Racconti di Cinema – Quei bravi ragazzi di Martin Scorsese con Ray Liotta, Robert De Niro e Joe Pesci

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Ebbene, stavolta ci concentriamo su un film oramai leggendario, che possiamo senz’ombra di dubbio annoverare fra i grandi capolavori di Martin Scorsese, ovvero il mitico, incendiario, irresistibile Quei bravi ragazzi (Goodfellas).

Ve ne parliamo ancora, in occasione del suo recentissimo passaggio televisivo di qualche giorno fa e per via del fatto che, certamente, presto sentiremo parlare dell’immenso Scorsese poiché, come sapete, a fine anno (salvo contrattempi), il suo attesissimo The Irishman sbarcherà su Netflix (e noi ci auguriamo anche nelle sale), ineludibilmente uno dei film più importanti ed epocali dell’intera stagione cinematografica. Anzi, non siamo allibratori, ma siam pronti a scommettere che The Irishman, se le enormi aspettative saranno rispettate, per come l’epicità del progetto si è ingenerata in crescendo rossiniano vertiginoso e per come già la sua monumentale, fantasmagorica aura fascinosamente lo ammanta di leggendarietà, verrà consacrato istantaneamente come assoluta pietra miliare della Settima Arte. O, perlomeno, lo speriamo vivamente.

Ma torniamo a Quei bravi ragazzi.

Scritto da Scorsese assieme a Nicholas Pileggi, e tratto dal libro Wiseguy di quest’ultimo. Un libro che fu tradotto anche in italiano per la collana Azzurri Italiani della Rizzoli del 1987, col titolo Il delitto paga bene, novella però attualmente rara da trovare.

In questo mastodontico film che n’è appunto il suo geniale adattamento, si racconta la vita del pentito Henry Hill, la sua inevitabile iniziazione criminale, e la sua discesa negli inferi della malavita stessa.

Henry Hill (un magnifico Ray Liotta, nel ruolo, tutt’ora insuperato, lifetime della sua carriera) è un adolescente di sangue mezzo irlandese e mezzo italiano che cresce in un famigerato quartiere molto malfamato di Brooklyn. E dunque, giocoforza, visto l’imprinting ambientale che riceve dalle sue cattive frequentazioni sin da quando è giovanissimo, avrà l’unica, quasi inesorabile scelta di abbracciare appunto la criminalità. Diverrà allora il pupillo di un boss locale della famiglia Lucchese, Paul Cicero (Paul Sorvino), che lo farà entrare in una gang fin a che, in un’escalation irreversibile, scalerà ogni delinquenziale vertice, partendo con qualche furtarello e piccolo contrabbando, poi diventando amico sempre più stretto del gangster Jimmy Conway (Robert De Niro) e dello scellerato, iracondo, folle Tommy DeVito (Joe Pesci), facendosi piacevolmente trascinare nelle loro losche imprese bandistiche e scriteriate.

“Simpaticamente”, si fanno chiamare bravi ragazzi. Tipi in gamba, certo, a delinquere.

Henry crescerà così, con amici tanto “fidati”. S’innamorerà di una donna (Lorraine Bracco), la sposerà, avrà da lei due figlie, vivrà nell’immoralità e nel lusso più sfrenato, tradirà la sua donna per una squallida amante, e poi assieme ai suoi amici compirà un furto pazzesco, un immane colpo alla Lufthansa. E, sarà proprio allo zenit del suo successo e di quello di Jimmy Conway e Tommy DeVito, che il suo impero del crimine, assieme a quello di tutti gli altri, rovinosamente si sbriciolerà in mille pezzi fra colpi bassi e impazzimento collettivo. Saranno messi alle strette dalla macchina giudiziaria e il malsano sogno americano sfuggirà di mano a Henry, DeVito sarà assassinato per aver compiuto uno sporco, imperdonabile sgambetto ai Gambino, Jimmy invece si defilerà sempre più paranoicamente. Henry, sull’orlo del collasso nervoso, alla fine, incastrato dalla narcotici, che rinverrà in casa sua un grossissimo quantitativo di droga, sarà arrestato e così, pur di garantirsi la libertà vigilata, si affilierà al programma di protezione testimoni dell’FBI, confessando ogni malefatta e tradendo il patto d’onore dei bravi ragazzi, sputando vigliaccamente dalla sua corrotta bocca tutti i nomi dell’organizzazione mafiosa.

Dopo tanto divertimento, soldi a non finire, vizi, stravizi e sterminato agio, Henry Hill diventerà un “normale” cittadino. A triste sigillo della pietra tombale di un’epopea gangsteristica irripetibile, che è volata via come un’intera vita vissuta dalla parte sbagliata. Una vita difficile ma anche piena di gioie ed esaltazioni da rimpiangere malinconicamente sino alla morte.

Attori in stato di grazia, scene memorabili che si sprecano, regia magistrale di uno Scorsese all’apice della sua furiosa inventiva, un Joe Pesci sacrosantamente premiato con l’Oscar come migliore attore non protagonista, fotografia del grande, compianto Michael Ballhaus e montaggio di una scatenata Thelma Schoonmaker. Ma, scandalosamente, soltanto il contentino di un Leone d’Argento – Premio Speciale per la miglior regia al Festival di Venezia, per un film che meritava molto di più a livello di riconoscimenti. Ma quello era l’anno anche di Balla coi lupi, che lo sconfisse e fece sfracelli agli Academy Award.

Dai, rivediamolo ancora.

 

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di Stefano Falotico

 

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