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La mia psiche da Comedian, ritratto di un uomo da farsi, che molto non si dà da fare e non molte se ne fa, facendosela, può darsi, dai dai, spinge!

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Sì, siamo esseri bizzarri, colorati, talvolta opachi, menestrelli di questa commedia umana che è la vita. Vita che si prospetta, quando piccoli succhiamo il latte, come materna, pronta ad accoglierci nel suo grembo per instillarci fiducia nella “succhiata”, nella poppata, nella pappa, si spero nella “(s)pompata”, orgogliosi del nostro uccellino. Molti, crescendo, rimangono afflitti dal complesso di Edipo, altri diventano pedofili. Lo sa bene il Papa, che non scopa mai, almeno così ci dicono (e sul dubbio vi lascio riflettere…), ma ammonisce la Chiesa, chiedendole di estirpare i preti pedofili. A mio avviso, nonostante le mie “cadute” nell’infantilismo più be(l)ato, non capisco perché il Papa non generalizzi la “scomunica” anche a tutta la pedofilia, abominio della nostra “bella” società. Sì, un problema di comunicazione. Alcuni, dopo gli studi liceali, si laureano in questa Scienza, delle Comunicazioni. E non capisco il motivo che l’induca a voler esternarsi come uomini “comunicanti”. Da che scimmia e scimmia, l’uomo ha sempre meglio comunicato con uno sguardo, un’alzata sopraccigliare e piccole allusioni gestuali piuttosto che con la verbosità didattica, pedagogica e demagogica delle parole. Lo sapeva bene Marlon Brando, che recitava in silenzio, con gutturali grugniti che lo resero Il Padrino della recitazione. I grandi attori, nella vita, non han bisogno di esprimersi dietro “preamboli”, monologhi ed esagitazioni dell’ego “parlato”. Tanto la gente sparla lo stesso. Eh sì. Oggi, ad esempio, rincasavo dopo essere andato al bar a bermi il caffè consueto. Due donne del mio condominio, incrociandomi all’entrata, risero platealmente di me, perché credo siano rimaste esterrefatte, in sen(s)o ridicolo, dalla mia sacrosanta goffaggine. Sì, quando (non) voglio, sono l’emblema fisico, non fica/o, non ficcante, della stupidaggine, l’incarnazione della stronzata. Un tempo me ne dolevo, adesso accetto il mio Pippo continuando a farmi le “pippe”. Sì, cari pupi, continuate nelle pratiche masturbatorie, soprattutto del cervello. Elaborate teorie, inventatevi strategie per sopravvivere al carnaio macellante che è l’esistenza. Esistenza che ci porta a essere tristi come dei clown, perché la meschina realtà ci sciupa, ci logora, ci usura, e “arrugginiamo” non più ruggenti nel cammino decadente dei nostri sogni perduti, prendendo tutto a ridere per non piangere. No, non scambiatemi per logorroico, sebbene parli di logoramenti, e neppure per malinconico. Sì, la mia apparenza tradisce il mio aspetto interiore. Dall’esterno, a proposito di esternazioni, devo ammettere che appaio come un buco nero, lontano dai femminili “buchini”, un bruco insomma senza le “farfalline”, e io spesso blocco la mia spontaneità e gli altri, percependo questo “blocco”, mi mettono in bocca le parole più sb(l)occate che vogliono, a uso e consumo di come desiderano, anche “desinano”, dipingermi. Sì, visto che io non so “vestirmi” di una maschera sociale, la superficialità del prossimo, non mio, mi affibbia le patenti che più lo aggradano e che io meno gradisco. Sono un mistero perfino per me stesso, un concentrato di contraddizioni, un preservativo (non) vivente del piacere, un addolorato di Immacolata Concezione, e trovo sempre l’Harvey Keitel di turno che vorrebbe che io mi “enunciassi” e facessi il personaggio. Ma non sono una cosa. In cuor mio, in maniera forse inconscia e sicuramente di “coscia”, so che la vita è un cazzo(ne) in culo. Mi prendono per uomo volgare, ma son solo un commediante. Sì, la vita non è nascondersi dietro una menzione, dietro una cagata e anche una “minzione”, non è semplice allattamento, è quasi sempre poco allettamento. Anche se garantisco che nel mio (di)letto tante potrei allattare. Ah ah, no, volevo dire allietare.

