VOGLIA di VINCERE (Teen Wolf), recensione
Ebbene oggi, per il nostro consueto, ci auguriamo vivamente apprezzato appuntamento coi Racconti di Cinema, brevemente disamineremo un film ai più misconosciuto, soprattutto alle nuove generazioni, ovvero Voglia di vincere (Teen Wolf), teen movie, cioè una commedia adatta specialmente a un pubblico adolescenziale.
Pellicola dell’85, diretta da Rod Daniel, dalla forte matrice peculiarmente horror e citazionistica, mescolamento farsesco e commistione di generi dei più svariati.
A tratti, perfino un’arguta, sebbene innocua e futile, sapida, brillante miscela di racconto di formazione e fantastico all’insegna della giovanile ribellione sui generis per fuggire dalla forca caudina e dalle tristi tenaglie tediose, schiavizzanti del mondo adulto, sovente opprimente e soffocante i più vividi aneliti libertari.
Ne è interprete principale un quasi irriconoscibile Michael J. Fox che girò tale Voglia di vincere poco prima di essere impegnato sul set del film che gli avrebbe dato l’eterna notorietà mondiale, ovvero Ritorno al futuro.
Voglia di vincere, della veloce e spassosa durata di novantuno minuti netti, sceneggiato dal duo formato da Joseph Loeb III & Matthew Weisman.
Eccone sinteticamente la trama, da noi enunciatavi nei suoi tratti più salienti ed emblematici:
Il collegiale e mingherlino Marty Howard (J. Fox), spesso bullizzato dai suoi compagni di liceo per via della sua timidezza patologica, della sua imbranataggine e della sua gracilità fisica quasi debilitante, durante una sera di plenilunio, si trasforma spaventosamente in un licantropo. Già qualche giorno prima di tal avvenuta sua agghiacciante e incredibile metamorfosi scioccante, cominciò a maturare contezza d’inquietanti avvisaglie, poiché il suo corpo diede inspiegabili segnali di ciò che, come sopra dettovi, in esso avvenne poi in tutta la sua mostruosa interezza più elettrizzante…
Al che, dapprima terrificato, tenta in ogni modo di celare questo suo intimo e inconfessabile, macabro e orrifico segreto allucinante. Quindi, inesorabilmente viene scoperto dal padre di nome Harold (James Hampton). Il quale, con sommo stupore di Marty, confidenzialmente lo approccia, confidandogli che anche lui è affetto dall’inestirpabile, forse però prodigioso ed estremamente, paradossalmente benevolo e proficuo, morbo della licantropia più incurabile. Marty, infatti, anziché soffrire di questo suo “dono” dal carattere ereditario, all’apparenza aberrante, ne gioverà enormemente. In quanto diverrà un “mostro” di bravura del basket e un idolo emanante a pelle sex appeal bestiale, assurgendo prestissimo al ruolo, di certo non gradito, anzi, godibilissimo, di ragazzo più figo e corteggiato del luogo in virtù del suo animalesco ed irresistibile fascino bellissimo e belluino… Marty è però sol innamorato di Boof (Susan Ursitti)?
Film stupido e dall’intreccio tanto prevedibile quanto risibile, eppur, come già detto, divertente, che saccheggia a man bassa sia il mito della famiglia Talbot e dunque di Wolfman, che Frankenstein, Voglia di vincere, qua e là addirittura avvince. Sebbene, naturalmente, a dispetto d’Un Lupo mannaro americano a Londra di John Landis, uscito soltanto qualche anno prima e preso, in tal caso, sicuramente come modello d’ispirazione, n’è una scialba e decisamente poco riuscita imitazione che, a conti fatti, non funziona né come comedy né come film dell’orrore.
Michael J. Fox, però, è straordinariamente simpatico e bravo, malgrado per metà del film reciti coperto da un pesante trucco. Ed è grazie infatti alla sua energia interpretativa e alla sua scoppiettante verve carismaticamente contagiosa da precoce attore versatile che Voglia di vincere merita, tutto sommato, di essere citato, a prescindere dalla sua scarsa qualità, all’interno delle innumerevoli pellicole dedicate al mito dell’uomo lupo.

di Stefano Falotico
ABOUT my FATHER, Trailer with Sebastian Maniscalco & Robert De Niro

Sinossi originale:
The hottest comic in America, Sebastian Maniscalco joins forces with legendary Italian-American and two-time Oscar® winner, Robert De Niro (Best Actor, Raging Bull, 1980), in the new comedy ABOUT MY FATHER. The film centers around Sebastian (Maniscalco) who is encouraged by his fiancée (Leslie Bibb) to bring his immigrant, hairdresser father, Salvo (De Niro), to a weekend get-together with her super-rich and exceedingly eccentric family (Kim Cattrall, Anders Holm, Brett Dier, David Rasche). The weekend develops into what can only be described as a culture clash, leaving Sebastian and Salvo to discover that the great thing about family is everything about family. ABOUT MY FATHER is directed by Laura Terruso and written by Austen Earl & Sebastian Maniscalco.
LA ZONA MORTA (The Dead Zone), recensione

