IL COMMISSARIO MAIGRET e la giovane morta, recensione

Ebbene oggi recensiremo un film straordinario e, ahinoi, passato quasi del tutto inosservato e dunque, al momento, ai più misconosciuto, ovvero l’affascinante ed elegante Il commissario Maigret e la giovane morta, il cui titolo originale è semplicemente Maigret. Ispirato, ovviamente, all’omonimo e celeberrimo personaggio creato dalla penna di Georges Simenon, già portato innumerevoli volte sul grande e piccolo schermo (celebre, per esempio, l’incarnazione e la caratterizzazione che ne diedero Jean Gabin, oppure Gino Cervi, e fu impersonato, peraltro, anche dall’insospettabile Rowan Atkinson), per l’occasione, Il commissario Maigret e la giovane morta è un opus perlaceo, con raffinatezza diretto da Patrice Leconte (L’uomo del treno) e da lui stesso sceneggiato assieme a Jérôme Tonnerre. Ivi, Maigret è interpretato da nientepopodimeno che il grande e sempre carismatico, intramontabile ed eccezionale Gérard Depardieu.
Il commissario Maigret e la giovane morta dura soltanto un’ora e ventinove minuti netti ma appassiona decisamente in virtù, ripetiamo, della sofisticatezza registica, della bella prova di classe del suo attore principale e anche per via dell’inquietante eppur avvincente trama, ottimamente snocciolataci, e del suo veloce intreccio alla fine, naturalmente, svelante l’enigma della vicenda narrataci e, ça va sans dire, già espostaci e qui ridotta per tal adattamento notevole. Ovvero la seguente, sottostante brevemente accennatavi e testualmente trascrittavi dalla sinossi di IMDb, adattata dall’omonimo giallo, importante specificarlo e ancora sottolinearlo, giustappunto di Simenon, per l’esattezza intitolato Maigret et la jeune morte.
A Parigi, una giovane ragazza viene trovata morta in una piazza parigina, con indosso un abito da sera. Il commissario Maigret cercherà di identificarlo e poi capire cosa è successo alla vittima.
Trasposizione piuttosto fedele del romanzo originario, corrispondente al 45° libro della serie dedicata a questo character, Il commissario Maigret e la giovane morta, pur non essendo certamente un film capolavoro o ascrivibile alla storia delle migliori riduzioni cinematografiche del personaggio in questione, come dapprima dettovi, è ampiamente godibile e si distingue per la sua ricercatezza formale, in particolar modo per la chiaroscurale fotografia magistrale di Yves Angelo, spiccando per bellezza dei dettagli e per le sue sobrie scenografie impeccabili, aggiudicandosi meritevolmente un posto d’onore all’interno della sterminata galleria di lungometraggi inerenti quest’importante personaggio. Sorretto da un Depardieu misuratissimo e con la sordina, ben lontano e, a livello recitativo, antitetico rispetto alle sue prove attoriali più eccessive e troppo istrioniche e/o colorite, assai efficace e inappuntabilmente calzante per la parte assegnatagli, dominato dalla presenza dell’ipnotica e dolcissima Jade Labeste, giustamente annoverabile e mirabile fra un cast eterogeneo in cui sono perlomeno da citare anche Mélanie Bernier, Clara Antoons, Élizabeth Bourgine, André Wilms e Aurore Clément, Il commissario Maigret e la giovane morta si gusta tutto d’un fiato e, sino all’ultimo, perdonateci per il voluto gioco di parole, ci lascia col fiato sospeso. D’altronde, com’è doveroso che sia per ogni noir che si rispetti e avvinca. Se siete sinceramente stanchi di Maigret e pensate sia un personaggio oramai inflazionato e insopportabilmente propostoci sin allo sfinimento, se odiate i film francesi ove succede tutto anche quando sembra non accadere nulla di rilevante, poiché sono pellicole perlopiù basate sul fine gioco di sguardi, pregne di dialoghi ficcanti, incentrate sulle psicologie comportamentali e le dialettiche schermaglie, lasciate perdere. Inoltre, c’eravamo dimenticati di dirvi che Il commissario Maigret e la giovane morta è stato girato appositamente in modo lento e demodé, perciò, malgrado la sua cortissima durata, apparirà soporifero da morire a chi non è abituato a ritmi degni del Cinema d’una volta. Un Cinema ove non è tanto la trama a contare, bensì son le atmosfere a primeggiare e son imprescindibili e messi in evidenza i piccoli gesti a prima vista insignificanti. Detto ciò, è Leconte purissimo. Leconte è così, moltissima forma ma i suoi detrattori pensano che un film, per di più in tal caso un giallo, privo d’un intreccio complicato, sia un male. Forse si sbagliano.
di Stefano Falotico
Il grande match (GRUDGE MATCH), review again
Ebbene oggi, per il nostro consueto, speriamo apprezzato, appuntamento coi Racconti di Cinema, torneremo indietro nel tempo sin a qualche anno fa, cioè nel 2013, anno dell’uscita del film, giustappunto, da noi preso in questione e disaminato, ovvero Il grande match (Grudge Match), opus di puro e non pretenzioso intrattenimento, firmato da Peter Segal (Terapia d’urto).

