra delle sue caratteristiche, la stringatezza sintetica delle sue opere non inficia l’effettiva, radente potenza incisiva del suo Cinema. Anzi, nella lapidaria sinteticità delle sue opere consiste e rifulge vigorosa la loro concisa efficacia inattaccabile e poderosa.

Essi vivono è un altro dei suoi indubbi capolavori. Sì, lo è. Con buona pace dei suoi infimi detrattori che si ostinano a relegare questo film semplicemente fra le interessanti pellicole d’intrattenimento. E sostengono che sia sopravvalutato.

Dicevo della durata. Sì, su per giù è quanto quella di una puntata un po’ più espansa di un episodio di Black Mirror. E non a caso cito la serie Netflix che da qualche anno a questa parte spopola tra milioni di fan. Io non ne sono affatto un cultore e più di tanto, nonostante ne riconosca i pregi e nudamente ammetta che il suo fervido creatore Charlie Brooker abbia compiuto davvero dei prodigi immaginifici, non mi son lasciato incatenare e influenzare dall’orda di sfegatati ammiratori che l’elevano superbamente in auge. E sapete perché? Perché molti dei suoi temi trattati, come l’influsso subliminale delle tecnologie, l’alienazione dell’alterata società contemporanea, ideologicamente lobotomizzata dalla meccanizzazione delle coscienze, eran già stati ampiamente evidenziati in questo film seminale di Carpenter. Sì, perché uno degli enormi pregi di Carpenter è sempre stato quello di aver inventato idee a profusione, di aver vivificato la fantasia più creativa e aver anticipato il Cinema e la televisione a venire. Quasi tutte le sue opere sono infatti modelli granitici, eterni, progenitori e ispiratori di ciò che è venuto dopo e di quel che inesorabilmente gli è stato anche, volente o nolente, inconsapevolmente debitore.

Detto questo, Carpenter firma qui, oltre alle musiche, anche la sceneggiatura, attingendo a un racconto del 1963 di Ray Nelson, Alle otto del mattino, e celandosi dietro lo pseudonimo di Frank Armitage, che è peraltro il nome di uno dei co-protagonisti del film.

Ecco qua la storia… un vagabondo senza meta, John Nada (interpretato dal compianto ex wrestler canadese Roddy Piper, morto a soli 61 anni per un arresto cardiaco nel 2015) arriva a Los Angeles in cerca di lavoro. Grazie all’aiuto di un uomo di colore, Frank Armitage appunto (Keith David), viene assunto come operaio in un cantiere e alloggia assieme a lui in una baraccopoli ai piedi di una periferia fatiscente che affaccia sugli svettanti grattacieli di cristallo della metropoli. E già sarebbe da lodare Carpenter per quest’uso suggestivo delle location, il covo dei diseredati a contrasto col panorama e lo sfondo sfavillante delle luci roboanti della città. Contrasto che acquisisce toni seducentemente ipnotici agli occhi di noi spettatori nelle prime cupe, irreali e perfino fiabescamente macabre scene notturne, quasi nebbiose e traslucide.

Nada però si accorge subito che qualcosa che non va… e bizzarri accadimenti gli gravitano intorno. Un invasato predicatore cieco, in pieno delirio da apparente sobillatore, sprona la gente del luogo a vedere il mondo nella sua trasparenza, mentre un altro uomo invia indecifrabili, criptici messaggi attraverso delle interferenze televisive, al fine che la gente possa ridestarsi dal torpore e dal buio delle loro anime addormentate.

Inoltre, nella strada antistante, c’è una chiesa. Nada vi entra di nascosto e se n’incunea, e scopre ben presto che lì la gente non si riunisce per pregare o assistere alle funzioni religiose, bensì si sta organizzando per cospirare contro lo Stato dittatoriale.

La sera stessa le forze dell’ordine violentemente fanno irruzione nel campo “nomade”, lo sventrano e lo sgomberano, facendo piazza pulita. Al mattino dopo, Nada ritorna nella chiesa e rinviene da una scatola un paio di occhiali da sole. Li indossa e cammina per le strade. E la realtà gli si svela paurosamente per quella che è. Molti degli abitanti gli appaiono ora come degli alieni-zombi, scarnificati e scheletrici, Nada comprende spaventevolmente che la città è sotto assedio, e legge scritte come “Stay Asleep”, “No Imagination”, “Submit to Authority”, mascherate dietro la pubblicità e i cartelloni promozionali.

Insomma, il mondo è tenuto in scacco da una fazione di governanti totalitaristici che sta imprigionando a livello subconscio le persone, desensibilizzando le coscienze di massa con messaggi e simboli occultamente persuasivi per invogliarli al consumismo e per bloccare e inibire i loro liberi arbitri.

Inutile che vada avanti nel raccontarvi per filo e per segno la trama. Guardate o riguardate il film o consultate enciclopedie online come Wikipedia per far promemoria di quel che verrà dopo.

Come andrà a finire? Lo scoprirete solo amandolo…

Carpenter, pur con scarsità di mezzi (solo 4 milioni di dollari di budget), dà fondo a tutta la sua vulcanica inventiva, profetizzando perfino i droni odierni, e il suo film è un chiaro attacco alla società capitalistica. Se negli anni cinquanta i nemici erano i comunisti, a fine anni ottanta sono i rampanti ed edonisti yuppies.

Sì, la pellicola ha anche vistosi di difetti e, al di là del finale con qualche opportuno effetto speciale, è puro artigianato girato con quattro soldi. E Piper, che attore professionista non era, è visibilmente in imbarazzo e impacciato soprattutto nelle scene iniziali, e pare spesso che, col suo sguardo indeciso e goffo, si rivolga a Carpenter per capire meglio come deve girare la scene. Ah, quelle mani in tasca… Incertezza recitativa che neanche il montaggio conclusivo è riuscito a cancellare, ma forse proprio nell’imbranataggine simpatica e nella modesta naturalezza espressiva di Piper, scelto probabilmente apposta per il suo corpaccione da worker, da proletario rozzo, risiede il fascino del film. Nella sua rude schiettezza.

E, se trascuriamo qualche palese didascalismo forzato, il messaggio inviatoci da Carpenter trent’anni fa era quanto mai attuale e divinatorio: il male c’è, dietro il falso benessere vi è celato l’orrore, ma siamo stati resi ciechi da anni di condizionamenti televisivi e massmediatici per accorgercene. Forza, gente, they livewe sleep, è tempo di riaprire gli occhi una volta per tutte. E ribellarci.


Masterpiece
! Non si discute!racconti-cinema-essi-vivono-testa-

di Stefano Falotico

 

Racconti di Cinema – The Hateful Eight, capolavoro o boiata deplorevole?

