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MARLOWE – Omicidio a Poodle Springs, recensione

Un bel Marlowe, attempato e quasi del tutto pelato, interpretato con allure dal filibustiere e lupo di mare Caan. Con la bellissima Meyer, attrice scomparsa. Su tale missing, investigherà Hercule Poirot? Ah ah.Marlowe JamesCaan

Ebbene, oggi, ivi svincolato da canoni editoriali e da “dittatoriali” regole SEO, recensirò a mo(n)do mio tale opus, ovvero il lungometraggio per la tv, il film della HBO, distribuito nel ‘98, succitato nel titolo e col sottotitolo enunciatovi. Marlowe, private eye, cioè investigatore privato, creato e partorito dalla poliedrica e fantasiosa mente noir di Raymond Chandler, celeberrimo detective che sarà ampiamente citato nel mio imminente libro Il commissario Falò 2, alias il sequel del capostipite, è stato interpretato, ça va sans dire, da una miriade d’attori dei più disparati e più o meno famosi e mi pare pleonastico star qui a citarveli uno per uno, sì, singolarmente e pedantemente. Recatevi perciò qui e informatevene dettagliatamente, per modo di dire. https://it.wikipedia.org/wiki/Philip_Marlowe  DinaMeyer Marlowe David Keith Poodle Springs

Wikipedia è una fonte attendibile? Più che altro sbrigativamente dizionaristica, dunque generalista, ovviamente, è risaputo internazionalmente. Prossimamente, assisteremo allo stroncato, perlomeno dall’intellighenzia critica d’oltreoceano, Marlowe di Neil Jordan con Liam Neeson. L’unica pellicola col cognome di Philip e basta. Diretto dal compianto Bob Rafelson (Cinque pezzi facili), tale Marlowe preso in questione, “filmetto” anomalo e d’impianto, giustappunto, da format per il piccolo schermo a mo’, quasi, di episodio dilatato da fiction di matrice investigativa, pare una puntata del tenente Colombo? No, e vi è il grande James Caan. Ora, grande è una parola grossa. Spesso bravissimo, soprattutto, soventemente habitué della mansion di Marilyn Manson? No, di Hugh Hefner, sì, un vero Playboy del c… zo! Usando un francesismo, in senso metaforico, eh eh, un tombeur de femmes più figlio di puttana del suo celebre Sonny di The Godfather. James Caan, una “face” da culo come porco, no, come poche per tante porche. Pare che avesse anche una gran oca. E, dopo essere stato con bellissime donne, dopo amplessi ficcanti e piccanti, con codeste intrattenitrici, eh, consumati in maniera caliente, dopo la consueta sigaretta post-orgasmi più o meno appaganti, cantava loro tante canzoni romantiche e/o agrodolci in Karaoke, ubriaco fradicio con tanto di bourbon, in mezzo a innumerevoli bone. A parte questa parentesi goliardica e porcellesca, inventata sin ad un certo punto, arriviamo, cari uomini à la Caan, no, cani o forse volponi, insomma, men lupeschi, a Dina Meyer, enorme figone, no, alla trama di questo filmone? No, abbiamo detto, è un film per la tv via cavo e non è un granché? Macché, bello parecchio, diciamo, più correttamente, unico e speciale. Osé, no, oso dire, assai godibile quasi quanto il lato b di Dina. In una scena espostoci da dietro. Per forza, il didietro va mostrato davanti? Che gnocca… ma non vediamo la sua pussy. In originale, intitolato solamente Poodle Springs, qui tal teleplay, sì, la sceneggiatura per la televisione, è firmata dal valente Tom Stoppard (Brazil, Shakespeare in Love, Rosencrantz e Guilderstein sono morti, Anna Karenina, ah, però), che adattò il romanzo omonimo, scritto naturalmente da Chandler, stavolta in collaborazione “anomala” con Robert B. Parker, prodotto, fra gli altri, da Sydney Pollack e Jon Avnet (executive producers), musicato da Michael Small ed elegantemente fotografato da Stuart Dryburgh, eccone la trama, in english, riportatavi testualmente da IMDb: An aging Phillip Marlowe gets mixed up with blackmail and murder amongst the elite social set in 1963.

Be’, detta così, non potete capirne la vicenda, nevvero? Sapete solo la data della sua ambientazione? Abbiate quindi un infallibile intuito alla Marlowe, sforzatevi, forse capirete che, all’epoca, David Keith, qui nei panni di Larry Victor (identità peraltro fittizia), era carino e “sexy”, cazzuto come Caan in Rollerball. Il quale, negli anni settanta, fra un mettere a novanta una pattinatrice sensuale alla pari di Katarina Witt, non solo di Ronin, e moltissime playmates, nascondeva molti suoi flirt ma nessuno scheletro nell’armadio. Un Marlowe, il suo, qui sposato ma Caan portò mai una donna all’altare, malgrado i suoi scabrosi altarini? Di contraltare, no, d’altronde, questo sito mente spudoratamente. In fallo, no, infatti, nessuno crede alla balla secondo cui Caan ebbe solo sei rapporti sessuali? No, ufficiali: https://www.whosdatedwho.com/dating/james-caan Un vero culo, no, cult movie. Una chicca, mie checche, checché se ne dica. Un Rafelson coi coglioni, un bijou. Vi do or un bacio e fumo, alla maniera di Marlowe, una Camel? No, una Philip Morris. Nel cast, Brian Cox (Manhunter, Zodiac) e Joe Don Baker che, in Cape Fear – Il promontorio della paura, fu già un “Marlowe” sui generis.Marlowe Poodle Springs poster James CaanJames Caan Dina Meyer Poodle Springs

di Stefano Falotico

 

 

THE LAST KINGDOM: Sette Re devono morire, recensione

Ebbene, oggi recensiamo l’apprezzabile, sebbene non eccezionale, altresì meritevole di visione, da noi seguentemente disaminato, The Last Kingdom: Sette Re devono morire (The Last Kingdom: Seven Kings Must Die), film targato Netflix, distribuito, come sovente avviene, su tale piattaforma di streaming, oramai la più proficua e famosa al mondo, in contemporanea mondiale a partire dallo scorso 14 Aprile.Last Kingdom seven kings must die poster

The Last Kingdom: Sette Re devono morire è un opus della corposa durata di un’ora e cinquantuno minuti netti, firmato da Edward Bazalgette. Il quale, dopo averne diretto la serie omonima, eccezion fatta per il sottotitolo, a sua volta tratta da una stimata serie di romanzi raccolti nella silloge intitolata La storia dei re sassoni, concepita e partorita dalla fervida e fantasiosa mente onirica e creativa del valente Bernard Cornwell, per l’occasione, ne generò un film figlio, potremmo dire, d’una sua costola.