Il grande match è una commedia di natura vagamente sportiva della durata consistente e, a tratti esilarante e godibile, di centotredici minuti, prodotta dal regista Mark Steven Johnson (Daredevil, Killing Season) e sceneggiata dal terzetto formato da Tim Kelleher, Rodney Rothman & Doug Ellin.
Il grande match vede fronteggiare, non solo sul ring da pugilatori decisamente âgée, diciamo così eufemisticamente per non definirli un po’ pateticamente senili eppur al contempo assai autoironici e anche, permetteteci di ironizzare a nostra volta, grottescamente auto-iconici e parodistici, mr. Rocky Balboa, alias Sylvester Stallone, e il sig. Jake LaMotta di Toro Scatenato, ça va sans dire, Robert De Niro.
Stallone e De Niro nuovamente assieme sul grande schermo dopo essersi incontrati magnificamente nel ben più superiore e oggettivamente migliore, qualitativamente più corposo e importante, Cop Land di James Mangold.
Il grande match, a differenza del film appena succitato, non è sicuramente memorabile, tantomeno paragonabile ai migliori lungometraggi rispettivamente con Stallone e De Niro. Chiariamoci però immantinente in merito, non intende essere ricordato per il suo valore né ambisce volutamente a essere un film degno di nota nel senso letterale della parola, bensì si palesa, senza fronzoli, come un’innocua sciocchezzuola apprezzabile unicamente in quanto girata al solo scopo, ribadiamo, d’enunciarsi e mostrarsi per quel che semplicemente è, ovverosia un divertissement spensierato e, a suo modo, nostalgico in quanto, giustappunto, creante e concretizzante l’occasione agognata da molti cinefili aficionados di Stallone e De Niro. Cioè quella di assistere alla materializzazione avvenuta, in forma di celluloide, di veder combattere, due boxer storici e leggendari della settima arte pregiata. Occasione non disdicevole ed appieno realizzatasi, sebbene probabilmente rivelatasi inefficace e sprecata, forse buttata leggermente via, poiché il Grande Match altri non è che, come appena dettovi, solamente un filmetto senz’arte né parte, e l’operazione è stata realizzata con sciatteria e maldestrezza, se non inusitate, perlomeno ampiamente criticabili. Infatti, rimarchiamo ancora, di contraltare, le aspettative fantasiose rese realtà non hanno condotto ad esiti propriamente felicissimi e combacianti positivamente con le idealizzate e bramate aspettative più prelibate e segretamente ghermite gustosamente dai fan dei loro e nostri amatissimi beniamini giammai dimenticati… Trama, sinteticamente e testualmente riportatavi da IMDb:
Una coppia di vecchi rivali di pugilato abbandonano il loro pensionamento per combattere in un ultimo incontro, trent’anni dopo la loro ultima partita.

Più che partita, potremmo denominarla disfida, aggiungiamo noi, specificandovi che gli antagonisti sono Henry Sharp, detto Razor (Stallone), e Billy McDonnen, il cui nomignolo è invece The Kid (De Niro).
Henry è amico del suo inseparabile e arzillo personal trailer (Alan Arkin) ed è ancora innamorato dell’avvenente, nonostante anche lei in là con l’età, Sally (Kim Basinger), mentre Billy sta cercando disperatamente di riconciliarsi col figlio BJ (Jon Bernthal, The Punisher, L’uomo nell’ombra), dopo che con quest’ultimo non corse più buon sangue. Nel cast anche Kevin Hart e Barry Primus. Decisamente farsesco, scritto alla bell’è meglio ma recitato professionalmente, seppur con qualche goffaggine di troppo da parte di De Niro, diretto con piglio e perfino senso del ritmo in alcune scene, Il grande match, a dispetto del suo impianto insufficiente, delle sue grossolane banalità tremende e della sua inesistenza qualitativa abbastanza evidente e non perdonabile, si lascia comunque vedere con piacere.
di Stefano Falotico

AUDITION, recensione

Ebbene oggi, in concomitanza con la sua distribuzione in versione restaurata che sarà riprogrammata nelle sale italiane nelle giornate del 23-24-25 Gennaio tramite Wanted, disamineremo il cult movie Audition (Ōdishon), opus del ‘99 firmato da Takashi Miike che fu presentato con forte clamore e fra l’agghiacciato stupore generale all’International Film Festival di Rotterdam. Ove, giustappunto, in virtù delle sue macabre e assai violente scene raccapriccianti ad alto tasso perturbante, terrorizzò e scioccò la platea ivi presente, suscitandovi reazioni inusitate delle più disparate. Audition divenne quasi istantaneamente una pellicola tanto venerata dai cultori del più sperimentale e trasgressivo horror moderno quanto disgustata, malvista e boicottata dai benpensanti più moralisti, inorriditi dinanzi alla sua scabrosità orrifica a lor avviso inaccettabile e oltremisura mostruosa sotto ogni punto di vista. Tratto dal romanzo omonimo ad opera d Ryū Murakami, Audition dura centoquindici minuti ed è stato sceneggiato da Daisuke Tengan.