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Ebbene, a distanza di due anni e mezzo dalla sua uscita nei cinema, voglio ritornare su questo film iper-discusso e decisamente controverso di Quentin Tarantino, opus n. 8 del nostro bad boy. E infatti il nostro orgoglioso Quentin ci tiene a ribadirlo nei titoli di testa… the 8th film by…

E ne voglio parlare perché, come saprete, stanno iniziando le riprese dell’attesissimo Once Upon a Time in Hollywood, nona sua opera con Leonardo DiCaprio e Brad Pitt. Anzi, secondo IMDb i primi ciak sono già stati scattati. E dunque facciamo promemoria e un salto a ritroso.

Un tempo si usava l’espressione grandguignol. Espressione adesso desueta e pressoché scomparsa. Invece è assolutamente pertinente per inquadrare, appunto, la natura grandguinolesca di quest’opera.

Non voglio spiegarvi l’etimologia di questo termine? Invece, lo farò, Il nome deriva da un burattino parigino, di Montmartre, e poi questa definizione è stata espansa per definire il Teatro della capitale francese in cui si offrivano rappresentazioni che mettevano scena orrori e truculenze con schietto, abrasivo realismo per esasperare la tragicità della vicenda e mescolarla al grottesco, all’assurdo, perfino al comico.

Quindi, tal definizione quanto mai è concernente lo spirito che pervade questo film di Tarantino. Non è pedanteria la mia, né vezzo e neanche pignoleria sofistica. È mettere i puntini sulle i in stile Samuel L. Jackson, appunto, dei film di Tarantino.

Subito dopo la fine della Guerra di Successione, in un Wyoming nivale, aperto da una lunga carrellata zoomante su un crocefisso innevato e inquietante, Morricone scandisce sin dapprincipio la sua leggenda leoniana, nel rimembrarci l’epica del western, della spazio-temporalità mitica e persino mistica di un Cinema collocato in una realtà vintage, demodé ma eternamente fascinosa. Cristallizzata, come ghiaccio rovente, nella sperduta nostra memoria sognante, immortalata negli anfratti dei nostri cuori e panoramicamente volteggiante su questi suggestivi, pittoreschi paesaggi animati da personaggi solitari, brutti e sporchi, sudici nelle lor anime già corrose, avvelenate e inique.

Una carovana si sta dirigendo verso Red Rock. E nella carrozza c’è un boia che deve consegnare all’impiccagione una donna omicida, abbruttita e deturpata in viso dalle botte ricevute. Al che, come su un palcoscenico atipico, come Teatro filmato, entrano in scena i successivi personaggi. Prima un altro cacciatore di teste che sostiene di essere amico di pennino, di lettera di Abramo Lincoln, quindi un sedicente sceriffo.

Una forte tormenta incombe e allora la diligenza è costretta a fermarsi. E i quattro si fermano a un emporio. Ove già stazionano altri loschi figuri, seduti attorno al focolare del vasto locale, tutti lì ad aspettare che la tempesta si plachi. E, nel gelo polare dei loro segreti inconfessabili ma poi furiosamente, lentissimamente svelati, pian piano confidati, deflagrano morbosi e infidi i conflitti e inizia un gioco al massacro di rivalità, scaramucce, provocazioni e virili complicità bastarde.

Sino all’esplosione tonante della tragedia finale. Distillata col contagocce ettolitro di sangue a fiume.

È inutile che vi stia a elencare pedissequamente, per filo e per segno, i nomi dei vari characters e che, con puntiglio, vi dica chi rispettivamente li interpreta. Gli attori del cast li conoscete benissimo e, probabilmente, se avete visto il film, e desumo facilmente che, se siete cinefili, l’avrete perfino rivisto più e più volte, saprete esattamente che Samuel L. Jackson è il Maggiore Marquis Warren, Kurt Russell è John Ruth, Jennifer Jason Leigh è Daisy Domergue, Walton Gogging è lo sceriffo (?) Chris Mannix, Demián Bichir è Bob, Tim Roth è Oswaldo Mobray, Michael Madsen è Joe Gage, e Bruce Dern è il Generale Sandy Smithers.

Sì, alla fine li ho elencati tutti. E, maniacalmente, come la sceneggiatura di questo film, ho sancito, potrei dire, parimenti al modus operandi di Tarantino e del suo ingarbugliato, iterativo intreccio, la necessità di ripetere interminabilmente ciò che si sa ma potrebbe esserci sfuggito, rimarcando di analessi mnemonica ciò che innanzitutto va tenuto ben presente. Perché potremmo scordarci qualche passaggio e peccare di superficialità. E non possiamo dimenticarci dei loro nomi se vogliamo vederci chiaro…

Ribadito l’ovvio, devo ammettere con enorme dispiacere, che questo suo film non mi è affatto piaciuto o perlomeno mi ha deluso. Perché sì, alla faccia dei tarantiniani e tarantinati che lo elevano sempre in gloria, questo non è uno dei suoi migliori. Anzi, con tutta probabilità è il peggiore. Eh sì, è afflitto, mi duole non sapete quanto dirlo, da una “scontatezza” e da un’insipidità da lasciarmi basito e addolorato.

E dunque mi accodo a quelli che non l’hanno sopportato.

Sì, Tarantino è sempre stato questo, verboso e logorroico ma, se nei suoi precedenti film, anche nei più citazionistici, nei guilty pleasure come A prova di morte, la verbosità aveva un preciso senso, oserei dire, morale e funzionale alla sua poetica, qui diventa un catalogo fastidiosissimo di autocompiaciuto e ossessivo cercar di compensare l’anemia emozionale e drammaturgica della sua opera, costruendo impalcature diegetiche che non reggono attraverso sterminati dialoghi in fin dei conti vuoti e superbamente insignificanti, che nemmeno l’ineccepibile sua bravura tecnica, la certosina cura dei dettagli e l’al solito magistrale fotografia di Robert Richardson, celebre sin dai tempi di Oliver Stone e dello Scorsese di Casinò e Al di là della vita per saturare ogni sfumatura con le sue luci soffuse e “riverberanti”, son riusciti a farmelo amare.

Lo ammetto, con onestà. Certo, Tarantino è sicuramente un regista geniale, così tanto da mangiar sé stesso e perdersi, come accade qui, in un narcisistico tanto sbellicarsi e auto-adorarsi da diventare il cannibale della sua stessa autoriale unicità. I suoi pregi di scrittura diventano in questo caso difetti evidenti del suo ingigantirsi, imbrodarsi, un intollerabile e referenziale celebrarsi vanitoso e vano.