Vi ripropongo questa clip che esemplifica al meglio quanto (non) detto. Fottetevela! Mi provocano e io sono un provocatore. Anche se quella lì è più provocante…

 

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di Stefano Falotico

 

 

 

The Irishman di Scorsese, le prime immagini di De Niro dal set

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Ebbene, tutto secondo i piani. Dopo anni di “congetture”, rimandi, lunedì scorso, a New York, sono finalmente iniziate le riprese di The Irishman di Martin Scorsese. Anni infiniti di gestazione per i primi ciak di un progetto mastodontico di cui si parla fin dal 2008, quando fu data la notizia che Scorsese e De Niro avrebbero nuovamente congiunto le forze per l’adattamento del romanzo di Charles Brandt, I Heard You Paint Houses (Ho sentito che dipingi case…). Il film, come oramai quasi tutti sanno, dopo la dipartita della Paramount Pictures, che all’ultimo momento si è ritirata per il budget troppo esoso, sarà finanziato e distribuito da Netflix, e narra la storia del criminale della malavita Frank Sheeran, un reduce della Seconda Guerra Mondiale, che era ammanicato con la mafia e, a detta dell’autore del libro, fu coinvolto in prima persona nell’omicidio di Jimmy Hoffa. A vestire i panni di Sheeran, appunto De Niro, che ritorna in coppia con Scorsese a più di vent’anni di distanza dal magnifico Casinò del 1995. Daily Mail è riuscito, in esclusiva, ad “aggiudicarsi” le primissime foto dal set, che ritraggono De Niro in scena. Possente, con nerissimi occhiali e scarpe decisamente col tacco, giusto per sembrare Sheeran, che era molto più alto di De Niro, quasi un metro e novanta. Insomma, ci siamo. E noi cinefili non possiamo che essere entusiasti.

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Wonder Wheel, il poster e le prime immagini ufficiali del nuovo film di Woody Allen

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Ebbene, oramai ci siamo, in attesa del trailer, che dovrebbe essere finalmente diffuso nelle prossime ore, sono state diramate le prime immagini ufficiali e ci è stato mostrato il primo, bellissimo poster, o locandina, se amate questo termine oggi piuttosto desueto e invece, soprattutto in questo caso, molto pertinente. Cioè quel suggestivo stampato di forma pubblicitaria che serve a promuovere, attraverso lo strumento grafico, quello che è un prodotto, anche artistico, definizione ancor più inerente e precisa se è un film di Woody Allen, maestro indiscusso dell’eleganza, della ricerca stilistica, dell’immediata riconoscibilità e della sobria raffinatezza.

Un “manifesto” davvero incantevole, che ritrae la protagonista, una stupenda Kate Winslet, sdraiata sul letto in posa trasognante, mentre dalla finestra, sullo sfondo, risalta la celeberrima giostra di Coney Island. Ancora al centro della storia dunque New York, anche se periferica, e immersa in un’atmosfera crepuscolare, autunnale, lontana dai fasti lussuosi della nevrotica Manhattan. Ma, a leggere la sinossi, è incontrovertibilmente, possiamo asserirlo con orgoglio, un film di Woody Allen, come potrebbe essere altrimenti?

WONDER WHEEL racconta la storia di quattro personaggi le cui vite si intrecciano nel caos del parco divertimenti di Coney Island negli anni Cinquanta. Ginny (Kate Winslet), è una ex attrice emozionalmente volatile che adesso lavora come cameriera in un ristorante di pesce. Humpty (Jim Belushi), è il marito di Ginny, un rude giostraio. Mickey (Justin Timberlake) è un giovane bagnino di bell’aspetto che sogna di diventare un drammaturgo. Carolina (Juno Temple) è la figlia di Humpty e si sta nascondendo da alcuni gangster nell’appartamento del padre. Alla fotografia c’è Vittorio Storaro, che cattura una storia di passione, violenza e tradimento, sullo sfondo la tela pittoresca della Coney Island degli anni Cinquanta.