Lodato da Quentin Tarantino e a tutt’oggi riscontrante una lusinghiera media recensoria di opinioni estremamente positive sul sito aggregatore metacritic.com, eccone la trama:


Il signor Shigeharu Aoyama (Ryō Ishibashi, eccezionale) è rimasto vedovo da sette anni in seguito alla tragica morte della moglie, deceduta prematuramente. Vive con suo figlio Shigehiko (Tetsu Sawaki), il quale, vedendolo depresso e invecchiato, soprattutto nell’animo, gli consiglia di cercarsi una nuova compagna ed eventualmente risposarsi. Shigeharu vi riflette profondamente, dunque accetta di buon grado l’affettuoso suggerimento propostogli dal sangue del suo sangue. Al che, in un bar, l’uomo discute in merito con un suo amico, un valente e fidato produttore di cinema, Yasuhisa Yoshikawa (Jun Kunimura). Che, a sua volta, gli propone di selezionare trenta ragazze per una finta audizione riguardante un fantomatico, più che altro inesistente, progetto. Realizzata l’accurata selezione e visionato il materiale dei vari curriculum offertigli dall’amico appena dettovi, Shigeharu resta immediatamente folgorato dalla sensibile e avvenente, sebbene misteriosa, ex ballerina Asami Yamazaki (Eihi Shiina). Terminato il provino, ivi ancor più da lei rimastone ipnotizzato, l’uomo chiede d’incontrare quest’ultima, segretamente. Che cosa accadrà?
Non vi sveliamo, giustamente, altro se siete fra coloro che non hanno mai visto Audition. In quanto vi rovineremmo le sorprese scioccanti, rivelandovi giustappunto il seguito della trama e conseguentemente gli improvvisi risvolti spiazzanti e robustissimamente inquietanti mostratici e contenutivi. Devastante, vietato ai minori di diciott’anni, morboso ai massimi livelli più primordiali, forse leggermente sopravvalutato o sanamente incensato, anzi, addirittura inspiegabilmente misconosciuto a prescindere dai suoi cultori e dai fanatici di Miike, Audition va (ri)visto, lo affermiamo testé in modo imperioso. Poiché non ce ne si può esimere se si ama il Cinema a 360°. Dunque, si deve vedere, malgrado non sia obbligatorio, chiariamoci, amarlo e/o salirne a bordo oppure accettarlo e apprezzarlo o meno. È infatti necessario conoscerlo anche se qualcuno, a torto, secondo, potrebbe il suo valore disconoscere. Riteniamo basilare, rimarchiamo, guardare anche ciò che può raggelare e scuotere in maniera viscerale, ciò che non lascia indubbiamente impassibili. Un Cinema che può risultare rivoltante oppure eccitante, stimolante, un Cinema elettrizzante, un Cinema da pelle d’oca, un Cinema essenziale nella sua adamantina onestà persino volutamente esagerata e “malvagia”. Un cinema eccessivo e anormale, amorale, un Cinema inconsueto e tremendo, un Cinema purissimo. Fotografato meravigliosamente da Hideo Yamamoto (Hana-bi di Takeshi Kitano) e musicato altrettanto superbamente da Kôji Endô, Audition è un film immancabile per i patiti raffinati dei thriller psicologi. Inizia e prosegue per circa un’ora come un incalzante e struggente melò sentimentale con momenti romantici finissimi, ripieni di soffici frangenti melanconici grandemente poetici, in crescendo divenendo un incubo ad occhi aperti che sadicamente e al contempo soavemente abbaglia e incanta, atterrisce e il nostro cuore trafigge. Ciò a cui abbiamo assistito, attraverso repentini e inaspettati flashback vorticosi e taglienti le nostre certezze, nell’esplodere radente d’un uso massiccio e sconfinato della violenza, è soltanto la tetra e sconvolgente visualizzazione d’un terribile sogno ermetico che rimane impresso e indelebile anche alla fine della sua seducente, indimenticabile visione allucinante e immensamente potente?