Discretamente accolto dalla Critica statunitense, perlomeno basandoci sulla percentuale attestata dal sito aggregatore di medie recensorie, metacritic.com, esattamente equivalente al 45% di opinioni favorevoli, The Last Kingdom: Sette Re devono morire, interamente sceneggiato da Martha Hillier, ispiratasi giustappunto ai personaggi inventati dalla penna del succitato e assai stimato Cornwell, cioè nientepopodimeno che colei che adattò i singoli script di tutti gli episodi della serie tv sopra menzionatavi, è, naturalmente, sempre parimenti, però stavolta in versione prettamente filmica in termini di lungometraggio, una storia ambientata nel Medioevo di matrice assai vagamente fantasy e addirittura biblico-cristologica. Che ne riprende, in particolar modo, il protagonista principale, ovvero Uthred.

Di cui, sottostante, brevissimamente ma esaustivamente, riporteremo la trama, anzi, vi riporteremo testualmente la sinossi espressa su IMDb, senza dunque rivelarvi molto e soprattutto senza compiere alcuno spoiler:

Sulla scia della morte di re Edoardo, Uhtred di Bebbanburg e i suoi compagni si avventurano in un regno fratturato nella speranza di unire finalmente l’Inghilterra.

Rude, sanguinario, visivamente eccellente in molti punti, in virtù della nitida fotografia di Luke Bryant che ottimamente, nel suo adamantino gioco di luci fascinoso, si destreggia fra crepuscolari scure scene notturne e riprese panoramiche grandangolari, recitato impeccabilmente da tutto il variegato, interminabile cast notevole, su cui spiccano le presenze corpose, massicce e fotogeniche di Mark Rowley (Finan), Harry Gilby (Aethelstan), Laurie Davidson (Ingilmundr), Ewan Horrowks (Aelfweard), Jacob Dudman (Osbert), Agnes Born (Astrid), Pekka Strang (Anlaf), Ingrid García-Jonsson (Brand), Zak Sutcliffe (Edmund), Elaine Cassidy (la regina Eadgifu), Cavan Klerkin (Pyrlig), James Northcote (Aldhelm) e specialmente di Alexander Dreymon (Uthred), The Last Kingdom: Sette Re devono morire, malgrado la sua lentezza, a tratti soporifera ed eccessiva, si lascia vedere volentieri e, in alcuni punti, forse però troppo pochi, profuma di epicità folgorante e autentica. Specialmente nell’ultima mezz’ora, sfoderandoci una scena di battaglia che, memore del fastoso, sebbene retorico Braveheart, avvince grandemente.

Malgrado la magniloquenza estetica e la cura formale, le musiche del trio formato da Danny Saul, John Lunn & Eivør Pálsdóttir sono pompose ma poco emozionanti, enfatizzanti in modo non necessario, perfino poco funzionali e spesso mal sincronizzate alle immagini. Inoltre, nonostante l’impegno lodevole, come detto dei bravi attori coinvoltine, la pellicola non ci presenta nulla di nuovo e ripropone stancamente la formula, oramai troppo abusata, ahinoi inflazionata e non più di moda, del film storico-drammatico a tinte, potremmo dire, pesantemente medioevalistiche. Camminando, cinematograficamente parlando, a passo lento e poco emotivamente coinvolgente.

Da raffrontare, sebbene assai divergente nell’intreccio e nei suoi sviluppi, col sopravvalutato The Northman di Robert Eggers. Anche qui si fa chiaro riferimento, specie nel finale, al mito del Valhalla.Alexander Dreymon Seven Kings Must Die

di Stefano Falotico

 

WONDER BOYS, recensione

Ebbene, oggi per i nostri Racconti di Cinema, salteremo indietro nel tempo, approdando mnemonicamente e, in modo recensorio, all’anno duemila nel quale uscì il film da noi, nelle prossime righe, disaminato, ovvero l’intrigante e suggestivo Wonder Boys, opus targato e firmato dal compianto, altalenante eppur sempre interessante Curtis Hanson. Che, dopo una serie di pellicole probabilmente irrisolte, financo mediocri, quali per esempio La mano sulla culla e Un week end da leone, da non confondere col quasi similare nella dicitura, decisamente più famoso e superiore, Un mercoledì da leoni di John Milius, cominciò improvvisamente e vertiginosamente a distinguersi notevolmente, infilando e indovinando tutta una serie di film qualitativamente apprezzabili, peraltro spaziando, con forte e distinta personalità e versatilità rilevante, in svariati generi, significativamente diversificandosi e spaziando mirabilmente da The River Wild – Il fiume della paura al notevole L.A. Confidential, realizzando giustappunto tal bello Wonder Boys e poi girando il nient’affatto disdicevole 8 Mile con Eminem.douglas wonder boys frances mcdormand wonderboys douglas mcdormand wonderboys

Wonder Boys è un film drammatico dalle leggiadre e godibili tonalità crepuscolari, melanconiche e morbidamente avvolgenti, sapidamente mescolante toni da commedia brillante, assai scanzonata e gustosa, a parentesi più seriose e riflessive, della durata corposa di circa 2h nette, interamente sceneggiato da Steve Kloves (In gara con la luna e writer di tutto il franchise di Harry Potter a partire dalla pietra filosofale…) che, per l’occasione, adattò un importante romanzo omonimo di Michael Chabon. Per tale suo adattamento, ricevette la nomination agli Academy Awards per la categoria best adapted screenplay, ovverosia per la miglior sceneggiatura, per l’appunto, non originale. Accolto favorevolmente dall’intellighenzia critica statunitense, tanto da riscontrare a tutt’oggi una lusinghiera media, su metacritic.com, equivalente al 73% di pareri positivi, eccone la trama:

Un professore di scrittura creativa, di nome Grady Tripp (un Michael Douglas compiaciutamente abbruttitosi che ivi pare più attempato di come, invero, lo fosse all’epoca), parzialmente disilluso, il cui unico romanzo, intitolato La figlia dell’incendiario, riscosse larghi plausi però oramai lontani, vive di rendita sul suo carisma e fascino da intellettuale pittoresco, quasi grottesco e tenero, e trascorrerà una settimana infuocata, burrascosa e sia professionalmente che sentimentalmente complicata. È stato, infatti, appena lasciato da sua moglie, deve vedersela col suo editor gay Terry (Robert Downey Jr.), ha ricevuto la notizia esaltante, altresì preoccupante, che la sua amante e rettore Sara (Frances McDormand) aspetta un figlio da lui, si trova costretto a gestire un cane morto ammazzato di proprietà del marito di quest’ultima, per di più deve gestire il “talento” peculiare, in senso tout–court, del suo miglior allievo tanto promettente quanto problematico grandemente, James Leer (un ottimo Tobey Maguire). Come se non bastasse, l’avvenente ma troppo giovane sua pupilla Hannah Green (Katie Holmes) ha un debole per lui e non fa nulla per nasconderlo in modo imbarazzante, attratta com’è da un uomo tanto più vecchio di lei quanto superiormente e irresistibilmente affascinante. Come andrà a finire in questo piacevole gioco di schermaglie amorose, battibecchi scoppiettanti e una miriade di personaggi stralunati e non poco caratterialmente difficili?