 

Il film sarà presentato in anteprima mondiale al New York Film Festival ed è atteso nelle sale il primo Dicembre.

Come per tutte le opere di Woody Allen, c’è grande attesa, e la pellicola uscirà proprio nel periodo più importante, la fine dell’anno, per poter entrare nella corsa agli Oscar.

A comporre il ricco ed eterogeneo cast, oltre alla già citata Winslet, il ritrovato Jim Belushi, Justin Timberlake e Juno Temple.Wonder-Wheel-James-Belushi Wonder-Wheel-Juno-Temple Wonder-Wheel-Juno-Temple-2018 Wonder-Wheel-Justin-Timberlake Wonder-Wheel-Kate-Winslet Wonder-Wheel-Kate-Winslet-2018

di Stefano Falotico

 

David Lynch è un tagliaerbe

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Non mi riferisco al mediocrissimo film di Brett Leonard con Pierce Brosnan, ma al racconto di Stephen King a cui il film citato è vagamente ispirato.

Vi ricorderete, comunque… L’apertura della coscienza, sino allo sconfinamento nella realtà virtuale. Nel superamento dei propri limiti “umani”.

Ecco, cosa c’entra Lynch? La serie capolavoro Twin Peaksrevival” è stata un disastro a livello commerciale, con ascolti bassissimi che peraltro sono scesi di puntata in puntata, ma chi ama il Cinema, perché Cinema più alto e anche oltre è, non può che esserne rimasto incantato, meravigliato e imprigionato. E, soprattutto, nello scorrere inesausto, fluido, magmatico ed ermetico di queste soavi immagini ipnotizzanti, credo che, come è capitato al sottoscritto, ne sia rimasto profondamente turbato in senso ascendente di un risveglio emozionale, di nuove aperture mentali scardinate dal maestro, che non per niente ha disseminato la sua opera capitale di simbolismi, barocchismi anche talvolta esagerati, nella ricerca, penso proprio, di squartare l’animo dello spettatore più sensibile, colui che può averne carpito l’assoluta bellezza e fascino estremo, nell’indurlo nelle sue viscere a riprendere coscienza, ad alleviarsi dal male quotidiano che affligge l’uomo medio, malato di “fighettismo”, di burocratica adempienza noiosa alla frivolezza merceologica, immerso senza fondo nelle sue bassezze, nelle sue dozzinali invidie giornaliere, nella sua esistenza piatta fatta di burle, sciocchezze, ambizioni sfrenate, ammorbato dalla sua visione utilitaristica, carnale, sessualmente avvinghiata alla più meschina e mentitrice apparenza.

Con Lynch abbiamo viaggiato alla ricerca della nostra purezza abissale, e il viaggio appunto di Cooper, del finale, per accompagnare Laura Palmer verso ancora l’incubo interminabile, è esemplificativo di tutto ciò.

di Stefano Falotico

 

Superman era ed è un esistenzialista e forse io sono Batman

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Titolo alquanto ironico, essendo l’ironia un dono delle persone malinconiche come me, che poi si aprono a slanci insospettati di vitalità, lasciando “sguazzare” il mantello nell’aria nobile della lor decadenza. Ah ah. Sì, credo che mai mi sposerò ma nel vacillar cheto e frastagliato del mio esser celibe, possibilmente “cieco”, ballo pensieroso in questo mondo penoso.

