LINEA MORTALE, recensione

Ebbene oggi, per il nostro consueto appuntamento con la rubrica Racconti di Cinema, disamineremo Linea mortale (Flatliners), opus del 1990 firmata dal compianto Joel Schumacher (8mm- Delitto a luci rosse, Ragazzi perduti). Film della durata consistente, avvincente, sebbene altalenante, ammaliante e al contempo non esente da marcati difetti rilevanti, Linea mortale, a prescindere dal fatto, alquanto evidente e insindacabile, che non è di certo un capolavoro, altresì non è tantomeno una pellicola perfettamente compiuta e nella sua interezza impeccabile, può essere però tranquillamente annoverata e reputata una delle migliori opere di Schumacher e, a tutt’oggi, cioè a distanza di oltre un trentennio dalla sua uscita e distribuzione nelle sale cinematografiche, mantiene intatta, immutabilmente inscalfibile, la nomea, meritata, di cult movie generazione piuttosto indiscutibile e inossidabile. In quanto, al di là delle sue pecche, da noi prossimamente enunciate, e d’alcune vistose, ingenue grossolanità, a dispetto della sua hollywoodiana convenzionalità, tipica, negativamente, del Cinema mainstream degli anni novanta, Linea mortale possiede ed emana un fascino tutto suo che è impossibile negare. Da un’intrigante sceneggiatura originale, a suo modo geniale, di Peter Filardi (writer di grandi speranze, dotato d’acume e idee brillanti, poi inspiegabilmente scomparso quasi nel nulla di punto in bianco), Linea mortale fu principalmente prodotto nientepopodimeno che da Michael Douglas, il quale raramente ha sbagliato nel corso della sua carriera, parallela a quella di stimato attore, come lungimirante producer dall’ottimo fiuto e splendide intuizioni finanziarie, malgrado in quest’ultimo campo si sia cimentato poche volte, tutte però, ribadiamo, azzeccate. Basti pensare a Qualcuno volò sul nido del cuculo che gli fruttò l’Oscar, giustappunto come produttore nel lontano ‘75, prima di quello da lui successivamente vinto, come interprete, per Wall Street, oppure allo strepitoso Face/Off, da lui fortemente patrocinato.
Saremmo però inclementi se trascurassimo e ivi non citassimo, doverosamente, anche Scott Rudin, altro primario artefice produttivo di Linea mortale. Specificato opportunamente ciò, passiamo or alla trama, da noi qui assai sintetizzatavi per non rovinarvene le sorprese nel caso apparteneste a coloro che non hanno mai visto tale film: un gruppo di ambiziosi e incoscienti, forse semplicemente coraggiosi, studenti di Medicina, capitanati da un Viktor Frankenstein ante litteram, ovvero Nelson Wright (incarnato da un Kiefer Sutherland carismatico, doppiato da Francesco Pannofino), decidono di sfidare la morte, lanciandosi impavidamente in un esperimento rivoluzionario non poco rischioso che consiste nell’assumere sostanze letali, lentamente morendo e poi, grazie a sofisticate apparecchiature d’avanguardia, rinascendo quasi miracolosamente al fine di poter comunicarsi reciprocamente le rispettive esperienze post mortem. L’esperimento funzionerà, cosicché qualcuno vorrà andare oltre, non solo nell’aldilà… Vale a dire che l’indotta morte diverrà una scommessa fatale e forse non molto morale. Sì, eticamente lapidaria…
Funzionale e curata, seppur leziosa e patinata, fotografia suggestiva di Jan de Bont (esatto, il futuro regista di Speed e il cinematographer di Basic Instinct), una buona compagine di giovani attori affiatati, in gran sintonia recitativa, fra cui una fascinosa e fulgida Julia Roberts nel suo primo film immediatamente successivo a Pretty Woman, William Baldwin, Kimberly Scott, Kevin Bacon e Oliver Platt per un film, come sopra dettovi, irrisolto, superficiale in molti sui punti eppur godibilmente eccentrico, ricolmo di sussultanti, sfaccettate e maestose trovate architettateci e congegnate con insolita maestria da parte d’uno Schumacher sorprendente il quale però, pur inoltrandosi con ammirabile ingegno in territori metafisici e ancestrali assai stimolanti, non approfondisce sufficientemente la materia narrataci e visivamente da lui visionariamente mostrataci con indubbi, bei guizzi pindarici dalla notevole tecnica, affogando e approdando, retoricamente e in modo semplicistico, in un finale dolciastro e furbetto, molto fastidioso e indigesto. Musiche di James Newton Howard. Ne è stato realizzato, nel 2017, uno scialbo remake dall’omonimo titolo (da noi, per differenziarlo dall’originale, reso in Flatliners – Linea mortale) per la regia di Niels Arden Oplev con lo stesso Sutherland in un ruolo minore ma centrale.