Premiato con l’Oscar per la migliore canzone originale Things Have Changed, composta e consuetamente cantata dal Nobel Bob Dylan, egregiamente fotografato dal nostrano mago delle luci Dante Spinotti, ex habitué di Michael Mann e già cinematographer per Hanson del succitato L.A. Confidential, Wonder Boys non è un film perfetto, anzi, tutt’altro. Forse, il suo minutaggio è eccessivo, andava quindi un po’ scorciato e la sua narrazione disomogenea appare, a lungo andare, scocciante, perdonateci per il voluto gioco di parole, rivelandosi sovente scollata e, a tratti, perfino scontata, alcune battute, inoltre, non vanno a segno a dovere e non sono appieno graffianti.

Ciononostante, trasuda di pura autenticità genuina e l’atmosfera che se ne respira è quella del buon, hollywoodiano Cinema classico, elegante ma non pretenzioso, autoriale ma non artistoide nel senso spregiativo della parola.

Gli attori sono in gran forma e Michael Douglas, pur recitando en souplesse e con la sordina, non usa il cosiddetto attoriale pilota automatico, bensì, con impari classe e superbo mestiere da interprete navigato, cesella e caratterizza il suo personaggio con istrionica bravura ineccepibile, infondendone, comme d’habitude, carismatica allure che vale, eccome, il prezzo del biglietto.

Wonder Boys, però, al di là del suo parterre e del suo cast eterogeneo e affiatato, al di là della stupenda cura formale dei dettagli, indubbiamente pregiata e, ripetiamo, in molti punti spesso addirittura magnifica, disperde molto del suo iniziale potenziale, smarrendosi lungo il suo filmico viaggio e ammosciandosi in un finale veramente troppo buonista e dolciastro.

Peccato, rimane un signor film ma poteva essere molto, molto di più.

Piccola nota finale: Frances McDormand, tanto grandiosa ed oscarizzata quanto scambiata per una bruttina, per non dire bruttona, qui in molte scene, invece, pare figa da morire. E i suoi occhi sono magnetici.
Scusatemi per tale faloticata in The End ma vi devo dire la verità. Comprendo quindi perché il personaggio di Douglas ne sia innamorato. Anche io, a vederla qui, me la sarei scopata.

D’altronde, il character della Holmes dice a Douglas che un grande scrittore, citando a sua volta l’insegnamento da lui impartitole, deve compiere delle scelte. Perciò, deve tagliare il superfluo e accorciare le parti troppo descrittive e i momenti esageratamente ridondanti e digressivi.

Ecco, il Falotico, cioè l’author di quest’articolo, è, che vi piaccia o meno, uno scrittore, anche recensore.

E avrebbe dovuto probabilmente “censurare” le ultime righe riguardanti le fighe, no, solo questa figa, la bellezza e il sex appeal insospettabili della McDormand.

Ma, in tal ca… o, non tagliamo un caz… o.

Francamente, nella scena in cui Douglas è a terra e la McDormand, in minigonna nera e calze nere, per aiutarlo ad alzarsi, si china, mi è diventato duro come un nero.Wonder Boys posterdownet jr wonder boys

di Stefano Falotico

 

CONFLITTO DI CLASSE (Class Action), recensione

Ebbene, oggi salteremo indietro nel tempo d’oltre tre decadi, giungendo all’inizio dei nineties, disaminando la bella, ahinoi, leggermente misconosciuta, specialmente alle nuove generazioni, pellicola intitolata Conflitto di classe (Class Action), opus del ‘91 diretto dal compianto Michael Apted (Gorilla nella nebbia, Gorky Park), purtroppo deceduto e venuto a mancare solamente due anni fa.Gene Hackman conflitto di classeColin Friels Class Action

Pellicola della robusta, tesa e avvincente durata di centodieci minuti corposi e palpitanti, girata con piglio e sobria eleganza formale, Conflitto di classe è un legal thriller assai peculiare, basato su una granitica, ottimamente strutturata e dialogata sceneggiatura scritta dal valente trio formato da Carolyn Shelby, Christopher Ames & Samantha Shad, vertente su un fantasioso, anomalo e assai intrigante caso giudiziario sui generis. Qui espostoci e diramatoci con registica finezza magistrale, malgrado l’impianto, naturalmente, convenzionale e piuttosto in linea coi canovacci, tutto sommato, abbastanza rispettosi dell’hollywoodiano mainstream tipico del Cinema a stelle e strisce di quel periodo. Eccone la trama, molto sintetizzatavi anche per non sciuparvene le sorprese nell’eventualità che foste fra coloro che non hanno mai visto questo film:Mastrantonio Class Action

Il veterano ed esperto avvocato tutto d’un pezzo di nome Jedediah Ward (incarnato, con la consueta bravura rocciosa e inattaccabile, da un gigantesco e grintoso Gene Hackman), per curiose coincidenze del fato e delle contingenze particolari, si trova a fronteggiare, in aula di tribunale, nientepopodimeno che sua figlia Maggie (Mary Elizabeth Mastrantonio, Scarface). In quanto, il destino ha stranamente voluto che entrambi i succitati legali, schierati su fronti opposti, diametralmente antitetici, siano costretti a battagliare l’uno contro l’altro in merito a un caso concernente una famosa casa automobilistica. Accusata da un cliente d’aver commercializzato automobili “fallate” per cui patì un calvario. Maggie s’occupa dell’accusa contro costui, mentre il padre Jedediah della difesa e la disputa fra i contendenti, a riguardo dell’ostico contenzioso appena delineatovi, avverrà senza esclusione di colpi. Forse, però qualcuno occultò delle prove determinanti ai fini dello svelamento della verità finale e risolutiva. Chi vincerà, fra padre e figlia legulei, nell’avanzante, incalzante e crescente rivaleggiarsi in modo spasmodico e chi fra i due risulterà il vincitore del conflitto, giustappunto, nell’avvicendarsi sussultante di dure schermaglie e beffarde, ciniche scaramucce non soltanto professionali, bensì psicologicamente personali da consanguinei indomiti? Maggie non ha mai perdonato, inoltre, al padre, i continui tradimenti che inflisse alla moglie Estelle (Joanna Merlin), il cui personaggio, a metà del film, muore d’infarto e la cui tragica dipartita fomentò cattivi ricordi apparentemente sepolti e dimenticati, altresì riaprendo ferite che parvero cicatrizzate.