Una riflessione seria, anche troppo. Rimedito ai miei passati, trascorsi fra beata fanciullezza e lontano dai romanticismi dozzinali che tanto “prendevano” i miei coetanei, oggi “rappresi” in vite agganciate a fiere certezze. Io son sempre stato lontano dalle certezze, nella perenne, persino estenuante ricerca di centri logici, di basi gravitazionali, ho sempre fatto ruotare il mio destino. Che, in quanto continua-mente in divenire, come dev’essere, lascio che sia sospeso oggi nell’incredulità e domani nel vagar lunatico fra incognite baluginanti nel buio di schiarite risposte che mi appaiono saltellanti nell’oscurità insistita, forse (in)esistente, del nero e poi solare, ancor sol(id)o domani. Evviva il pessimismo fatale dell’uomo non ovattato. Son ancora diffidente rispetto ai giudizi facili, emessi spesso per far sentire, le persone che li pronunciano, stabili nella comodità di affibbiar al prossimo un’etichetta che possa tranquillizzare le lor coscienze, persone spesso colpevoli di arroganza, di manicheismo (ba)lordo, di presunzione figlia di anime vanagloriose, sospettose, appunto, che, illudendosi di poter ascrivere il prossimo in qualche “reparto”, fingono di esser contente/i della lor (r)esistenza. Impudicamente, con enorme coraggio, io mi son sempre esposto, in questa macellazione che è la vita occidentale coi suoi plebiscitari giudizi e le sue sentenze volgarmente superficiali. Impaurita com’è la massa da persone come me che non finiscono d’interrogarsi, esplorano il proprio cuore e lo denudano con schietta baldanza che non teme di nascondere persino i suoi sba(di)gli. Peccate, amici, sbagliate, gli errori son sempre meglio dell’orrore di chi ha smesso di domandarsi alcunché e vive di maschere. Si stanno putrefacendo. Molta gente n’è ossessionata, dalle maschere, per questo si cela dietro lavori “autoritari” o “importanti”, credendo che lo status symbol sia un riconoscimento al loro valore. Accumulando gradini nella scala gerarchica, tali persone pensano di aver sistemato le loro paure, le loro timidezze, di non aver più alcuna preoccupazione. E in questo “dolce” far “tutto” vivono solo, secondo me, più incoscienti di quando erano dei teenager stupidi. Anziché crescere davvero, hanno sostituito alla crescita dell’anima quella del conto in banca. E, in questo lor ripugnante trastullarsi (in)felice, ridono con mortifera alterigia, con quella burbanza che a me tanto spaventa e repelle. Aborro il lor aver fatto abortire il (dis)piacere della disperazione, della ricerca della vera felicità, che non si acquista con uno stipendio danaroso né con le chiacchiere vane(sie), ma si conquista anche patendo, soffrendo, lottando, esperendo dalle cadute, dai tonfi. Sì, i tonfi ci fan trionfare, non i trionfi, cari uomini tronfi. Allorché mi chiedo chi sono. Io e loro con l’oro… E scopro, con grande orgoglio, che in mezzo a tanta pusillanimità e ipocrisia ciarliera, brava solo a dispensar consigli banali, a non guardar il prossimo nelle sue interezze emozionali, che sono complesse e richiedono sacrificio, i miei malesseri son stati proprio l’avamposto dello scoprirmi superiore. Lo affermo con estremo “puntiglio”, perché ho trasceso gli schemi, le certezze appunto giudicanti l’altro “diverso” da noi, son stato esigente, e continuo a esserlo, nel mio chiedermi sempre un perché, nel mio non fermarmi al chi sono ma al chi potrei essere. Perseverando nei dolori delle mie notti insonni, disdegnando la superbia di chi pensa già di conoscerti e delle tue “debolezze” ride, di chi non vive ma di surrogati pensa di vivere, raccattando e mendicando approvazione facile, cercando consolazioni figlie della più bieca vigliaccheria dell’animo. Che dev’essere strano, unico, prezioso, invece.

di Stefano Falotico

BATMAN RETURNS, Michael Keaton, 1992

BATMAN RETURNS, Michael Keaton, 1992

 