Dialogicamente è superlativo, le scene sono indiscutibilmente girate da Dio, gli attori sono bravissimi e carismatici, soprattutto Tim Roth, a metà strada fra Christoph Waltz (e infatti la parte era stata scritta per lui) e la classe monologante di Al Pacino, e il sempre impeccabile, da Oscar, debordante Samuel L. Jackson, ma a livello contenutistico è un giallo risaputo, prolisso, lunghissimo e, diciamo la verità, in molte parti sinceramente noioso da morire.

Se poi siete fra quelli che adorano un film anche solo per speculare sulla complicatezza snervante delle singole scene, per minuziosamente sondare ciò che sta dietro di esse e v’incantate a osservare ogni rifinita minuzia della messa in scena, non posso dirvi niente. Santificatelo e continuate a riguardarlo.

A ognuno la sua visione del Cinema.

Quindi, The Hateful Eight è paradossalmente il film più tarantiniano di tutti, se vogliamo concederci questi estremismi, ed è per questo che i suoi fan incalliti lo difendono a spada tratta. È lo zenit esponenziale del Suo Cinema, la summa compressa e sproporzionata, oserei dire, di ogni suo film precedente. Vi è il jeu de massacre come ne Le iene (e mi stupisco, vista la presenza di Tim Roth e Michael Madsen, che Tarantino non abbia richiamato Harvey Keitel, ma fra i due pare non scorrere più buon sangue) e, come in Reservoir Dogs, uno dei protagonisti è una talpa, uno che si nasconde dietro una doppia identità, o forse a mentire sono tutti o la maggioranza di essi, c’è la stessa verbosità, qui però ingigantita e dilatata a iosa, di Pulp Fiction e Jackie Brown, di Grindhouse e Bastardi senza gloria, ma in questi film la trama presentava degli snodi e dei geniali deragliamenti, mentre qui il film, lento come una melassa, è di una piattezza sconfortante e poco emozionante.

Ora, questo però è indubbiamente un western, sui generis certo, e Tarantino ha sempre dichiarato il suo viscerale amore, anche esplicitato, dunque sviscerato in alcune delle succitate pellicole, per Sergio Leone e per Carpenter. Sì, Carpenter è stato un regista di grandi western, metropolitani e distopici, infatti Distretto 13, 1997: Fuga da New York, Vampires e Fantasmi da Marte, secondo voi, cosa sono se non western mascherati da altro?

E allora chiama a raccolta il suo idolo Ennio Morricone, che a sua volta ricicla pezzi sonori da La cosa.

Però, questo film è quanto di più lontano da Leone e Carpenter ci possa essere. Carpenter ha sempre amato le pause, le ambientazioni claustrofobiche, ma le sue compressioni e le sue digressioni servivano per sviluppare e far detonare l’azione virulenta, erano il basamento su cui lasciar che scoppiasse la miccia propulsiva degli eventi. Qui Tarantino non crea suspense, ci gioca intorno, e poi delude ogni nostra aspettativa. Ammorbandoci nella contemplazione fine a sé stessa. Sì, negli ultimi quaranta minuti ne accadono di code e di crude, come si suol dire, e lo splatter la fa da padrona. Ma il suo non è un bel tocco…

E di Leone neanche a parlarne. Leone amava appiccicarsi al viso degli attori, ai loro baffi, per cogliere ogni minima gradazione emotiva dei corpus attoriali incarnati in quelle straordinarie facce. Per farci sentire e respirare la paura, le titubanze, le lor anime incrinate e mordaci, agghiacciate, per farci respirare il sangue e il ribollio carnale dei suoi personaggi.

Tarantino invece si fissa sui dettagli dei suoi attori per adorarli e basta. E dirò una cosa che hanno detto in molti ma che va ancora una volta sottolineata. Il formato Panavision 70mm è magnifico nelle scene iniziali all’aperto perché, essendo Panavision, amplifica ogni singolo fotogramma per donare maggiore ampiezza possibile all’inquadratura. Ma il film si svolge pressoché unicamente in uno spazio chiuso e angusto, l’emporio, e dunque perché usare questa tecnica? L’unica ragione attendibile, oltre al fatto che volesse omaggiare i grandi classici del passato e ammantare già di aura leggendaria il suo film, potrebbe esser stata la decisione di voler inquadrare tutti i personaggi in scena anche quando sono dislocati a debita distanza l’uno dall’altro, come in un enorme teatro di posa nel quale dobbiamo stare attenti a tenere d’occhio chiunque, a ravvisarne ogni impercettibile spostamento, a mo’ pedine del gioco di scacchi fra Oswaldo e il Generale Smithers, le cui più impercettibili mosse possono rivelarsi letali e fatali. Ma, Quentin, non mi hai convinto.

E nemmeno il tuo film. Mi spiace.

 

di Stefano Falotico

 

 

Racconti di Cinema – 1997: Fuga da New York, uno dei grandi capolavori di John Carpenter

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Ebbene, nel 1981 usciva questo film, che non è solo un film…

Da noi sbarcava il 15 Ottobre, per la durata di 1h e 39 min. Diventando nella manciata di un paio di settimane lorde e secche un must, poi diverrà un cult.

All’epoca non potei andare a vederlo al cinema, essendo io del ’79, anche se avrei potuto sgambettare per qualche sala d’essai forse ancora col ciuccio in bocca al posto della benda di Jena, e so che già a quell’età me lo sarei goduto da Baby Herman.

Dopo circa trent’anni dalla sua uscita, la domanda che ogni appassionato di Cinema, vero, schietto, si pone è se John Carpenter abbia firmato davvero un caposaldo della Settima Arte o sia stato bravo, a quei tempi, a smerciarlo per tale. Insomma, molti sono tutt’ora perplessi riguardo al vecchio John, non sopportano l’appellativo di genio che i suoi adoratori gli appioppano ed essendo amanti di un Cinema artificiosamente galante, che loro definiscono elegante, quando invece scambiano le leziosità e le affettate, appunto, artefatte sofisticatezze inutili per stile raffinato, non rendendosi conto che amano tutt’al più un Cinema estetizzante e vuoto, adulterato e, questo sì, corrotto, sono dunque convinti che Fuga da New York rientri nella categoria dei sopravvalutati.

Ecco, questo mio periodo non è stato un anacoluto ma rende perfettamente la confusione di queste persone che stanno contraffacendo il Cinema, teorizzandolo oltre il dovuto, con far che mal tollero. E sono loro invece i primi, odiosi amanti boriosi delle assurde “costruzioni sintattiche” del loro ombelicale, ampolloso iper-giudicare e minimizzare qualsiasi cosa, distorcendo il Cinema in toto, elevando a geni persone fasulle e i facili imbonitori retorici e sminuendo gente come Carpenter che merita sempre un posto d’onore sul trono.