Egregiamente fotografato da Conrad L. Hall (premio Oscar per American Beauty), su retoriche ma efficaci musiche, in colonna sonora, del collaudato James Horner, Conflitto di classe, nonostante qualche inutile lungaggine e alcuni momenti sensazionalisticamente enfatici, financo esageratamente melodrammatici, regge alla grande il peso delle sue due ore circa di durata, non annoiandoci mai malgrado la sua ambientazione quasi esclusivamente circoscritta, da kammerspiel “teatrale” inconsueto, in aula di giudizio. Alternato bellamente a notevoli, per quanto, ribadiamo, reboanti e tribunizie, stavolta in senso lato, parentesi intimistiche. Il mostro sacro Hackman (Lo spaventapasseri), come già detto, è eccellente ma non da meno gli è la superba Mastrantonio che dà sfoggio di recitativa pregevolezza e classe, è il caso di dirlo, impari. Anzi, ad essere sinceri, è invero la Mastrantonio ad avere le scene madri… sostenendole con sfumature espressive da attrice sia avvenente, esteticamente, che meravigliosa dal punto di vista prettamente istrionico. Conflitto di classe non è un grande film, ci teniamo a specificarlo e chiarire ciò seccamente, eppur è un film che sbaglia pochissimi colpi e va a segno drittamente. La livida e languida, quasi mortifera San Francisco, città ove si svolge la vicenda, è perennemente immersa nel tiepido e morbido, avvolgente crepuscolo plumbeo di giornate uggiose e il perfetto cast di contorno, fra cui sono perlomeno da citare le presenze di Laurence Fishburne (John Wick 4, qui accreditato come Larry) e del funzionale Colin Friels, contribuiscono ulteriormente a impreziosire e cesellare maggiormente un film non di certo esente da difetti ma pienamente godibile e sovente molto emozionante.Class Action Hackman poster Hackman classaction Mastrantonio

di Stefano Falotico

 

JOHN WICK, recensione forse ero(t)ica o ironica, alla Falò?

Ivi, stavolta sganciato dai vicoli ciechi dei sobborghi malfamati parigini, ovvero ogni banlieue de La Haine/L’odio di Kassovitz, no, libero da restrittivi e costrittivi vincoli editoriali, scriverò una recensione pittorica come se fossi uno strampalato artista-scrittore barbone di Montmartre, all’insegna della Marsigliese, sì, evviva le moto di questa pellicola, no, il celeberrimo motto rivoluzionario di ogni Robespierre contro le prostitute P.R. e le (ig)nobili digital creators, ovverosia ogni maîtresse, detta altresì entraîneuse, odierna. Quindi, vi ghigliottinerò se non urlerete di rabbia come i protagonisti di Athena, no, se non griderete a squarciagola Liberté, Égalité, Fraternité! Rivogliamo il Cinema vérité e non, per dirla alla bolognese, ‘ste caghè! Sennò, sì, altrimenti, cari dementi, vi nanizzerò e tratterò da attori monstre, no, a mo’ di tremendi Gremlins, no, Gargoyle(s) della Cathédrale Notre-Dame de Paris. Oramai bruciacchiata, quando appieno restaurata? Cascata a pezzi come Jonathan, alias John, Wick. Ma giammai fatiscente, anzi, rinnovata come se fosse stata riscolpita da Michelangelo Buonarroti. Che curò la facciata della basilica di San Pietro ove Papa Bergoglio tornerà a pontificare dal balcone malgrado la sua grave infezione ai polmoni? Ebbene, secondo la trama-sinossi di Google, in english, riportatavi, testualmente e integralmente, seguentemente: With the price on his head ever increasing, legendary hit man John Wick takes his fight against the High Table global as he seeks out the most powerful players in the underworld, from New York to Paris to Japan to Berlin.McShane Reeves Fishburne John Wick 4

Cosicché, per questo film inspiegabilmente osannato dall’intellighenzia critica mondiale, venerato da ogni “ufficiale” media recensoria di Rotten Tomatoes & metacritic.com, mentre impazza il caso riguardante Donald Trump, accusato di aver criminosamente tacitato Stormy Daniels dopo aver ricevuto da lei molto più d’una fellatio a mo’ della mitica Monica Lewinsky che a Clinton offrì più d’un whisky nella stanza “orale”, parlerò à la Falotico, irosamente agguerrito come Baba Yaga. Ora, capisco che sua moglie, incarnata nel capostipite da Bridget Moynahan, fosse un’ottima figa e che il suo cagnolino era affettuoso e carino. Però, Keanu Reeves, alla soglia delle sessanta primavere, può ancora permettersi di far quel caz… o che vuole, cioè essere Il piccolo Buddha, gay come in Belli e dannati oppure tornare a sbattersi Sandra Bullock. Secondo me, ha pure i soldi per intestare la Torre Eiffel a lui. Detto ciò, John Wick, dopo essere stato scomunicato nel secondo capitolo secondo una Tavola poco Rotonda, no, da dei tonti in modo papale (papale), dopo aver sfrecciato, nel terzo episodio, lungo le strade alla pari del Valentino Rossi che fu, qui deve fronteggiare il Marchese Vincent De Gramont/Bill Skarsgård. Come dicono in meridione, un trimon’! Ovvero il clown Pennywise, futuro Nosferatu, qui decisamente più ricco dell’ex Presidente Nicolas Sarkozy. Ma, stranamente, nonostante il bel faccino da porcellino, mangia solo i pasticcini, combina un pasticciaccio e non è “accompagnato” dalla Carla Bruni di turno. Preferisce stare con le gambe accavallate al Louvre, giuocando al ruolo della Gioconda coglione. Ce l’ha con John perché gli sta sulle palle. Al che, commissiona ai suoi scagnozzi di farlo fuori. Affidando a Donnie Yen/Ip Man l’arduo compito di eliminare il nostro hitman. Da non confondere col man succitato, interprete di It. Donando, peraltro, molto più d’uno japanese yen al sig. Nessuno/Shamier Anderson se l’aiuterà… Partiamo con l’Hotel Continental, su luci stroboscopiche di Dan Laustsen, imitanti lo stile fluorescente di Solo dio perdona di Nicolas Winding Refn, proseguiamo con l’ex proprietario d’un famoso albergo andato a puttane, Winston/Ian McShane, ridottosi quasi homeless alla pari di Bowery King/Laurence Fishburne, il quale, nell’incipit, cita Dante Alighieri, vediamo Scott Adkins che combatte come davvero sa lottare sul ring ma è grasso/truccato come Cristiano Malgioglio, arriviamo quindi alla pleonastica e forzata, insistita citazione de I guerrieri della notte, a scene d’inseguimento “computerizzate” e non girate in forma realistica alla John Frankenheimer di Ronin, sin naturalmente al duello ineluttabile e finale ai piedi della basilique du Sacré-Cœur. Prima però, in notturna e luci al neon ritoccate più del lifting di Yen, abbiamo assistito all’Arco di Trionfo e allo stesso Caine/Yen che beve il caffè al bar Triunfo di Pomarico (MT), no, a un bistrot che, sullo sfondo, presenta un cartellone che pubblicizza ancora il Moulin Rouge! di Baz Luhrmann, no, promuove sol il locale suddetto che ospitò il painter storpio Henri de Toulouse-Lautrec.DonnieYen JohnWick4

Ivi, Caine/Yen è più cieco di Daredevil, è più disilluso di Al Pacino di Scent of a Woman ma è un amico più fedele del cagnaccio di Mister Nessuno.