di Stefano Falotico
THE PALE BLUE EYE – I delitti di West Point, recensione
Ebbene, oggi recensiamo l’affascinante e secondo noi soddisfacente, sebbene non eccellente, così come esplicheremo nelle righe a venire, The Pale Blue Eye, “sottotitolato” I delitti di West Point, opus di matrice mystery thriller firmato da Scott Cooper (Crazy Heart, Black Mass). Il quale, per l’occasione, adattando e sceneggiando lui stesso il romanzo omonimo di Louis Bayard, ritrova ivi uno dei suoi attori preferiti con cui è in massima sintonia e perfetto affiatamento artistico, ovvero Christian Bale. Che, a sua volta, per tale nuova reunion di The Pale Blue Eye, cementa il suo rapporto professionale, proficuo e altamente apprezzato, dopo i ben accolti Il fuoco della vendetta – Out of the Furnace & Hostiles – Ostili, col valente regista appena sopra nominatovi. Dimostrandosi pienamente e nuovamente uno degli interpreti più versatili e sorprendenti del panorama mondiale, regalandoci infatti, in The Pale Blue Eye, una performance di pregiata scuola recitativa davvero impari e di classe. Ma procediamo con calma, partendo innanzitutto dalla trama, successivamente eviscereremo meglio, esegeticamente, il film in questione e la prova attoriale di Bale, aggiungendovi maggiori dettagli…

La vicenda è ambientata nel 1830. Il misterioso e fascinoso detective Augustus Landor (Bale), sebbene disilluso e leggermente affaticato, investiga in maniera ferrea e integerrima a riguardo d’alcuni crimini commessi in quel dell’accademia militare di West Point. Impattando però amaramente contro il muro d’omertà e la silente connivenza ipocrita di chi, per non compromettersi, peraltro nascondendo i propri stessi scheletri nell’armadio, in forma viscida e ipocrita, preferisce tacere in merito alle segrete e torbide verità indicibili e raccapriccianti accadute nel luogo e nei suoi tetri dintorni oscuri. Al che, Landor s’affilia a uno dei suoi cadetti al fine che quest’ultimo possa fornirgli quegli intuitivi aiuti necessari per la risoluzione del caso macabro. Riuscirà a portare a compimento le sue perigliose indagini? Il cadetto non è uno qualunque, bensì nientepopodimeno che il futuro scrittore Edgar Allan Poe (il solito bravissimo ma al contempo inquietante Harry Melling, però a volte non ben diretto e quindi sopra le righe ed eccessivamente melodrammatico, a differenza della sua impeccabile prova in Macbeth).
Mediamente accolto dall’intellighenzia critica, soprattutto statunitense, forse un po’ sottovalutato ingiustificatamente e in modo troppo sbrigativo, The Pale Blue Eye è invero un ottimo giallo sui generis dai molteplici pregi, decisamente intrigante, volutamente demodé, oltre che finemente filmato e, ripetiamo, sostenuto da un Bale che vi recita magnificamente. Bilanciando assai bene il suo istrionismo a una lodevole sordina da attore che, en souplesse, magnetizza ogni inquadratura con lui presente in maniera armonicamente carismatica e talentuosa. Recitando quasi unicamente con lo sguardo, doppiato per la versione italiana dal suo habitué consolidato, cioè Adriano Giannini. La cui voce, roca, sottilmente cavernosa e secca ivi particolarmente gli si addice e naturalmente ci evoca immediatamente il “suo” Rust Cohle/Matthew McConaughey di True Detective. Forse non inappuntabile, qua e là persino soporifero e macchinoso, ingarbugliato nell’intreccio e a tratti irrisolto, con un finale affrettato e sensazionalistico che, seppur dai risvolti inquietanti e ribaltante sorprendentemente, all’ultimo minuto, le aspettative (perlomeno per chi non ha letto il libro originario e succitato), si rivela poco convincente e affastellato alla bell’è meglio, The Pale Blue Eye s’avvale d’una splendida fotografia chiaroscurale realizzata da Masanobu Takayanagi (The Grey) e viene sorretto e puntellato da una suadente e melliflua partitura musicale di Howard Shore (Panic Room, Crimes of the Future). Inoltre, al di là dei perdonabili difetti enunciativi, appassiona e tiene col fiato sospeso, avvinghiandoci elegantemente nelle sue atmosfere di morte e terrore, aspirandoci nella sua morbosa spirale d’occulto, violenza e morale perdizione. Come però evidenziato, The Pale Blue Eye, trascurando la sua adamantina impeccabilità formale, risulta artefatto e non colpisce sin in fondo, incedendo eccessivamente in pedanti digressioni noiose e in parentesi estetizzanti poco emozionanti. Cast ricchissimo in cui, oltre ai primeggianti Bale e Melling, son d’annoverare le presenze di Toby Jones, Charlotte Gainsbourg, Gillian Anderson, della sensuale Lucy Boynton, di Timothy Spall e del grande Robert Duvall.