Questo per dire che chi, a distanza di quasi tre decenni, non reputa questa pellicola un capolavoro e pensa che Carpenter, con quest’abissale colpo, abbia vissuto sugli allori, meriterebbe di far la fine di Donald Pleasence. Grottescamente impalati alla loro pochezza e alla tronfia, morale lor esiguità umana, con una canzonetta derisoria a sbeffeggiarli mentre noi sfiliamo a testa alta verso un mondo oramai distrutto da tanta saccenteria miserrima e presuntuosa, anzi, untuosa. Fieri, puri idolatri del vero.

La storia la conoscete tutti. New York, o meglio l’isola di Manhattan, è stata trasformata in un enorme penitenziario ove, a mo’ di ghetto degradato e pericolante, sono confinati i peggiori criminali d’America, e dal quale è impossibile fuggire.

L’aereo del Presidente degli Stati Uniti, l’Air Force One, viene dirottato da un manipolo di terroristi esaltati. E il presidente viene eiettato in mezzo alle rovine della gloriosa città che fu attraverso una capsula, grazie alla quale riesce miracolosamente a sopravvivere. Però, viene catturato dal fecciume più lercio di una banda senza scrupoli che lo tiene in ostaggio, chiedendo come riscatto alle forze speciali la liberazione di tutti i detenuti in cambio della sua vita.

Solo un uomo può penetrare in questa diroccata fortezza che è la Grande Mela, dominata dal crimine più sovrano, acciuffare il Presidente e riconsegnarlo alla libertà. Un uomo di nome Jena Plissken, un valoroso reduce di guerra però macchiatosi di tantissime colpe e reati. A lui verrà concessa la grazia se riuscirà a portare a termine tale missione impossibile. E, per far sì che non possa scappare e darsi alla macchia, le forze speciali si cautelano, impiantandogli delle micro-cariche in corpo che, allo scadere di ventiquattrore, lo ridurranno a brandelli, putrefacendolo in un nanosecondo.

Jena non ha alternative. Ce la deve fare, altrimenti creperà terribilmente. In caso di fallimento, inoltre, non gli verrà elargito nessuno sconto di pena.

Escape from New York è fantascienza fumettistica applicata al western metropolitano (da qui la presenza di Lee Van Cleef ed Ernest Borgnine), è Cinema del futuro eterno che usa modellini per ricreare lo skyline notturno, liquido e fascinoso di una città spettrale e senza luci, per immergerci in una dimensione spazio-tempo sospesa tra la suggestione ruvidamente romantica e la nitidezza magnifica della poesia d’immagini limpide nell’asciuttezza di una nottata che a sua volta precipita nell’alba opaca, nel tramonto di ogni illusione, nella rinascenza nichilista dopo tanto rovinoso oblio.

di Stefano Falotico

 

I disagi sociali odierni, Garrone docet

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Oggi esce nelle sale italiane Dogman, film che, a prescindere da quelli che saranno i giudizi della Critica, che peraltro già stanno spopolando in rete, accenderà discussioni a non finire. Non solo se sia lecito mostrare la violenza più efferata al Cinema, questione oramai atavica, oserei dire, ma se sia giusto fare un film su un fatto di cronaca sconvolgente, se sia moralmente doveroso ritrarre le ultime ore di un uomo mite, un “bambino” col suo cielo in una stanza che, angariato ripetutamente senza pietà e schifosamente imbrattato nell’anima da un guercio senza cuore, alla fine si ribella in maniera tragica, eclatante, mostruosa più delle violenze psicologiche che, ininterrottamente, ha subito, avendo trattenuto sempre la rabbia, soffocando il grido di libertà che lo percuoteva nelle viscere ma che doveva reprimere per non combinare un “malestro” di cui si sarebbe pentito.

Ambientazioni squallide, luci corrosive dell’intermittente fragilità umana che radono il tempo, tra atmosfere plumbee e livide come la solitudine più inguaribile, come l’abbandono esistenziale che si trascina e arranca, come un uomo spaurito in un mondo di lupi, di facce sporche, di brutte persone che, impunite, continuano a far baldoria mentre un’anima spezzata si è già squagliata e detona nella sordità dei suoi silenzi inascoltati. Abissali. Ove non possono bastare le carezze ai propri cani per sviare da una vita deturpata, sciupata, per restaurare un’anima inesorabilmente lesa e danneggiata.

Ancora bullismo. Ancora una storia italiana ripescata dalla memoria. Ancora un oltraggio al pudore e la sanguinolenta furia animalesca che deflagra.

Al che, passeggio per queste strade. E l’ipocrisia alberga sovrana e incontrastata nello squittire monotono e fintamente allegro, mortifero dei giorni caduchi. Questa primavera sottile si fa brezza solitaria in tal lercio porcile. E la gente, una volta asservitasi e accodatasi al sistema più cinico e corrotto, al gioco pusillanime della vita “tranquilla”, sta zitta e fa le sue cose. E ridacchia, blandisce le persone deboli o sprovvedute, inesperte e ingenue, in una sarabanda oscena di altre canzonature terrificanti. E queste persone offese e umiliate possiedono la forza poetica di un vulcano. Ruggiscono nelle loro carni straziate e implodono, magma lavico di vite anonime, invisibili, trascurate, incomprese o solo snobbate dalla presunzione, dal circo(lo) degli orrori e delle maschere meschine e bugiarde, ove conta sempre la legge del più forte, del più danaroso, del più stronzo, di quello che meglio sa vendere la propria merce.

I giovani resistono eppur non tanto esistono. I “vecchi” sanno solo dir loro che il futuro devono costruirselo ma non hanno creato nessuna struttura sociale-lavorativa soddisfacente affinché questo futuro si canalizzi e si concretizzi. Mentre gente radical chic grida di giubilo a Cannes davanti a un’altra borghese schifezza, ribaltando ogni gusto e bellezza, le stelle della notte sono sempre più splendenti e si ode il mormorio crepitante di una potenza sconquassante nei cuori dei puri.

Questo è il mondo. È sempre stato così.

La gente sistemata, con la panza piena, sa porgere solo la più idiota domanda… ma, esattamente, lei cosa vuole dalla vita? Ah, vuole questo? È facilissimo, s’impegni per averlo e non rompa i coglioni.

Giovani, finché potete, siate sani contestatori, non adattavi al mercimonio di massa.