Ebbene oggi, per il nostro consueto appuntamento con gli immancabili Racconti di Cinema, disamineremo uno dei grandi e imprescindibili opuses di David Cronenberg (Scanners, Crimes of the Future), cioè La zona morta (The Dead Zone).
Cronenberg, per i suoi aficionados, denominato Cronny. Reg
ista incommensurabile a cui, peraltro, senza falsa e inutile modestia, l’autore di tale recensione dedicò un importante saggio monografico dalla natura estremamente poetica e peculiare. Ma non spostiamo l’attenzione, utilizzando il plurale maiestatico, su scritti personali omaggianti il director di tanti capolavori inarrivabili, malgrado controversi e non unanimemente per tutti i gusti, ben intendiamoci. Torniamo al seguente, nelle righe seguenti, recensito e sanamente osannato, La zona morta. Film dell’83, della corposa ed avvincente, inquietante e perturbante durata di un’ora e quarantatré min. netti, La zona morta è un imprescindibile caposaldo all’interno del geniale e variegato excursus filmografico cronenberghiano ma, parimenti, rappresenta un unicum abbastanza anomalo e, a prima vista, superficiale, dissociato dalla sua filosofica poetica, spesso più soggettiva e legata al suo sguardo autoriale non a tutti immediatamente decriptabile. Sebbene superlativo, infatti, La zona morta è, perlomeno all’apparenza, uno dei film meno personali del regista de Il pasto nudo. In quanto, a prescindere dal suo altissimo valore qualitativo indiscutibile, peraltro giustamente attestato dalla lusinghiera media recensoria, riscontrata a tutt’oggi, sul famoso sito di critiche, metacritic.com., equivalente al più che soddisfacente e ottimo 69% di opinioni largamente positive, si differenzia profondamente da altre opere di Cronenberg, sovente contorte e narrativamente più bislacche ed ermetiche, per via della sua struttura assai classica e più facilmente comprensibile per chiunque. Magistralmente e sapientemente sceneggiato, con acutezza e leggerissime licenze poetiche e tematiche, dal valente e lungimirante Jeffrey Boam (Indiana Jones e l’ultima crociata, Salto nel buio) che liberamente adattò una celebre ed omonima novella di Stephen King, al quale fu proposto all’inizio di adattare lui lo stesso lo script, La zona morta è un commovente ed emotivamente straziante psicodramma toccante, con echi fortemente paranormali, ancestrali ed orrifici, indimenticabile e potente. Stando alla fin tropo concisa, assurdamente sbrigativa e decisamente poco esaustiva, immensamente approssimativa sinossi rilasciata da IMDb, La zona morta presenta questa scarnissima trama: Sottostante, testualmente riportatavi ma, rimarchiamo, veramente troppo esigua e fortemente generica: Un uomo si risveglia da un coma per scoprire di avere una capacità psichica.
L’uomo suddetto, docente di lettere, si chiama Johnny Smith ed è incarnato da un magnetico e strepitoso Christopher Walken in uno dei suoi ruoli più grandiosamente memorabili ed ipnotici. Johnny è promesso sposo alla sua eterna ed amatissima fidanzata Sarah (Brooke Adams). Dopo averla accompagnata a casa, di ritorno in macchina in direzione della sua abitazione, in una serata rigidamente invernale, viene tragicamente investito da un camion. Johnny cade in coma per lunghissimo tempo, per l’esattezza dieci anni. Improvvisamente, se ne ridesta ma, al suo inaspettato e miracoloso risveglio, s’accorge di possedere una particolare e soprattutto paranormale facoltà psichica tanto prodigiosa quanto per lui dolorosa. In quanto, gli basta entrar in fisico contatto col prossimo per leggerne il futuro. Nel frattempo, Sarah si è sposata e, di conseguenza, la vita affettiva di Johnny è stata frantumata. Johnny, affrantone, per di più trattato da fenomeno da baraccone ed emarginato dalla sua comunità a causa del suo dono tanto sorprendente quanto per gli altri inquietante, aiuta la polizia del luogo, in virtù della sua preveggenza, a scoprire un pericoloso omicida seriale. Dopo di che, Johnny conosce l’ambizioso candidato al Senato di nome Greg Stillson (un Martin Sheen sibillino e mefistofelico), futuro Presidente degli Stati Uniti d’America. Johnny, sempre grazie al suo intuito fenomenale e alle sue straordinarie capacità da chiaroveggente, prevede che Greg, una volta divenuto l’uomo più potente del mondo, scatenerà una mostruosa guerra nucleare. E ne interverrà al più presto per impedire che l’orrendo, da lui visualizzato futuro nefasto, assuma reale concretezza terrificante.
Teso, avvincente, tristissimo e al contempo bellissimo, struggente e girato maestosamente da un Cronenberg delicatissimo e acuto che, accantonando momentaneamente i suoi consueti pindarici voli stilistici e il più sperimentale, truculento e sanguinario body horror, del quale è uno dei massimi esponenti e inconfutabili padri fondatori e/o ricreatori, filma una storia agghiacciante con misuratezza mirabile.
La zona morta è un romantico e glaciale film drammatico mascherato da vicenda dell’orrore sui generis, è uno spettrale ed angosciante thriller dell’anima camuffato da allucinatoria detection persino fantascientifica e surreale.
Walken & Sheen, entrambi superbi, gareggiano in bravura, cesellando perfettamente due personaggi psicologicamente antitetici, son cioè l’uno la nemesi dell’altro, eppur allo stesso tempo “disturbati”, sebbene per ragioni diametralmente opposte.
Suggestiva e impeccabile fotografia di Mark Irwin e musiche, in tal caso rarissimo, non composte dall’inseparabile habitué di Cronny, ovvero Howard Shore, bensì realizzate da Michael Kamen.