Flight, recensione

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Parto col dire che Robert Zemeckis è un regista davvero anomalo, non ascrivibile a nessuna categoria, non identificabile, un oggetto strano fra gli autori, perché comunque lo è, del panorama cinematografico hollywoodiano. Salito alla ribalta degli anni ottanta, con Ritorno al futuro in primis, con l’avventuroso e da tanti emulato, gagliardo All’inseguimento della pietra verde, e soprattutto con quella perla inimitabile ancor oggi che è stato … Roger Rabbit, vince l’Oscar nel 1994 col celebratissimo e però già “datato” Forrest Gump, scegliendo poi, all’improvviso, una strada che, ripeto, faccio fatica a inquadrare in una poetica precisa. Ottiene ottimo successo con Cast Away e l’interessante Le verità nascoste, quindi nuovamente cambia genere e prospettive, optando per film che sfruttano la cosiddetta performance capture, infilando una tripletta abbastanza controversa, dagli esiti non del tutto riusciti, Polar ExpressBeowulf e A Christmas Carol, sostanzialmente il più compiuto e coraggioso del terzetto “animato”.

Quindi, tradendo ancora una volta le aspettative, “piomba” nei Cinema con questo Flight, tornando a un film “normale” e iscritto alle coordinate abbastanza mainstream. Anche se va detto, tutti i suoi film sono comunque opere decisamente commerciali, che non rinunciano alla qualità e all’elegante stile, ma pienamente strizzano l’occhio al grande pubblico.

Ecco che, attraverso la sceneggiatura di John Gatins, “classica” e lineare, “pesca” questa storia straordinaria eppur al contempo così agganciata a una vita “ordinaria”, il racconto di un pilota che, durante un volo ad Atlanta, compie una manovra impossibile e riesce miracolosamente a far atterrare il suo aereo, salvando tutti i passeggeri. O, meglio, quasi tutti.

Inizialmente, com’è giusto che sia, viene eletto eroe nazionale, ma dopo cominciano i problemi. Sì, perché appunto non tutti si sono salvati e la commissione d’inchiesta vuole vederci chiaro, avendo trovato tracce di alcol nel suo sangue. Quindi, dopo il magnifico prologo, girato con spericolatezza e inventiva da Zemeckis, il film s’incanala in binari narrativi piuttosto convenzionali e, onestamente, prolissi, fatti di altre sbronze, di una “decorativa” storia d’amore con una nuova fidanzata, anch’ella afflitta da problemi di dipendenze, lei però dalla droga, scenate con l’ex moglie, rimpianti e preoccupazioni per il processo a cui verrà sottoposto. Ma, in questo ripetitivo percorso verso la salvezza, manca pathos e il tutto viene descritto senza particolari guizzi o slanci. Annoiandoci un po’.

Insomma, il film, a mio avviso perde quota e abbassa anche le sue ambizioni, perdendosi in un finale moralista a cui comunque va riconosciuto il merito, “paradossale”, di aver proceduto all’inverso rispetto ai canoni di Hollywood. Quasi sempre, infatti, abbiamo assistito a storie in cui prima c’è la tragedia e poi la redenzione, qui avviene il contrario, e in questo forse consiste, tutto sommato, il valore del film, in questa peculiare originalità. Il miracolo avviene all’inizio, alla fine il personaggio interpretato da Washington fa mea culpa sulla sua condizione di alcolista e si auto-condanna alla prigione. Insomma, non è la tipica storia a lieto fine, è piuttosto, per meglio dire, una storia dal finale ambiguamente buonista in cui il nostro eroe “sciagurato” trova il coraggio di vivere, potrei dire, permettetemi d’ironizzare, con “sobrietà”, accettando la punizione che si “merita”.

Un film per il quale Washington è stato candidato all’Oscar. Lui è molto bravo e carismatico, e si trascina il peso del film per le oltre due ore di durata, anche se è stato più incisivo in altre pellicole, ma stupisce che all’Oscar sia stato candidato anche lo sceneggiatore, perché si limita a un compitino, ribadisco, bolso e fastidiosamente moralista.

Un film, dunque, molto amato in patria, che ha ricevuto più plausi di quelli che invece merita e, nuovamente, ci pone in una condizione di assoluta perplessità dinanzi a Zemeckis.

Detto ciò, la confezione è impeccabile. Ma l’involucro perfetto non sempre fa un grande film.

