ROCKETMAN, recensione

rocketman egerton

Non un grande film ma Elton è un grande cantante. Non sono omosessuale ma mi piace davvero tanto.

Ebbene, finalmente ho visto Rocketman. Disponibile, su Netflix, in questi giorni di protrattosi lutto mondiale, altresì definito Covid-19, vale a dire un complotto che, con la scusante delle terapie intensive, intensifica gli stati, anzi, stadi dittatoriali ineludibili nel reiterare invincibili decreti arbitrariamente improntati al solito schiavismo schiacciante l’apparente umanità debole e impotente. Ovvero, appena l’uomo s’appropria di maggiori libertà mondiali, viene messo, psicologicamente e non, in quarantena al fine di demotivarlo e indurlo a credere che le sue fantomatiche, inalienabili espressioni dell’anima siano state per l’appunto solamente una fottuta chimera destinata a sbriciolarsi, decisamente ad infrangersi contro il moloch di chi sempre impererà, soffocando ogni puro, slancio vitale.

Ecco, questo film ne calza a pennello. Sì, in merito… Non è affatto perfetto, anzi, in molti punti difetta narrativamente, è spesso insopportabilmente agiografico e oltremodo retorico, segue e persegue, scopiazza il canovaccio del musicalbiopic à la Bohemian Rhapsody. Film di Bryan Singer mai completato da Singer stesso, soppiantato, anzi rimpiazzato dal valente, coreograficamente più fantasioso e immaginativamente fantasmagorico Dexter Fletcher, per volontà della produzione.

Fletcher, regista di Rocketman con uno strepitoso, funambolico Taron Egerton al top del suo attoriale eclettismo formidabile.

Ecco, se Rami Malek dissomigliò parecchio dal compianto Freddie Mercury, parimenti Egerton non possiede propriamente, diciamo, gli stessi tratti fisionomici e corporei di Elton John.

Alla pari di Malek, Egerton è bravissimo. Dunque, lasciamo stare per piacere certi discorsi…

Se un attore fosse uguale, in tal caso, a un cantante e/o a dei cantanti, ne sarebbe un sosia. Un ridicolo clone.

Qui si parla d’identificazione, di specularità simbiotica perfino pregna di osmosi metaforica e meta-cinematografica. Vale a dire, l’attore deve immedesimarsi nelle gestualità, nei tic del mito prescelto, in tal caso John, vivendolo da dentro e tentando di rivivificarlo al massimo delle sue ammirabili possibilità, cercando possibilmente di riprodurne le movenze, d’imitarne addirittura non solo il cantare, bensì anche il suo respirarlo nell’anima e con pieno ardore introiettarlo nella sua espressiva mimica, tuffandosi nella sua dinamica, anzi, nel suo incarnarlo e al contempo trasfigurarlo d’ansimi emotivamente dinamitardi. Il dinamismo del performer, in formato Actor’s Studio aggiornato ai tempi degli odierni musicarelli furbetti, un po’ leziosi ma comunque a loro modo godibilmente spasmodici e coinvolgenti.

Musical, genere particolarissimo. In cui, dal nulla, i protagonisti interagiscono in modo ammiccante con noi, spettatori, a mo’ di Larry David di Basta che funzioni. Creando un effetto straniante spesso mirabolante.

Trascinandoci, si spera, nel vortice di bluesbrothersiane emozioni ipnotizzanti, incantevoli e briose. Vorticose e brillanti.

Egerton c’occhieggia, ci lancia anzi occhiate da Gene Kelly di Cantando sotto la pioggia in versione rutilante da musical scoppiettante, però non sempre esaltante. A tratti notevolmente, perfino, mielosamente disturbante.

Qui abbiamo anche il redivivo, cresciuto Jamie Bell di Billy Elliot. E lo sceneggiatore, Lee Hall, è lo stesso di Billy Elliot e di War Horse di Spielberg.

Il film dura 2h e un minuto, arrotondiamo a due ore e la chiudiamo qui prima dei titoli di coda infiniti, ah ah. Quindi, dura circa un’ora e cinquanta minuti, compresi i titoli di testa che durano pressapoco cinque minuti abbondanti, eh eh.

Il film inizia con Egerton/Elton John, all’anagrafe Reginald Kenneth Dwight, il quale, vestito di palandrana da “ignobile” joke(r) vivente con tanto di corna diaboliche, disperatamente si reca a un ritrovo per anonimi depressi cronici.