di Stefano Falotico
NEXT, recensione
Ebbene oggi, per il nostro consueto appuntamento coi Racconti di Cinema, come consuetudine, torneremo indietro nel tempo, però non spingendoci troppo in là. Poiché il film da noi preso in esame quest’oggi sarà Next del 2007, firmato dal valente eppur altalenante Lee Tamahori. Per tale occasione forse non pienamente convincente ma allo stesso tempo, qua e là, registicamente soddisfacente.

In quanto Next, adrenalinico action della scorrevole, a tratti piacevole durata di un’ora e trentasei minuti scarsi, inclusi i lunghi titoli di coda, diverte e, per via del suo assunto fantascientifico e paranormale che nelle seguenti righe enucleeremo e meglio enunceremo, di certo intriga, sebbene nel suo risultato complessivo si dimostri alquanto insufficiente.
Sceneggiato dal trio formato da Gary Goldman, Jonathan Hensleigh (The Punisher con Tom Jane e John Travolta da non confondere con l’omonima serie tv Marvel targata Netflix con Jon Bernthal, Armageddon & The Rock di Michael Bay, Die Hard – Duri a morire) e Paul Benbaum che, per il loro script, si sono molto liberamente ispirati al racconto di science fiction ad opera di Philip K. Dick, intitolato Non saremo noi (The Golden Man), eccone la trama, testualmente riportatavi, in modo stringato, da Google…
«A un mago di Las Vegas, che ha abilità da chiaroveggente, viene richiesto dagli agenti dell’FBI di impiegare le sue capacità per contrastare un attacco terroristico nucleare pochi minuti prima che abbia luogo».

Il mago (o presunto tale?) in questione si chiama Cris Johnson, il cui soprannome è Frank Cadillac ed è incarnato da un Nicolas Cage tanto capelluto e magro in viso, smunto e vellutatamente levigato quanto insospettabilmente bravo per il ruolo ivi assegnatogli poiché, in virtù della sua conclamata e proverbiale, puntuale recitazione strampalata, istrionicamente temperata eppur fortemente flamboyant, risulta perfetto e in linea, giustappunto, col character descrittovi, da lui impersonato con godibile follia attoriale che non guasta. Il suo Johnson, dalle movenze robotiche, muscoloso e, fieramente, sovente a torso nudo tornito, terribilmente somigliante a un androide con un discutibile parrucchino corvino, è infatti il classico personaggio à la Cage, insuperabile per l’appunto per queste parti “cibernetiche”. Il suo muoversi a scatti, spesso totalmente fuori sincrono, espressivamente, rispetto ai contingenti avvenimenti mostratici, non poco ricorda l’alienato Jeff Bridges di Starman.
Un Nic Cage qui affiancato da una splendida Julianne Moore e da una altrettanto avvenente Jessica Biel però troppo imbambolata, impacciata e utilizzata solamente per la sua esplosiva e folgorante fotogenia adamantina e irresistibile ma penosamente accessoria, quindi superflua al di là del bel vedere.
Il regista di Once Were Warriors e de L’urlo dell’odio non firma, con questo Next, il suo film migliore ma si limita a un patinato e commerciale prodotto di puro intrattenimento senza troppe pretese ed approfondimenti psicologici che, invece, avrebbero enormemente giovato per instillare corposa introspezione, totalmente assente, purtroppo, alla complessa materia trattata che meritava decisamente più ampio spazio.
Ciononostante, Next, nel suo insieme, funziona e si lascia vedere volentieri, malgrado l’uso abborracciato e pedestre d’una pacchiana computer graphics davvero posticcia e visibilmente artefatta.
Funzionale e spesso magistrale fotografia, di contraltare, dell’ottimo David Tattersall (Con Air, The Majestic, Il miglio verde) e impeccabile montaggio dell’esperto Christian Wagner, ex habitué del compianto Tony Scott (The Fan, Man on Fire – Il fuoco della vendetta).
Nel cast anche lo scomparso, mitico tenente Colombo, alias Peter Falk.