Pochi giorni fa, è morto Lance Reddick. Qui, il suo personaggio muore dopo 5 min. dall’inizio. Resusciterà anche lui in John Wick 5? D’altronde, John non muore mai. Casca varie volte da “strapiombi” alla Rambo ma non ha bisogno di cucirsi da solo il bicipite martoriato. Si sgranchisce le gambe, non è rimasto offeso, la sua colonna vertebrale e il suo midollo osseo sono sempre intatti, non subisce nessun trauma cranico e ha la forza di salire e risalire i 222 gradini che conducono alla Basilica di San Luca in quel di Bologna… ah ah, no.

Perché tutti noi aspettiamo che Tyler Bates & Joel J. Richard, imitando malissimo, le colonne sonore di Ennio Morricone, finalmente eppur terribilmente ci propongano una musica “epica” mal sincronizzata ai primissimi piani di Reeves e Yen. Sergio Leone, se ci sei, batti un colpo.

Dico, roba, infatti, che Per qualche dollaro in più e Il buono, il brutto, il cattivo se la sognavano, come no. Perciò, fra scopiazzature di John Woo e Jonnie To, perfino di Exiled, fra color correction per l’alba crepuscolare di Parigi che realizzo meglio io col programma Sony Vegas 2013 (!), la saga (non) termina. Prima di (non) morire, Keanu/Wick, ricorda in flashback che, quando sbaciucchiava la Moynahan, aveva un capello corto da parrucchiere della filiale Jean Louis David d’un centro commerciale qualsiasi, mentre ora, malgrado una miriade di calci e pugni, dopo una notte interminabile e sangue a fiotti, la sua capigliatura è da Raz Degan dei tempi d’oro quando scopava di brutto e di burro, alla pari di Brando in The Last Tanga, no, Tango in Paris, Paola Barale, prima dell’Isola dei Famosi, soprattutto prima che diventasse un ascetico con la faccia da pirla come Lapo Elkann.

Sì, adesso c’è da chiedersi come mai tale S. Falotico sia riuscito a distruggere tutte le teorie freudiane di centomila psichiatri di Bologna ed europei. Non è molto difficile da intuire, nevvero?

Come dice Karen Page/Deborah Ann Woll in The Punisher, ecco, cosa dice, lo sapete bene, su Frank Castle? Ho detto tutto…

In conclusione, se avessi tredici anni e non avessi mai visto anche sol uno dei film peggiori di Ringo Lam, cioè Maximum Risk, sicuramente affermerei che John Wick 4 è un capolavoro perché la tecnica è mirabile, eccelsa ed impeccabile, le scene d’azione sono coreografate da dio, aggiungendo che Akira/Rina Sawayama ha un culo come quello di Shakira e che Natalia Tena, qui nei panni di Katia, non è più la bimbona stregona Ninfadora Tonks di Harry Potter, bensì, per dirla alla toscana/o, è or una gran potta, veste da splendida puttana e le darei più d’una botta perché i suoi tatuaggi sono più eccitanti di quelli delle pornostar Karma Rx, Asa Akira, Katrina Jade e, forse, sotto la tutina di latex sadomaso, ce l’ha semi-depilata e “dipinta” come quella di Chanel Preston.

Skarsgard John Wick 4

A proposito, dal primo John Wick ad oggi, John ha ammazzato centomila uomini ma non ha fottuto nessuna donna. Una bella resistenza, cazzo, se dovesse morire Papa Francesco, voglio lui come nuovo erede terrestre del messia. Per predicare ai nerd e poveri sfigati che dobbiamo volerci tutti bene e che ogni presidente si sta facendo il culo… per il nostro pene, no, bene. D’altronde, tutti sanno che John Fitzgerald Kennedy voleva castrare Fidel Castro per quella “storia” della Baia dei Porci mentre tradiva sua moglie con Marilyn Monroe. A tutt’oggi, l’unico assassino “ufficiale” di JFK risulta, agli atti, Lee Harvey Oswald. Cavolo, come ha fatto, da solo, a centrare il cervello di Kennedy da ogni lato con la sua mira infallibile, pur stando fermo immobile dietro una piccola finestra? Chi era? John Wick? Sì, uno che spara due colpi e ne ammazza 56, ne spara 9 e ne trucida 999, ne spara 123 ma i cattivi erano già tutti morti e, all’unisono, dà 4 coltellate, sgozzandone trentatré come gli anni di Cristo. La verosimiglianza va a farsi fottere, il film è divertente da matti, suvvia, la Lionsgate è adesso più ricca del Vaticano e quel che importa è che Winston può nuovamente ospitare, nel suo hotel, Keanu Reeves, bisessuale, che deve “consolare” Trump e la Daniels.

di Stefano Falotico

 

UN PERFETTO CRIMINALE, recensione

Ebbene, oggi per il nostro consueto e speriamo apprezzato appuntamento coi Racconti di Cinema, brevemente ma esaustivamente, disamineremo nelle righe seguenti il film Un perfetto criminale, il cui titolo originale è Ordinary Decent Criminal. Pellicola del duemila, diretta dal regista irlandese Thaddeus O’Sullivan (Niente di personale).

Un perfetto criminale dura novantatré minuti netti e avvincenti ed è un interessante, ben congegnato e movimentato polar, cioè poliziesco per dirla alla francese, ambientato però nella stessa terra natia del suo cineasta succitato, ça va sans dire, l’Irlanda.

Sceneggiato da Gerard Stembridge, eccone sinteticamente la trama:

Un brillante, elegante e sofisticato ladro, di nome Michael Lynch (interpretato da Kevin Spacey, al solito impeccabile e carismatico), è infallibile e meticolosamente organizza grandi colpi perfettamente architettati che puntualmente vanno a segno impuniti. Non viene mai, quindi, beccato in flagranza di reato né viene acciuffato dalla polizia. Al che, a Dublino, si svolgerà una mostra pittorica omaggiante Caravaggio. Lynch, ovviamente, non vorrà lasciarsi sfuggire l’occasione della vita, cioè derubare gli inestimabili e immensamente preziosi quadri del leggendario artista nostrano. Anzi, vuole “accontentarsi” di uno soltanto, La cattura di Cristo (The Taking of Christ). Nel frattempo, Lynch, dovrà districarsi tra l’affettuosa moglie Christine (Linda Fiorentino, Fuori orario) e la difficile gestazione e il mantenimento dei suoi pargoletti, agendo di sotterfugi fra traditori e baci di Giuda metaforici. Inoltre, Lynch ha un rapporto con la legittima amante, la cognata Lisa (Helen Baxendale)… Un gran bel casino… Come andrà a finire? Lynch metterà davvero a segno un furto di proporzioni epiche e leggendario dal valore arcimiliardario oppure, stavolta, le forze dell’ordine riusciranno finalmente a fregarlo ed incastrarlo? Ce la farà a sbrogliare, inoltre, la sua matassa professionale non poco ingarbugliata?

