Bohemian Rhapsody, recensione

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Ebbene, recensiamo, in concomitanza con l’uscita del Blu-ray in edizione italiana del 28 Marzo, una delle pellicole più acclamate dal pubblico di tutto il mondo, invisa però a buona parte della Critica altera e sussiegosa, ovvero lo sfavillante Bohemian Rhapsody, firmato da Bryan Singer con protagonista un magnifico, insuperabile Rami Malek.

Come sappiamo, Singer è stato costretto ad abbandonare il set a sole due settimane dalla fine delle riprese, rimpiazzato per le scene da ultimare, in extremis, da Dexter Fletcher. Alla fine, a essere accreditato come unico regista è stato appunto soltanto Singer. E non Fletcher a cui comunque è stata ovviamente riconosciuta la paternità delle scene mai completate da Singer ma il cui nome è comparso solamente nei ringraziamenti ed è stato menzionato, fra gli altri, come onorevole figura di produttore esecutivo.

Bohemian Rhapsody, dicevamo.

Ecco, chi scrive questo pezzo deve esservi estremamente sincero. Sino a oggi questa pellicola attesissima, dalla gestazione interminabile sulla quale, se vorrete informarvi, troverete delucidazioni ben più esaustive sul net, Wikipedia e siti addetti, annessi e connessi, per cui sono stati associati nel corso degli anni registi di rilievo come Stephen Frears e Tom Hooper e come protagonista fu inizialmente designato il birbante, provocatore Sacha Baron Cohen, eccetera, eccetera, non l’avevo ancora personalmente visionata, devo confessarvi la verità.

Ne avevo infatti sentito parlare talmente male, con tanta sfacciata, puntigliosa, insopportabile cinefilia boriosissima e altezzosità severa, d’aver rinunciato a vederla in sala ai tempi della sua uscita sui nostri schermi, avvenuta ovvero il 29 Novembre dell’anno scorso.

Bohemian Rhapsody, essendo (mi pare inutile rimarcarlo ma comunque necessario per dovere recensorio) un biopic su una delle rock band più amate, leggendarie e celebrate di tutti i tempi, vale a dire i Queen, ma in particolar modo incentrata quasi però esclusivamente sulla figura del suo storico, indimenticabile frontrman Freddie Mercury, ha naturalmente fatto sfracelli al botteghino, incassando cifre da capogiro a fronte dei suoi soli cinquantadue milioni di dollari di budget.

Un budget alquanto ridicolo, considerando che si parla appunto di una biografia cinematografica che abbisognava di varie, cospicue scene di massa per i gremiti concerti e di un notevole dispendio decorativo per la ricostruzione piuttosto, sì, contemporanea della vicenda ma pur sempre d’epoca, trattandosi di eventi successi non tanto in là. Nel loro cotanto protendersi sinuoso quanto linearmente dipanarsi didatticamente filologico, seppur semplificato, per non dire spesso abbozzato e superficialmente talvolta incongruente o impreciso, messo scolasticamente in scena con una narrazione esageratamente schematizzata.

E nonostante lo spropositato quanto, ripetiamo, prevedibile successo planetario in termini d’incassi e il quasi unanime apprezzamento sperticato degli spettatori, la Critica non gli è stata assai benevola. Perlomeno il film ha visto critici schierarglisi apertamente contro che hanno definito questa pellicola come la solita, agiografica, romanzata ed edulcorata, civettuola biografia musicale, sceneggiata all’acqua di rose e in forma quasi bambinesca, a dispetto comunque delle firme alquanto illustri dei suoi writer Peter Morgan (The Queen – La regina) ed Anthony McCarten (La teoria del tutto), e critici invece a essa molto più accondiscendenti o addirittura lusinghieri. I quali hanno favorevolmente accolto Bohemian Rhapsody, definendolo un film che, al di là dei suoi immancabili difetti, dei suoi toni mielosamente elegiaci, delle sue madornali pecche di scrittura e delle sue consistenti banalità registiche, ha centrato pienamente il suo bersaglio, avvincendo proprio per la sua spudorata, commovente schiettezza emozionale. Ingenua, appassionante, furbescamente ammiccante nei confronti di chi, già sfegatato fan irriducibile da una vita dei Queen, desiderava solo che, così come infatti puntualmente è avvenuto, si esaltasse e divinizzasse in modo gloriosamente idolatrante il loro intoccabile idolo immortale Freddie Mercury.

Sì, da questo punto di vista, Bohemian Rhapsody funziona. Anche parecchio.

Perché poco importa che si sia stati sciatti e poco accurati, se non addirittura grossolani, nell’abbellire in modo eccessivamente retorico la figura, sì, immensamente carismatica di Mercury pur così piena d’inquietanti ombre che avrebbero meritato certamente un maggiore approfondimento introspettivo.

E che i membri della band, Brian May e Roger Taylor soprattutto, incarnati rispettivamente da Gwilym Lee e da Ben Hardy, siano stati ridotti a macchiette bidimensionali. Recitando battute ovvie e perfino imbarazzanti.

Perché a tutti gli estimatori di Queen importava soltanto che la loro icona Mercury fosse descritta con finezza, cesellata con delicata cura amorevole, glorificandone le fragilità e decantandole come pregi mirabili e straordinari, omettendo volutamente i tratti oscuri di una personalità assai più complessa, poderosa, emotivamente ambigua quanto inimitabile, debordante, folcloristica, perversamente trascinante.

E non aspettavano altro che l’annunciato show finale del Live Aid di Wembley.

Che in effetti da solo varrebbe il prezzo del biglietto in quanto senz’ombra di dubbio sortisce magicamente il suo appassionantissimo impatto memorabile.

Bohemian Rhapsody è sostanzialmente un bel film perché Malek fisiognomicamente assomiglia invero ben poco al vero Mercury. Ma questo ragazzo ha infuso alla sua rappresentazione di Mercury una tale commovente energia, una così contagiosa forza interpretativa toccante da mettere i brividi.

Al di là del pacchiano trucco posticcio e degli esagerati dentoni da castoro appioppatigli nel viso, Malek non ha infatti soltanto riprodotto fedelissimamente le esatte posture e la celeberrima mimica di Mercury, bensì ha compiuto prodigiosamente un lavoro ben superiore, gli ha trasmesso un’anima tutta nuova, l’ha reinventato a immagine e somiglianza tenerissima del suo viso iper-espressivo, ricreandolo e plasmandolo in modo rivoluzionario e stupefacente. Personalissimo e monumentale.

Davvero una prova da Oscar.

Quindi, Bohemian Rhapsody, sì, non è né più né meno del solito, esaltatorio biopic su una mitica rockstar.

Malek non è stato, ad esempio, il bolso Val Kilmer/Jim Morrison di The Doors,

Malek si è distinto alla grandissima.

Trasformando un film oggettivamente mediocre in un film da ricordare.

di Stefano Falotico

 

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