FLATLINERS, Julia Roberts, 1990

FLATLINERS, Julia Roberts, William Baldwin, Kiefer Sutherland, Oliver Platt, Kevin Bacon, 1990, (c)Columbia Pictures

FLATLINERS, William Baldwin, Julia Roberts, 1990, (c)Columbia Pictures
di Stefano Falotico
POLTERGEIST – Demoniache presenze, recensione

Ebbene oggi, in concomitanza con la pregiata uscita in Blu–ray 4K dell’imperdibile e intramontabile cult assoluto Poltergeist, sottotitolato per il mercato italiano con demoniache presenze, giustappunto, lo disamineremo dettagliatamente.
Opus rilevante di Tobe Hooper (Non aprite quella porta), della durata consistente di un’ora e cinquantaquattro minuti, all’epoca vietata ai minori di 14 anni, sceneggiata da Mark Victor & Michael Grais, soprattutto da Steven Spielberg, principale suo fautore e finanziatore primario.
Secondo la concisa, stavolta pertinente, sinossi estratta e trascrittavi ivi letteralmente da IMDb:
Carol Anne, la più piccola dei bambini Freeling, sembra entrare in contatto con degli esseri di un altro piano dimensionale attraverso una frequenza televisiva. Presto queste presenze inizieranno a manifestarsi in maniera più evidente, terrorizzando la famiglia.
Carol Anne è interpretata dalla giovanissima Heather O’Rourke (come sappiamo, morta nell’88) mentre il pater familias, anzi, il capo famiglia è incarnato nientepopodimeno che dal grande Craig T. Nelson (L’avvocato del diavolo). Sua moglie, Diane, è invece JoBeth Williams. Entrambi straordinari.
Secondo le testuali parole, sotto riportatevi, del valido, sebben un po’ vetusto dizionario dei film Morandini che gli assegna due stellette e mezza su cinque, riaccennandovene la trama, questo il suo giudizio che ci trova sostanzialmente concordi: In casa di una famiglia di Cueste Verde (Arizona) arrivano, passando per il televisore, spiriti aggressivi, provenienti dal cimitero demolito per costruire il quartiere. Macchina della paura con lo zampino di S. Spielberg, produttore e sceneggiatore: se era un bisbiglio, questo è un urlo. I brividi sono disposti in scala crescente, ma l’ultima fase, la più catastrofica, non è la migliore.
Poltergeist di Tobe Hooper, senz’ombra di dubbio, rivisto e quindi rivalutato oggi più oculatamente, al di là del clamore che suscitò e del suo intatto, indiscutibile fascino e del suo forte valore “seminale”, inteso ovviamente in senso cinematografico per come ingenerò innumerevoli, più o meno riusciti (non è questa la sede per parlarne in modo approfondito e specifico) epigoni e film similari dalle tematiche analoghe, è una pellicola forse troppo lunga e spesso soporifera, tranne naturalmente nei momenti di massima tensione e in quelli immediatamente antecedenti ad essi nel divampare, a carburazione lenta e ottimamente calibrata, della suspense vibrante. Un film ove l’influsso spielberghiano è onnipresente e si avverte marcatamente dal primo all’ultimo minuto, inappellabilmente. Tant’è vero che circola ancora la voce secondo la quale Spielberg avrebbe diretto molte scene al posto dello stesso Hooper, non accreditandosene come regista ma comparendo, come sopra ben dettovi, solamente annoverato come screenwriter e producer. Diceria maligna però mai veramente acclarata, perciò risibile e assai falsa.
Poltergeist s’avvale d’una straordinaria fotografia chiaroscurale e d’atmosfera, firmata da un Matthew F. Leonetti molto ispirato e funziona egregiamente in alcune circostanze e meno in altre, viaggiando cioè a fasi alterne e perdendosi in un ritmo traballante e altalenante. In alcuni frangenti, effettivamente inquieta e perturba, angoscia e lascia perfino atterriti, specialmente ipnotizza per lo strepitoso utilizzo degli effetti speciali, a volte volutamente artigianali e rozzi eppur allo stesso tempo assai efficaci, distillati con misura e congegnati con bravura, e per la superba capacità di Hooper nel saperci trasmettere ansia e palpabile terrore pur girando quasi esclusivamente in spazi prevalentemente chiusi e soffocanti, claustrofobicamente morbosi. Sovente, però, pare non saper scegliere quale strada precisa imboccare, se quella del fine thriller psicologico o quella dell’horror perfino truculento, smarrendosi fra parentesi talvolta dozzinali, sciatte e banali, poi rispiccando il volo con alcune trovate geniali e stilisticamente feroci.
Indimenticabile Beatrice Straight nei panni della dottoressa Lesh, “medium” sui generis e “psicologa” dell’occulto e dei fenomeni paranormali. Azzeccate, sebbene non eccelse, musiche di Jerry Goldsmith (Spiriti nelle tenebre).

di Stefano Falotico
RAGAZZI PERDUTI (The Lost Boys), recensione
Ebbene oggi, in occasione della sua uscita in Blu-ray 4K per il mercato italiano, disamineremo Ragazzi perduti (The Lost Boys), pellicola dell’87 diretta dal compianto e controverso, altalenante Joel Schumacher (Un giorno di ordinaria follia, 8mm – Delitto a luci rosse).