di Stefano Falotico
SORVEGLIATO SPECIALE (Lock Up), recensione
Ebbene oggi, per il nostro consueto appuntamento coi Racconti di Cinema, ci fionderemo indietro nel tempo, più precisamente sul finire degli anni ottanta, brevemente, speriamo altresì esaustivamente, disaminandovi Sorvegliato speciale (Lock Up).

Sylvester Stallone, Donald Sutherland, John Amos, Sonny Landham, Tom Sizemore
Diretto da John Flynn (Brainscan – Il gioco della morte) e interpretato, in un granitico e mastodontico tour de force e one man show assoluto, da un Sylvester Stallone in gran forma sia fisica che attoriale, Sorvegliato speciale è un film dell’adrenalinica e robusta, muscolosa in senso tout–court, durata di centoquindici minuti netti, probabilmente alle nuove generazioni misconosciuto. In questi termini, infatti, potrà apparirvi questo titolo se appartenete a un’epoca disgiunta mnemonicamente dall’89, anno esatto in cui questa pellicola debuttò nelle sale mondiali. In seguito al recentissimo successo, a nostro avviso assai meritato, della serie tv Tulsa King che ha visto Sly primeggiare e giganteggiare di gran “comeback”, così come direbbero gli americani, cioè di smagliante ritorno sulla scena, qual occasione migliore per rispolverare Sorvegliato speciale?
Un film, giustappunto, un po’ ingiustamente dimenticato e perfino dagli aficionados più incalliti di Stallone accantonato e financo snobbato. Di certo, sia chiaro, non un capolavoro eppur a ben vedere e rivederlo, un film che incassò abbastanza e che, al di là del suo canovaccio rozzo e dozzinale, aggiungiamo, inoltre, convenzionalmente in linea con la tipologia classica dei film à la Stallone di allora, tralasciandone i molti aspetti difettosi e i suoi limiti evidenti da “banale” prodotto di consumo, di contraltare, si distingue per la sua autentica durezza e per molte scene girate egregiamente e suscitanti, onestamente, momenti davvero commoventi.
Da una buona sceneggiatura firmata dal terzetto composto da Henry Rosenbaum, Richard Smith & Jeb Stuart, autori anche del soggetto originale, di Sorvegliato speciale, sottostante, trascriveremo testualmente, per semplice convenienza, la trama che appare su Google, in quanto ci pare tanto pertinente quanto estremamente sintetica, non necessitante d’aggiunte superflue a rischio spoiler. Ci limiteremo sol ad apporne i nomi dei rispettivi interpreti, relativi ai propri personaggi incarnati, fra parentesi:
«Il quarantenne Frank Leone (Stallone), detenuto modello appena tornato da una licenza premio trascorsa con la fidanzata Melissa (la compianta e qui molto bella Darlanne Fluegel, C’era una volta in America), è ormai prossimo alla scarcerazione definitiva, quando viene prelevato di notte dalla sua cella e trasferito in un’altra prigione, assai più dura e diretta dallo spietato Warden Drumgoole (Donald Sutherland). Costui lo odia e fa di tutto per rendergli la vita impossibile».
Compatto, tosto ed emozionante eppur disorganico nella sua amalgama spesso troppo retorica e melodrammatica, però con uno Stallone, ribadiamo, perfettamente calatosi nel ruolo con enorme e sentito vigore, Sorvegliato speciale non brilla certamente per originalità poiché è abbondantemente ripieno, fin alla nausea, d’abusati ed insopportabili, triti e ritriti luoghi comuni da Cinema carcerario di serie vagamente b.
Ma, nella sua complessità, funziona e non raramente tocca sensibili corde emotive che spezzano il cuore. Merito, innanzitutto d’un grintoso Stallone, della musica di Bill Conti (Rocky), d’un cast di contorno di prima scelta ove, se il character di Sutherland è tagliato con l’accetta e poco credibile, gli altri attori e comprimari, fra cui Tom Sizemore, Sonny Landham, John Amos, Larry Romano, Jordan Lund e Frank McRae, sono psicologicamente ben delineati e molto adatti per le parti lor assegnate.
Azzeccate inoltre le claustrofobiche e tetre scenografie di Bill Kenney.
Sorvegliato speciale, un film forse non indimenticabile ma appassionante, un film che merita più d’una visione e, col passare del tempo, ha acquisito più valore, meritandosi inoltre un posto d’onore nella carriera del grande e indomabile, sempiterno Stallone.



di Stefano Falotico
STRESS DA VAMPIRO (Vampire’s Kiss), recensione
Ebbene, oggi per il nostro consueto, speriamo apprezzato, appuntamento coi Racconti di Cinema, stringatamente ma esaustivamente, disamineremo un film dell’88, ovvero Stress da vampiro (Vampire’s Kiss), erroneamente annoverato e accreditato, invece, su Wikipedia, come facente parte dell’annata 1989.