Perché dovete accontentarvi di fare i magazzinieri quando avete passato tutti i vostri migliori anni a sognare un mondo libero e migliore? Ah, ma in qualche maniera si deve pur tirare a campare.

Ah sì. Tirare a campare. Trovare un “metodo” di mera, bruttissima sussistenza e disinteressarsi di tutto, gettare alle ortiche il proprio preziosissimo sapere, sfanculare ogni coscienza, soprattutto la propria, nel torpido morir progressivo dei giorni laconici e auto-ingannatori.

E ricordate: in ogni caso, la vostra vita è bellissima. Perché è la vostra.

 

di Stefano Falotico

 

Gli anni passano, ma i miei 10 film preferiti in assoluto non cambiano mai, anzi…

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Eh sì, fratelli, amici cari e anche nemici, come dico io, anemici, perché se aveste avuto cuore non mi avreste dissanguato. Ma comunque. Questa vita oggi è leggiadria, domani ipocondria, ieri fu apatia, invece tu, donna, soffri di bulimia.

Mentre Mereghetti stronca von Trier, ma comunque è l’unico critico nel mondo che usa giustamente la v minuscola di von, come quel pezzo di figa che scioglie ogni tua neve, la burrosa sciatrice Lindsey Vonn, una che quando ha fatto la parodia della scosciata di Sharon Stone in Basic Instinct ho dovuto prendere il ghiaccio dal freezer, e salvarmi il video della ESPN che ora è stato cancellato e trovate solo a pezzi sul Tubo, mettendolo nel “congelatore” dei video personali in caso di miei ormoni troppo sedati da far ribollire, ecco, mentre a Cannes voi sfilate sulla Croisette, io voglio rammemorar a me stesso i dieci film per cui ogni uomo dovrebbe vivere, dopo essersi scopato la Vonn. Sì, queste sono le ragioni vitali del nostro stare al mondo. Non date retta agli psicopatici che voglion fare la rivoluzione, finiranno come Jeremy Irons del terzo Die Hard.

Ecco la lista, dal primo all’ultimo, che sei sempre tu. Ah ah.

  1. Taxi Driver

Lo vidi che ero un puberale-semi adolescente tutto solo e “ignudo” nel frastuono del mondo. E da allora non mi sono più ripreso. Come Travis, ancora tutt’oggi vago per le strade notturne con la mia anima da straniero, lontano dal chiasso carnascialesco e ciarliero. Come Travis mi “orgasmizzo” e sogno di liberare qualcheduna dalla feccia. Ma io non sono il salvatore neanche di me stesso, e Harvey Keitel mi getta la sigaretta addosso, dicendomi di tornare alla mia tribù. Perdo la testa e gliele suono. Si sfiora la tragedia ma giustizia è fatta, anche se la mia vita non è mai equa soprattutto col lunatico che sono.

  1. Mulholland Drive

Questo film meriterebbe il secondo posto solo per Laura Harring, ma gli ultimi venti minuti di questa pellicola, senza contare quelli prima, sono tutto ciò che neanche le sue tette potranno mai darvi.

  1. Rusty il selvaggio

Se volete sapere “robe da Matt”… Dillon, se volete sapere lo scugnizzo che era, il rebel coppoliano storico, questo è il film in bianco e nero (a metà anni ottanta!) che fa per voi. Lasciate stare Genovese e Muccino e le loro tribolazioni pseudo-esistenziali patetiche per borghesi fritti in padella. Qui si respira la giovinezza avuta e mai avuta, sognata e trasognata, la vita voluta, involuta e desiderata, la voglia di amore e l’innocenza svanita per sempre, un Dennis Hopper da Oscar e un Mickey Rourke che non fa rimpiangere Marlon Brando.

  1. La morte corre sul fiume

Per girare un capolavoro assoluto bisogna scrivere dei dialoghi verbosissimi come Tarantino? E chi l’ha detto. Quest’opera di Laughton, con un Mitchum antologico, si basa tutta sulle immagini. Pensate di capire l’inconscio del vostro prossimo studiando Freud e Jung? Questo film è la dimostrazione che la psicanalisi è una stronzata immane.

  1. 1997: Fuga da New York

Carpenter è uno che non si fumavano a Hollywood e non aveva molti soldi a disposizione. A parte qualche effetto grafico computeristico per un’epoca in cui nessuno aveva il PC, Carpenter gira un film immenso. Tutto in una notte, in cui non succede niente. Succedono e si avvicendano atmosfere da brivido, Kurt Russell sarà per sempre Jena Plissken, questo è il suo ruolo della vita quando aveva solo trent’anni. Mi ricordo che quando ero piccolo e andavo nel paese natio dei miei genitori, al bar Dimotta, che era posizionato davanti alla casa di mia nonna, si stagliava prominente un flipper col faccione di Kurt.

Ecco, ne rimasi incantato e cominciai a giocarci ininterrottamente, fra un panzerotto e l’altro, i vecchi che facevan casino nella sala biliardo e qualche gonzo che sbirciava le donne che gironzolavano di cosce morbide “su e giù” nel corso…

  1. Per qualche dollaro in più

Se consultate un Dizionario di Cinema, soprattutto il Mereghetti, tornando al suo snobismo, nessuno vi dirà che è un capolavoro.

Basterebbe questo: quando la musica finisce, raccogli la pistola e cerca di sparare. Cerca…

Sei stato poco attento, vecchio… Colonnello, prova con questa? Indio, tu il gioco lo conosci…

E si alza Morricone.

  1. C’era una volta in America

Io mi son creato questa fantasia, sì, credo di sapere perché a Mereghetti questo film non sia mai andato giù.

Sì, si trovava quella sera con Piera Detassis a cenare amabilmente a lume di candela. Ostriche e caviale, in una tiepida serata estiva. In villa. Una villa che affacciava sul mare, con la finestra aperta e la brezza che spirava da maestrale, coi gabbiani in cielo e in sottofondo i Roxette di Pretty Woman. Al che, Piera, dopo aver lautamente mangiato, ammiccandogli per tutto il tempo, quando lui le ha offerto un gelato alla fragola, è rimasta turbata, perché si aspettava uno “yogurt” allo zabaione, ed è uscita dalla villa, ingiuriando Paolo. Che, trovatosi solo, ha acceso la tv su Rai 3, ove davano il film di Leone. Ma, scombussolato nell’umore, non ha capito un cazzo di quello che vedeva e l’ha cagata malissimo…

Cosa hai fatto per tutto questo tempo? Sono andato a letto presto.

Nessuno t’amerà mai come ti ho amato io. C’erano momenti disperati che non ne potevo più e allora pensavo a te e mi dicevo: Deborah esiste, è la fuori, esiste! E con quello superavo tutto. Capisci ora cosa sei per me?