Ragazzi perduti, un po’ inaspettatamente, considerando il basso budget impiegatovi per realizzarlo, ai tempi della sua uscita nelle sale cinematografiche, riscosse un considerevole successo, velocemente ascendendo, peraltro, a cult movie generazionale. Aggiungiamo, però noi, leggermente immeritato. In quanto, a prescindere dalla lusinghiera media recensoria che a tutt’oggi viene riportata sul sito aggregatore metacritic.com (equivalente al 63% di opinioni favorevoli) e a dispetto delle ragioni affettive che se ne possano nutrire in merito, legate principalmente al fatto che, per molti ragazzi, appena imberbi e pubescenti che lo videro e amarono quando, giustappunto, fu distribuito, può rappresentare un bel ricordo adolescenziale, Ragazzi perduti non è oggettivamente, rivisto col senno di poi e giudicato obiettivamente, un granché. Per tale nostra affermazione, abbastanza apodittica e assai sincera, non ce ne vogliano i suoi fan ancora numerosi e agguerriti…
Film della snella durata di un’ora e trentasette minuti netti, sceneggiato da Jeffrey Boam (La zona morta, Salto nel buio, Indiana Jones e l’ultima crociata) in collaborazione con Jan Fischer & James Jeremias, autori del soggetto, Ragazzi perduti è un horror decisamente atipico, strampalato e, a suo modo, terribilmente originale, con molti elementi grotteschi e perfino farseschi da commedia degli anni ottanta.
Trama:
Lucy Emerson (Dianne Wiest, Il corriere – The Mule), disoccupata, si trasferisce a Santa Carla, amena cittadina della California, assieme ai due figli, il minore Sam (Corey Haim) e il più grande Michael (Jason Patric, Sleepers). In questo posto, all’apparenza innocuo e balneare, una strana congrega di adolescenti vampiri punk, diciamo, caratterialmente variopinti e dalle abitudini non poco particolari, adoratori di Jim Morrison e dei rituali più eccentrici e balzani, capeggiati dal sinistro, luciferino e perfino pacchiano David (Kiefer Sutherland), sconvolgeranno la normalità della famiglia Emerson, specialmente di Michael, nel frattempo innamoratosi della ragazza di David, ovvero la fascinosa e misteriosa Star (Jami Gertz)?
Film d’orrore, come detto, sui generis, con alcune interessanti variazioni sul tema del vampiro che non staremo qui a specificarvi e rivelarvele nel caso foste fra coloro della nuova generazione che non l’hanno mai visto, Ragazzi perduti è un discreto teen movie tipicamente legato agli eighties, cioè agli anni ottanta, con una prima parte intrigante e assai d’atmosfera, lisergico al punto giusto e finanche godibile sul piano dell’intrattenimento più spicciolo, in quanto scorrevole e sanamente sciocco.
Joel Schumacher, inoltre, s’è sempre avvalso di ottimi direttori della fotografia e, infatti, qui è il grande Michael Chapman (Taxi Driver) a regalarci le cose migliori e non pochi squarci visionari del tutto notevoli. Eccellente anche la colonna sonora di Thomas Newman.
Detto ciò, però va altresì ammesso che, come scritto inizialmente, Ragazzi perduti, al di là del suo cast di giovanissime promesse (non mantenute), ai cui nomi già elencati, ovviamente aggiungiamo l’inseparabile ex amico, omonimo e partner dello scomparso Haim, cioè Corey Feldman (I Goonies di Richard Donner, produttore principale di Ragazzi perduti), il quale aveva peraltro già lavorato con Sutherland in Stand by Me – Ricordo di un’estate, in assenza, in tal caso, stranamente di Haim, è un film che appare datato e sopravvalutato, sebbene, ribadiamo, assolutamente guardabile tranquillamente.
di Stefano Falotico
ATHENA, recensione