Intelligentissimo, recitato divinamente dall’intero suo pregiato parterre d’interpreti eccellenti, fra cui, oltre a Spacey, alla Fiorentino e a Baxendale, sono da menzionare Peter Mullan (My Name is Joe), un giovane Colin Farrell (Gli spiriti dell’isola) a tratti irriconoscibile e poco ciarliero, Patrick Malahide, Gerard McSorley, David Kelly, David Hayman, Vincent Regan e un’ancora sconosciuto Christoph Waltz (Bastardi senza gloria), dominato dalla torreggiante performance, ribadiamo, d’uno Spacey magnifico, splendidamente fotografato da Andrew Dunn che gioca, di contrasti cromatici sobriamente miscelati, con le atmosfere plumbee di cui è pregno il film, e montato, altrettanto egregiamente, dal collaboratore preferito di Peter Weir, ovvero William M. Anderson (L’attimo fuggente), Un perfetto criminale non è di certo un capolavoro, neppure un film indimenticabile.

Eppur è un film assai godibile e, sinceramente, una delle migliori pellicole di rapina, quelle che gli americani definiscono heits movies, delle ultime decadi.

L’ambientazione è tipicamente à la Ken Loach (non a caso, infatti, la presenza del succitato Mullan). Cosicché, tra furtarelli e colpi grossi, sussidi di disoccupazione e l’arte d’arrangiarsi “in format” Regno Unito, fra ex membri dell’IRA, desolati e deprimenti quartieri periferici immersi nella povertà economica e qualche graffiante stilettata all’arido e violento sistema classista e poco equo, Un perfetto criminale centra il bersaglio appieno.

Da raffrontare con l’analogo The General di John Boorman (Excalibur) in cui Brendan Gleeson interpretò il ladro tuttofare Martin Cahill. Il Lynch di Spacey ne è in gran parte, a sua volta, ispirato.

Concludiamo col dire che, da I soliti sospetti in poi, il personaggio del ladro beffardo assai si addice a Spacey.

Spacey Fiorentino Perfetto criminale

Spacey Fiorentino perfettocriminalePerfetto criminale Caravaggio

di Stefano Falotico

 

KISS, recensione

Ebbene, oggi  salteremo indietro nel tempo, giungendo alla fine degli anni novanta, per l’esattezza, al ‘98. In cui uscì, nelle sale, il film da noi ivi preso in questione, ovvero il delicato, poetico e melanconico, sofisticato e, ahinoi, a molti sconosciuto, Kiss (Living Out Loud), firmato da Richard La Gravenese.kIss devito Holly Hunter Kiss Kiss Hunter

La Gravenese, sceneggiatore rinomato, qui al suo assoluto esordio registico, cioè dietro la macchina da presa dopo aver scritto, giustappunto, film importanti quali La leggenda del re pescatore di Terry Gilliam e I ponti di Madison County di Clint Eastwood. Inoltre, recentemente, sceneggiò, assieme ad Art Linson (Fight Club, Black Dahlia), l’inedito The Comedian di Taylor Hackford (L’avvocato del diavolo) con Robert De Niro e, fra gli altri suoi interpreti, Danny DeVito. Il quale è, insieme ad Holly Hunter (Lezioni di piano), il brillante protagonista principale di tale pellicola da noi disaminata, Kiss.

Secondo la breve ma pertinente, perfettamente concisa ma esaustiva sinossi riportata da Wikipedia e, sottostante, testualmente trascrittavi…

«Una donna abbandonata dal marito cerca di rifarsi una vita. Trova solo solitudine e un amico non avvenente che l’ama, ma che lei non riesce ad amare. L’amicizia con lui tuttavia le restituisce serenità e le fa intravedere nuove speranze per il suo futuro».

La donna si chiama Judith Moore ed è incarnata dalla Hunter, mentre l’uomo, di nome, Pat, è naturalmente impersonato da DeVito.

Kiss dura cento minuti che scorrono via piacevolmente e, malgrado qualche enfatica, forse leggermente stucchevole parentesi troppo retorica e dolciastra, è un melò intimista e un film sentimentale girato con classe che, non poche volte emoziona e provoca il magone… Avvolgendoci, sensibilmente, al caldo interno morbidissimo della sua tenera love story agrodolce, platonica e “amicale” per Judith/Hunter e invece malinconicamente non corrisposta, dunque unilaterale, secondo il punto di vista di Pat/DeVito.

Eccelsa fotografia crepuscolare di John Bailey (Il bacio della pantera), esperto di atmosfere romanticamente autunnali e una sobria regia accorta da parte d’un LaGravenese che, per il suo primo opus, non strafà e non si perde in svolazzi pindarici non confacenti a tale bella e semplice vicenda di splendidi, buoni, toccanti sentimenti.

Nel cast, anche una giovanissima Queen Latifah (Il collezionista di ossa).

Queen Latifah KissDeVito Hunter Kiss

 

di Stefano Falotico

 

 

 

 

THE BIG KAHUNA, recensione

Ebbene, oggi per il nostro consueto e speriamo apprezzato appuntamento coi Racconti di Cinema, ripeschiamo una gradevolissima commedia, con sapide ed efficaci atmosfere uniche e lievemente melanconiche, uscita nelle sale nel ‘99, ovverosia il sottovalutato, assolutamente da riscoprire, The Big Kahuna.The Big Kahuna poster

The Big Kahuna è un godibilissimo ed esilarante, a tratti spiazzante, kammerspiel della breve ma imprendibile, assai scorrevole durata di un’ora e mezza netta, diretto dall’esordiente John Swanbeck. Tale opus rimane, stranamente, a tutt’oggi, l’unico suo lungometraggio e ciò ci appare alquanto inspiegabile. Poiché, ribadiamo, The Big Kahuna, sebbene non indimenticabile od eccelso, altresì eccelle per via della sua unicità speciale e si distingue da molto cosiddetto Cinema da camera e “teatrale” in virtù delle sue perfette tempistiche, delle sue battute e freddure taglienti, distillateci con classe, e per merito d’una ben calibrata ed architettata sceneggiatura coi fiocchi a cura di Roger Rueff. Il quale, già autore della pièce intitolata Hospitality Suite, per tale occasione e adattamento-riduzione, ne curò personalmente la versione-revisione. The Big Kahuna vede come protagonisti solamente tre attori sulla scena e, più che Teatro filmato in una singola camera, potremmo definirlo, simpaticamente e giocosamente, celluloide ubicata in una striminzita, non molto spaziosa eppur accogliente, asettica stanzetta d’albergo, con accessoriato e confortevole bagno a tre specchi annesso, a sua volta posizionata all’ultimo piano d’un grattacielo di Wichita in Kansas, elegantemente ma impersonalmente arredata per una convention elitaria dedicata a un potenziale, esoso acquirente da accalappiare. Con l’aggiunta di qualche extra, cioè un altro paio di location.