Confessandoci spudoratamente ogni suo trauma, dichiarando fra il vanaglorioso e il patetico più mieloso e imbarazzante che, invero, malgrado l’immane successo avuto nella vita, eh sì, non è per nulla soddisfatto della sua persona. In quanto, spudoratamente e con enorme coraggio, ammette di essere un cocainomane alcolizzato, un irredimibile sessuomane e un semi-psicotico necessitante di psicofarmaci assai pesanti e debilitanti.

No, Elton non è felice. È in purissima zona da Simone Cristicchi e troppo s’impasticca. Suo padre è un arido bastardo, affettivamente sempre assente. Che, dopo aver divorziato da sua moglie, madre di Elton, ebbe dei nuovi figli fan di Elton, il suo primo figlio.

L’unico ripudiato in quanto considerato diverso e “invertito”, cioè malato di mente. Un pagliaccio incapace di fare l’uomo. Si capisce… eh sì, non è sistemato…

Sì, è per questo che oggi i settantenni/ottantenni si bevono la cazzata del Covid. Perché sono così tanto uomini che non hanno mai visto L’attimo fuggente. Ah ah. Soprattutto, si preoccupano se, nella loro macchina, qualcuno fuma e potrebbe bucare, per colpa della cenere svolazzante sulla tappezzeria dei sedili posteriori, un automobile che sicuramente non è d’epoca e non è una Rolls-Royce da esporre a mo’ di limousine di qualche film porno ospitante milfone che dicono di disprezzare ma su cui, fra una tribuna elettorale vista per noia o per fare gli intellettuali di pseudo-sinistra con la panza piena, si accaniscono onanisticamente in formato privatissimo.

Eh, si sa, la vita degli uomini “veri” è dura, loro sì che si sono fatti il culo. Semmai, chiedendo ai loro tempi la casa popolare allo Stato che dicono di odiare.

Ecco, Elton John era povero, era timido. Anzi, affetto da atimia.

Incapace di normali relazioni sociali, preso per il popò a morte dai suoi coetanei forse non belli, certamente stronzissimi e bulli. E fu umiliato perfino da suo papà. Oppure, come direbbero in Toscana, da su’ babbo morto… dentro.

Insomma, Elton è a tutt’oggi uno sfigato mai visto, un genio imbattibile.

Il film è banalissimo, spessissimo. Lee Hall non possiede la finezza di Anthony McCarten ed Egerton, a differenza di Rami Malek, pur avendo vinto il Golden Globe, non fu candidato all’Oscar.

Semplicemente perché Freddie Mercury fu un “frocio” che piaceva anche probabilmente a Manuel Ferrara, celeberrimo attore per film destinati a un pubblico “adulto”. Mentre Elton assomiglia a Carlo Verdone di Acqua e sapone con cinquemila chili di rimmel troppo glamour, insopportabile anche al compianto David Bowie o a Michael Jackson, ma, a differenza di Verdone di Viaggi di nozze, eh già, non è ancora andato a letto con Natasha Hovey né con Claudia Gerini, donna talmente figa che stette con Zampaglione, regista da Academy Award, capite.

Federico, capace di partorire roba come Tulpa. Film più brutto di un maschione come Jim Morrison nell’interpretazione oscena di Val Kilmer fuori parte, assolutamente.

Elton non può vantarsi inoltre di aver avuto, nel suo carnet, “attrici” come Natasha Nice, Natalia Starr, Natasha Kiss, Brandi Love oppure una chiamata Diamond, la donna che ovula anche quando prepara le uova.

Insomma, rispetto a Mercury, agli uomini con le palle sta più sul c… zo.

Rocketman è un buon film e il finale, nonostante tutto, emoziona. I’m Still Standing… Di mio, ascolto tutta la musica. Passando da Bob Marley a Fedez. Non ho però i soldi per vivere in una villa a Londra e per “amare” Chiara Ferragni. Non ho la Ferrari ma, di notte, mangio sempre i cioccolatini Ferrero.

Se non vi sta bene, credete al Covid e non ascoltate, mi raccomando, Elvis Presley. Ho detto tutto.

Sì, la società cosiddetta progressista è migliorata, certo.

Oggi spopolano in radio personaggini come Silvia Notargiacomo e Katia Follesa.

So che ai miei tempi, amici, mi attizzava la speaker de I guerrieri della notte.

Buongiorno a voi, supermuscoli. La caccia ai guerrieri è finita. Quei ragazzi non avevano commesso il fattaccio su nel Bronx. Hanno dovuto combattere e difendersi tutta la notte solo per salvare la pelle. Be’, ci dispiace davvero. Non ci resta altro da fare che metter su una bella canzone.

di Stefano Falotico

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