Ebbene oggi recensiamo il notevole e perturbante, stupefacente Athena, presentato, con ottimi riscontri critici, alla 79.a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e disponibile, in streaming su Netflix, a partire dallo scorso 23 settembre.
Athena è diretto dal valente e coraggioso, avanguardistico Romain Gavras. Regista famoso per i suoi provocatori ed eversivi, eccentrici video musicali, qui alla sua terza opus cinematografica.
Athena dura novantasette minuti che scorrono tutti d’un fiato poiché Athena è un film graniticamente ineccepibile, straordinariamente ed emotivamente coinvolgente, adrenalinico e pregno di pathos parossisticamente gigantesco e memorabile. Girato in modo magistrale e sperimentale nella sua accezione migliore e più potente.
Prodotto dallo stesso Gavras, da lui stesso sceneggiato assieme a Ladj Ly & Elias Belkeddar, eccone sinteticamente la trama che vi estrapoleremo, letteralmente, da IMDb:
Ore dopo la tragica morte del loro fratello minore in circostanze inspiegabili, tre fratelli hanno la vita gettata nel caos.
Fenomenale, dal ritmo incalzante e, concedeteci di dirlo, incazzoso, vigoroso e mozzafiato, Athena non lascia un attimo di tregua sin dal suo folgorante, inquietante incipit al cardiopalma, ovvero un lungo e convulso piano sequenza da mettere i brividi, bellamente stritolandoci in una cupa e violenta atmosfera di sangue e sudore, di rabbie mastodontiche e di vertiginoso romanticismo senza fronzoli.
È, come sopra appena accennatovi, una violenta e appassionante, brutale e feroce storia di vendetta mortale, una sapida e portentosa miscela sanguinaria, pugnace, grintosa e perfino verace di action sui generis e poliziesco drammatico, a sua volta shakerata all’intima, toccante e rutilante vicenda personale di un ragazzo da poco richiamato dal fronte, di nome Abdel (interpretato da un bravissimo Dali Benssalah), alla disperata e strenua, combattiva ricerca dei colpevoli della straziante morte ingiusta di suo fratello. Nel rossiniano salire in crescendo spasmodico della suspense, Abdel, dovrà vedersela con lo scapestrato fratello maggiore Moktar (Ouassini Embarek), quest’ultimo precipitato in un’infernale spirale pericolosa e coinvolto, forse suo malgrado, in loschi affari sporchi, e si troverà costretto, giocoforza, a gestire un’esplosiva situazione che, con l’impietoso trascorrere ferino del tempo e l’escalation indomabile d’avvenimenti via via più gravi, diverrà sempre più difficile esponenzialmente. Esponendolo, perdonate il voluto gioco di parole, a circostanze progressivamente allarmanti. Figure chiavi e centrali saranno però un altro fratello, il più giovane di nome Karim (Sami Slimane), e il poliziotto Jérôme (Anthony Bajon).
Incredibile montaggio impeccabile di Benjamin Weill e splendida fotografia naturalistica firmata da Matias Boucard per un quasi capolavoro, sì, lo è, che potremmo, giocando di parallelismi cinefili, “gemellare” all’indimenticabile L’odio di Mathieu Kassovitz con Vincent Cassel.
Fra guerriglie urbane filmate quasi come fossimo dinanzi a un documentario iperrealistico e al contempo surreale, detonazioni tonitruanti, morti ammazzati, interminabili scontri fra bande e lotte senza esclusione di colpi contro la polizia, si staglia imponente il ritratto allucinante d’una tetra banlieue fatale che si stampa e imprime immediatamente, con forza impressionante, nei nostri occhi, mordendoci l’anima e raschiandoci il cuore furentemente.
Forse, Athena perde solamente qualche colpo negli ultimi venti minuti ove la retorica fa capolino, non sempre in modo gradito, più d’una volta, perdendosi in ralenti e silenzi leggermente tirati per le lunghe. Esagerando col senso enfatico della tragedia.