di Stefano Falotico
WASH ME IN THE RIVER (Savage Salvation), recensione
Ebbene, oggi recensiamo il film Wash Me in the River, dal 28 dicembre scorso disponibile in streaming per gli abbonati ad Amazon Prime.

Wash Me in the River coincide perfettamente all’esatto titolo designato originariamente quando il film fu in lavorazione e, invece, per l’home video statunitense divenuto poi stranamente Savage Salvation. Wash Me in the River, non tradotto per la distribuzione italiana in quanto è un titolo, per l’appunto, “intraducibile” e metaforico che letteralmente significa sciacquami nel fiume. Lo potremmo delineare, diciamo, sinteticamente attraverso l’espressione battezzami in quanto, nella pellicola in questione, si narra, in forma d’azione puramente adrenalinica, emozionalmente dinamitarda e furibonda, una storia a suo modo cristologica, lacrimosa e al contempo rabbiosa, partita sulla base d’una patita, ingiusta dannazione e poi evoluta e deflagrata in esplosiva e spirituale, più che altro, vendicativa redenzione avvenuta in maniera di certo non mistica eppur catartica e perciò depurativa. Una vicenda torbida ove, una volta puniti i cattivi gravemente peccaminosi e ripristinato dunque il subito torto criminoso, mediante un’abluzione e un battistero, sì, con una nuova fonte battesimale sui generis, si giunge e ci si ricongiunge, figurativamente ed esistenzialmente parlando, alla salvazione e alla pace interiore. Ecco altresì spiegato il titolo originale per la versione d’oltreoceano, cioè per gli States.
Pellicola della netta e veloce, scorrevole durata di un’ora e quarantuno minuti corposi, Wash Me in the River rappresenta la seconda prova registica di Randall Emmett (Escape Plan) dopo il suo esordio dietro la macchina da presa del 2021, ovvero Midnight in the Switchgrass con Bruce Willis e Megan Fox.
Emmett, classe ‘71, stacanovista produttore infermabile dei più svariati film, per molto tempo assai prolifico nel finanziare e congegnare b movies e pellicole forse spettacolari, efficaci a livello di gustoso entertainment scoppiettante, non pretenziose eppur sicuramente non eccelse, datosi però ultimamente, parallelamente e finanziariamente, a progetti più importanti cinematograficamente e a più ampia portata qualitativa, quali, per esempio, Silence & The Irishman di Martin Scorsese.
Difatti, a proposito di The Irishman, ivi ritrova due degli interpreti di quest’ultima, celebrata pellicola scorsesiana, vale a dire Jack Huston e Robert De Niro. Se De Niro, in The Irishman, fu però l’assoluto protagonista e Huston incarnò solamente e per pochissimi minuti un ruolo decisamente secondario, in Wash Me in the River succede diametralmente l’opposto ma non ugualmente proporzionale a livello di minutaggio in scena. Qui De Niro, pur non essendo l’attore principale, interpreta una parte rilevante e primaria ai fini dell’intreccio raccontatoci.
Su sceneggiatura originale firmata da Adam Taylor Barker e Chris Siverston, eccone la trama, trascrittavi letteralmente dalla concisa sinossi espressa su IMDb: Un tossicodipendente da oppiacei in via di guarigione cerca vendetta sugli spacciatori responsabili della vendita della droga che ha provocato la morte della sua fidanzata.
Se la volessimo particolareggiare e fornirvene ulteriori dettagli senza commettere spoiler che ve ne sciuperebbero la visione, in Wash Me in the River, nei primi tre quarti d’ora, assistiamo alla romanticissima storia d’amore fra i due reietti Shelby John (Huston) e la diafana e candida Ruby (Willa Fitzgerald). I quali, con notevoli sforzi, essendo entrambi precipitati nel pericoloso e debilitante tunnel della droga, sono però decisi volenterosamente a sposarsi, sforzandosi coraggiosamente di superare la loro atavica tossicodipendenza malsana.
Accade però, fatalmente, una tragedia e Ruby muore di overdose. Il tutto, anzi, il lutto non è stato totalmente casuale? Al che, Shelby, accecato dalla rabbia, in forma giustizialista à la Rambo ante litteram, sfreccerà infermabile, sulla sua moto, per le strade desolate e malfamate dell’Ohio alla ricerca dei colpevoli in una sarabanda d’uccisioni e sparatorie senza esclusione di colpi, all’insegna della sua revenge “biblica” anche se certamente non epica ma ancor più autodistruttiva?
Nel frattempo, lo sceriffo Church (un De Niro non svogliato ma bravo con qualche guizzo grintoso, ciononostante, inevitabilmente stanco e appesantito), disilluso e affranto perennemente dal non essere stato in grado, a sua volta, di salvare in passato la vita del figlio, tenterà di far sì che Shelby possa placare la sua ira omicida prima che per quest’ultimo sia troppo tardi redimersi.