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All’epoca vietato, perlomeno per ciò che concernette il mercato statunitense, ai minori di 14 anni per via d’alcune scene vagamente scabrose e dell’utilizzo d’un linguaggio assai esplicito e, diciamo, eufemisticamente colorito, cioè ripieno di forte turpiloquio e d’espressioni volgari, Stress da vampiro fu diretto da Robert Bierman e sceneggiato da nientepopodimeno che il writer dello splendido e inarrivabile Fuori orario di Martin Scorsese, ovvero Joseph Minion. Già questo basterebbe per smentire lapidariamente la bassissima, irrispettosa e molto ingiusta, complessiva valutazione decisamente insufficiente riscontrata, sul sito aggregatore di medie recensorie, metacritic.com, equivalente allo scarsissimo 30% di opinioni positive, di tale pellicola da noi ivi presa in questione, in quanto invero trattasi d’un film giustamente di culto, come si suol dire. Stress da vampiro dura un’ora e quarantatré minuti netti e folli, grottescamente spassosi e geniali ed è sorretto soprattutto da un’interpretazione memorabile d’un incontenibile, pittoresco e strepitoso Nicolas Cage al top del suo voluto istrionismo sopra le righe e della sua tipica recitazione scalmanata che gli americani definirebbero (in) “overacting”. Ora, se volessimo attenerci alla trama riferitaci da IMDb, sottostante eccola qua:
Dopo un incontro con un vampiro, un dirigente editoriale pensa di stare per trasformarsi in uno di loro.

Tralasciando l’approssimativa e totalmente sballata sinossi fin troppo concisa e imprecisa succitata e integralmente trascrittavi, subito precisiamo, perdonateci per il gioco di parole, che il fantomatico e presunto vampiro, anzi, sopra detta vampira, altri non è che invece una normalissima, sebbene bellissima e avvenente oltre ogni dire, donna sensuale, incarnata dalla mitica Jennifer Beals (Flashdance).
Dunque, usando parole nostre, sintetizzeremo la trama di Stress da vampiro in questi termini…
Uno yuppie di belle speranze, Peter Loew (Cage) incontra in discoteca la misteriosa e, ribadiamo, sexy Rachel (Beals) e ne finisce a letto, consumandone una divorante e caliente notte di passione sfrenata e sessualmente tanto eccitante e vorace quanto inquietante. Sì, perché al suo risveglio, colto da un’incredibile e irrazionale paranoia allucinante, crede di aver giaciuto carnalmente con una non morta, con una Nosferatu in gonnella, pensando pazzamente di essere stato da lei morsicato e contagiato, scambiando un semplice succhiotto per un’azzannatura, giustappunto, vampiresca. Al che, improvvisamente, assolutamente convinto ridicolmente di essersi trasformato e incarnato in un figlio ed epigono sui generis, più che altro decerebrato e degenerato, di Dracula, comincia ad assumere comportamenti strani, per non dire da pazzoide alienato e da demente dissennato. Divenendo fortemente aggressivo nei riguardi, specialmente, dell’affascinante, carina e gentilissima sua segretaria Alva Restrepo (Maria Conchita Alonso), vagando per le strade desolate di New York a notte inoltrata e sostenendo in maniera ininterrotta, con esiti tragicomici, colloqui da squilibrato con la sua personale psichiatra, la sin troppo paziente dottoressa Glaser (Elizabeth Ashley).

VAMPIRE’S KISS, Nicolas Cage, Jennifer Beals, 1989, (c) Hemdale Film Corp.

VAMPIRE’S KISS, Nicolas Cage, 1989, (c) Hemdale Film Corp.