di Stefano Falotico
Mr. sabato sera, recensione

Ebbene, oggi per il nostro consueto, speriamo apprezzato appuntamento coi Racconti di Cinema, ripeschiamo una piccola perla del 1992, ovvero l’affascinante e assai divertente, sebbene forse non riuscito completamente, Mr. sabato sera (Mr. Saturday Night), film che segnò l’esordio registico dello strepitoso Billy Crystal che ne è anche il protagonista, mattatore assoluto, oltre che autore della sceneggiatura firmata assieme a Babaloo Mandel & Lowell Ganz.
Mr. sabato sera dura centodiciannove minuti netti, cioè, arrotondando, pressoché 2h, ed uscì sui nostri grandi schermi con leggero ritardo rispetto alla distribuzione statunitense. Qui da noi, Mr. sabato sera è una pellicola quasi misconosciuta e ampiamente, a tutt’oggi, sottovalutata, invece molto apprezzata, fin dalla sua primissima release, giustappunto, oltreoceano. Ove riscosse immantinente larghi ed entusiastici apprezzamenti da parte dell’intellighenzia critica.
Trama:
In maniera spassosa, scanzonata, altresì melodrammatica, vengono narrate ed esposteci le rocambolesche, balzane, esilaranti disavventure e peripezie bislacche dello stand–up comedian Buddy Young Jr. Del quale ne seguiamo l’excursus esistenziale-professionale, oltreché concernente la sua vita privata e sentimentale, ovvero la sua esplosiva e mirabolante, inaudita nascita come artista e comico di cabaret sin ad arrivare al suo tramonto, sì, allo sfacelo e alla sua patetica e melanconica, quasi tragica, ineluttabile disfatta penosa e impietosa. In un alternarsi funambolico di flashback e salti avanti nel tempo, ne ripercorriamo la carriera e ne viviamo, appassionatamente, le vicende personali. Cosicché, visualizziamo il rapporto barcamenante fra lui e il fratello Stan (David Paymer), fedele e inseparabile consigliere, e assistiamo al primo incontro romantico fra il giovane, all’apice del successo, Buddy e la futura, incantevole ed avvenente moglie Elaine (Julie Warner), fin ad arrivare all’entrata in scena di Annie Wells (Helen Hunt) che offrirà a Buddy, oramai invecchiato tristemente e da tutti abbandonato, una seconda, forse tardiva chance…
E qui ci fermiamo, ovviamente, per non sciuparvene le sorprese.
Crystal è doppiato dal compianto e bravissimo Tonino Accolla, fotografia chiaroscurale di bell’impatto a cura di Don Peterman (Flashdance, Splash – Una sirena a Manhattan) e pertinenti, sebbene non eccezionali, musiche di Marc Shaiman (Il presidente – Una storia d’amore, Harry, ti presento Sally...) per una commedia garbata, briosa ed emotivamente, potremmo dire, sia sofisticata che, in molti punti, sfilacciata e troppo prolissa. Ciononostante, Mr. sabato sera funziona egregiamente e intrattiene con tatto e leggiadria in quanto Crystal è campione di armonia e magnifica (auto)ironia. Conosce perfettamente i giusti tempi comici, così come direbbero gli americani, il “timing” preciso in cui sfoderare le sue battute e le sue fenomenali freddure chirurgiche, elargendocele e distillandole con indubbia classe e maestria d’alta scuola da superbo commediante veramente bravo ed elegante, giammai volgare, tantomeno irritante anche laddove indubbiamente esagera nel suo one man show a tratti fin troppo compiaciuto.
In pochi sanno fare intrattenimento di classe, Crystal n’è conoscitore provetto e arguto da tempo immemorabile e, ancora oggi, indiscusso campione incommensurabile.
Titoli di testa firmati dal duo delle meraviglie Elaine & Saul Bass e, ahinoi, pessimo make–up per le molte scene in cui Buddy, il quale dovrebbe apparirci molto anziano, è malamente coperto da un latex vistoso e poco efficace.
Nel cast, oltre agli attori naturalmente già sopra citati, Ron Silver, Jason Marsden, (Buddy adolescente), Jerry Orbach e un fulminante, velocissimo cammeo di nientepopodimeno che il mitico Jerry Lewis.
Da confrontare col successivo, inspiegabilmente inedito qui da noi, The Comedian di Taylor Hackford con Robert De Niro e la partecipazione straordinaria dello stesso Billy Crystal.