Sintetizzandovene fortissimamente la trama, anzi, testualmente trascrivendola dalla sinossi riportata da IMDb, stavolta, al solito, così come sua convenzione, assai stringata ma, nella sua eccezionale brevità, a differenza d’altre numerose volte, non risultante approssimativa e/o superflua, tantomeno spicciola o ingiustificatamente sommaria…

Due venditori veterani analizzano una presentazione di vendita a un particolare cliente, attraverso il loro giovane protetto.

I due “navigati”, affaticati, forse all’ultima spiaggia, eppur ancor non del tutto domi venditori rispondono rispettivamente ai nomi di Phil Cooper (un grande Danny De Vito), disilluso dalla sua carriera, cinico e deluso da un ex rapporto coniugale difficile emotivamente da gestire, un uomo tarchiato dalla parlantina secca ma corrosiva e sardonica, e a quello dello spregiudicato, cinico, irrequieto e ancor ambizioso Larry Mann (un Kevin Spacey che, pur gigioneggiando a briglia sciolta, brilla e rifulge di consueta bravura emanante carismatica allure da attore mostruosamente brillante). Il giovane “allievo” è invece il timido, titubante e inesperto, timoroso e perfino timorato di dio, sebbene determinato e affascinante, bellamente incravattato e da poco sposatosi, Bob Walker (Peter Facinelli, Supernova).

Paolo Mereghetti, nel suo celebre Dizionario dei Film, sebbene questa pellicola parzialmente apprezzò, lodandola perciò per i suoi indubbi meriti e allo stesso tempo enunciandone i suoi difetti, puntualmente ed acidamente osservò, anzi, sacramentò pungentemente che Swanbeck non possiede l’arguzia e il talento di David Mamet (Sesso & potere, Americani).

Probabilmente, invece, lo contraddiciamo noi, in modo graffiante e severo, se Mereghetti volle obiettare leggermente sulla qualità dello script, non doveva prendersela con Swanbeck, ovverosia il suo “anonimo” metteur en scène, bensì con l’allestitore, per l’appunto, del testo cinematografico, il succitato Rueff.

The Big Kahuna, ribadiamo, pur non essendo oggettivamente un’opera perfetta, ha infatti molti pregi evidenti e indiscutibili, eccome. È complicatissimo, per di più, riuscire a intrattenere, divertire, addirittura qua e là commuovere, con un film che presenta solamente tre interpreti sulla scena dall’inizio alla fine e che è ambientato pressoché quasi totalmente al chiuso e in spazi ristretti molto angusti.

Diamo dunque, come si suol dire, a Cesare quel che è di Cesare, in tal caso a Swanbeck.

È vero, la sua regia può apparire televisiva ma come non avrebbe potuto esserlo? Altrimenti, in una stanza, si sarebbe dovuto sbizzarrire scioccamente in estetizzanti ed artistoide, velleitarie zoomate non necessarie e piani sequenza stucchevoli, improbabili e impropri?

Inoltre, il direttore della fotografia preferito di Walter Hill, vale a dire Lloyd Ahern II, s’è giostrato sapientemente, riuscendo ad essere magistralmente funzionale grazie a tocchi di luce carezzevoli, delicati e soavemente chiaroscurali, pur trovandosi, per l’appunto, costretto logisticamente dinanzi a un materiale così ostico da riprendere.

Prodotto dallo stesso Spacey che ivi, dopo L.A. Confidential, nuovamente duetta impeccabilmente col suo amico DeVito. Regalandoci, ancora una volta, un’accoppiata e una reunion notevoli che, col tris formato dal talentuoso Facinelli, vale tutto il prezzo del biglietto.

Kevin Spacey, Danny DeVito, Peter Facinelli

Kevin Spacey, Danny DeVito, Peter Facinelli

The Big Kahuna DeVito Spacey

di Stefano Falotico

 

I SOLITI SOSPETTI (The Usual Suspects), recensione

Ebbene, oggi voleremo indietro nel tempo, planandovi e atterrando all’anno 1995 in cui fu distribuito, nelle sale mondiali, il film da noi prossimamente disaminato, ovvero I soliti sospetti (The Usual Suspects), secondo opus registico, come si suol dire, sfavillante, impressionante e col botto del talentuoso, in futuro, ahinoi, discontinuo e altalenante, sempre comunque interessante, Bryan Singer (X-Men, L’allievo, Bohemian Rhapsody), avvenuto immediatamente dopo l’allor inedito, perlomeno da noi, Public Access del ‘93.The Usual Suspects locandina

Sorprendente film dell’irresistibile durata, nel suo arzigogolato e fascinoso, articolato intreccio movimentato, di 105’, sceneggiato interamente, a partire da un suo soggetto molto originale, da Christopher McQuarrie (or habitué inseparabile e assai affiatato, diciamo, del suo fido amico Tom Cruise, suoi infatti gli script de La mummia, Edge of Tomorrow e di Top Gun: Maverick, oltre naturalmente all’ereditato e da lui proseguito franchise di Mission: Impossible). Il quale, per questa sua invenzione mirabolante e genialmente spiazzante, vinse meritatamente l’Oscar e, sempre con Tom Cruise, quest’ultimo sol perennemente in veste attoriale, e lo stesso Singer dietro la macchina da presa, autore di Operazione Valchiria. Trama de I soliti sospetti, semplicemente trascrittavi testualmente da IMDb per non rovinarvi le sorprese, se mai apparteneste alla sparuta schiera di rarissime persone che non hanno mai visto tale scoppiettante e superba pellicola dalla qualità acclarata e incontestabile:

L’unico sopravvissuto racconta gli eventi tortuosi che hanno portato a un orribile scontro a fuoco su una nave, iniziato quando cinque criminali si sono incontrati in un commissariato.Chazz Palminteri soliti sospetti

I cinque criminali, o presunti tali, cioè già tutti più o meno macchiatisi, in passato, di reati dei più disparati, or principali indiziati di quanto poc’anzi succitato, rispondono rispettivamente ai nomi del fascinoso e all’apparenza integerrimo, altolocato e insospettabile, giustappunto, Keaton (un Gabriel Byrne qui al massimo della sua allure recitativa e non, carismatico, mellifluo e fotogenico come non mai), mascheratosi dietro una vita, a prima vista, stimabile e altoborghese, lo strampalato e forse scimunito McManus (Stephen Baldwin), il torvo e tanto misterioso quanto caratterialmente burrascoso Hockney (Kevin Pollak), l’ermetico ma strafottente Fenster col suo viso indecifrabile da sfinge (Benicio Del Toro) e lo storpio Verbal (Kevin Spacey che, in maniera sacrosanta, vinse l’Oscar come miglior attore non protagonista per tale sua performance oramai leggendaria ed epocale). Colui che, perdonateci il voluto gioco di parole, verbalizzerà la confessione, nella soprastante sinossi riportatavi, dinanzi al duro, chissà se davvero scaltro o ingenuo, commissario Dave Kujian (Chazz Palminteri). Verbal, metaforicamente strangolato e messo, giocoforza, sotto torchio dal severo Kujian, durante il suo interrogatorio sta rivelando il vero oppure sta, di sana pianta, inventandosi una storia diabolica? Echeggia, infatti, memorabile e sulfurea, agghiacciante mortalmente la sua frase inquietante: Io credo in Dio… e l’unica cosa di cui ho paura è Keyser Soze.