VAMPIRE’S KISS, Nicolas Cage, 1989, (c) Hemdale Film Corp.
Celebre particolarmente per la divertente ma fastidiosa scena in cui Nic Cage mangia davvero uno scarafaggio vivo, Stress da vampiro è, rimarchiamolo, un imprescindibile cult movie, peraltro lodato giustamente dallo stesso Paolo Mereghetti nel suo famoso Dizionario…
Poiché, nella sua scombiccherata eppur al contempo gustosamente miscelata sarabanda di assurdità micidiali e irresistibili, assurge perfettamente a metafora rilevante del confusionario periodo appartenente al cosiddetto edonismo reaganiano per cui l’ambizioso ma fuori di testa personaggio di Peter è archetipico e grandiosamente simbolico d’una irrequietezza psico-sociale riscontrabile a cavallo della fine degli eighties.
Magnifica fotografia di Stefan Czapsky (Edward mani di forbice).

VAMPIRE’S KISS, Nicolas Cage, 1989, (c) Hemdale Film Corp.

VAMPIRE’S KISS, Maria Conchita Alonzo, Nicolas Cage, 1989, (c) Hemdale Film Corp.

VAMPIRE’S KISS, Nicolas Cage, 1989, (c) Hemdale Film Corp.

di Stefano Falotico
STRADE PERDUTE (Lost Highway), recensione

Ebbene oggi, per il nostro consueto e speriamo apprezzato appuntamento coi Racconti di Cinema, disamineremo l’oramai celeberrimo Strade perdute (Lost Highway), incensato eppur ancora controverso opus del ‘97 firmato da David Lynch, recentemente restaurato nella nuova versione, potremmo dire, a livello di pigmentazione più raffinata e al suo primigenio nitore ripristinata in ogni suo antico, estasiante colore netto e lucido.