Da vedere con la voce di Amendola e non quella ridoppiata di De Sando.

  1. Fuori orario

Quando nel mio cuore scende e si raggruma una malinconia atroce, quando il domani mi sembra assurdo, quando il Sole mi dà fastidio, spero davvero mi capiti un’avventura così. E devo rivedere questo film per sentirmi giustamente strano e kafkiano in un mondo stupido e illogico.

  1. Carlito’s Way

Un film che quando è uscito nel 1993 solo io ho considerato un capolavoro istantaneamente. Oggi, credo nessuno abbia più dei dubbi in merito.

  1. The Irishman…

Dopo averlo visto, posso anche morire.

Ma Lindsey Vonn, fra un anno, sarà ancora più bona e ho già perso troppo tempo…

di Stefano Falotico

 

Ma quali cinecomic di oggi, il più grande cinefumetto della Storia è Escape from New York

Fuga da New York

Rimango basito, perfino depauperato, sì, il mio cervello dinanzi a tanta idiozia moderna rimane menomato e vago perplesso in questa periferia desolata, credendo che da un momento all’altro nel mio cervello rovinato da tante scempiaggini possa esplodermi una micro-carica.

Ora, so che siete fautori del postmodernismo e quindi adorate roba come gli Avengers e adesso state deflagrando di gioia per Deadpool 2.

Siete dei cinquantenni pasciuti che, non avendo più molto da chiedere alla vita, dunque anche (d)al Cinema, che ne è spesso la sua trasfigurazione persino fantastica, grottesca e surreale, vi accontentate di bellissime immagini in CGI con tanti effetti speciali, come dico io tonitruanti, a rintronarvi e frastornarvi più dei tonti che siete diventati. Oppure dei giovani senza memoria. Rincoglioniti e stolti.

Al che, faccio un giro su Instagram, dopo aver postato un’immagine di me col sorriso da Joker, tanto per dare uno schiaffo all’imbecillità di massa, e io che pensavo di aver superato ogni fase depressiva e cupa, di averla imprigionata nella meditazione trascendentale, resto scioccato e alquanto disgustato da ciò a cui puntualmente assisto. Ah, avete bisogno di assistenza, figli miei…

Davvero vi piace questa società dove ragazzine “favolose” inseriscono foto, con le scritte buongiorno e sogni d’oro, su primi piani della schiuma dolcemente noiosa di un cappuccino allineato a croissant lievi e dorati, croccanti e ammantati di quella leggerezza fatua e falsa che tanto avete elevato a valor di vita?

Poi, una pornostar, seguita da milioni di guardoni frustrati, inserisce il video in diretta di lei che fa flessioni “ginniche” per irrobustire il suo culetto, con un personal trainer al suo fianco che la incita a darci dentro e tanti bavosi che vanno in brodo di giuggiole dirimpetto ai suoi sudati, goduti, faticati piegamenti che inducono a pensieri proibiti di “durezza” elastica e catarticamente liberatoria dopo una vita di stress e proibizioni morali. Sì, in questa “poetessa” del sesso trasfondono, ma non la sfondano, ogni lor desiderio rinnegato, concedendosi tre minuti, non di più perché non vanno oltre, di mano “smanettata”, martellandosi strazianti in adorazioni “piccanti”.

Al che un’altra in slip, appena sveglia, in verità addormentata da sempre, mette le foto di lei che bacia il cane, e il “sottotitolo”: Ti amo, tesoro mio, sei riccioluto e “coccoloso”. Coccoloso. Avete capito?

Ora, Escape from New York è già geniale dalla locandina originale perché, se uno la vede, pensa di assistere nel film a una scena catastrofica con la testa della Statua della Libertà disintegrata sulla strada, invece nel film non c’è una scena così. Carpenter aveva “perculato” tutti, sì, perché lui budget da cinecomic odierni non se li è mai potuti permettere. E doveva lavorare di fantasia.

Lui gira il primo “fumetto” della Storia, anticipando perfino Blade Runner.

Creando il Cinema “distopico” di tante produzioni di oggi, perché Fuga da New York è così inimitabile che l’hanno imitato, anche quando l’hanno mutuato di “variazioni sul tema”, tutti. Compreso me col mio libro Il cavaliere di Parigi.

Ecco come si può girare un capolavoro assoluto grazie quasi solo alle atmosfere. Carpenter scende tra le periferie degradate, nelle fatiscenze edilizie, fra murales e una notte interminabile. E non è che poi accada molto, sinceramente, ma il film è tutto giocato sulle inquadrature, sui silenzi, sulla faccia da sberla di Russell e sul suo carisma, sul suo look, sulla sua barbetta, perfino su Adrienne Barbeau.

E allora spunta Ernest Borgnine, la cui entrata in scena già meriterebbe uno dei primi posti in classifica del Cinema di tutti i tempi. Lui che sta seduto, inebetito e con un sorriso terribilmente simpatico, in poltroncina a gustarsi le ballerine in un teatro dell’assurdo, mentre fuori impera il caos.

Ecco, quando cala la notte, sparatevelo. Pensavate di essere persone sbagliate e che la vostra vita fosse un disastro?

Sì, lo è, infatti. Capirete che i cinefumetti di oggi sono il peggior deragliamento della vostra mancanza di gusto, di vita, di emozioni.

Questo è Cinema puro, questa è Arte, questa è poesia, questa è la fottuta night di John.

John è come me. Quando si entra in contatto con lui, entri in contatto con un mondo che ti era ignoto, perché eri preso dalla tua quotidianità stronza. E capisci che c’è un altro modo di vedere la realtà.

Molto più bello. Molto più figo. Molto più Plissken.fuga13 Escape New York

 

di Stefano Falotico

 

Bohemian Rhapsody, il trailer del biopic sui Queen con Rami Malek nei panni di Freddie Mercury

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Bohemian Rhapsody is a foot-stomping celebration of Queen, their music and their extraordinary lead singer Freddie Mercury, who defied stereotypes and shattered convention to become one of the most beloved entertainers on the planet. The film traces the meteoric rise of the band through their iconic songs and revolutionary sound, their near-implosion as Mercury’s lifestyle spirals out of control, and their triumphant reunion on the eve of Live Aid, where Mercury, facing a life-threatening illness, leads the band in one of the greatest performances in the history of rock music. In the process, cementing the legacy of a band that were always more like a family, and who continue to inspire outsiders, dreamers and music lovers to this day. In Theaters November 2, 2018 Cast: Rami Malek, Lucy Boynton, Gwilym Lee, Ben Hardy, Joseph Mazzello, Aiden Gillen, Tom Hollander, and Mike Myers

 

Le idiozie su John Carpenter

John Carpenter

Quando uno è un gigante del Cinema, e non solo di quello, ecco che fioccano le idiozie, le scempiaggini sul suo conto e, anche quando lo si magnifica, glorifica ed esalta, spuntano classificazioni generiche da Wikipedia… quanto mi fanno incazzare!