Chi è Kayser Zose? Mentre il fantomatico avvocato, di nome Kobayashi (Pete Postlethwaite), è un personaggio di fantasia, ovverosia fittizio, puramente immaginario, oppure esiste realmente così come il temibile e apparentemente inesistente, fantasmatico Soze?

Teso in modo spasmodico, avvincente dal primo all’ultimo minuto, diretto magistralmente da un Singer ispiratissimo, sorretto inoltre dalla bravura ineccepibile d’un cast da leccarsi i baffi in cui, oltre agli interpreti sopra singolarmente nominativi, son altresì da annotare le incisive presenze di Giancarlo Esposito, Suzy Amis e Dan Hedaya, perfettamente fotografato, con cromatici contrasti lodevoli e suadentemente chiaroscurali, da Newton Thomas Sigel, I soliti sospetti, a distanza di quasi un trentennio dalla sua ufficiale release nelle sale cinematografiche, intattamente conserva il suo forte valore e par non essere invecchiato nemmeno di un giorno. Forse non è un capolavoro ma “soltanto” un thriller congegnato argutamente ed esplosivo come un’oliata macchina ad orologeria infallibile e micidiale? Dici poco…Kevin Spacey The Usual Suspects Gabriel Byrne The Usual Suspects

di Stefano Falotico

 

L.A. CONFIDENTIAL, recensione

Ebbene, oggi per il nostro consueto appuntamento coi Racconti di Cinema, salteremo indietro nel tempo sino ai nineties, sì, c’immergeremo negli anni novanta, disaminando brevemente, altresì esaustivamente, rapidamente un grande film, giustappunto, del ‘97, firmato dal compianto Curtis Hanson (Wonder Boys), ovverosia il magnifico L.A. Confidential, opus perlaceo della consistente, lunga eppur mai noiosa, bensì avvincente e molto intrigante durata di due ore e diciassette minuti.La Confidential DeVito Spacey

Un film dalla trama, peraltro, intricata eppur perfettamente congegnata. Ben memori di tale pellicola pregiata, L.A. Confidential, ivi vogliamo analizzarla minuziosamente, fornendovene un promemoria recensorio adeguato e, ci auguriamo, ben omaggiante questo bel e imprescindibile classico della cinematografia mondiale. Tratto, molto liberamente e con non poche poetiche licenze, dal celeberrimo ed omonimo romanzo noir firmato da James Ellroy (lui è l’autore dell’epocale novel famosa, Black Dahlia, da cui Brian De Palma ne trasse la sua trasposizione filmica), maestro indiscusso dei torbidi polizieschi dalle vicende narratevi tanto contorte quanto maliarde, perlopiù imperniate su scuri intrecci a base di poliziotti corrotti e ripiene di dark ladies fascinose e sensualmente ipnotiche, L.A. Confidential fu sceneggiato dallo stesso Hanson in collaborazione con Brian Helgeland (Assassins, Mystic River, curiosamente writer anche di Spenser Confidential, ovviamente similare nella dicitura ma notevolmente differente nell’intreccio dell’enunciatovi titolo da noi preso in questione). I quali, per questo loro mirabile lavoro ottennero l’Oscar, naturalmente, per la miglior sceneggiatura non originale. L.A. Confidential, giustamente molto incensato dall’intellighenzia critica, all’epoca, ottenne per l’esattezza nove nomination agli Academy Awards, fra cui le candidature come Miglior Film & Migliore Regia ma, oltre alla dorata, vinta statuetta poc’anzi dettavi, s’aggiudicò “soltanto” quella andata a una delle sue sorprendenti interpreti femminili, cioè una sfavillante e abbacinante Kim Basinger, premiata come miglior attrice non protagonista. Potremmo riportarvene dettagliatamente gli eventi presentatici, peraltro ingarbugliati e difficilmente esponibili con precisione ma, se siete fra coloro che non hanno ancora mai visto L.A. Confidential, ve ne sciuperemmo le molte sorprese snocciolatecene. Quindi, in tal caso, riteniamo più pertinente trascrivervi testualmente la concisa sinossi da IMDb, limitandoci perciò a suggerirvela, sperando che, rimanendone attratti e suggestionati, possiate quanto prima guardarlo e, parimenti a noi, grandemente ammirarlo: Tre poliziotti del dipartimento di polizia di Los Angeles, dove impazza la corruzione, investigano una serie di omicidi a modo loro.

La Confidential Cromwell Crowe Pearce Spacey

I tre poliziotti corrispondono ai nomi del romantico macho picchiatore, difensore delle donne, Bud White (Russell Crowe), a Ed Exley (Guy Pearce) e allo scafato ed irreprensibile lupo di mare Jack Vincennes (Kevin Spacey, Il momento di uccidere, I soliti sospetti, American Beauty). C’è del marcio a Los Angeles ed è stato compiuto un delitto efferato, è stata effettuata macabramente una carneficina sanguinaria al bar Nite Owl. E, nella luccicante eppur peccaminosa città degli angeli, s’aggirano ambigui personaggi tanto eccentrici quanto furbi e non pulitissimi. Cosicché, nel caravanserraglio di maschere grottesche, sovente perfino inquietanti, oltre al trio di sbirri tutti d’un pezzo sopra elencativi, sinuosamente sfila serpentesca tutta una galleria, osiamo dire antologica e indimenticabile, di “comparse” che celano non pochi neri scheletri nell’armadio, fra il torvo e mellifluo, ricchissimo protettore delle prostitute d’alto bordo che assomigliano alle dive di Hollywood, cioè Pierce Patchett (David Strathairn, Good Night, and Good Luck, Nomadland), il capo detective Dudley Smith (James Cromwell), l’avido e navigato cronista del pettegolezzo per antonomasia, Sid Hudgens (Danny DeVito, The Comedian) e, naturalmente, la magnetica mantide e femme fatale, identica a Veronica Lake, alias Lynn Bracken (Kim Basinger).Kim Basinger L.A. Confidential

Egregiamente fotografato dal nostrano mago delle luci Dante Spinotti, recitato divinamente e diretto magistralmente, ricolmo d’incredibili atmosfere crepuscolari da gran poliziesco d’annata, L.A. Confidential, sebbene forse non sia un capolavoro, a distanza di quasi trent’anni dalla sua uscita, mantiene intatto il suo granitico e incontestabile charme da film bellamente profumato di celluloide purissima, lieve e suadente come una morbida maîtresse godibilmente irresistibile.

 
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