di Stefano Falotico
PINOCCHIO di Robert Zemeckis con TOM HANKS, recensione


Ebbene, oggi recensiamo l’ultima e attesissima opus di Robert Zemeckis (Ritorno al futuro, Benvenuti a Marwen, Flight), ovvero Pinocchio, targato Disney+ e disponibile, dall’8 Settembre mondialmente, su Amazon Prime.
Tratto e liberamente adattato, naturalmente, dal celeberrimo, numerosissime volte trasposto, Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino di Carlo Collodi, favola arcinota che non necessita di ulteriori presentazioni pleonastiche, il Pinocchio zemeckesiano, nelle prossime righe da noi disaminato, non è stato accolto positivamente dalla critica internazionale. In quanto, a nostro avviso erroneamente, così come presto vi spiegheremo, è stato stroncato apertamente in modo plateale e ingiustificato. Probabilmente esagerato, riscuotendo, giustappunto, un magrissimo e deludente 33% di media recensoria sul sito aggregatore Rotten Tomatoes e rivelandosi, dunque, agli occhi dell’intellighenzia, un sonoro flop di proporzioni titaniche.
Come poc’anzi accennatovi, noi invece, pur ovviamente non reputandolo un capolavoro, neppure un film memorabile, abbiamo apprezzato il Pinocchio di Zemeckis e non v’abbiamo scorto né visto nulla di così particolarmente disdicevole e/o disprezzabile, a differenza peraltro, non soltanto della Critica quasi in toto, bensì di gran parte dello stesso pubblico che, in maniera parimenti lapidaria e piuttosto uniforme, altresì superficiale e omologata a un banale pensiero comune che sta attecchendo in modo omogeneamente triste e agghiacciante per maligno sentito dire, per pregiudizi contagiosi e vergognosi, a causa della faciloneria più imbarazzante e stolta, impietosamente lo sta ingiuriando pesantemente. Un pubblico prevenuto che lo sta in massa subissando di offese riprovevoli. Offese, riteniamo, impertinenti e, ripetiamo, fallaci e troppo astiose. Sinceramente, non ci capacitiamo di tale screanzato accanimento eccessivo, piatto e scontato, stupendoci oltremodo di quest’irriguardoso atteggiamento idiosincratico nei confronti di Pinocchio, invece amabile.
Prodotto da Paul Weitz (About a Boy, Vi presento i nostri, Being Flynn), sceneggiato da suo fratello Chris & e dallo stesso Robert Zemeckis con non poche licenze poetiche, accorciamenti, reinvenzioni e limature, queste sì, soventemente non necessarie e distorsive rispetto alla celebre storia originale di matrice collodiana, Pinocchio dura centocinque minuti netti che scorrono via tutti d’un fiato e, nella loro intima, scorrevole, carezzevole essenza anacronistica e naïf, si lasciano gustare con godibilità ineludibile e piacevolissima.
Trama, da tutti conosciuta ma è comunque importante enunciarla sinteticamente:
Nel suo malinconico incipit, visivamente strabiliante e poetico, osiamo dire incantevole, assistiamo al Grillo Parlante (voce originale di Joseph Gordon-Levitt) che entra di soppiatto in casa dell’anziano Geppetto (un grande Tom Hanks come sempre). Un uomo che sta immensamente soffrendo per la recente, tragica scomparsa del figlio, e vive in un’angusta tavernetta, diciamo, rustica e polverosa, in compagnia solamente d’una pesciolina di colore giallo di nome Cleo e del suo fido gatto Figaro. Da tempo è intento a creare meticolosamente un burattino di legno di nome Pinocchio nell’apparentemente vana e illusoria speranza che quest’ultimo, cioè la marionetta di nostra conoscenza, possa consolare e alleviare il suo lutto incolmabile e tremendo. Al che, porge gli occhi al cielo stellato e illuminato e, avvistando lassù la baluginante Stella dei Desideri, per l’appunto, le esprime un desiderio, ovvero che Pinocchio possa trasformarsi in un vero e proprio bambino in carne e ossa. Dunque, come per miracolo, La Fata Turchina (Cynthia Erivo) rende possibile l’inimmaginabile più utopistico e incredibile. Il resto della storia la sapete… fra il Gatto e la Volpe, Mangiafuoco (interpretato dal nostro Giuseppe Battiston) e Lucignolo (Lewin Lloyd).
Nitida e splendida fotografia inappuntabile di Don Burgess e appropriate musiche di Alan Silvestri, due immancabili habitué di Zemeckis, a comporre, da Forrest Gump in poi, lo stesso quartetto e a rinnovare l’intramontabile reunion col duo storico Zemeckis ed Hanks (Cast Away, Polar Express).
Attesi, presto, con un’altra pellicola, Here, scritta peraltro dallo stesso sceneggiatore di Forrest Gump, cioè Eric Roth, e con la sua stessa co-protagonista, Robin Wright.
Pinocchio non è bellissimo, non è neanche forse bello ma, di certo, non è affatto brutto.
L’animazione live action e il connubio fra riprese reali dei pittoreschi borghi toscani e gli attori funzionano egregiamente e Zemeckis n’è maestro oramai indiscusso, anche laddove, vedi La leggenda di Beowulf, come in questo caso, non s’accorda a una sceneggiatura originale, tantomeno efficace. In quanto, i dialoghi stentano e scricchiolano grandemente, il buonismo e il politically correct abbondano a dismisura e alcune situazioni sono, incontrovertibilmente, scarsamente plausibili e finanche imbarazzanti.
Eppur il Pinocchio di Zemeckis basa molta della sua forza, persino emotiva, su un lirismo d’antan affascinante, su soavi atmosfere favolistiche e sulla caratura recitativa di Hanks, eccezionale e commovente, tant’è vero che compare lui, in primissimo piano, sebbene di profilo, nella locandina originale. Ha dei momenti indubbiamente criticabili e addirittura ridicoli. Ciononostante, è perfettamente coerente col percorso artistico di Zemeckis e totalmente ascrivibile alla sua stupefacente poetica cineastica, vogliosa di sperimentare interminabilmente e in modo instancabile. Poiché a Zemeckis non interessa più realizzare capolavori o film importanti che passeranno alla storia all’istante, bensì desidera soltanto mettersi in gioco, “ingenuamente” sbagliando clamorosamente oppure solo venialmente, alla stregua di un moderno Pinocchio della settima arte che si diverte da matti nel suo luccicante e ammirabile giostrarsi, più o meno bene, nel gran Paese dei Balocchi ove tutto gli è concesso senza correre il rischio di passare per asino come Lucignolo poiché non ha niente da dimostrare e rimane, rimarrà eternamente l’autore di due perle insuperabili come Back to the Future e Chi ha incastrato Roger Rabbit.
Il Pinocchio di Zemeckis non toglie né aggiunge nulla a ciò che abbiamo visto e letto sin ad ora. Dunque, se siete stanchi dell’ennesima sua versione (attenzione, a Natale uscirà anche quella di Guillermo del Toro), peraltro non molto originale né personale, del burattino di legno creato dalla penna di Collodi, lasciate perdere subito.
Postiglione è incarnato da Luke Evans mentre la gabbianella Sofia è doppiata da Lorraine Bracco (Quei bravi ragazzi).
In conclusione: Stranamente, son il primo a recensire ivi questo film. In tarda serata di tale 14 Settembre 2022. Cioè, un giorno dopo il mio compleanno, quasi due dì dopo. In quanto, dopo la mezzanotte, Cenerentola. Ah no, scusate, eh eh, confondevo le fiabe. Io sono il lupus in fabula.