Film della durata, corposa e dall’intreccio volutamente contorto, financo esoterico, di due ore e un quarto, Strade perdute, ai tempi della sua uscita nelle sale mondiali, fu vietato ai minori di 14 anni per via d’alcune scene fortemente violente e del notevole utilizzo di nudi ad alta gradazione erotica che potrebbero turbare il pubblico più facilmente impressionabile e soprattutto minorenne.
Invero, non v’è nulla di particolarmente scabroso in tal pellicola e non è chiaramente ravvisabile niente di particolarmente sensazionalistico, semmai, per i suoi cultori più accaniti e sfegatati, Strade perdute è solamente un film sensazionalmente monumentale, epocale e intoccabile. In quanto, i suoi più strenui ammiratori lo reputano apoditticamente un capolavoro inarrivabile e assolutamente incontestabile, a spada tratta affermando ciò in modo incontrovertibile e robustamente assertivo.
Ma è davvero così? Ovvero, Strade perdute è veramente una totemica vetta cinematografica impari oppure è un’opera ampiamente sopravvalutata che andrebbe invece ridimensionata e, col senno di poi, dopo averla più oculatamente riveduta e scandagliata, opportunamente sarebbe da giudicare in maniera assai meno entusiastica? Nelle prossime righe tenteremo di enucleare ed eviscerare brevemente, naturalmente secondo il nostro punto di vista, la questione.
Se Cuore selvaggio fu sceneggiato interamente dallo stesso Lynch a partire da una novella dello scrittore Barry Gifford, stavolta invece quest’ultimo, da un suo soggetto originale, allestì lo script in concomitanza sempre con Lynch, però non basandosi giustappunto su nessun suo libro ma inventandosi ex novo la trama ivi, sinteticamente, da noi riferitavi sottostante. Accorciata e semplificata per non sciuparvi le sorprese in cui v’imbatterete.
Se dapprima volessimo trascrivervi testualmente la sinossi attualmente riportata su IMDb, subito lo faremo ma prestamente comprenderete bene che è decisamente approssimativa e non poco erronea…
All’indomani di un bizzarro incontro durante una festa, un sassofonista jazz viene accusato dell’omicidio della moglie e viene mandato in prigione, nella quale si tramuta inspiegabilmente in un giovane meccanico e comincia a condurre una nuova vita.
In verità, la vicenda narrataci è notevolmente più arzigogolata e sfaccettata e nessuna sintesi, seppur ampia o approfondita, ne sarebbe esaustiva. Usando parole nostre, possiamo delinearla però entro i seguenti confini e/o contorni:
Il sassofonista di night club, Fred Madison (Bill Pullman), non più giovanissimo eppur di bell’aspetto e non attempato, vive in un’isolata villa di Los Angeles assieme alla conturbante e misteriosa consorte di nome Renée Madison (Patricia Arquette), dai capelli fulvi. Progressivamente, fuori dalla loro abitazione, vengono recapitati, a scadenze regolari, dei pacchi contenenti singolarmente delle VHS dal contenuto inquietante che in questa sede non sveleremo. Fred e Renée si recano a un party in quel delle colline di Beverly Hills, ai piedi di Hollywood, ove Fred viene avvicinato e angosciato da un basso, mascherato e losco figuro dal sorriso beffardamente sardonico (Mystery Man, alias Robert Blake). In tale cupa notte accade qualcosa di macabramente terrificante e Fred viene incarcerato, immantinente condannato alla sedia elettrica con l’accusa di uxoricidio. Al che, nella cella occupata da Fred, al suo posto compare un ragazzo di nome Pete Dayton (Balthazar Getty).
Il quale, visibilmente traumatizzato, viene poi liberato e, terminatone lo shock emotivo, riprende il suo lavoro di meccanico. Uno dei maggiori clienti dell’officina per cui lavora è il temibile, miliardario gangster Dick Laurent detto Eddy (Robert Loggia). La cui avvenente, biondissima compagna è la sexy Alice Wakefield. Forse, nientepopodimeno che la sosia, versione blonde, oppure la reincarnazione della succitata, trucidata Renée. La sua sorella gemella? Tra la femme fatale Alice e l’ingenuo Pete scocca fulmineamente la scintilla dell’attrazione passionale più imponderabile e letale?
Chiarissimi echi e rimandi espliciti a La donna che visse due volte in quest’arabesco e narrativamente dedalico Strade perdute, apripista concettuale, probabilmente, perlomeno progenitore filmico del posteriore, chissà se davvero superiore, Mulholland Drive.
Non sono infatti, oggi come oggi, coloro che considerano Strade perdute l’incipit embrionale, creativo e ideologico di un cineastico percorso lynchiano soltanto più avanti maggiormente modellatosi, affinatosi, perfezionato o realizzatosi più compiutamente e/o fantasiosamente coeso. Cosicché, è or chiarissima l’omogeneità delle sue variazioni tematiche da Lynch sviluppate fin da molto lontano, forse da sempre.
Sul sito aggregatore di medie recensorie metacritic.com, per esempio, Strade perdute riscontra odiernamente una discreta eppur insoddisfacente valutazione del 53% di opinioni positive. Molte delle recensioni, ivi raccolte ed espresse, infatti s’attengono a quelle emesse e concernenti il periodo in cui Strade perdute fu distribuito sul mercato. Dunque, ora come ora, sono probabilmente vetuste e in gran parte superate, anzi, per essere più esatti e corretti, son perlomeno circoscritte a ciò che superficialmente molta dell’intellighenzia critica pensò a riguardo e, aggiungiamo noi, a torto.
Sì, Strade perdute, a distanza di due decadi abbondanti dalla sua ufficiale release internazionale, cioè nel corrente 2023, è dai più ritenuto un capolavoro e Paolo Mereghetti, inizialmente scettico, nel suo Dizionario dei Film, lo liquidò sbrigativamente, tostamente descrivendolo in termini poco lusinghieri e irriverenti. Salvo poi tardivamente ricredersene, cercando vanamente, per ipocrita coerenza indifendibile, di modificarne il giudizio pur conservando pressoché intatta la sua striminzita esegesi confusa e campata per aria…
«Lynch e il cosceneggiatore Barry Gifford smontano i meccanismi del noir, costruendo un racconto che sfida ogni interpretazione razionale, puntando tutto su un’atmosfera onirica e inquietante, piena di paradossi spazio-temporali. Anche se il risultato non è tanto un viaggio sconvolgente nei meandri dell’inconscio, quanto una cinica presa in giro dello spettatore, e la spia di un’impasse creativa. Lynch mostra in questo film di essere ancora chiuso nei suoi incubi, senza saperli reggere con l’intensità che mostra nella prima mezz’ora del film: anche perché, dopo Twin Peaks, si tiene sempre aperta la facile scappatoia del nonsense… Pessime scene erotiche».
Parole dure e spietate che, sostanzialmente, inquadrano lo spirito, forse anche artistico, può darsi persino manieristico, che pervade questa criptica e indecifrabile opera lynchiana ma che allo stesso tempo risultano banali e figlie d’una penna pigra e distratta. Strade perdute, in effetti, malgrado la sua straordinaria perfezione formale e la fotografia, suggestiva e ipnotica di Peter Deming, raramente emoziona e, lungo il suo tragitto, soprattutto verso la fine, diviene soporifero e lento sin allo sfinimento, accartocciandosi su sé stesso in maniera forse involuta. Eppur perennemente trafigge e stordisce a ogni sua visione, avvolgendoci suadentemente nella sua morbosa spirale cinematograficamente deliziosa e irresistibile. Colonna sonora prodotta da Trent Reznor, firmata dal compianto Angelo Badalamenti e pezzi sonori da brividi per una sfilata di rock e hard metal con incursioni dei Rammstein, David Bowie, Lou Reed e una comparsata attoriale di Marilyn Manson.
Nel ricchissimo e variegato cast, Gary Busey, Natasha Gregson Wagner, Michael Maseee (Il corvo), Giovanni Ribisi, Henry Rollins e Richard Pryor.
di Stefano Falotico
FREELANCERS, recensione