Chi è, peraltro, il sulfureo “prete” Peter (John Malkovich)?
Film che ha avuto vari cambiamenti di casting (prima della scelta definitiva di Jack Huston, infatti, erano stati opzionati Machine Gun Kelly e Taylor Kitsch, i quali rispettivamente diedero forfait) e una tribolazione organizzativa, essendosi svolte le brevi ma complicate riprese in pieno secondo lockdown dovuto alla pandemia), Wash Me in The River, parte come un sentimentale e smielato romance a tratti perfino commovente e ingenuamente sincero, trasformandosi quindi in un battagliero film d’azione fuori tempo massimo in senso tout–court. Infatti, per la sua rozza e tamarra eppur frenetica cifra stilistica marcatamente demodé e anacronistica da filmetto senz’infamia e senza lode, assomiglia tantissimo a un prodotto tipicamente usa e getta da anni novanta. In tale sua assoluta sincerità da guilty pleasure completamente incoerente e inesistente sul versante autoriale, consiste paradossalmente la sua potente mediocrità disarmante e stupenda.
Perciò, se preso come strepitosa assurdità romanticheggiante e inizialmente, ripetiamo, addirittura struggente e financo poetica, tramutata man mano in pellicola di bassa lega ingiustificatamente ed esageratamente reazionaria, potrà piacervi da matti, persino toccarvi il cuore per gran parte della sua durata.
La fotografia di Eric Koertz è scialba e inutilmente estetizzante nei momenti melanconici, le musiche di Philip Klein sono retoriche, sebbene gli altrui e numerosi pezzi country inanellati lungo il film risultino funzionali ed amalgamati alle immagini con buon ritmo emozionale, Jack Huston funziona più come futuro sposo tormentato ma al contempo molto innamorato, anziché come novello paladino della “polizia fai da te” che compirà una strage, De Niro, in un paio di scene, è convincente ma sprecato, Malkovich gigioneggia incontrollabilmente nel pre-finale, sfoderando una recitazione di maniera da mettere i brividi in senso, purtroppo, spregiativo e inguardabile.
Ci dispiace che De Niro e Malkovich ebbero, stavolta, la possibilità di recitare per la prima volta assieme ma qui non condividono, ahinoi, nessuna scena. Infine, per essere sbrigativi, Wash Me in the River è un film oggettivamente bruttino e insalvabile nel suo complesso, altro che Savage Salvation, ma talmente carino e immensamente triste nel suo incipit strappalacrime e infinitamente toccante, che griderebbe vendetta… sostanzialmente non promuoverlo sfrenatamente.
Nel cast, Dale Dickey e Swen Temmel.

di Stefano Falotico
GLASS ONION – KNIVES OUT, recensione
Ebbene, oggi recensiamo lo spassoso, esilarante e assai intelligente, perfettamente congegnato, anche se forse non del tutto riuscito, Glass Onion – Knives Out (Glass Onion: A Knives Out Mystery), scritto e diretto dal sempre più valente e sorprendente Rian Johnson (Looper, Star Wars – Gli ultimi Jedi).

Il quale, dopo il successo del capitolo originario, ovvero il capostipite e naturalmente antecedente Cena con delitto- Knives Out, ritorna, metaforicamente parlando, sulle tracce del suo inventato e ben fantasiosamente partorito investigatore privato, à la Hercule Poirot a sua volta figlio della penna dell’imbattibile Agatha Christie, Benoit Blanc (uno smagliante Daniel Craig già candidato come miglior attore protagonista nella categoria Comedy/Musical agli imminenti Golden Globes), assoldando per tale suo “sequel” sui generis, un parterre de rois delle cosiddette grandi occasioni, cioè un cast variegato e strabiliante in cui svetta, primeggiante, la new entry del sempre da noi gradito Edward Norton (Motherless Brooklyn) e un’inedita, mai così sensuale e caliente, peperina Kate Hudson al massimo della sua insospettata carica piccante, travolgente e magnetica. Con Glass Onion – Knives Out, Johnson, da buongustaio oramai affinatosi dell’arte non culinaria, bensì appartenente alla celluloide più succosa, allestisce una succulenta e, ripetiamo, sia divertente che sagace, saporita pietanza cinematografica squisita e veramente da leccarsi i baffi, servendoci caldamente un piatto appagante il nostro palato cinefilo, offrendo a noi, commensali del Cinema non insipido, un arguto giallo mordace, avvincente e scoppiettante, ripieno di colpi di scena gustosi e spiazzanti, sebbene eccessivi, così come spiegheremo più avanti, finemente intriso di tocchi e “gourmet” da chef registico di prima classe e da dieci e lode insindacabile. Forse sì forse no?