FLIGHT

FLIGHT

di Stefano Falotico

 

Com’è bello esser definiti folli, cara foll(i)a

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Ora, so che come al solito questa mia invettiva potrà apparire come un j’accuse accusabile delle peggior patenti, quelle che la gente mediocre e ottusa continua imperterrita e irredenta, però di sciocchezza ridente, ad affibbiarmi, perseverando nelle loro ostinazioni “crasse” e discriminatorie.

È il mio genio che riesce sempre a svincolarsene, cercando l’essenza della nostra natura di uomini che, in quanto tali e possessori una libera coscienza, è sano e giusto che siano “matti”, in quanto appunto “proprietari” dell’arbitrarietà di sé stessi, sciolta da infingimenti e altre trappole coercitive della mente che, poiché pen(s)ante, è vivaddio frastagliata, armoniosa nelle inquietudini che non dobbiamo assolutamente celare né reprimere. Esponete con grazia, anche disordinatamente, le vostre stranezze e fatene dono a chi potrà ca(r)pirle senza che possa abbruttirvi in schemi preconfezionati della banalità più frivola, quella che ripudio, combatto, a cui punto il dito con rabbia giudicante, sì, qui il mio giudizio si pone incontrastabile e avanzante nella ricerca del Ver(b)o.

Molti credono che io debba rinsavire mentre il sottoscritto, più avanzano i giorni, e più gode della sua “screanzata pazzia”, attestando la sua indubbia superiorità nel mar di luoghi comuni in cui i fessi affogano, poi strozzandosi, sempre “codesti” assolutamente dormiglioni e non desti, di cibarie fatte di esistenze “goderecce”, canterine, sommerse dall’orpello gelido e arido dell’ordinarietà, della vita nella sua scorrevolezza identica, monotona, sempre prevedibile, borghesemente insulsa. E ballano con stoltezza, prendendo tutto con “leggerezza”, pensando di essere felici quando invero vivono d’imbrogli, di sotterfugi, di cattiverie, di etichette, di maschere lacrimanti, di pettegolezzi, di maligni e malsani sguardi, ed è orrore.

Siate poeti, discostatevi dalle certezze e non riducetevi a fare i “professorini” in cattedra. Siete solo patetici, siete la stirpe che va appunto estirpata con furore.

E leggete i miei libri, in remissione dei vostri peccati.

So che questo mio atteggiamento “altezzoso”, “borioso”, “superbo”, potrà esser tacciato addirittura di scemenza. Ma io so, io ho sempre saputo, cari “saputelli”.

di Stefano Falotico

 

Tutti i soldi del mondo, il trailer italiano del nuovo film di Ridley Scott

Tutti-i-soldi-del-mondo-poster-itaEbbene, le riprese di questa nuova, attesissima pellicola di Ridley ScottTutti i soldi del mondo, pensate, sono iniziate a metà Giugno nella nostra capitale, Roma, ove è ambientata gran parte della vicenda, e a distanza di pochissimi mesi è già disponibile il primo trailer in italiano, in contemporanea con quello originale, per un’uscita prevista negli USA addirittura già a Novembre, in modo tale che possa entrare in lista per gareggiare agli Oscar, anche se, a essere sinceri, il film di Scott sembra più orientato a un versante action da “kidnapping movie” per poter piacere ai membri dell’Academy, molto classici nelle scelte ed esigenti un Cinema forse più impegnato. Ma mai dire mai.

Questa la sinossi ufficiale:

Tutti i soldi del mondo è adrenalinica ricostruzione di un fatto di cronaca realmente accaduto e divenuto un caso mediatico internazionale: il rapimento di Paul Getty III. Roma, 1973. Alcuni uomini mascherati rapiscono un ragazzo adolescente di nome Paul Getty III (Charlie Plummer), nipote del magnate del petrolio Jean Paul Getty (Kevin Spacey), noto per essere l’uomo più ricco al mondo e al tempo stesso il più avido. Il rapimento del nipote preferito, infatti, non è per lui ragione sufficientemente valida per rinunciare a parte delle sue fortune, tanto da costringere la madre del ragazzo Gail (Michelle Williams) e l’uomo della sicurezza Fletcher Chace (Mark Wahlberg) a una sfrenata corsa contro il tempo per raccogliere i soldi, pagare il riscatto e riabbracciare finalmente il giovane Paul. Una vicenda pubblica e privata che sconvolse il mondo per aver rivelato a tutti un’incredibile verità: che si può amare di più il denaro che la propria famiglia. Una storia mai raccontata prima sul grande schermo.