Ebbene oggi, per il nostro consueto appuntamento coi Racconti di Cinema, andremo a ripescare e disaminare un film certamente non eccelso ma al contempo, tanto per essere magnanimi, neppur disprezzabile totalmente, ovvero Freelancers. Titolo originale rimasto immutato per la versione italiana per tal pellicola della durata di novantasei minuti netti, diretta da Jessy Terrero. Regista non annoverato addirittura su Wikipedia, quindi, comprenderete bene, poco famoso e, invero, con pochi crediti, a tutt’oggi, all’attivo sul versante filmografico. Probabilmente, aggiungiamo noi, a ragion chiaramente veduta e giusta, data la scarsissima qualità espostaci in questo suo pacchiano e spesso scurrile Freelancers. Il tutto è enunciabile dalle sue presto scordabili immagini piuttosto impresentabili. Freelancers, appartenente all’anno 2012, in effetti, da noi arrivò direttamente in home video e passò giustamente inosservato, trattandosi infatti di un filmetto di rapidissimo consumo, come si suol dire, senz’infamia e senza lode, anzi, ad esser onesti, totalmente terribile, risibile e assolutamente dimenticabile, sebbene a tratti perfino piacevole così come sopra già accennatovi. Trattasi dunque d’un guilty pleasure a tratti interessante? Film, ribadiamo però marcatamente, abbastanza inguardabile qualitativamente, se non fosse che nel cast, oltre al protagonista 50 Cent, svettano e primeggiano i nomi di due attori di risma assai altisonanti che non necessitano di presentazioni, cioè i premi Oscar Robert De Niro (Toro scatenato, The Irishman) e Forest Whitaker (L’ultimo re di Scozia). Chissà perché, inspiegabilmente, capitati in una sciatta produzione di bassa lega come la seguente. Come dettovi, da noi presa però in esame e, per dovere di cronaca, recensita doverosamente. Ora, se De Niro, negli ultimi anni, non è stato di certo nuovo a incursioni in plateali b movies vagamente trash e soprattutto subitamente cestinabili, vedasi, per esempio, Bus 657 (comunque, superiore e di gran lunga migliore rispetto a Freelancers ivi trattato) oppure il recentissimo Wash Me in the River, invece grandemente ci stupisce la presenza di un attore come Whitaker, molto più selettivo rispetto al vecchio Bob, il quale alterna film assolutamente pregevoli a ciofeche immonde, in merito ai suoi progetti attoriali. Specificatovi ciò, passiamo velocemente alla trama, lineare e semplicissima come non mai, da noi peraltro espressavi in modo estremamente conciso, riferitavi solamente nella sua scarna essenzialità saliente e quindi sinteticamente enunciatavi senza fronzoli e/o panegirici di sorta. Anche perché sarebbe pleonastico e oltremodo sciocco sviscerarla a fondo, vistasi la sua pochezza, considerata la sua inconsistenza e la sua netta futilità prevedibile al di là dell’indicibile più mortificante e onestamente molto triste.
Malo (50 Cent, anche produttore e accreditato come Curtis Jackson, suo vero nome all’anagrafe), in virtù della sua ferrea abnegazione, ha coronato il sogno di diventare un poliziotto alla pari di suo padre che morì ucciso. Da chi? Presto, s’imbatterà però tristemente nella corruzione, scoprendo amaramente che dietro il distintivo da sbirri, all’apparenza integerrimi ed eticamente lindi, si celano molti sporchi uomini che semplicemente e sovente rimangono intoccati, abusando del proprio potere, agendo disonestamente e ai confini della legge. Rimarranno impuniti?

Girato professionalmente sebbene in maniera rozza, avvalendosi persino d’una buona fotografia di Igor Martinovic (The Night Of) e recitato discretamente, Freelancers presenta dei momenti registici addirittura, qua e là e a sprazzi, non malvagi. Eppure, fin dapprincipio, si rivela tamarro, sceneggiato malissimamente (script di L. Philippe Casseus), ricolmo in modo stomachevole di battute sessiste e penosamente patetiche, pregne di tossico cameratismo becero e malsano, ripieno di turpiloquio smodato e di accessorie ed inutili bellezze femminili (nel cast, infatti, oltre ai citati 50 Cent, Whitaker e De Niro, Vinnie Jones e un parterre muliebre costituito dalle sexy Dana Delany, Beau Garrett, Anabelle Acosta) ivi inserite solamente in forma, giustappunto, maschilista a mo’ di specchietto per le allodole.
Dunque, perché abbiamo sopra asserito che Freelancers non è neanche tanto male? Poiché, a dispetto della sua oggettiva indecenza esagerata, soprattutto cinematografica, scorre bene e possiede ritmo. Inoltre, alcune immagini son abbacinanti per perfezione formale.

di Stefano Falotico