Trama, morbidamente diluitaci come un delicato soufflé che, anziché afflosciarsi, col trascorrere dei minuti emozionanti e pregni di suspense brillante, equivalenti per l’esattezza a due ore e venti minuti netti (tale infatti è la complessiva, scorrevolissima durata di Glass Onion), carbura fervidamente e bellamente riscalda, in crescendo spasmodico e vertiginoso, la nostra curiosità via via più affamata e poi appagata… anche se non del tutto.

La vicenda è ambientata nel 2020, ovvero al massimo zenit, sì, al culmine della mondiale pandemia del Covid-19. Al che, il nababbo Miles Bron (Norton), a capo della proficua e altamente remunerativa Alpha Industries, in quel di Glass Onion, cioè un pittoresco ed esotico isolotto del mar Egeo, invita, presso la sua lussuosa e labirintica magione, una nutrita ed eterogenea, ottimamente assortita combriccola composta dai suoi migliori amici di lunga data, ognuno dei quali, adesso, svolge rispettivamente lavori finanziariamente cospicui ma fra loro diversi. Singolarmente, non staremo a enumerarveli e a specificarli perché non ce ne pare la sede opportuna. Bron serve loro un’inattesa sorpresa maliarda e appetitosa, cioè ha coordinato una sfarzosa, al contempo sottilmente maliziosa, chissà se giocosa, cena con delitto sfiziosa… Anche meravigliosa?
Al che, all’improvviso, senz’invito, fa la sua entrata in scena il detective Blanc (Craig) che vuole vedervi chiaro e andar oltre le apparenze di quello che, a prima vista, potrebbe sembrare un innocente diletto-delitto orchestrato, giustappunto, dall’incolpevole e goliardico Bron. Perché Blanc è giunto sul luogo? Trattasi di pura coincidenza imponderabile, di fatuità casuale e innocua oppure un membro della compagnia, ad insaputa di Bron, per tendergli a sua volta, da burlone e buontempone, un tranello bernesco e uno sberleffo cattivello, desiderava rovinargli il piano furbesco?
Indovina indovinello, come andrà a finire in questo duello fra Blanc & Bron, chi la spunterà in tale Cluedo cinematograficamente forse non tanto farsesco così come invece, inizialmente, apparve candidamente?
Acclamato dalla Critica, tanto d’aver già totalizzato la superba media dell’81% di pareri estremamente positivi presso il sito aggregatore metacritic.com, in effetti Glass Onion vale ampiamente le lodi ricevute e il prezzo della visione, al cinema tramite Lucky Red o in streaming su Netflix?
In quanto è davvero un film godibile e da mandar giù in un sol boccone, sapientemente magistrale nella messa in scena, ripetiamo, ricolma e pienamente infarcita di trovate geniali e prelibate? Oppure qua e là pecca di troppa carne al fuoco? Deflagrando in un minestrone insapore?
Attori perfetti, malgrado talvolta vadano a briglia sciolta sopra le righe, un Craig impeccabile ma non appieno carismatico e un Norton, dietro il cui personaggio aleggia sapidamente, in forma parodica, la “maschera” sbertucciata di Elon Musk, una Hudson/Birdie Jay da urlo a cui però l’ancora più erotica e assai discinta, disinibita Madelyn Cline/Whiksey ruba la scena, Jessica Henwick/Peg, Janelle Monáe/Cassandra Andi Brand, Jackie Hoffman, Noah Segan, Leslie Odom Jr./Lionel Toussaint, Kathryn Hahn/Claire Debella, un Dave Bautista/Duke Cody, sotto ogni punto di vista, in grande spolvero. Con l’aggiunta di cammei, invero un po’ inutili, di Ethan Hawke (irriconoscibile con gli occhiali da sole), Hugh Grant, della compianta Angela Lansbury, la campionessa Serena Williams, Natasha Lyonne e Kareem Abdul-Jabbar.
Glass Onion scorre che è una delizia e, dopo un incipit probabilmente inverosimile, compresi alcuni assunti logisticamente improponibili, se decidiamo di salirvi metaforicamente a bordo, possiamo goderne il viaggio e gli ingredienti del piatto servitoci… Su tale versante, in modo egregio, funziona al netto delle sue evidenti difettosità che, sottostante, evidenzieremo. Infatti…
Glass Onion esagera nei colpi, diciamo, di (s)cena, affastellando con sfrenatezza mal dosata un finale dopo l’altro in una sarabanda ridondante, giustappunto, per dirla come gli americani, di turning points, a lungo andare, stomachevoli e indigesti per lo spettatore smaliziato e sensibile che, almeno sino a mezz’ora dalla definitiva fine, era già sazio e non può quindi obiettivamente gradire tale sovrabbondanza di “portate” propinateci a dismisura infinita.
Glass Onion, inoltre, vorrebbe essere un Dieci piccoli indiani contemporaneo, anzi, postmoderno ma si dimostra, in molti punti, artefatto e, rimarchiamolo, ripetitivo.