I suoi film sono caratterizzati da fotografia e illuminazione minimalisti, una macchina da presa non eccessivamente mobile, senza dimenticarsi però di ottimi piani sequenza…

I suoi film glorificano spesso degli anti-eroi, personaggi di estrazione proletaria in aperto contrasto con le istituzioni, e i suoi soggetti hanno spesso tematiche che riflettono una forte critica sulla società capitalistica americana: esempi di questo sono in particolare Essi vivono1997: Fuga da New York e Fuga da Los Angeles. Un’altra costante del suo cinema è l’analisi del rapporto fra il bene e male e una inquietante messa in discussione della realtà che viviamo e dei valori della società moderna.

Quello che spesso mi turba quando leggo monografie, disamine, recensioni o esegesi su immensi autori, ma anche su quelli piccoli, è il pressapochismo di certe asserzioni.

Ora, sfatiamo un luogo comune. Ken Loach fa Cinema “proletario”, John Carpenter no. A eccezione di Essi vivono, ove il protagonista è un operaio, io non vedo molti proletari nei suoi film. E il famigerato Jena Plissken è un outlaw, un wanted, un ricercato criminale, uno dunque senza categoria lavorativa. È un archetipo che incarna paradossalmente il bene in un mondo di falsi padroni, in un mondo irreggimentato e militaristicamente orrendo, catastrofico e apocalittico. Jack Burton di Grosso guaio a Chinatown è un camionista, sì, ma il film è fumettistico, sanamente pop, ed è un film assolutamente non “politico”, non vuole veicolare nessun messaggio istruttivo, pedagogico, demagogico o contestatore, sovversivo o nichilista. È un geniale potpourri fra Cinema avventuroso per ragazzi (anche se è talmente universale che lo puoi vedere a otto anni e rimanerne incantato, da adolescente e restarne perturbato, da ottantenne e venir imprigionato dalla sua strabiliante follia poetica e immaginifica, e in questo consiste la sua forza ammaliatrice, un capolavoro che non invecchia mai) ed essere un concentrato di arti marziali e stregonerie, perfino visive. Un film dai dialoghi secchi ma memorabili. Il seme della follia è un film proletario, secondo voi? Il protagonista è un investigatore privato esperto di assicurazioni. Quindi, nel caso di Carpenter non parliamo di categorie “sociali”. Quando uno, ad esempio, come faccio io, scrive un romanzo o “dà voce” una storia, ha bisogno di definire i personaggi per mettere il lettore a proprio agio sin dalla prima riga. E la caratterizzazione dei personaggi è funzionale alla vicenda narrata. Tutto qui. Odio le semiotiche.

Carpenter fa esattamente questo. Delinea i tratti topici, peculiari dei suoi characters per dare corpo poi alla trama, per creare sinergie dinamiche con la struttura diegetica. Quindi… è naturale che facendo Cinema “di genere” talvolta i suoi personaggi principali, più che proletari, siano gente comune. Se gira Vampires, certamente il cacciatore di vampiri non può e non poteva essere George Bush. Voi che dite? Avete capito il mio discorso? Dunque, non strumentalizzate il Cinema, così come la Letteratura, in funzione solipsistica. Che ne so… affermate che Carpenter è il vostro regista preferito perché lavorate in fabbrica e le sue “istanze” sostenete che vi rispecchino. Molta gente fa così. Ah sì, a me piace Woody Allen, mi ritrovo nelle sue malinconie borghesi, sai, ho sempre sognato di vivere a Manhattan, infatti La ruota delle meraviglie mi è parso squallidino, però non capisco Kusturica perché il suo Cinema “di zingari” mi sembra sciagurato e deprimente. Ma fatela finita.

Altra idiozia da sfatare è quella secondo cui Carpenter non gira più film da anni perché è cambiato il sistema produttivo di Hollywood e nessuno lo finanzia. Altra balla colossale.

Secondo me, invece, nell’eterogeneità del Cinema moderno, nel proliferare di Netflix, avrebbe molto spazio. Se non gira film è perché è stanco, e sa che girare un film non è un gioco da ragazzi. Ci vogliono due coglioni di ferro.

 

 

di Stefano Falotico

 

Racconti di Cinema – Lincoln Lawyer con Matthew McConaughey

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Ebbene, oggi voglio recensire Lincoln Lawyer, seconda opera registica, dopo il pressoché ignoto The Take, datata 2011, e film uscito da noi soltanto in home video, per la 01 Distribution.

Brad Furman… un regista del quale certamente sentiremo parlare quest’autunno poiché proprio in queste ore è stata data la notizia che il suo nuovo film, City of Lies, inizialmente intitolato LAbyrinth (no, non mi sono sbagliato a digitare, LA maiuscolo è l’acronimo, o per meglio dire la sigla, di Los Angeles, e quindi il titolo originario giocava con la parola labirinto della dedalica città degli angeli), con protagonista Johnny Depp, uscirà a Settembre.

Furman, zitto zitto, si fa notare con quest’opera, su sceneggiatura di John Romano, già autore per i fratelli Coen di Prima ti sposo, poi ti rovino, che attinge a piene mani dall’omonimo romanzo del celebrato e vendutissimo Michael Connelly. Romanzo che da noi è stato edito dalla Piemme col titolo Avvocato di difesa.

E dunque estrapoliamo la sinossi ufficiale del libro che ricalca, su per giù, con qualche inevitabile variazione, accorciamenti, aggiunte e mutuazioni, la trama di questo Lincoln Lawyer:

Mickey Haller ha passato tutta la sua vita professionale con il terrore di non riconoscere l’innocenza nel caso se la fosse trovata di fronte. Haller è un avvocato di Los Angeles che prepara i suoi casi dal sedile posteriore di una Lincoln a nolo, mentre si sposta da un tribunale all’altro per difendere piccoli criminali di ogni tipo. Truffatori, spacciatori, magnaccia, prostitute. Un intero repertorio di squattrinati che gli garantiscono solo la sopravvivenza. Quando un playboy di Beverly Hills, accusato di aver aggredito una donna rimorchiata in un bar, lo incarica della sua difesa, Haller ha l’impressione di toccare il cielo con un dito. Finalmente un cliente pieno di soldi, che potrà risolvere la sua situazione finanziaria. E in più l’uomo ha tutta l’aria di non aver commesso il fatto. Ma il giorno in cui Raul Levin, un investigatore privato che lavora a stretto contatto con lui, viene trovato ucciso, Haller scopre che la sua ossessione per l’innocenza l’ha condotto a scontrarsi con un abisso di malvagità. Un gorgo pericoloso, da cui potrà salvarsi soltanto ricorrendo a tutte le sue armi, in una ricerca mozzafiato della verità.