di Stefano Falotico
Tutti i vincitori, i winners, del 79° Venice Film Festival
From Deadline:
VENICE 79
Golden Lion
All the Beauty and the Bloodshed, dir: Laura Poitras
Silver Lion Grand Jury Prize
Saint Omer; dir: Alice Diop
Silver Lion Best Director
Luca Guadagnino, Bones and All
Special Jury Prize
No Bears, dir: Jafar Panahi
Best Screenplay
Martin McDonagh, The Banshees of Inisherin
Best Actress
Cate Blanchett, Tar
Best Actor
Colin Farrell, The Banshees of Inisherin
Marcello Mastroianni Award for for Best New Young Actor or Actress
Taylor Russell, Bones And All
HORIZONS
Best Film
World War III; dir: Houman Seyidi
Best Director
Vera; dirs: Tizza Covi, Rainer Frimmel
Special Jury Prize
Bread and Salt; dir: Damian Kocur
Best Actress
Vera Gemma, Vera
Best Actor
Mohsen Tanabandeh, World War III
Best Screenplay
Fernando Guzzoni, Blanquita
Best Short Film
Snow In September; dir: Lkhagvadulam Purev-Ochir
Lion of the Future – Luigi De Laurentiis Award for a Debut Film
Saint Omer; dir: Alice Diop
HORIZONS EXTRA
Audience Award
Nezouh, dir: Soudade Kaadan
VENICE CLASSICS
Best Documentary
Fragments of Paradise; dir: KD Davison
Best Restored Film
Branded To Kill
VENICE IMMERSIVE
Best Experience
The Man Who Couldn’t Leave; dir: Chen Singing
Grand Jury Prize
From the Main Square; dir: Pedro Harres
Special Jury Prize
Eggscape; dir: German Heller
SECRET WINDOW, recensione

SECRET WINDOW, Johnny Depp, 2004, (c) Columbia
Ebbene, oggi, salteremo un po’ indietro nel tempo, arrivando a attraccando al 2004, anno dell’uscita del film da noi, nelle prossime righe, disaminato, ovvero Secret Window. Secret Window segna la terza incursione, dietro la macchina da presa, di David Koepp (sceneggiatore di tante pellicole, così come esplicheremo a fine recensione, e della “triade” di Brian De Palma rappresentata da Mission: Impossible, Carlito’s Way & Omicidio in diretta). Il quale, dopo i suoi interessanti Effetto black out, con una splendida e sensualissima Elisabeth Shue, ed Echi mortali con Kevin Bacon, trascurando il suo cortometraggio Suspicious, come dettovi, nell’anno sopra indicatovi, adattò lui stesso e traspose per il grande schermo un inquietante e bel racconto di Stephen King, intitolato qui da noi Finestra segreta, giardino segreto, a sua volta tratto dalla raccolta antologica, ad opera ovviamente del maestro del brivido succitato, Quattro dopo mezzanotte (Four Past Midnight). Film della breve ma piacevole, assai scorrevole durata di un’ora e trentasei minuti netti (anche meno, se naturalmente, tralasciamo i titoli di coda), Secret Window, chiariamoci immediatamente, non è un grande film, certamente. Eppur ha un suo rimarchevole perché. Infatti, a scanso di equivoci, specifichiamolo nuovamente e marcatamente, si lascia vedere e gustare che è davvero un piacere. In quanto, tale terza opus registica, la migliore a tutt’oggi nell’excursus filmografico di Koepp, pur essendo soltanto la terza in ordine temporale, questa strana pellicola con un Johnny Depp alquanto, autoironico, inedito e carismatico (Koepp e Depp si sarebbero successivamente, purtroppo, rincontrati per il fallimentare Mortdecai), non è pretenziosa ed è puro entertainment godibile, altresì intelligente.
Trama:
Morton Rainey (Johnny Depp versione platinata), detto Mort, è uno scrittore di successo di racconti e novelle horror e di gialli psicologici. Una sera scopre, in motel, sua moglie Amy (Maria Bello) a letto con un altro (Timothy Hutton). Ne chiede immantinente il divorzio e decide di recarsi, in totale solitudine, in una casa nel bosco. Qui, presto bussa alla sua porta uno strano figuro ambiguo e sinistro, John Shooter (John Turturro). Quest’ultimo minaccia Mort, accusandolo di plagio letterario, cioè di avergli rubato un suo scritto. È vero o trattasi semplicemente di capziosa intimidazione oppure è soltanto immaginazione? Di chi? Come andrà a finire?
Teso, compatto, orchestrato con ingegno e tatto, con un’ottima fotografia di Fred Murphy e una partitura musicale efficace a cura di Philip Glass e Geoff Zanelli (non accreditato), Secret Window non è nulla di trascendentale o indimenticabile eppur ammalia e appassiona dal primo all’ultimo minuto in virtù del suo ritmo vertiginoso e incalzante. Soprattutto per via della sua scorrevolezza piacevolissima. Koepp dirige con sobrietà ed eleganza una vicenda all’apparenza lineare dall’andamento inizialmente lento che poi diviene fascinosamente contorta e introspettivamente ricolma di risvolti perfino scioccanti. Intrattenendoci e, a tratti, finanche impaurendoci e le nostre certezze spesso destabilizzando con stile sottile. Koepp, classe ‘63, ahinoi, un nome quasi mai citato dai cosiddetti cinefili, a torto. Poiché, malgrado numerosi passi falsi e un’ipertrofica produzione che, senz’ombra di dubbio, include, come detto, non pochi titoli meno qualitativi rispetto ad altri sicuramente più elevati cinematograficamente, può vantare un carnet di tutto pregio indiscusso. Giusto per elencare qualche titolo di film, se non sempre ragguardevoli, perlomeno noti e/o incisivi, oltre alle pellicole depalmiane sopra scrittevi, ci par doveroso annoverare Cattive compagnie di Curtis Hanson, La morte ti fa bella di Robert Zemeckis, Spider-Man di Sam Raimi, Jurassic Park e il suo sequel Il mondo perduto, La guerra dei mondi e Indiana Jones e il regno del teschio di cristallo, ca va sans dire, di Steven Spielberg, L’uomo senza ombra di Paul Verhoeven, Angeli e demoni ed Inferno di Ron Howard. Insomma, forse non un regista eccelso o un impeccabile sceneggiatore perfetto o senza sbavature, di certo però un nome onnipresente e immarcescibile di Hollywood, ripetiamo, quasi mai menzionato dagli stessi “addetti ai lavori” assai superficiali e ignari del suo valore e della sua vasta creatività feconda e illimitata.