Ridley Scott è un regista molto altalenante, capace di sfornare indubbi capolavori ma anche di alternarli, appunto, a film abbastanza mediocri, risaputi e troppo mainstream. Questo film però sembra affascinante. Una storia tristemente famosa, per un film ambientato nella nostra capitale, con un cast prestigioso, capitanato da un magnetico, almeno così sembra, Kevin Spacey in un ruolo ambiguo e luciferino. Vedremo come sarà. Alcuni fotogrammi sembrano comunque troppo patinati, quasi da spot pubblicitario, uno dei difetti visibili di Scott, che ricordiamolo viene dalla pubblicità e non ha mai perso il vizio, a mio avviso, dannoso e controcinematografico, di rendere troppo estetizzanti alcune sue opere. Da vedere, a prescindere.

 

Frank Vincent Dies: ‘Sopranos’ & ‘Goodfellas’ Actor Was 80

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From Deadline.

Frank Vincent, the instantly recognizable actor from The Sopranos, Goodfellas and Casino with a face perhaps more familiar than his name, died today. He was 80. Sources tell Deadline that he recently had suffered a heart attack, and his prognosis was dire even as he went into surgery.

Vincent died in a New Jersey hospital during open-heart surgery, according to reports. His family issued a statement via a publicist this afternoon: “Legendary Actor and accomplished Musician Frank Vincent has passed away peacefully at the age of 80 surrounded by his family on September 13, 2017. We ask that you respect our privacy during this difficult time.”

Vincent played Tony Soprano’s archenemy Phil Leotardo in The Sopranos, one of his many wiseguy roles. He was Billy Batts in Martin Scorsese’s Goodfellas — the “made man” who famously told Joe Pesci’s Tommy DeVito to “Go home and get your f*ckin’ shinebox” — and Frank Marino in the director’s Casino. His performance with Pesci in 1976’s The Death Collector caught the attention of Robert De Niro and Scorsese, and the director offered Vincent a supporting role in Raging Bull.

Among his many credits, Vincent appeared in Spike Lee’s Do the Right Thing and Jungle Fever and played a detective in the 2008 indie The Tested. He had a cameo role in 2009’s Stargate Atlantis.

Born in Massachusetts but raised in Jersey City, NJ, Vincent was the author of the 2006 book A Guy’s Guide to Being a Man’s Man.

According to his official website, Vincent spent his adolescence playing and traveling with various national championship drum and bugle corps, then began playing nightclubs in a small combo. He became a successful recording drummer for Don Costa, Paul Anka, Del Shannon, Trini Lopez and the Belmonts, and made his feature film acting debut in Ralph DeVito’s 1975 Death Collector.

Scorsese later cast him in 1980’s Raging Bull, with Do The Right Thing, Jungle Feverand Casino following. As Billy Batts in Goodfellas, Vincent delivered the “shine box” line that would become one of the film’s most memorable moments.

Vincent also did voice work: He was Don Salvatore Leone in the video game franchise Grand Theft Auto, and was a great white shark in DreamWorks’ Shark Tale.

Just a small sampling of his other film and TV credits include Copland, NYPD Blue, Law & Order, This Thing of Ours and Spy. His IMDb page lists an upcoming 2018 film, Asbury Park, which also includes his old pal and costar Pesci.

Vincent was among The Sopranos cast in 2008 when the show received the SAG Award for Outstanding Performance by an Ensemble in a Drama Series.

Vincent had homes in New Jersey and Florida. Information on survivors and funeral plans was not immediately available.

News of Vincent’s death was first reported by the website The Blast.

 
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