Sì, pressappoco così, con qualche modifica come detto. Mick Haller è un avvocato di successo senza scrupoli morali, arrogante, sarcastico e col sorriso a trentadue denti smaltatissimi di uno smagliante Matthew McConaughey. E la targa della sua Lincoln è altrettanto sarcastica, in linea col suo modus operandi beffeggiatore e canzonatorio, graffiante e velenosamente caustico, NTGUILTY, non colpevole.

Il suo compagno di giochi, l’investigatore privato omosessuale che lo affianca quando urgono, potremmo dire, indagini più approfondite e quando occorre venir a conoscenza d’informazioni segrete, non si chiama Raul Levin, bensì Frank, e ha il volto smunto e caratteristico del sempre ottimo e funzionale William H. Macy, mentre il suo cliente, il perfido doppiogiochista adescatore possiede la perversa faccia d’angelo di Ryan Phillippe. Per il resto il film è piuttosto fedele, seppur riveduto e corretto, rispetto alla novella di Connelly.

Ecco, Haller crederà di trovarsi di fronte al caso più semplice della sua carriera e anche dinanzi a quello per lui più redditizio. Ma sempre più, col passare del tempo e col dipanarsi arzigogolato dell’intreccio, invece prenderà coscienza che il suo cliente non gliel’ha raccontata affatto giusta, tutt’altro. Non solo comprenderà assai presto che è colpevole e marcio fino al midollo dell’aberrante misfatto per cui è imputato, un diabolico depravato viziato da far schifo, ma che è proprio lui il maniaco responsabile di un altro omicidio e stupro per il quale anni prima era stato imprigionato un suo ex assistito (Michael Peña), adesso per l’appunto ingiustamente finito tra le sbarre per colpa della sua superficialità avvocatesca, un povero innocente al quale, sì, permise che non avesse la pena di morte, perché riuscì furbescamente a commutargli la condanna capitale, persuadendolo ad ammettere la sua colpevolezza e costringendolo al patteggiamento, in quindici anni di reclusione, ma che è stato incarcerato dunque senza motivo. E che meriterebbe di essere liberato quanto prima.

Al che, Haller che sino ad allora non aveva mai avuto dubbi sulla sua moralità, anzi, della sua integrità etica se n’era sempre bellamente fottuto e lavato le mani, comincerà a essere pervaso e assalito da conflitti psicologi sempre più torturanti riguardo non solo la discutibile e corrotta, personale probità ma abrasivamente concernenti il valore intrinseco della sua stessa vita privata. Insomma, aveva sempre saputo di essere un figlio di puttana nelle aule di tribunale, un menefreghista bastardo e cinico, ma adesso crederà di essere un impareggiabile stronzo anche nei pochi affetti a lui più cari. E la sua anima scricchiolerà. Un uomo che non saprà più guardarsi allo specchio senza provar ribrezzo. E proprio dallo scaturirsi e propagarsi viscerale di questa sua enorme conflittualità interiore combatterà tenacemente stavolta, in maniera scaltra e silenziosa, per riuscire a incastrare l’imperdonabile farabutto incarnato dal suo glaciale e meschino cliente.

Cliente scomodissimo, che scoprirà essere per di più anche l’assassino del suo collega e amico.

Il tempo stringe, assolutamente lo difenderà costi quel che costi perché non può rinnegare l’etica sua professionale e processuale, altrimenti verrebbe espulso dall’albo, ma dovrà strategicamente agire di astuzia per trovare al contempo un escamotage che lo possa inchiodare, riuscendo ad assolverlo da un lato, accusandolo d’altro canto però per omicidio.

In mezzo a questa fitta trama d’imbrogli e sotterfugi, ci saranno anche gli alterchi e le scaramucce con l’ex moglie (Marisa Tomei) e una gang di motociclisti che deve tenersi buoni.

Insomma, sostanzialmente Mick Haller chi è? Un avvocato dissoluto oppure integerrimo, un vero difensore della giustizia, un padre e marito disonesto o misericordioso, un eroe della strada o un mezzo gangster che, dietro la patente della legalità e dell’impeccabile eleganza nel vestire, è sporco come e quanto la feccia che popola le prigioni statunitensi?

Su questa sua fascinosa, amorale ambiguità, su questa sfacciata doppia personalità, Furman costruisce questo suo film dalle cadenze thrilling, mantenendo soddisfacente la tensione per le circa dure ore di durata e infondendo discreto ritmo alla vicenda un po’ contorta, e in molti vi hanno visto delle speculari analogie con Doppio taglio (la pellicola di successo del 1985, apripista per questo genere di film procedural, con Glenn Glose e Jeff Bridges) e, come nel caso del forse sopravvalutato film di Richard Marquand, i colpi di scena, soprattutto nell’ultima mezz’ora sono troppi, eccessivi, telefonati, ripetuti uno dopo l’altro in una scansione diegetica affrettata e irrisolta, perfino banale. E forse lo stile di Furman in molte sequenze è decisamente convenzionale ed esteticamente ruffiano.

Ciò non toglie che il film si segua volentieri, anche se sappiamo già prevedibilmente come andrà a finire.

Mi chiedo però se da un materiale così vasto non si poteva sviluppare meglio l’ingarbugliata trama, che ne so, probabilmente anziché farci un film creare una serie televisiva sulla scia del magnifico The Night Of. L’intera storia non sarebbe stata compressa e condensata troppo ordinariamente a differenza di quel che qui avviene, e gli snodi narrativi sarebbero stati meglio espansi e approfonditi.

Peraltro, a tal proposito, mi riaggancio a una vecchia notizia secondo cui proprio Furman, tanto per chiarire che le sue registiche e stilistiche qualità per un prodotto di questo tipo erano già state adocchiate, doveva dirigere Private, per la Tribeca di De Niro, potenziale serie tratta da un altro lodato specialista dei legal thriller, James Patterson, ma di questo progetto non si è saputo più nulla.

Ritornando a Lincoln Lawyer, nel cast sono certamente da menzionare anche le facce di pietra di Frances Fisher e di Bob Gunton.

In fin dei conti, un film godibile, ma tutto già visto e tutto molto scontato.

 

 

di Stefano Falotico

 
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