SECRET WINDOW, Maria Bello, 2004, (c) Columbia

SECRET WINDOW, Johnny Depp, 2004, (c) Columbia


SECRET WINDOW, Johnny Depp. 2004, (c) Columbia

di Stefano Falotico
UN COUPLE, recensione

Ebbene, dalla 79.a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, recensiamo il grandioso e sofisticato Un Couple, diretto dal veterano, classe ‘30, Frederick Wiseman. Regista statunitense, nato a Boston, da non confondere, ovviamente, col suo conterraneo e ben più giovane omonimo, perlomeno per quanto concerne il cognome, ex marito della bellissima Kate Beckinsale, vale a dire Len Wiseman, director invece del remake di Atto di forza con Colin Farrell e del franchise Underworld con la sua, ripetiamo, ex consorte appena succitata. Anche perché stiamo parlando, capirete bene immediatamente, di due registi non soltanto assai distanti all’anagrafe, bensì completamente agli antipodi e antitetici per quanto riguarda gli stili filmici, decisamente differenti e posizionati su due distinti campionati, potremmo dire, remoti anni luce e oppostamente intangibili diametralmente.
Un Couple, in Concorso alla kermesse, è un lungometraggio alquanto breve che, per l’esattezza, dura giustappunto solamente sessantatré minuti scarsi che, a nostro avviso, son estasianti superbamente ed impressionanti, impressionistici, pittoricamente magnifici, fulgidamente innervati d’uno sguardo autoriale coraggiosamente demodé, a metà strada fra la settima arte più naturalistica e bellamente finto-documentaristica e quello che, una volta, veniva definito cinéma vérité.
Un Couple ha una sola attrice protagonista e nessun altro interprete, ovvero Nathalie Boutefeu, anche totale autrice d’una sceneggiatura decisamente inusuale. La Boutefeu incarna Sophia, cioè nientepopodimeno che l’ex moglie del celeberrimo scrittore Lev Tolstoj. La quale, dopo l’incipit a lume di candela in una stanza angusta, illuminata soltanto in modo fioco, viene poi ripresa, spesso in primissimo piano, in mezzo a una natura incontaminata che profonde melanconia a pelle, emanante cangevoli e potenti tinte crepuscolari. Sophia sta recitando, combattuta e provata, fra sentimenti ondeggianti e stati d’animo riflessivi e altri perfino irosi e/o pensierosi, imprigionata, quasi in modo sognante, in un eterno struggimento amoroso dei più romantici e al contempo nostalgici, un’infinita e sterminatamente delicata lettera pregna di vita vissuta assieme al suo compagno. Lettera che, a sua volta, raccoglie il rapporto epistolare e diaristico avuto con suo marito. Cosicché, languidamente persane nel ricordo, nella sua mente, nel suo cuore e nel candore scintillante d’un interminabile vagheggiarne la travagliata passione altalenante eppur indimenticabile, senziente vaga lungo un’isola della Gran Bretagna, sfogandosi morbidamente in un monologo che coincide perfettamente, esclusi i titoli di testa e di coda di Un Couple, con la durata del film stesso nella sua intoccata interezza marmorea e calda, sinuosa e avvolgente, sobria e incantevole…
Film umanistico, anzi, romanticamente umanissimo e splendidamente anacronistico sotto ogni punto di vista dei più positivi, Un Couple è il film adatto a chi, per l’appunto, è stanco delle cosiddette americanate commerciali e standardizzate, plastificate à la Wiseman di Total Recall.
È un sentito e commovente atto d’amore universale non tanto incentrato sulla turbolenta, storica e ruggente, struggente, apparentemente imperitura eppur ineluttabilmente caduca e fuggevole love story fra Sophia e Tolstoj, bensì verso l’Arte pura.
Gli snob obietteranno in merito al valore, in verità, molto importante di Un Couple, liquidandolo superficialmente e tronfiamente come un fanatico, mero esercizio di stile fine a sé stesso e non necessario. Sbagliando, secondo noi, clamorosamente.
Si astengano dalla sua visione, sicuramente, coloro che, ignari della beltà cinematografica più sperimentalmente affascinante, lontanissima da ogni estetica mainstream e moda ruffiana, legata a logiche esclusivamente, tipicamente hollywoodiane delle più mercantilistiche e/o marchettare, potrebbero pazzescamente addirittura credere che Un Couple non sia Cinema vero e stupendo, anzi, viceversa…

di Stefano Falotico