Infine, funziona scialbamente come metafora anticapitalistica, invero retorica e scontata, sui nuovi e antipatici ricchi rampanti, chiamati qui disgregatori, figli non tanto dell’edonismo post-reaganiano ma più vicini all’era Trump. Proponendoci una soluzione dell’enigma indagatorio, sì, soddisfacente, altresì una fasulla morale buonista e consolatoria sul jeu de massacre dei cinici arrivisti e falsissimi amici che, onestamente, alle soglie del 2023 è aria fritta, roba trita e ritrita, ipocrita e già mal digerita.
Abbiamo citato gli attori coi rispettivi personaggi da loro incarnati ma, nel mosaico, manca un pezzo, ovvero un nome. Quello di Helen.
Guardate Glass Onion e saprete chi è, eh eh.
di Stefano Falotico
CHINATOWN, recensione
Ebbene oggi, per il nostro appuntamento, ci auguriamo gradito, coi consueti Racconti di Cinema, disamineremo Chinatown, film magnifico del ‘74, firmato da un ispirato, così come soventemente accade, Roman Polański (La nona porta, L’uomo nell’ombra).
Candidato a undici premi Oscar, fra cui Miglior Film e Regia, Chinatown ne vinse soltanto uno, andato alla migliore sceneggiatura originale, scritta da Robert Towne (Frantic, Mission: Impossible).
Opus della durata corposa e consistente, giammai noiosa, bensì avvincente e inquietante di due ore e dieci minuti netti, Chinatown è un mystery thriller d’alta scuola sofisticata e, al contempo, un pregiato noir d’annata che profuma, leggiadramente, di beltà sconfinata e cinematografico sapore vintage veramente speciale. È, quindi, un imprescindibile classico della Settima Arte non solamente appartenente ai gloriosi anni settanta hollywoodiani. Peraltro, rappresenta a tutt’oggi l’ultimo film in assoluto diretto da Roman Polański in terra statunitense prima del suo “esilio” e confino in Europa per le ragioni che noi tutti sappiamo…
Senza perderci in superflui panegirici e descrizioni della trama inutilmente particolareggiate, estraendo testualmente la sinossi di Chinatown da IMDb e ivi letteralmente trascrivendola esattamente, eccone, nelle righe immediatamente seguenti, la perfetta e assai concisa sintesi saliente che non si perde, giustappunto, in chiacchiere inutili…
Un detective privato assunto per raccogliere prove di un adulterio si trova coinvolto in una spirale di violenza, corruzione e morte.

Il detective si chiama Jake Gittes (Jack Nicholson), detto J.J. S’inoltra, se non controvoglia, perlomeno giocoforza in un’imprevista spirale viziosa di torbidi inganni e scabrose macchinazioni che forse hanno del raccapricciante, giungendo a verità all’apparenza insospettabili e moralmente disarmanti, precipitando infernalmente e in modo tetramente sesquipedale in un girone dantesco e agghiacciante a base di fetide, spregevoli, meschine e losche bugiardaggini tremende e mortificanti, tristissimamente amare.
Secondo la pertinente, breve analisi riportatavi sottostante dal dizionario Morandini:
È un film profondamente chandleriano senza Chandler, dunque foscamente romantico. Chandleriano è anche l’umorismo che ne sorregge il pathos nella descrizione di un mondo corrotto non solo politicamente in cui la presenza del male – incarnato dal vegliardo capitalista J. Huston – è ossessiva e sinuosa, mostruosamente ambigua. Pur senza abbandonarsi a esercizi di nostalgica archeologia, fece scuola nel campo della rivisitazione del cinema nero.
Sotto ogni aspetto, inappuntabile e assai curato nei più minimi dettagli, Chinatown, a distanza di circa cinquant’anni dalla sua uscita nelle sale, avvenuta, come sopra dettovi, a metà dei seventies, rimane un capolavoro perlaceo davvero impari. Fotografato con maestria imbattibile dal veterano John A. Alonzo (Scarface), musicato maestosamente da Jerry Goldsmith, prodotto dal mitico Robert Evans, Chinatown è un’indiscussa pietra miliare del Cinema mondiale.
Ovviamente, le interpretazioni dei tre attori protagonisti, vale a dire Nicholson (Qualcosa è cambiato), Faye Dunaway (Barfly) e John Huston, sono superbe e mirabili, già da sole varrebbero il “prezzo” della visione impagabile.
Cammeo di classe dello stesso Polański e grande cast variegato in cui, oltre ai tre suddetti titani, si fan ben notare le presenze di Burt Young (Rocky, C’era una volta in America), Perry Lopez, John Hillerman e soprattutto di Diane Ladd (Cuore selvaggio).

di Stefano Falotico







